DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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18 febbraio 2014


DIZIONARIO


Chiacchiere

Vi dico la verità, sono convinto che se ognuno di noi facesse il proposito di evitare le chiacchiere, alla fine diventerebbe santo! È una bella strada!

Papa Francesco, Angelus del 16 febbraio 2014



Il fachiro, lo stregone e la pazienza di Dio, 


«Considerate perfetta letizia, quando subite ogni sorta di prove»: «La pazienza non è rassegnazione, è un’altra cosa». Appare come «un invito a fare il fachiro»: la pazienza, sopportare «le cose che noi non vogliamo», permette di «maturare la nostra vita. Chi non ha pazienza vuole tutto subito, tutto di fretta. Chi non conosce questa saggezza della pazienza – ha messo in evidenza - è una persona capricciosa, come i bambini che sono capricciosi», a cui nulla va  bene. E «la persona che non ha pazienza non cresce, rimane nei capricci del bambino, non sa prendere la vita come viene: o questo o niente»; ecco, «questa è una delle tentazioni: diventare capricciosi». «E l’onnipotenza» di volere ottenere subito una cosa, come succede ai farisei che domandano a Gesù un segno dal cielo: «Volevano uno spettacolo, un miracolo... Confondono il modo di agire di Dio con il modo di agire di uno stregone – ha osservato Francesco - E Dio non agisce come uno stregone, Dio ha il suo modo di andare avanti. La pazienza di Dio. Anche Lui ha pazienza. Ogni volta che noi andiamo al sacramento della riconciliazione, cantiamo un inno alla pazienza di Dio! Ma il Signore come ci porta sulle sue spalle, con quanta pazienza, con quanta pazienza! La vita cristiana deve svolgersi su questa musica della pazienza, perché è stata proprio la musica dei nostri padri, del popolo di Dio, quelli che hanno creduto alla Parola di Dio, che hanno seguito il comandamento che il Signore aveva dato al nostro padre Abramo: “Cammina davanti a me e sii irreprensibile”». Il Pontefice ha parlato del popolo di Dio citando la Lettera agli Ebrei: «Ha sofferto tanto, sono stati perseguitati, ammazzati», però ha avuto «la gioia di salutare da lontano le promesse» del Signore. E «questa è la pazienza» che «noi dobbiamo avere nelle prove: la pazienza di una persona adulta, la pazienza di Dio». E questa pazienza esiste, è quella «del nostro popolo»: «Quanto paziente è il nostro popolo! Ancora adesso! Quando andiamo nelle parrocchie e troviamo quelle persone che soffrono, che hanno problemi, che hanno un figlio disabile o hanno una malattia, ma portano avanti con pazienza la vita». E «non chiedono segni, come questi del Vangelo, che volevano un segno. Dicevano: “Dateci un segno!”. No, non chiedono, ma sanno leggere i segni dei tempi: sanno che quando germoglia il fico, viene la primavera; sanno distinguere quello. Invece, questi impazienti del Vangelo di oggi, che volevano un segno, non sapevano leggere i segni dei tempi, e per questo non hanno riconosciuto Gesù». 

Omelia a Santa Marta, 17 febbraio 2014



La morte e il Papa

Ora, a quasi 54 anni, riconosco che quella piccola riflessione serale è il punto di riferimento di tutta la mia vita successiva riguardo al problema della morte. Quella sera, senza provare paura, sentii che un giorno sarei morto, e mi sembrò la cosa più naturale.

Da una lettera inedita di Padre Bergoglio



Cambio epocale


«Siamo definitivamente usciti dall’età sacrale e dall’età barocca; dopo sedici secoli [dall’età costantiniana] che sarebbe vergognoso calunniare oppure pretendere di ripudiare, e i cui gravi difetti non sono contestabili, inizia un’età nuova, nella quale la Chiesa ci invita a meglio comprendere la bontà di Dio nostro padre, e ci chiama a riconoscere al contempo tutte le dimensioni di questo hominem integrum di cui il papa [Paolo VI] parlava nel suo discorso del 7 dicembre 1965, nella seduta ultima del Concilio. Ecco compiuto il grande rovesciamento in virtù del quale non sono più le cose umane che si prendono cura di difendere le cose divine, ma sono le cose divine che si offrono di difendere le cose umane.»

J. Maritain, Le Paysan de la Garonne


Un eroe cristiano

Andreas Hofer, il capo della resistenza tirolese contro gli invasori giacobini e napoleonici, venne alla fine sconfitto e catturato. Una newsletter dell’Associazione Culturale La Torre riporta un episodio che avvenne ad Ala, città in cui l’Hofer prigioniero sostò prima di essere tradotto a Mantova, dove lo attendeva il processo e la fucilazione (20 febbraio 1810). Passò la notte recitando il rosario sotto lo sguardo beffardo dei carcerieri. Questi, un soldato e un ufficiale, si addormentarono dopo un’abbondante bevuta. Ma rischiarono di non svegliarsi più per via della esalazioni mortifere della stufa a carbone. Hofer, malgrado lo stordimento, anziché approfittarne per fuggire andò a svegliare gli altri soldati, che si precipitarono a salvare i due commilitoni. Andreas Hofer, un eroe cristiano.

Rino Camilleri


Una storia contro i nuovi medici nazisti

Sono giorni di terribile e spudorato infanticidio in Europa, con l'approvazione in Belgio della prima legge per l'eutanasia pediatrica e dei bambini disabili. Così mi è tornata in mente una storia che pochi, credono, conoscano. Parla di due bambini che nacquero la stessa notte nello stesso villaggio in Austria. Il maschio gridava in maniera vigorosa, era forte e sano. La femmina aveva una voce flebile e soffriva della sindrome di Down. Questa bambina sarebbe stata di aiuto ai genitori, che una volta malati non potevano permettersi una domestica. La figlia disabile si prese cura di loro. I medici austriaci a distanza di tanti anni non ricordano il nome di quella bambina. Ma non possono dimenticare quello del maschio: Adolf Hitler.

Giulio Meotti
, 
Il Foglio




Padri clericali e padri avventurieri

Una riflessione da incorniciare...


Sento due parole: Montecassino e casa di Nazareth. Ricordi la famosa battuta, la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali? Ecco, c’è una responsabilità che noi abbiamo come uomini e come donne, come padri e come madri, davanti a quello che abbiamo incontrato. Il momento storico in cui viviamo è un gran casino. Esattamente come lo era al tempo di Benedetto. Allora, dopo il crollo totale di una civiltà, non un prete, ma un laico, un giovane, un semplice battezzato, Benedetto, è ripartito dall’essenziale, Cristo, e ha trascinato con sé tutti e un grande papa, Gregorio, ha ricostruito tutto da lì. E poi è andata sempre così. Pensa a secoli dopo, quando l’Europa sembrò ai vertici della sua potenza e invece ancora una volta l’edificio eccelesiale stava di nuovo per crollare, Gesù parla a una persona, le dice: «Ripara, ricostruisci la mia chiesa». E chi è costui? Un ecclesiastico? Un cardinale? Un vescovo? Un teologo? Un papa? No, è Francesco, un ragazzo di Assisi.
Tutto il cristianesimo è una storia di laicità, di uomini e di donne travolti dalla vita di Gesù. Purtroppo noi abbiamo ancora questa immagine terribilmente clericale, invece è stato sempre così, battezzati, uomini, donne, nel momento più cupo, quando il papato sembrava lì lì per diventare il cappellano del re di Francia, chi salva il papato? Ancora una volta una laica, una ragazza analfabeta, una popolana, Caterina da Siena.
Il cristianesimo è una grande storia di popolo. Ma noi ci siamo dimenticati che il sacerdozio ministeriale è solo un servizio al sacerdozio universale. Siamo noi battezzati, Re, sacerdoti e profeti. Siamo tenuti a questa testimonianza. Basta star lì ad aspettare che sia la gerarchia ecclesiastica a dirci fai questo e quest’altro. Pensa a Nazareth, di cosa stiamo parlando? Di una accademia teologica? Di un episcopio? No, la casa di un falegname, un padre, una madre, un figlio. È da lì che si scatena tutto, non da una mente o da una struttura sofisticata.
Ci siamo rotti e strarotti di sentire preti e cosiddetti laici (che magari si definiscono pure atei o agnostici) che parlano del Concilio in termini clericali, cioè di potere e di rivendicazione di un potere. Il Concilio Vaticano II siamo noi. Noi lo facciamo perché siamo noi i laici cristiani, il popolo cristiano. Il Vaticano II non ha forse richiamato la responsabilità della gente, dei laici, dei padri e delle madri? Dice due cose il Concilio: basta il battesimo a testimoniare Cristo e, secondo, il cristianesimo è popolo. Punto e stop. Per cui, anche qui, sottraiamo ai chierici e ai teologi il Concilio Vaticano II. Liberiamoci!
Posso darti due chicche di Péguy? Le conosci, ma oggi godono di particolare attualità e non solo per queste stronzate di genitori A e B. «C’è un solo avventuriero al mondo – scrive Péguy – e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo, solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Lui naviga su questa rotta immensamente larga. Lui solo non può affatto passare senza che la fatalità si accorga di lui. Gli altri scantonano sempre, possono permettersi di infilare sotto la testa. Lui, lui deve nuotare di spalle, deve risalire tutte le correnti, deve infilare le spalle, il corpo e tutte le membra. Gli altri scantoneranno sempre, sono carene leggere, sottili come lame di coltello, lui è la nave grossa, pesante come bastimento da carico». Capisci? Questo è il momento dei padri e delle madri. Noi difendiamo la nostra fede. E basta. Non c’è da aspettarsi niente da altri, teologi, apparati, chierici, niente: siamo noi, difendiamo i nostri figli, le loro anime e la loro avventura umana.
E questa è una specie di carezza che da Péguy arriva alla nostra generazione. «Si tratta di sapere se le nostre fedeltà moderne, voglio dire se le nostre convinzioni cristiane in pieno mondo moderno assalite da tutti i venti, battute da tante prove e che sono uscite intatte da questi due secoli di prove intellettuali (e noi potremmo dire da questi quarant’anni, ndr), non ricevano una singolare bellezza, una bellezza non ancora ottenuta, una grandezza singolare agli occhi di Dio. Le nostre fedeltà sono delle cittadelle, cittadelle crociate come quelle che trasportavano popoli interi e gettavano dei continenti gli uni sugli altri sono rifluite su di noi oggi, sono ritornate fino nelle nostre case. Il più piccolo di noi è letteralmente un crociato. Noi tutti siamo degli isolotti battuti nel mare da un’incessante tempesta e le nostre case sono tutte delle fortezze nel mare». Come dire, tiriamo fuori i nostri attributi e riprendiamoci la nostra responsabilità nel mondo. Perché basta il nostro battesimo. Come ci è stato insegnato dal nostro maestro Giussani, il solo battesimo ci abilita a testimoniare Cristo. Tanto è vero che nel corso dei secoli il popolo cristiano ha difeso la fede pagando con la vita anche quando i chierici, le avanguardie, se l’erano data a gambe.


Antonio Socci a Luigi Amicone, Tempi.it






LE NOTIZIE



3 minuti per vedere il miracolo della vita Un viaggio emozionante dal concepimento alla nascita

Bellissima intervista a Socci: «Basta aspettare il consenso dei preti o del mondo. Tocca a noi, padri e madri, affrontare il caos»

Il Vangelo di Marco si basa sulla testimonianza di Pietro




Il Papa: "Signore, dacci oggi il nostro amore quotidiano". Dialogo con i fidanzati

Il Papa: Cuore e Precetti

Quella lettera (inedita) di Padre Bergoglio



Ricordiamo anche i preti uccisi nelle foibe




Pietro Sambi Nunzio di Dio

Erminia: non c'è amore più grande...


“Enciclopedia del Dolore” tedesca: il dolore fetale è un dato scientifico. Il dr. Carlo Bellieni conferma che i feti possono soffrire già alla 20ma settimana dal concepimento

La legge del più forte è atroce? Dipende se il debole è un cucciolo di elefante o di uomo

Libretti Unar. Ricostruzione di un pasticcio (e di una strategia)








LE CHIESE TEDESCHE PERDONO PER STRADA 200MILA FEDELI L'ANNO. SIA QUELLA CATTOLICA, SIA QUELLE PROTESTANTI



L'emorragia in Germania interessa sia i cattolici (al Sud) che i protestanti (al Nord)
Ogni anno persi 200 mila fedeli
La fede costa l'8% di addizionale alle tasse statali
 da Berlino Roberto Giardina  
Le chiese tedesche sono ricche, non devono rendere conto a nessuno di come amministrano il patrimonio, ma perdono sempre più fedeli. In media 200 mila all'anno, sia gli evangelici che i cattolici, che sono quasi alla pari, i protestanti più forti al Nord, e la chiesa di Roma al Sud.
E ora la fuga si accentua, a causa del caso del vescovo di Limburg, Franz-Peter Tebartz-Van-Elst, che ha dato scandalo spendendo 31 milioni di euro per rimodernare la sua residenza. Vasca da bagno da 120 mila euro, marmi costosi, legni pregiati, e i lavori non sono ancora finiti. E lo spreco mentre il Papa, da Roma, invita i suoi preti alla moderazione.

Le spese pazze di monsignor Franz-Peter hanno provocato la reazione dei cattolici, ma anche dei protestanti. Per uscire è necessario un atto formale davanti alle autorità, per evitare di continuare a pagare le tasse, che qui ammontano all'8% in più su quanto si versa allo Stato. La fede costa, e molti se ne vanno anche per la crisi economica. Un vescovo sprecone offre l'alibi opportuno: da settembre a ottobre le uscite sono quasi raddoppiate a quota 571; quelle dalla chiesa evangelica sono aumentate dell'80% a 228. Così a Osnabrück e a Brema, nel Nord del paese, mentre nel Sud, a Monaco, in ottobre sono state 1.250, il doppio rispetto alle 602 di settembre. A Regensburg sono triplicate a 147. Una vera emorragia.

E le fughe si traducono in minori entrate, anche se il totale rimane sempre ragguardevole: nel 2012 le tasse hanno portato alla chiesa di Lutero 4,77 miliardi di euro, alla chiesa di Roma 5,188 miliardi. In più i Länder, le regioni, hanno versato contributi per 480 milioni. In totale oltre 10 miliardi, di cui i vescovi non devono rendere conto a nessuno. Vent'anni fa, calcolando in euro, si era a 7 miliardi. Si incassa sempre di più, anche se i fedeli scendono: protestanti e cattolici erano il 36% della popolazione, oggi sono al 29. Il patrimonio delle chiese ammonterebbe a 500 miliardi di euro, ma il calcolo esatto naturalmente non è possibile.

Le attività delle parrocchie non si limitano alla sfera religiosa: organizzano concerti, gestiscono teatri rionali, campi giochi e sportivi, asili infantili e residence per anziani. Un lavoro sociale che lo Stato riconosce e in parte rimborsa. Ma da più parti si chiede di abolire le tasse religiose, regolate da una legge che risale alla repubblica di Weimar. I fedeli siano lasciati liberi di versare quel che ritengono giusto, e magari ogni intervento del sacerdote o dal pastore evangelico venga pagato secondo tariffe prefissate, dai battesimi ai matrimoni. Così i religiosi torneranno a esercitare solo la loro funzione primaria.

Quasi impossibile. Solo attraverso la Caritas, la chiesa gestisce 25 mila centri, con oltre 550 mila collaboratori. Sempre la chiesa cattolica possiede vigneti e fattorie, migliaia di appartamenti e negozi: solo la diocesi di Monaco è proprietaria di boschi per 5 mila ettari. I cattolici hanno la Weltbild, una casa editrice con un fatturato di un miliardo e 600 milioni. Perfino alcuni episodi di Tatort, la fortunata serie gialla televisiva, vengono prodotti dalla chiesa. Perché non tornare all'antico, almeno un po'?

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Nella patria di Lutero i cattolici hanno sorpassato i protestanti

La salute della Chiesa cattolica in Germania è così e così. Intanto però cresce. Lestatistiche ufficiali aggiornate al 2009 dicono che essa ha conquistato il primo posto a spese delle Chiese protestanti.

Prendendo il 1950 come anno di confronto, il sorpasso ha del clamoroso.

I protestanti nel 1950 erano 42,2 milioni. Nel 2009 sono scesi a 24,2 milioni, con una diminuzione del 42,7 per cento.

Al contrario, i cattolici sono passati da 23,2 milioni nel 1950 a 24,9 milioni nel 2009, con una crescita del 7,3 per cento.

Evidentemente, la cura modernizzante che le Chiese protestanti tedesche si sono imposta in dosi massicce, con le donne pastore, le donne vescovo e il via libera ad aborto, eutanasia, divorzio, matrimonio omosessuale, eccetera, ha prodotto questo bel risultato.

Ma nonostante ciò, per curare le magagne della Chiesa cattolica dottoroni tipo Hans Küng insistono a prescrivere la stessa ricetta. E protestano perché il papa tedesco non ne vuole sapere.


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Deutschlandistan, Germania pol. corr. scossa dal libro del giudice suicida. “La fine della pazienza” di Heisig sul tracollo multiculturale. G. Meotti

Tratto da Il Foglio del 2 settembre 2010

Roma. Il suo ultimo segno di vita è stato un sms alla famiglia: “Tutto questo è troppo per me”. Poi il suicidio, o presunto tale.

C’è mistero sulla fine del giudice donna Kirsten Heisig, che si dice non abbia retto al lavoro massacrante che svolgeva da anni. Era la più nota e agguerrita giudice minorile di tutta la Germania. Nel suo libro, inviato all’editore prima di morire e che porta il titolo emblematico di “La fine della pazienza”, Heisig adesso declama, ma dall’aldilà, la fine del multiculturalismo tedesco.

Il libro non lo ha scritto dall’empireo delle idee, ma dal campo, raccontando il fallimento della società dell’accoglienza e dell’integrazione, sentenza dopo sentenza. Heisig dipinge la Berlino che nessun turista vede mai: un calderone di criminalità, ghetti multiculturali, immigrazione anarchica e leggi inservibili. In un paese già segnato dal “caso Sarrazin”, il banchiere centrale di sinistra che ha criticato duramente l’islam in Germania (ma è anche accusato di antisemitismo), arriva ora il pamphlet esplosivo del “giudice coraggio” suicida (è la tesi prevalente) pochi giorni prima dell’uscita del volume.

“Das Ende der Geduld”, questo il titolo del libro, è in testa alla saggistica tedesca secondo la classifica dello Spiegel. La Germania è sotto choc nell’apprendere, tramite Heisig, che bande di criminali mediorientali stanno introducendo illegalmente in Germania bambini palestinesi sottratti dai campi profughi del medio oriente. La legge tedesca, peraltro, nulla può sui minori di quattordici anni: non possono nemmeno essere rimpatriati.

Il magistrato tedesco lavorava nel più grande ghetto multiculturale nella parte ovest di Berlino, dove delle 300mila persone il 40 per cento è composto da immigrati e dove regna un tasso di disoccupazione del 19 per cento. “Richterin Gnadenlos”, è così che Heisig veniva chiamata: il giudice senza pietà, o anche il “terrore di Neukölln”. Neukölln, capitale meticcia nel cuore della capitale tedesca a ridosso della linea dell’ex Muro, è il paesaggio di rovine e illusioni che fa da sfondo al pamphlet. Un quartiere che i media chiamano “Problemkieze”, problematici. O con un’altra formula icastica, il “miniprincipato ottomano” di Germania, fondato sulla frutta e sui commerci. Un misto di rigetto e autoisolamento: turchi con turchi, tamil con tamil, arabi con arabi in un puzzle scomposto di 139 etnie. Le donne, coperte dal chador islamico, camminano qualche passo dietro all’uomo.

“Qui, alcuni vivono come nel medioevo”, ha ammesso Heinz Buschkowsky, il sindaco di Neukölln, un altro socialdemocratico che da tempo ha rotto con i tabù del multiculturalismo. Qui, alle elementari, il 95 per cento dei bambini non parla il tedesco come madre lingua e molti non lo parlano proprio. Non bastasse, luoghi di culto cristiani sono stati venduti a comunità musulmane per essere trasformati in centri islamici. Il quartiere dove lavorava Heisig ha la più alta percentuale di “delitti d’onore”. Donne “colpevoli” di vivere, vestirsi e amare all’occidentale. Padri, fratelli e mariti che uccidono figlie, sorelle, mogli. Botte, coltellate, colpi di pistola. Spesso mai denunciate alla polizia.

“I giovani turchi e arabi non sono interessati ai valori e alle leggi della Germania”, si legge nel libro di Heisig. “Sono indifferenti al sistema”. Nella capitale tedesca, ricorda il magistrato, “circa il 90 per cento dei criminali che compiono almeno trenta reati l’anno ha un background migratorio, il 45 per cento è di origini arabe, il 34 per cento ha radici turche”. Viviamo in una società, attacca Heisig, in cui i problemi vengono ignorati consapevolmente, “per tradizione da parte degli immigrati e per comodità da parte dei tedeschi”. La soluzione proposta dall’autrice è un taglio dei benefici sociali del generosissimo welfare germanico. Ma “vorrei che le future generazioni avessero le stesse possibilità che ho avuto io”, conclude sconsolata Heisig. Oggi il mistero circonda il suicidio dell’autrice, anche perché – secondo i più – il suo libro fin troppo ingombrante lascia immaginare una possibile vendetta delle gang criminali islamiche.

Germania, libro choc sul «futuro islamico». Ed è bufera...

L'autore è Thilo Sarrazin, 65 anni, ex ministro delle Finanze socialdemocratico della città-Stato di Berlino ed attuale componente del direttorio della Bundesbank. «Lo Stato e la società tedesca nel giro di poche generazioni verranno presi in mano dai migranti». «La forte presenza della comunità turca e l'immigrazione dai paesi musulmani rischiano in un paio di generazioni di cambiare il volto della Germania, trasformandola in un Paese islamico». «Non vorrei che noi diventassimo stranieri in patria»…



«La forte presenza della comunità turca e l'immigrazione dai paesi musulmani rischiano in un paio di generazioni di cambiare il volto della Germania, trasformandola in un Paese islamico». Lo sostiene in un suo libro in uscita il 30 agosto Thilo Sarrazin, 65 anni, ex ministro delle Finanze socialdemocratico della città-Stato di Berlino ed attuale componente del direttorio della Bundesbank.

Il settimanale «Der Spiegel» ha pubblicato un ampio estratto del libro di Sarrazin, dal titolo «La Germania si distrugge da sola - Come mettiamo a rischio il nostro Paese», pubblicato dalla casa editrice «Deutsche Verlags-Anstalt» (Dva), appartenente al colosso mediatico Bertelsmann. «Non desidero che il Paese dei miei nipoti e pronipoti diventi in gran parte musulmano, nel quale si parli prevalentemente turco e arabo, dove le donne portano il velo ed il ritmo della giornata è scandito dai muezzin. Se voglio questo, posso prenotare una vacanza in Oriente», scrive Sarrazin. «Ogni società ha il diritto di decidere chi vuole accogliere ed ogni Paese ha il diritto di salvaguardare la propria cultura e le sue tradizioni. Queste riflessioni sono legittime anche in Germania ed in Europa». «Non vorrei che noi diventassimo stranieri in patria», scrive ancora il manager della Buba, secondo il quale «il confine geografico e culturale dell'Europa va chiaramente tirato sul Bosforo e non al confine della Turchia con l'Iraq e l'Iran».

Sarrazin sottolinea che attualmente in Germania vivono 3 milioni di turchi e se il tasso di fertilità dei migranti in generale rimarrà più elevato di quello della popolazione autoctona, «lo Stato e la società (tedesca, ndr) nel giro di poche generazioni verranno presi in mano dai migranti». Nel suo libro Sarrazin cita l'intervista concessa nel 2004 dall'uomo d'affari tedesco di origine turca, Vural Oger, al quotidiano «Hurriyet», in cui affermava che «nel 2100 ci saranno in Germania 35 milioni di turchi e 20 milioni di tedeschi. Ciò che il sultano Solimano iniziò nel 1529 con l'assedio di Vienna, lo realizzeremo noi con la popolazione, con i nostri potenti uomini e le nostre sane donne». Sarrazin aggiunge che «sul piano culturale e di civiltà, la visione della società ed i valori propri ai migranti costituiscono un regresso».

Il manager sottolinea che solo il 33,9% dei migranti sul suolo tedesco guadagna la propria esistenza lavorando, con il rimanente che vive a spese dello Stato, mentre grazie a questi sussidi «una famiglia con diversi figli porta a casa oltre 3mila euro al mese». Sarrazin scrive che qualunque migrante riesce a mettere piede in Germania ed a rimanerci, grazie ai sussidi dello Stato «si assicura un reddito che non otterrebbe mai lavorando nel suo Paese d'origine. Questa prassi non esiste nei Paesi tradizionalmente aperti all'immigrazione come Stati Uniti, Canada ed Australia, poiché «negli Usa i migranti non ricevono un centesimo, per questo non vanno là, ma stanno in Germania». La tesi di fondo del libro è che «ci vorranno poche generazioni per farci diventare una minoranza nel nostro Paese. Questo non è solo un problema della Germania, ma di tutti i popoli europei».

Intanto nell'imminenza dell'uscita del libro, il presidente del «Vereinigte Migrantenpartei» (il partito unificato dei migranti), Vlad Georgescu, ha lanciato un invito a boicottare le pubblicazioni del gruppo Bertelsmann, poiché a suo avviso «non è accettabile che la presidente Liz Mohn non abbia esercitato la sua influenza per negare questa piattaforma a Sarrazin».

Il Giornale articolo di lunedì 23 agosto 2010

Il muro di silenzio della Odenwald. Il liceo tedesco delle élite sessantottine libero e senza tabù con stupri di gruppo e sevizie su minori

Ecco il ministro cristiandemocratico tedesco che non vuole il crocifisso. Aygül Özkan non solo è bella e simpatica, ma ha pure idee tutte sue

E’ donna, bella, giovanile. E da oggi, dopo aver giurato nelle mani del governatore della Bassa Sassonia, Christian Wulff, è anche il primo ministro di Land di origini turche e di confessione musulmana. Aygül Özkan, questo il suo nome, doveva essere il secondo colpo da maestro dei cristianodemocratici, dopo quello di cinque anni fa: cioè Angela Merkel, il primo cancelliere donna, nonché nata e cresciuta nell’ex Germania dell’est. In fondo, risultati così ce li si aspettava dai socialdemocratici e dai verdi. Chiaro che per la Cdu, prima Merkel e ora Özkan – quest’ultima figlia di genitori turchi, nata però e fino a poco tempo fa anche vissuta ad Amburgo – sono motivo d’orgoglio. Altro che partito conservatore, provinciale che alla donna continua a riservare un unico posto: cioè quello di moglie e madre tra fornelli e pannolini.

Questo nuovo ministro per gli Affari sociali del Land, con i suoi 38 anni e il background multiculturale che si ritrova, doveva essere la prova provata di un partito moderno, flessibile, aperto. Magari la sua elezione poteva pure fare da traino alla Cdu del confinante Nordrhein-Westfalen, il più popoloso dei Länder tedeschi. Ne avrebbero non poco bisogno visto che per le elezioni del 9 maggio non c’è certezza di una nuova vittoria. Ma, come scriveva la Süddeutsche Zeitung, i cristianodemocratici sembrano aver fatto i conti senza l’oste: Özkan non solo è bella e simpatica, ha pure idee tutte sue. E così al settimanale Focus appena uscito ha dichiarato che il crocifisso nelle scuole pubbliche non dovrebbe esserci. “La scuola deve essere un luogo neutrale per permettere al giovane di scegliere da sé l’orientamento religioso”, questa l’idea di Özkan, che per lo stesso motivo è contraria a insegnanti con il copricapo. Chiaro che per la Cdu, il suo no al crocifisso in classe è stata una doccia fredda. L’avevano ancora applaudita quando dalle pagine dello Spiegel incitava i turchi in Germania a integrarsi anziché starsene appartati. Quando diceva che si sarebbe adoperata per far frequentare anche ai più piccoli l’asilo nido, perché solo così saranno padroni della lingua e potranno avere un futuro.

Sarà anche vero, come rispondeva alla domanda, cosa ci faccia una musulmana in un partito che si definisce cristiano che “la Cdu non pone mica come condizione quella di essere di fede cristiana. Il partito si identifica piuttosto con i valori della famiglia, della solidarietà e in questi mi identifico anch’io” – ma soffermandoci proprio sulla parola valori, anche il crocifisso ne fa parte. Cosa che il ministro federale per l’Integrazione, Maria Böhmer, le ha ricordato a stretto giro di intervista. “Il crocifisso non è solo parte integrante della nostra tradizione – ha replicato Böhmer – ma fa parte anche del nostro bagaglio culturale collettivo”. I militanti si sono mostrati assai meno concilianti. Moltissime le reazioni di irritazione registrate sui blog e nella sezione commenti degli articoli. Molte le voci che hanno chiesto di revocare addirittura la sua nomina. Christian Wulff, pur non contento dell’uscita del ministro in pectore, così come non deve essere stato contento dello scetticismo espresso da Özkan verso la posizione della Cdu che per la Turchia vorrebbe solo una partnership privilegiata nell’Ue (“Meglio non fissare a priori paletti troppo rigidi” aveva detto Özkan) non ha voluto però rimangiarsi la decisione. Chissà se in queste ore l’ha mai assalito il dubbio dche l’avvenente Özkan possa rivelarsi più che un titolo di merito un incidente gravoso. Un incidente che non gioverebbe certo alle sue nuove ambizioni. In futuro una serpe in seno? Abbandonate quelle di futuro cancelliere, ora, si rumoreggia, Wulff stia studiando da capo della stato.

di Andrea Affaticati



© Copyright Il Foglio 27 aprile 2010

Germania, i bulli condannati a leggere mettono giudizio

di Salvo Mazzolini
La giustizia tedesca ha inventato una nuova condanna per recuperare i minori colpevoli di violenze, abusi sessuali o atti vandalici: la lettura di un’opera letteraria. E i risultati si sono rivelati prodigiosi. Piccoli delinquenti che prima della condanna non avevano mai aperto un libro si sono trasformati, attraverso la lettura di romanzi e poesie, in ragazzi modello. Miracoli della letteratura.
L’idea della lettura come pena rieducativa è venuta a un giudice del tribunale minorile di Fulda, Christoph Mangelsdorf, dopo aver constatato l’inefficacia delle pene tradizionali che in Germania, per reati non particolarmente gravi, consistono nell’assegnazione a lavori di utilità sociale come fare le pulizie negli ospedali, spalare la neve o aiutare i netturbini. Tutte pene rivelatesi inutili agli effetti del recupero. Finito il lavoro obbligato, il minore condannato riprendeva le vecchie abitudini. E così il fantasioso magistrato ha deciso di tentare un esperimento: niente lavori «umilianti» e «pesanti» ma obbligo di leggere entro un certo numero di giorni un romanzo appositamente scelto, discuterne quotidianamente il contenuto con un assistente sociale e al termine della lettura presentare per iscritto le sue riflessioni al giudice.
La prima cavia è stato un quindicenne colpevole di ripetute violenze sui compagni di scuola. È stato condannato a leggere un romanzo di Jan Guillou, Das Böse (Il male), ambientato in un collegio dove i ragazzi più grandi commettono ogni genere di soprusi sui più piccoli, con conseguenze deleterie che marchieranno la vita adulta sia dei carnefici che delle loro vittime. Il minore condannato alla lettura del libro è stato talmente colpito che alla fine invece di presentare al giudice le sue riflessioni in cinque cartelle, come ordinato, ne ha scritte ben tredici.
Da allora il tribunale di Fulda ha condannato alla lettura ben quindici ragazzi e i risultati sono stati talmente incoraggianti che altri tribunali hanno deciso di seguirne l’esempio e i romanzi, ovviamente selezionati con criteri inerenti il reato, sono entrati nello strumentario della giustizia minorile tedesca. E non mancano criminologi e sociologi che propongono di estendere l’esperimento agli adulti. In questo caso potrebbe succedere che un terrorista sia condannato a leggere I demoni di Dostoevskij, o Guerra e pace di Tolstoi.
«Il Giornale» del 18 aprile 2010

Gli orrori della Wehrmacht. Anche l'esercito regolare tedesco fu coinvolto nei crimini contro l'umanità

di Gaetano Vallini

Arrivò a contare quasi diciotto milioni di uomini e, nella più sanguinosa delle guerre della storia, per un certo periodo riuscì a occupare mezza Europa. Ciononostante, quella che è considerata una delle più spietate ed efficienti macchine da combattimento mai approntate finì per soccombere in una totale disfatta. La Wehrmacht, l'esercito voluto da Adolf Hitler in sfregio alla pace di Versailles, fu molto più che una poderosa forza armata. Vincolata com'era a un giuramento di fedeltà al führer prima ancora che alla patria, attraverso i suoi vertici si abbrutì in quell'umiliante sottomissione, divenendo strumento della dittatura nazista e complice di una folle guerra di distruzione e di un inumano progetto di purificazione razziale.
Dopo anni di silenzio, il dibattito su cosa fu la Wehrmacht è stato infuocato in Germania, dove ci si è confrontati su questioni rilevanti: fino a che punto le forze armate regolari tedesche furono coinvolte nei crimini del Terzo Reich? In quale misura presero parte attiva alla pianificazione e alla realizzazione di azioni belliche contro la popolazione civile e persino alla deportazione e allo sterminio di milioni di ebrei? Perché si fecero coinvolgere nei crimini contro l'umanità? Che cosa sapevano i soldati delle atrocità compiute sotto la bandiera con la croce uncinata? Sono le stesse domande cui ha cercato di dare una risposta Guido Knopp nel libro Wehrmacht (Milano, Corbaccio, 2010, pagine 325, euro 24) nel quale lo storico e giornalista ripercorre la storia dell'esercito del führer soprattutto attraverso le testimonianze di quanti ne fecero parte, dai generali ai semplici soldati.
Che in Germania il tema del coinvolgimento dell'esercito regolare nelle nefandezze naziste sia ancora un nervo scoperto è testimoniato dal successo e dalle discussioni sollevate dalla mostra "I crimini della Wehrmacht" allestita a metà degli anni Novanta, visitata da oltre un milione e mezzo di persone, e più di recente da una trasmissione televisiva andata in onda in cinque puntate sulla Zdf nel 2007, curata dallo stesso Knopp. L'esposizione e il documentario, grazie alle ultime acquisizioni storiografiche, hanno infatti mostrato un'immagine ben diversa dell'esercito rispetto a quella dei primi anni del dopoguerra. Allora, in una Germania devastata e sotto accusa, aveva fatto comodo alimentare il mito dell'innocenza della Wehrmacht, scaricando sulle ss, sulla Gestapo e sugli altri corpi speciali del Terzo Reich la responsabilità di tutte le azioni aberranti.
Si trattava di un presupposto senza il quale sarebbe stato impossibile ricostituire nel territorio tedesco un nuovo esercito che potesse avere anche un ruolo nel Patto Atlantico; un ruolo peraltro rilevante durante la guerra fredda e per questo non si eccepì sul fatto che generali compromessi in quei crimini fossero stati chiamati a ricoprire importanti cariche tanto nelle forze armate della Repubblica federale quanto nella Nato.
Quella di un esercito non infangato dagli efferati crimini nazisti è stata un'immagine dura a morire. La verità, invece, si è scoperta ben diversa grazie allo storico Sönke Neitzel, dell'università di Magonza, al quale si deve la prima pubblicazione delle trascrizioni integrali delle registrazioni dei colloqui tra generali tedeschi catturati dagli Alleati e rinchiusi nel campo di Trent Park, in Gran Bretagna. Ignari di essere ascoltati, i prigionieri rivelarono che i vertici della Wehrmacht erano perfettamente a conoscenza delle esecuzioni di massa nei territori occupati dell'est, delle fosse comuni, di quanto accadeva nei campi di sterminio, dell'uso del gas Zyklon b e persino degli esperimenti su cavie umane. Non solo sapevano, ma in diversi casi collaborarono attivamente a quei crimini, senza porsi troppe domande. Anche Knopp attinge a questa fonte primaria e ulteriori conferme sono venute da documenti inediti cui l'autore ha potuto accedere negli archivi di Paesi dell'Europa orientale finalmente resi disponibili e dai racconti di reduci e testimoni diretti.
La ricostruzione presentata nel volume, proposta in forma divulgativa ma non per questo meno accurata, prende le mosse dalla riforma dell'esercito dopo la presa del potere da parte di Hitler, quando la vecchia Reichswehr - la "difesa del Reich" che di lì a poco avrebbe cambiato nome in Wehrmacht - invece di giurare fedeltà alla costituzione, come aveva fatto fino ad allora, rese il suo impegno di fedeltà personalmente al führer.
"Fu una scelta dalle conseguenze fatali", annota Knopp che aggiunge: "La diffusa voglia di rivincita dopo la sconfitta del 1918 agevolò al nuovo capo dello Stato il compito di vincolare a sé, con giuramento, i vertici della Reichswehr. La condotta di certi alti ufficiali dimostra che i teoricamente "apolitici" professionisti della armi non trovarono nulla da ridire sull'incondizionata volontà di conquista di Hitler. Gli incerti e i tentennanti all'interno degli alti comandi erano stati da tempo emarginati, e certi progetti di colpi di Stato, quali furono concepiti da Ludwig Beck e Franz Halder, si rivelarono, per difetto di opportunità di concretizzarli e soprattutto di determinazione, pura carta da macero".
In sostanza, la Wehrmacht sarebbe potuta essere l'unico centro di potere in grado di tenere testa al regime nazionalsocialista e persino di scalzarlo. Ciò che riuscì a unire i pochi uomini della resistenza militare tedesca, si legge, "fu la convinzione che lo Stato nazista costituisse un attentato amorale e malvagio alla coscienza del mondo, e che, se Hitler non fosse stato eliminato, la Germania sarebbe andata incontro a una catastrofe". Non sorprende che si trattasse non di militari di grado più elevato, ma di ufficiali intermedi. La loro iniziativa, proprio perché non appoggiata da almeno una parte dello Stato maggiore, fu destinata a fallire. Del resto Hitler, direttamente coinvolto in molte decisioni importanti, cercò di accattivarsi i generali, troppo presi a compiacere il capo e a fare carriera per trovare il coraggio di contraddirlo. "È assodato - afferma in proposito Knopp - che molti ottennero, in cambio del loro docile assenso, anche generose assegnazioni in denaro e veri e propri feudi".
Non sorprende, dunque, che la resistenza dei generali si dimostrò debole quando il führer ordinò di elaborare i piani per attaccare l'Unione Sovietica. Hitler espose la Wehrmacht a un azzardo perché l'azione non rispondeva a una logica militare. Ciononostante molti soldati credettero alla propaganda secondo cui si trattava di un'azione preventiva che anticipava un attacco sovietico. Le rapide vittorie iniziali illusero molti. Ma qui accadde un fatto nuovo. "Diversamente da quanto era avvenuto sul fronte occidentale e in Africa, alle spalle del fronte orientale - scrive lo storico - entrarono in azione gli Einsatzgruppen, i gruppi di intervento delle ss che si dedicavano alla caccia all'uomo, specialmente ebrei. L'invasione della Russia, che molti soldati documentarono con le loro cineprese, seguì la logica della guerra totale: fucilazioni di ostaggi, saccheggio del territorio, popolazione trattata come un nemico. E fu questa la guerra in cui anche le unità della Wehrmacht si macchiarono di numerosi crimini".
Secondo calcoli prudenti almeno il cinque per cento dei soldati dell'esercito partecipò all'esecuzione delle atrocità e quindi, soltanto sul fronte orientale, furono circa mezzo milione di uomini. "Vi furono tuttavia - rileva Knopp - singoli casi di uomini che seppero evitare di eseguire ordini criminali". Come il tenente colonnello Heinz Drossel, che si rifiutò di obbedire all'ordine di fucilazione immediata dei commissari politici dell'Armata Rossa fatti prigionieri. "Il loro esempio - aggiunge - dimostra che, nonostante tutto, vi fu sempre spazio per far valere l'umanità. Sono gli eroi silenziosi di una perfida guerra".
Una guerra che vide i soldati della Wehrmacht condannati da Hitler a difendere fino all'ultimo col sangue, contro ogni logica militare visto che la sconfitta era certa, ogni centimetro di suolo tedesco. Ma di fronte alla scelta di combattere fino alla fine cui aderirono la maggior parte delle unità Knopp si chiede: lo fecero "ubbidendo a un'etica militare tuttora non intaccata, per timore di andare incontro a un destino peggiore nella prigionia sovietica o per paura della vendetta dopo tutti i crimini commessi dai tedeschi?". Quale che sia la risposta, chiosa lo storico, "morte, distruzione, sofferenze: tutto ciò che questo esercito aveva arrecato al mondo si ritorse infine contro le sue stesse file. Infliggendo ferite che ancora oggi fanno male".


(©L'Osservatore Romano - 1 aprile 2010)

Quando i fedeli si dimettono. Germania dove i cristiani debbono pagare l'8% in più delle tasse alle chiese. Nel 2009 hanno lasciato 120 mila cattolici


Lo scandalo sugli abusi sessuali avrà gravi conseguenze economiche per la Chiesa cattolica in Germania, ma anche in Austria e in Svizzera. E già in corso una fuga di fedeli e si teme che il trend peggiore nel corso dell'anno.
La legge in Germania per sovvenzionare le confessioni religiose è diversa da quella italiana. Non si dirotta l'otto per mille alla Chiesa indicata, ma si paga l'otto per cento in più sulle tasse. Quasi la decima di un tempo. A meno che il cittadino non indichi espressamente: «Non appartengo ad alcuna religione». Chi esce, ovviamente non può richiedere i servizi religiosi, dal battesimo alla comunione, o al matrimonio.
Già l'anno scorso, a causa della crisi, circa 120mila cattolici avevano abbandonato la Chiesa. Ancor più i luterani: oltre 160mila. Per un confronto, nel 2007, i cattolici che avevano deciso di uscire erano stati 93mila circa e 84mila nel 2006. Ora si teme che nel 2010 la cifra possa raddoppiare con una perdita in tasse per decine di milioni di euro.
Naturalmente non ci sono già dati precisi, per i primi mesi dell'anno ma le cifre parziali sono indicative. In Baviera, dove nell'ultima settimana oltre cento fedeli al giorno hanno abbandonato la Chiesa, più del triplo rispetto alla norma. Dall'inizio del mese sono usciti solo a Monaco in 354, mentre in febbraio il totale era stato di 623.
A Regensburg, dove si è avuto lo scandalo dei bambini abusati nel coro di voci bianche diretto per trent´anni da padre Georg, il fratello del pontefice Joseph Ratzinger, in marzo le uscite sono state 31 tra i cattolici, e due tra i luterani. A Graz, in Austria, sono usciti da lunedì a venerdì in 172, e il totale dal primo marzo è di 275. Gli austriaci che hanno voltato le spalle alla Chiesa già nel 2009 erano stati il 40 % in più rispetto all´anno precedente (in totale circa 10mila).
In Germania, cattolici e luterani sono stati costretti a chiudere molte chiese per l'impossibilità di mantenerle. Per la Chiesa di Roma il calo è stato del 3 per cento negli ultimi 10 anni (il totale è di 24.500 chiese in tutto il paese). Per procurarsi fondi, metà delle chiese chiuse è stato o verrà venduto, un terzo viene affittato ad altre comunità religiose. Il resto rimane sbarrato. Le chiese evangeliche, in Germania, sono meno di quelle cattoliche, per l´esattezza 21.088, anche se le due comunità hanno quasi lo stesso numero di fedeli.
La comunità luterana di Francoforte ha chiuso la Heilandskirche, costruita nel primo dopoguerra, ma si é deciso di far saltare in aria l'edificio, e poi vendere il terreno edificabile, piuttosto che vedere la Chiesa che è legata al tempo della ricostruzione, finire adibita ad un uso profano.

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Georg Ratzinger: se avessi saputo delle violenze avrei detto qualcosa, chiedo perdono alle vittime. Non solo la Chiesa si è suicidata, pure la società

"Se avessi saputo di quale tipo di violenze eccessive si trattava, avrei detto qualcosa. Chiedo perdono alle vittime". Queste le parole di scusa pronunciate dal fratello del Papa, mons. Georg Ratzinger (nella foto con Benedetto XVI), intervistato dalla Passauer Neue Presse, dopo il clamoroso caso di abusi e violenze all'interno del prestigioso coro di Ratisbona, nel sud della Germania, da lui diretto dal 1964 al 1994. Il fratello di Benedetto XVI ha confermato le violenze corporali inflitte agli allievi del coro millenario da questo ex direttore. Alcuni allievi gli avevano raccontato il modo in cui erano stati trattati durante alcune tournée, ma il monsignore non aveva afferrato bene la questione. "Sapevo che l'ex direttore dell'internato dava dei ceffoni molto forti, spesso per motivi futili", ha ammesso Georg Ratzinger, aggiungendo tuttavia che al tempo era una pratica comune nelle scuole. Le punizioni corporali sono condannate più duramente oggi perchè "la gente è divenuta più sensibile. Anche io", ha commentato. Il monsignore si è poi detto felice del fatto che nel 1980 le punizioni di questo genere siano state vietate. Secondo lui "non è solo la Chiesa che si è suicidata" in merito ad abusi e violenze, "nella società è la stessa cosa". Secondo Georg Ratzinger la questione degli abusi sessuali non è "mai stata affrontata" nel coro di Ratisbona e lui stesso non era a conoscenza della gravità delle punizioni corporali inflitte agli allievi. "Il problema degli abusi sessuali che è stato rivelato ora, non è mai stato affrontato", ha detto alla Passauer Neue Presse. "Non abbiamo mai parlato di simili cose in casa", ha affermato.

Apcom

Sugli abusi sessuali in Germania, la Chiesa fa appello alla trasparenza

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 7 marzo 2010 (ZENIT.org).- La diocesi di Ratisbona esaminerà con “la massima trasparenza” le accuse di abusi sessuali che si sarebbero verificati nel coro dei Regensburger Domspatzen. È quanto ha affermato il portavoce della stessa diocesi, Clemens Neck, che ha anche annunciato l'istituzione di una commissione di indagine ad hoc, secondo quanto riferito da L’Osservatore Romano.

In una lettera pubblicata sul suo sito internet e destinata ai genitori delle vittime, era stato proprio il Vescovo di Ratisbona, mons. Gerhard Ludwig Müller, a rendere nota la notizia di un caso di abuso risalente agli anni Cinquanta verificatosi nel Convitto dove alloggiavano i coristi.

Colpevole allora era il direttore del Convitto, in seguito condannato e poi deceduto. In quell'occasione, il presule aveva invitato a farsi avanti tutti coloro che potevano essere a conoscenza di fatti in grando di individuare vittime e colpevoli di altri episodi di abusi.

Al momento a denunciare il Coro è stata una persona rimasta anonima. Ci sarebbe poi un ex allievo della scuola elementare di Etterzhausen (che ora si trova in Pielenhofen), un'istituzione indipendente dai Domspatzen, che ha denunciato di essere stato abusato agli inizi degli anni ’60. E allo stesso periodo risalirebbero anche gli abusi subiti da un’altra vittima che ha denunciato il direttore del seminario di Weiden e alcuni dipendenti.

Il direttivo del coro di Ratisbona, in una lettera pubblicata sul sito web della diocesi di Ratisbona, si è detto “costernato per il fatto che simili fatti vergognosi siano avvenuti in istituzioni ecclesiastiche”, compresa la celebre istituzione dei Regensburger Domsplatzen, che vanta mille anni di storia alle spalle.

A tutt’oggi comunque - continua la lettera - “non disponiamo di ulteriori elementi concreti su casi sospetti di abusi all’interno del Coro di Ratisbona”.

In un comunicato il Vescovo di Ratisbona ha tenuto a precisare che i due casi di abusi verificatisi nel 1958, pubblicamente noti già all’epoca e da considerarsi giuridicamente chiusi, non coincidono con il periodo che va dal 1964 al 1994 in cui il fratello del Papa, il maestro mons. George Ratzinger, subentrato in questo incarico al Vescovo Theobald Schrems, è stato Direttore del coro di voci bianchi e del coro di voci maschili.

La diocesi di Ratisbona fa sapere, inoltre, di aver messo a disposizione un avvocato al fine di chiarire quanto accaduto in passato, identificare le potenziali vittime e colpevoli, e suggerire le misure da adottare alla luce del diritto penale e canonico. Questo avvocato presenterà entro 14 giorni una relazione provvisoria.

Dal 2008 è inoltre attivo uno staff ad hoc coordinato dalla psicologa Birgit Boehm, responsabile diocesana per i casi di abusi sessuali, e composto da cinque membri (uno psicologo, un ex giudice, un giurista canonico e due dipendenti dell'Ordinariato).

“La Santa Sede – si legge su L’Osservatore Romano - appoggia la diocesi nella propria disponibilità ad analizzare la dolorosa questione con decisione e in modo aperto, ai sensi delle direttive della Conferenza Episcopale Tedesca”.

“L'obiettivo principale del chiarimento da parte della Chiesa è di rendere giustizia alle eventuali vittime – continua il quotidiano vaticano –. Essa, inoltre, è grata per questo impegno di chiarezza all'interno della Chiesa e auspica che altrettanta chiarezza venga fatta anche all'interno di altre istituzioni, pubbliche e private, se veramente sta a cuore di tutti il bene dell'infanzia”.

Lo scandalo sugli abusi sessuali commessi dal clero è scoppiato a fine gennaio in seguito alle rivelazioni che il settimanale “Spiegel” ha pubblicato sugli abusi compiuti negli anni Settanta e Ottanta nel prestigioso Canisius-Kolleg di Berlino, dove due sacerdoti avrebbero perpetrato violenze sistematiche su diversi studenti.

Una ricerca condotta dal settimanale “Der Spiegel” aveva rivelato allora che i sacerdoti sospettati di aver commesso abusi su minori dal 1995 ad oggi sono almeno 94. Attualmente le denunce legate ai fatti commessi nel Canisius-Kolleg sarebbero oltre 150.

Nella loro assemblea plenaria tenutasi a Friburgo dal 22 al 25 febbraio, i Vescovi tedeschi si sono impegnati a collaborare con la giustizia con la massima trasparenza e serietà per far luce sui misfatti commessi dai sacerdoti, istituendo un apposito un ufficio nazionale per le denunce degli abusi sessuali guidato da monsignor Stephan Ackermann, Vescovo di Treviri.

Tra le altre misure proposte c'è stata anche quella di rafforzare gli esami per la selezione dei seminaristi, attivare un numero verde per denunciare gli abusi sessuali dei preti e creare un fondo nazionale per gli indennizzi da destinare alle vittime.

Intanto, come ogni anno in primavera, il Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, monsignor Robert Zollitsch, si recherà il 12 marzo in Vaticano per riferire al Papa sui temi emersi durante la plenaria dei Vescovi tedeschi. Al centro degli argomenti in agenda ci sarà il tema degli abusi sessuali.