DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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I passi del silenzio. Le splendide puntate di Sat2000 sui monasteri di clausura, mai visitati dalle telecamere. Non perdetele!


Non perdetevi “I passi del silenzio” su Sat2000

Ci lamentiamo spesso, e giustamente, dello scadimento della nostra televisione. Talvolta però ci sfuggono le perle, quelle vere, quelle imperdibili. E’ il caso della bellissima serie di film-documentario ”I passi del silenzio”, in onda domani alle 21.00 in prima serata su Sat2000 (la tv satellitare della Chiesa italiana), replicata domenica alle 12.30 e alle 22.15. Il primo film-documentario, dedicato al Pra’d Mill, il monastero cistercense “Dominus Tecum”, è andato in onda sabato scorso, ne sono previsti altri quattro. Nata da un’idea del direttore Dino Boffo, la serie “I passi del silenzio” porta le telecamere all’interno dei monasteri e dei conventi di clausura. Non tanto - o meglio non solo - per fare interviste, quanto piuttosto per ascoltare, per vedere, passo dopo passo, nel tempo scandito dal silenzio, dalla preghiera, dal lavoro manuale, la vita quotidiana di chi ha scelto di vivere immerso totalmente nella contemplazione di Dio e di pregare per noi tutti. I monaci e le monache raccontano brandelli delle loro esperienze, senza censurare le difficoltà della vita che liberamente hanno scelto. Molto curato nella regia e nella fotografia, il programma è una vera boccata d’ossigeno, uno squarcio di vita vera, l’occasione per interrogarsi su ciò che vale veramente. In questi giorni di urla, grida, confusione, apparenza e spot, “I passi del silenzio” rappresentano una perla preziosa, da non lasciarsi sfuggire.

Andrea Tornielli


Guarda tutte le puntate su YouTube http://www.youtube.com/show/ipassidelsilenzio/

La clausura affascina. Di Antonio Socci

I mass media trasformano ogni piccola scemenza in una tendenza, ogni stravaganza finto-trasgressiva in una moda, ogni sgallettata che appare in tv in un “evento” da immortalare. Ma non si sono accorti di un fenomeno che – questo sì – è l’unico veramente trasgressivo e anticonfomista: l’aumento delle giovani ragazze che scelgono la clausura. Anche la televisione – dovendo riempire ore del palinsesto per propagare le “eroiche” gesta dell’Isola dei famosi, così da rincoglionire il pubblico sotto tonnellate di Nulla – sta alla larga da questo eroismo autentico e da questo sorprendente amore.

I dati sono semplici. Fra il 2004 e il 2005, in Italia, sono aumentate di 300 unità le vocazioni claustrali. Trecento giovani ragazze italiane, spesso laureate, del tutto normali, figlie del loro tempo (discoteche comprese), che si sono “innamorate” così e hanno lasciato tutto, proprio tutto, scegliendo le quattro mura di una clausura e una vita di totale povertà, silenzio e preghiera, per questo Amore. Complessivamente le professe solenni sono 6.672 (anche i monasteri sono passati da 524 a 533). Ed è una fioritura non solo italiana. Sempre nel periodo 2004-2005 le claustrali nel mondo sono aumentate di 1.147 unità, arrivando a 47. 626 (a cui vanno aggiunte 8.107 ragazze in periodo di formazione). Curiosamente sono le laicissime Spagna e Francia che, con l’Italia, hanno il maggior numero di vocazioni di questo tipo.

Queste stupende avventuriere innamorate, sono figlie di una generazione che non conosce più la carezza di Dio, la compagnia forte e dolce dell’Eterno. Facevano parte di una generazione consumata dal desiderio di qualcosa a cui non sa dare un nome, del senso della vita che non sa trovare. Vengono in mente le antiche parole del profeta biblico Amos: “Ecco stanno per venire dei giorni/ nei quali manderò la mia fame sopra la terra:/ non una fame di pane, non una sete d’acqua,/ ma fame e sete di udire la Parola di Dio./ Ed essi andranno errando da un mare all’altro,/ e dal Settentrione all’Oriente;/ ed andranno qua e là cercando la parola di Dio/ e non la troveranno./ In quei giorni saranno sfiniti per la sete/ le fanciulle e i giovani” (VIII, 11-13).
Ma c’è chi ha la fortuna di trovare. Anzi di essere trovato. Come ha detto ad una cronista di Avvenire suor Maria Eliana del Carmelo di Carpineto Romano: “non pensavo al Signore, ma Lui, nel suo amore, ha pensato a me e si è fatto presente”. Racconta: “non ho mai pensato di farmi suora. Tanto meno monaca di clausura. Sono nata a Rimini e ho vissuto per 19 anni a Cattolica, perciò non mancava il modo di divertirsi”. Alla maniera di tutti: “la mia vita era come quella di tanti giovani: mare, discoteca, uscite con gli amici…”. Poi è arrivato il grande amore: “Mi sono sentita amata da Lui e questo amore mi ha toccato il cuore”.


Mi è capitato di visitare un monastero di clausura umbro, di clarisse. Ne sono uscito abbagliato. Ho parlato con quattro suore: due erano sull’ottantina, stavano lì dentro da 50 anni. Ma io non ho mai conosciuto persone più ilari, vitali, dolci, piene perfino di buonumore. Poi ho parlato con due nuove clarisse: sui 25-26 anni. Ero stupito dai loro volti e dai loro occhi. Avrei voluto avere una telecamera per fare loro un primo piano stretto mentre parlavano. Vi assicuro che chiunque rimarrebbe colpito. Non era solo la consueta bellezza di due giovani donne. Era, la loro, una bellezza speciale, piena di luce, perché soprattutto erano felici. Parlando con semplicità delle cose normali della loro vita trasmettevano dolcezza e bontà. Loro che avevano rinunciato a tutto, anche alla loro giovinezza e vivevano totalmente povere dietro quella grata, mi sembravano possedere tutto. Soprattutto la pace che noi non conosciamo. Pur portando davanti al trono di Dio, ogni ora, tutti i dolori e le sofferenze del mondo che affluiscono fra queste mura.

E’ il fascino di questa ricchezza, di questa Bellezza sconosciuta a tutti noi che viviamo nel mondo, che sta dietro il successo del film “Il grande silenzio”. Non si ha la sensazione di persone che abbiano perduto qualcosa o rinunciato a qualcosa, ma piuttosto di donne e uomini che possiedono ciò che noi affannosamente cerchiamo e la cui mancanza ci sfianca e ci addolora. Il vero deserto, quello dove si muore di sete, è nei nostri cuori sazi e disperati e non certo in quei chiostri silenziosi, simili piuttosto a oasi verdi e fresche. Ciò che il mondo chiama “felicità” è dissipazione che lascia solo la cenere di un fuoco troppo fatuo. L’insoddisfazione perenne accompagna gli umani. Da sempre. Ciò che dappertutto è ricerca agitata e nervosa lì, in quei chiostri, è gioia dell’abbandono. Ciò che dovunque è convulsa corsa al possesso del nulla lì è godimento di Dio, l’Eterno per cui siamo fatti.

E’ letteralmente una cosa dell’altro mondo. Un altro mondo dentro il nostro mondo. Dove la verginità significa amore totale e trasfigurazione della propria stessa carne, “divinizzazione”, come dicono i padri della Chiesa orientale che sanno ben riconoscere l’aureola nel volto luminoso degli uomini di Dio. Il cardinal Ruini, concludendo il convegno di Verona, ha sottolineato questo “boom” delle vocazioni alla clausura, ma forse anche la Chiesa dovrebbe rifletterci. Perché gli istituti religiosi in genere hanno crisi di vocazioni mentre la clausura attrae? Non sarà che troppo spesso i religiosi sono stati trasformati in assistenti sociali o attivisti? Non sarà che il “fare” prevale sul “mendicare” e sull’adorazione amorosa? Non sarà che in troppi ordini religiosi – per dire – i superiori hanno sostituito il Buon Samaritano che guarisce (che è Cristo) con psicologi e psicanalisti?

Si potrebbe imparare qualcosa da questo fatto se si ascoltasse finalmente il Papa. Nelle sue parole pronunciate a Verona c’è tutto. C’è innanzitutto la passione per Gesù Cristo. Che è tutto. E che basta alla vita. S. Agostino, che aveva vissuto una giovinezza dissipata (in un modo simile alla nostra epoca erotomane e intellettualistica), ha descritto meglio di chiunque altro questo innamoramento di Cristo, la Bellezza fatta carne: “Tardi ti ho amato, o Bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco tu eri dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo ed io nella mia deformità mi gettavo sulle cose ben fatte che tu avevi creato. Tu eri con me ed io non ero con te. Quelle bellezze esteriori mi tenevano lontano da te e tuttavia se esse non fossero state in te non sarebbero affatto esistite. Tu mi hai chiamato e hai squarciato la mia sordità; tu hai brillato su di me e hai dissipato la mia cecità. Tu hai emanato la tua fragranza e io ho sentito il tuo profumo e ora ti bramo. Ho gustato e ora ho fame e sete. Tu mi hai toccato e io bramo la tua pace”.

Le visitandine in Vaticano.

di Nicola Gori

Da quello nero delle benedettine a quello con la croce delle visitandine. Cambia l'abito ma non il senso della presenza delle religiose che si alternano periodicamente nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano. Dall'ottobre scorso è il turno delle figlie di san Francesco di Sales e di santa Giovanna Francesca de Chantal. Trascorreranno tre anni al servizio diretto del Papa. Sei monache spagnole e una italiana vivranno questa esperienza spirituale all'ombra del cupolone. Un evento che capita in un momento particolare per l'intero ordine della visitazione, prossimo a celebrare, nel 2010, il IV centenario della fondazione. Abbiamo chiesto alla superiora suor María Begoña Sancho Herreros, già responsabile del monastero di Burgos, di parlarci del significato di questa nuova esperienza.

Per tre anni svolgerete la vostra missione in Vaticano. Come state vivendo questa esperienza?

Abbiamo accolto questo incarico come un dono singolare del Signore. Siamo consapevoli di non essere preparate per un'esperienza tanto speciale. Trattandosi poi di un dono di Dio, chiederemo a Lui stesso di sostenerci.
Ci sforziamo anche di mettere in pratica quello che dice il nostro fondatore san Francesco di Sales: "Che tutta la nostra vita e i nostri esercizi siano per unirci a Dio e per aiutare con le nostre preghiere e i buoni esempi la santa Chiesa e la salvezza del prossimo". Vivere tutto ciò in profondità è la preparazione migliore per questa missione che ci è stata affidata.

L'eredità di san Francesco di Sales e di santa Giovanna Francesca de Chantal continua a essere attuale?

Direi che il loro carisma è molto attuale. San Francesco di Sales è un santo dei nostri tempi. La sua dottrina è ideale per il momento che stiamo vivendo. Nei suoi scritti, diretti e semplici, invita alla santità ogni persona, qualsiasi vocazione abbia. Scrisse l'Introduzione alla vita devota, per insegnare come la santità deve essere vissuta, in modo naturale, nelle occupazioni abituali, cercando di rendere la virtù attraente per quanti ci circondano. San Francesco continua a ripeterci che la santità è alla portata di tutti. Il santo vescovo è anche il dottore dell'amore. Nel suo Trattato dell'amor di Dio è delineato un programma di perfezione per tutti coloro che si sentono attratti dall'amore verso Dio e che hanno sperimentato che anche Dio è pieno d'amore per l'uomo.
La nostra cofondatrice, santa Giovanna Francesca de Chantal, è un modello per tutti gli stati di vita poiché ha vissuto in prima persona diverse esperienze: nubile, coniugata, vedova, religiosa e infine fondatrice. È impressionante vedere come nei diversi momenti della sua esistenza abbia saputo essere una donna forte, affrontare le difficoltà con lo sguardo fisso sul Signore. Per questo la sua vita e la sua dottrina sono attuali ancora oggi.

Qual è il vostro carisma particolare?

San Francesco di Sales sentì che il Signore gli chiedeva una fondazione aperta a tutti, ma che riservasse un'attenzione particolare all'accoglienza di quanti avevano una salute fragile e non potevano entrare in altri ordini, che nelle loro regole prevedevano stili di vita molto austeri. Voleva che si supplisse alle penitenze esteriori con la rinuncia interiore. Egli scriveva: "Desidero dare a Dio figlie di preghiera, tanto interiori da essere ritenute degne di adorare Dio in spirito e verità". "Lo spirito della visitazione - faceva notare - è di profonda umiltà verso Dio e grande dolcezza verso il prossimo". E ancora: "Uno spirito che non pone l'accento sull'austerità esteriore; le sorelle devono supplire a essa con la rinuncia interiore e con grande semplicità e gioia nella via comune". Riguardo al nostro ordine, il fondatore affermava: "La congregazione non pretende altro che formare anime umili" e "la caratteristica delle figlie della visitazione è di vedere in tutto la volontà di Dio e di seguirla". Fa parte del nostro carisma anche la spiritualità del Cuore di Gesù. San Francesco di Sales ci ha lasciato come stemma dell'ordine il Cuore di Gesù circondato da una corona di spine. Diceva una frase molto bella al riguardo: "Vorrei cambiare la corona di spine del Cuore di Gesù con una corona formata con il cuore di tutti gli uomini". Santa Margherita Maria, anche lei religiosa della visitazione, fu la confidente del Cuore di Gesù. Diceva: "A noi figlie della visitazione è stata concessa la grazia di onorare la vita nascosta del cuore di Gesù e, poiché Egli si è rivelato a noi, vuole che noi lo manifestiamo e lo offriamo agli altri".

Quale sarà la vostra missione nel monastero vaticano?

Pregare e sacrificarci per la Chiesa e per il Papa nello spirito della visitazione, con la nostra vita semplice e comunitaria di preghiera, di lavoro, di momenti di ricreazione. Il tutto unito al sacrificio di Cristo offerto per la Chiesa e per il Pontefice. Ci occuperemo anche di alcuni lavori per la persona del Papa, come la cura degli abiti.

Può descriverci una giornata tipo trascorsa nel monastero?

La nostra vita è scandita dai momenti liturgici, dalla preghiera comunitaria e personale, dal lavoro e dal riposo. Cominciamo la mattina alle 5.20 con la sveglia, poi alle 5.55 andiamo in coro per la preghiera. Alle 6.55 recitiamo le lodi e alle 7.15 partecipiamo alla messa. Alle 8 facciamo colazione, e poi ci dedichiamo al lavoro. Alle 9 di nuovo in coro per l'ora Terza e quindi lavoro. Alle 11.15 recitiamo l'Ufficio delle letture e dalle 11.45 alle 12 pausa libera prima di recitare l'ora Sesta. Alle 12.15 pranziamo e ci prendiamo un momento per stare insieme in tutto relax. Alle 13.50 un breve momento chiamato "obbedienza" per eventuali comunicazioni alla comunità da parte della superiora. Alle 14.05 ci rechiamo in cappella per adorare Gesù presente nel tabernacolo. Questo momento è detto visita. Seguono poi la recita dell'ora Nona, l'esame di coscienza e il lavoro. Alle 16.15 vi è la lettura spirituale, seguita alle 16.45 dalla merenda. Alle 17 meditiamo alcuni temi spirituali e alle 18 c'è l'esposizione del Santissimo Sacramento e la preghiera. Alle 18.30 ci rechiamo in coro per la recita dei Vespri. Dopo un quarto d'ora libero, alle 19.15 ci ritroviamo insieme per recitare il rosario. La cena è alle 19.45, seguita alle 20.15 dalla ricreazione. Di nuovo il momento di "obbedienza" per eventuali comunicazioni alla comunità da parte della superiora. La compieta alle 21.15 conclude la giornata.

Qual è il vostro contributo all'Anno sacerdotale?

La Chiesa ha invitato le donne in generale, e noi religiose in particolare, a sentirsi "madri spirituali dei sacerdoti". Essere madre significa prendersi cura e pregare per loro. Accoglierli quando vengono a chiederci preghiere o a raccontarci le loro difficoltà. Ogni giorno recitiamo una preghiera per i sacerdoti: per quelli santi, per quelli meno ferventi, per quanti soffrono o sono tentati, per quelli che ci aiutano con la loro vita esemplare, amministrandoci i sacramenti. Ma, soprattutto, cerchiamo di vivere in unione spirituale con tutti i sacerdoti, aiutandoli con le nostre preghiere e i nostri sacrifici.

Qual è stata la sua esperienza di claustrale in Spagna?

Sono religiosa da trent'anni e quindi è un po' difficile riassumere la mia esperienza in poche parole. Posso dire che la mia vita è stata ed è una ricerca di Dio e allo stesso tempo un incontro con Lui. Quando ho sentito la vocazione mi sono ribellata contro il Signore perché i miei piani non coincidevano con i suoi. Non mi sentivo portata per la vita religiosa, ma sapevo chiaramente che Dio ha sempre ragione e che era inutile lottare contro di Lui. Così mi sono arresa e la mia riluttanza è sparita, tanto che a volte penso: "Di quante grazie mi sarei privata se avessi detto no a Dio". Sono entrata nell'ordine della visitazione spinta dal mio amore per il Cuore di Gesù, dal mio desiderio di amarlo e di consolarlo. Mi sentivo innamorata di Dio e, soprattutto, Dio mi aveva cercato assiduamente come un vero amante. Sono trascorsi così i miei primi anni. A mano a mano che passa il tempo sento una grande nostalgia di Dio. Sento nel profondo che ancora non lo conosco, che il suo Cuore è un abisso impenetrabile, tanto profondo da non riuscire a comprenderlo. Ammiro i santi con la loro conoscenza di Dio e vedo che io sono tanto lontana. Cerco nella Sacra Scrittura e dico con il profeta Geremia: "Quando le trovavo (le tue parole) le divoravo...".
Certo, conosco con la mente e con il cuore l'essenza di Dio: ossia l'amore. L'ho sperimentato tante volte, soprattutto nelle mie miserie, nella mia povertà. Egli agisce sempre con amore, poiché l'amore è la sua essenza. Mi conforta sapere che le mie preghiere e i miei sacrifici recano beneficio alla Chiesa e al mondo, che Dio si serve di essi per avvicinare gli uomini al suo cuore, che il dono più grande che posso fare al Signore, ciò che più lo aggrada, è che le persone lo conoscano e lo amino per poter essere felici.

Lei era già stata superiora di una comunità?

Sono stata superiora del monastero della visitazione di Burgos in Spagna per alcuni anni. Nel periodo in cui ho guidato la comunità, ho avuto la possibilità di conoscere un po' di più le persone. Arricchisce vedere l'azione di Dio nel prossimo. Molte volte guardiamo gli altri solo dall'esterno, senza conoscere quanto avviene nel loro intimo. Ogni persona è veramente un dono di Dio. Essa è posta lungo il nostro cammino perché abbiamo bisogno di lei per andare avanti, anche se non sempre ci è gradita. Scoprire ciò è una grazia.
Infine, vorrei dire una parola sul mio legame con la Vergine. Mi sento così povera che è per me una necessità ricorrere a Maria. Sono come colui che lotta per ottenere qualcosa senza riuscirci e ricorre alle persone influenti. Così io ricorro alla Vergine. Molti anni fa ho fatto un patto con lei, offrendole tutto ciò che avevo affinché lo presentasse al Signore e gli chiedesse ciò di cui sa che ho bisogno. Sono nelle sue mani e in questo momento in cui inizia nella mia vita una nuova tappa l'affido a lei, affinché mi renda sempre docile alla volontà del Signore.


(©L'Osservatore Romano - 2 dicembre 2009 )

Attraverso le ferite fin dentro i cuori. Che cosa ci dicono le sorelle dei monasteri d 'Abruzzo

di Marina Corradi

Tratto da Avvenire del 18 ottobre 2009

Nel cuore della zona rossa, a L’Aquila, dove i militari sbarrano con fermezza l’ingresso e i palazzi mostrano crepe nere come ferite, sono rimaste in quattro.

Quattro suore di clausura. La anziana badessa del monastero benedettino di san Basilio, suor Margherita, non ha voluto abbandonare la sua casa; con tre sorelle è rimasta, per tetto una capanna di legno alzata dai volontari nel cortile. E un’altra, suor Agnese, è anche più anziana della badessa. E su L’Aquila scende di notte ormai il gran freddo dell’Abruzzo, il freddo duro di quelle montagne aspre attorno.

Ma le quattro benedettine, ostinatamente fedeli alle mura spaccate, al campanile crollato, alla cappella scoperchiata come dalla mano di un furioso nemico, restano. Hanno ripreso a vivere nell’orto, nei pochi metri quadri della baracca di legno. Restaurano i mobili recuperati fra le macerie.

In una stanza al pianterreno del convento pregano e ascoltano la messa; in fondo, appeso al muro, il crocefisso sta a guardarle.

Una delle suore, la più giovane, alla cronista (che ne scrive nelle pagine interne) dice: «Ho riscoperto in questi mesi il senso dell’abito che indosso». Un’altra: «In questa sofferenza che ci circonda vedo ovunque il volto di Cristo». Un’altra ancora, clarissa nel distrutto convento di Paganica, ha fatto in questi giorni la sua professione definitiva. E a chi chiede alle sue consorelle dov’era Dio, quella notte, loro rispondono: «Accanto alla gente. Con noi, nel dolore».

È una fede ostinata, abbarbicata a queste pietre come certe case del Gran Sasso, aggrappate agli erti pendii, quella che, quasi non vista, riluce fra le macerie del L’Aquila. La tenacia delle benedettine nel non abbandonare il proprio monastero, quel monastero in cui sono entrate fanciulle, sembra la metafora di una promessa nuziale mantenuta. La casa scelta nella giovinezza, che non si abbandona; nemmeno quando un terremoto l’ha squarciata; ci si accampa in un angolo, si strappano ai detriti le povere cose superstiti. Il crocefisso è là, sul suo muro; c’è, dunque, l’essenziale; fedelmente, si resta. Mostrando a chi è giovane, a chi è cresciuto in tempi di brevi promesse e fedeltà precarie, cosa vuol dire, quando dice «per sempre».

E quell’altra sorella, che nelle sue giornate fra la gente del L’Aquila dice di «riconoscere ovunque il volto di Cristo»? A noi abituati a non guardarci se non per i vestiti che indossiamo, a non ascoltarci nel rumore in cui siamo costantemente immersi, a sognare magari una telecamera che ci riprenda, per sentirci 'qualcuno', questa suora dice che ora, nella sofferenza, sa riconoscere in ognuno il volto di Cristo. Che è quello che diceva Madre Teresa, quando ai giornalisti tentava faticosamente di spiegare perché faceva quel che faceva: perché in ogni disgraziato di Calcutta riconosceva, appena dissimulato, il volto di Cristo. (I giornalisti, spesso, non capivano). La fedeltà per sempre, e quello sguardo che attraversa le apparenze e permette di vedere l’altro, davvero. Questo ha lasciato a queste suore abruzzesi il nemico che con un fragore di apocalisse ne ha infranto le chiese, e crepato malignamente i muri dei vecchi conventi, lasciandovi tracce profonde come cicatrici. Ma forse allora è vero, come scrisse Emmanuel Mounier, che «Dio passa attraverso le ferite». Che là dove si spezza la nostra pace, e benessere, e soddisfatto equilibrio, là sta la porta dove l’Altro da noi può passare. Se gli si lascia un varco.

Se non ci si arrocca in difesa, o nella rabbia, Dio può passare. E tutta l’Aquila, e le tendopoli, e anche le case nuove dove però qualcuno manca per sempre, sono una breccia, una grande ferita a cielo aperto. Ma in quei monasteri, e altrove, in tante case di gente di cui non sapremo mai nulla, chissà chi, attraverso quella ferita, è passato.