DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Bambini Down, la strage silenziosa Di fronte all’esito della diagnosi prenatale, nove donne su dieci scelgono l’aborto

DA M ILANO E NRICO N EGROTTI

O
ggi le reazioni all’assurdo gruppo di Facebook sono perlopiù solidali e in­dignate, ma non sempre la nostra so­cietà mostra sentimenti di accettazione ver­so le persone con sindrome di Down (SD). Senza elencare un lungo elenco di discrimi­nazioni più o meno palesi che queste perso­ne devono spesso sopportare, c’è un dato ab­bastanza significativo: nella stragrande mag­gioranza dei casi di fronte a una diagnosi pre­natale di SD, la gravidanza si conclude in un aborto. Non sono opinioni, ma i dati che e­mergono dalle poche indagini scientifiche condotte sull’argomento, come il recente ar­ticolo pubblicato il 26 ottobre scorso dal Bri­tish Medical Journal ( 2009; 339:b3794) che in­dica come Oltremanica nell’arco di vent’an­ni siano leggermente diminuite (meno 1 per cento) le nascite di bambini con sindrome di Down, mentre l’aumento dell’età materna ne faceva prevedere un incremento significati­vo (più 48 per cento): a essere aumentati al­trettanto sono stati i test prenatali. E anche in Europa, secondo un’indagine del 2003, ve­niva indicato un calo nei nati tra il 1975 e il 1999 statisticamente significativo. In Italia l’incidenza dei bambini con SD è di circa 1 o­gni 1000-1200 nati – secondo diverse valuta­zioni – cioè 500-600 bambini l’anno.
L’indagine condotta da Joan Morris, docen­te di statistica medica all’Università di Lon­dra, e da Eva Alberman, professore emerito,
è significativa nella crudezza dei numeri. Ven­gono presi in esame i nati vivi con sindrome di Down e le diagnosi prenatali in Inghilter­ra e Galles tra il 1989 e il 2008, analizzando i dati del Registro nazionale di citogenetica della sindrome di Down. In un riquadro rias­suntivo si indica che era già noto che le ma­dri più anziane sono maggiormente a rischio di concepire bambini con la sindrome di Down, e che gli screening prenatali per la sin­drome di Down sono più disponibili oggi ri­spetto ai primi anni Novanta. Quello che la ricerca aggiunge è che «il numero di diagno­si di sindrome di Down è cresciuto del 71 per cento (da 1075 nel 1989/90 a 1843 nel 2007/2008), mentre i nati vivi sono diminui­ti dell’1 per cento (da 755 a 743), a causa de­gli screening prenatali e delle conseguenti in­terruzioni di gravidanza». Dal punto di vista demografico si osserva che «in assenza di screening prenatali e conseguenti aborti, il numero di nascite di persone con sindrome di Down sarebbe cresciuto del 48 per cento a causa della scelta dei genitori di far famiglia più tardi».
Analoghi risultati ha ottenuto una ricerca condotta nel 2003 da Daniela Pierannunzio, Pierpaolo Mastroiacovo, Piero Giorgi e Gian Luca Di Tanna che ha preso in esame i dati relativi a 31 registri internazionali delle malformazioni congenite raccolti dall’Inter­national Clearinghouse for Births Defects monitoring Systems nel periodo tra 1974 e 2000. I risultati generali indicano che la pre­valenza
alla nascita totale è pari a 9,07 per 10mila nascite con un calo nel corso degli an­ni statisticamente significativo. In particola­re si passa da 16,10 bambini con SD ogni 10mila nati nel 1975 a 6,09 nel 1999: un ri­sultato «dovuto al corrispondente aumento di interruzioni di gravidanza a sua volta do­vuto alla diffusione generalizzata della dia­gnosi prenatale». Si tratta di risultati che devono far riflettere ma che non possono stupire, se solo si ricor­da il dibattito che ha preceduto (e seguito) l’approvazione della legge sulla procreazio­ne medicalmente assistita e la campagna re­ferendaria. Il ritornello di chi sosteneva la ne­cessità di effettuare la diagnosi preimpianto era per eliminare «alcune gravi patologie», quali appunto sindrome di Down (che non è una malat­tia), fibrosi cistica, talasse­mia. Inutile dire che, sicco­me cure per correggere la sindrome di Down non esi­stono, la «cura» si traduce in una eliminazione dell’em­brione: anche perché – si so­steneva (e si sostiene), la donna poi può sempre abor­tire. E anche se la legge 194 non prevede affatto l’elimi­nazione del feto per motivi di discriminazione genetica, questo avviene spesso. Al punto che il clamoroso caso dell’a­borto «sbagliato» nel 2007 all’ospedale San Paolo di Milano non ha sollevato nessuna on­da di protesta. Era stato deciso di abortire se­lettivamente la gemellina con SD: un errore in fase di intervento portò invece alla morte di quella sana. Ma la bambina con SD fu eli­minata con un secondo aborto. Recente­mente sono stati assolti i medici che aveva­no compiuto l’intervento errato: non per vio­lazione della 194, bensì per l’imperizia dell’o­perazione.
La cultura eugenetica strisciante ha portato troppi genitori a considerare come «cura» l’eliminazione dell’embrione segnato dalla sindrome


© Copyright Avvenire 23 febbraio 2010


Avvenire 23 Febbraio 2010
di Marina Corradi
Contro i Down non solo un ignobile gioco
"SCOPERTI"E"CANCELLATI"
BEN OLTRE IL FOLLE DI FACEBOOK
Il `gioco` ignobile del tiro al bersaglio sui Down, spuntato su Facebook nei giorni scorsi, è sparito dalla Rete in poche ore: a furor di popolo, nell’onda di una indignazione generale. La forza di questa sollevazione rassicura: siamo ancora in un mondo umano, verrebbe da dire, se a una simile ripugnante caccia al diverso ci ribelliamo. Possiamo magari, e legittimamente, prendercela con la incontrollabilità dei social network, o con la globalizzazione che ha fatto crollare le frontiere e reso impotenti i codici penali.
Certi, però, che quel `gioco` su Facebook è opera solo di un pazzo, o di un idiota. Che la sua logica («I Down sono solo un peso... come eliminarli civilmente?») è del tutto estranea alla gente normale. E, certamente, è così. Tuttavia, nel leggere questa storia, ci torna in mente una ricerca pubblicata dal

British Medical Journal

tre mesi fa, sull’incidenza della sindrome di Down in Gran Bretagna (ne riferiamo a pagina 7). Dove si spiega come l’aumento dell’età media delle madri negli ultimi dieci anni abbia portato a un incremento molto forte della sindrome; compensato, però, dal progresso degli screening prenatali, sempre più estesi, così che il 70% dei bambini Down viene individuato prima della nascita. Una diagnosi? No, una sentenza capitale: il 92 % delle donne raggiunte dal responso abortisce.
D etect

è il verbo usato dalla dottoressa Morris, della Queen Mary University di Lontra, per indicare l’individuazione dei bambini Down. I «detected babies» ben raramente vengono al mondo. «Detected» – in italiano individuati, scoperti. E cancellati, 92 su 100. Questo è il

British Medical Journal.

Come dice invece quel pazzo su Facebook? («I Down sono solo un peso… come eliminarli
civilmente?») Dove la differenza è nel tempo, in un `prima` e in un `dopo`, tra il feto – nella mentalità corrente, un nulla – e il bambino; ma non è nella sostanza delle cose. Quelli lì, non sono desiderati. E se umanamente l’angoscia di una madre di fronte a un figlio handicappato è comprensibile, resta evidente che tutti o quasi, attorno, le dicono o le fanno capire che no, non bisogna avere un figlio così. Così semplice, così indifeso. Così bambino per sempre. La stessa Morris, intervistata da un quotidiano inglese, si è rallegrata dell’affinamento dei test prenatali. Che riconoscono, nel buio del ventre, i figli `sbagliati`.
Chiamandoli al loro breve destino. Allora il delirio di un vigliacco che, nascosto dietro a un soprannome, ha enunciato sulla Rete il suo `gioco` abietto, non sarà come il materializzarsi di un sottopensiero inconscio, indicibile, che però esiste, almeno quando si tratti di nascituri - di non ancora nati, e dunque secondo alcuni di non­uomini? (In quella frontiera del `prima` e del `dopo` stabilita a ferrea barriera, per difenderci da dubbi e inquietudini). Non sarà, quel gioco di vergogna, come il lazzo di un ubriaco, che però riecheggia qualcosa che in qualche modo si è ascoltato dai sobri? («Eliminandoli civilmente»). I «detected babies» non nascono. Scovati. Presi. E `civilmente` respinti. Ma il 30 % sfugge ai controlli. La dottoressa Morris lamenta che c’è uno zoccolo duro di donne, che non accetta lo screening. Che non si sottopone a un esame che è già quasi verdetto. Che si tiene quel bambino, comunque: già figlio, e non clandestino. E questo zoccolo duro di madri ribelli, meraviglia. Forse più questo, che il rigurgito su Facebook di un ubriaco: che si lascia andare, nella sua ubriachezza nella impunità della Rete, a un vergognoso, ben occultato pensiero.



Il Corriere della Sera 22 Febbraio 2010
di Beppe Severgnini
FACEBOOK E BIMBI DOWN
E`L`ORA DI SANZIONI
RAPIDE E MEMORABILI
Bisogna decidere: solo infami o anche pericolosi? Su Facebook esiste un gruppo chiamato «Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini Down». Poiché gli idioti moderni amano illustrare le proprie gesta, ecco cosa si legge: «Perché dovremmo convivere con queste ignobili creature... con questi stupidi esseri buoni a nulla? I bambini Down sono solo un peso per la nostra società... Dunque cosa fare per risolvere il problema? Come liberarci di queste creature in maniera civile? Ebbene sì signori... io ho trovato la soluzione. Consiste nell`usare questi esseri come bersagli, mobili o fissi, nei poligoni di tiro al bersaglio».
Il gruppo di Facebook è stato denunciato da Franco Bomprezzi, neoconduttore del forum «Ditelo a noi» nel nuovo canale Salute/Disabilità di Corriere.it. Nel pomeriggio di ieri «Giochiamo al tiro al bersaglio...» aveva 930 iscritti. Siamo andati a controllare: erano 1.317 alle 19.30, 1.361 alle 19.40, 1.378 alle 20, 1.563 alle 20.30. Aumentano, quindi, certi dell`impunità. Hanno nomi e fotografie. Penso all`orrore di un papà e di una mamma se scoprissero, tra costoro, un figlio. Eppure a qualcuno accadrà. La vicenda è così grave che perfino gli attivissimi immorali italiani, sempre pronti a chiamare «moralismo» il normale uso della coscienza, taceranno. Meglio concentrarsi, quindi, sulla risposta: che dev`essere rapida e memorabile. Per prima cosa, niente piagnistei su internet, che non ha colpe, e per i disabili s`è rivelata una vera benedizione. Allo stesso tempo, chiusura del gruppo; ma non sarà immediata, perché richiede l`intervento dei gestori di Facebook, che stanno negli Usa (così dice la polizia postale). Poi, punizione dei responsabili: chi ha creato il gruppo e chi ha aderito. Sono rintracciabili, e loro azioni violano diversi articoli del codice penale. Ma forse, per gli idioti moderni, occorrono pene moderne. Invece di multe, servizio nelle comunità che si occupano dei piccoli Down. Chissà: forse qualcuno capirà quando hanno da darci, quei bambini.
E se anche fosse un atroce scherzo della Rete, resta la nostra condanna. Senza appello.


Dall'Inghilterra 116 "buoni" motivi per uccidere Sampras, Lincoln e Rachmaninov

martedì 16 febbraio 2010

L’ormai famigerata HFEA (Human Fertilisation & Embriology Authority), l’autorità britannica che si occupa di embriologia, ha reso nota una lista contenente 116 malattie genetiche per le quali è consentito distruggere embrioni con molta più facilità. Il fatto è che all’interno di quel macabro elenchus morborum vi si trovano patologie tutt’altro che gravi. Alcune non mettono affatto a rischio la vita e altre sono addirittura curabili.

Lo stupore aumenta quando si leggono malattie che non hanno assolutamente impedito a personaggi famosi di condurre un’esistenza felice e coronata da successo. La talassemia, ad esempio, è inserita nella lista pur non avendo minimamente influito nella fulgida carriera del sette volte campione di Wimbledon Pete Sampras. Oppure la sindrome di Marfan, causa di una crescita anormale, che non ha impedito ad Abramo Lincoln e Charles de Gaulle di diventare presidenti dei rispettivi Paesi, né al grande Rachmaninoff, noto proprio per le sue mani sproporzionate, di regalare all’umanità le sublimi melodie dei suoi concerti, il senso di appartenenza espresso nei suoi preludi, o la suggestiva armonia corale dei Vespri.

Anche la coroideremia, malattia genetica che colpisce la retina, non ha impedito al quarantenne Siôn Simon di diventare Vice Presidente del partito laburista britannico e Sottosegretario di Stato nel governo Brown. La HFEA, comunque, sta già pensando di allungare l’elenco con altre 24 malattie, tra cui la porfiria, malattia genetica del sangue, che si suppone fosse all’origine della follia di Giorgio III e che, essendo ereditaria, potrebbe interessare l’attuale casa regnante britannica.

Ciò che appare davvero sconvolgente è il dibattito in corso sul risultato delle diagnosi prenatali volte ad accertare simili patologie, perché vi sono genitori disposti ad accettare l’esito dei test e altri che - atterriti dall’idea di essere portatori di tare genetiche non intendono assolutamente conoscere quei dati e pretendono addirittura un “diritto a non sapere”, sul cui esercizio si stanno discutendo due possibili opzioni.

La prima è costituita dal cosiddetto “exclusion testing”, attraverso cui i genitori sottopongono i nascituri a diagnosi prenatale per verificare possibili tare familiari, ma non intendono conoscere la specifica patologia. In questo caso se risultassero embrioni malati ed embrioni sani, questi ultimi verrebbero comunque eliminati per la semplice correlazione con l’anomalia genetica.

Si ripeterebbe la stessa aberrazione dei test eseguiti per scegliere il sesso del nascituro (in Gran Bretagna, al momento, non ancora permessi), quando si scartano gli embrioni sani ma del sesso diverso da quello desiderato. O il caso dei “saviour siblings”, ovvero degli embrioni creati e selezionati in provetta allo scopo di “aiutare” un fratellino malato, attraverso il prelevamento dei tessuti.

La seconda soluzione è rappresentata dal cosiddetto “non-disclosure testing”, attraverso cui gli embrioni sono sottoposti a diagnosi prenatale per verificare possibili anomali genetiche, ma le relative informazioni non vengono fornite ai genitori, proprio in virtù del “diritto a non sapere”. Soltanto i medici che effettuano le analisi sarebbero al corrente del risultato e solo a loro spetterebbe la decisione di quali embrioni impiantare, tenendo sempre all’oscuro i genitori.

Il problema in questo caso sorge quando tutti gli embrioni presentano difetti genetici, perché in tal caso i genitori si accorgerebbero che qualcosa non va. Si suggerisce, allora, che i medici procedano a un trattamento d’impianto simulato (dummy treatment), il quale non implicherebbe, ovviamente, l’utilizzo reale di embrioni e tutelerebbe il diritto dei genitori a non conoscere il risultato del test.

Di fronte a simili ragionamenti si può solo rabbrividire. Siamo già avviati verso una prospettiva di pura eugenetica che punta all’omologazione dell’uomo attraverso lo stereotipo asettico di una perfezione artificiale. Ci avviciniamo all’idea della produzione in serie di esseri umani perfetti, già vaticinata dalle profezie distoniche che Aldous Huxley, nel 1932, affidò al suo romanzo Il Mondo Nuovo.

Già si intravede la definizione di un clichécapace di creare replicanti privi di alcun difetto e di uccidere l’originalità, l’unicità, l’irripetibilità di ogni singolo essere umano. Si vuol far sparire dalla faccia dell’umanità il concetto di “mostro”, nel suo profondo senso etimologico (monstrum) che in latino significa “segno divino”, “prodigio”. La HFEA e tutta la schiera di novelli eugenisti alla Marie Stopes sognano un mondo in cui nessun essere umano potrà mai più avere le mani mostruose di Rachmaninoff.


http://www.ilsussidiario.net/

Londra. Embrioni, la lista degli scarti. Anche malattie 'lievi' nell’elenco delle disfunzioni che autorizzano la selezione preimpianto

Alle cliniche del Regno Unito non servirà più un permesso speciale per distruggere gli embrioni che riportano difetti genetici anche minori. La Human Fertilisation and Embryology Authority, l’ente che regola il settore della fecondazione artificiale ed embriologia, ha pubblicato qualche giorno fa una lista di 116 malattie genetiche ereditarie che se diagnosticate durante la fecondazione artificiale possono dare il via alla distruzione dell’embrione. La notizia ha sollevato critiche e preoccupazione perché tra queste condizioni ereditarie ce ne sono molte che garantiscono a un essere umano una qualità di vita decorosa e in alcuni casi, come dimostrato in passato, anche eccezionale. Domenica scorsa il Sunday Times sottolineava come alcuni grandi personaggi della nostra storia, per esempio Abramo Lincoln o Charles De Gaulle, siano riusciti a condurre una vita esemplare nonostante avessero una malattia oggi inclusa nella lista della HFEA, la sindrome Marfan, o come altri, per esempio Pete Sampras, sia riuscito ad eccellere nel tennis anche se malato di talassemia, sempre nell’elenco. «La notizia è terrificante – ci spiega Josephine Quintavalle di Core, Comment on Reproductive Ethics – e ancora di più se si considera che molti embrioni vengono scartati anche prima di essere diagnosticati difettosi. Se per esempio nella famiglia di una coppia che cerca di concepire attraverso la fecondazione artificiale c’è un nonno che ha avuto una malattia grave, gli embrioni che riportano i geni del nonno vengono eliminati automaticamente ancora prima di essere sicuri che questi contengano la stessa malattia. In poche parole è molto probabile che saranno distrutti embrioni assolutamente sani».

P
er David King, direttore del gruppo Human Genetic Alert, l’iniziativa della HFEA «è un’ulteriore conferma dell’ossessione esistente in questo Paese di cercare la perfezione a tutti i costi quando sappiamo bene che la perfezione non esiste e che è sbagliato sbarazzarci di una vita perché questa non è perfetta. E contribuisce alla creazione di un clima sociale in cui anche le più piccole deviazioni da quella che è considerata la normalità vengono considerate inaccettabili».
La procedura per identificare anormalità genetiche ereditarie conosciuta con il nome di Pdg (Pre­implantation genetic diagnosis) consiste nel rimuovere alcune cellule da un embrione tre giorni dopo la fecondazione. Gli embrioni che presentano cellule con geni a rischio vengono scartati mentre quelli considerati sani vengono impiantati nell’utero della madre.
«Purtroppo siamo solo all’inizio di questa folle corsa verso ciò che non si può altro che chiamare eugenetica», conclude la Quintavalle. L’autorità sta infatti valutando in questi giorni la possibilità di aggiungere alla lista altre 24 malattie ereditarie. Tra queste c’è anche la porfiria, una malattia genetica del sangue che provoca squilibri mentali e che negli ultimi anni del suo regno fu responsabile della 'pazzia' di Giorgio III. Il sovrano morì nel 1820, a 82 anni d’età.

Avvenire 28 gennaio 2010

Diagnosi prenatali, l’eugenetica di massa

di Daniele Zappalà
«I

test pre­natali sem­bra­no
aver preso una dimensione iperbolica, se si considerano le basi scientifiche incerte su cui si fondano. Emerge un commercio dei rischi che produce angoscia e ansia». A lanciare l’allarme è il professor Roland Gori, il noto psicopatologo e saggista francese all’origine di un recente appello, sottoscritto da numerosi ed eminenti specialisti di ginecologia ed ostetricia, sulle derive tecnocratiche legate all’accompagnamento della procreazione. L’appello, in Francia, ha rotto il ghiaccio su un autentico tabù. E allargando la propria riflessione, lo studioso non esita a parlare di minacce future di «distruzione dell’umanità nell’uomo a favore di una riproduzione tecnica della specie».
Professore, cosa l’ha spinta a lanciare l’allarme?
Da anni lavoro sulle derive ideologiche e psicopatologiche legate alla medicalizzazione dell’esistenza. Viviamo in una
Parla Roland Gori, lo psicopatologo e scrittore laico francese che ha lanciato l’appello di intellettuali e medici pubblicato da «Le Monde» contro la deriva tecnocratica della procreazione. «Donne incinte braccate negli ospedali per esami abusivi e inutili. L’individuo finisce sotto osservazione fino alle pieghe più intime della sua esistenza. È un approccio fideistico verso la scienza»

società che attraversa una crisi etica e in cui i politici tendono a rivolgersi alle scienze della vita, come la medicina, per costruire un sistema di disposizioni sulle condotte individuali. Diventa evidente più che mai il pericolo di una gestione pseudoscientifica e tecnica del vivente, capace di ripetere persino certi orrori del recente passato. Sul piano psicopatologico, ciò conduce a
una dispersione negli individui di un’etica della critica e della responsabilità. Nello specifico, l’incontro di diversi specialisti nel campo dell’ostetricia mi ha fatto prendere coscienza della generalizzazione delle diagnosi prenatali. In certi reparti, mi è stato spiegato con inquietudine, le donne incinte vengono ormai quasi braccate. A giustificare quest’atteggiamento è la pretesa di anticipare i rischi per i nascituri.
Ma diversi test paiono abusivi e configurano anzi una specie di 'commercio del rischio'. Le donne incinte vengono invitate a sottoporsi a numerosi test anche su patologie eventuali su cui non esistono cure. Si spalanca dunque una questione etica enorme. Tanto più se si considerano le conseguenze psicologiche disastrose sulle donne. Qualcosa di naturale come la gravidanza nei casi peggiori può ridursi a una prova costante inflitta alla loro psicologia. Eppure, scientificamente, la definizione di molti di tali rischi resta controversa.
Si può parlare di una colonizza­zione dei progetti d’avvenire del­le famiglie?
È così. È qualcosa di simile alle
recenti pretese di predire la delinquenza a partire da certi disturbi del comportamento nei bambini di neppure 3 anni. In quel caso, si partiva da studi sui topi mutanti e da articoli molto controversi. Si arriva in entrambi i casi ad aberrazioni che confondono predizione e prevenzione.
Queste forme di determinismo applicate all’uomo paiono rima­re con scientismo...
In proposito, emerge un pericolo che in certi casi si potrebbe definire totalitario. Oggi, in nome di una certa concezione della scienza, del principio di precauzione, della prevenzione dei rischi, l’individuo può finire sotto osservazione fino alle pieghe più intime della sua esistenza. C’è il rischio, insomma, di calibrare gli individui così come si fa già oggi in Europa con i pomodori, cioè a partire da considerazioni tecnocratiche. È un approccio politico fideistico verso la scienza che tende a escludere il senso individuale della responsabilità e della solidarietà.
A livello clinico, che conseguen­ze può avere questa pressione sulle persone che comincia an­cor prima della culla?
Da tempo m’interesso alla possibilità di veder emergere ciò che chiamo 'patologie del nichilismo'. I sintomi che vediamo oggi moltiplicarsi, dalle più diverse dipendenze alla strumentalizzazione dell’altro, mi sembrano sempre più il rovescio della medaglia di questa nuova civiltà contabile, normativa, pseudoscientifica.
La gravidanza è il momento per eccellenza di contatto col miste­ro della vita. L’offensiva tecno­cratica che lei denuncia produce una perdita di senso?
Credo di sì. Diversi filosofi avevano visto in passato la scienza non certo come un mezzo per chiudere i conti col mistero. Ma al contrario, come una via che apre, attraverso la conoscenza, spazi per nuovi misteri ed enigmi. Oggi, spesso, la concezione della scienza applicata al vivente tende invece pericolosamente ad avvicinarsi al produttivismo e a una visione fino a ieri riservata all’industria.
Ciò è legato direttamente agli in­teressi economici in gioco dietro il 'commercio dei rischi'?
Nel caso dei test prenatali, così come in altri ambiti dello stesso genere, esiste una porosità ormai estrema fra gli interessi commerciali e industriali, da una parte, e le politiche sanitarie. Una minima variazione nei valori giudicati dai poteri pubblici come una norma sanitaria possono tradursi per l’industria in notevoli oscillazioni del proprio giro d’affari.
In Europa si allarga il dibattito sui rischi di derive eugeniste. In Francia, a gettare il sasso è stato il professor Didier Sicard, ex pre­sidente del Consiglio consultivo d’etica. Che ne pensa?
Sono d’accordo col professor Sicard, anche se abbiamo approcci al problema diversi.
Personalmente, parlerei di un rischio di eugenismo neoliberale.
Sulle questioni legate al vivente, gli esperti tendono oggi a prendere il posto di figure guida capaci di richiamare la coscienza morale. Il regno degli esperti tende a dirci in modo sempre più chiaro che la verità è la norma. Si tratta di una follia.
E ciò giunge proprio quando, in campi come la ricerca in biolo­gia, emergono più che mai certi limiti conoscitivi della scienza.
Un paradosso?
Proprio così. L’onore della scienza sta nel riconoscere che non ha risposte a tutto, in particolare nel caso dell’umano. Oggi in Europa stiamo vivendo una vera ondata di morale utilitarista senza ancora possedere gli antidoti. Ma resto convinto che potremo trovarli in tre modi: tornando all’etica dei nostri mestieri scientifici, grazie a una riflessione epistemologica sulla scienza e infine attraverso un impegno pubblico di sensibilizzazione.

Avvenire 28 gennaio 2010