DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Veronesi e la purezza dell'amore crocifisso





Questo è l’importante per il mondo: impedire all’uomo di raggiungere la propria ferita, cioè di raggiungere sé stesso.”


Mons. Luigi Giussani




I profeti di Baal, gridano, si agitano, danzano saltando, entrano in uno stato di esaltazione arrivando a farsi incisioni sul corpo, «con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue» (1Re 18,28). Essi fanno ricorso a loro stessi per interpellare il loro dio, facendo affidamento sulle proprie capacità per provocarne la risposta. Si rivela così la realtà ingannatoria dell’idolo: esso è pensato dall’uomo come qualcosa di cui si può disporre, che si può gestire con le proprie forze, a cui si può accedere a partire da se stessi e dalla propria forza vitale. L’adorazione dell’idolo invece di aprire il cuore umano all’Alterità, ad una relazione liberante che permetta di uscire dallo spazio angusto del proprio egoismo per accedere a dimensioni di amore e di dono reciproco, chiude la persona nel cerchio esclusivo e disperante della ricerca di sé. E l’inganno è tale che, adorando l’idolo, l’uomo si ritrova costretto ad azioni estreme, nell’illusorio tentativo di sottometterlo alla propria volontà. Perciò i profeti di Baal arrivano fino a farsi del male, a infliggersi ferite sul corpo, in un gesto drammaticamente ironico: per avere una risposta, un segno di vita dal loro dio, essi si ricoprono di sangue, ricoprendosi simbolicamente di morte.




Benedetto XVI






Qualche settimana fa il professor Veronesi ha sentenziato sulla superiorità dell'amore omosessuale (amore?) nel nome di una sua presunta maggiore purezza. L'amore tra due uomini o tra due donne è più puro perchè non è strumentale alla procreazione. Strumentale, nel lessico veronesiano è coniugazione demenziale di fecondo. L'amore omosessuale è più puro, non c'è che dire: non lascia traccia nè alone, non macchia perchè non prevede attecchimenti di zigoti. Purezza da preservativo per cui un omosessuale non "usa" l'altro per concepire una nuova vita. Lo usa solo per se stesso, nell'assolutezza tragica dell'egoismo. Purezza claustrofobica, rinchiusa nello spazio esile del piacere ripiegato su sé stessi: "due gay si dicono: amo te perchè mi sei vicino nel pensiero; il tuo pensiero, la tua sensibilità e i sentimenti sono più vicini ai miei". L'altro è così trasformato in un clone di me stesso: quanto più vicino, tanto più amato; quanto meno differenze, tanto più amore. E' qui il cuore dell'ideologia veronesiana, pustola infetta che denuncia la grave infermità di cui soffre questa società, espressione "intellettuale" che legittima un pensiero ormai ben radicato. Impuro è ciò che procura sofferenza e dolore: la ferita inferta dall'alterità è la porta all'infelicità. La ferita aperta sulla costola di Adamo per dare la vita ad Eva. L'altro sesso costituito moglie o marito, con le sue incognite, con il carico di precarietà e inafferrabilità che porta in dote, è lo spazio dischiuso al rispetto e al dono di sè. Ma, spesso, l'altro, è come un tumore. Ti afferra la carne, si infila tra le cellule, occupa i tuoi spazi. Ti fa debole, inerme, piccolo. L'altro ti spinge all'amore gratuito, a spiccare il volo in un cielo di cui non conosci le proporzioni, a dimenticare te stesso e i tuoi schemi. E questo significa dolore, amore segnato da una ferita.


E qui il cerchio si chiude: la purezza omosessuale è la stessa purezza di una vita senza malattie. La presunta purezza di una relazione frustrata nella ricerca di una somiglianza e di una vicinanza che annullino le differenze e i rischi, le difficoltà, i sacrifici e il dolore, cortocircuita con il folle anelito ad una vita sempre più lunga e senza malattie. Il nesso tra la ricerca contro i tumori e la beatificazione dell'amore omosessuale è evidente. Non sobbalzate sulla sedia, non sgranate gli occhi. Il demonio si ammanta di luce, si traveste e si annida nelle menti e nei cuori, nascosto nel cavallo di Troia dell'ideologia dominante, suadente e gravida di speranze per un domani senza dolore. Lotta ai tumori, eutanasia, selezione embrionale e amore gay sono parenti stretti, gemelli figliati dall'unica menzogna che ha chiuso il Cielo, il destino eterno cui ogni uomo è chiamato. E allora ecco le parodie del paradiso, porzioni di piacere su misura, perchè senza un destino di felicità dinanzi non si può vivere. Il Cielo trasformato in idolatria dell'ego, unica possibilità rimasta a chi ha cancellato il peccato, e con esso la ferita del male inferta dal principe di questo mondo. Il dolore, ogni dolore, cola da questa ferita primigenia, dall'invidia del demonio (cfr. Sap. 2,24). Impegnarsi per cancellarne gli effetti è quanto di più irragionevole vi sia, un vero attacco alla scienza e al buon senso. Accanirsi su un tumore senza ricercarne le origini è pura stoltezza. Per questo, di fronte alla sconfitta di una cura, l'unica  via di uscita è l'omicidio, in versione aborto o eutanasia. 


Eppure è proprio la ferita il luogo del riscatto: "dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia" (Rom. 5,20). Quella ferita originale di cui tutti sperimentiamo il dolore, si è aperta un pomeriggio di duemila anni fa nelle mani, nei piedi e nel costato di Gesù, sospingendolo nell'abisso del male e della morte. Ma da quell'antro oscuro è risorto, mostrando finalmente quelle ferite trasfigurate e radianti di luce. In esse vi è ogni nostra ferita. E da quel giorno di vittoria e resurrezione sono divenute il pertugio stretto attraverso il quale la vita nuova ed eterna può colmare le nostre povere vite gravide di corruzione. Da quel giorno la Croce è divenuta la porta del Cielo, l'accesso misterioso alla felicità autentica. Perchè solo l'amore crocifisso è amore vero e degno, dono fecondo e libero, amore puro che sgorga dalla misericordia sperimentata e ridonata. Accogliere e amare il marito o la moglie esattamente come essi sono, senza sperare nulla, donando all'altro la vita che zampilla dalla sorgente inesauribile dell'amore risorto. Accogliere una malattia, laddove non si abbiano i rimedi per curarla, facendone un luogo di offerta e di amore. Raggiungere l'altro all'estremo opposto dell'orizzonte, senza chiedere e senza esigere, nella consegna totale e gratuita di sé. Restare crocifissi con Cristo nei dolori che umiliano un corpo che vorrebbe correre e vivere in pienezza, come in una liturgia che abbraccia l'universo e che offre ogni lacrima per un destino più grande. Amare e dare la vita, aprirsi alla fecondità che Dio ha pensato per ciascuno, sul talamo nuziale come sul letto della malattia. E figli, di carne e di fede, figli nati per la vita eterna. In tutto la Croce, cammino stretto e arduo che conduce, istante dopo istante, nella pienezza dell'amore puro, quello vero, purificato nel crogiuolo dell'amore di Cristo




Antonello Iapicca Pbro


I dieci giusti-giustificati dall’unico Giusto, la piccola comunità “appiglio di Dio” per salvare le città del terzo millennio.



I dieci giusti-giustificati dall’unico Giusto,
la piccola comunità “appiglio di Dio” per salvare le città del terzo millennio.



La missione Ad Gentes della Chiesa in un mondo che legittima il male per difendersene: germe di bene per far realmente vivere e sopravvivere le nostre città e per salvarci da questa amarezza interiore che è l’assenza di Dio



La mattina di Pasqua i lettori di Repubblica, come di consueto, hanno potuto leggere l’omelia laica del fondatore Eugenio Scalfari. In essa raccontava di risurrezioni. Quella riguardante Gesù si concludeva così: “In questa fine del viaggio e della storia il male avrà cessato di esistere, non ci sono né purgatorio né inferno, ma soltanto paradiso, senza tempo e senza luogo”. Tanto per dire che la vita, secondo i cristiani, finisce comunque a tarallucci e vino. Morte, giudizio, Paradiso, inferno e purgatorio? Dissolti in una centrifugata di lavatrice. Poi passava in rassegna l’epoca della modernità, nella quale “non esistono né il male né il bene, non esiste il peccato”. E’ l’epoca che ha cancellato la metafisica, lo sguardo trascendente, dove ogni essere vivente “è dominato dalla natura dei suoi istinti e vive in perfetta innocenza”. L’uomo, unica specie dotata di pensiero, è animato “da due forme di amore: quello verso se stessi e quello verso gli altri”. Un terzo amore li sovrasta, ed è “quello verso la vita e il solo peccato pensabile è quello contro la vita, la sua dignità, la sua libertà. Non una vita idealizzata, ma una vita storicamente determinata dagli istinti che si misurano, si combattono, si trascendono, si trasfigurano, diventando passioni e sentimenti analizzati dalla lente della ragione, cioè del pensiero che pensa se stesso e che si vede vivere”. Esso è “una fabbrica di illusioni che ci aiutano durante il viaggio, di speranze che alimentano la nostra energia vitale, di architetture morali indispensabili a tutelare la nostra socievolezza”. Dal pensiero la morale. Così gli uomini costruiscono “regole morali che consentono la convivenza in quel dato contesto storico”. Al tramonto di un’epoca “finisce anche una morale, si verifica una rivoluzione che smantella la vecchia architettura per costruirne un'altra affinché la vita possa proseguire alimentata e incanalata da nuovi limiti, da nuove correnti, da nuove sorgenti”. Il tempo stesso è una categoria inventata dall’uomo per adagiarvi le nuove architetture morali; infatti “non c'è fine perché non c'è principio. Non c'è altro senso fuorché la vita che la nostra specie è in grado di raccontare, interpretare, trasfigurare, inventare. Il tempo morirà con noi. La morale morirà con noi”. Una risurrezione che in fondo è la costruzione di una morale nuova sulle ceneri della vecchia, ormai defunta. E’ questa la speranza offerta da Scalfari ai suoi lettori, la ragione ultima di vivere, liberare il proprio cervello da qualsiasi sedimento oggettivo e trascendente perché possa leggere e intercettare il fluire dei nuovi bisogni e desideri che sorgono dalla “caverna dove abitano i nostri istinti, le nostre più segrete pulsioni e la nostra energia vitale”. Pensare una nuova morale che vesta i nuovi istinti, allargando senza limiti il perimetro del lecito e del giusto, assecondando le cosiddette rinnovate “sensibilità” di stagione. Laddove si cancella il peccato e la distinzione oggettiva del bene e del male nulla è precluso. La grande indignazione per la pedofilia si tramuterà in legittimazione, non vi è alcun dubbio, così come è stato per il divorzio, l’aborto, la selezione eugenetica. Ci troviamo in un’epoca di transizione, si celebra la memoria dell’Olocausto e dei campi di sterminio nello stesso momento in cui si selezionano gli embrioni “guasti”, secondo le vecchie ma sempre buone istruzioni di Mengele. Stiamo attraversando il confine e Scalfari ammonisce a non dimenticare i risultati raggiunti dalla modernità: “Quando si rifiuta di ricordare il passato non si può costruire il futuro, si vive schiacciati da un eterno presente come gli animali che vivono infatti fuori del tempo. Quando si smonta un'architettura morale senza costruirne un'altra il fiume della vita cessa di scorrere diventando imputridita palude. A questa sorte dobbiamo ribellarci, questo pericolo dobbiamo scongiurare”. Non ci si può permettere il lusso di fermare il flusso della “civiltà” che deve risorgere quale morale pienamente e definitivamente legittimata. Occorre ribellarsi e scongiurare il pericolo che, ad esempio, i matrimoni gay e le relative adozioni di figli, restino impantanati nella palude imputridita del vecchio ordine morale ormai morto. Semplificando, ma non troppo: il male grava come un macigno, ce lo sentiamo addosso, ci assedia da ogni angolo, mentre i media grondano sangue innocente; contro di esso non possiamo nulla e quindi lo aboliamo per “anacronismo”, assorbendolo e legittimandolo a poco a poco in nuove e più comode e spaziose architetture morali, che disegnano nuovi limiti, liberano nuove correnti, schiudono nuove sorgenti. L’antiproibizionismo nel campo degli stupefacenti radica qui le proprie ragioni. Siamo impotenti di fronte al male e quindi ne sbianchettiamo l’origine, derubrichiamo il peccato come un’invenzione strategica della Chiesa imperialista e opprimente, e lo riqualifichiamo come istinto, pulsione, energia vitale da incanalare secondo i bozzetti disegnati dal pensiero unico e dominante della nuova era. E’ la riedizione del bel “sol dell’avvenir” che avrebbe dovuto sorgere dalla rossa primavera. Abbandonata l’idea dell’abolizione del male a mano armata si ritorna all’usato sicuro, il neo-illuminismo di impronta massonica che fagocita il Cielo per governare la terra. Nelle parole di Scalfari si intuiscono i profili di Rousseau, Voltaire e compagnia illuminata: il pensiero pensa se stesso e costruisce sogni buoni per il viaggio della vita, una sniffata di cocaina e via con desideri, affetti e istinti spendibili ad ogni latitudine dell’umana libidine. Sodoma, e Gomorra che piace alla gente che pensa.

Sodoma, la città nuova e vecchia come il mondo, la città progettata dagli architetti della nuova morale che si staglia all’orizzonte. Sodoma, la città della vita determinata dagli istinti. Sodoma e Gomorra, le città malate, preda del male che aveva soggiogato ogni germe di bene, il male assoluto divenuto unica legge. In una recente catechesi Benedetto XVI diceva proprio a proposito di queste città: “Il male non può essere accettato, deve essere segnalato e distrutto attraverso la punizione: la distruzione di Sodoma aveva appunto questa funzione. Ma il Signore non vuole la morte del malvagio, ma che si converta e viva; il suo desiderio è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene”. Il male esiste, i suoi effetti devastanti piagano la nostra storia. Girarsi dall’altra parte e far finta di nulla indignandosi ipocritamente e ideologicamente solo per alcuni dei suoi effetti è l’eutanasia della ragione. Occultare il peccato conduce sempre e solo a giustiziare il peccatore, dimenticando che l’innocente di oggi è il colpevole di domani; e oggi quanti piccoli Robespierre crescono accecati d’illusione. Il Papa invece ci indica l’unico cammino per la salvezza, l’autentica risurrezione dal male e dalla morte sua figlia primogenita. Lo ritrova nell’episodio della preghiera di Abramo che intercedeva presso Dio per scongiurare la distruzione di Sodoma e Gomorra: “Con la sua supplica, Abramo sta prestando la propria voce, ma anche il proprio cuore, alla volontà divina: il desiderio di Dio è misericordia, amore e volontà di salvezza, e questo desiderio di Dio ha trovato in Abramo e nella sua preghiera la possibilità di manifestarsi in modo concreto all’interno della storia degli uomini, per essere presente dove c’è bisogno di grazia”. Abramo osa con Dio e gli chiede di risparmiare le città se vi fossero trovati almeno alcuni giusti. E’ il capovolgimento di ogni giustizia umana, soprattutto di quella che, abbandonando il concetto di peccato, per proteggersi dal male, distrugge i peccatori: “la richiesta di Abramo è ancora più seria e più profonda, perché non si limita a domandare la salvezza per gli innocenti. Abramo chiede il perdono per tutta la città e lo fa appellandosi alla giustizia di Dio; dice, infatti, al Signore: «E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai giusti che vi si trovano?». Così facendo, mette in gioco una nuova idea di giustizia: non quella che si limita a punire i colpevoli, come fanno gli uomini, ma una giustizia diversa, divina, che cerca il bene e lo crea attraverso il perdono che trasforma il peccatore, lo converte e lo salva. Con la sua preghiera, dunque, Abramo non invoca una giustizia meramente retributiva, ma un intervento di salvezza che, tenendo conto degli innocenti, liberi dalla colpa anche gli empi, perdonandoli. Il pensiero di Abramo, che sembra quasi paradossale, si potrebbe sintetizzare così: ovviamente non si possono trattare gli innocenti come i colpevoli, questo sarebbe ingiusto, bisogna invece trattare i colpevoli come gli innocenti, mettendo in atto una giustizia "superiore",offrendo loro una possibilità di salvezza, perché se i malfattori accettano il perdono di Dio e confessano la colpa lasciandosi salvare, non continueranno più a fare il male, diventeranno anch’essi giusti, senza più necessità di essere puniti”. Il cuore di Dio guarda e mira al riscatto del malvagio, del peccatore. Per vincere il male non si tratta di renderlo inoffensivo rivestendolo dell’abito di una nuova morale. Non basta polverizzare il malvagio e, nel frattempo, legittimare quanto commesso. E’ l’assurdo profetizzato e vaticinato da Scalfari, distillato purissimo del pensiero dominante contemporaneo: l’illusione che il male non faccia più male solo perché si decide che da oggi non è più male, visto che ormai così fan tutti, grazie alla distruzione di ogni argine… E’ come prendere una pasticca di arsenico, convincersi che sia una vitamina ricostituente, e mandarla giù. Il Papa è lucido e ci schiude la mente perché non resti impigliata nei sofismi dei cattivi maestri: “Certo Sodoma è una grande città, cinquanta giusti sembrano poca cosa, ma la giustizia di Dio e il suo perdono non sono forse la manifestazione della forza del bene, anche se sembra più piccolo e più debole del male? La distruzione di Sodoma doveva fermare il male presente nella città, ma Abramo sa che Dio ha altri modi e altri mezzi per mettere argini alla diffusione del male. È il perdono che interrompe la spirale del peccato, e Abramo, nel suo dialogo con Dio, si appella esattamente a questo. E quando il Signore accetta di perdonare la città se vi troverà i cinquanta giusti, la sua preghiera di intercessione comincia a scendere verso gli abissi della misericordia divina… E più piccolo diventa il numero, più grande si svela e si manifesta la misericordia di Dio, che ascolta con pazienza la preghiera, l’accoglie e ripete ad ogni supplica: «perdonerò, … non distruggerò, … non farò. Così, per l’intercessione di Abramo, Sodoma potrà essere salva, se in essa si troveranno anche solamente dieci innocenti”. Dieci innocenti, il numero minimo legale per la preghiera ebraica, il nucleo di una comunità. Dieci giusti per la salvezza di Sodoma e Gomorra. Altro che nuova morale che, legittimando il male, giustifichi tutti i malvagi. Salvezza che odora di morte, inganno e perversione. Dieci giusti, “un numero esiguo, una piccola particella di bene da cui partire per salvare un grande male”, ma non vi sono nemmeno loro. E le città furono distrutte. “Una distruzione paradossalmente testimoniata come necessaria proprio dalla preghiera d’intercessione di Abramo. Il Signore era disposto a perdonare, desiderava farlo, ma le città erano chiuse in un male totalizzante e paralizzante, senza neppure pochi innocenti da cui partire per trasformare il male in bene. Perché è proprio questo il cammino della salvezza che anche Abramo chiedeva: essere salvati non vuol dire semplicemente sfuggire alla punizione, ma essere liberati dal male che ci abita. Non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo”.


Liberazione dunque e non omologazione, e la differenza è abissale! “È da questa tristezza e amarezza che il Signore vuole salvare l’uomo liberandolo dal peccato”. Il male rende tristi e la vita incappucciata da sogni e ideologie che craccano cervello e cuore è fiele puro. Ma la vita è stata donata per essere gustata e vissuta in pienezza, come un ponte lanciato verso il Cielo della gioia pura ed eterna. E le città di questa generazione, come quelle di ogni altra epoca, sono chiuse in un male totalizzante e paralizzante, ed hanno bisogno “di una trasformazione dall’interno, di un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono. Per questo i giusti devono essere dentro la città, e Abramo continuamente ripete: «forse là se ne troveranno …». «Là»: è dentro la realtà malata che deve esserci quel germe di bene che può risanare e ridare la vita. E’ una parola rivolta anche a noi: che nelle nostre città si trovi il germe di bene; che facciamo di tutto perché siano non solo dieci i giusti, per far realmente vivere e sopravvivere le nostre città e per salvarci da questa amarezza interiore che è l’assenza di Dio”. Il male è l’assenza d’amore, assenza di Dio, morte dell’anima prima che della carne. Questa assenza è stata colmata definitivamente dalla sovrabbondante misericordia di Dio: è stato infatti necessario “che Dio stesso diventasse quel giusto. E questo è il mistero dell’Incarnazione: per garantire un giusto Egli stesso si fa uomo. Il giusto ci sarà sempre perché è Lui. L’infinito e sorprendente amore divino sarà pienamente manifestato quando il Figlio di Dio si farà uomo, il Giusto definitivo, il perfetto Innocente, che porterà la salvezza al mondo intero morendo sulla croce, perdonando e intercedendo per coloro che «non sanno quello che fanno»”.

Il Giusto definitivo è Cristo presente nell’oggi del suo corpo, la comunità dei suoi fratelli più piccoli, i giusti perché giustificati dal suo sangue. La piccola comunità è l’argine eretto dalla sapienza di Dio di fronte allo strapotere del male. Dieci giusti, l’appiglio di Dio, la piccola comunità seminata come un germe di bene nelle città del duemila, come già i monasteri come bastioni di fede e civiltà dinanzi all’incedere barbaro al tramonto dell’Impero decadente. Dieci giusti uniti all’unico Giusto, dieci tralci stretti all’unica vite, che pregano, intercedono, celebrano, crescono nella fede, vivono nella città portando i frutti di vita eterna capaci di schiudere il Cielo a Sodoma e Gomorra, l’amore e l’unità in un mondo in armi e diviso. La loro, come quella di Abramo, è “una missione di salvezza, che deve rispondere al peccato che ha invaso la realtà dell’uomo; attraverso di loro il Signore vuole riportare l’umanità alla fede, all’obbedienza, alla giustizia”. Come Abramo sono amici di Dio che si aprono alla realtà e al bisogno del mondo essendo esattamente quello che sono, poveri, deboli, inermi discepoli amati da Dio e per questo invincibili. In loro brilla la luce della Pasqua, della vittoria definitiva di Cristo, della Giustizia che ha infranto il potere del male. Come scriveva a Diogneto l’anonimo autore del II Secolo: “ non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. 9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita… coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell'odio. A dirla in breve, come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L'anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. La carne odia l'anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri. L'anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano. L'anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. L'anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l'incorruttibilità nei cieli. Maltrattata nei cibi e nelle bevande l'anima si raffina; anche i cristiani maltrattati, ogni giorno più si moltiplicano. Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare”. E’ la missione Ad Gentes, antica e nuova, la missione dell’unica Chiesa di sempre, un pugno di santi come sale, luce e lievito di una società votata alla morte, principio di vita incorruttibile seminato nella corruzione del male. Sposi e presbiteri, bambini, giovani e anziani, vedove e vergini, dieci uomini, ed il Giusto, unica speranza, unica salvezza. A nessuno di noi è lecito abbandonare il candelabro sul quale, per pura Grazia, il Signore ci ha posto. Pena, la nostra sconfitta e quella del mondo intero. Che nessuno rifiuti la missione e la primogenitura con la quale siamo stati pensati, creati, giustificati, amati ed eletti: la vita più bella, più affascinante, più grande. Dieci giusti, le nostre vite nella vita di Cristo, “un numero esiguo, una piccola particella di bene da cui partire per salvare un grande male”.


Antonello Iapicca Pbro


Il Golgota di Sendai, dalla paura alla speranza. La Pasqua dell'Agnello nel Giappone lacerato

















Il Golgota di Sendai, dalla paura alla speranza

La Pasqua dell'Agnello nel Giappone lacerato




"Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità – dice Teilhard de Chardin – non è una catastrofe che venga dal di fuori, non è né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la più terribile perché il più direttamente umano dei flagelli, che è la perdita del gusto di vivere". Terremoto, tsunami, radiazioni, il mondo punta gli occhi sul Giappone e stupisce, freme, teme. Eppure qualcosa non quadra. La scossa che ha squarciato la terra, armato il mare e sciolto gli atomi non ha fatto breccia sulla scorza più dura, il cuore ingannato dell'uomo. I media crepitano di notizie e commenti, ammirati in un principio dalla compostezza e dalla dignità del Popolo giapponese, scavando nella memoria culturale e religiosa per dissotterrare le ragioni di una antropologia tanto peculiare; dragando poi atmosfera e terra e mare in cerca di radiazioni per certificare un disastro che terremoti politiche e governi. Eppure qualcosa non quadra. Il fascino suadente dell'esotismo orientale maschera una tragica realtà. Il Giappone sta vivendo, e da molto tempo ormai, un terremoto ben più devastante di quello che ci mostrano le telecamere. Bisogna andare nelle scuole, negli uffici, infiltrarsi nella ragnatela delle relazioni sociali. Occorre guardare negli occhi i ragazzi, gli adulti, gli anziani. Solo così si può intuire la realtà che si cela dietro la forma, inaccessibile frontiera che separa l'honne dal tatemae, l'autentico dall'apparente.

Si fa presto a dire che lo sguardo orientale è qualcosa di misterioso. No, esso piuttosto è testimone d'un furto; al Giappone hanno portato via la speranza. Forse interminabili anni di buddismo fatalista; forse i sedimenti della cultura; forse il mare che accerchia e rapisce e ti getta in una botola separandoti dal resto del mondo; forse la paura figlia di una natura non sempre benevola; forse tutto questo e forse molto più. Gli occhi dei giapponesi hanno visto dolore, guerre, fame, disastri, e tanta morte bussare alla porta, sino a dissolvere la dignità dell'uomo in un'abitudine fattasi lentamente cinismo. Morte esorcizzata nella sua esaltazione, il suicidio come riscatto, estetica a ricoprire una vita diventata spazzatura. Gli occhi dei giapponesi hanno visto la durezza dell'educazione impartita, la cauterizzazione di qualunque sentimento, persino quelli materni e paterni. Hanno visto l'ineluttabilità degli ostacoli frapposti tra i progetti e la loro realizzazione, esami scolastici e concorsi come lame di ghigliottina a tranciare i sogni dei più deboli. Hanno visto l'abisso delle gerarchie sociali schiudersi sotto i piedi come fossati a difendere castelli, e regolare così le relazioni in una fitta e ferrea ragnatela di obblighi e divieti, sino a plasmare il linguaggio e gli sguardi; hanno visto i propri nomi sciogliersi come in un acido, quello del titolo di studio o della mansione lavorativa, e perdere così identità, carattere, e personalità; hanno visto traslochi e sradicamenti sin dal tempo della scuola, perchè il Giappone, prima della famiglia e dell'amicizia, sia l'unica e vera appartenenza; hanno visto amici suicidarsi sotto il peso dell'insostenibile pressione volta al risultato e all'efficienza; hanno visto teorie di manager e semplici impiegati barcollare zuppi d'alcool sui marciapiedi dei fine settimana, estremi tentativi per togliersi di dosso ansie, frustrazioni e vessazioni; hanno visto divertimenti obbligati, attività sportive telecomandate, e si sono scoperti come burattini dentro lo schermo di una playstation, e qualcun altro a muover gambe e braccia rincorrendo onore e successo per dar lustro e guadagno alla scuola o alla ditta; hanno visto perdere a poco a poco la partita della vita, le personalità, i sentimenti, il dolore disciolti nel grigio militare d'una società a comando; hanno visto i propri giorni già scritti nel manuale di istruzioni che annota e comprende ogni possibilità, compresa quella del fallimento e l'inesorabile parola fine a chiudere, come una lapide, ogni cammino. Hanno visto centinaia di migliaia di ragazzine vendersi ai maschi che desiderano carne fresca; hanno visto le perversioni più turpi, e le studentesse in divisa e minigonna vertiginosa, esaltate quali campioni di femminilità, la donna bambina con voce tremula che ti accoglie nei negozi, negli uffici, nei ristoranti e dai telefoni dei call center. Hanno visto sciami di ragazzi eclissarsi nelle proprie stanze e non uscirvi più, il viso incollato allo schermo del Pc a gettare giovinezza e speranze in un'esistenza imprigionata in tre metri quadri. Hanno visto menti rarefatte raccolte da pasticche ansiolitiche che uccidono l'anima. Gli occhi dei giapponesi sono intrisi di grigio, ti guardano senza sperare nulla; religione e grandeur di stagionate campagne di conquista per afferrare Asia e mondo, hanno condotto il popolo all'uniformazione di doveri e bisogni forgiando un'innaturale astenia dei sentimenti. Sono concesse le lacrime, solo se composte e ordinate.

I luoghi comuni e gli stereotipi suffragati dalle immagini televisive impacchettano una realtà ben più complessa. La paura è sempre paura, anche se disciplinata. Il dolore è sempre dolore anche se composto. Piuttosto il terremoto, come ogni altro evento straordinario che sfugge al controllo dell'uomo, è sempre un punto di domanda sbattuto in faccia all'esistenza. L'interrogativo resta lì, irrisolto, in barba ai tentativi di esorcizzarlo e sfuggirlo. Il Giappone non è diverso da qualunque altro posto del mondo. Non ci si abitua alla morte, mai. La ricerca e la prevenzione, l'ordine e la disciplina, l'efficienza e l'organizzazione, in questi casi, sono come un'aspirina offerta ad un malato di cancro. Le architetture antisismiche più sofisticate nulla possono contro uno starnuto della terra e un conato del mare. In una manciata di secondi sono inghiottiti anni di studio e lavoro; i beni, gli affetti, le cose care evaporano raggrumandosi in un ricordo che spezza il cuore. E' la morte che bussa, indiscreta, alla porta dell'esistenza. Questa volta ha solo cambiato d'abito, ma è la stessa che arriva attraverso una gravidanza che svela un feto malformato, una malattia inguaribile, una depressione fulminante. O, indossando fogge meno appariscenti, è la stessa morte che fa visita con il tradimento del compagno, un licenziamento, un esame fallito. La morte è un sostantivo che descrive un fatto, qualunque sia la forma nella quale si presenti. Di fronte ad essa si misura la sostanza di un uomo. Un osservatore distratto, fosse anche un etnologo preparato o un reporter smaliziato, può restare colpito e affascinato di fronte alle immagini di un popolo che sembra saper reagire con ordine e disciplina ad un evento delle proporzioni di questo terremoto. Ma è solo la dura scorza che l'educazione ricevuta ha deposto a difesa dai sentimenti e dalla loro fragilità. Quel che si vede in superficie, ciò che le telecamere asettiche servono tra una minestra e una frittata nelle case di ogni dove, è piuttosto il frutto di un'assenza. In Giappone manca qualcosa, lo avverti ovunque, basta scendere i gradini dell'intimità, basta varcare la soglia della forma, e ti ritrovi come sospeso tra un'ansia ed un vuoto che non può rispondervi.

Forse, ed è l'ipotesi più probabile, è una mancanza che si fa nostalgia, quella più tagliente, perché non riesci a capire di che, o di chi. Al Giappone manca ancora Cristo. Se ti guardi attorno non ci sono tracce di cristianesimo. Qualche Chiesa inghiottita da grattacieli fosforescenti, qualche scuola cattolica, qualche rarissima suora, i preti si contano sulle dita di una mano. Gli occhi dei giapponesi non hanno visto Cristo. Non tutti, ma quasi tutti. E un Paese che non ha visto Cristo, è una pianta che non ha mai visto il sole: se resiste, le foglie si ingialliscono, i colori sbiadiscono, lo sviluppo è abortito. Così appare oggi il Giappone. Manca Cristo, manca l'aria, e la luce, e l'acqua, e la vita, esattamente come le scene di devastazione che tutti hanno visto. Si corre ovunque, strisce multicolore disegnate sulle strade, sui marciapiedi, sui corridoi di banche ed ospedali ti guidano senza sorprese alla meta, ma non è mai quella giusta. Ci si sfiata tra un casello ed un altro della vita, ma nessun cartello, nessun segnale ad indicare il Cielo, ormai chiuso da un pezzo. E quegli occhi che, da bambini, appena dischiusi brillavano curiosità, e speranza e desideri, sono ormai spenti, e le palpebre come serrande semichiuse quando sono i giorni di lutto.

Ma l'uomo, qualunque uomo, non può vivere senza speranza. Quando essa è sottratta la vita si fa morte, ed ogni affare, di cuore come di lavoro e studio, diviene un incerto strascicarsi sui bordi della vita. Come quegli uomini che abbiamo visto risalire le rotaie per tornare a casa. Quel giorno, il treno quotidiano su cui erano saliti la mattina, stretti tra un corpo e un altro in un perfetto anonimo isolamento, scivolati in un sonno profondo o nella musica alienante dell'Iphone, quella capsula metallica di cui si conoscono partenza ed arrivo, metafora di nascita e morte, le stazioni della vita, quel feticcio di un'esistenza sbiadita e senza speranza, non li poteva riportare a casa. Era accaduto l'imprevisto che sbanca il lotto della vita. La luce artificiale che muove l'esistenza indicando mete e successi, s'era spenta, non restavano che le gambe, non restava che la solitudine di fronte ad un evento più grande. E una nuvola rovente e invisibile a turbare pensieri e progetti. Benedetti atomi impazziti, verrebbe da dire, ma non si può, si farebbe la fine di chi ha osato infilare Dio in questa storia di dolore e paura. Eppure quegli atomi impazziti che ti prendono all'improvviso, come e più di un terremoto, più subdoli di uno tsunami, che si infilano tra le gocce del mare e nel cielo trasparente per azzannare verdure e polmoni senza che ce se ne accorga, quegli atomi sono una Parola viva che come una spada discende sino al midollo dell'esistenza. Prendere o lasciare, afferrare l'occasione o difendersene. Lo sconvolgimento della terra, l'ondata travolgente, la radioattività incipiente, sono segni, occorre interpretarli. La morte e la paura di queste settimane hanno bussato alla porta delle nostre anime, ci hanno destato alla verità. Innanzi tutto quella di cui scriveva François Mauriac: "Mi sono sempre ingannato sull’oggetto dei miei desideri. Non sappiamo quel che desideriamo" (Groviglio di vipere).

Dio non ha dimenticato questo Popolo, perchè Dio ama ogni uomo di un amore geloso. Forse l'alienazione, l'odore acre di corruzione, forse la morte dell'anima s'era fatto insopportabile ai suoi occhi, forse la misura era colma. Forse la sofferenza di tanti innocenti ammorbidirà il cuore, forse la terra martoriata, e la precarietà intrisa di paura, dissoderà le anime, le preparerà ad ascoltare e a vedere proprio quello che manca alla propria vita. Forse, ma è un'occasione irripetibile. La Chiesa è chiamata a mostrare cosa desidera il cuore, a far presente l'oggetto autentico del desiderio dell'uomo. Mostrare Cristo per annunciarlo vivo e capace di dare senso ad ogni dolore, anche a quello più assurdo. Al dolore e alla sofferenza degli innocenti, dei bambini che, in un secondo, hanno perduto padre, madre, casa e scuola. Ai vecchi che hanno visto portarsi via il lavoro e le piccole certezze di una vita. Per noi che viviamo qui da molti anni annunciando il Vangelo che spesso sembra rimbalzare sulla dura scorza dell'abitudine ormai cinica, l'11 marzo non è un giorno di lutto. Non è solo un giorno di lutto. E' piuttosto la data annotata in rosso sul taccuino di Dio, l'appuntamento che ha preso per svegliarci tutti dal torpore e dall'apatia. Quel giorno, e questi giorni, ci svelano il suo cuore, il suo progetto di amore per questo popolo. Può sembrare assurdo, un vaniloquio fondamentalista. Passi, non ci vergogniamo d'essere fondamentalisti, non ci fa arrossire avere un fondamento certo e non negoziabile nella nostra vita, anzi. Un fondamento che resiste al terremoto e agli tsunami, agli atomi e alla paura. Un fondamento da donare ad ogni uomo, il fondamento di un amore che ha vinto la morte, che è disceso nella tomba di ogni uomo a compatirne angosce e sofferenze per deporvi la speranza che non delude. "Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia", diceva il poeta francese Charles Péguy (Il portico del mistero della seconda virtù, in I Misteri). La felicità può risplendere nello sguardo di ogni giapponese, e la speranza può dipingere i loro occhi. Laddove la vita s'è fatta detrito, tra le macerie dell'esistenza, nel dolore sordo degli innocenti è sceso l'amore. Amare ha una sola coniugazione, buona per ogni lingua, per ogni cultura, per ogni uomo: donare, vita e carne e sangue, sino alla fine. Dove questo si compia l'amore si fa visibile, e gli occhi semplici lo possono guardare. Non ha colore nè sapore particolari a erigere barriere; non necessita interpretazioni o spiegazioni; è un cibo che si fa gusto e piacere, sazietà e pienezza in qualunque cuore, perché ad ogni cuore è destinato e in ogni esistenza prende dimora come se fosse stata preparata da sempre per lui. E questo amore ha un nome, Cristo, ed un volto, la Chiesa dei suoi fratelli.

"Una cosa è certa: si dà una notte nel cui buio non penetra alcuna parola di conforto, una porta che noi dobbiamo oltrepassare in solitudine assoluta: la porta della morte. Tutta l'angoscia di questo mondo è in ultima analisi l'angoscia provocata da questa solitudine. Per questo motivo nel Vecchio Testamento il termine per indicare il regno dei morti era identico a quello con cui si indicava l'inferno: sheol. La morte infatti è solitudine assoluta. Disceso all'inferno. Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine... anche nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, nella quale noi tutti siamo come bambini cacciati via, piangenti, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce. La solitudine insuperabile dell'uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. L'inferno è stato vinto dal momento in cui l'amore è anche entrato nella regione della morte e la terra di nessuno della solitudine è stata abitata da Lui." (Joseph Ratzinger, Sabato santo). Non basta ricostruire un'autostrada in una settimana, non è sufficiente tappare la bocca alla centrale di Fukushima. E' urgente annunciare che laggiù, nel fondo oscuro dell'anima che si prepara al suicidio o alla lucida rassegnazione che ricostruisce in attesa di altre distruzioni, nella terra di nessuno della solitudine è disceso Cristo, l'Agnello senza macchia era lì quel giorno, innocente tra i suoi fratelli innocenti, pareti e tetti e mobilia non lo hanno risparmiato, il fango salato e violento lo ha travolto insieme a tutti, la paura del pericolo non lo ha evitato. E' tutto scritto, e questi sono i giorni in cui la Chiesa proclama il mistero di un Dio che si è fatto peccato e poi morte, per distruggere l'uno e l'altra. Il male che avvelena la vita di tanti giovani, che sfianca le famiglie, che asfissia il lavoro, il male banale che spegne questo popolo si è schiantato su quel corpo crocifisso. E quell'11 marzo, misteriosamente, come un conato sorto dalle viscere della terra, si è riversato sugli innocenti che, semplicemente, vivevano la loro vita. Mistero del male, mistero delle sue raccapriccianti conseguenze. Mistero che non vogliamo accettare, che eludiamo con iattanza superba spegnendo la Verità tra relativismi d'accatto, il male peggiore. Il male esiste, e provoca sofferenza. Il peccato esiste, e conduce alla morte. La menzogna li avvolge entrambi, ed è quella che tiene a guinzaglio le menti, che pontifica sui media, che sbiadisce certezze ingoiando la speranza. Uno solo ha preso sul serio il male, al punto di morirci dentro. Uno solo lo ha guardato in faccia, lo ha sfidato, se ne è addossato ogni conseguenza, capro espiatorio di ogni veleno. Non vi è sofferenza che Egli non abbia conosciuto, solitudine che non abbia sperimentato. Il mistero più grande, da quel giorno sul Golgota, ogni dolore è divenuto il dolore della stessa carne di Cristo, dolore divino, e per questo innocente. Quell'11 marzo era Giappone, ma era Calvario. E così quel 6 agosto 1945 ad Hiroshima, e così ogni giorno della vita di ogni uomo. Dolore innocente non perchè alcun uomo sia innocente, ma perchè nell'innocenza dell'Unico innocente, dell'Agnello senza macchia, ogni dolore, addirittura ogni peccato, è trasfigurato nella misericordia. Da quel giorno sul Calvario ogni dolore è il dolore di Cristo, ogni tomba è il suo sepolcro. In tutti ha deposto, come un seme di vita eterna, il suo corpo benedetto. Quel corpo oggi è la Chiesa, i suoi missionari e i suoi cristiani, deposti, nella trama dei giorni, come un seme di speranza, tra le viscere di dolore di questo Popolo. Suor Faustina Kowalska ha lasciato scritto nel suo Diario: "Provo un dolore tremendo, quando osservo le sofferenze del prossimo. Tutti i dolori del prossimo si ripercuotono nel mio cuore; porto nel mio cuore le loro angosce, in modo tale che mi annientano anche fisicamente. Desidererei che tutti i dolori ricadessero su di me, per portare sollievo al prossimo" (Diario, p. 365). Il sollievo è l'amore che scaturisce dalla luce della Pasqua, la prova che Cristo è risorto davvero, il frutto maturo di quel seme, il senso nascosto di ogni dolore. Incarnarlo e annunciarlo è il mandato ineludibile del Signore risorto. Che Dio ci aiuti e ci dia zelo e coraggio per annunciare, senza fermarci, il suo amore che risplende in Cristo suo Figlio, crocifisso e risorto per ogni uomo, per riconsegnare il sorriso della speranza ad ogni sguardo di ciascun giapponese, nessuno escluso.


Antonello Iapicca Presbitero

Takamatsu Giappone


Il Nobel all'Anticristo







Bisogno Desiderio Diritto. Sono questi i magnifici vincitori del Premio Nobel per la medicina, edizione 2010. Lasciamo da parte le considerazioni morali e scientifiche sulla fecondazione artificiale che ne hanno motivato l'assegnazione; molti ne hanno scritto, e davvero bene. Ciò che che ci sgomenta ancor più dell'abominio in sè che è la strage degli embrioni innocenti e dell'eugenetica camuffata, è lo sdoganamento a mezzo Nobel di una triade impazzita capace di far saltare in aria questo povero mondo. Bisogno-Desiderio-Diritto, una sequenza come un piano tragicamente inclinato dove l'evoluta società contemporanea scivola irrimediabilmente verso l'abisso senza darsene conto.

Bisogno-Desiderio-Diritto, parole sante a evocare quanto di più emotivo e viscerale portiamo dentro. Il bisogno che fa sorgere il desiderio subito elevato a diritto. Il festival della pancia, le baccanali al potere. Si obietterà: che cosa vi è di più puro e perfino santo del bisogno-desiderio-diritto di un figlio da parte di una donna che non è ancora riuscita a diventar madre? La luce abbagliante della logica demoniaca ti afferra, ed è logica stringente a cui sembra non poterti opporre. Già accaduto, già visto. La sofferenza blandita come una scimitarra a pochi millimetri dalla coscienza, come non tremare e soccombere? Come non spalancare allora la porta al bisogno di felicità che si fa desiderio impellente da difendere e attuare come un diritto inalienabile? Il bisogno-desiderio-diritto di essere felice, ovvero di non soffrire.

Ed è qui che ci prende, più forte, lo sgomento. Scoprire che il Nobel alla medicina è stato assegnato all'Anticristo. La fecondazione artificiale, come l'aborto, l'eutanasia, l'eugenetica, sono solo la scia di sangue, l'odore acre di morte che lui, l'Anticristo lascia al suo ineffabile passaggio. L'Anticristo è colui che nega che Gesù Cristo è venuto nella carne. Il suo spirito nega l'incarnazione perchè nega il peccato e la morte, e, con essi, la salvezza operata da Cristo attraverso il suo Mistero Pasquale. L'Anticristo lotta contro la sofferenza per uccidere, non per salvare. E' questa infatti la medicina che abbiamo sotto gli occhi, quella che vince il Nobel, che va in piazza ed in televisione: la medicalizzazione del parto, l'aborto con le sue pillole, la morte via endovena, la fecondazione artificiale che strizza l'occhio all'eugenetica. E' la nuova frontiera dell'Anticristo, deporre morte laddove ci si aspetta la vita. E' il suo mestiere, e il mondo, cieco, non comprende.

L'Anticristo è infatti padre della menzogna, la più grande, quella che nasconde il peccato che partorisce sofferenza e morte. E dietro al peccato c'è lui, l'Anticristo, Satana, il nemico di Dio e dell'uomo. Sì, quest'anno il Nobel l'ha vinto lui, travestito e moltiplicato per tre, Bisogno-Desiderio- Diritto. E l'Accademia di Oslo, e il mondo intero, una voltà di più si son liberati dall'oscurantismo cristiano, come quel giorno davanti all'albero, lassù nel Giardino dell'Eden, assaporarono la libertà Adamo ed Eva. Un frutto, il bisogno, il desiderio, il diritto. E la morte.

Cristo invece è venuto nella carne, e con la carne ha distrutto la morte ed il peccato che rendevano impotente la carne. E' Cristo che ha ridato fecondità ad ogni uomo, strappandolo dalla vera e profonda infertilità che è l'incapacità di amare e di perdere la propria vita, anche attraverso la sofferenza ed il dolore, anche quello di non poter sentire un proprio figlio in grembo e darlo alla luce. La carne di Cristo perchè la nostra carne attraversi il dolore senza morirvi schiacciato, vivendo il mistero di una vita piena nell'assoluto dono di sè. Cristo è venuto nella carne e nella sua carne ha dischiuso un cammino di vera libertà, frutto di quell'amore e di quella vita più forti del peccato e della morte. L'amore e la vita di Cristo risorto, quello che colma e risponde ad ogni bisogno-desiderio-diritto.






TRA FATIMA E ROMA. Nel mondo ma non del mondo, "sopraffatti" dalla gioia di conoscere Cristo

La Chiesa ha un solo vero nemico: il peccato. Il Papa lo ha riaffermato affacciandosi dalla finestra del suo studio dinnanzi a 200.000 fedeli appartenenti alle varie aggregazioni laicali e alle nuove comunità accorsi in Piazza San Pietro per manifestargli la propria vicinanza. Una semplice verità, troppe volte dimenticata. Il Papa così spezza la sindrome da accerchiamento che sembra volersi impadronire della Chiesa invitandola ad alzare il suo sguardo al Cielo. "Quasi nessuno, però, oggi parla ancora della vita eterna... Poiché non si osa credere in essa, bisogna sperare di ottenere tutto dalla vita presente". (Benedetto XVI, Messaggio al II "Kirchentag ecumenico", 12 maggio 2010). Il peccato che "a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa" esiste, ed ha un nome: orgoglio. E' il peccato originale che ha lasciato ferita la carne dell'uomo chiudendo il Cielo e spegnendo la speranza. Riaffermando l'essenziale della fede il Papa non ha cancellato l'esistenza del male al di fuori della Chiesa, anzi. Semplicemente, ha ribadito che la nostra lotta non è contro le creature di sangue e di carne, ma contro il peccato e suo padre, il demonio. Questi è il principe di questo mondo, ed il mondo, per così dire, anche attraverso i media, fa il suo mestiere, così come appare nella visione dell'Apocalisse: "Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a fare guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù" (Cfr. Ap. 12, 17). Rivolgendosi ai Movimenti riuniti in San Pietro, il Papa ha invitato tutti a custodire fedelmente i comandamenti e la testimonianza di Gesù, perché la Chiesa, proprio mentre le seduzioni del mondo la stringono d'assedio, dischiuda il Cielo a questa generazione, mostrando il destino autentico per cui ogni uomo è venuto al mondo. Sale, luce e lievito, la Chiesa è questo. Nemico di Dio, dell'uomo e della Chiesa il peccato è lo strumento con il quale il demonio tenta, in ogni modo, di rendere insipido il sale, di spegnere la luce, di marcire il lievito. Affinché ciò non accada” diceva il Papa in Portogallo, “bisogna annunziare di nuovo con vigore e gioia l’evento della morte e risurrezione di Cristo, cuore del cristianesimo, fulcro e sostegno della nostra fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso che spazza via qualsiasi paura e indecisione, qualsiasi dubbio e calcolo umano. La risurrezione di Cristo ci assicura che nessuna potenza avversa potrà mai distruggere la Chiesa. Quindi la nostra fede ha fondamento, ma c’é bisogno che questa fede diventi vita in ognuno di noi. C’è dunque un vasto sforzo capillare da compiere affinché ogni cristiano si trasformi in un testimone in grado di rendere conto a tutti e sempre della speranza che lo anima”. E ieri questo “sforzo capillare” era davanti agli occhi del Papa, era lì il soffio dello Spirito che non ha mai abbandonato la Chiesa; parrocchie, associazioni, movimenti, nuove comunità, tutti per stringersi a lui e riaffermare fedeltà e zelo per annunciare con vigore e gioia il Vangelo. Si comprendono solo in questa luce le parole del Papa: "Viviamo nel mondo, ma non siamo del mondo (Cfr. Gv 17, 14) anche se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni. Dobbiamo invece temere il peccato e per questo essere fortemente radicati in Dio, solidali nel bene, nell’amore, nel servizio. E’ quello che la Chiesa, i suoi ministri, unitamente ai fedeli, hanno fatto e continuano a fare con fervido impegno per il bene spirituale e materiale delle persone in ogni parte del mondo. E’ quello che specialmente voi cercate di fare abitualmente nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti: servire Dio e l’uomo nel nome di Cristo. Proseguiamo insieme con fiducia questo cammino, e le prove, che il Signore permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza". Se il peccato è il nemico, i testimoni di Cristo, deboli e fragili, “lo hanno vinto grazie al sangue dell'Agnello e alla parola della loro testimonianza, e non hanno amato la loro vita fino a morire” (Cfr. Ap. 12,11). Solo chi è “sopraffatto dalla gioia di poter conoscere Dio, di conoscere Cristo e che Egli ci conosce” può essere martire, testimone del suo amore. “È questa la nostra speranza e la nostra gioia in mezzo alle confusioni del tempo presente” Benedetto XVI, Messaggio al II "Kirchentag ecumenico"...).


Antonello Iapicca Pbro

Fatima, il segreto della Chiesa svelato dal Papa. Il tempo perduto ed una parola a ricordarci l'infinito campo che già biondeggia per la mietitura


Fatima, il segreto della Chiesa svelato dal Papa. Il tempo perduto ed una parola a ricordarci l'infinito campo che già biondeggia per la mietitura


Rileggendo le parole del Papa in Portogallo



Dal Portogallo, come una sentinella, il Papa ha scrutato il mondo e i cuori degli uomini giungendo ben oltre l'orizzonte dello sguardo comune. E da qui, dal cuore del mondo, le sue parole forti ci hanno trafitto il petto: “Quanto tempo perduto, quanto lavoro rimandato, per inavvertenza su questo punto!”. Quale punto? L'annuncio del Vangelo. Tempo perduto nell'oblio e nella dimenticanza, e, come Esaù, molti, troppi, nella Chiesa hanno venduto la primogenitura. Così nelle maglie sfilacciate del tempo gettato rimandando il “lavoro”, si sono annidate le omissioni, e quindi le perversioni. Bucato come al solito dai media e dai commentatori è stato questo il grido più severo e drammaticamente profetico del viaggio in Terra lusitana.

Di fronte alle parole altrettanto severe di Gesù sulla necessità di essere vigilanti in attesa del suo ritorno, Pietro domandò se queste fossero dirette a lui e agli altri discepoli oppure a tutti. Gesù rispose:Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi”. Fedeltà e saggezza, giusto le parole ripetute dal Papa alla sua Chiesa, ai suoi ministri come all'intero Popolo di Dio, indicando la beatitudine del “lavoro” affidato, l'annuncio del Vangelo. Lasciare che si spenga lo zelo difendendo stoltamente presunte rendite di posizione “sarebbe un morire a termine, in quanto presenza di Chiesa nel mondo, la quale può soltanto essere missionaria nel movimento diffusivo dello Spirito”.

Gli scandali e le sofferenze che, come ha ricordato il Pontefice, hanno ferito e ancora attendono la Chiesa, sono un segno da cogliere per ricordare. “Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa”. La Chiesa è un mistero, come un segreto che solo occhi puri son capaci di penetrare e svelare. Gli occhi del Papa, occhi di sentinella, che hanno guardato dentro il mistero, scoprendo nella fede le parole luminose di Dio inscritte anche nel buio più fitto. E le ha trasmesse fedelmente ai suoi figli smemorati: Sia Maria che noi stessi non godiamo di luce propria: la riceviamo da Gesù. La presenza di Lui in noi rinnova il mistero e il richiamo del roveto ardente, quello che un tempo sul monte Sinai ha attirato Mosè e non smette di affascinare quanti si rendono conto di una luce speciale in noi che arde però senza consumarci. Da noi stessi non siamo che un misero roveto, sul quale però è scesa la gloria di Dio”. Ma quante volte questa gloria è stata offuscata, cacciata e tradita. “Oggi lo vediamo in modo realmente terrificante, che la più grande persecuzione alla chiesa non viene dai nemici di fuori, ma nasce dal peccato nella chiesa”. Peccati terrificanti che svelano come sia così poco realista dare “per scontato che la fede ci sia”. Peccati insinuatisi nel “tempo perduto” a riporre “una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni”. Peccati terrificanti da cui sorge la domanda di Gesù ricordata dal Papa: ”ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?”. Ecco il peccato in agguato, una Chiesa che non sali più il mondo.

Affinché ciò non accada, bisogna annunziare di nuovo con vigore e gioia l’evento della morte e risurrezione di Cristo, cuore del cristianesimo, fulcro e sostegno della nostra fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso che spazza via qualsiasi paura e indecisione, qualsiasi dubbio e calcolo umano. La risurrezione di Cristo ci assicura che nessuna potenza avversa potrà mai distruggere la Chiesa. Quindi la nostra fede ha fondamento, ma c’é bisogno che questa fede diventi vita in ognuno di noi. C’è dunque un vasto sforzo capillare da compiere affinché ogni cristiano si trasformi in un testimone in grado di rendere conto a tutti e sempre della speranza che lo anima”. Nel cuore della tempesta dunque la speranza afferrata a Cristo, e l'antidoto perchè la Chiesa realizzi quel che è per la sua setssa natura: annunciare il Vangelo, far risuonare il kerygma attraverso testimoni credibili. Uno sforzo capillare è richiesto per ridestare la fede e trasformare in testimoni i cristiani che popolano le nostre chiese.

Importante è certo l'azione profetica della Chiesa nell'agone sociale, culturale e politico, ma non basta. “Il semplice enunciato del messaggio non arriva fino in fondo al cuore della persona, non tocca la sua libertà, non cambia la vita. Ciò che affascina è soprattutto l'incontro con persone credenti che, mediante la loro fede, attirano verso la grazia di Cristo, rendendo testimonianza di Lui”. Non si tratta solo di affermare la Verità, è necessario ed urgente renderla visibile come qualcosa di vivo, reale, incarnato. La famiglia, la sessualità secondo la volontà di Dio, la sacralità della vita dal suo concepimento al suo termine naturale, sono “principi non negoziabili” solo nella misura in cui siano per tutti “vivibili”, calati in esistenze concrete che li sperimentino gioiosamente custodendoli sino al martirio. Uomini e donne come tutti che hanno scoperto la Verità del Vangelo e del Magistero della Chiesa come l'autentica libertà che salva e colma di senso la vita.

Ma “qualcuno potrebbe dire: "la Chiesa ha bisogno di testimonianze di santità... ma non ci sono! A questo proposito, vi confesso la piacevole sorpresa che ho avuto nel prendere contatto con i movimenti e le nuove comunità ecclesiali. Osservandoli, ho avuto la gioia e la grazia di vedere come, in un momento di fatica della Chiesa, in un momento in cui si parlava di "inverno della Chiesa", lo Spirito Santo creava una nuova primavera, facendo svegliare nei giovani e negli adulti la gioia di essere cristiani, di vivere nella Chiesa, che è il Corpo vivo di Cristo. Grazie ai carismi, la radicalità del Vangelo, il contenuto oggettivo della fede, il flusso vivo della sua tradizione vengono comunicati in modo persuasivo e sono accolti come esperienza personale, come adesione della libertà all'evento presente di Cristo”. In questo inverno spesso terrificante che ha investito la Chiesa il Papa, per l'ennesima volta, guarda oltre la notte ed il gelo e scopre e ci svela l'azione dello Spirito.

Nonostante le molte interpretazioni e attualizzazioni perniciose e fuorvianti di una “ermeneutica della discontinuità e della rottura” che tanto male hanno fatto alla Chiesa, “con lo scopo di «mettere il mondo moderno in contatto con le energie vivificanti e perenni del Vangelo», si è realizzato il Concilio Vaticano II che ha messo i presupposti per un autentico rinnovamento cattolico e per una nuova civiltà – la «civiltà dell’amore» - come servizio evangelico all’uomo e alla società”. Dal Concilio sono sorti i Movimenti e le nuove comunità come una risposta dello Spirito Santo alle sfide della società contemporanea e alla stessa debolezza della Chiesa, oggi così evidente. A Fatima la Vergine Maria l'aveva profetizzata, assieme alle sofferenze patite dalla Chiesa, nel suo Capo e nelle sue membra. Sono i carismi, assieme a moltissimi altri, che non hanno rinunciato al lavoro e non hanno perduto tempo a consacrare, ogni giorno, il mondo al Cuore Immacolato di Maria attraverso l'annuncio e l'incarnazione della radicale novità del Vangelo.

Decisivo al riguardo è però il ministero dei Pastori, chiamati, in comunione con il Papa, ad essere sentinelle vigilanti sul buio dei peccati e sulla luce dello Spirito. Infatti “condizione necessaria è che queste nuove realtà vogliano vivere nella Chiesa comune, pur con spazi in qualche modo riservati per la loro vita, così che questa diventi poi feconda per tutti gli altri. I portatori di un carisma particolare devono sentirsi fondamentalmente responsabili della comunione, della fede comune della Chiesa e devono sottomettersi alla guida dei Pastori. Sono questi che devono garantire l'ecclesialità dei movimenti. I Pastori non sono soltanto persone che occupano una carica, ma essi stessi sono portatori di carismi, sono responsabili per l'apertura della Chiesa all'azione dello Spirito Santo. Noi, Vescovi, nel sacramento, siamo unti dallo Spirito Santo e quindi il sacramento ci garantisce anche l'apertura ai suoi doni. Così, da una parte, dobbiamo sentire la responsabilità di accogliere questi impulsi che sono doni per la Chiesa e le conferiscono nuova vitalità, ma, dall'altra, dobbiamo anche aiutare i movimenti a trovare la strada giusta, facendo delle correzioni con comprensione - quella comprensione spirituale e umana che sa unire guida, riconoscenza e una certa apertura e disponibilità ad accettare di imparare”. Un cuore aperto, sottomesso e umile, nei Pastori e nei portatori dei carismi. I Vescovi sono chiamati ad aprirsi con una riconoscenza capace anche di imparare per poter aiutare e correggere, i carismi a sottomettersi con obbedienza alla loro guida. E' questa la dinamica dell'umiltà che, sola, può rinnovare la Chiesa e suscitare, rianimare e far crescere la fede perchè sia annunziata a questa generazione. “Gli uomini sono chiamati ad aderire alla conoscenza e all'amore di Dio, e la Chiesa ha la missione di aiutarli in questa vocazione. Sappiamo bene che Dio è padrone dei suoi doni; e la conversione degli uomini è grazia. Ma siamo responsabili dell'annuncio della fede, della totalità della fede e delle sue esigenze”.

Abbiamo sotto gli occhi la distanza siderale cui sta precipitando la società. Ed è globalizzazione del deserto e della notte, dell'anima e dello spirito. “Nel nostro tempo, in cui la fede in ampie regioni della terra, rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata, la priorità al di sopra di tutte è rendere Dio presente in questo mondo ed aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non a un dio qualsiasi, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore portato fino alla fine (cfr Gv 13, 1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Non abbiate paura di parlare di Dio e di manifestare senza vergogna i segni della fede, facendo risplendere agli occhi dei vostri contemporanei la luce di Cristo, come canta la Chiesa nella notte della Veglia Pasquale”. Ripartire da dove tutto è cominciato, dalla notte di Pasqua, la fonte inesauribile di vita e cuore dell'annuncio della Chiesa.

I “segni della fede” sono la luce che chiama ogni uomo mostrando la possibilità reale di una vita nuova. La Chiesa non può abdicare su questo punto. Il tempo perso ci spinge ad un rinnovato slancio missionario lanciato ad ogni latitudine, geografica e spirituale. Il successore di Pietro “ripete a ciascuno di voi: Miei fratelli e sorelle, bisogna che diventiate con me testimoni della risurrezione di Gesù. In effetti, se non sarete voi i suoi testimoni nel vostro ambiente, chi lo sarà al vostro posto? Il cristiano è, nella Chiesa e con la Chiesa, un missionario di Cristo inviato nel mondo. Questa è la missione improrogabile di ogni comunità ecclesiale: ricevere da Dio e offrire al mondo Cristo risorto, affinché ogni situazione di indebolimento e di morte sia trasformata, mediante lo Spirito Santo, in occasione di crescita e di vita”. Il Mistero Pasquale nel quale il mistero della vita di ogni uomo trova senso e compimento cerca nei cristiani il guscio esistenziale dove realizzarsi e manifestarsi.

Per esperienza personale e comune, sappiamo bene che è Gesù colui che tutti attendono. Infatti le più profonde attese del mondo e le grandi certezze del Vangelo si incrociano nell'irrecusabile missione che ci compete, poiché senza Dio l'uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia”. L'annuncio del Vangelo è l'irrecusabile missione che si dilata oltre l'orizzonte visibile al nostro sguardo. Gli occhi del Papa, come quelli degli ardenti missionari di qualche secolo fa che dal Portogallo hanno sfidato mari e tempeste per raggiungere terre sconosciute dove deporre il seme del Vangelo, dall'estremo lembo d'Europa han saputo varcare le soglie del visibile e planare nei più recessi bisogni dell'uomo, chiunque e ovunque sia. E' quest'uomo contemporaneo e prossimo l'isola più lontana, l'estremo confine della terra al quale il Signore ci invia attraverso il suo Vicario: “Il campo della missione ad gentes si presenta oggi notevolmente ampliato e non definibile soltanto in base a considerazioni geografiche; in effetti ci attendono non soltanto i popoli non cristiani e le terre lontane, ma anche gli ambiti socio-culturali e soprattutto i cuori che sono i veri destinatari dell'azione missionaria del popolo di Dio”.

Annuncio, conversione e fede, il segreto di Fatima è il segreto della Chiesa! Da duemila anni! "La chiesa ha profondo bisogno di rimparare la penitenza, accettare la purificazione, imparare il perdono ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia. Dobbiamo imparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza, le virtù teologali e qui siamo realistici, il male attacca anche dall’interno, ma che sempre anche le forze del bene sono presenti e che, finalmente, il Signore è più forte del male e la Madonna per noi è la garanzia. La bontà di Dio è sempre l’ultima risposta della storia". Questo amore che scuote e sconvolge come il respiro di Dio tra di noi, risponde anche oggi alla storia che sembra soffocare la Chiesa ed il mondo. "E' avvenuto che, alla fine, dallo stesso amore che ha creato il mondo, la novità del Regno è spuntata come piccolo seme che germina dalla terra, come scintilla di luce che irrompe nelle tenebre, come alba di un giorno senza tramonto: È Cristo risorto. Ed è apparso ai suoi amici, mostrando loro la necessità della croce per giungere alla risurrezione”. Il Mistero Pasquale è il Mistero nascosto agli angeli, il segreto di Fatima, il segreto celato nelle nostre stesse esistenze, svelato in Cristo e riannunciato dal Papa. La morte come scrigno di vita, il peccato vinto dal perdono. La Chiesa è nata per annunciare questo, senza posa, con la stoltezza della predicazione e con l'esperienza, a volte drammatica, delle stigmate sanguinanti ma gloriose che mostrano al mondo il segno luminoso del Signore risorto.

Senza Pietro e senza i santi e i testimoni con i loro carismi donati alla Chiesa dallo Spirito Santo, la Chiesa sovente dimentica e smarrisce il segreto che la costituisce e cede inesorabilmente al mondo. Ma anche oggi “il Cielo si è aperto come una finestra di speranza che Dio apre quando l’uomo Gli chiude la porta… si tratta di un amorevole disegno da Dio; non dipende dal Papa, né da qualsiasi altra autorità ecclesiale: "Non fu la Chiesa che ha imposto Fatima ma fu Fatima che si impose alla Chiesa". Non è la Chiesa, e nemmeno il Papa che impone oggi il vento impetuoso dello Spirito, è esso stesso, attraverso i segni e i prodigi compiuti, ad imporsi alla Chiesa. Il Papa, con gli stessi occhi semplici e puri dei pastorelli di Fatima, ha visto e ce lo ha raccontato. Sta a noi lasciarci afferrare e stupire da coloro che ci ricordano e svelano il segreto. Cardinali, vescovi, preti e fedeli laici, tutti sono interpellati. Occorre restare o ridiventare - per pura grazia s'intende – anche noi come i veggenti di Fatima, capaci di stupore perchè semplici e curiosi dinnanzi al Mistero, come solo i bambini sanno essere davvero.

Alziamo dunque gli occhi, i campi già biondeggiano per la mietitura. Il Signore ha faticato per noi, possiamo gettarci, con lo zelo indomito degli innamorati, subentrando nel "suo lavoro", ad incendiare il mondo con l'annuncio del Vangelo. Senza perdere altro tempo, perchè ancora quattro mesi e sarà la mietitura, e allora potremo rallegrarci, noi semplici mietitori, con Chi ha seminato, donando tutto se stesso per ogni uomo.



Antonello Iapicca Pbro


STATISTICHE COME GRIDA D'AIUTO DAL DOLORE DEL MONDO

STATISTICHE COME GRIDA D'AIUTO DAL DOLORE DEL MONDO


Che lo scandalo della pedofilia e gli attacchi al Papa stiano monopolizzando l'attenzione generale fuori e dentro la Chiesa è sotto gli occhi di tutti. Probabilmente è proprio questo lo scacco del demonio, sviare l'attenzione e disperdere le forze. Eppure il Papa continua a viaggiare, seguendo la rotta degli Apostoli, nell'unico e instancabile impulso che ha mosso, da sempre, la Chiesa. Annunciare il Vangelo. Il Papa si commuove e piange, e sono le lacrime di Gesù alla vista di Gerusalemme, ostinata nella chiusura di fronte ai profeti, all'annuncio, al Figlio stesso. Lacrime che han solcato il suo viso assumendo un pentimento e un dolore che tutti ci percuote il cuore. Il peccato più grande, tradire la missione affidata. I peccati più turpi non sono altro che l'ultimo gradino disceso verso l'abisso della dimenticanza. Vengono in mente le parole, tra le ultime, di Giussani: "Del resto, già Eliot aveva qualcosa da dire con una certa sicurezza di sé quando si domandava: «È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?». Ma come fa un uomo del mio tempo, un uomo di questo tempo, parlando di cultura, usando la parola cultura, a non tener presente questa frase qui?!.... Innanzitutto è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, perché se io ho bisogno di una cosa, le corro dietro, se quella cosa va via. Nessuno correva dietro... La Chiesa ha cominciato a abbandonare l’umanità secondo me, secondo noi, perché ha dimenticato chi era Cristo… ha avuto vergogna di Cristo, di dire chi è Cristo". Abbiamo visto le lacrime del Papa e abbiamo pensato a questa vergogna generata da un'altra vergogna, la più grande. Dimenticare Cristo, che è dimenticare l'uomo. La vergogna di annunciarlo fa dimenticare la vergogna di qualsiasi peccato. E' così, se la Chiesa perde l'orizzonte celeste che ha il profilo di Cristo risorto si trova senza fondamento, rimane come un manipolo di derelitti da compiangere, cadaveri ambulanti che si aggirano tra le periferie della storia in cerca di cibo. E quel cibo è sesso, affetto, alcool, potere, denaro. Per i presbiteri come per qualunque altro uomo, è la sorte di chi abbandona la fonte della Vita. Risuonano, gravi, le parole di Geremia: "Va' e grida agli orecchi di Gerusalemme: Così dice il Signore: Mi ricordo di te, dell'affetto della tua giovinezza, dell'amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terra non seminata. Israele era sacro al Signore, la primizia del suo raccolto... Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri per allontanarsi da me e correre dietro al nulla, diventando loro stessi nullità?Neppure i sacerdoti si domandarono: "Dov'è il Signore?". Gli esperti nella legge non mi hanno conosciuto, i pastori si sono ribellati contro di me, i profeti hanno profetato in nome di Baal e hanno seguito idoli che non aiutano... Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l'acqua... Israele è forse uno schiavo, o è nato servo in casa? Perché è diventato una preda? Non ti accade forse tutto questo perché hai abbandonato il Signore, tuo Dio, al tempo in cui era tua guida nel cammino? Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio, e non avere più timore di me. Sull'orlo delle tue vesti si trova persino il sangue di poveri innocenti, da te non sorpresi a scassinare!" (Cfr. Ger. 2, 1 ss). Cisterne screpolate e idoli muti e impotenti hanno troppo spesso rimpiazzato l'annuncio di Cristo vittorioso sulla morte fatto senza vergogna e pieno di parresia. Con la parola, con i piani pastorali, con l'insegnamento accademico, con l'educazione si è dimenticato l'essenziale, la Roccia della fede. La vita di tanti, troppi, ha annunciato che Cristo non ha potere, che la risurrezione è solo un mito buono forse per consolare come e al pari di tanti altri, religiosi, filosofici o politici; e che occorre ora rimboccarsi le maniche e risolvere e aiutare e mediare e sporcarsi le mani con le ansie ei problemi nuovi della modernità. E' di ieri la notizia di cinquanta teologi che hanno chiesto le dimissioni del Papa: "Crediamo che il pontificato di Benedetto XVI si sia esaurito. Il Papa non ha l’età né la mentalità per rispondere adeguatamente ai gravi e urgenti problemi che la Chiesa cattolica si trova a dover affrontare. Pensiamo quindi, con il dovuto rispetto per la sua persona, che debba presentare le dimissioni dalla sua carica". Troppi hanno sposato il mondo e ne sono stati fagocitati. Scriveva San Paolo parole attualissime: "Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede... Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati... Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini" (1Cor 15,12-19). Da compiangere, ecco le lacrime di Benedetto XVI, il dolore per il peccato, per le sofferenze delle vittime, ma, soprattutto, l'angoscia per chi, ha dimenticato l'amore della sua giovinezza, Cristo, e con Lui ha perduto la fede. Per questo due statistiche che compaiono oggi sui media ci inducono nuovamente a rimettere al centro l'essenziale, quello che le nubi di questi tempi stanno occultando. Sono come un grido d'aiuto che sale dalle pieghe della società: la famiglia sta andando in frantumi, ed i giovani han perduto la fede. "In questi sei anni i giovani non credenti o agnostici sono passati dal 18,7 al 21,8%, i «credenti che non si identificano in una Chiesa» come det­to dal 12,3 al 22,8%, i «cattolici praticanti» dal 18,1 al 15,4%. Se negli ultimi sei anni è cresciuta dal 10 all’11,6 la percentuale di giovani che attribuisco­no «moltissima» importanza alla religione, sono calati dal 23,9 al 19,3% quanti danno «molta» im­portanza alla fede, mentre quanti danno «poca» importanza sono passati dal 18,7 al 23,7%. La fiducia nella Chiesa, in fortissimo calo fra i non credenti, si è ridotta an­che fra i praticanti (39%). Altri dati «sembrano in­dicare un processo di 'tifizzazione'», si legge nel­la ricerca, con la creazione di «gruppi contrappo­sti » pro o contro la Chiesa. Ulteriore polarizza­zione corre sul crinale del rapporto tra scienza e fede: conciliabili, secondo i praticanti, inconcilia­bili secondo i non credenti. Spartiacque incande­scente è poi la bioetica. E non solo fra credenti e non credenti. Anche fra i giovani che si dicono «cattolici praticanti» si segnalano posizioni in con­traddizione con la dottrina: il 28,9% dice sì all’eu­tanasia; il 22,3% all’aborto; il 31,1 alla feconda­zione assistita eterologa; il 21,5 alla pena di mor­te". E questo vale per l'Italia come per ogni altra parte del mondo. Come dunque non accogliere questo grido, sommero tra le urla mediatici? A nulla varranno le lacrime del Papa se la Chiesa, con lui e come lui, non saprà piangere di compassione sulle vittime della pedofilia certo, ma anche sulla schiera infinita di giovani, adulti e anzani che vagano come pecore senza pastore. Evangelizzare dunque è la strada maestra della conversione, della purificazione e del rinnovamento. Come diceva il Papa a Malta: "Per San Paolo vivere era Cristo (cfr Fil 1,21); ogni sua azione ed ogni suo pensiero erano diretti ad annunciare il mistero della croce ed il suo messaggio d’amore di Dio che riconcilia. Quella stessa parola, la parola del Vangelo, ha tutt’oggi il potere di irrompere nelle nostre vite e di cambiarne il corso.... Invito ciascuno di voi a far propria la sfida esaltante della nuova evangelizzazione. Vivete la vostra fede in maniera ancor più piena assieme ai membri delle vostre famiglie, ai vostri amici, nei vostri quartieri, nei luoghi di lavoro e nell’intero tessuto della società... "La fede si rafforza quando viene offerta agli altri" (cfr Redemptoris missio, 2). Sappiate che i vostri momenti di fede assicurano un incontro con Dio, il quale nella sua onnipotenza tocca il cuore dell’uomo. Così, introdurrete i giovani alla bellezza e alla ricchezza della fede cattolica, offrendo loro una solida catechesi ed invitandoli ad una partecipazione sempre più attiva alla vita sacramentale della Chiesa. Il mondo ha bisogno di tale testimonianza! Di fronte a così tante minacce alla sacralità della vita umana, alla dignità del matrimonio e della famiglia, non hanno forse bisogno i nostri contemporanei di essere costantemente richiamati alla grandezza della nostra dignità di figli di Dio e alla vocazione sublime che abbiamo ricevuto in Cristo? Non ha forse bisogno la società di riappropriarsi e di difendere quelle verità morali fondamentali che sono alla base dell’autentica libertà e del genuino progresso?". Testimoniare, evangelizzare, lo zelo diligente che, solo, può purificare la Chiesa ed asciugare le larime del Papa e del mondo. Così infatti ci illumina la sapienza ebraica attraverso le parole di un Rabbino: "R. Pinehas ben Jair diceva: La diligenza porta all'innocenza; l'innocenza porta alla castità; la castità porta all'astinenza; l'astinenza porta alla purità; la purità conduce all'umiltà; l'umiltà conduce al timore del peccato; il timore del peccato conduce alla pietà; la pietà conduce al santo spirito (ruah haqodesh) e il Santo Spirito ci rende degni della resurrezione dei morti, la quale resurrezione dei morti si compirà a mezzo di Elia». Elia è Cristo, lo sappiamo, il suo carro di fuoco, la Croce gloriosa, ha attraversato i cieli e ci ha dischiuso le porte della Vita. Corriamo dunque ad annunciarlo ad ogni uomo, sino agli estremi confini della terra.

Antonello Iapicca Pbro




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