DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Bellezza e verità nel terzo millennio

Diverso tempo fa parlai di come i gesuiti affascinarono il popolo dei guaranì con la bellezza delle arti scultorie, grafiche e musicali. La bellezza del cattolicesimo fece breccia nei loro cuori portando, oltre alla conversione, una civiltà ed una prosperità che prima non avevano mai sperimentato.

Nel terzo millennio sembrerebbe una cosa non più necessaria ma, in realtà, anche l'occidente civilizzato necessita di un continuo richiamo alla bellezza e a messaggi positivi. Un popolo che perde il senso della bellezza collassa su se stesso, decade inesorabilmente verso la morte del proprio spirito perdendo, prima o poi, ogni stimolo al progresso. È per questo che bisogna richiamare alla bellezza, in particolare bisogna ritornare a quella bellezza di cui la cristianità era un generatore costante e generoso.

Non sto solo parlando dell'arte ecclesiastica, materia che richiede un sito dedicato come "fides et forma", ma di tutta l'arte prodotta o producibile dalla cristianità laica e non. Non sto parlando neanche di soli quadri o sole sculture perché, nonostante ne sia universalmente riconosciuto il valore, non raggiungono la gran parte della popolazione. Volenti o nolenti dobbiamo gettare lo sguardo alla televisione ed il cinema.

Per alimentare il gusto per la bellezza e veicolare con essa un messaggio positivo si deve allora incentivare la formazione di gente che: conosca il messaggio positivo; abbia gusto per la bellezza.
Nella mia esperienza personale ho notato che queste caratteristiche sono notevoli nel movimento di Comunione e liberazione. Per il momento però non si è ancora avuta notizia di registi che abbiano messo in gioco la loro esperienza e il loro gusto per la bellezza, segno che l'incentivo non deve essere soltanto educativo, ma anche a livello istituzionale ed economico.

A conclusione di questo "appello" si può portare l'esempio di Mel Gibson che non reputo affatto il miglior regista del mondo né considero i suoi film nella loro interezza come dei capolavori, però le sue produzioni hanno tutte un messaggio positivo. L'unica cosa che non trovo il massimo, nei suoi film è la violenza che viene descritta in modo fin troppo realistico ma che fa essa stessa parte del messaggio.
L'umanità che infligge il martirio a Cristo mostrando tutta la crudeltà che solo degli esseri finiti e bisognosi di salvezza possono avere; ma dopo tanto dolore, la resurrezione apre le porte alla salvezza:


La crudezza delle popolazioni indigene, una tale efferatezza che qualsiasi cuore percepirebbe il bisogno di allontanarsene; ma dopo tanto male arriva la civiltà e la cultura a riportare la dignità all'uomo:

un'apparizione di Hayalel

Così occhio e mente colgono la bellezza. Scoperta: come il cervello percepisce i rapporti ideali nelle figure

di Massimo Piattelli Palmarini
Neuroni più veloci con la «proporzione aurea»
Con l'occhio della mente raffiguriamoci i seguenti oggetti: una banconota, un grande quadro incorniciato o lo schermo di un televisore classico. Fatto? Ebbene, se avessimo potuto, in astratto, fotografare queste nostre immagini mentali avremmo constatato che si trattava sempre di rettangoli a sviluppo orizzontale, non verticale, e che il rapporto tra lato lungo (orizzontale) e lato corto (verticale) era assai vicino a uno virgola sei. Questo speciale rapporto, ben noto fino dall'antichità, e chiamato aureo, caratterizza il rettangolo perfetto e lo si ritrova ovunque, non solo nel mondo degli oggetti fabbricati dall'uomo e in natura. La molecola del Dna, la celebre doppia elica, alterna un solco grande e un solco piccolo. Il rapporto tra le loro lunghezze è, appunto, il rapporto aureo (o sezione aurea, in approssimazione 1,618). Al livello ultra-microscopico, fisici tedeschi e inglesi annunciano sulla rivista Science che il rapporto tra le prime due frequenze di oscillazione quantistica in un mini-magnete (niobato di cobalto) è proprio il rapporto aureo. Passiamo ora alla biologia. In molti insetti questo numero caratterizza il rapporto tra la lunghezza dell'intero corpo (testa a parte) e quella del torso. Nel corpo umano lo si ritrova più volte, per esempio nel rapporto tra la lunghezza dal gomito fino alla punta del dito più lungo (quando esteso), e dal polso al dito più lungo (esteso). Lo abbiamo perfino in cuore, nello scorrere del sangue, come ha raccontato sul Corriere Vittorio Messori (28 dicembre). Ora in un articolo per la rivista International Journal of Design & Nature and Ecodynamics il bio-fisico e ingegnere Adrian Bejan, della Duke University (North Carolina), si cimenta in un interessante tentativo che varca di getto il ponte tra fisica, biologia e manufatti. Egli prende le mosse dalle regolarità di molti flussi naturali e da una legge universale da lui chiamata «costruttale». Detto in parole semplici, la natura tende alla semplicità e al minimo dispendio di risorse. Per arrivare a questa legge partiamo da due strade e facciamole poi combaciare. Prima strada: Bejan aveva già mostrato che, dai batteri alle balene, passando attraverso uccelli, rettili e mammiferi, una curva regolarissima cattura il rapporto tra distanza percorsa e massa corporea, se calcolato alla velocità ottimale, cioè quella che minimizza l'utilizzo di energia biologica. Bejan mi precisa: «E' seguendo una tendenza naturale che tutto ciò che nuota, vola o scalcia adotta schemi e ritmi di massima facilità e di massimo risparmio». Seconda strada, convergente con la prima: la retina è una superficie a due dimensioni, ma si connette con dei punti, nei centri nervosi della visione, che sono invece a tre dimensioni. La natura lo fa nel modo più elegante e compatto, tramite la formazione di fasci nervosi e di singoli neuroni. Un flusso, questo, più astratto, ma pur sempre un flusso di impulsi nervosi. E ora mettiamo, con Bejan, queste due strade insieme, in un flusso di informazioni. Bejan aggiunge: «I fenomeni osservabili sono miriadi e appaiono molto diversi, ma nascondono sempre poche tendenze di base da scovare». Torniamo, quindi, ai rettangoli. I nostri occhi sono disposti orizzontalmente e vedono una scena rettangolare, a sviluppo orizzontale. Il tempo fisiologico spontaneo per spaziare con lo sguardo orizzontalmente su una scena visiva è più breve di quello richiesto per spaziarvi verticalmente. Il rapporto misurato tra queste due velocità fisiologiche è prossimo al rapporto aureo. Quindi il campo visivo è ottimale perché riflette questo rapporto. Come intuito da artisti, architetti, ingegneri e semplici artigiani lungo i secoli, inquadrare un' immagine in un rettangolo aureo rende più fluido lo scorrimento dello sguardo, più piacevole la visione, più evidente la profondità prospettica e più agevole la memorizzazione. La legge che governa il fenomeno, conclude Bejan «è la direzione del tempo entro la quale emergono e si trasformano i design naturali e artificiali».


© Copyright «Corriere della Sera» del 12 gennaio 2010

Stupendo video-tributo a Gaudì, architetto in via di beatificazione



"L'umanità può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza bellezza non potrebbe più vivere, perchè non ci sarebbe più nulla da fare al mondo."
F. Dostoevskji (citata da Benedetto XVI nel discorso agli artisti del 21/11/2009).
Di Antoni Gaudi è in corso la causa di beatificazione.

Il mondo ha bisogno di bellezza

Massimo Camisasca
giovedì 26 novembre 2009
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L’arte e gli artisti hanno da sempre interessato la Chiesa. È per una ragione che ha attinenza profonda con il cuore stesso del Cristianesimo. Esso non è nient’altro che questo: Dio prende la carne di un uomo per raggiungere gli uomini di ogni tempo e di ogni spazio.

Da allora, dall’Incarnazione, la sorte di Dio e quella degli uomini sono definitivamente congiunte. A dire il vero, tutto ciò era già manifesto nell’atto creativo di Dio. Egli, che rimane trascendente e irraggiungibile, Colui che non può essere guardato in volto dall’uomo, che non può essere compreso dai concetti umani, assume un volto d’uomo e si esprime con le parole degli uomini.

L’Islam, per sottolineare l’assoluta trascendenza di Dio, nega ogni possibilità all’arte figurativa di rappresentarlo. Nelle moschee non ci sono immagini. Solo le parole del Corano, che descrivono meravigliosi arabeschi che, in verità, potrebbero da lontano far pensare a oggetti, a case, financo a persone. Ma tutto infine si risolve nella distanza assoluta di fronte all’Eterno.

La Chiesa ha dovuto sostenere la lotta iconoclasta. Di fronte a una possibile idolatria nei confronti delle icone, nell’VIII secolo, il Papa dovette precisare: “No all’adorazione delle immagini, sì alla rappresentazione del divino attraverso forme umane”. Negare questo avrebbe voluto dire colpire al cuore il mistero stesso dell’incarnazione.

Per tutte queste ragioni, la storia dell’arte occidentale, fin dal secondo e terzo secolo, è segnata dal racconto degli eventi della storia della salvezza. Dal Buon Pastore delle catacombe nascerà una serie infinita di artisti. Solo rammentare alcuni di questi nomi ci dà la percezione dell’imponenza di ciò che è nato, nel campo dell’arte e non solo della pittura, ma anche della musica e dell’architettura, dal Verbo fatto carne.

Le diverse sensibilità possono essere più attratte da Giotto o dall’Angelico, da Simone Martini o da Duccio di Boninsegna, da Piero della Francesca o da Masaccio, da Raffaello o da Michelangelo, da Tiziano o… A un certo punto, però, la catena si interrompe. Non manca una continuità di temi, ma essa si fa sempre più esteriore, formale, manieristica, ai temi cristiani si sovrappongono quelli pagani. Bisogna allora tornare all’arte e agli artisti, ma per un’altra strada: non più attraverso i temi della storia sacra, ma attraverso i temi della vita, attraverso i drammi dell’esistenza, di cui parole, suoni e dipinti portano ricca testimonianza.

Se il Settecento e l’Ottocento hanno in un certo senso segnato una cesura profonda con il passato dal punto di vista tematico, è rimasta la grande capacità degli artisti di catturare le domande dell’uomo. Se non hanno più ritratto Dio, hanno continuato a parlare dell’esistenza e delle sue questioni fondamentali. Si è aperto così un altro filone fecondo di incontro tra la Chiesa e gli artisti, che le iniziative di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno cercato di catturare.

Paolo VI ha operato il miracolo di un riavvicinamento. Si è curvato con umiltà sugli artisti per dire loro: «Abbiamo bisogno di voi». Da sempre sensibile all’arte contemporanea, ha creato in Vaticano una vera e propria collezione di opere create dai più grandi artisti del nostro tempo. Arrivò a dire che bisogna far coincidere il sacerdozio con l’arte.


Giovanni Paolo II ha scritto una lettera agli artisti in occasione dell’anno giubilare del Duemila. Forse non era ancora il tempo per un nuovo incontro fisico. Questo l’ha voluto Benedetto XVI. Nella cappella Sistina, dunque, non solo si sono ritrovati Pietro e tanti interpreti dell’arte del nostro tempo. Essi si sono incontrati nel luogo in cui si eleggono i Papi, con il Perugino, il Botticelli, il Ghirlandaio. Con Michelangelo, con la storia del mondo come alleanza tra Dio e l’uomo.

A tutti questi fatti si è ricollegato Benedetto XVI. Fatti che riguardano la sua stessa vicenda personale, la sua sensibilità, la sua teologia, che mette la carità e la bellezza come strade inscindibili del cammino verso la verità. Non è un caso che i due grandi maestri di Ratzinger siano stati sant’Agostino e san Bonaventura.

Profeticamente Paolo VI aveva detto, alla fine del Concilio: «Il mondo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione». Sempre di più il pontificato di Benedetto XVI, con una sua peculiarità evidente, mi sembra riprendere i temi fondamentali del pontificato montiniano.

Sospinti verso l’alto: la bellezza di Benedetto commuove gli artisti

mercoledì 25 novembre 2009

Il primo dato che salta all’occhio dopo l’incontro del Papa con una larghissima rappresentanza di artisti, avvenuto sabato scorso in Vaticano, è quello di una condivisa e sincera contentezza. Non c’è stato uno dei partecipanti che non l’abbia espressa: e la “formazione”, messa a punto, con la consueta abilità, da Gianfranco Ravasi era davvero una formazione senza etichette e senza preclusioni culturali. In una parola, senza steccati. Non era quindi un esito scontato, anche perché agli artisti si chiedeva per una volta di fare un passo indietro e di mettersi in posizione di ascolto. Per di più, chi prendeva la parola era una grande istituzione, come la Chiesa, verso la quale gran parte degli uomini di cultura da tempo guardano con sospetto e circospezione.

Dobbiamo chiederci allora cosa abbia fatto scattare questa reazione unanime e condivisa di “contentezza” per l’incontro e per le parole ascoltate. Secondo me sono entrati in gioco due fattori decisivi e forse imprevisti. Il primo è il fatto che questo incontro è stato recepito come un grande gesto di stima, in particolare da parte del Papa, verso il lavoro di chi fa cultura: l’aver pensato a una “location” straordinariamente bella e emozionante come la Sistina ha confermato subito a tutti questa impressione. In questi tempi la stima per chi fa cultura o non esiste affatto o è condizionata a logiche di schieramento ideologico e politico. Il Papa invece ha dato un segnale di apertura e di fiducia che è sembrata a tutti i presenti come l’inizio di un qualcosa di nuovo: è significativo ad esempio che un personaggio certo poco accondiscendente verso la le posizioni della Chiesa come Nanni Moretti fosse presente e abbia ritenuto utile e costruttivo sottoporre al parere di monsignor Ravasi la sceneggiatura del suo prossimo film.

Il secondo fattore è invece emerso con chiarezza dal discorso di Benedetto XVI. C’è in quel discorso una parola che ricorre ben 36 volte: ed è la parola “bellezza”. Se c’è stima per quello che gli uomini e le donne di cultura fanno, da parte del Papa ce n’è ancora di più per quello che è il loro compito: dare forma alla bellezza. Ma la bellezza non è una forma precostituita, non è un canone nel quale adagiarsi. La bellezza è un’esperienza in atto, è un fattore di movimento che introduce anche un’inquietudine: perché spalanca davanti agli uomini domande sul destino, provoca uno struggimento verso un oltre, verso un infinito. La bellezza, ha detto il Papa, «fa uscire l’uomo da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto». E per rafforzare questo suo concetto ha anche ripreso una bellissima frase di Georges Braque, il pittore che a inizio ’900 insieme a Picasso aveva fondato il cubismo: «L’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura».

Generare una bellezza capace di «rimettere in marcia» l’uomo: come non essere contenti di aver un compito così? Come non cogliere con uno slancio nuovo l’importanza anche storica e concreta del proprio compito? Alla Sistina, sabato scorso, è certamente scattato qualcosa che può rimettere in movimento tante cose, lasciando indietro tutti i conservatorismi di qualsiasi colore siano. In un certo senso è finito il “veltronismo” come idea di una cultura coccolata e tutta ombelicale. Ma è stata messa in soffitta anche la cultura dell’eterna recriminazione contro la modernità. La sfida è lanciata, anche concretamente. E la Chiesa si è presa il primo rischio: la grande idea di aprire un padiglione vaticano alla prossima Biennale di Venezia, sarà la prima affascinante verifica del cammino avviato.


http://www.ilsussidiario.net

Ora la cultura scelga la via della vita. Di Mons. Luigi Negri

Ospitiamo questo intervento di Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino - Montefeltro, per aprire un dialogo costruttivo e realista sull'incontro del Papa con gli artisti, che sappia chiedere agli artisti una ripresa di responsabilità Tutti riconoscono che nell’incontro fra il Papa e gli artisti e gli uomini di cultura è accaduto un evento di straordinaria importanza. Infatti il Papa ha saputo tessere una lezione magistrale in cui si sono sintetizzati la sua grande fede, la sua indubbia capacità teologica, la vastità della sua cultura e quel caratteristico impegno educativo che esprime in tutti i suoi interventi. Ma vorrei che ci chiedessimo tutti come può continuare questo evento, perché il Papa ha messo anche in guardia sui pericoli di una cattiva arte, di una cattiva cultura e nessuno può negare che anche molti fra quelli che ascoltavano il Santo Padre sono stati responsabili, in questi anni, della cattiva cultura, della cattiva arte, del fenomeno di espropriazione, al popolo, della sua fede e della sua tradizione. Sono stati responsabili di quella sistematica e programmata distruzione dei valori fondamentali della vita. Da chi i nostri giovani hanno imparato, se non dalla cattiva arte e dalla cattiva cultura collegati all’impero mass- mediatico, da chi hanno imparato che il divorzio e l’aborto erano fatti fondamentali di civiltà, da chi hanno imparato che l’unica norma morale è il proprio istinto, che omosessualità ed eterosessualità sono sostanzialmente la stessa cosa, da chi hanno imparato che la demolizione dell’autorità è condizione del cammino umano. Questi sono guasti irreparabili che conviene cominciare a guardare con occhi spassionati per vedere come si possano superare. La Chiesa tende la mano alla cultura e all’arte ma la cultura e l’arte tendono la mano alla Chiesa? Non si può certo lasciar parlare Benedetto XVI nel modo in cui ha parlato e credere che basti dirsi contenti; saremmo nell’ambito di quell’emotivismo senza ragioni e senza verità che il Papa depreca nella Caritas in Veritate come fonte di azioni che non hanno nessuna capacità di intervento nella storia. Non noi cristiani abbiamo fatto le mostre in cui figure blasfeme sono state equiparate a fatti artistici di rilievo, in cui la blasfemia delle parole, degli scritti, degli atteggiamenti è diventata pretesa di cultura. Tutto questo deve essere rivissuto e rivisitato; è necessario che anche su tutte queste cose si faccia una purificazione della memoria. Se si deve ripartire si deve ripartire anche con la consapevolezza critica dei limiti e delle responsabilità che un certo mondo culturale ed artistico laicista si è assunto nello spingere questo popolo verso quel nichilismo gaio di cui parlava il grande Augusto Del Noce o verso quella omologazione radicale sul nulla di cui parlava, qualche anno prima della sua improvvisa e tragica morte, Pier Paolo Pasolini. Io credo questo: sono convinto che per riaprire il dialogo fra Chiesa ed arte che è stato così significativamente testimoniato ed indicato dal Magistero di Giovanni Paolo II, occorra uno scatto di novità nella coscienza e nel cuore di tanti uomini di cultura che riprendano, dignitosamente la strada della ricerca del senso della vita e capiscano che è nel dialogo libero, impegnato, spregiudicato fra le varie opzioni culturali e religiose che sta la ripresa d’importanza del fenomeno culturale e del fenomeno artistico come strumenti fondamentali di educazione. Ma forse anche il popolo cattolico, anche la cristianità italiana devono fare una purificazione della memoria; non abbiamo estromesso troppo facilmente dalla vita delle nostre comunità l’elemento culturale ed artistico consegnandolo sbrigativamente alla cultura dominante? Tutte le nostre grandi sale cinematografiche e teatrali impietosamente deserte o affittate alle istituzioni in cui passano circuiti culturali e artistici, o decisamente avversi alla posizione della Chiesa o neutrali. Anche qui il Papa ci chiede di fare un salto, ci chiede di recuperare che l’arte e la cultura sono espressione della bellezza della fede cristiana e strumenti di educazione a questa bellezza e a questa verità. Solo a queste condizioni, questo grande evento non si concluderà semplicemente come una emozione di un momento, ma diventerà una possibilità di cammino e di comprensione comune di dialogo e di collaborazione.

Pennabilli, 22 Novembre 2009

+Luigi Negri
Vescovo di San Marino-Montefeltro

Il Giorno, 23/XI/2009

Dalla bellezza al Bellissimo

La via della bellezza ci conduce a cogliere il Tutto nel frammento, l’Infinito nel finito, Dio nella storia dell’umanità «La bellezza, da quella che si manifesta nel cosmo e nella natura a quella che si esprime attraverso le creazioni artistiche, proprio per la sua caratteristica di aprire e allargare gli orizzonti della coscienza umana, di rimandarla oltre se stessa, di affacciarla sull’abisso dell’Infinito, può diventare una via verso il Trascendente, verso il Mistero ultimo, verso Dio.
L’arte, in tutte le sue espressioni, nel momento in cui si confronta con i grandi interrogativi dell’esistenza, con i temi fondamentali da cui deriva il senso del vivere, può assumere una valenza religiosa e trasformarsi in un percorso di profonda riflessione interiore e di spiritualità. Questa affinità, questa sintonia tra percorso di fede e itinerario artistico, l’attesta un incalcolabile numero di opere d’arte che hanno come protagonisti i personaggi, le storie, i simboli di quell’immenso deposito di “figure” – in senso lato – che è la Bibbia, la Sacra Scrittura. Le grandi narrazioni bibliche, i temi, le immagini, le parabole hanno ispirato innumerevoli capolavori in ogni settore delle arti, come pure hanno parlato al cuore di ogni generazione di credenti mediante le opere dell’artigianato e dell’arte locale, non meno eloquenti e coinvolgenti.
Si parla, in proposito, di una via pulchritudinis, una via della bellezza che costituisce al tempo stesso un percorso artistico, e un itinerario di fede, di ricerca teologica. Il teologo Hans Urs von Balthasar apre la sua grande opera intitolata Gloria… con queste suggestive espressioni: “La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto”… La via della bellezza ci conduce, dunque, a cogliere il Tutto nel frammento, l’infinito nel finito, Dio nella storia dell’umanità. Simone Weil scriveva a tal proposito: “In tutto quello che suscita in noi il sentimento puro e autentico del bello, c’è realmente la presenza di Dio. C’è quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno. Il bello è la prova sperimentale che l’incarnazione è possibile. Per questo ogni arte di prim’ordine è, per sua essenza, religiosa”. “Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo – Giovanni Paolo Lettera agli artisti, n. 12 – la Chiesa ha bisogno dell’arte”; ma domandava subito dopo: “L’arte ha bisogno della Chiesa?”, sollecitando così gli artisti a ritrovare nell’esperienza religiosa, nella rivelazione cristiana e nel “grande codice” che è la Bibbia una sorgente di rinnovata e motivata ispirazione… Voi artisti siete custodi della bellezza; voi avete, grazie al vostro talento, la possibilità di parlare al cuore dell’umanità, di toccare la sensibilità individuale e collettiva, di suscitare sogni e speranze, di ampliare gli orizzonti della conoscenza e dell’impegno umano.
Siate perciò grati dei doni ricevuti e pienamente consapevoli della grande responsabilità di comunicare la bellezza, di far comunicare nella bellezza e attraverso la bellezza! Siate anche voi, attraverso la vostra arte, annunciatori e testimoni di speranza per l’umanità! E non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima della bellezza, di dialogare con i credenti, con chi, come voi, si sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza infinita!
La fede non toglie nulla al vostro genio, alla vostra arte, anzi li esalta e li nutre, li incoraggia a varcare la soglia e a contemplare con occhi affascinati e commossi la méta ultima e definitiva, il sole senza tramonto che illumina e fa bello il presente» [Benedetto XVI, Incontro con gli artisti, 21 novembre 2009].

E’ questo un inno che Benedetto XVI, in continuità con Paolo VI e Giovanni Paolo II, ha tributato alla bellezza vera. Ma troppo spesso, però, la bellezza che viene propagandata è illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento e, invece, di far uscire gli uomini da sé e aprirli ad orizzonti di vera libertà attirandoli verso l’alto, li imprigiona in se stessi e li rende ancora più schiavi, privi di speranza e di gioia. Si tratta di una seducente ma ipocrita bellezza, che ridesta la brama, la volontà di potere, di possesso, di sopraffazione sull’altro e si trasforma, ben presto nel suo contrario, assumendo i volti dell’oscenità, della trasgressione o della provocazione fine a se stessa. L’autentica bellezza, invece, schiude il cuore umano alla nostalgia al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’Altro, verso l’Oltre di sé. Se accettiamo che la bellezza ci tocchi intimamente, ci ferisca, ci apra gli occhi, allora riscopriamo la gioia della visione, della capacità di cogliere il senso profondo del nostro esistere, il Mistero di cui siamo parte e da cui possiamo attingere la pienezza, la felicità, la passione dell’impegno quotidiano.

Autore: Oliosi, don Gino Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it