DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
V° Anniversario dell'elezione di Papa Benedetto XVI Omelia di Mons. Luigi Negri
Sia lodato Gesù Cristo.
Lo Spirito Santo del Signore ci educhi a vivere il gesto profondo, semplice e drammatico di affezione incondizionata al Santo Padre Benedetto XVI, nella gratitudine al Signore e allo Spirito che lo hanno scelto come guida certa e amabile di tutta la Chiesa. Il brano tratto dal Vangelo di San Giovanni, che la Chiesa ci ha fatto proclamare ieri, racconta la concretezza di una esperienza vissuta, il formarsi della funzione di Pietro e di tutti i suoi successori. Così si rivolse a lui il Signore: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene» (Gv 21,15). Per tre volte la risposta di Pietro è stata senza incertezze, senza condizionamenti ed egli ha amato non sul presupposto della sua intelligenza: molte volte infatti nei brani del santo Evangelo emergono delle difficoltà di comprensione del mistero di Cristo. Lui che nel breve spazio di poche ore, nel momento tragico del tradimento, tre volte aveva rinnegato il Signore, non ha amato sul presentimento dell’intelligenza o sulla previsione di una forza. E il Signore, presenza definitiva nella vita di Pietro, ha accettato il bene incondizionato che gli veniva offerto.
Per Pietro non c’era altro che Cristo, non poteva esserci altro che Cristo, che avrebbe giudicato i suoi errori, soprattutto che li avrebbe perdonato, che nei Suoi confronti lo avrebbe rimesso continuamente nell'atteggiamento giusto. Atteggiamento della fede, cioè dell’ amore, perché in Pietro la fede è amore e raggiunge il massimo della profondità, della semplicità, il massimo della chiarezza. Pietro per parte sua è la roccia di questo amore che diventa dedizione al popolo di Dio nella misura in cui la sua vita è dedita al mistero di Cristo. La vita di Pietro è dunque la funzione di Pietro, è la responsabilità affidatagli di rappresentare il Signore, di renderLo presente nel Suo popolo come fondamento e contenuto della fede, di renderLo presente come forma di vita nuova, di comunione vissuta, di carità vissuta, come la grande presenza da sperimentare e proporre a tutti gli uomini.
Fin dai primi decenni della vita della Chiesa il Vescovo di Roma è già significativamente riconosciuto come colui che ha la responsabilità di guidarla nell'unità e nella carità. Succede immediatamente e direttamente a Pietro, ogni Papa è suo successore, chiamato quindi a rivivere l’amore incondizionato a Cristo e la totale dedizione alla Chiesa. Ogni Papa custodisce l’unità della fede, l’unità della comunione e rende, con la sua presenza, la Santa Chiesa di Dio nella varietà delle sue forme, dei suoi modi, delle sue comunità, delle sue esperienze. Senza l’unità in Pietro non esisterebbero la Chiesa e la sua obiettiva unità, sarebbe rimasta interdetta la capacità di convivenza fra questa radicale unità e la varietà delle forme con cui è stata vissuta nel corso dei secoli. Per questo, quando la Chiesa aveva forse una maggiore consapevolezza del suo mistero di comunione con Cristo e di missione verso gli uomini, il nome del Papa veniva pubblicamente preceduto dall'espressione misteriosa e profondissima Santità di Nostro Signore Gesù Cristo. Con la sua vita umana, col suo temperamento, con la sua storia, con la sua cultura, il Papa rendeva e rende ancora presente, qui ed ora, la santità di Nostro Signore Gesù Cristo. Serve in modo assolutamente personale questo mistero di dedizione a Cristo e alla Chiesa.
Questa sera guardiamo così Benedetto XVI, il grande Papa che il Signore ci ha dato in un grave periodo della vita della Chiesa e dell'umanità. Colui che seppe presentarsi al mondo con infinita umiltà, come un lavoratore nella vigna del Signore senza altri meriti se non quello di aver seguito puntualmente, appassionatamente, quotidianamente e ordinatamente i compiti che la Chiesa, in una delle stagioni della sua vita e del suo servizio ecclesiale, gli aveva proposto. Questo umile operaio della vigna del Signore è apparso fin dall’inizio, e in ogni istante della sua testimonianza, come una personalità gigantesca nella dedizione a Cristo, inflessibile nella proclamazione e nel continuo ritorno a Cristo, nella continua proclamazione del Figlio di Dio incarnato, unica possibilità di verità e di salvezza per gli uomini di tutti i tempi.
In questi cinque anni la proclamazione del Signore e la presentazione del mistero della Sua morte e resurrezione, attraverso cui ciascuno è chiamato a sperimentare concretamente la redenzione, hanno occupato interamente le preoccupazioni del Sommo Pontefice, fino ad aver trovato una forma di comunicazione inedita e per certi aspetti eccezionale. Le pagine del volume su Gesù di Nazareth lo hanno visto impegnato nello sforzo di ripresentarne la storicità come qualche cosa di indiscutibile contro le troppe tentazioni di sostituirla con la pertinenza dei messaggi o degli atteggiamenti morali. Colpisce la fermezza di Benedetto XVI nel proclamare il Signore, nel difendere la coscienza autentica del mistero di Cristo dinnanzi alle riduzioni, alle devianze che affliggono il corpo della Chiesa, anzitutto nei punti che si vogliono più acculturati o che si presentano come tali; nel difendere il mistero di Cristo che incontra l'uomo, il cristianesimo, cioè l'incontro con Cristo e non dunque una idea religiosa, non un programma etico, ma l'incontro con la Sua persona da seguire e da amare senza porre condizioni.
Nella fede, in questa sequela del mistero di Cristo riproposto con radicalità e compiutezza nella difesa dell'organismo del dogma della Chiesa cattolica, il Papa rivela in maniera straordinaria una corrispondenza, la corrispondenza fra Cristo e il cuore dell'uomo e la sua attesa. Egli proclamando l’ avvenimento di grazia e di dono dell'irruzione della misericordia del Signore Iddio dentro la nostra vita, lo declina al contempo come accoglienza incondizionata, come riedificazione, come possibilità per l'uomo di approfondire e vivere integralmente la sua umanità.
Cristo non toglie nulla, restituisce tutto, per di più con una misura oltre ogni misura, oltre ogni previsione, oltre ogni ristrettezza, ogni diffidenza, facendo fiorire l'umanità in tutte le sue dimensioni, i suoi aspetti. Pensate a quanto Benedetto XVI ci ha insegnato negli ultimi cinque anni relativamente alla ragione, alla larghezza della ragione, all’uso nuovo, ampio, umano della ragione, che proprio nell'impatto con il Signore è chiamata a ritrovare la sua natura profonda, la sua vera grandezza, il suo intimo desiderio di misurarsi col mistero e di non chiudersi in se stessa, magari inseguendo inutilmente un’ adeguata conoscenza scientifica della realtà o la manipolazione tecnologica di essa fino della realtà degli uomini che ci circondano. È davvero una redenzione la grande restituzione dell’uomo alla sua vera natura, alla sua vera identità in una esaltazione che diventa esperienza positiva e bella.
Il Papa Benedetto affermando che solo la vita di chi crede è una vita bella ed è povera e brutta quella di chi invece -negando il mistero di Cristo- fa apostasia da Cristo, smarrisce il senso della sua identità ed è renitente a vivere una vita autenticamente umana e quindi gioiosamente cristiana, ha sfidato l’umanità. Lo ha fatto ancora un volta nella proclamazione del mistero di Cristo, nella difesa dell’ unità della Chiesa affermata e vissuta come posizione di tutte le esperienze che intendono riconoscersi così rappresentate e significate dal Padre.
È insieme una testimonianza amabile e impossibile da non amare: con tutta evidenza diventa in lui cambiamento, insegnamento a tutti i cristiani di come la nostra umanità possa cambiare nell'esperienza della fede in Cristo e, soprattutto, di quanto possa essere singolarmente bella la vita dei cristiani. D’altronde che l’esperienza della bellezza e pertanto dell'arte è la sintesi suprema della verità, lo splendore della verità, ce lo ha insegnato in modo puntuale ed elementare Benedetto XVI stesso in ripetuti interventi.
Questo è il Papa che ci guida, irremovibile nei principi, nella difesa dell’ unità della Chiesa cattolica, nel tentativo di raccogliervi dentro tutte le esperienze che accettano di riconoscere e di vivere questa unità, nel tentativo infine di contraddire in maniera esplicita i pregiudizi, le prove di discriminazione reciproca all’interno della Chiesa. È il Papa che vuole di recuperare la varietà dell’esperienza del cattolicesimo all’umiltà, garanzia della valorizzazione di tutte le differenze.
Eppure l’ inflessibilità sul dogma e sulla morale, la sua difesa appassionata di una concezione nuova della vita personale e sociale (mirabilmente sintetizzata nell'insegnamento sui valori non negoziabili, che nessuna presenza cristiana potrà mai mettere in discussione, pena l’inincidenza della Chiesa sul piano della cultura e della società) questa inflessibilità -dicevamo- ha il volto dell'uomo mite che non ha altra forza che la saldezza dei principi, dove la verità si fa carità. La terza Enciclica, Caritas in Veritate, con la necessaria sintesi, con quella essenziale circolarità fra carità e verità, è certamente uno dei punti più alti del suo magistero.
In lui questa sera ci rifugiamo, convinti che il nostro è un abbraccio profondamente critico, intento cioè a capire che cosa egli sia nella vita della Chiesa in questo momento, quale sia la sua funzione, quale la sua testimonianza, la sua sofferenza, il suo martirio. Ai successori dell'apostolo Pietro, il Signore infatti molte volte non ha risparmiato il martirio. Similmente a Benedetto XVI, nella Sua imperscrutabile volontà, non sta risparmiando un’esistenza che -come ho ribadito in più circostanze- dal martirio è tutta intensamente segnata. Non sta risparmiando una testimonianza della Verità e della Libertà cristiana che spezza la sua vita, la sua sensibilità, spezza la sua intelligenza, e più di ogni altra cosa il suo cuore.
Noi lo abbracciamo perché riteniamo che senza di lui tutto è finito. Un grande laico, Marcello Pera, mi ha scritto una frase che mi sono permesso di ricordare nella lettera aperta al Santo Padre: “ma come è possibile che un miliardo di cristiani assistano impotenti e silenziosi a questo tentativo di distruzione dell’ immagine e della presenza del Papa, senza capire che se cade non c'è più salvezza per nessuno?”
Di certo il Papa non cade, non può cadere, non cadrà, è difeso singolarmente e totalmente dal mistero e dalla protezione di Cristo. Tuttavia in questo frangente noi dobbiamo sentirci chiamati a testimoniargli la nostra incondizionata devozione perché del suo insegnamento viviamo, della sua testimonianza viviamo. Dalla sua testimonianza siamo ogni giorno confortati, nella straordinaria esperienza di cambiamento della vita, senza la quale non avrebbe nessun senso non solamente il cristianesimo, ma la vita umana. Se il Signore non ci avesse redento non sarebbe valsa la pena di nascere. Questa grande espressione di Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano, trova una sua icastica conferma nella vita, nella testimonianza e nella presenza di Benedetto XVI.
Siamo certi, fratelli miei, che questo nostro gesto, vissuto in comunione profonda con lui, in unità totale con lui, è certamente un vanto. D’altro canto la Chiesa della Diocesi di San Marino- Montefeltro, anche quando era unicamente Diocesi del Montefeltro, è stata sempre caratterizzata da una granitica ed indiscussa fedeltà a Roma, tanto che il Papa ha sempre potuto contare sui suoi Vescovi e sulla loro comunione con il Pontefice. In forza di questa grande tradizione che ci precede, ci sostiene e ci conforta diciamo a Benedetto XVI -come una volta gli ho scritto- che saremmo disposti a dare la vita per lui. La nostra Chiesa è disposta a dare la vita perché il Papa è la rappresentanza viva e concreta del mistero del Signore Gesù Cristo e della comunità cristiana, che è misteriosamente e radicalmente connessa con l'unità della Chiesa da Pietro significata. Ebbene, perché questa realtà ci sia ed esista e continui a sostenere il cammino dei cristiani, siamo disposti a mettere in gioco tutto, anche la nostra vita, affinchè il Papa possa essere perennemente il punto cardinale della nostra intelligenza e del nostro cuore, il sostegno della quotidiana fatica e il testimone di Cristo agli uomini di questo tempo.
Che il Signore Gesù ci consenta dunque di partecipare alla letizia della vita cristiana, di partecipare finalmente all’espressione del Salmo la cui verità si lascia comprendere nel Papa: “Il Signore sta sempre dinanzi ai miei occhi: se sta alla mia destra non vacillerò. Per questo è lieto il mio cuore”. (Salmi 15,9)
E così sia.
+Luigi Negri
Vescovo di San Marino-Montefeltro
http://www.diocesi-sanmarino-montefeltro.it/default.asp?id=343&id_n=1591
Mons. Negri scrive al Santo Padre: Dal Magistero una necessaria riforma intellettuale
la menzogna e la violenza diabolica si avventano, ogni giorno, sulla Sua Sacra Persona.
Lei vive di fronte a tutta la Chiesa una singolarissima partecipazione alla Passione del Signore Gesù Cristo.
Di fronte alla Chiesa e al mondo Lei sta percorrendo “la via dolorosa”. Ci senta accanto a Lei, con un affetto infinito e con la volontà di confortare, per quanto possiamo, questo suo dolore. Nel suo dolore, Santità, vibra già tutta la potenza di Dio che, in questo dolore e per questo dolore, vince oggi il male del mondo.
Un grandissimo e comune amico, il Presidente Marcello Pera, mi ha scritto in questi giorni: com’è possibile che un miliardo di cristiani assistano in silenzio ed impotenti al tentativo di distruggere il Papa, senza rendersi conto che dopo questo non ci sarà più salvezza per nessuno.
Santità, è necessario che tutti noi lavoriamo, sotto di Lei, ad una grande riforma dell’intelligenza e del cuore della Chiesa, fondata sull’adesione incondizionata al Suo Magistero.
Solo questo può approfondire il senso della nostra dignità, di fronte a noi stessi e al mondo, e dell’ inderogabile compito della missione, che ci è conferito dal nostro battesimo.
Troppe cattive teologie, troppi vacui esegetismi, molte volte in polemica esplicita con il suo Magistero, avviliscono oggi la cultura della Chiesa.
A questa grande riforma dell’intelligenza e del cuore della Chiesa seguirà necessariamente una vera riforma morale, premessa di una nuova fioritura di santità. E cosi rifiorirà la missione della Chiesa in questo mondo, forte, lieta e sacrificata. Nei momenti più gravi della sua storia, la Chiesa ha sempre sperimentato tutto questo. Oggi, come allora, accoglieremo la grazia di questa sofferenza per vivere anche più profondamente le nostre responsabilità.
Santità Lei conosce i nostri cuori, sa che ci stringeremo in un abbraccio alla Sua Persona, pronti a morire per Lei e per la Chiesa.
Santità perdoni il nostro ardire e ci benedica.
27 Marzo 2010
*Vescovo di San Marino-Montefeltro
Monsignor Negri: se non parlano i vescovi contro la cultura della morte, chi lo farà?
Monsignor Luigi Negri, 67 anni, ciellino, già docente di Introduzione alla teologia e Storia della filosofia alla Cattolica di Milano ripete spesso, con la dovuta umiltà, di voler guidare la piccola ma prestigiosa diocesi di San Marino-Montefeltro un po’ come il “Leone di Münster”, monsignor Clemens August von Galen, guidava ai tempi del nazismo la sua diocesi: nel nome di “una fede che non si riduce a privato” – disse di lui Benedetto XVI – non ebbe paura di esprimersi pubblicamente contro Hitler.
E paura non ne ha avuta, tre giorni fa, neppure Negri quando, uscita su Avvenire la notizia che in Emilia-Romagna il sei per cento degli aborti avviene con la pillola Ru486 somministrata in day hospital, ha dichiarato: “Si tratta di operazioni di bassa macelleria”. E ancora: “E’ incredibile che si possa definire, come hanno fatto nella nostra regione, l’espulsione del feto come una mestruazione particolarmente copiosa”. Ma “fra qualche mese anche i nostri cittadini andranno alle urne. Spero che molti si ricorderanno di queste agghiaccianti statistiche”.
Non è col Foglio che Negri intende parlare in ecclesialese. Piuttosto intende chiamare le cose col nome loro perché, dice, “è arrivato il tempo di capire bene cosa significhino per il paese, a livello culturale e antropologico, candidature come quella di Emma Bonino nel Lazio”.
E ancora: “Se non cominciamo noi vescovi a parlare chiaro, chi lo farà nella chiesa?”. Negri parte da lontano: “Conosco bene – dice – certe forme di radicalesimo. Ricordo di aver assistito da vicino, da studente al liceo Berchet di Milano, alla nascita del primo centro culturale del radicalesimo italiano. Nacque all’inizio degli anni Sessanta. L’occasione fu l’opposizione al vescovo di Prato monsignor Piero Fiordelli.
Questi aveva denunciato come ‘pubblici peccatori e concubini’ due giovani che si erano sposati in comune. Per questo motivo venne condannato a un anno di reclusione. Altri tempi, certo. Ma è un esempio per dire che ha radici lontane in Italia un certo tipo di radicalesimo che altro non vuole fare se non proporre in modo chirurgico e preciso una cosa: quella che Giovanni Paolo II chiamò nell’Evangelium vitae la cultura della morte. Sono quarant’anni che in Italia assistiamo al tentativo di espropriazione della nostra cultura popolare e della nostra tradizione cattolica. E non mi pare che questo tentativo sia terminato”.
Per rimanere sul tema “parlare senza giri di parole”, così Negri descrive le caratteristiche di questa “cultura della morte”: “Immoralismo come nuova moralità. Vita affettiva ridotta a puro meccanismo sessuale, un meccanismo da controllare secondo la logica dell’istintualità, a ciò che pare e piace. Equivalenza tra omosessualità ed eterosessualità. Disprezzo dichiarato per la vita: dicono che gli embrioni sono soltanto un grumo di cellule. Liberalizzazione delle droghe. Disprezzo per ogni forma di legge morale”.
E ancora: “Qualunque sia il nome col quale vogliamo definire questo tipo di cultura, questo tipo di radicalesimo, non possiamo dimenticare che la sua volontà è una, ed è quella di distruggere la chiesa. E’ quella stessa volontà che Voltaire riassunse nel motto ‘Ecrasez l’infame’, ‘Schiacciate l’infame’, dove l’infame altro non è che la chiesa cattolica”.
Già la chiesa. Le sue posizioni sono chiare. La cultura che intende difendere è ben esplicitata nei magisteri papali, ultimi quelli di Montini, Wojtyla e Ratzinger. Ma quando poi la battaglia da ideologica diviene pratica non tutto risulta chiaro. Dice Negri: “La domanda è: perché di fronte a questa cultura dichiaratamente in opposizione a quanto la chiesa sostiene parte del mondo cattolico si mostra privo di atteggiamento critico? Perché per alcuni cattolici la candidatura di una radicale può sembrare in fondo non così diversa da quella di un qualsiasi altro politico? E’ la stessa domanda che mi sono posto anch’io dopo aver letto l’inchiesta del Foglio a Viterbo che ha evidenziato come per molti cattolici non è un problema la candidatura della Bonino nel Lazio.
Mi sono risposto una cosa: se facessimo la medesima inchiesta in altre regioni, vorrei dire in tutte le regioni d’Italia, il risultato sarebbe lo stesso di Viterbo. Perché il dato è uno e chiede d’essere guardato: stiamo crescendo generazioni assolutamente incapaci di giudizio critico sulle cose. Leggendo l’inchiesta del Foglio mi è venuto in mente quel versetto della Bibbia, Geremia 31, dove si dice: ‘I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati’. Mi domando: siamo stati capaci di favorire in questi anni l’espressione di una vera cultura della fede? Abbiamo promosso quell’antropologia adeguata sulla quale più volte tornò Giovanni Paolo II? Oppure è cresciuta tra noi, sotto i nostri occhi, una generazione per la quale il dialogo viene prima dell’identità? A volte sembra che il dialogo che impostiamo con chi non crede altro non sia che una resa senza condizioni. Nel nome del dialogo ci dimentichiamo chi siamo. E dimenticandoci chi siamo sono sempre gli altri ad avere ragione, ad avere la meglio”.
Allora cosa fare? Per Negri occorre ricominciare, ripartendo da quanto Benedetto XVI e la conferenza episcopale italiana continuano a sottolineare: “Sono dieci anni che i vescovi parlano di emergenza educativa. Occorre lavorare tutti su questa emergenza perché soltanto in questo modo i cattolici di oggi e di domani potranno imparare a discernere, giudicare, difendere la propria identità.
Soltanto in questo modo i cattolici potranno capire che è arrivato il tempo di uscire dalla notte in cui tutte le vacche (tutte le identità) sono nere (hanno lo stesso colore). Un tempo, insomma, in cui anche il discernimento sui candidati alle elezioni sarà più semplice”.
Pubblicato sul Foglio martedì 26 gennaio 2010
Riscopriamo il vero significato del Natale. Mons. L. Negri
Hanno accompagnato il mio cammino di questi mesi prima del Natale i brani di alcune lettere che S. Ignazio di Antiochia ha scritto ad alcune Chiese dell’Asia minore e a quella di Roma nel suo cammino verso il martirio, da lui amato come termine del suo personale rapporto di amore con il Signore. Questa grande personalità ecclesiale, che la tradizione cristiana ha considerato per secoli un quasi-apostolo e che, secondo le ultime indagini della scienza storica, pare abbia esercitato proprio nei lunghi mesi del suo avvicinamento a Roma, la funzione di Papa della Chiesa universale, scrive ai cristiani di Tralle un brano di assoluta chiarezza e di perentoria attualità. È da questo che intendo partire per introdurmi all’attualità del Natale.
«Chiudete le orecchie quando qualcuno vi parla d’altro che di Gesù Cristo, della stirpe di David, figlio di Maria, che realmente nacque, mangiava e beveva, che fu veramente perseguitato sotto Ponzio Pilato, che fu veramente crocifisso e morì al cospetto del cielo, della terra e degli inferi, e che poi realmente è risorto dai morti. Lo stesso Padre suo lo fece risorgere dai morti e farà risorgere nella stessa maniera in Gesù Cristo anche noi, che, crediamo in lui, al di fuori del quale non possiamo avere la vera vita».
Il Natale 2008, come del resto il Natale 2007, sarà per tanti cristiani e non cristiani, quindi per l’intera società, il ritorno di una consuetudine largamente prevista e addirittura tollerata nella struttura impietosa e disumana di questa società. Una parentesi, nella quale cristiani e no si prodigano a ritrovare i sentimenti della loro infanzia, i sentimenti e le aspirazioni dimenticati da anni, qualche residuo di bontà che fa aprire almeno il giorno di Natale le case e le istituzioni ai poveri, come se il problema fosse un pasto dignitoso a Natale.
Il Natale come una caramella: la si assapora, la si succhia, si scioglie e qualche istante dopo non rimane più niente. Non dico che non ci siano cose buone o momenti significativi o testimonianze di benevolenza contro l’orrore dei rapporti quotidiani, retti solo da logiche di potere e di sopraffazione, ma il Natale cristiano non è questo.
Il Natale è la venuta di Dio nella carne: e Dio non è venuto “nella nostra carne mortale”, come dice sant’Agostino, per costruire una precaria parentesi buonista in una società rigida e ferrigna ma per costruire in sé l’uomo nuovo ed il mondo nuovo.
Perché accettiamo che il Natale diventi questa piccola e meschina caricatura? Perché il nostro cuore è malato o meglio perché, come dicevano i profeti, “il nostro cuore è lontano da Dio”.
Il popolo cristiano è quasi “costretto” a partecipare, impotente, a un fenomeno terribile che dura da secoli e che si sta compiendo sotto i nostri occhi. Benedetto XVI ha avuto il coraggio di chiamarlo con il suo nome e cognome: l’APOSTASIA DA GESÙ CRISTO.
Il peccato mortale della cristianità di oggi è la mancanza di fede, non come intenzione morale o sentimentale, ma come mentalità. Dove la fede raggiunge la sua pienezza e la sua maturità: quando diviene cultura.
Quanti cristiani di oggi, ecclesiastici e laici, vecchi e giovani, proclamano con orgoglio ed entusiasmo quel numero 423 del Catechismo della Chiesa Cattolica, in cui è stato genialmente sintetizzato il contenuto reale ed esauriente della fede?
«Noi crediamo e professiamo che Gesù di Nazareth, nato ebreo da una figlia d’Israele, a Betlemme, al tempo del re Erode il Grande e dell’imperatore Cesare Augusto, di mestiere carpentiere, morto crocifisso a Gerusalemme, sotto il procuratore Ponzio Pilato, mentre regnava l’imperatore Tiberio, è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, il quale è «venuto da Dio» (Gv 13,3), «disceso dal cielo» (Gv 3,13; 6,33), venuto nella carne; infatti «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. [...] Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia» (Gv 1,14.16)».
Gesù Cristo non è uno dei contenuti fondamentali della fede, che trova la sua collocazione in rapporto ad altre certezze o valori che gli sono equivalenti: Gesù Cristo è il contenuto fondamentale e totalizzante della fede. Credere vuol dire credere in Gesù Cristo Figlio di Dio.
I Padri dei primi concili, quelli del IV e del V secolo, hanno formulato in modo diverso una grande verità nella quale si riconosceva tutto il popolo cristiano: chiunque nega che uno di noi (cioè l’uomo Gesù Cristo) è Uno della Trinità, sia scomunicato.
Il Cristianesimo è dunque l’incarnazione di Dio nell’uomo Gesù Cristo; non Dio che si collega ad un uomo ma che diventa un uomo, in un’unica persona in cui vivono in piena comunione la totalità della divinità e la totalità dell’umanità.
Ma poiché un uomo diventa uomo perché nasce dal ventre di una donna, il Natale ci ricorda con puntualità e precisione anagrafica e carnale che il Figlio di Dio, Gesù Cristo, è nato a Betlemme, dalla Vergine Maria. E quella nascita, piccola e casuale come tutte le nascite umane, segnata da precisi condizionamenti, come il rifiuto a poter nascere in una casa di uomini, è già l’inizio dell’unico grande sconvolgimento della storia e del cosmo: la venuta di Dio sulla terra.
Nel Bambino Gesù, verso cui va da 2000 anni l’affezione profonda e totale di tante generazioni cristiane, è già contenuta l’identità del Redentore: così che ogni gesto, anche faticoso, dell’inizio della vita di un uomo si carica della pienezza e della definitività del mondo nuovo di Dio, che nasce nel mondo vecchio e miserevole degli uomini.
La Madre del Signore comprese tutto questo: dopo averlo generato dolorosamente dalla profondità del suo cuore e della sua carne e dopo averlo deposto nella mangiatoia e avvolto in poveri panni si prostrò ad adorare quel Dio cui aveva dato carne mortale. «La mira Madre in poveri / panni il Figliol compose, / e nell’umil presepio / soavemente il pose; / e l’adorò: beata! / innanzi al Dio prostrata, / che il puro sen le aprì» (A. Manzoni, Il Natale).
San Luca con grande attenzione e tenerezza ci ricorda l’infanzia del Signore, questo suo crescere e diventare uomo, in questa misteriosa comunione di una umanità che cresce nel tempo e nello spazio, unita ad una divinità che è da sempre e per sempre.
Che cosa mi aspetto per il mio Natale e per il Natale di tutti i cristiani? Che possiamo recuperare la radicale semplicità e la totalità della fede nel Bambino Gesù, cioè della fede nell’inizio della pienezza del mistero cristiano.
Solo così potremo cercare di opporci efficacemente alla terribile conseguenza dell’apostasia da Gesù Cristo, che è, ed è ancora Benedetto XVI ad insegnarcelo, l’APOSTASIA DELL’UOMO DA SE STESSO.
Il mondo è malato, assistiamo ogni giorno alle spaventose degenerazioni di questa multiforme malattia, che si possono sintetizzare in un’unica espressione: la bruttezza della vita.
Gli uomini sono costretti ad una vita brutta, senza dignità, senza responsabilità, senza creatività. Questa bruttezza non è vinta da qualche particolare “aggiustamento”: qualche impegno buonistico che rompa per qualche istante la logica devastante dell’egoismo e dell’istintivismo; qualche momento di solidarietà che riduca la logica ferrea dell’egoismo e della violenza. Dio non è venuto per qualche aggiustamento, Dio in Cristo è venuto per costruire quella bellezza che “sola salverà il mondo” (Norwid). La fede, ci ricordava Giovanni Paolo II, non è una appendice preziosa ma inutile della vita, ma la verità definitiva dell’esistenza.
Questo è tutto quello che la mia coscienza cristiana dice a me stesso e a tutti i cristiani e agli uomini di buona volontà per questo Natale 2008.
Un’ultima preghiera vorrei fare al Signore che nasce bambino: che aiuti la cristianità, ma soprattutto l’ecclesiasticità, a non essere complice di quel terribile fenomeno di gnosticizzazione della fede che è purtroppo in atto.
L’aveva già previsto, con tragica lucidità profetica, il grande Papa Paolo VI: «Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia».
Ci siamo dentro in pieno, solo la misericordia di Dio può salvarci. Ma la misericordia di Dio è la nostra forza. E nessuno ci fermerà in questa quotidiana testimonianza. “Tu, fortitudo mea”
Pennabilli, 3 novembre 2008
+ Luigi Negri
Vescovo di San Marino – Montefeltro
Il Timone
Ora la cultura scelga la via della vita. Di Mons. Luigi Negri
Pennabilli, 22 Novembre 2009
+Luigi Negri
Vescovo di San Marino-Montefeltro
Il Giorno, 23/XI/2009
La missione non è alternativa al dialogo. Di Mons. Luigi Negri
Il vescovo di San MarinoMontefeltro riflette sull'autentico impegno ecumenico e interreligioso: annunciando il Vangelo la Chiesa afferma la propria identità e può riconoscere quella degli interlocutori
di Mons Luigi Negri*
Tratto da Avvenire del 6 novembre 2009
È indubbio che attorno ai temi dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso si assommano oggi una serie di equivoci che rendono molto più faticoso il cammino della vita della Chiesa e l’assunzione della sua missione. Come ricordava l’arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, in un suo lucido intervento a un incontro fra i responsabili diocesani dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, occorre passare da un ecumenismo affettivo sentimentale, che in questi anni è servito a rimuovere le più evidenti difficoltà di pregiudizio o le distanze fra le posizioni religiose, a un ecumeniÈ smo «forte». È necessario, cioè, che ci sia una forte teologia dietro le interpretazioni della situazione ecclesiale in ordine all’ecumenismo, ma soprattutto per i tentativi pratici vanno intrapresi. Ora, la questione fondamentale sembra esser questa: un autentico impegno ecumenico e interreligioso, è possibile nella misura in cui si riduce, quando non si elimina totalmente, l’impegno missionario della Chiesa. Dialogo ecumenico e interreligioso sarebbero un’alternativa alla missione normale della Chiesa che, in quanto si presenta come missione, sembra peccare, per moltissimi operatori dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, di atteggiamenti invasivi, non rispettosi degli interlocutori. Si potrebbe dire: o missione o dialogo. Che è la posizione esplicitamente contraddetta da Giovanni Paolo II nella Ut unum sint e nella Redemptoris missio. L’altra la posizione obiettiva invece vede la capacità ecumenica e di dialogo interreligioso come espressione matura e significativa della vita e della missione. Non allora «o missione o dialogo», ma: «missione e quindi dialogo» (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio).
La missione, ci ha insegnato Giovanni Paolo II, è il dinamismo di «autorealizzazione» della Chiesa che diventa sempre più se stessa, quanto più vive il suo impegno ad annunciare Cristo come unica possibilità di salvezza all’uomo. La Chiesa non può vivere senza missione, pena la perdita della sua identità. La missione della Chiesa è riaprire continuamente il dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo. La Chiesa ha vissuto sempre la sua missione nelle circostanze più diverse della sua vita, nei momenti di gloria (come possono essere stati alcuni momenti della grande civiltà cristiana medioevale) o nell’orrore dei campi di concentramento o dei gulag, dove aderenti alle diverse confessioni cristiane e aderenti alle diverse religioni hanno sacrificato la vita per affermare la bellezza e la verità della fede contro la violenza del potere totalitario. Forse in quell’essere gomito a gomito di fronte al potere, in quel morire per l’affermazione di Cristo, sono state scritte le pagine migliori dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso. La questione è sostanzialmente questa: la Chiesa non perda di vista che la missione è il suo compito fondamentale. Questa missione è erga omnes, verso tutti gli uomini, e va proposta a tutti gli uomini come unica possibilità di salvezza, certamente nella libertà. Vale a dire: dalla libertà dei cristiani alla libertà dei loro interlocutori.
Uno dei maggiori costituzionalisti moderni, ebreo di stretta osservanza, il professor J. H. H. Weiler, ritiene che l’espressione più significativa del magistero di Giovanni Paolo II in ordine alle questioni dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso sia proprio la Redemptoris missio. È interessante ricordare questa sua affermazione che per certi aspetti sembra risolvere in modo adeguato tante questioni ancora aperte: «L’affermazione senza compromessi della verità, quella verità che potrebbe sembrare offensiva, è necessaria proprio per l’unicità della mia identità. Ma, al tempo stesso, è un’affermazione dell’alterità dell’Altro. È un riconoscimento della sua Alterità, della sua identità. In questo senso, è profondamente rispettosa di lui, è precisamente ciò che fa di lui lui e di me me».
*vescovo di San Marino-Montefeltro
Avvenire 8 novembre 2009
«Frutto del peggiore laicismo»
La vicenda di Strasburgo nella sua brutalità è anche una conseguenza di troppo irenismo che attraversa il mondo cattolico da decenni, per cui la preoccupazione fondamentale non è la nostra identità ma il dialogo ad ogni costo, andare d’accordo anche con le posizioni più distanti. Questo rispetto della diversità delle posizioni culturali e religiose, sostenuto dall’idea di una sostanziale equivalenza fra le varie posizioni e religioni, che fa perdere al cattolicesimo la sua assoluta specificità. Un irenismo, un aperturismo, una volontà di dialogo a tutti i costi che viene ripagata nell’unico modo in cui il potere mondano ripaga sempre questi scomposti atteggiamenti di compromesso: con il disprezzo e la violenza.
È necessario rinnovare la coscienza della propria identità, della propria specificità come evento umano e cristiano nei confronti di qualsiasi altra posizione, ed attrezzarci a vivere il dialogo con tutte le altre posizioni, non sulla base di una smobilitazione della propria identità ma come espressione ultima, critica, intensa della nostra identità.
Alla fine risulterà forse una prova significativa, una prova che può formare, una prova attraverso la quale - come spesso ci viene ricordato dalla tradizione dei grandi Padri della Chiesa -, Dio continua ad educare il suo popolo. Ma occorre che il giudizio sia chiaro e non ci si fermi a reazioni emotive ma si legga in profondità il compito che abbiamo davanti: recuperare la nostra identità ecclesiale e impegnarci nella testimonianza di fronte al mondo.
L’avvenimento ha colpito profondamente il Vescovo e la Chiesa di San Marino-Montefeltro; il giorno 12 novembre p.v. alle 18,30, nel Santuario del Crocifisso di Talamello, il Vescovo guiderà una Liturgia di riparazione nei confronti di quello che, obiettivamente, è un gesto di rifiuto nei confronti del Crocifisso. Nel contempo, nelle diverse realtà parrocchiali di tutta la Diocesi, i Parroci sono stati invitati a preparare questo momento attraverso opportune iniziative.
Pennabilli, 4 Novembre 2009
+ Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro
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