DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Splendida catechesi del Papa sul ministero del presbitero: egli annuncia la Verità che, in un serio cammino di fede, lo ha afferrato e trasformato

Dal Papa le uniche parole di verità, per non cadere nella pedofilia spirituale, la peggiore, l'imperdonabile


Quante parole per commentare, difendere, spiegare qualcosa che invece è molto semplice. Lo scandalo e il tumulto derivante dalla pedofilia insinuatasi nel clero ha una radice inequivocabile: lo smarrimento della Grazia che chiama e costituisce il presbitero. E, con essa, la perdita o l'immaturità della fede. La secolarizzazione della società penetrata anche nella Chiesa ha certo contribuito allo sviluppo del triste fenomeno, ma da sola non basta a spiegare. Mettere sotto accusa il Concilio Vaticano II non dimostra altro che l'ignoranza dello stesso, dei suoi testi sulla Chiesa e sul Ministero ad esempio. La severità e la trasparenza sono certo doverose ma, da sole, non risolveranno nulla, perchè è tutt'altro il piano su cui si muovono la Chiesa ed i suoi Pastori. Il piano misterioso e celeste della Grazia. La catechesi del Papa sul ministero docente del sacerdote è, più e meglio d'ogni altra, parola chiara ed inequivocabile. Illumina il ministero e l'essenza del presbitero e così, in controluce, indica alla Chiesa il cammino futuro, ed insieme antico. Diocesi e parrocchie, movimenti e nuove comunità, seminari ed istituti di formazione hanno, nelle parole odierne del Pontefice, una sorta di manuale per un autentico rinnovamento del clero e, quindi, della Chiesa intera. Altre ne seguiranno le prossime settimane, come sempre semplici e dense. Disattenderle sarà l'ennesimo rifiuto della Grazia, di quel soffio dello Spirito senza il quale qualcosa di ancor peggio della pedofilia affliggerà la Chiesa ed il mondo intero. Perdere Cristo, il suo amore, la sua amicizia che generano libertà e umiltà, parresia e zelo, verità e misericordia sarebbe un peccato imperdonabile; sarebbe una vera e propria pedofilia spirituale, a violare, con la negligenza e l'accidia, il cuore di tutti i bambini di spirito indifesi che, per una Parola non annunciata, cadranno vittime del demonio. Nessun tribunale potrà allora giudicare un crimine così efferato come quello d'aver privato del Vangelo i piccoli della terra che attendono, schiavi nell'ombra del timore e della morte, il volto misericordioso di Cristo .

Antonello Iapicca Pbro



Il Signore ha affidato ai Sacerdoti un grande compito: essere annunciatori della Sua Parola, della Verità che salva; essere sua voce nel mondo per portare ciò che giova al vero bene delle anime e all’autentico cammino di fede
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Cari amici,

in questo periodo pasquale, che ci conduce alla Pentecoste e ci avvia anche alle celebrazioni di chiusura dell’Anno Sacerdotale, in programma il 9, 10 e 11 giugno prossimo, mi è caro dedicare ancora alcune riflessioni al tema del Ministero ordinato, soffermandomi sulla realtà feconda della configurazione del sacerdote a Cristo Capo, nell’esercizio dei tria munera che riceve, cioè dei tre uffici di insegnare, santificare e governare.

Per capire che cosa significhi agire in persona Christi Capitis - in persona di Cristo Capo - da parte del sacerdote, e per capire anche quali conseguenze derivino dal compito di rappresentare il Signore, specialmente nell’esercizio di questi tre uffici, bisogna chiarire anzitutto che cosa si intenda per “rappresentanza”. Il sacerdote rappresenta Cristo. Cosa vuol dire, cosa significa “rappresentare” qualcuno? Nel linguaggio comune, vuol dire – generalmente - ricevere una delega da una persona per essere presente al suo posto, parlare e agire al suo posto, perché colui che viene rappresentato è assente dall’azione concreta. Ci domandiamo: il sacerdote rappresenta il Signore nello stesso modo? La risposta è no, perché nella Chiesa Cristo non è mai assente, la Chiesa è il suo corpo vivo e il Capo della Chiesa è lui, presente ed operante in essa. Cristo non è mai assente, anzi è presente in un modo totalmente libero dai limiti dello spazio e del tempo, grazie all’evento della Risurrezione, che contempliamo in modo speciale in questo tempo di Pasqua.

Pertanto, il sacerdote che agisce in persona Christi Capitis e in rappresentanza del Signore, non agisce mai in nome di un assente, ma nella Persona stessa di Cristo Risorto, che si rende presente con la sua azione realmente efficace. Agisce realmente e realizza ciò che il sacerdote non potrebbe fare: la consacrazione del vino e del pane perché siano realmente presenza del Signore, l’assoluzione dei peccati. Il Signore rende presente la sua propria azione nella persona che compie tali gesti. Questi tre compiti del sacerdote - che la Tradizione ha identificato nelle diverse parole di missione del Signore: insegnare, santificare e governare - nella loro distinzione e nella loro profonda unità sono una specificazione di questa rappresentazione efficace. Essi sono in realtà le tre azioni del Cristo risorto, lo stesso che oggi nella Chiesa e nel mondo insegna e così crea fede, riunisce il suo popolo, crea presenza della verità e costruisce realmente la comunione della Chiesa universale; e santifica e guida.


Il primo compito del quale vorrei parlare oggi è il munus docendi, cioè quello di insegnare. Oggi, in piena emergenza educativa, il munus docendi della Chiesa, esercitato concretamente attraverso il ministero di ciascun sacerdote, risulta particolarmente importante. Viviamo in una grande confusione circa le scelte fondamentali della nostra vita e gli interrogativi su che cosa sia il mondo, da dove viene, dove andiamo, che cosa dobbiamo fare per compiere il bene, come dobbiamo vivere, quali sono i valori realmente pertinenti. In relazione a tutto questo esistono tante filosofie contrastanti, che nascono e scompaiono, creando una confusione circa le decisioni fondamentali, come vivere, perché non sappiamo più, comunemente, da che cosa e per che cosa siamo fatti e dove andiamo. In questa situazione si realizza la parola del Signore, che ebbe compassione della folla perché erano come pecore senza pastore. (cfr Mc 6, 34). Il Signore aveva fatto questa costatazione quando aveva visto le migliaia di persone che lo seguivano nel deserto perché, nella diversità delle correnti di quel tempo, non sapevano più quale fosse il vero senso della Scrittura, che cosa diceva Dio. Il Signore, mosso da compassione, ha interpretato la parola di Dio, egli stesso è la parola di Dio, e ha dato così un orientamento. Questa è la funzione in persona Christi del sacerdote: rendere presente, nella confusione e nel disorientamento dei nostri tempi, la luce della parola di Dio, la luce che è Cristo stesso in questo nostro mondo. Quindi il sacerdote non insegna proprie idee, una filosofia che lui stesso ha inventato, ha trovato o che gli piace; il sacerdote non parla da sé, non parla per sé, per crearsi forse ammiratori o un proprio partito; non dice cose proprie, proprie invenzioni, ma, nella confusione di tutte le filosofie, il sacerdote insegna in nome di Cristo presente, propone la verità che è Cristo stesso, la sua parola, il suo modo di vivere e di andare avanti. Per il sacerdote vale quanto Cristo ha detto di se stesso: “La mia dottrina non è mia” (Gv, 7, 16); Cristo, cioè, non propone se stesso, ma, da Figlio, è la voce, la parola del Padre. Anche il sacerdote deve sempre dire e agire così: “la mia dottrina non è mia, non propago le mie idee o quanto mi piace, ma sono bocca e cuore di Cristo e rendo presente questa unica e comune dottrina, che ha creato la Chiesa universale e che crea vita eterna”.

Questo fatto, che il sacerdote cioè non inventa, non crea e non proclama proprie idee in quanto la dottrina che annuncia non è sua, ma di Cristo, non significa, d’altra parte, che egli sia neutro, quasi come un portavoce che legge un testo di cui, forse, non si appropria. Anche in questo caso vale il modello di Cristo, il quale ha detto: Io non sono da me e non vivo per me, ma vengo dal Padre e vivo per il Padre. Perciò, in questa profonda identificazione, la dottrina di Cristo è quella del Padre e lui stesso è uno col Padre. Il sacerdote che annuncia la parola di Cristo, la fede della Chiesa e non le proprie idee, deve anche dire: Io non vivo da me e per me, ma vivo con Cristo e da Cristo e perciò quanto Cristo ci ha detto diventa mia parola anche se non è mia. La vita del sacerdote deve identificarsi con Cristo e, in questo modo, la parola non propria diventa, tuttavia, una parola profondamente personale. Sant’Agostino, su questo tema, parlando dei sacerdoti, ha detto: “E noi che cosa siamo? Ministri (di Cristo), suoi servitori; perché quanto distribuiamo a voi non è cosa nostra, ma lo tiriamo fuori dalla sua dispensa. E anche noi viviamo di essa, perché siamo servi come voi” (Discorso 229/E, 4).

L’insegnamento che il sacerdote è chiamato ad offrire, le verità della fede, devono essere interiorizzate e vissute in un intenso cammino spirituale personale, così che realmente il sacerdote entri in una profonda, interiore comunione con Cristo stesso. Il sacerdote crede, accoglie e cerca di vivere, prima di tutto come proprio, quanto il Signore ha insegnato e la Chiesa ha trasmesso, in quel percorso di immedesimazione con il proprio ministero di cui san Giovanni Maria Vianney è testimone esemplare (cfr Lettera per l’indizione dell’Anno Sacerdotale). “Uniti nella medesima carità – afferma ancora sant’Agostino - siamo tutti uditori di colui che è per noi nel cielo l’unico Maestro” (Enarr. in Ps. 131, 1, 7).

Quella del sacerdote, di conseguenza, non di rado potrebbe sembrare “voce di uno che grida nel deserto” (Mc 1,3), ma proprio in questo consiste la sua forza profetica: nel non essere mai omologato, né omologabile, ad alcuna cultura o mentalità dominante, ma nel mostrare l’unica novità capace di operare un autentico e profondo rinnovamento dell’uomo, cioè che Cristo è il Vivente, è il Dio vicino, il Dio che opera nella vita e per la vita del mondo e ci dona la verità, il modo di vivere.

Nella preparazione attenta della predicazione festiva, senza escludere quella feriale, nello sforzo di formazione catechetica, nelle scuole, nelle istituzioni accademiche e, in modo speciale, attraverso quel libro non scritto che è la sua stessa vita, il sacerdote è sempre “docente”, insegna. Ma non con la presunzione di chi impone proprie verità, bensì con l’umile e lieta certezza di chi ha incontrato la Verità, ne è stato afferrato e trasformato, e perciò non può fare a meno di annunciarla. Il sacerdozio, infatti, nessuno lo può scegliere da sé, non è un modo per raggiungere una sicurezza nella vita, per conquistare una posizione sociale: nessuno può darselo, né cercarlo da sé. Il sacerdozio è risposta alla chiamata del Signore, alla sua volontà, per diventare annunciatori non di una verità personale, ma della sua verità.

Cari confratelli sacerdoti, il Popolo cristiano domanda di ascoltare dai nostri insegnamenti la genuina dottrina ecclesiale, attraverso la quale poter rinnovare l’incontro con Cristo che dona la gioia, la pace, la salvezza. La Sacra Scrittura, gli scritti dei Padri e dei Dottori della Chiesa, il Catechismo della Chiesa Cattolica costituiscono, a tale riguardo, dei punti di riferimento imprescindibili nell’esercizio del munus docendi, così essenziale per la conversione, il cammino di fede e la salvezza degli uomini. “Ordinazione sacerdotale significa: essere immersi [...] nella Verità” (Omelia per la Messa Crismale, 9 aprile 2009), quella Verità che non è semplicemente un concetto o un insieme di idee da trasmettere e assimilare, ma che è la Persona di Cristo, con la quale, per la quale e nella quale vivere e così, necessariamente, nasce anche l’attualità e la comprensibilità dell’annuncio. Solo questa consapevolezza di una Verità fatta Persona nell’Incarnazione del Figlio giustifica il mandato missionario: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). Solo se è la Verità è destinato ad ogni creatura, non è una imposizione di qualcosa, ma l’apertura del cuore a ciò per cui è creato.

Cari fratelli e sorelle, il Signore ha affidato ai Sacerdoti un grande compito: essere annunciatori della Sua Parola, della Verità che salva; essere sua voce nel mondo per portare ciò che giova al vero bene delle anime e all’autentico cammino di fede (cfr 1Cor 6,12). San Giovanni Maria Vianney sia di esempio per tutti i Sacerdoti. Egli era uomo di grande sapienza ed eroica forza nel resistere alle pressioni culturali e sociali del suo tempo per poter condurre le anime a Dio: semplicità, fedeltà ed immediatezza erano le caratteristiche essenziali della sua predicazione, trasparenza della sua fede e della sua santità. Il Popolo cristiano ne era edificato e, come accade per gli autentici maestri di ogni tempo, vi riconosceva la luce della Verità. Vi riconosceva, in definitiva, ciò che si dovrebbe sempre riconoscere in un sacerdote: la voce del Buon Pastore.

La catechesi e il catechista nell’esperienza ecclesiale del Nuovo Testamento. di Ugo Vanni S.J.

1. «Catechizzare» nel Nuovo Testamento

Se ci chiediamo qual è la figura del catechista nel Nuovo Testamento, a un primo esame dei testi rischiamo di rimanere delusi.

Il termine «catechizzare» ricorre piuttosto raramente. Ma anche una prima occhiata a queste ricorrenze - 8 in tutto - ci dà subito un orientamento e permette una prima inquadratura del problema.

Si parla di una catechesi ricevuta e che deve essere ulteriormente approfondita, all'inizio del Vangelo di Luca (Lc 1,4). Se ne riparla negli Atti a proposito di Apollo: «facendo catechesi» (At 18,25), prepara, apre la via del Signore.

Paolo applica il termine a se stesso: dice di voler «catechizzare» nel senso di dare un vero insegnamento comprensibile e approfondito (1 Cor14,19). Parla di catechesi - «catechizzante e catechizzato» - come di una attività che si svolge nella Chiesa (cfr. Gal6,6) e richiede una reciprocità.

Accanto a questo uso cristiano, troviamo «catechizzare» in un contesto giudaico: Paolo ci parla del giudeo «catechizzato dalla legge» (Rom2,18) e quindi più responsabile. Due volte «catechizzare» è usato in senso neutro e profano col significato semplicemente di «informare ripetutamente» (cfr. At18.25; 21,21.24).

Ne viene allora un problema: catechesi - il senso greco da cui deriva Katecheo ha come senso fondamentale “riecheggiare” – significa risonanza. Si tratta di una notizia, di una dottrina, di un insegnamento destinati ad avere una certa eco in un ambiente, in una persona. La persona e l’ambiente reagiscono alla notizia, all’insegnamento, che trovano così una loro risonanza.
Che significa questa risonanza che si può avere anche in campo profano e giudaico, quando viene attuata in un contesto cristiano? Chi, cos’è propriamente ciò che “risuona”? Chi provoca la risonanza? Qual è l’ambiente in cui si realizza?

2. La catechesi «risonanza» di Cristo nella Chiesa

Luca parlandoci di catechesi, ci dice che il suo contenuto aveva per oggetto quanto avevano tramandato «i testimoni oculari e i servitori della parola» (Lc1,1): si tratta di Cristo. Luca stesso ce lo esplicita quando, all'inizio degli Atti, ci dice che si è interessato di «tutto ciò che Gesù cominciò a fare e a insegnare» (At1,1).

L'oggetto della catechesi è Cristo stesso.

E’ Lui che deve «risuonare». L'accuratezza di Luca che ci parla di fonti, di testimoni oculari e auricolari consultati, di indagini fatte con tutta precisione sempre intorno alla sua persona e alla sua opera, richiama questa prospettiva irrinunciabile. La catechesi deve esprimere Cristo e solo Lui, lo deve esprimere seriamente, con tutta l'accuratezza, la precisione che merita. Una catechesi che minimizzasse questa centralità cristologica, che parlasse di Cristo in maniera nebulosa, approssimativa: non sarebbe più all'altezza del suo oggetto.

Ma la catechesi - ci dice ancora Luca negli Atti - prepara, apre la strada. Non si contenta di annunciare Cristo con la dovuta serietà, ma, come suggerisce l'immagine della strada - una strada da percorrere fino a raggiungere la meta che si vuole - ha il compito di portare Cristo a contatto con gli uomini, con la loro situazione specifica, con la loro cultura. La via da percorrere li deve raggiungere dove sono. E l'annuncio di Cristo, avrà, a seconda delle situazioni concrete che raggiunge nell'ambiente culturale in cui è presentato, una sua risonanza specifica.

E quanto troviamo nella comunità della Chiesa primitiva.
Alcuni esempi di questa «risonanza» esaminati da vicino ci aiuteranno a comprendere meglio che cos'è la catechesi e qual'è la figura del catechista che l'annuncia.

3. La risonanza di Cristo nelle comunità giudaiche

Cominciamo dalle comunità che si sono formate nell'ambiente geografico di Gesù. Le possiamo ricostruire specialmente dal Vangelo di Matteo, dalla Lettera di Giacomo e anche dalla riscoperta recente di altri elementi
riguardanti le comunità giudaico-cristiane primitive.

La comunità del Vangelo di Matteo è particolarmente sensibile alla risonanza della catechesi. Aveva alle spalle, per quanto possiamo dedurre da un'analisi del Vangelo stesso, un'esperienza prolungata, condotta con passione e intelligenza, dei valori proposti dall'Antico Testamento. L'incontro con Cristo trova la comunità preparata e sensibilizzata. La novità del suo messaggio è tanto più apprezzata e gustata, in quanto toglie le lacune che l'Antico Testamento comportava e porta al massimo sviluppo i suoi valori.

Gesù - comprenderà con gioia la comunità - non è venuto ad abolire, ma a perfezionare (Mt5,17). Ne deriva un'insistenza particolare su quello che è un approfondimento comparativo dell'Antico e del Nuovo Testamento: si tratta cioè di comprendere e di far comprendere sempre di più e sempre meglio come l'Antico Testamento si salda con Cristo e viceversa.

Il Vangelo di Matteo - è stato detto - è il Vangelo del catechista. Potremmo aggiungere e precisare: è il Vangelo del catechista che si sente in funzione di una comunità la quale trova nello sviluppo ascendente e continuo della storia della salvezza l'aspetto che l'affascina di più.

Nell'ambiente giudaico dell'Antico Testamento era nota e aveva un'importanza determinante la figura dello scriba. Lo scriba dedicava le sue energie migliori alla parola di Dio rivelata: si trattava di capirla, di spiegarla, di insegnarla bene, per comprendere con precisione il punto di aggancio con l'uomo occorreva praticarla di persona. Ciò spesso non si verificava: sono tipiche del Vangelo di Matteo le parole di condanna drastica di Gesù per quegli scribi - molti di essi erano anche Farisei - che dividevano la parola di Dio dalla pratica di vita (Mt23,4-36). Non senza una punta di amarezza Gesù era costretto a dire alla gente: «sulla cattedra di Mosè si sono assisi gli scribi e i Farisei. Conservate ed eseguite tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo la loro condotta. Dicono, infatti, e non fanno» (Mt23,2-3). Lo scriba era il catechista dell'Antico Testamento.

Esiste una figura di catechista tipica nel Nuovo Testamento espressa dalla comunità di Matteo? Da quanto abbiamo visto, la risposta non può non essere affermativa. Troviamo, difatti, proprio nel Vangelo di Matteo un ritratto interessantissimo dello scriba-catechista cristiano. Gesù dopo aver espresso a lungo il suo insegnamento in parabole, termina con queste parole rivolte ai discepoli: «Avete compreso tutto questo? Risposero: sì.
Perciò ogni scriba ammaestrato in fatto di regno dei cieli è simile a un padre di famiglia che trae dal suo tesoro cose antiche e cose nuove» (Mt13.51-52).

L'immagine si riferisce allo scriba catechista e merita di essere analizzata da vicino. Lo scriba catechista ha un deposito, un «tesoro» a sua disposizione. Non è uno sprovveduto: ha accumulato, e in grande quantità, dottrina e esperienza. E che cosa c'è in questo deposito rifornito con abbondanza?
«Cose antiche e cose nuove»: si tratta del contenuto dell'AT e del Nuovo Testamento. Lo scriba catechista conosce l'Antico Testamento, conosce il Nuovo Testamento, è familiarizzato con l'uno e con l'altro al punto da poterli considerare un tesoro a sua disposizione. Questo tesoro è presentato agli altri momento per momento, situazione per situazione, persona per persona, con l'attenzione , la discrezione, la premura saggia di un padre di famiglia.

La chiesa giudaica, dicevamo, si esprime anche nella Lettera di Giacomo. Tutta la Lettera, potremmo dire, è un esempio di catechesi, espressa con lo stile appassionato, talvolta violento, tipico di Giacomo. Giacomo si sente catechista, maestro. Come tale si preoccupa di far vedere tutte le implicazioni ulteriori che, dopo il primo annuncio e una prima adesione, il messaggio di Cristo comporta nella vita di ogni giorno e di ogni uomo.

La risonanza del messaggio di Gesù ha un suo dinamismo irrinunciabile: deve tradursi nella pratica della vita vissuta, che Giacomo denomina «opere». Senza questa pratica, senza le opere, la prima adesione della fede subirebbe un'involuzione recessiva, morirebbe (Gc2,17).

Maestro convinto e appassionato, Giacomo parla di maestri in termini drasticamente chiari: «Non diventate maestri in molti, fratelli miei! Sappiate che avremo un giudizio più severo!» (Gc3,1). Giacomo avverte così acutamente la responsabilità dell'ufficio di maestro da averne quasi timore e si premura di mettere in guardia contro ogni entusiasmo facilone.

Ma Giacomo, pur svolgendo il suo ruolo di maestro catechista con questo senso di trepidazione, in fondo ne è contento. Ama tanto l'uomo da non potersi esimere, nonostante il rischio di un giudizio più severo, dall’insegnargli ad approfondire il messaggio di Cristo.

Un ultimo esempio della risonanza del messaggio di Cristo in un ambiente giudaico, lo troviamo nella vita di alcune comunità cristiane primitive fiorite soprattutto in Galilea. Alcune scoperte archeologiche recenti - come la «casa-chiesa» nell'abitazione di Pietro a Cafarnao e l'altra scoperta sugli scavi della basilica di Nazareth - hanno permesso di riscoprire alcune comunità cristiane primitive e di rivalorizzare quella che era una manifestazione della loro fede - una risonanza appunto - confluita nei Vangeli apocrifi e su altri libri del genere.

E una risonanza tipica interessante e stimolante; il messaggio di Gesù, le sue parole e perfino il mistero della sua persona sono espressi in termini di canto, di danze, nella forma di esempi e di racconti popolari. La catechesi non esita a diventare folklore.

4. La catechesi nelle comunità paoline

Diversa, più complessa ma - almeno sotto certi aspetti che vedremo - anche più interessante è la risonanza del messaggio di Cristo nelle comunità fondate da Paolo.

Sia negli Atti degli Apostoli che, a partire dal capitolo 16, ci presentano Paolo come protagonista attivo della chiesa missionaria, sia nelle lettere di Paolo il messaggio di Cristo, percorrendo la sua via fino a raggiungere gli uomini, non rimbalza sulla loro cultura, ma vi penetra dentro, vi si immedesima dando luogo a una «risonanza» nuova, anche rispetto all'ambiente giudaico-cristiano della Palestina.

Vediamo di fissarne alcuni aspetti. Le comunità in cui essa avviene hanno alle spalle una vita pagana da lasciare, e una mentalità, talvolta una cultura che invece dovevano essere conservate. Una volta chiarito il vero concetto di Dio (cfr.At17,22-29) veniva presentato il Vangelo (cfr.At17,30-31): veniva cioè annunciato il Cristo morto e risorto. L'accoglienza radicale di questo annuncio, senza pregiudiziali e senza condizioni, era l'apertura della fede.

Seguiva il battesimo e l'inizio di una trasformazione di tutta la vita - a livello individuale e collettivo - attuata sotto l'influsso dello Spirito. La «risonanza» caratteristica di queste comunità cristiane provenienti dal paganesimo, la loro dimensione propriamente catechetica comincia dal momento del battesimo.

Paolo lo ricorda con precisione. Scrivendo ai Corinti riconosce di aver la missione di «evangelizzare», di portare cioè alle genti il primo annuncio di Cristo, soltanto occasionalmente amministra il rito del battesimo. E quando il primo annuncio di Cristo ha già fatto presa su una comunità, Paolo si sente spinto dall'impegno specifico della sua missione ad andare altrove (Rom15,19-21). Paolo non è quindi propriamente un catechista, o, come lui si esprime non si sente «il carisma del maestro» (1 Cor 12,27-31). Ma è convinto che tale carisma non solo esiste, ma è indispensabile alla vita della comunità.

L'evangelizzatore - è l'immagine che Paolo usa - pone il fondamento dell'edificio. Dopo occorre costruire sopra. Questo lavoro di costruzione ulteriore è quello che poi ci dà l'edificio completo. È il lavoro proprio del catechista. A Corinto la figura che gli corrisponde di più è quella di Apollo che abbiamo già trovato impegnato a catechizzare negli Atti degli Apostoli. «Paolo pianta, Apollo irriga» viene detto (1 Cor3,6).

Il lavoro di Apollo suppone quello di Paolo. Ma anche il lavoro di Paolo evangelizzatore rimarrebbe una piantina senza sviluppo con il rischio addirittura di seccare o quanto meno di uno sviluppo stentato e parziale, senza il lavoro tipico di Apollo.

Ma, riprendendo l'immagine dell'edificio e sviluppandola, Paolo precisa ulteriormente la fisionomia del lavoro del catechista. “Secondo la grazia di Dio che mi è stata donata - così si esprime in 1 Cor3,10-15 - come un architetto competente ho gettato le fondamenta. Altri poi costruiranno sopra! Nessuno infatti può porre un fondamento diverso da quello posto che è Gesù Cristo”.

Il fondamento dell'annuncio di Cristo posto dall'evangelizzatore ha una sua esigenza di coerenza e di continuità. La costruzione che si fa sopra dovrà corrispondergli adeguatamente: «Se qualcuno costruendo anche sopra il fondamento con oro, argento, pietre preziose, oppure legno e canne, il lavoro fatto da ciascuno apparirà per quello che è: il giorno (del Signore) lo manifesterà».

Ci sarà una verifica, che Paolo collega col ritorno di Cristo, quando la storia della salvezza avrà raggiunto il suo culmine. Allora apparirà il valore genuino della costruzione fatta sopra il fondamento del primo annuncio di Cristo. Prendendo, secondo il suo stile ricco di sbalzi e spesso con sviluppi
imprevedibili, l'immagine del fuoco - si tratta di un'immagine: non c'è un riferimento all'inferno e neppure al purgatorio - collegata già nell'AT con le manifestazioni del Signore, Paolo prosegue e conclude: «Il giorno si manifesta col fuoco e sarà il fuoco a collaudare l'opera svolta da ciascuno, facendone vedere la qualità. Se il lavoro che uno, costruendo, avrà eseguito, rimarrà, questi ne riceverà la ricompensa. Se invece sarà distrutto dal fuoco, ne avrà un danno. Lui comunque si salverà, però come se passasse attraverso il fuoco».

Sul fondamento - allora - che è Cristo stesso è possibile costruire con un materiale valido e allora la costruzione reggerà. Ma si può avere anche l'illusione di costruire con del materiale scadente e non adatto. Allora prima o dopo - al più tardi nel giorno del Signore quando apparirà tutta la costruzione nella completezza - l'autenticità o meno del materiale usato si manifesterà.
Bisogna costruire. Non si può lasciare il fondamento solo. E la prima cosa da fare per poter costruire è la raccolta di un materiale di costruzione valido. Ciò comporta in termini realistici per il catechista un impegno serio a trovare ed esprimere creativamente nel suo ambiente culturale, quegli elementi che dovrebbero corrispondere a Cristo, inteso non più soltanto come fondamento, ma anche come costruzione che si vede.

Un lavoro del genere - oggi lo chiameremmo l'inculturazione del Vangelo - deve essere fatto anche se comporta dei rischi. C'è il rischio della approssimazione, oppure all'opposto dell'integrismo, quando si cerca nel Vangelo una ricetta già pronta per la soluzione cristiana dei problemi sociali e politici. C'è il rischio del gusto della facciata, del trionfalismo; c'è anche - e non va sottovalutato - il rischio di una miscela eterogenea nel materiale di costruzione, mettendo insieme alle esigenze del Vangelo di Cristo elementi personali, ma che non sono compatibili con esso.

Come impegnarsi in questa costruzione difficile quanto necessaria, superando i rischi dell'inautenticità? Paolo ci dà un'indicazione che può essere risolutiva: occorre confrontare continuamente, con coraggio e radicalità, il contenuto della catechesi, col Cristo del primo annuncio. Dovrà emergere volta per volta una corrispondenza persuasiva. La risonanza deve essere sempre anche una consonanza. Varrà la pena, allora, perfezionare, correggere, migliorare il materiale sulla linea, rimisurandolo sulla figura del Cristo allo stato puro.

Se avessimo raccolto del materiale scadente ed eterogeneo dovremmo avere il coraggio di scartarlo subito. Si potrà avere, altrimenti, l'impressione di costruire, e di costruire su Cristo, ma la verifica che avverrà dopo - magari anche prima del compimento della salvezza, come dimostrano nella storia della Chiesa tanti esempi di teologie nate e tramontate - mostrerà puntualmente che si trattava solo di illusioni.

5. La risonanza del messaggio nella chiesa di Giovanni

La risonanza di crescita e di inculturazione del messaggio che riscontriamo nelle chiese delle grandi lettere Paoline assume nelle chiese di Giovanni una dimensione assai diversa. La chiesa che ha alle spalle lunghi anni di esperienza di vita cristiana, maturata in modo particolare in una pratica liturgica intensa, ha raggiunto un suo livello di completezza e di omogeneità.

È stata definita la «chiesa del presbitero» (Martini), del cristiano maturo. E il cristiano maturo ha ancora bisogno dell'approfondimento del messaggio tipico della catechesi? Rileggendo con questo interrogativo il materiale del Nuovo Testamento relativo alle chiese di Giovanni - o come oggi si preferisce dire il "circolo giovanneo" (Cullmann), cioè il IV Vangelo, le tre Lettere e l'Apocalisse - troviamo una doppia istanza, una doppia tendenza di approfondimento e di crescita, all'interno e all'esterno, alla vita della Chiesa.

C'è una spinta di approfondimento all'interno. La Chiesa, i cristiani che hanno già accettato il messaggio di Cristo che lo vivono con un impegno di intensità notevole, sono invitati a progredire. C'è come una catechesi endogena che li interessa e li stimola.

Ciò appare, ad esempio, nell'episodio di Nicodemo, l'unico personaggio che nel IV Vangelo, oltre a Gesù, è chiamato maestro. È un maestro che si ferma a metà strada: invitato da Gesù a fare il salto qualitativo che dall'Antico Testamento l'avrebbe portato nella spirale dello Spirito, esita e si arresta, ritorna nell'ombra dell'Antico Testamento e vi si perde. È un maestro mancato (Gv3,1-10).

Il suo fallimento ricorda alle chiese di Giovanni la necessità imprescindibile di abbandonarsi allo Spirito per poter comprendere fino in fondo il messaggio di Gesù.

Ma la spinta a un approfondimento sotto il profilo catechetico viene, alla chiesa di Giovanni, da Giovanni stesso. Egli sembra restio a parlare di se stesso e quando lo fa usa un linguaggio discreto ed allusivo. Ci dice, ad esempio, dopo aver presentato la trafittura al fianco di Gesù: «Colui che vide ha testimoniato queste cose e la sua testimonianza è veritiera: lui sa che dice il vero perché crediate anche voi» (Gv19,35). Nella conclusione del Vangelo si esprime in termini equivalenti, quasi si ripete: «Questo è stato scritto perché crediate che Gesù è il Figlio di Dio (Gv20,31; 21,24).

Giovanni vuole che la sua chiesa creda, creda pienamente come ha creduto lui. Non si tratta della prima iniziazione, ma di quella fede solida, matura, capace di accogliere la verità di Cristo a quel livello di ripensamento approfondito che troviamo nel IV Vangelo.

Giovanni ha questo tipo di fede e sente il bisogno di testimoniarlo alla Chiesa.
Come si svolge in concreto, l'espressione di questa testimonianza? Portato dall'esigenza di una fede più completa che accolga e valorizzi il materiale riguardante Gesù, Giovanni dopo aver ripreso nel prologo (1,1-18) un inno nato nella sua Chiesa, dando così a tutto il Vangelo che segue il tono di un canto liturgico, presenta, ripensandola, l'interpretazione costante del Padre costituita dalla vita di Gesù. Non vuole passare per maestro. Questo titolo conviene pienamente solo a Gesù. Giovanni sente l'esigenza di insegnare, ma lo fa presentando, rivivendo, rielaborando l'insegnamento di Gesù, per riascoltarlo insieme alla sua comunità. Fa il maestro rimettendosi lui stesso in ascolto di Gesù maestro per eccellenza.

E l'ascolto di Giovanni è creativo. Facendo parlare Gesù, presentandolo come maestro, ricostruendo i suoi dialoghi e i suoi discorsi con un'arte o un'efficacia tutta sua, Giovanni fa «risuonare» di nuovo il messaggio: è insieme evangelista e catecheta. Il messaggio, così, si muove, appare sempre nuovo, diventa una spirale ascendente che si sviluppa tanto più quanto maggiore è la maturità raggiunta dal cristiano. È la trafila affascinante che porterà, sotto la guida dello Spirito, la Chiesa di Giovanni verso la meta della «verità completa» (Gv16,13).

C'è nel circolo giovanneo una spinta che interessa la crescita della Chiesa all'esterno nel rapporto con l'ambiente. Era un ambiente particolarmente insidioso: la cultura gnostica, dato il suo sincretismo accentuatissimo sembrava condividere alcuni valori cristiani. Ma poi ne faceva uno sviluppo diverso e tutto suo e finiva in pratica per negarli o trasformarli in modo radicale. La Chiesa stimolata e quasi obbligata a un confronto approfondito elabora anche sotto un aspetto più intellettuale il messaggio di Cristo di cui si sente portatrice.

Se ne precisano i vari aspetti, come ad esempio la realtà della passione, la necessità di non scambiare ogni manifestazione straordinaria per una espressione dello Spirito di Cristo, ecc. C'è insomma tutta una problematica di risonanza autentica da sviluppare e verificare come tale. Si dovrà precisare il vero messaggio di Cristo, contrapponendolo anche alle sue deformazioni. È la problematica catechetica delle Lettere di Giovanni.

Ma c'è, sempre nel circolo giovanneo, un altro tipo di risonanza che ritroviamo nell'Apocalisse. La Chiesa è invitata a distaccarsi da qualunque compromesso col mondo pagano - per esempio la Chiesa di Tiatira è esortata pressantemente a difendersi dall'influsso di una falsa profetessa «che insegna e inganna» (Ap2,20) - e a rinnovarsi costantemente dall'interno sottomettendosi ad un giudizio purificatore di Cristo risorto.

In questo atteggiamento di conversione permanente la Chiesa sarà in grado di leggere in profondità il senso religioso degli eventi della storia che sta vivendo

traendone le dovute conseguenze operative.
La «risonanza» catechetica appare qui come la capacità di trovare nella storia sempre nuova la novità inesauribile di Cristo. Il catecheta è colui che è in grado, di ascoltare lo spirito che «parla alle chiese» (cf Ap2,7 ss) e di approfondire il messaggio di Cristo fino a coglierne e ad esprimerne tutta la portata applicativa (Ap13,18).

6. La risonanza nelle Lettere Pastorali e in quelle di Pietro e di Giuda

Nelle Lettere Pastorali - prima e seconda a Timoteo, lettera a Tito, nelle lettere di Pietro e di Giuda - troviamo una risonanza tutta particolare del messaggio, con molti dettagli che riguardano da vicino il nostro tema. Timoteo e Tito sotto dei pastori impegnati in una attività molteplice: si tratta di organizzare la vita ecclesiale secondo dei quadri più precisi, di stimolarla, di annunciare il Vangelo, di rinnovarne e farne approfondire il contenuto dove è stato annunciato.

In questo quadro complesso acquista rilievo particolare proprio la figura del maestro. Si parla della sua funzione, delle sue qualità, si insiste particolarmente sul tipo di dottrina che deve insegnare.

Esaminiamo da vicino alcuni aspetti, ma per comprenderli dobbiamo prima richiamare il contesto ecclesiale in cui si situano. Le comunità ecclesiali si trovano a vivere in una società pagana che viene da esse accettata come tale, ma con gli stimoli e le tensioni che ne seguono. Le comunità sentono l'esigenza di consolidarsi dal di dentro nei loro valori portanti, sentono anche l'esigenza di mantenere la propria identità in un ambiente che, se anche non è ancora ostile apertamente, è certamente eterogeneo.

Non si chiudono in se stesse: si sottolinea, tra l'altro, l'esigenza di pregare per tutti gli uomini e anche per l'imperatore (1Tim2,1-7). Ma la Chiesa avverte l'esigenza di essere più omogenea che è possibile, di coincidere con se stessa, di sentirsi «colonna e baluardo della verità» (1Tim3,15).

In questo ambiente ecclesiale si trova ad agire Timoteo come maestro. Dovrà esercitare la sua funzione con coraggio, sempre tenendo presente che l'insegnamento della parola deve essere accompagnato da quello della vita: «Annuncia tutte queste cose e insegna. Nessuno disprezzi la tua giovane età, ma fatti modello dei fedeli nella parola, nella condotta, nell'amore, nella fede, nell'integrità» (1Tim4,11-12).

In questo ambiente pluralistico l'applicazione del Vangelo alla vita si fa inevitabilmente più complessa. Ciò dovrà costituire un arricchimento e portare a una comprensione maggiore del Vangelo, ma sono evidenti i rischi di un movimento centrifugo. Si può scadere nella verbosità. Paolo parla di «battaglie di parole» (1Tim6,4). Si può girare a vuoto finendo in una specie di dilettantismo intellettuale. E Paolo ne è preoccupato. «Annuncia la parola, insisti senza tregua, metti in crisi, rimprovera, esorta con magnanimità e con dottrina. Ci sarà un tempo in cui non sopporteranno la dottrina sana, ma cercheranno di trovare tutti i maestri possibili secondo i loro gusti, col desiderio di ascoltare ciò che accarezza l'orecchio, si allontaneranno dalla verità per rivolgersi a dei miti (2Tim4,2-4).

Per superare queste degenerazioni, per evitare che ne sorgano di nuove, Timoteo e Tito sono invitati a proporre nella loro funzione catechetica una «dottrina sana» (2Tim4,3; Tt1,9; 2,1). Viene da chiedersi che cosa significa questa espressione nuova e la risposta è relativamente semplice. La dottrina sarebbe malata e malsana quando rimanesse su un piano estetizzante - «accarezza l'orecchio» - quando girasse su se stessa senza riuscire ad agganciare la vita, perdendosi magari in elucubrazioni astratte, tipo le ricerche sui «miti» che ritroviamo nella letteratura ellenistica contemporanea.

Ma ci sono - e interessano di più - delle caratteristiche positive che fanno risaltare la sanità della dottrina: «Prendi come tipo di discorsi sani quelli che hai imparato da me», dice Paolo e poi precisa: «Quelli che si muovono nell'ambito dell'amore e della fede di Cristo. Custodisci questo deposito prezioso per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi». E ancora più esplicitamente: «Rimani fedele a ciò che hai imparato e hai creduto, sapendo da chi lo hai imparato. Hai imparato fin dalla giovinezza la Sacra Scrittura, che è in grado di renderti sapiente mediante la fede in Gesù Cristo. Ogni parte della Scrittura è ispirata da Dio ed è utile per la dottrina, per mettere alla prova, per costruire, per educare nella rettitudine: l'uomo di Dio diventa così preparato, adatto a compiere ogni opera buona» (2Tim3,14-17).

La dottrina sarà sana, in ultima analisi, se lo sarà il maestro che la presenta. Questi troverà nel messaggio del Vangelo, e, allargando la prospettiva,
in tutta la Bibbia a partire dall'Antico Testamento, il mezzo più idoneo per acquistare e mantenere la propria efficienza. In un contesto continuo di verifica col messaggio di Cristo e l'Antico Testamento la sua dottrina sarà davvero sana e risanante.

L'interesse per la missione dei maestri si fa sempre più acuta col passare del tempo. Nella seconda Lettera di Pietro e nella Lettera di Giuda - gli ultimi scritti, con tutta probabilità, del Nuovo Testamento - si parla a lungo, con insistenza e anche con preoccupazione, del loro ruolo. La confluenza della cultura ebraica, ellenistica e romana rendeva la risonanza del messaggio ancora più complessa. Il ruolo del maestro diventava insieme più necessario e delicato.

Si comprende allora il richiamo, che non esita ad assumere toni drastici e violenti alla responsabilità di chi insegna. Se un maestro diventasse «falso» - sia nel contenuto che propone, sia nella vita incoerente rispetto a quello che insegna - ciò sarebbe disastroso. La comunità sente che deve camminare, che deve confrontarsi con le culture dell'ambiente: ha paura di sbagliare strada per l'influsso negativo che i «falsi maestri» (cfr.2Pt2,1-22; Gd4,13) possono esercitare su di lei: ma è decisa, nonostante tutto, a continuare il suo cammino e sente che i maestri veri le sono indispensabili per muoversi.

7. Conclusione: Chiesa, catechesi e catechista nel Nuovo Testamento

Qual è la figura della catechesi come essa appare dal Nuovo Testamento e di conseguenza, la figura tipica del catechista che ne emerge? Dopo l'esame analitico, siamo in grado di rispondere raccogliendo a fattore comune alcune indicazioni conclusive.

La catechesi, abbiamo visto, non è tanto il primo annuncio di Cristo, quanto piuttosto la risonanza ulteriore che esso provoca. Tale risonanza passa per la via della «cultura», intesa in senso generale, come la somma di tutte le caratteristiche storico-geografiche, come la situazione di un ambiente. Il Vangelo possiede un dinamismo dal di dentro che lo porta a incarnarsi in tutti i tipi di cultura umana, «risuona» in tutte le situazioni. L'evangelizzazione tende a diventare catechesi.

Il soggetto portante dello sviluppo dall'evangelizzazione alla catechesi è la comunità ecclesiale. Il messaggio di Cristo che essa accoglie la penetra in tutte le sue dimensioni e la spinge continuamente verso un'elaborazione ulteriore. La comunità si trova, così, in una situazione di crescita che la spinge ad essere sempre più se stessa e a confrontarsi arditamente con la situazione storica esterna in cui vive.

Nello sviluppo della comunità ecclesiale secondo queste due dimensioni parallele, interiore ed esteriore, si inserisce la figura del maestro, del catechista. Egli è, si può dire, figlio della sua comunità: condivide con essa la prima accoglienza del messaggio, il ritmo di crescita, la spinta coraggiosa all’inculturazione,

Non sarebbe pensabile in un isolamento individualista che lo dividesse dalla sua comunità. Non potrà permettersi ne l'avventura delle fughe in avanti, ne la nostalgia indolente del passato. Camminerà col ritmo del cammino della Chiesa. Ma il catechista, coinvolto pienamente nel giro della vita ecclesiale, non scompare in una massificazione anonima. Ha anche, rispetto alla sua comunità, una fisionomia propria, una responsabilità specifica, un suo tipo di servizio da prestare.

Le varie situazioni ecclesiali determinano di più: Giacomo, Timoteo, Tito, Giovanni hanno la loro funzione catechetica nell'ambito più ampio della responsabilità pastorale di insieme. Altrove la figura del catechista, scriba o maestro, è più specificata. In ogni caso per essere in grado di prestare un servizio importante, il catechista dovrà averne la competenza: dovrà conoscere ciò che deve insegnare. L'Antico Testamento, il messaggio di Cristo nel Nuovo Testamento, il cammino di tutta la Chiesa guidata dallo Spirito verso la «verità completa» gli dovranno essere familiari. Il catechista sa che ha sempre ancora da imparare e ci si impegna.

Gli dovrà essere familiare il mondo degli uomini in cui vive. Attento ai segni dei tempi, capace di saperli leggere e interpretare, sarà aperto e sensibile ai problemi, alla mentalità, ai modi di esprimersi dei suoi contemporanei. Sarà un uomo del suo tempo, senza lasciarsi dominare dal suo tempo. La sua figura ideale non sarà quindi né quella di un intellettuale che si chiude oziosamente nel giro delle sue elucubrazioni (cfr.2Pt1,16), né quella dell'empirico praticone che agisce senza idee.

Saprà mettere il messaggio a contatto con la vita e la vita a contatto col messaggio. Il catechista, maestro, impara anche dalla vita ciò che insegna. Un aspetto irrinunciabile dei suo servizio ecclesiale è l'impegno non solo a evitare una dicotomia tra il contenuto che presenta e la vita che conduce, ma, positivamente, a imparare provando e riprovando di persona.

Queste tre dimensioni unite insieme - conoscenza di Cristo, conoscenza dell'uomo, impegno appassionato nella vita - comporteranno un tono di autenticità, di aderenza, di creatività che permetteranno al catechista di rendere persuasivo il suo discorso. «È parso bene anche a me - scrive Luca proprio all'inizio del suo Vangelo - dopo essere riandato alla sorgente dei fatti, di scrivertene in ordine e con esattezza, carissimo Teofilo, poiché tu possa conoscere più approfonditamente la solidità dei discorsi mediante i quali fosti catechizzato» (Lc1,3-4).

Luca ci mostra che sia il catechista che la Chiesa catechizzante hanno bisogno di confrontarsi con le fonti per una conoscenza più approfondita dell’oggetto della loro catechesi. C'è un movimento ciclico, ma a spirale ascendente. Si partirà sempre dal messaggio di Cristo, gli si farà strada fino a trovare gli uomini dove sono, facendolo germogliare nella loro cultura.

Ma, poi il movimento di inculturazione, sviluppandosi, dovrà riprendere contatto col messaggio primigenio, confrontarsi radicalmente con esso, e ripartire per una nuova fase, un nuovo giro della spirale ascendente, finché «non ci incontriamo tutti nella unità della fede e della conoscenza approfondita del Figlio di Dio, crescendo ora verso l'uomo perfetto, verso la misura della statura della pienezza di Cristo» (Ef4,13).

Seconda Predica d'Avvento: “Ministri della nuova alleanza dello Spirito”. Raniero Cantalamessa

1. Il servizio dello Spirito

La volta scorsa abbiamo commentato la definizione che Paolo dà dei sacerdoti come “servitori di Cristo”. Nella Seconda Lettera ai Corinzi troviamo un’affermazione apparentemente diversa: Scrive: “Egli ci ha anche resi idonei a essere ministri di un nuovo patto, non di lettera, ma di Spirito; perché la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica. Or se il ministero della morte, scolpito in lettere su pietre, fu glorioso, al punto che i figli d'Israele non potevano fissare lo sguardo sul volto di Mosè a motivo della gloria, che pur svaniva, del volto di lui, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito?” (2 Cor 6-8).

Paolo definisce se stesso e i suoi collaboratori “ministri dello Spirito” e il ministero apostolico un “servizio dello Spirito”. Il confronto con Mosè e il culto dell’antica alleanza, non lascia dubbio infatti che in questo passo, come in molti altri della stessa Lettera, egli parli del ruolo delle guide nella comunità cristiana, cioè degli apostoli e dei loro collaboratori.

Chi conosce il rapporto che c’è per Paolo tra Cristo e lo Spirito sa che non c’è contraddizione tra l’essere servitori di Cristo e l’essere ministri dello Spirito, ma continuità perfetta. Lo Spirito di cui si parla qui è infatti lo Spirito di Cristo. Gesù stesso spiega il ruolo del Paraclito nei suoi confronti, quando dice agli apostoli: egli prenderà del mio e ve lo annunzierà, egli vi farà ricordare ciò che vi ho detto, egli mi darà testimonianza…

La definizione completa del ministero apostolico e sacerdotale è: servitori di Cristo nello Spirito Santo. Lo Spirito indica la qualità o la natura del nostro servizio che è un servizio “spirituale” nel senso forte del termine; non solo cioè nel senso che ha per oggetto lo spirito dell’uomo, la sua anima, ma anche nel senso che ha per soggetto, o per “agente principale”, come diceva Paolo VI, lo Spirito Santo. Sant’Ireneo dice che lo Spirito Santo è “la nostra stessa comunione con Cristo” [1].

Poco sopra, nella stessa Seconda Lettera ai Corinzi, l’Apostolo aveva illustrato l’azione dello Spirito Santo nei ministri della nuova alleanza con il simbolo dell’unzione: “Or colui che con voi ci fortifica in Cristo e che ci ha unti, è Dio; egli ci ha pure segnati con il proprio sigillo e ha messo la caparra dello Spirito nei nostri cuori” (2 Cor 1, 21 s.).

Sant’Atanasio commenta così questo testo: “Lo Spirito è chiamato ed è unzione e sigillo...L’unzione è il soffio del Figlio, di modo che colui che possiede lo Spirito possa dire: ‘Noi siamo il profumo di Cristo’. Il sigillo rappresenta il Cristo, cosicché colui che è segnato dal sigillo possa avere la forma di Cristo” [2]. In quanto unzione, lo Spirito Santo ci trasmette il profumo di Cristo; in quanto sigillo, la sua forma, o immagine. Nessuna dicotomia perciò tra servizio di Cristo e servizio dello Spirito, ma unità profonda.

Tutti i cristiani sono “unti”; il loro stesso nome non significa altro che questo: “unti”, a somiglianza di Cristo, che è l’Unto per eccellenza (cf. 1 Gv 2, 20.27). Paolo però sta parlando qui dell’ opera sua e di Timoteo (“noi”) nei confronti della comunità (“voi”); è evidente perciò che si riferisce in particolare all’unzione e al sigillo dello Spirito ricevuti al momento di essere consacrati al ministero apostolico, per Timoteo mediante l’imposizione delle mani dell’Apostolo (cf. 2 Tim 1,6).

Dobbiamo assolutamente riscoprire l’importanza dell’unzione dello Spirito perché in essa, sono convinto, è racchiuso il segreto dell’efficacia del ministero episcopale e presbiterale. I sacerdoti sono essenzialmente dei consacrati, cioè degli unti. “Nostro Signore Gesù -si legge nella Presbyterorum ordinis - che il Padre santificò e inviò nel mondo (Gv 10,36), ha reso partecipe tutto il suo corpo mistico di quella unzione dello Spirito che egli ha ricevuto”. Lo stesso decreto conciliare si premura però di mettere subito in luce la specificità dell’unzione conferita dal sacramento dell’Ordine. Per esso, dice, “ i sacerdoti, in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono marcati da una speciale carattere che li configura a Cristo Sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo Capo”[3].

2. L’unzione: figura, evento e sacramento

L’unzione, come l’Eucaristia e la Pasqua, è una di quelle realtà che sono presenti in tutte e tre le fasi della storia della salvezza. È presente infatti nell’Antico Testamento come figura, nel Nuovo Testamento come evento e nel tempo della Chiesa come sacramento. Nel nostro caso, la figura è data dalle varie unzioni praticate nell’Antico Testamento; l’evento è costituito dall’unzione di Cristo, il Messia, l’Unto, a cui tutte le figure tendevano come al loro compimento; il sacramento, è rappresentato da quell’insieme di segni sacramentali che prevedono un’unzione come rito principale o complementare.

Nell’Antico Testamento si parla di tre tipi di unzione: l’unzione regale, sacerdotale e profetica e cioè unzione dei re, dei sacerdoti e dei profeti, anche se nel caso dei profeti si tratta in genere di un’unzione spirituale e metaforica, senza cioè un olio materiale. In ognuna di queste tre unzioni, si delinea un orizzonte messianico, cioè l’attesa di un re, di un sacerdote e di un profeta che sarà l’Unto per antonomasia, il Messia.

Insieme con l’investitura ufficiale e giuridica, per cui il re diventa l’Unto del Signore, l’unzione conferisce anche, secondo la Bibbia, un reale potere interiore, comporta una trasformazione che viene da Dio e questo potere, questa realtà vengono sempre più chiaramente identificati con lo Spirito Santo. Nell’ungere Saul come re Samuele dice: “Ecco: il Signore ti ha unto capo sopra Israele suo popolo. Tu avrai potere sul popolo...Lo Spirito del Signore investirà anche te e ti metterai a fare il profeta e sarai trasformato in un altro uomo” (1 Sam 10, 1.6). Il legame tra l’unzione e lo Spirito è soprattutto messo in luce nel noto testo di Isaia: “Lo Spirito del Signore è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione” (Is. 61, 1).

Il Nuovo Testamento non ha esitazioni nel presentare Gesù come l’Unto di Dio, nel quale tutte le unzioni antiche hanno trovato il loro compimento. Il titolo di Messia, o Cristo, che significa, appunto, Unto, è la prova più chiara di ciò.

Il momento o l’evento storico a cui si fa risalire questo compimento è il battesimo di Gesù nel Giordano. L’effetto di questa unzione è lo Spirito Santo: “Dio ha unto di Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth” (At 10, 38); Gesù stesso, subito il suo battesimo, nella sinagoga di Nazareth dichiarerà: “Lo Spirito del Signore è su di me; mi ha consacrato con l’unzione” (Lc 4, 18). Gesù era certamente pieno di Spirito Santo fin dal momento dell’incarnazione, ma si trattava di una grazia personale, legata all’unione ipostatica, e perciò incomunicabile. Ora, nell’unzione, riceve quella pienezza di Spirito Santo che, come capo, potrà trasmettere al suo corpo. La Chiesa vive di questa grazia capitale (gratia capitis).

Gli effetti della triplice unzione – regale, profetica e sacerdotale – sono grandiosi e immediati nel ministero di Gesù. In forza dell’unzione regale, egli abbatte il regno di satana e instaura il regno di Dio: “Se è con l'aiuto dello Spirito di Dio che io scaccio i demòni, è dunque giunto fino a voi il regno di Dio” (Mt 12.28); in forza dell’unzione profetica, egli “annuncia la buona novella ai poveri”; in forza dell’unzione sacerdotale, offre preghiere e lacrime durante la sua vita terrena e alla fine offre se stresso sulla croce.

Dopo essere stata presente nell’Antico Testamento come figura e nel Nuovo Testamento come evento, l’unzione è presente ora nella Chiesa come sacramento. Il sacramento prende dalla figura il segno e dall’evento il significato; prende dalle unzioni dell’Antico Testamento l’elemento - l’olio, il crisma o unguento profumato- e da Cristo l’efficacia salvifica. Cristo non è stato mai unto con olio fisico (a parte l’unzione di Betania), né mai ha unto alcuno con olio fisico. In lui il simbolo è stato sostituito dalla realtà, dall’”olio di letizia” che lo Spirito Santo.

Più che un sacramento unico, l’unzione è presente nella Chiesa come un insieme di riti sacramentali. Come sacramenti a se stanti, abbiamo la cresima (che attraverso tutte le trasformazioni subite, risale, come attesta il nome, all’antico rito dell’unzione con il crisma) e l’unzione degli infermi; come parte di altri sacramenti abbiamo: l’unzione battesimale e l’unzione nel sacramento dell’ordine. Nell’unzione crismale che segue il battesimo, si fa riferimento esplicito alla triplice unzione di Cristo: “Egli stesso vi consacra con il crisma di salvezza; inseriti in Cristo sacerdote, re e profeta, siate sempre membra del suo corpo per la vita eterna”.

Di tutte queste unzioni, a noi interessa in questo momento quella che accompagna il conferimento dell’Ordine sacro. Nel momento in cui unge con il sacro crisma le palme di ciascuno ordinato inginocchiato davanti a lui, il vescovo pronuncia queste parole: "Il Signore Gesù Cristo che il Padre ha consacrato in Spirito Santo e potenza, ti custodisca per la santificazione del suo popolo e per l'offerta del sacrificio".

Ancora più esplicito il riferimento all’unzione di Cristo nella consacrazione episcopale. Ungendo di olio profumato il capo del nuovo vescovo il vescovo ordinante dice: “Dio, che ti ha fatto partecipe del sommo sacerdozio di Cristo, effonda su di te la sua mistica unzione e con l’abbondanza della sua benedizione dia fecondità al tuo ministero”.

3. L’unzione spirituale

C’è un rischio, che è comune a tutti i sacramenti: quello di fermarsi all’aspetto rituale e canonico dell’ordinazione, alla sua validità e liceità, e non dare abbastanza importanza alla “res sacramenti”, all’effetto spirituale, alla grazia propria del sacramento, in questo caso al frutto dell’unzione nella vita del sacerdote. L’unzione sacramentale ci abilita a compiere certe azioni sacre, come governare, predicare, istruire; ci dà, per così dire, l’autorizzazione a fare certe cose, non necessariamente l’autorità nel farle; assicura la successione apostolica, non necessariamente il successo apostolico!

L’unzione sacramentale, con il carattere indelebile (il “sigillo”!) che imprime nel sacerdote, è una risorsa dalla quale possiamo attingere ogni volta che ne sentiamo il bisogno, che possiamo, per così dire, attivare in ogni momento del nostro ministero. Si attua anche qui quella che in teologia si chiama la “reviviscenza” del sacramento. Il sacramento, ricevuto in passato, “reviviscit”, torna a rivivere e a sprigionare la sua grazia: nei casi estremi perché viene tolto l’ostacolo del peccato (l’obex), in altri casi perché viene rimossa la patina dell’abitudine e si intensifica la fede nel sacramento. Succede come con un flacone di profumo. Noi possiamo tenerlo in tasca o stringerlo nella mano finché vogliamo, ma se non lo apriamo il profumo non si effonde, è come se non ci fosse.

Come è nata questa idea di una unzione attuale? Una tappa importante è costituita, ancora una volta, da Agostino. Egli interpreta il testo della prima lettera di Giovanni: “Voi avete ricevuto l’unzione…” (1 Gv 2, 27), nel senso di un’unzione continua, grazie alla quale lo Spirito Santo, maestro interiore, ci permette di comprendere dentro ciò che ascoltiamo all’esterno. A lui risale l’espressione “unzione spirituale”, spiritalis unctio, accolta nell’inno Veni creator[4]. San Gregorio Magno, come in molte altre cose, contribuì a rendere popolare, per tutto il medio evo, questa intuizione agostiniana [5].

Una nuova fase nello sviluppo del tema dell’unzione si apre con san Bernardo e san Bonaventura. Con essi si afferma la nuova accezione, spirituale e moderna di unzione, non legata tanto al tema della conoscenza della verità, quanto a quello dell’esperienza della realtà divina. Iniziando a commentare il Cantico dei cantici, san Bernardo dice: “Un siffatto cantico, solo l’unzione lo insegna, solo l‘esperienza lo fa comprendere” [6]. San Bonaventura identifica l’unzione con la devozione, concepita da lui come “un sentimento soave d’amore verso Dio suscitato dal ricordo dei benefici di Cristo”[7]. Essa non dipende dalla natura, né dalla scienza, né dalle parole o dai libri, ma “dal dono di Dio che è lo Spirito Santo”[8].

Ai nostri giorni, si usano sempre più spesso i termini unto e unzione (anointed, anointing) per descrivere l’agire di una persona, la qualità di un discorso, di una predica, ma con una differenza di accento. Nel linguaggio tradizionale, l’unzione suggerisce, come si è visto, soprattutto l’idea di soavità e dolcezza, tanto da dar luogo, nell’uso profano, all’accezione negativa di “eloquio o atteggiamento mellifluo e insinuante, spesso ipocrita”, e all’aggettivo “untuoso”, nel senso di “persona o atteggiamento sgradevolmente cerimonioso e servile”.

Nell’uso moderno, più vicino a quello biblico, essa suggerisce piuttosto l’idea di potere e forza di persuasione. Una predica piena di unzione è una predica in cui si percepisce, per così dire, il fremito dello Spirito; un annuncio che scuote, che convince di peccato, che arriva al cuore della gente. Si tratta di una componente squisitamente biblica del termine, presente per esempio nel testo degli Atti, in cui si dice che Gesù “fu unto in Spirito e potenza” (At 10, 38).

L’unzione, in questa accezione, appare più un atto che uno stato. È qualcosa che la persona non possiede stabilmente, ma che sopraggiunge su di essa, la “investe” sul momento, nell’esercizio di un certo ministero o nella preghiera.

Se l’unzione è data dalla presenza dello Spirito ed è dono suo, che possiamo fare noi per averla? Anzitutto pregare. C’è una promessa esplicita di Gesù: “Il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!” (Lc 11,13). Poi rompere anche noi il vaso di alabastro come la peccatrice in casa di Simone. Il vaso è il nostro io, talvolta il nostro arido intellettualismo. Romperlo, significa rinnegare se stessi, cedere a Dio, con un atto esplicito, le redini della nostra vita. Dio non può consegnare il suo Spirito a chi non si consegna interamente a lui.

4. Come ottenere l’unzione dello Spirito

Applichiamo alla vita del sacerdote questo ricchissimo contenuto biblico e teologico legato al tema dell’unzione. San Basilio dice che lo Spirito Santo “fu sempre presente nella vita del Signore, divenendone l’unzione e il compagno inseparabile”, così che “tutta l’attività di Cristo si svolse nello Spirito”[9]. Avere l’unzione significa, dunque, avere lo Spirito Santo come “compagno inseparabile” nella vita, fare tutto “nello Spirito”, alla sua presenza, con la sua guida. Essa comporta una certa passività, un essere agiti, mossi, o, come dice Paolo, un “lasciarsi guidare dallo Spirito” (cf. Gal 5,18).

Tutto questo si traduce, all’esterno, ora in soavità, calma, pace, dolcezza, devozione, commozione, ora in autorità, forza, potere, autorevolezza, a seconda delle circostanze, del carattere di ognuno e anche dell’ufficio che ricopre. L’esempio vivente è Gesù che, mosso dallo Spirito, si manifesta come dolce e umile di cuore, ma anche, all’occorrenza, pieno di soprannaturale autorità. È una condizione caratterizzata da una certa luminosità interiore che dà facilità e padronanza nel fare le cose. Un po’ come è la “forma” per l’atleta e l’ispirazione per il poeta: uno stato in cui si riesce a dare il meglio di sé.

Noi sacerdoti dovremmo abituarci a chiedere l’unzione dello Spirito prima di accingerci a un’azione importante a servizio del regno: una decisione da prendere, una nomina da fare, un documento da scrivere, una commissione da presiedere, una predica da preparare. Io l’ho appreso a mie spese. Mi sono trovato a volte a dover parlare a un vasto uditorio, in una lingua straniera, magari appena arrivato da un lungo viaggio. Buio totale. La lingua in cui dovevo parlare mi sembrava di non averla mai conosciuta, incapacità di concentrarmi su uno schema, un tema. E il canto iniziale stava per finire…Allora mi sono ricordato dell’unzione e in fretta ho fatto una breve preghiera: “Padre, nel nome di Cristo, ti chiedo l’unzione dello Spirito!”

A volte, l’effetto è immediato. Si sperimenta quasi fisicamente la venuta su di sé dell’unzione. Una certa commozione attraversa il corpo, chiarezza nella mente, serenità nell’anima; scompare la stanchezza, il nervosismo, ogni paura e ogni timidezza; si sperimenta qualcosa della calma e dell’autorità stessa di Dio.

Molte mie preghiere, come, penso, quelle di ogni cristiano, sono rimaste inascoltate, quasi mai però questa per l’unzione. Pare che davanti a Dio abbiamo una specie di diritto di reclamarla. In seguito ho speculato anche un po’ su questa possibilità. Per esempio, se devo parlare di Gesù Cristo faccio un’alleanza segreta con Dio Padre, senza farlo sapere a Gesù, e dico: “Padre, devo parlare del tuo Figlio Gesù che ami tanto: dammi l’unzione del tuo Spirito per arrivare al cuore della gente”. Se devo parlare di Dio Padre, il contrario: faccio un’intesa segreta con Gesù…La dottrina della Trinità è meravigliosa anche per questo.

5. Unti per diffondere nel mondo il buon odore di Cristo

Nello stesso contesto della 2 Corinzi, l’Apostolo, sempre riferendosi al ministero apostolico, sviluppa la metafora dell’unzione con quella del profumo che ne è l’effetto; scrive: “Siano rese grazie a Dio che sempre ci fa trionfare in Cristo e che per mezzo nostro spande dappertutto il profumo della sua conoscenza. Noi siamo infatti davanti a Dio il profumo di Cristo” ( 2 Cor 2, 14-15).

Questo dovrebbe essere il sacerdote: il buon profumo di Cristo nel mondo! Ma l’Apostolo ci mette sull’avviso, aggiungendo subito dopo: “Abbiamo questo tesoro in vasi di terra” (2 Cor 4,7). Sappiamo fin troppo bene, dalla dolorosa e umiliante esperienza recente, cosa tutto questo significa. Gesù diceva agli apostoli: “Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini” (Mt 5,13). La verità di questa parola di Cristo è dolorosamente sotto i nostri occhi. Anche l’unguento se perde l’odore e si guasta, si trasforma nel suo contrario, in lezzo, e anziché attirare a Cristo, allontana da lui. Anche per rispondere a questa situazione il Santo Padre ha indetto il presente anno sacerdotale. Lo dice apertamente nella lettera di indizione: “ Ci sono purtroppo anche situazioni, mai abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa stessa a soffrire per l’infedeltà dei alcuni suoi ministri. È il mondo a trarre allora motivo di scandalo e di rifiuto”. La lettera del papa non si ferma a questa costatazione; aggiunge infatti: “Ciò che massimamente può giovare in tali casi alla Chiesa non è tanto la puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi ministri, quanto una rinnovata e lieta coscienza della grandezza del dono di Dio, concretizzato in splendide figure di generosi pastori, di Religiosi, ardenti di amore per Dio e per le anime” . La rilevazione delle debolezze va fatta anch’essa, per rendere giustizia alle vittime e la Chiesa ora lo riconosce e la attua come meglio può, ma va fatta in altra sede e, in ogni caso, non è da essa che verrà lo slancio per un rinnovamento del ministero sacerdotale. Io ho pensato a questo ciclo di meditazioni sul sacerdozio proprio come un piccolo contributo nel senso auspicato dal Santo Padre. Vorrei, al posto mio, far parlare il mio Serafico Padre san Francesco. In un tempo in cui la situazione morale del clero era senza confronto più triste di quella di oggi, egli, nel suo Testamento, scrive:

“Il Signore mi dette e mi dà tanta fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a causa del loro ordine, che se mi dovessero perseguitare voglio ricorrere ad essi. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie dove abitano, non voglio predicare contro la loro volontà. E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori, e non voglio in loro considerare il peccato, poiché in essi io vedo il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri”.

Nel testo citato all’inizio Paolo parla della “gloria” dei ministri della Nuova Alleanza dello Spirito, immensamente più alta di quella antica. Questa gloria non viene dagli uomini e non può essere distrutta dagli uomini. Il Santo Curato diffondeva certamente intorno a sé il buon odore di Cristo ed era per questo che le folle accorrevano ad Ars; più vicino a noi, Padre Pio da Petrelcina diffondeva il profumo di Cristo, a volte anche un profumo fisico, come è attestato da innumerevoli persone degne di fede. Tanti sacerdoti, ignorati dal mondo, sono nel loro ambiente il buon odore di Cristo e del vangelo. Il “Curato di campagna” di Bernanos ha innumerevoli compagni diffusi per il mondo, in città non meno che in campagna.

Il Padre Lacordaire ha tracciato un profilo del sacerdote cattolico, che può apparire oggi un po’ troppo ottimistico e idealizzato, ma ritrovare l’ideale e l’entusiasmo per ministero sacerdotale è proprio la cosa che ci occorre in questo momento e perciò lo riascoltiamo a conclusione della presente meditazione:

“Vivere in mezzo al mondo senza alcun desiderio per i suoi piaceri; essere membro di ogni famiglia, senza appartenere ad alcuna di esse; condividere ogni sofferenza, essere messo a parte di ogni segreto, guarire ogni ferita; andare ogni giorno dagli uomini a Dio per offrirgli la loro devozione e le loro preghiere, e tornare da Dio agli uomini per portare a essi il suo perdono e la sua speranza; avere un cuore di acciaio per la castità e un cuore di carne per la carità; insegnare e perdonare, consolare e benedire ed essere benedetto per sempre. O Dio, che genere di vita è mai questo? È la tua vita, o sacerdote di Gesù Cristo!”[10].


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1) S. Ireneo, Adv. Haer. III, 24, 1.

2) S. Atanasio, Lettere a Serapione, III, 3 (PG 26, 628 s.).

3) PO, 1,2.

4) S. Agostino, Sulla prima lettera di Giovanni, 3,5 (PL 35, 2000); cf. 3, 12 (PL 35, 2004).

5) Cf. S. Agostino, Sulla prima lettera di Giovanni, 3,13 (PL 35, 2004 s.); cf. S. Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli 30, 3 (PL 76, 1222).

6) S. Bernardo, Sul Cantico, I, 6, 11 (ed. Cistercense, I, Roma 1957, p.7).

7) S. Bonaventura, IV, d.23,a.1,q.1 (ed. Quaracchi, IV, p.589); Sermone III su S. Maria Maddalena (ed. Quaracchi, IX, p. 561).

8) Ibidem, VII, 5.

9) S. Basilio, Sullo Spirito Santo, XVI, 39 (PG 32, 140C).

10) H. Lacordaire, cit. da D.Rice, Shattered Vows, The Blackstaff Press, Belfast 1990, p.137.

Catechesi ai bambini nel lucernario della notte di Natale. Catequesis del Lucernario de la Nochebuena

Natale sta arrivando, e con essa la celebrazione della vigilia di Natale. Una festa segnata da un mondo materialista che ci circonda ed è una delle solennità desacralizzato più importante per i cristiani: la nascita di Gesù Cristo, il Messia Salvatore del mondo.

La festa della Natività, che ha recentemente celebrato, è il primo festival cristiano e uno dei più importanti insieme a Pasqua.

Questa catechesi è radicata nel Vangelo di San Giovanni, che rivela il senso e la missione della parola di Dio

"In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.. Lei era in principio presso Dio. Tutto è stato fatto da lui, e senza di lui è stato fatto nulla di ciò che esiste. In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini, e la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno accolta.

Ci fu un uomo mandato da Dio il cui nome era Giovanni. Questo venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, in modo che tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma che dovrebbe rendere testimonianza alla luce. Il Verbo era la luce vera che illumina ogni uomo che viene nel mondo. Era nel mondo e il mondo fu fatto per lei, e il mondo non lo sapeva. Egli è venuto a casa sua e non ha ricevuto la loro. Ma a coloro che hanno ricevuto egli ha dato potere di diventare figli di Dio, che credono nel suo nome "(Gv 1, 1-12)



Anche prima della creazione del mondo Dio ha destinato a ciò che gli ebrei chiamano Teshuva, vale a dire il pentimento. La capacità dell'uomo di guardare indietro a Dio era già incongruenze nella sua stessa essenza, nel suo essere più profondo, in modo che prima la disobbedienza di Adamo ed Eva, che è stato reso possibile, non è garantito, ma se data la libertà di Dio ha dato loro, Dio aveva già pensato la cura ... il primogenito.

Per preparare la nascita di suo figlio lo stesso Dio l'ha risuscitato un popolo di essere preparati prossimo, quindi la designazione di Israele come "popolo eletto", eletto per generare l'Emmanuele, Dio con noi ". In questo villaggio Dio adombrato che cosa avrebbe fatto con tutte le nazioni. Il popolo di Israele è stata l'embrione, l'origine, la fontana d'acqua a essere riflessa, come Adonai, il Signore per portare a compimento, con tutta l'umanità. Quello che per Israele è stato lasciato l'Egitto e di entrare nella terra promessa della mano di Mosè a tutta l'umanità rappresenta l'output del peccato e l'ingresso nella vita per mezzo di Cristo.

Come Mosè è nato sotto il comando del Faraone, Cristo è nato sotto il dominio di Cesare. Come Mosè fu perseguitato e costretto a fuggire la morte, così Cristo è venuto in Israele per sfuggire Erode. Come Mosè fu salvato dalle acque Cristo è entrato l'acqua per salvare tutti gli uomini. Come Mosè alzò il bastone per aprire il Mar Rosso, Cristo è stato innalzato sulla croce per distruggere la morte eterna che ci sono stati sottoposti a dopo la caduta.

Tutto ciò che Cristo ha predicato e servito è stato rivelato e prefigurata nelle Scritture, e che Dio ha scelto gli uomini come sacerdoti, profeti e re. In tutti questi dettagli appaiono e si manifestano il Messia, perché Dio ha voluto stabilire una tradizione in cui per capire il motivo della sua venuta e la sua missione.

Tuttavia, in relazione a John, e tutto ciò che ha preceduto il Cristo non erano leggeri, ma testimoni di Luce, è stato necessario a comparire la luce vera che illumina ogni uomo. Isaia profetizzò in "Il popolo immerso nelle tenebre vide una grande luce ..." Queste oscure, ovviamente non si riferisce al buio della notte stessa, ma piuttosto per l'anima. Il popolo di Israele, come l'umanità, vissuta nella notte totale, vale a dire più profondo nella morte. Così nero è un simbolo di morte, perché nel buio non c'è niente, nessuno ... è la quintessenza della solitudine.

In mezzo a questo buio, quando la notte era in ritardo, come racconta il Vangelo, il Redentore del mondo è nato. Viene alla nostra vita nel mezzo delle nostre tenebre, perché questo? A dare la luce. Rabbini dicono che le tenebre non ha una propria, non ha alcuna esistenza in sé ... E 'solo mancanza di luce. Dio ha voluto mostrare al mondo la sua luce attraverso il suo Figlio. Egli è la luce vera che illumina le tenebre dell 'uomo e perché ci sono nelle tenebre? Cosa comporta questo? Come abbiamo detto nel buio non percepiscono la realtà che ci circondano ... si ha l'impressione che lui è solo. Il buio non consente di vedere nessuno, nemmeno te stesso. Ed è proprio ciò che rende il peccato: Ci introduce alla morte, in solitudine, nell'angoscia. Ci impedisce di vedere gli altri, vale a dire l'amore. Andiamo agli altri è difficile, di donare, se non impossibile per noi per vedere la nostra realtà, la nostra miseria ... In breve, persiane peccato noi l'amore di Dio nella nostra vita, perché, il taglio di lui, abbiamo bloccato noi stessi chiudendo il cielo, e se non vedere e sentire l'amore di Dio non può dare gratuitamente a chi ci sta intorno.

Così Cristo è la Luce, perché va a dimostrare che l'amore. E 'verso il basso per la nostra realtà, la nostra miseria, diventare un uomo come noi! Vivendo le nostre paure, i fallimenti, i dolori, e ci guidi fuori della nostra disperazione e di tribolazione. Egli è venuto ad illuminare la nostra vita, per vedere ciò che siamo e riconoscere chi siamo. Per noi di sperimentare l'amore che Dio ha per noi e che possiamo dare, come lui, quelli che ci circondano.

Chi vive nel peccato, nel loro egoismo, il loro orgoglio, come ho visto non Tu. Così la notte è identificato con il peccato, con le opere di morte che si lavora per sé. Cristo è nato per mostrare a noi un modo diverso di vivere: Living for Your. Questi atti, per esempio St. Paul, sono le opere di luce ... Vita Eterna opere.

Era nato nel buio, per mostrare la verità, quale verità? Che non possiamo amare, che non possiamo, noi viviamo sempre pensare a noi stessi la fede che viviamo in una cosmogonia il cui centro è noi stessi, non Dio. Così Natale è la festa a conclusione l'amore di Dio, la verità che è Dio, e che ha voluto rivelare per mezzo di Cristo. Dio, vedendo le nostre tenebre, la nostra piccola cosa, si è rifiutato di mostrare a noi un modo attraverso il deserto. È stato spogliato della sua dignità di dare a noi. Ha umiliato per glorificare noi. Ha consumato la sua vita sulla terra per dare vita al nostro attuale oscurità. In breve, è venuto per salvare noi perché ci ama.

Gesù Cristo è la nostra luce!



Catequesis del Lucernario de la Nochebuena

Se acerca la Navidad, y con ella la celebración de la Nochebuena. Una fiesta deslucida por un mundo materialista que nos rodea y que ha desacralizado una de las solemnidades más importantes para los cristianos: el Nacimiento de Jesucristo, el Mesías Salvador del mundo.

La fiesta de la Natividad, que recientemente celebraremos, es la primera fiesta cristiana y una de las más importantes junto con la Pascua.

Esta catequesis tiene su raíz en el Evangelio de San Juan, que revela el significado y la misión del verbo de Dios

"En el principio existía la Palabra y la Palabra estaba con Dios, y la Palabra era Dios. Ella estaba en el principio con Dios. Todo se hizo por ella y sin ella no se hizo nada de cuanto existe. En ella estaba la vida y la vida era la luz de los hombres, y la luz brilla en las tinieblas, y las tinieblas no la vencieron.

Hubo un hombre, enviado por Dios: se llamaba Juan. Este vino para un testimonio, para dar testimonio de la luz, para que todos creyeran por él. No era él la luz, sino quien debía dar testimonio de la luz. La Palabra era la luz verdadera que ilumina a todo hombre que viene a este mundo. En el mundo estaba, y el mundo fue hecho por ella, y el mundo no la conoció. Vino a su casa, y los suyos no la recibieron. Pero a todos los que la recibieron les dio poder de hacerse hijos de Dios, a los que creen en su nombre" (Jn. 1, 1-12)

Desde antes de la creación del mundo Dios pensó ya en lo que los judíos denominan la Teshuvá, es decir, el arrepentimiento. La capacidad del hombre de volver la mirada a Dios estaba ya incohada en su propia esencia, en su ser más profundo, de manera que ante la desobediencia de Adán y Eva, que estaba no garantizada pero si posibilitada dada la libertad que Dios les confirió, Dios ya había pensado en la cura…su Primogénito.

Para preparar el nacimiento de su Hijo el mismo Dios suscitó un pueblo con el que preparar esta venida, de ahí la denominación de Israel como "pueblo escogido"; Elegido para engendrar al Emmanuel, "Dios con nosotros". En este pueblo Dios prefiguró lo que iba a hacer con todas las naciones. Este pueblo de Israel era el embrión, el origen, la fuente de agua donde quedara reflejado lo que Adonai, el Señor, iba a llevar a término con toda la humanidad. Lo que para Israel fue la salida de Egipto y la entrada en la tierra prometida de la mano de Moisés para la humanidad entera representa la salida del pecado y la entrada en la Vida, por medio de Cristo.

Así como Moisés nació bajo el dominio del Faraón, Cristo nació bajo el dominio del César. Así como Moisés fue perseguido y tuvo que huir de la muerte, así Cristo salió de Israel para huir de Herodes. Así como Moisés fue salvado de las aguas Cristo entró en las aguas para salvar a todos los hombres. Así como Moisés alzó el cayado para abrir el Mar Rojo, Cristo quedó alzado en la cruz para destruir la muerte eterna a la que estábamos sometidos desde la caída.

Todo lo que Cristo hizo, predicó y cumplió estaba revelado y prefigurado en las Escrituras y en los hombres que Dios eligió como Sacerdotes, Profetas y Reyes. En todos ellos aparecen y se manifiestan detalles propios del Mesías, porque quiso Dios establecer una tradición en la que se comprendiera el porqué de su venida y de su misión.

Sin embargo, como relata Juan, así como todos los que precedieron a Cristo no eran luz, sino testigos de la Luz, era necesario que apareciera esta Luz verdadera que ilumina todo hombre. Isaías lo profetiza en "El pueblo que habitaba en tinieblas ha visto una gran luz…" Estas tinieblas, obviamente, no se refieren a la oscuridad propia de la noche, sino más bien a las del alma. El pueblo de Israel, como la humanidad entera, habitaba en la noche más absoluta, es decir, en la muerte más profunda. Por eso el negro es símbolo de la muerte, porque en la oscuridad no hay nada, no hay nadie…es la soledad por antonomasia.

En medio de esta oscuridad, cuando la noche estaba avanzada, según relata el Evangelio, nace el Redentor del mundo. Viene a nuestra vida en medio de nuestra tiniebla, ¿para que? Para darnos Luz. Dicen los rabinos que la oscuridad no tiene entidad propia, no tiene existencia en si misma… es simplemente falta de luz. Dios ha querido mostrar al mundo su Luz a través de su Hijo. Él es la luz verdadera que ilumina la tiniebla del hombre ¿Y porqué estamos en tinieblas? ¿qué significa este hecho? Como hemos dicho en la oscuridad no se perciben las realidades que nos envuelven…uno tiene la impresión de que está solo. La tiniebla no te permite ver a nadie, ni siquiera a ti mismo. Y eso es precisamente lo que hace el pecado: Nos introduce en la muerte, en la soledad, en la angustia. Nos impide ver al otro, es decir, amarlo. Nos dificulta pasar al otro, donarnos, incluso nos imposibilita ver nuestra realidad, nuestra miseria…En definitiva, el pecado nos impide ver el amor de Dios en nuestra vida, porque, cortando con él, nos encerramos en nosotros mismos clausurándonos el cielo; Y si no vemos y sentimos este amor de Dios no podemos darlo gratis a los que nos rodean.

Por eso Cristo es la Luz, porque viene a mostrarnos este amor. Ha bajado a nuestra realidad, a nuestra miseria, ¡haciéndose hombre como nosotros! Experimentando nuestros miedos, fracasos, tristezas, para guiarnos y hacernos salir de nuestra desesperanza y tribulación. Él ha venido a iluminar nuestra vida, para que veamos lo que somos y reconozcamos quienes somos. Para que experimentemos el amor que Dios nos tiene y podamos darnos, como él, a los que nos rodean.

El que vive en su pecado, en su egoísmo, en su soberbia, en su Yo, no ve el Tu. Por eso se identifica la noche con el pecado, con las obras de la muerte que son obras para el Yo. Cristo ha nacido para mostrarnos una forma distinta de vivir: Vivir para el Tu. Estas obras, dirá San Pablo, son las obras de la Luz…obras de Vida Eterna.

Ha nacido en la oscuridad, para mostrar la Verdad ¿qué Verdad? Que no podemos amar, que no podemos darnos, que vivimos pensando siempre en nosotros mismos; Que hasta la Fe la vivimos en una cosmogonía cuyo centro somos nosotros mismos, no Dios. Por eso la Navidad es la fiesta en la que se celebra el amor de Dios, la verdad que es Dios, y que ha querido revelar por medio de Cristo. Dios, viendo nuestra tiniebla, nuestra poca cosa, ha bajado para mostrarnos un camino en medio del desierto. Se ha despojado de su dignidad para entregárnosla a nosotros. Se ha humillado para ensalzarnos a nosotros. Ha consumido su vida terrena para dar luz a nuestra oscuridad presente. En definitiva, ha venido a salvarnos porque nos ama.

¡Cristo Jesús es nuestra Luz!