DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Papa Francesco: Occorre avere il coraggio di fare una pastorale evangelizzatrice audace e senza timori



DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO INTERNAZIONALE
DELLA PASTORALE DELLE GRANDI CITTÀ
Sala del Concistoro
Giovedì, 27 novembre 2014




Nella Evangelii gaudium ho voluto richiamare l’attenzione sulla pastorale urbana, ma senza opposizione con la pastorale rurale. Questa è un’ottima occasione per approfondire sfide e possibili orizzonti di una pastorale urbana. Sfide, cioè luoghi in cui Dio ci sta chiamando; orizzonti, cioè aspetti ai quali credo che dovremmo prestare speciale attenzione. 

Prima, forse la più difficile: attuare un cambiamento nella nostra mentalità pastorale. Si deve cambiare!

Nella città abbiamo bisogno di altre “mappe”, altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti. Non possiamo rimanere disorientati, perché tale sconcerto ci porta a sbagliare strada, anzitutto noi stessi, ma poi confonde il popolo di Dio e quello che cercano con cuore sincero la Vita, la Verità e il Senso.

Veniamo da una pratica pastorale secolare, in cui la Chiesa era l’unico referente della cultura. E’ vero, è la nostra eredità. Come autentica Maestra, essa ha sentito la responsabilità di delineare e di imporre, non solo le forme culturali, ma anche i valori, e più profondamente di tracciare l’immaginario personale e collettivo, vale a dire le storie, i cardini a cui le persone si appoggiano per trovare i significati ultimi e le risposte alle loro domande vitali.

Ma non siamo più in quell’epoca. E’ passata. Non siamo nella cristianità, non più. Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, ma non di una “pastorale relativista” – no, questo no - che per voler esser presente nella “cucina culturale” perde l’orizzonte evangelico, lasciando l’uomo affidato a sé stesso ed emancipato dalla mano di Dio. No, questo no. Questa è la strada relativista, la più comoda. Questo non si potrebbe chiamare pastorale! Chi fa così non ha vero interesse per l’uomo, ma lo lascia in balìa di due pericoli ugualmente gravi: gli nascondono Gesù e la verità sull’uomo stesso. E nascondere Gesù e la verità sull’uomo sono pericoli gravi! Strada che porta l’uomo alla solitudine della morte (cfr Evangelii gaudium, 93-97).

Occorre avere il coraggio di fare una pastorale evangelizzatrice audace e senza timori, perché l’uomo, la donna, le famiglie e i vari gruppi che abitano la città aspettano da noi, e ne hanno bisogno per la loro vita, la Buona Notizia che è Gesù e il suo Vangelo. Tante volte sento dire che si prova vergogna ad esporsi. Dobbiamo lavorare per non avere vergogna o ritrosia nell’annunciare Gesù Cristo; cercare il come… Questo è un lavoro-chiave.

 Si tratta allora di acquisire un dialogo pastorale senza relativismi, che non negozia la propria identità cristiana, ma che vuole raggiungere il cuore dell’altro, degli altri diversi da noi, e lì seminare il Vangelo.

Dio abita nella città. Bisogna andare a cercarlo e fermarsi là dove Lui sta operando. So che non è la stessa cosa nei diversi Continenti, ma dobbiamo scoprire, nella religiosità dei nostri popoli, l’autentico substrato religioso, che in molti casi è cristiano e cattolico. Non in tutti: ci sono religiosità non cristiane. Ma occorre andare lì, al nucleo. Non possiamo misconoscere né disprezzare tale esperienza di Dio che, pur essendo a volte dispersa o mescolata, chiede di essere scoperta e non costruita. Lì ci sono i semina Verbi seminati dallo Spirito del Signore. Non è bene fare valutazioni affrettate e generiche del tipo: “Questa è solo un’espressione di religiosità naturale”. No, questo non si può dire! Da lì possiamo cominciare il dialogo evangelizzatore, come fece Gesù con la Samaritana e sicuramente con molti altri al di là della Galilea. E per il dialogo evangelizzatore è necessaria la coscienza della propria identità cristiana e anche l’empatia con l’altra persona. Questo credo che l’ho detto a voi, ai vescovi dell’Asia, no? Quell’empatia per trovare nella religiosità questo substrato.

Uscire e facilitare

Si tratta di una vera trasformazione ecclesiale. Tutto pensato in chiave di missione. Un cambiamento di mentalità: dal ricevere all’uscire, dall’aspettare che vengano all’andare a cercarli. E per me questo è chiave!

Uscire per incontrare Dio che abita nella città e nei poveri. Uscire per incontrarsi, per ascoltare, per benedire, per camminare con la gente. E facilitare l’incontro con il Signore. Rendere accessibile il sacramento del Battesimo. Chiese aperte. Segreterie con orari per le persone che lavorano. Catechesi adatte nei contenuti e negli orari della città.

Ci riesce più facile far crescere la fede che aiutarla a nascere. Penso che dobbiamo continuare ad approfondire quei cambiamenti necessari nelle nostre varie catechesi, sostanzialmente nelle nostre forme pedagogiche, affinché i contenuti siano meglio compresi, ma al tempo stesso ci occorre imparare a risvegliare nei nostri interlocutori la curiosità e l’interesse per Gesù Cristo. Questa curiosità ha un santo patrono: è Zaccheo. Chiediamo a lui che ci aiuti a risvegliarla. E poi invitare ad aderire a Lui e a seguirlo. Dobbiamo imparare a suscitare la fede. Suscitare la fede! E poi non andare di qua, di là… No! Seminare! Se la fede incomincia c’è lo Spirito che poi farà sì che questa persona torni da me o torni dall’altro a chiedere un passo in più, un passo in più… Ma suscitare la fede.

La Chiesa samaritana. Esserci.

Si tratta di un cambiamento nel senso della testimonianza. Nella pastorale urbana, la qualità sarà data dalla capacità di testimonianza della Chiesa e di ogni cristiano. Papa Benedetto, quando ha detto che la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione, parlava di questo. La testimonianza che attrae, che fa incuriosire la gente.

Qui sta la chiave. Con la testimonianza possiamo incidere nei nuclei più profondi, là dove nasce la cultura. Attraverso la testimonianza la Chiesa semina il granello di senape, ma lo fa nel cuore stesso delle culture che si stanno generando nelle città. La testimonianza concreta di misericordia e tenerezza che cerca di essere presente nelle periferie esistenziali e povere, agisce direttamente sugli immaginari sociali, generando orientamento e senso per la vita della città.

In tutto questo è molto importante il protagonismo dei laici e degli stessi poveri. E anche la libertà del laico, perché quello ci imprigiona, che non fa spalancare le porte è la malattia del clericalismo. E’ uno dei problemi più gravi.




Il Papa ai Vescovi: è lo Spirito Santo che guida la Chiesa per cercare nuovi metodi di evangelizzazione, per raggiungere ambiti finora inesplorati

UDIENZA AI VESCOVI DI RECENTE NOMINA PARTECIPANTI AL SEMINARIO DI AGGIORNAMENTO PROMOSSO DALLA CONGREGAZIONE PER L’EVANGELIZZAZIONE DEI POPOLI, 11.09.2010



Cari Fratelli nell’Episcopato,

Sono lieto di accogliervi e vi saluto con grande affetto, in occasione del corso di aggiornamento che la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli ha promosso per voi, Vescovi di recente nomina. Queste giornate di riflessione a Roma, per approfondire i compiti del vostro ministero e per rinnovare la professione della vostra fede sulla tomba di san Pietro, sono anche una singolare esperienza della collegialità, fondata sull’ordinazione episcopale e sulla comunione gerarchica. Questa esperienza di fraternità, di preghiera e di studio presso la Sede Apostolica accresca in ciascuno di voi la comunione con il Successore di Pietro e con i vostri Confratelli, con i quali condividete la sollecitudine per tutta la Chiesa. Ringrazio il Cardinale Ivan Dias per le sue cordiali parole, come pure Mons. Segretario e Mons. Segretario Aggiunto che, unitamente ai collaboratori del Dicastero, hanno organizzato questo simposio.

Su di voi, cari Fratelli, chiamati da poco al ministero episcopale, la Chiesa pone non poche speranze, e vi segue con la preghiera e con l’affetto. Anch’io voglio assicurarvi la mia spirituale vicinanza nel vostro quotidiano servizio al Vangelo. Conosco le sfide che dovete affrontare, specialmente nelle comunità cristiane che vivono la propria fede in contesti non facili, dove, oltre a varie forme di povertà, si verificano talvolta forme di persecuzione a causa della propria fede cristiana. A voi spetta il compito di alimentare la loro speranza, di condividere le loro difficoltà, ispirandovi alla carità di Cristo che consiste nell’attenzione, tenerezza, compassione, accoglienza, disponibilità e interesse ai problemi della gente, per la quale si è disposti a spendere la vita (cfr Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2008, n. 2).

In ogni vostro compito siete sostenuti dallo Spirito Santo, che nell’Ordinazione vi ha configurati a Cristo, sommo ed eterno Sacerdote. Infatti, il ministero episcopale lo si comprende solo a partire da Cristo, la sorgente dell'unico e supremo Sacerdozio, del quale il Vescovo è reso partecipe. Egli, pertanto, "si impegnerà ad assumere uno stile di vita che imiti la kénosis di Cristo servo, povero e umile, in modo che l'esercizio del ministero pastorale sia in lui un riflesso coerente di Gesù, Servo di Dio, e lo induca ad essere come Lui vicino a tutti, dal più grande al più piccolo" (Giovanni Paolo II, Esort. ap. Pastores gregis, 11).

Ma, per imitare il Cristo, occorre dedicare un adeguato tempo a "stare con lui" e contemplarlo nell’intimità orante del colloquio cuore a cuore. Stare frequentemente alla presenza di Dio, essere uomo di preghiera e di adorazione: a questo anzitutto è chiamato il Pastore. Attraverso la preghiera egli, come dice la Lettera agli Ebrei, (cfr 9,11-14), diventa vittima ed altare, per la salvezza del mondo. La vita del Vescovo dev’essere un'oblazione continua a Dio per la salvezza della sua Chiesa, e specialmente per la salvezza delle anime che gli sono state affidate.

Questa oblatività pastorale costituisce anche la vera dignità del Vescovo: essa gli deriva dal farsi servo di tutti, fino a dare la propria vita. L'episcopato, infatti, - come il presbiterato - non va mai frainteso secondo categorie mondane. Esso è servizio d’amore. Il Vescovo è chiamato a servire la Chiesa con lo stile del Dio fatto uomo, diventando sempre più pienamente servo del Signore e servo dell’umanità.

Egli è soprattutto servitore e ministro della Parola di Dio, la quale è anche la sua vera forza. Il dovere primario dell’annuncio, accompagnato dalla celebrazione dei sacramenti, specialmente dell’Eucaristia, scaturisce dalla missione ricevuta, come sottolinea l’Esortazione apostolica Pastores gregis: "Se il dovere di annunciare il Vangelo è proprio di tutta la Chiesa e di ogni suo figlio, lo è a titolo speciale dei Vescovi i quali, nel giorno della sacra Ordinazione che li immette nella successione apostolica, assumono come impegno precipuo quello di predicare il Vangelo e di predicarlo invitando gli uomini alla fede nella fortezza dello Spirito e rafforzandoli nella vivezza della fede" (n. 26). Di questa Parola di salvezza, il Vescovo deve nutrirsi abbondantemente, ponendosi in continuo ascolto di essa, come dice sant’Agostino: "Anche se siamo pastori, il pastore ascolta con tremore non soltanto quanto viene rivolto ai pastori, ma ciò che viene indirizzato al gregge" (Discorso 47, 2). Allo stesso tempo, l’accoglienza e il frutto della proclamazione della Buona Novella sono strettamente legati alla qualità della fede e della preghiera. Quanti sono chiamati al ministero della predicazione devono credere nella forza di Dio che scaturisce dai Sacramenti e che li accompagna nel compito di santificare, governare e annunciare; devono credere e vivere quanto annunciano e celebrano. A tale proposito, risultano attuali le parole del Servo di Dio Paolo VI: "La testimonianza della vita è divenuta più che mai una condizione essenziale per l’efficacia profonda della predicazione" (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 76).

So che le Comunità a voi affidate si trovano, per così dire, alle "frontiere" religiose, antropologiche e sociali, e, in molti casi, sono presenza minoritaria. In questi contesti la missione di un Vescovo è particolarmente impegnativa. Ma è proprio in tali circostanze che, attraverso il vostro ministero, il Vangelo può mostrare tutta la sua potenza salvifica. Non dovete cedere al pessimismo e allo scoraggiamento, perché è lo Spirito Santo che guida la Chiesa e le dà, con il suo soffio possente, il coraggio di perseverare e anche di cercare nuovi metodi di evangelizzazione, per raggiungere ambiti finora inesplorati.

La verità cristiana è attraente e persuasiva proprio perché risponde al bisogno profondo dell’esistenza umana, annunciando in maniera convincente che Cristo è l’unico Salvatore di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Questo annuncio resta valido oggi come lo fu all’inizio del cristianesimo, quando si operò la prima grande espansione missionaria del Vangelo.

Cari Fratelli nell’Episcopato! È nella potenza dello Spirito Santo che voi avete la sapienza e la forza di rendere le vostre Chiese testimoni di salvezza e di pace. Egli vi guiderà sui sentieri del vostro ministero episcopale, che affido alla materna intercessione di Maria Santissima, Regina degli Apostoli. Da parte mia, vi accompagno con la preghiera e con un’affettuosa Benedizione Apostolica, che imparto ad ognuno di voi e a tutti i fedeli delle vostre Comunità.

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Il Papa: i battezzati non sufficientemente evangelizzati sono facilmente influenzabili, poiché possiedono una fede fragile.

VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM" DEGLI ECC.MI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DEL BRASILE (REGIONE NORDESTE III), 10.09.2010

Alle ore 11.45 di questa mattina, nella Sala degli Svizzeri del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il Santo Padre Benedetto XVI incontra i Vescovi della Conferenza Episcopale del Brasile (Regione Nordeste III), ricevuti in questi giorni, in separate udienze, in occasione della Visita "ad Limina Apostolorum".
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge loro:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signor Cardinale,
Amati Arcivescovi e Vescovi del Brasile
,

Saluto calorosamente tutti voi, in occasione della vostra visita ad Limina a Roma, dove siete venuti per rafforzare i vincoli di comunione fraterna con il Successore di Pietro e da lui siete stati incoraggiati nella guida del gregge di Cristo. Ringrazio monsignor Ceslau Stanula, Vescovo di Itabuna, per le cordiali parole che mi ha rivolto a nome vostro, e vi assicuro delle mie preghiere per voi e per l'amato popolo nordestino, del vostro Regionale Nordeste 3.
Più di cinque secoli fa, proprio nella vostra regione, si celebrava la prima Messa in Brasile, rendendo realmente presente il Corpo e il Sangue di Cristo per la santificazione degli uomini e delle donne di questa nazione benedetta, nata sotto l'egida della Santa Croce. Era la prima volta che il Vangelo di Cristo veniva proclamato a questo popolo, illuminando la sua vita quotidiana. Questa azione evangelizzatrice della Chiesa cattolica fu e continua a essere fondamentale nella costituzione dell'identità del popolo brasiliano caratterizzata dalla convivenza armoniosa fra persone venute da diverse regioni e culture. Tuttavia, sebbene i valori della fede cattolica abbiano modellato il cuore e lo spirito brasiliani, oggi si osserva una crescente influenza di nuovi elementi nella società, che alcuni decenni fa le erano praticamente estranei.
Ciò sta provocando un consistente abbandono della vita ecclesiale o persino della Chiesa da parte di molti cattolici, mentre nel panorama religioso del Brasile, si assiste alla rapida espansione di comunità evangeliche e neopentecostali.
In un certo senso, le ragioni che sono alla base del successo di questi gruppi sono un segnale della diffusa sete di Dio fra il vostro popolo.

Sono anche un indizio di un'evangelizzazione, a livello personale, a volte superficiale; di fatto, i battezzati non sufficientemente evangelizzati sono facilmente influenzabili, poiché possiedono una fede fragile e molto spesso basata su un devozionismo ingenuo, sebbene, come ho detto, conservino una religiosità innata.
Di fronte a questa situazione emerge, da un lato, la chiara necessità che la Chiesa cattolica in Brasile s'impegni in una nuova evangelizzazione che non lesini sforzi nella ricerca dei cattolici che si sono allontanati e anche di quelle persone che poco o nulla conoscono del messaggio evangelico, portandoli a un incontro personale con Gesù Cristo, vivo e operante nella sua Chiesa.

D'altro lato, con la crescita di nuovi gruppi che si dicono seguaci di Cristo, anche se suddivisi in diverse comunità e confessioni, diviene più imperativo, da parte dei pastori cattolici, l'impegno di creare ponti per stabilire contatti attraverso un sano dialogo ecumenico nella verità.
Tale sforzo è necessario prima di ogni altra cosa, perché la divisione fra i cristiani è in contrasto con la volontà del Signore che "tutti siano una sola cosa" (Gv 17, 21). Oltre a ciò, la mancanza di unità è causa di scandalo e finisce per minare la credibilità del messaggio cristiano proclamato nella società. E la sua proclamazione è forse oggi ancor più necessaria che nei decenni passati perché, come ben dimostrano i vostri resoconti, persino nelle piccole città dell'interno del Brasile, si osserva una crescente influenza negativa del relativismo intellettuale e morale nella vita delle persone.
Non sono pochi gli ostacoli che la ricerca dell'unità dei cristiani ha dinanzi. In primo luogo si deve rifiutare una visione erronea dell'ecumenismo, che comporta un certo indifferentismo dottrinale che cerca di livellare, in un irenismo acritico, tutte le "opinioni" in una sorta di relativismo ecclesiologico. Parallelamente c'è la sfida dell'incessante moltiplicazione di nuovi gruppi cristiani, alcuni dei quali fanno uso di un proselitismo aggressivo, il che mostra come il paesaggio dell'ecumenismo sia ancora molto variegato e confuso. In questo contesto - come ho detto nel 2007, nella Catedral da Sé di San Paolo, nell'indimenticabile incontro con voi vescovi brasiliani: "è indispensabile una buona formazione storica e dottrinale, che abiliti al necessario discernimento ed aiuti a capire l'identità specifica di ognuna delle comunità, gli elementi che dividono e quelli che aiutano nel cammino verso la costruzione dell'unità. Il grande campo comune di collaborazione dovrebbe essere la difesa dei valori morali fondamentali, trasmessi dalla tradizione biblica, contro la loro distruzione in una cultura relativistica e consumistica; e ancora, la fede in Dio Creatore e in Gesù Cristo, suo Figlio, incarnato" (6). Per questo motivo, vi incoraggio a proseguire compiendo passi positivi in questa direzione, come è il caso del dialogo con le chiese e le comunità ecclesiali appartenenti al Consiglio Nazionale delle Chiese Cristiane, che con iniziative come la Campagna della Fraternità ecumenica, contribuiscono a promuovere i valori del Vangelo nella società brasiliana.
Stimati fratelli, il dialogo fra i cristiani è un imperativo del tempo presente e un'opzione irreversibile della Chiesa. Nel frattempo, come ricorda il Concilio Vaticano ii, al centro di tutti gli sforzi a favore dell'unità ci devono essere la preghiera, la conversione e la santificazione della vita (cfr. Unitatis redintegratio, n. 8). È il Signore a dare l'unità, che non è una creazione degli uomini; ai pastori corrisponde l'obbedienza alla volontà del Signore, promuovendo iniziative concrete, libere da qualsiasi riduzionismo conformista, ma realizzate con sincerità e realismo, con pazienza e perseveranza, che nascono dalla fede nell'azione provvidenziale dello Spirito Santo.
Cari e venerati fratelli, in questo nostro incontro ho cercato di evidenziare brevemente alcuni aspetti della grande sfida dell'ecumenismo affidata alla vostra sollecitudine apostolica. Nell'accomiatarmi da voi, ribadisco ancora una volta la mia stima e la certezza delle mie preghiere per tutti voi e per le vostre diocesi. In modo particolare, desidero rinnovare qui la mia solidarietà paterna ai fedeli della diocesi di Barreiras, recentemente privati della guida del loro primo e zelante pastore, monsignor Ricardo José Weberberger, che ora si trova nella casa del Padre, meta dei passi di tutti noi. Riposi in pace! Invocando l'intercessione di Nossa Senhora Aparecida, imparto a ognuno di voi, ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose, ai seminaristi, ai catechisti e a tutto il popolo a voi affidato, un'affettuosa Benedizione Apostolica.

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ANNUNCIARE GESÙ CRISTO IN ASIA OGGI

ROMA, lunedì, 16 agosto 2010 (ZENIT.org).- Si svolgerà a Seul, in Corea del Sud, dal 31 agosto al 5 settembre 2010, il Congresso dei laici cattolici dell’Asia sul tema “Annunciare Gesù Cristo in Asia oggi”.

L'evento è organizzato dal Pontificio Consiglio per i Laici, in stretta collaborazione con la Commissione Episcopale per il laicato della Conferenza Episcopale Coreana e il Consiglio Nazionale dei Laici di questo Paese.

“L’iniziativa di questo Congresso – si legge nella presentazione realizzata dal Pontificio Consiglio per i Laici – vuole essere un segno di sollecitudine missionaria nei confronti di un continente ricco in tradizioni, culture e religioni, un continente che sta emergendo decisamente sulla scena mondiale, sia dal punto di vista politico che economico, in mezzo a enormi trasformazioni in tutti gli ordini”.

“Esso – continua la nota – sarà allo stesso tempo un segno di cura pastorale verso i fedeli laici che sono chiamati, in comunione con i loro Pastori, a rendere testimonianza a Gesù Cristo e annunciare la sua presenza come un dono di salvezza per l’Asia”.

Gli invitati sono oltre duecento, delegati di conferenze episcopali e di associazioni, movimenti ecclesiali e nuove comunità operanti in Asia e provenienti da una ventina di Paesi.

Alcuni testi del magistero ecclesiale serviranno da punto di riferimento e guida per i partecipanti al Congresso, innanzitutto l’esortazione apostolica Ecclesia in Asia, ma anche l’enciclicaRedemptoris Missio e l’esortazione apostolica Christifideles laici.

Inoltre, si prenderanno in considerazione alcuni documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede, come la Dichiarazione sull’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa Dominus Iesus e la Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione.

Infine, si riprenderanno le conclusioni del Congresso Missionario Asiatico, che ebbe luogo in Thailandia nell’ottobre del 2006, sul tema “Raccontare la storia di Gesù in Asia. Andate e ditelo a tutti”.

Nelle conferenze verranno affrontati i punti nevralgici della situazione dell’evangelizzazione in un continente in cui quasi ovunque i cristiani sono una piccola minoranza, in un contesto sociale dove, per diverse ragioni, la libertà religiosa è assai limitata o addirittura inesistente.

I partecipanti al Congresso dei laici cattolici in Asia visiteranno il Santuario dei martiri della Corea, dove celebreranno l’Eucaristia, e si raduneranno successivamente, insieme alla comunità locale, nella Cattedrale di Seul per la Santa Messa che concluderà l’evento.

Messaggio del Papa al “Rinnovamento nello Spirito”: promuovere un laicato educato alla fede e formato all’evangelizzazione

“Una felice e fruttuosa esperienza” per la promozione del laicato in comunione con la Chiesa. E’ l’auspicio che Benedetto XVI rivolge alla XXXIII Convocazione del “Rinnovamento nello Spirito Santo”, apertasi ieri a Rimini. In un messaggio, a firma del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, il Pontefice esprime la sua vicinanza spirituale alla famiglia del Movimento presieduto da Salvatore Martinez. L'assise, che si conclude domenica prossima, è incentrata sul tema, tratto dalla prima Lettera di Giovanni: "E' lo Spirito che dà testimonianza, perché è la verità". Il servizio di Alessandro Gisotti:

Promuovere un “laicato educato alla fede, formato all’evangelizzazione e disponibile ad assumere responsabilità ecclesiali e sociali”: è quanto esorta Benedetto XVI, che sottolinea la collaborazione di “Rinnovamento nello Spirito” con il Papa e i vescovi su tale terreno. “Assai opportuna, in questo Anno Sacerdotale”, si legge ancora nel Messaggio, “è la scelta di dedicare una giornata ai sacerdoti per riproporre a tutti la bellezza e l’alta dignità del ministero del prete, così come lo ha vissuto il Santo Curato d’Ars e come lo vivono tanti sacerdoti anche ai nostri giorni, in Italia e nel mondo intero”. Il Papa incoraggia inoltre la riflessione sulla “Cultura della Pentecoste” che mira “ad aiutare adulti e giovani a pensare ed agire sempre alla luce della ricca tradizione spirituale e culturale cattolica”. Il Papa non manca poi di lodare l’impegno del Movimento “per l’inserimento nel lavoro di detenuti, ex detenuti e loro familiari”. Questo progetto, si legge nel messaggio, “è quanto mai prezioso nell’attuale momento di difficoltà del mondo penitenziario, che ha tanto bisogno di speranza e quindi del Vangelo”. Benedetto XVI esprime infine vivo apprezzamento per la volontà di "Rinnovamento nello Spirito" di collaborare alla costruzione del Centro Internazionale per la Famiglia a Nazareth.

Sulla prima giornata di Convocazione di "Rinnovamento nello Spirito Santo" e sul modo in cui è stato accolto il messaggio del Papa, ci riferisce da Rimini Luciano Castro:

Le parole di Benedetto XVI sono state accolte con grande gioia e un lungo applauso dai 20mila partecipanti alla Convocazione del Rinnovamento. Del progetto della Casa a Nazareth, ha parlato ieri sera nell’omelia anche il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali: “Come una lampada ardente”, ha detto il porporato, “questa provvidenziale iniziativa dovrà in tutto il mondo annunciare la famiglia secondo il pensiero di Cristo”. Al Movimento riunito a Rimini, sono giunti diversi altri messaggi. Il presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, cardinale Stanislaw Rylko, ha sottolineato il dono che i ministri ordinati rappresentano per il Rinnovamento nello Spirito e la “grazia che sono oggi i movimenti e le nuove comunità – ha scritto – per la scoperta, o la riscoperta, della vocazione al sacerdozio ministeriale”. Da parte sua, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Angelo Bagnasco, riecheggiando il tema della Convocazione, ha sottolineato che “è lo Spirito che, nelle avversità del presente, custodisce la Chiesa forte e coraggiosa, capace di essere lei stessa segno e strumento di riconciliazione”. Oggi, qui a Rimini, giornata dedicata al perdono e alla riconciliazione, con l’intervento del Predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa. Stasera, la concelebrazione eucaristica sarà presiduta dal cardinale Julian Herrànz, presidente della Commissione Disciplinare della Curia Romana.

Il Papa crea il “ministero” per la Nuova Evangelizzazione."siamo obbligati a cercare nuove vie per portare il Vangelo a tutti"

Sul Giornale di oggi racconto la sorprendente decisione di Benedetto XVI, che nelle prossime settimane pubblicherà una lettera apostolica per annunciare la creazione del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, un nuovo “ministero” della Curia romana che sarà affidato alla presidenza dell’arcivescovo Rino Fisichella, attuale rettore dell’università lateranense e presidente della Pontificia accademia per la vita. Fisichella lascerà entrambi gli incarichi (alla lateranense andrà il salesiano don Enrico Dal Covolo). L’idea di questo nuovo dicastero è stata proposta al Papa dal patriarca di Venezia Angelo Scola. Il Pontificio consiglio guidato da Fisichella si dedicherà alla missione nel primo e nel secondo mondo, cioè nei Paesi dove l’annuncio del Vangelo è già avvenuto da secoli ma dove oggi la sua incisività nella vita delle persone sembra essersi smarrita. Europa, Stati Uniti e America del Sud le principali zone d’influenza della nuova struttura. Il nuovo dicastero rappresenta fino a questo momento la novità più consistente del pontificato di Benedetto XVI, un Papa che, secondo i pronostici, avrebbe snellito la Curia romana. Il rapporto tra l’Occidente ormai scristianizzato e la fede è da sempre al centro dell’attenzione di Joseph Ratzinger. «La Chiesa evangelizza sempre e non ha mai interrotto il cammino dell’evangelizzazione», affermava l’allora cardinale a un convegno sulla catechesi nell’anno 2000, «tuttavia osserviamo un processo progressivo di scristianizzazione e di perdita dei valori umani essenziali che è preoccupante». «Perciò cerchiamo – continuava – oltre l’evangelizzazione permanente, mai interrotta, mai da interrompere, una nuova evangelizzazione, capace di farsi sentire da quel mondo, che non trova accesso all’evangelizzazione “classica”. Tutti hanno bisogno del Vangelo; il Vangelo è destinato a tutti e non solo a un cerchio determinato e perciò siamo obbligati a cercare nuove vie per portare il Vangelo a tutti». Con questo importante incarico, espressamente pensato e voluto dal Pontefice, Fisichella è destinato ad aumentare il suo peso nella Curia romana, e ad uscire invece dai pronostici che lo davano in corsa per la diocesi di Torino. Crescono intanto le quotazioni dell’arcivescovo Gianfranco Ravasi, “ministro” della cultura vaticano, per la successione al cardinale Tettamanzi, arcivescovo di Milano.



Roma È profondamente preoccupato per il dilagare dello scandalo degli abusi sessuali sui minori e per le campagne mediatiche che vogliono coinvolgerlo, ma Benedetto XVI non manca di sorprendere: sarà annunciata nella prossime settimane la creazione di un nuovo dicastero della Curia romana dedicato all’evangelizzazione dell’Occidente che sarà presieduto dall’arcivescovo Rino Fisichella.
Papa Ratzinger sta preparando la lettera apostolica che sancisce la decisione. Una decisione clamorosa, l’istituzione del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, un nuovo «ministero» dedicato alla missione nel primo e nel secondo mondo, cioè nei Paesi dove l’annuncio del Vangelo è già avvenuto da secoli ma dove oggi la sua incisività nella vita delle persone sembra essersi smarrita. Europa, Stati Uniti e America del Sud le principali zone d’influenza della nuova struttura, che affiancherà dunque la Congregazione di Propaganda Fide, dedicata invece all’evangelizzazione nelle terre di nuova missione. Il nuovo «ministero» rappresenta fino a questo momento la novità più consistente del pontificato di Benedetto XVI, un Papa che, secondo i pronostici, avrebbe snellito la Curia romana.
L’espressione «nuova evangelizzazione» venne usata per la prima volta da Giovanni Paolo II nel giugno 1979 a Nowa Huta, il quartiere-dormitorio degli operai polacchi, modello di una città senza Dio, senza simboli religiosi, senza chiese. Quelle parole divennero una chiave di lettura del pontificato itinerante di Wojtyla. L’idea di costituire un dicastero ad hoc dedicato a questo compito, invece, si ritrova in una proposta che don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, fece allo stesso Giovanni Paolo II all’inizio degli anni Ottanta, come ricordava il cardinale Paul Josef Cordes nella prefazione del terzo volume sulla storia di Cl redatto da don Massimo Camisasca. Allora però il contesto era diverso, l’idea non ebbe alcun seguito. Com’è riemersa? Secondo autorevoli indiscrezioni raccolte dal Giornale, a proporre il nuovo dicastero a Papa Ratzinger sarebbe stato, ormai più di un anno fa, il cardinale patriarca di Venezia, Angelo Scola, anch’egli molto sensibile al problema. Benedetto XVI ha apprezzato subito la proposta e l’ha fatta propria, individuando in monsignor Fisichella, teologo, la persona più adatta per guidare il nuovo Pontificio consiglio.
Fisichella, attualmente rettore della Pontificia università lateranense, sta per lasciare l’incarico dopo un quinquennio (il successore dovrebbe essere il salesiano Enrico Dal Covolo, stimato dal Papa al quale ha appena predicato gli esercizi spirituali della Quaresima, e vicino al Segretario di Stato Bertone). Lascerà pure la guida della Pontificia accademia per la vita, per dedicarsi esclusivamente al nuovo importante compito. La sede del nuovo dicastero, specificamente dedicato a rievangelizzare l’Occidente che ha dimenticato Dio e le sue radici, sarà con ogni probabilità all’inizio di via della Conciliazione.
Il rapporto tra l’Occidente ormai scristianizzato e la fede è da sempre al centro dell’attenzione di Joseph Ratzinger. «La Chiesa evangelizza sempre e non ha mai interrotto il cammino dell’evangelizzazione», affermava l’allora cardinale a un convegno sulla catechesi nell’anno 2000, «tuttavia osserviamo un processo progressivo di scristianizzazione e di perdita dei valori umani essenziali che è preoccupante». «Perciò cerchiamo – continuava – oltre l’evangelizzazione permanente, mai interrotta, mai da interrompere, una nuova evangelizzazione, capace di farsi sentire da quel mondo, che non trova accesso all’evangelizzazione “classica”. Tutti hanno bisogno del Vangelo; il Vangelo è destinato a tutti e non solo a un cerchio determinato e perciò siamo obbligati a cercare nuove vie per portare il Vangelo a tutti». Con l’assunzione del nuovo incarico, Fisichella, che rimarrà cappellano della Camera dei deputati, è dunque destinato a restare nella Curia romana, e diventa un candidato alla porpora. Esce invece dalle previsioni che lo davano in pole position per la diocesi Torino, dove invece restano in corsa il vescovo di Alessandria, Giuseppe Versaldi, vicino a Bertone; e il vescovo di Vicenza, Cesare Nosiglia, vicino al presidente della Cei Angelo Bagnasco. Mentre per la successione al cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi cresce la candidatura dell’arcivescovo Gianfranco Ravasi, «ministro» della cultura vaticano.

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STATISTICHE COME GRIDA D'AIUTO DAL DOLORE DEL MONDO

STATISTICHE COME GRIDA D'AIUTO DAL DOLORE DEL MONDO


Che lo scandalo della pedofilia e gli attacchi al Papa stiano monopolizzando l'attenzione generale fuori e dentro la Chiesa è sotto gli occhi di tutti. Probabilmente è proprio questo lo scacco del demonio, sviare l'attenzione e disperdere le forze. Eppure il Papa continua a viaggiare, seguendo la rotta degli Apostoli, nell'unico e instancabile impulso che ha mosso, da sempre, la Chiesa. Annunciare il Vangelo. Il Papa si commuove e piange, e sono le lacrime di Gesù alla vista di Gerusalemme, ostinata nella chiusura di fronte ai profeti, all'annuncio, al Figlio stesso. Lacrime che han solcato il suo viso assumendo un pentimento e un dolore che tutti ci percuote il cuore. Il peccato più grande, tradire la missione affidata. I peccati più turpi non sono altro che l'ultimo gradino disceso verso l'abisso della dimenticanza. Vengono in mente le parole, tra le ultime, di Giussani: "Del resto, già Eliot aveva qualcosa da dire con una certa sicurezza di sé quando si domandava: «È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?». Ma come fa un uomo del mio tempo, un uomo di questo tempo, parlando di cultura, usando la parola cultura, a non tener presente questa frase qui?!.... Innanzitutto è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, perché se io ho bisogno di una cosa, le corro dietro, se quella cosa va via. Nessuno correva dietro... La Chiesa ha cominciato a abbandonare l’umanità secondo me, secondo noi, perché ha dimenticato chi era Cristo… ha avuto vergogna di Cristo, di dire chi è Cristo". Abbiamo visto le lacrime del Papa e abbiamo pensato a questa vergogna generata da un'altra vergogna, la più grande. Dimenticare Cristo, che è dimenticare l'uomo. La vergogna di annunciarlo fa dimenticare la vergogna di qualsiasi peccato. E' così, se la Chiesa perde l'orizzonte celeste che ha il profilo di Cristo risorto si trova senza fondamento, rimane come un manipolo di derelitti da compiangere, cadaveri ambulanti che si aggirano tra le periferie della storia in cerca di cibo. E quel cibo è sesso, affetto, alcool, potere, denaro. Per i presbiteri come per qualunque altro uomo, è la sorte di chi abbandona la fonte della Vita. Risuonano, gravi, le parole di Geremia: "Va' e grida agli orecchi di Gerusalemme: Così dice il Signore: Mi ricordo di te, dell'affetto della tua giovinezza, dell'amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terra non seminata. Israele era sacro al Signore, la primizia del suo raccolto... Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri per allontanarsi da me e correre dietro al nulla, diventando loro stessi nullità?Neppure i sacerdoti si domandarono: "Dov'è il Signore?". Gli esperti nella legge non mi hanno conosciuto, i pastori si sono ribellati contro di me, i profeti hanno profetato in nome di Baal e hanno seguito idoli che non aiutano... Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l'acqua... Israele è forse uno schiavo, o è nato servo in casa? Perché è diventato una preda? Non ti accade forse tutto questo perché hai abbandonato il Signore, tuo Dio, al tempo in cui era tua guida nel cammino? Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio, e non avere più timore di me. Sull'orlo delle tue vesti si trova persino il sangue di poveri innocenti, da te non sorpresi a scassinare!" (Cfr. Ger. 2, 1 ss). Cisterne screpolate e idoli muti e impotenti hanno troppo spesso rimpiazzato l'annuncio di Cristo vittorioso sulla morte fatto senza vergogna e pieno di parresia. Con la parola, con i piani pastorali, con l'insegnamento accademico, con l'educazione si è dimenticato l'essenziale, la Roccia della fede. La vita di tanti, troppi, ha annunciato che Cristo non ha potere, che la risurrezione è solo un mito buono forse per consolare come e al pari di tanti altri, religiosi, filosofici o politici; e che occorre ora rimboccarsi le maniche e risolvere e aiutare e mediare e sporcarsi le mani con le ansie ei problemi nuovi della modernità. E' di ieri la notizia di cinquanta teologi che hanno chiesto le dimissioni del Papa: "Crediamo che il pontificato di Benedetto XVI si sia esaurito. Il Papa non ha l’età né la mentalità per rispondere adeguatamente ai gravi e urgenti problemi che la Chiesa cattolica si trova a dover affrontare. Pensiamo quindi, con il dovuto rispetto per la sua persona, che debba presentare le dimissioni dalla sua carica". Troppi hanno sposato il mondo e ne sono stati fagocitati. Scriveva San Paolo parole attualissime: "Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede... Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati... Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini" (1Cor 15,12-19). Da compiangere, ecco le lacrime di Benedetto XVI, il dolore per il peccato, per le sofferenze delle vittime, ma, soprattutto, l'angoscia per chi, ha dimenticato l'amore della sua giovinezza, Cristo, e con Lui ha perduto la fede. Per questo due statistiche che compaiono oggi sui media ci inducono nuovamente a rimettere al centro l'essenziale, quello che le nubi di questi tempi stanno occultando. Sono come un grido d'aiuto che sale dalle pieghe della società: la famiglia sta andando in frantumi, ed i giovani han perduto la fede. "In questi sei anni i giovani non credenti o agnostici sono passati dal 18,7 al 21,8%, i «credenti che non si identificano in una Chiesa» come det­to dal 12,3 al 22,8%, i «cattolici praticanti» dal 18,1 al 15,4%. Se negli ultimi sei anni è cresciuta dal 10 all’11,6 la percentuale di giovani che attribuisco­no «moltissima» importanza alla religione, sono calati dal 23,9 al 19,3% quanti danno «molta» im­portanza alla fede, mentre quanti danno «poca» importanza sono passati dal 18,7 al 23,7%. La fiducia nella Chiesa, in fortissimo calo fra i non credenti, si è ridotta an­che fra i praticanti (39%). Altri dati «sembrano in­dicare un processo di 'tifizzazione'», si legge nel­la ricerca, con la creazione di «gruppi contrappo­sti » pro o contro la Chiesa. Ulteriore polarizza­zione corre sul crinale del rapporto tra scienza e fede: conciliabili, secondo i praticanti, inconcilia­bili secondo i non credenti. Spartiacque incande­scente è poi la bioetica. E non solo fra credenti e non credenti. Anche fra i giovani che si dicono «cattolici praticanti» si segnalano posizioni in con­traddizione con la dottrina: il 28,9% dice sì all’eu­tanasia; il 22,3% all’aborto; il 31,1 alla feconda­zione assistita eterologa; il 21,5 alla pena di mor­te". E questo vale per l'Italia come per ogni altra parte del mondo. Come dunque non accogliere questo grido, sommero tra le urla mediatici? A nulla varranno le lacrime del Papa se la Chiesa, con lui e come lui, non saprà piangere di compassione sulle vittime della pedofilia certo, ma anche sulla schiera infinita di giovani, adulti e anzani che vagano come pecore senza pastore. Evangelizzare dunque è la strada maestra della conversione, della purificazione e del rinnovamento. Come diceva il Papa a Malta: "Per San Paolo vivere era Cristo (cfr Fil 1,21); ogni sua azione ed ogni suo pensiero erano diretti ad annunciare il mistero della croce ed il suo messaggio d’amore di Dio che riconcilia. Quella stessa parola, la parola del Vangelo, ha tutt’oggi il potere di irrompere nelle nostre vite e di cambiarne il corso.... Invito ciascuno di voi a far propria la sfida esaltante della nuova evangelizzazione. Vivete la vostra fede in maniera ancor più piena assieme ai membri delle vostre famiglie, ai vostri amici, nei vostri quartieri, nei luoghi di lavoro e nell’intero tessuto della società... "La fede si rafforza quando viene offerta agli altri" (cfr Redemptoris missio, 2). Sappiate che i vostri momenti di fede assicurano un incontro con Dio, il quale nella sua onnipotenza tocca il cuore dell’uomo. Così, introdurrete i giovani alla bellezza e alla ricchezza della fede cattolica, offrendo loro una solida catechesi ed invitandoli ad una partecipazione sempre più attiva alla vita sacramentale della Chiesa. Il mondo ha bisogno di tale testimonianza! Di fronte a così tante minacce alla sacralità della vita umana, alla dignità del matrimonio e della famiglia, non hanno forse bisogno i nostri contemporanei di essere costantemente richiamati alla grandezza della nostra dignità di figli di Dio e alla vocazione sublime che abbiamo ricevuto in Cristo? Non ha forse bisogno la società di riappropriarsi e di difendere quelle verità morali fondamentali che sono alla base dell’autentica libertà e del genuino progresso?". Testimoniare, evangelizzare, lo zelo diligente che, solo, può purificare la Chiesa ed asciugare le larime del Papa e del mondo. Così infatti ci illumina la sapienza ebraica attraverso le parole di un Rabbino: "R. Pinehas ben Jair diceva: La diligenza porta all'innocenza; l'innocenza porta alla castità; la castità porta all'astinenza; l'astinenza porta alla purità; la purità conduce all'umiltà; l'umiltà conduce al timore del peccato; il timore del peccato conduce alla pietà; la pietà conduce al santo spirito (ruah haqodesh) e il Santo Spirito ci rende degni della resurrezione dei morti, la quale resurrezione dei morti si compirà a mezzo di Elia». Elia è Cristo, lo sappiamo, il suo carro di fuoco, la Croce gloriosa, ha attraversato i cieli e ci ha dischiuso le porte della Vita. Corriamo dunque ad annunciarlo ad ogni uomo, sino agli estremi confini della terra.

Antonello Iapicca Pbro




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Cattolico un giovane su due. La fiducia nella Chiesa, in fortissimo calo fra i non credenti, ridotta an­che fra i praticanti. Come non evangelizzare?

DAL NOSTRO INVIATO A NOVARA
LORENZO ROSOLI

l 52,8% dei giovani italiani si dichiara «cristia­no cattolico». Era il 66,9% nel 2004: meno 14,1% in sei anni, dunque. Nello stesso pe­riodo sono cresciuti dal 12,3 al 22,8% i «credenti che non si identificano in una Chiesa», mentre ca­la solo del 3% la quota di giovani che ritiene im­portante la religione per la propria vita e si regi­stra addirittura una leggera crescita – dal 10 all’11,6% – fra quanti definiscono «molto impor­tante
» la religione.
I nuovi volti della religiosità.
Sono alcuni fra i da­ti più interessanti dell’indagine nazionale I giova­ni e il futuro con o senza la fede realizzata su un campione di mille ragazzi fra i 18 e i 29 anni dal­­l’Istituto Iard di Milano su incarico dell’Associa­zione culturale «La Nuova Regaldi» della diocesi di Novara, nell’ambito di Passio 2010 , manifesta­zione culturale dedicata quest’anno al tema E­schatos. Il futuro del cosmo e della storia . L’inda­gine – presentata ieri nel Salone d’Onore della Pre­fettura di Novara dal sociologo Riccardo Grassi dello Iard e analizzata da don Luca Bressan, do­cente di Teologia morale alla Facoltà teologica del­­l’Italia settentrionale di Milano – offre il ritratto di un mondo giovanile che non ha voltato la spalle alla spiritualità e alla religiosità, ma che tende a vi­vere il sacro in maniera sempre più individualista e sganciata dall’appartenenza ecclesiale. A offrire
I ragazzi che dichiarano la loro appartenenza alla Chiesa sono passati in sei anni dal 66,9% al 52,8%. Secondo un’indagine Iard il mondo giovanile non ha voltato le spalle al sacro, ma lo
vive in modo più individualista
il termine di paragone col 2004 è un’indagine del­lo stesso Iard sui giovani, la religione e la vita quo­tidiana. In questi sei anni i giovani non credenti o agnostici sono passati dal 18,7 al 21,8%, i «credenti che non si identificano in una Chiesa» come det­to dal 12,3 al 22,8%, i «cattolici non praticanti» dal 23,1 al 20%, i cattolici «intimisti» e i «ritualisti» dal 25,9 al 17,4%, i «cattolici praticanti» dal 18,1 al 15,4%. Se negli ultimi sei anni è cresciuta dal 10 all’11,6 la percentuale di giovani che attribuisco­no «moltissima» importanza alla religione, sono calati dal 23,9 al 19,3% quanti danno «molta» im­portanza alla fede, mentre quanti danno «poca» importanza sono passati dal 18,7 al 23,7%.

Credere? «Fa bene».
Guardando alle diverse 'ca­tegorie' in cui si articola l’universo giovanile – dai praticanti agli intimisti-ritualisti fino agli atei – si osserva come alla fede venga riconosciuta so­prattutto una funzione di sostegno psicologico­relazionale e di guida – con la sua capacità di illu­minare una speranza e un senso per la vita; inci­de meno, invece, quale riferimento morale, aiuto a distinguere il bene dal male. Complessivamen­te l’indagine Iard conferma, rispetto al 2004, una «polarizzazione» tra una minoranza crescente di giovani «molto coinvolti» e una maggioranza che, seppur interessata alla dimensione spirituale, par­tecipa in maniera saltuaria a riti, proposte, inizia­tive 'istituzionali' con «percorsi di ricerca del sa­cro di tipo più individualistico». Altri dati elo­quenti: fra il 2004 e il 2010 cala la partecipazione alla Messa di Natale (dal 56 al 46,6%) e alla Veglia di Pasqua (dal 27,9 al 26,3%), cresce quella a pro­cessioni religiose (dal 26 al 29,3%) e a pellegrinaggi a mete sacre (dal 9,7 al 11,6%).
Fra scienza e bioetica.
La fiducia nella Chiesa, in fortissimo calo fra i non credenti, si è ridotta an­che fra i praticanti (39%). Altri dati «sembrano in­dicare un processo di 'tifizzazione'», si legge nel­la ricerca, con la creazione di «gruppi contrappo­sti » pro o contro la Chiesa. Ulteriore polarizza­zione corre sul crinale del rapporto tra scienza e fede: conciliabili, secondo i praticanti, inconcilia­bili secondo i non credenti. Spartiacque incande­scente è poi la bioetica. E non solo fra credenti e non credenti. Anche fra i giovani che si dicono «cattolici praticanti» si segnalano posizioni in con­traddizione con la dottrina: il 28,9% dice sì all’eu­tanasia; il 22,3% all’aborto; il 31,1 alla feconda­zione assistita eterologa; il 21,5 alla pena di mor­te.


il teologo Bressan: in questi numeri un «mandato missionario»


I
giovani? «Non li abbiamo trovati là dove ave­vamo immaginato dovessero essere. Bene: vuol dire che sono in cammino. Da teologo leggo questa indagine sociologica come un 'man­dato missionario': un invito ad andare dove i gio­vani vivono davvero». E se la tentazione è quella di rinchiudersi in logiche difensive o identitarie da minoranza sotto assedio, «la Chiesa, nella sua a­zione verso i giovani, deve rimanere ed essere sem­pre
cattolica ,
cioè aperta a tutti, a tutti rivolta nel­l’ascolto, nella proposta, nella condivisione del messaggio e dell’esperienza cristiana». Don Luca Bressan, docente di Teologia pastorale presso la Fa­coltà teologica dell’Italia settentrionale, è stato in­vitato ad analizzare con le categorie della teologia e della pastorale l’indagine nazionale dello Iard. Lo ha fatto offrendo un’articolata, affascinante let­tura su tre 'piani': culturale, religioso, teologico.
Sul piano culturale, ha spiegato Bressan, i giova­ni
d’oggi si affermano come «generazione» che privilegia il rapporto «orizzontale», fra coetanei, ri­spetto a quello col mondo adulto; generazione «nomade» e «digitale» ma anche assetata di «riti e liturgie» e impaurita davanti al mondo e al futu­ro. Sul piano religioso: l’indagine Iard è un’ulteriore smentita del paradigma della secolarizzazione. «La religiosità non è scomparsa; ma cambiando la cultura, cambia il modo di abitare la religiosità», che i giovani vivono «da pellegrini e nomadi». An­che Bressan ha sottolineato la tendenza alla «fi­nalizzazione terapeutica dell’esperienza religio­sa » e, d’altro lato, l’affermazione della «scienza» co­me «nuova agenzia religiosa», con la sua rassicu­rante «interpretazione tecnica del reale». Tre in particolare i «luoghi» che, secondo Bressan, si a­prono all’incontro fra i giovani e l’esperienza cri­stiana: la «storia», il «simbolo» e la «dimensione po­litica »



il sociologo Grassi: «generazioni digitali» così cambia il modo di credere


N
on è vero che i giovani italiani non credo­no più: «è cambiato il loro modo di crede­re », scandisce Riccardo Grassi, sociologo dell’Istituto Iard, presentando a Novara i primi da­ti dell’indagine nazionale sui giovani e la fede. «Di fronte a questi numeri non serve né minimizzare né fare gli apocalittici. Osserviamo come in una 'con­dizione giovanile' che va sempre più declinata al plurale, trovi conferma un trend avviato da alcuni anni: mentre resta alto l’interesse per la dimensio­ne spirituale, cresce una religiosità senza apparte­nenza, un maggiore individualismo nell’esperien­za del sacro». Dati eloquenti quelli che mostrano 'dissonanze' rispetto alla morale cattolica anche fra i «praticanti»; o il fatto, sottolinea Grassi, che la fede sia apprezzata più per i benefici psicologico­relazionali che per il ruolo di bussola morale.
In crisi l’adesione a «gruppi religiosi strutturati», in crescita «la partecipazione a processioni, pellegri­naggi,
eventi religiosi dalla forte componente e­motiva », che non sempre però suscita adesione o appartenenza. Le «generazioni digitali di oggi», con­tinua Grassi, «si trovano di fronte a una crescita e­sponenziale di opportunità, anche in campo reli­gioso, che rende impossibile una valutazione ra­zionale di ciascuna opzione e la scelta di apparte­nenze e identità stabili. I giovani d’oggi – abituati al 'nomadismo' reale e virtuale, allenati a confronta­re, paragonare – non accettano imposizioni dog­matiche ma chiedono esperienze significative e coe­renza tra fede professata e vita quotidiana. Chie­dono di essere presi sul serio da adulti che non ab­dicano dalle proprie responsabilità». Se l’educa­zione è il tema al centro del cammino pastorale del­la Chiesa nel prossimo decennio, la «cooperazione educativa», sostiene Grassi, è l’orizzonte che inter­pella gli adulti di fronte alla ricerca religiosa dei gio­vani.




© Copyright Avvenire 21 aprile 2010




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Annuncio e catechesi per la vita cristiana. Lettera dei vescovi italiani alla comunità, ai presbiteri e ai catechisti

La Chiesa, grembo che genera alla vita in Cristo mediante l'iniziazione cristiana, comunità tutta responsabile dell'evangelizzazione e dell'educazione della vita di fede.

Un documento che illumina il cuore della missione della Chiesa. Esso è costituito dall'annuncio del Vangelo che susciti la fede e la conseguente educazione che si realizza attraverso l'iniziazione cristiana, che può assumere la forma di un catecumenato pre o post battesimale. In questo documento della Cei è ravvisabile anche il vero spirito del Concilio, quello Santo e non quello mondanizzato e secolarizzato che tanti guasti ha provocato: La freschezza dell'annuncio e la serietà della formazione, le colonne della missione secondo le quotidiane parole di Benedetto XVI. Nel mezzo del frastuono mediatico d'uno scandalo dilagante, frutto avvelenato della perdita dell'orizzonte missionario della Chiesa, questo Documento della Cei ci aiuta a leggere i segni di quest tempi. Essi ci scuotono e ci chiamano, urgentemente, ad evangelizzare in un amore incorruttibile a Cristo e ad ogni uomo. Tutto il resto è vanità, e a nulla varranno scuse e pentimenti, tolleranza zero e rigore, se la Chiesa abbandonerà il suo dovere primo verso l'umanità: annunciare Cristo, la sua vittoria sulla morte, la misericordia infinita che ricrea l'esistenza. Abdicare su questo è pedofilia imperdonabile, scandalo degli scandali, aborto ed eutanasia dell'anima, furto del diritto che ogni uomo ha di ascoltare, almeno na volta, le parole di Verità del Vangelo.


Antonello Iapicca Pbro




Annuncio e catechesi per la vita cristiana. Lettera dei vescovi italiani alla comunità, ai presbiteri e ai catechisti


Oggi molti ritengono che la fede non sia necessaria per vivere bene. Perciò prima di educare la fede, bisogna suscitarla: con il primo annuncio, dobbiamo far ardere il cuore delle persone, confidando nella potenza del Vangelo, che chiama ogni uomo alla conversione e ne accompagna tutte le fasi della vita. Il primo annuncio, infatti, non è solo quello che precede l'iniziazione cristiana, ma è una dimensione trasversale di ogni proposta pastorale, anche di quelle rivolte ai credenti e ai praticanti: "di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali". Bisogna anche ricordare che il primo annuncio è in molti casi una vera e propria premessa al catecumenato sia per gli adulti, sia per i fanciulli e i ragazzi. Una seria pastorale di primo annuncio e la presenza del catecumenato sono "una singolare opportunità per il rinnovamento delle comunità cristiane".
Nonostante le ripetute affermazioni del db circa il ruolo della Chiesa locale, e in particolare della comunità parrocchiale, nei confronti della catechesi, questa fondamentale indicazione pastorale - come ammette anche la Lettera per la riconsegna - non sembra sia stata adeguatamente recepita dalle nostre comunità. Questa carenza, in un contesto secolarizzato, compromette molto l'efficacia della catechesi. Perciò è necessario educare la coscienza missionaria della comunità tutta intera, stimolandola a diventare attraente, accogliente e educante: una comunità che accoglie le persone come sono e fa vivere loro esperienze significative di vita cristiana; una comunità in cui i praticanti accostano gli indifferenti e i non credenti, stabiliscono con loro rapporti di amicizia e narrano la propria esperienza di fede, sull'esempio di quanto proposto nella Lettera ai cercatori di Dio.
Il db ha sottolineato la priorità della catechesi degli adulti e dei giovani (n. 124). Di fatto, questo obiettivo primario di formare cristiani adulti, capaci di rendere ragione esplicitamente della loro fede con la vita e con la parola, è rimasto spesso disatteso dalle nostre comunità.
Molte parrocchie e diocesi italiane, a seguito anche della pubblicazione delle tre Note pastorali sull'iniziazione cristiana (1997-2003), hanno dato vita a sperimentazioni di cammini di iniziazione con proposte diverse, comprendenti sia un percorso ordinario, sia l'itinerario catecumenale, sia la catechesi familiare o i percorsi sostenuti da movimenti e associazioni. Queste sperimentazioni hanno evidenziato come l'iniziazione cristiana cominci quando i genitori chiedono il Battesimo per il loro bambino a poche settimane o mesi di vita, così come del resto già indicato dai catechismi della Cei.
È fondamentale dare a tutti i fedeli la possibilità di accedere alla Bibbia, obiettivo primario dell'Apostolato biblico. Per cogliere la continuità dell'azione salvifica di Dio nell'oggi, occorre imparare a leggere i "segni dei tempi" in modo da portare il messaggio biblico dentro gli avvenimenti e le matrici culturali del nostro tempo, secondo l'intuizione portante del progetto culturale della Chiesa italiana. La storia, in base all'insegnamento del Concilio Vaticano II, non è solo il contesto in cui annunciare la parola di Dio, ma è anche il luogo teologico in cui Dio si manifesta attraverso i segni dei tempi. La catechesi deve aiutare le persone a leggere la storia come storia di salvezza, dove Dio opera oggi e dove l'uomo è chiamato a collaborare da protagonista.


La Commissione episcopale per la dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi della Conferenza episcopale italiana in data 4 aprile, domenica di Pasqua, ha scritto una lettera alle comunità, ai presbiteri e ai catechisti. Annuncio e catechesi per la vita cristiana è il titolo del documento che - tenendo conto delle nuove esigenze e del nuovo contesto del Paese - ripropone all'attenzione di tutte le componenti della comunità ecclesiale le linee portanti del documento di base Il rinnovamento della catechesi (db) pubblicato quarant'anni fa, il 2 febbraio 1970, che avviava il rinnovamento della catechesi in Italia secondo le linee del concilio Vaticano II. Pubblichiamo stralci del nuovo documento della Cei che comprende tre parti: il valore permanente del documento di base; il contesto attuale; le nuove esigenze pastorali.

Il Concilio Vaticano II è stato come il "grembo materno" del db: ha favorito il nascere e l'impiantarsi di una nuova sensibilità missionaria; ha introdotto nuove tematiche, un nuovo linguaggio, un nuovo metodo di lavoro. Esso fu elaborato con la collaborazione di tutte le Chiese d'Italia. Nella fase della sua stesura, ogni diocesi fu chiamata a esprimersi nello stile del dialogo, della ricerca e del confronto dinamico per contribuire alla ricezione condivisa dell'insegnamento del Concilio Vaticano II. L'esperienza ecclesiale, singolare e coinvolgente, dell'elaborazione del testo ha avuto il pregio di valorizzare in chiave di missione le quattro grandi costituzioni conciliari: Sacrosanctum concilium, Lumen gentium, Dei Verbum, Gaudium et spes. Esso è diventato così la prima strada attraverso la quale i documenti conciliari sono arrivati alla base. Il db ha stimolato le comunità ecclesiali e in particolare i catechisti a conoscere e assimilare il Magistero conciliare.
Il db ha anche aiutato a veicolare una visione rinnovata della fede, intesa non solo come adesione dell'intelligenza alle verità del messaggio cristiano, ma prima di tutto come adesione della mente e del cuore alla persona di Cristo, come accoglienza, dialogo, comunione e intimità con Dio in Gesù Cristo. Il db ci ha offerto una visione rinnovata della Chiesa, grembo che genera alla vita in Cristo mediante l'iniziazione cristiana, comunità tutta responsabile dell'evangelizzazione e dell'educazione della vita di fede.
Il db ci ha insegnato anche quali sono le fonti della catechesi: la Sacra Scrittura; la tradizione, luogo della trasmissione e dell'incontro con la parola di Dio vissuta e professata; la liturgia, celebrazione del mistero di Cristo; le opere del creato. Queste fonti danno alla catechesi una dimensione di annuncio e di contemplazione della storia della salvezza (cap. 6). Anche il contesto sociale va guardato con gli occhi della fede: esso non è solo lo spazio in cui annunciare la parola di Dio, ma è anche il luogo teologico in cui Dio si manifesta, attraverso i segni dei tempi (cfr. n. 77).
Nel cammino della Chiesa italiana il db ha soprattutto messo in evidenza il primato dell'evangelizzazione.
Il db ha avviato l'elaborazione dei nuovi catechismi per la vita cristiana. La Lettera dei Vescovi per la riconsegna del testo "Il rinnovamento della catechesi" (3 aprile 1988), nel riaffermare la validità del db, diede inizio alla seconda stesura dei catechismi. Inoltre essa sottolineò l'urgenza di orientare la catechesi in senso marcatamente missionario, integrandola in una pastorale organica e dando priorità alla catechesi degli adulti.
Oggi molti ritengono che la fede non sia necessaria per vivere bene. Perciò prima di educare la fede, bisogna suscitarla: con il primo annuncio, dobbiamo far ardere il cuore delle persone, confidando nella potenza del Vangelo, che chiama ogni uomo alla conversione e ne accompagna tutte le fasi della vita. Il primo annuncio, infatti, non è solo quello che precede l'iniziazione cristiana, ma è una dimensione trasversale di ogni proposta pastorale, anche di quelle rivolte ai credenti e ai praticanti: "di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali". Bisogna anche ricordare che il primo annuncio è in molti casi una vera e propria premessa al catecumenato sia per gli adulti, sia per i fanciulli e i ragazzi. Una seria pastorale di primo annuncio e la presenza del catecumenato sono "una singolare opportunità per il rinnovamento delle comunità cristiane".
Nonostante le ripetute affermazioni del db circa il ruolo della Chiesa locale, e in particolare della comunità parrocchiale, nei confronti della catechesi, questa fondamentale indicazione pastorale - come ammette anche la Lettera per la riconsegna - non sembra sia stata adeguatamente recepita dalle nostre comunità. Questa carenza, in un contesto secolarizzato, compromette molto l'efficacia della catechesi. Perciò è necessario educare la coscienza missionaria della comunità tutta intera, stimolandola a diventare attraente, accogliente e educante: una comunità che accoglie le persone come sono e fa vivere loro esperienze significative di vita cristiana; una comunità in cui i praticanti accostano gli indifferenti e i non credenti, stabiliscono con loro rapporti di amicizia e narrano la propria esperienza di fede, sull'esempio di quanto proposto nella Lettera ai cercatori di Dio.
Il db ha sottolineato la priorità della catechesi degli adulti e dei giovani (n. 124). Di fatto, questo obiettivo primario di formare cristiani adulti, capaci di rendere ragione esplicitamente della loro fede con la vita e con la parola, è rimasto spesso disatteso dalle nostre comunità.
Molte parrocchie e diocesi italiane, a seguito anche della pubblicazione delle tre Note pastorali sull'iniziazione cristiana (1997-2003), hanno dato vita a sperimentazioni di cammini di iniziazione con proposte diverse, comprendenti sia un percorso ordinario, sia l'itinerario catecumenale, sia la catechesi familiare o i percorsi sostenuti da movimenti e associazioni. Queste sperimentazioni hanno evidenziato come l'iniziazione cristiana cominci quando i genitori chiedono il Battesimo per il loro bambino a poche settimane o mesi di vita, così come del resto già indicato dai catechismi della Cei.
È fondamentale dare a tutti i fedeli la possibilità di accedere alla Bibbia, obiettivo primario dell'Apostolato biblico. Per cogliere la continuità dell'azione salvifica di Dio nell'oggi, occorre imparare a leggere i "segni dei tempi" in modo da portare il messaggio biblico dentro gli avvenimenti e le matrici culturali del nostro tempo, secondo l'intuizione portante del progetto culturale della Chiesa italiana. La storia, in base all'insegnamento del Concilio Vaticano II, non è solo il contesto in cui annunciare la parola di Dio, ma è anche il luogo teologico in cui Dio si manifesta attraverso i segni dei tempi. La catechesi deve aiutare le persone a leggere la storia come storia di salvezza, dove Dio opera oggi e dove l'uomo è chiamato a collaborare da protagonista.
La catechesi deve educare non solo a leggere i "segni dei tempi", ma anche a valorizzare il rapporto tra fede e ragione, con particolare attenzione a porre le "ragioni della fede" in dialogo con la cultura, per poter scegliere ciò che è buono, vero, nobile, puro amabile, onorato, ciò che è virtù e merita lode. Deve educare i cristiani a considerare alla luce del Vangelo i problemi morali che emergono nella vita dei singoli e nella convivenza sociale. Deve contribuire a lievitare le culture con l'annuncio del Vangelo, a potenziare i valori di cui esse sono portatrici e a liberarle dai germi patogeni che talora portano con sé. Inoltre, la catechesi deve educare i cristiani a dialogare con tutti gli uomini.
I catechisti, oltre a narrare e spiegare il messaggio cristiano (traditio), devono preoccuparsi di fornire a ciascuno gli strumenti espressivi, perché possano riesprimere con la vita e la parola ciò che hanno ricevuto (redditio). Una comunicazione che si esaurisse nel solo processo di trasmissione produrrebbe cristiani "infanti", che "non parlano", "muti e invisibili", e alla fine perderebbe ogni rilevanza nella vita delle persone. Il cristiano è un testimone che, per rendere ragione della sua fede, non può limitarsi a compiere le opere dell'amore, ma deve anche narrare ciò che Dio ha fatto e sta facendo nella sua vita, e così suscitare negli altri la speranza e il desiderio di Gesù.


(©L'Osservatore Romano - 14 aprile 2010)

"Io, cattolica, ho fatto la mia scelta Chiesa e politica devono tacere"

BARI - Una bottiglietta d'acqua appena aperta. Tre pillole appena buttate giù. Sara è una donna sicura: non la tradiscono gli sguardi tristi che scambia con suo marito, che è voluto stare tutto il tempo con lei. Non la tradisce il viso stanco, le mani che si accavallano. Rimane sicura per tutto il tempo, jeans, camicia bianca e un maglioncino blu dove si appoggiano capelli rossi ordinati. Come ordinate sono le sue parole. Sara ha appena assunto la prima Ru486 commercializzata in Italia.

Come mai è arrivata a questa decisione?
"Non avevo alternative, avrei messo a rischio la mia vita. Non posso portare a termine la gravidanza, poco fa ho subito un intervento all'utero e già una volta ho perso un figlio al quinto mese per un aborto spontaneo. So cosa vuol dire, non è facile rinunciare alla maternità".

Ha già avuto altri figli?
"Sì, sono madre e questo rende tutto più doloroso. Se avessi potuto avrei tenuto anche questo bambino, ma proprio non posso. Avere un figlio è comunque una esperienza bellissima che auguro a tutte le donne. Abortire, a prescindere dalle motivazione, è la cosa più difficile che abbia mai fatto".

Perché ha scelto la pillola abortiva?
"Ne avevo sentito parlare, ma ero poco informata. Poi quando mi sono ritrovata a vivere questa situazione sulla mia pelle, ho iniziato ad indagare e tramite alcune conoscenze sono arrivata a Bari e alla clinica del dottor Nicola Blasi".

Ha scelto subito la Ru486?
"Sì. Sarei stata disposta ad andare ovunque, con mio marito saremmo arrivati in Francia pur di non tornare in sala operatoria. Non volevo i ferri, non volevo l'anestesia".


E' spaventata?
"No, non ho paura, la pillola non mi spaventa, l'aborto chirurgico invece sì. Ho scelto il metodo meno invasivo e problematico per me. Davvero sono molto serena, così almeno non sono costretta ad ulteriori sofferenze".

Sa che la legge prevede il ricovero per la somministrazione della pillola?
"Sì, ma una donna può firmare e lasciare l'ospedale. Io non voglio essere ricoverata, ho preso le tre pillole e vado via. Ritornerò a distanza di 48 ore in clinica. Non capisco perché se rilasciano una donna subito dopo l'aborto chirurgico, chi prende la Ru non può andare via. Perché bloccarla in ospedale per tre giorni? Non ha senso".

Ha sentito tutte le polemiche a questo proposito?
"Sì le ho sentite. Ogni donna deve decidere per la sua vita, poi ognuno è libero di avere opinioni differenti. La chiesa e la politica dovrebbero tacere, soprattutto gli uomini. Vorrei che una gravidanza potesse capitare a loro, così ci penserebbero meglio prima di parlare".

Immaginava tanto clamore in questa giornata?
"Sinceramente no, non me lo aspettavo, è capitato che le mie settimane di gestazione coincidessero con questo momento, ma se lo avessi saputo in anticipo, non sarei venuta qui. Decidere di interrompere una gravidanza, in un momento in cui è sempre più difficile avere figli, è una scelta difficile e combattuta".

E' cattolica?
"Sì, sono cattolica. Ma non sento che, per questo mio gesto, il Signore mi vorrà meno bene".


(08 aprile 2010)

© Copyright La Repubblica

Il Papa: Tutta la nostra fede si fonda sulla trasmissione costante e fedele della buona notizia, preciso, impegnativo, esaltante mandato del Signore


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La buona notizia della Pasqua, dunque, richiede l’opera di testimoni entusiasti e coraggiosi. Ogni discepolo di Cristo, anche ciascuno di noi, è chiamato ad essere testimone. È questo il preciso, impegnativo ed esaltante mandato del Signore risorto. La "notizia" della vita nuova in Cristo deve risplendere nella vita del cristiano, deve essere viva e operante - in chi la reca, realmente capace di cambiare il cuore, l’intera esistenza. Essa è viva innanzitutto perché Cristo stesso ne è l’anima vivente e vivificante. Ce lo ricorda san Marco alla fine del suo Vangelo, dove scrive che gli Apostoli «partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano» (Mc 16,20).

La vicenda degli Apostoli è anche la nostra e quella di ogni credente, di ogni discepolo che si fa "annunciatore". Anche noi, infatti, siamo certi che il Signore, oggi come ieri, opera insieme ai suoi testimoni.
La celebrazione del Mistero pasquale, la contemplazione gioiosa della Risurrezione di Cristo, che vince il peccato e la morte con la forza dell’Amore di Dio è occasione propizia per riscoprire e professare con più convinzione la nostra fiducia nel Signore risorto, il quale accompagna i testimoni della sua parola operando prodigi insieme con loro. Saremo davvero e fino in fondo testimoni di Gesù risorto quando lasceremo trasparire in noi il prodigio del suo amore; quando nelle nostre parole e, più ancora, nei nostri gesti, in piena coerenza con il Vangelo, si potrà riconoscere la voce e la mano di Gesù stesso.

Dappertutto, dunque, il Signore ci manda come suoi testimoni. Ma possiamo essere tali solo a partire e in riferimento continuo all’esperienza pasquale, quella che Maria di Magdala esprime annunciando agli altri discepoli: «Ho visto il Signore» (Gv 20,18). In questo incontro personale con il Risorto stanno il fondamento incrollabile e il contenuto centrale della nostra fede, la sorgente fresca e inesauribile della nostra speranza, il dinamismo ardente della nostra carità. Così la nostra stessa vita cristiana coinciderà appieno con l’annuncio: «Cristo Signore è veramente risorto». Lasciamoci, perciò conquistare dal fascino della Risurrezione di Cristo.




7 Aprile 2010 UDIENZA DEL MERCOLEDI'



Cari fratelli e sorelle!

La consueta udienza generale del mercoledì è oggi inondata dalla gioia luminosa della Pasqua. In questi giorni, infatti, la Chiesa celebra il mistero della Risurrezione e sperimenta la grande gioia che le deriva dalla buona notizia del trionfo di Cristo sul male e sulla morte. Una gioia che si prolunga non soltanto nell’Ottava di Pasqua, ma si estende per cinquanta giorni fino alla Pentecoste. Dopo il pianto e lo sgomento del Venerdì Santo, e dopo il silenzio carico di attesa del Sabato Santo, ecco l’annuncio stupendo: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!» (Lc 24,34). Questa, in tutta la storia del mondo, è la "buona notizia" per eccellenza, è il "Vangelo" annunciato e tramandato nei secoli, di generazione in generazione.

La Pasqua di Cristo è l’atto supremo e insuperabile della potenza di Dio. È un evento assolutamente straordinario, il frutto più bello e maturo del "mistero di Dio". È così straordinario, da risultare inenarrabile in quelle sue dimensioni che sfuggono alla nostra umana capacità di conoscenza e di indagine. E, tuttavia, esso è anche un fatto "storico", reale, testimoniato e documentato. È l’avvenimento che fonda tutta la nostra fede. È il contenuto centrale nel quale crediamo e il motivo principale per cui crediamo.

Il Nuovo Testamento non descrive la Risurrezione di Gesù nel suo attuarsi. Riferisce soltanto le testimonianze di coloro che Gesù in persona ha incontrato dopo essere risuscitato. I tre Vangeli sinottici ci raccontano che quell’annuncio – «È risorto!» – viene proclamato inizialmente da alcuni angeli. È, pertanto, un annuncio che ha origine in Dio; ma Dio lo affida subito ai suoi "messaggeri", perché lo trasmettano a tutti. E così sono questi stessi angeli che invitano le donne, recatesi di buon mattino al sepolcro, ad andare con prontezza a dire ai discepoli: «È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mt 28,7). In questo modo, mediante le donne del Vangelo, quel mandato divino raggiunge tutti e ciascuno perché, a loro volta, trasmettano ad altri, con fedeltà e con coraggio, questa stessa notizia: una notizia bella, lieta e portatrice di gioia.

Sì, cari amici, tutta la nostra fede si fonda sulla trasmissione costante e fedele di questa "buona notizia". E noi, oggi, vogliamo dire a Dio la nostra profonda gratitudine per le innumerevoli schiere di credenti in Cristo che ci hanno preceduto nei secoli, perché non sono mai venute meno al loro fondamentale mandato di annunciare il Vangelo che avevano ricevuto.

La buona notizia della Pasqua, dunque, richiede l’opera di testimoni entusiasti e coraggiosi. Ogni discepolo di Cristo, anche ciascuno di noi, è chiamato ad essere testimone. È questo il preciso, impegnativo ed esaltante mandato del Signore risorto. La "notizia" della vita nuova in Cristo deve risplendere nella vita del cristiano, deve essere viva e operante - in chi la reca, realmente capace di cambiare il cuore, l’intera esistenza. Essa è viva innanzitutto perché Cristo stesso ne è l’anima vivente e vivificante. Ce lo ricorda san Marco alla fine del suo Vangelo, dove scrive che gli Apostoli «partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano» (Mc 16,20).

La vicenda degli Apostoli è anche la nostra e quella di ogni credente, di ogni discepolo che si fa "annunciatore". Anche noi, infatti, siamo certi che il Signore, oggi come ieri, opera insieme ai suoi testimoni. È questo un fatto che possiamo riconoscere ogni qualvolta vediamo spuntare i germi di una pace vera e duratura, là dove l’impegno e l’esempio di cristiani e di uomini di buona volontà è animato da rispetto per la giustizia, da dialogo paziente, da convinta stima verso gli altri, da disinteresse, da sacrificio personale e comunitario. Vediamo purtroppo nel mondo anche tanta sofferenza, tanta violenza, tante incomprensioni. La celebrazione del Mistero pasquale, la contemplazione gioiosa della Risurrezione di Cristo, che vince il peccato e la morte con la forza dell’Amore di Dio è occasione propizia per riscoprire e professare con più convinzione la nostra fiducia nel Signore risorto, il quale accompagna i testimoni della sua parola operando prodigi insieme con loro. Saremo davvero e fino in fondo testimoni di Gesù risorto quando lasceremo trasparire in noi il prodigio del suo amore; quando nelle nostre parole e, più ancora, nei nostri gesti, in piena coerenza con il Vangelo, si potrà riconoscere la voce e la mano di Gesù stesso.

Dappertutto, dunque, il Signore ci manda come suoi testimoni. Ma possiamo essere tali solo a partire e in riferimento continuo all’esperienza pasquale, quella che Maria di Magdala esprime annunciando agli altri discepoli: «Ho visto il Signore» (Gv 20,18). In questo incontro personale con il Risorto stanno il fondamento incrollabile e il contenuto centrale della nostra fede, la sorgente fresca e inesauribile della nostra speranza, il dinamismo ardente della nostra carità. Così la nostra stessa vita cristiana coinciderà appieno con l’annuncio: «Cristo Signore è veramente risorto». Lasciamoci, perciò conquistare dal fascino della Risurrezione di Cristo. La Vergine Maria ci sostenga con la sua protezione e ci aiuti a gustare pienamente la gioia pasquale, perché sappiamo portarla a nostra volta a tutti i nostri fratelli. Ancora una volta, Buona Pasqua a tutti!

Francia: perché aumentano costantemente i battesimi di adulti? Grazie a nuove comunità laicali come i movimenti.

Di Cristina Vonzun

Terra ritenuta da anni culla della secolarizzazione, la Francia come altri paesi in Europa, sta scoprendo il ritorno di adulti alla fede cattolica. Saranno circa 3000 quelli che riceveranno il battesimo durante la Veglia di Pasqua. Negli ultimi anni l'aumento è continuo e costante. Un terzo dei giovani e degli adulti che saranno battezzati proviene dalla regione di Parigi e due terzi sono donne. Circa la metà dei catecumeni ha alle spalle famiglie cristiane, l'altra metà viene da famiglie agnostiche, mentre un 1% è di origine ebraica e il 5% di origine musulmana. Questi nuovi cattolici hanno seguito dei percorsi di formazione un po' inusuali, non solo in luoghi classici come le parrocchia. Per molti di loro il Vangelo è stato incontrato in ospedale, in prigione, all'università, grazie a colleghi di lavoro e, ancora, grazie a nuove comunità laicali come i movimenti. Hanno conosciuto il Vangelo annunciato dal "pulpito" della vita.

© Copyright Il Giornale del Popolo

Vittorio MESSORI Leggenda nera - La Corona spagnola e le Americhe

tratto da Vittorio MESSORI, Pensare la storia. Una lettura cattolica dell'avventura umana, Paoline, Milano 1992, p. 637-660.

Ben sette Oscar per «Dance with wolves», «Balla coi lupi», il film americano "dalla parte degli indiani". Fu attorno alla metà degli anni Sessanta che il western procedette alla svolta: fu messo in crisi lo schema "bianco buono - pellerossa cattivo", con i primi dubbi sulla bontà della causa dei pionieri anglosassoni. Da allora quella crisi è andata sempre aumentando, sino al rovesciamento completo: ora, le nuove categorie esigono di vedere nell'indiano sempre un puro eroe e nel pioniere sempre un brutale invasore.

Nauralmente, anche questo rischia di diventare una sorta di nuovo conformismo dell'uomo occidentale P.C., Political Correct, come si dice per indicare chi rispetta i canoni e i tabù della mentalità corrente.

Mentre prima era socialmente scomunicato chi non vedesse un martire della civiltà e un campione del patriottismo "bianco" nel colonnello George A. Custer, ora incappa nella stessa scomunica chi parlasse male di Toro Seduto e dei suoi Sioux che, quel mattino del 25 giugno 1876, a Little Big Horn, massacrarono il Custer stesso con gli yankees del 7° cavalleggeri.

Malgrado il rischio di nuovi slogan conformistici, non si può non accogliere con soddisfazione l'attuale scoprimento degli altarini dell’'altra" America, quella protestante, che diede (e dà) tante sdegnose lezioni di morale all'America cattolica. Già dal Cinquecento le potenze nordiche riformate - Gran Bretagna e Olanda in primis - diedero inizio alla guerra psicologica, inventando la "leggenda nera" della barbarie e dell'oppressione, nei suoi domini oltreoceano, di quella Spagna con cui erano in lotta per il predominio marittimo.

"Leggenda nera" che - come accade puntualmente per tutto ciò che è fuori moda nel mondo laico - viene ora scoperta golosamente da preti, frati e cattolici "adulti" in genere i quali, protestando con toni virulenti contro le celebrazioni del quinto centenario del «descubrimiento» non sanno di essere succubi, con qualche secolo di ritardo, di una fortunata campagna dei servizi di propaganda britannici e olandesi.

Ha scritto uno storico di oggi, insospettabile in quanto calvinista, Pierre Chaunu: «La leggenda antispanica, nella sua versione americana (in quella europea punta soprattutto sull'Inquisizione) ha giocato un ruolo salutare di valvola di sfogo. Il preteso massacro degli indios da parte degli spagnoli nel XVI secolo ha coperto il massacro americano sulla frontiera dell'Ovest nel XIX secolo. L'America protestante ha così potuto liberarsi del suo crimine rigettandolo sull'America cattolica».

Intendiamoci: prima di occuparsi di simili temi occorrerebbe liberarsi da certi attuali moralismi irreali che non vogliono riconoscere che la storia è una inquietante, spesso terribile signora. Nella prospettiva realistica da ritrovare, bisognerebbe condannare, ovviamente, errori ed atrocità (da qualunque parte vengano) senza però maledire, quasi fosse stato cosa mostruosa, il fatto in sé dell'arrivo degli europei nelle Americhe e del loro installarsi in quelle terre, organizzandovi un nuovo habitat.

Nella storia non è praticabile l'edificante esortazione a "restare ciascuno nella sua terra, senza invadere quella di altri". Non è praticabile non soltanto perché così si negherebbe ogni dinamismo alla vicenda umana; ma soprattutto perché ogni civiltà è frutto di un rimescolamento che mai fu pacifico. Senza scomodare la Storia Sacra stessa (la terra che fu promessa agli ebrei da Dio non era loro, ma fu da essi strappata a forza agli abitatori precedenti), le anime belle che inveiscono contro i malvagi usurpatori nelle Americhe dimenticano (tra l'altro) che, al loro arrivo, quegli europei trovarono ben altri usurpatori. L'impero azteco e quello inca erano stati creati con la violenza ed erano mantenuti con sanguinaria oppressione da popoli invasori che avevano ridotto in schiavitù i nativi.

E si fa spesso finta di ignorare che le sbalorditive vittorie di poche decine di spagnoli contro migliaia di guerrieri non furono determinate né dagli archibugi né dai pochissimi cannoni (tra l'altro, spesso inutilizzabili, in quei climi, perché l'umidità neutralizzava le polveri) né dai cavalli (che non potevano essere lanciati alla carica nella foresta).

Quei trionfi furono dovuti innanzitutto all'appoggio degli indigeni oppressi dagli incas e dagli aztechi. Dunque, più che come "usurpatori", gli iberici furono salutati in molti luoghi come liberatori. E aspettiamo ancora che gli storici "illuminati" ci spieghino come mai non ci furono, negli oltre tre secoli ispanici, rivolte contro i nuovi dominatori, pur ridottissimi di numero ed esposti, quindi, al pericolo di essere spazzati via al minimo moto. L'immagine dell'invasione dell'America del Sud svanisce subito a contatto con le cifre: nei cinquant'anni tra il 1509 e il 1559, dunque nel periodo di una conquista dalla Florida allo stretto di Magellano, gli spagnoli che raggiunsero le Indie Occidentali furono poco più di 500 (ma sì: cinquecento!) l'anno. In totale, 27.787 persone in tutto, in quel mezzo secolo.

Per tornare ai rimescolamenti di popoli con i quali bisogna fare realisticamente i conti, non va dimenticato ad esempio - che i colonizzatori del Nord America venivano da un'isola che a noi sembra naturale definire "anglo-sassone". In realtà, era dei Britanni, che prima furono assoggettati dai Romani e poi da barbari germanici - gli Angli e i Sassoni, appunto - che massacrarono buona parte degli indigeni e l'altra parte la fecero fuggire sulle coste della Gallia dove, cacciati a loro volta gli abitanti originari, crearono quella che fu detta Bretagna. Del resto, nessuna delle grandi civiltà (né quella egizia, né quella romana, né quella greca, senza mai dimenticare quella ebraica) fu creata senza invasioni e relative cacciate dei primi abitatori.

Dunque, nel giudicare la conquista europea delle Americhe, occorrerà guardarsi dall'utopismo moralistico che vorrebbe una storia fatta tutta di inchini, di buone maniere, e di "prego, prima Lei".

Chiarito questo, andrà pur anche detto che c'è "conquista" e "conquista": è certo (e anche film come il premiatissimo Balla coi lupi cominciano a farlo capire) che quella "cattolica" è stata ampiamente preferibile a quella "protestante".

Come ha scritto un altro storico contemporaneo, Jean Dumont: "Se, per disgrazia, la Spagna (con il Portogallo) fosse passata alla Riforma, fosse divenuta puritana e avesse dunque applicato gli stessi principi del Nord America ("lo dice la Bibbia: l'indiano è un essere inferiore, anzi è un figlio di Satana"), un immenso genocidio avrebbe spazzato via dal Sud America la totalità dei popoli indigeni. Oggi, i turisti, visitando poche "riserve" dal Messico alla Terra del Fuoco, scatterebbero fotografie di sopravvissuti, testimoni del massacro razziale, compiuto per giunta in base a motivazioni «bibliche»".

In effetti, le cifre parlano: mentre i "pellerossa" superstiti nel Nord America si contano a poche migliaia, nell'America ex-spagnola ed ex-portoghese la maggioranza della popolazione o è ancora di origine india o è il frutto di incroci di precolombiani con europei e (soprattutto in Brasile) con africani.

Il discorso sulle diverse colonizzazioni (iberica e anglosassone) delle Americhe è talmente vasto - e tanti sono i pregiudizi accumulatisi - che non possiamo che allineare qualche appunto. Per restare alla popolazione indigena, questa (lo ricordammo) è quasi scomparsa negli attuali Stati Uniti, dove sono registrati come "membri di tribù indiana" circa un milione e mezzo di persone. In realtà, la cifra, già assai esigua, si riduce di molto se si considera che, per quella registrazione, basta un quarto di sangue indiano.

Situazione rovesciata a Sud, dove - nella zona messicana, in quella andina, in molti territori brasiliani - quasi il 90 per cento della popolazione o discende direttamente dagli antichi abitanti o è il frutto di incroci tra indigeni e nuovi arrivati. Inoltre, mentre la cultura degli Stati Uniti non deve a quella indiana che qualche parola, essendosi sviluppata dalle sue origini europee senza quasi scambi con le popolazioni autoctone, non così nell'America ispanoportoghese, dove l'incrocio non è stato certo solo demografico, ma ha creato una cultura e una società nuove, dalle caratteristiche inconfondibili.

Certo: questo è dovuto anche al diverso stadio di sviluppo dei popoli che anglosassoni e iberici trovarono in quei continenti; ma è dovuto anche, se non soprattutto, alla diversa impostazione religiosa. A differenza di spagnoli e portoghesi cattolici che non esitavano a sposare indigene, nelle quali vedevano persone umane alla pari di loro, i protestanti (seguendo la logica di cui già parlammo e che tende a far tornare indietro, verso l'Antico Testamento, il cristianesimo riformato) erano animati da quella sorta di "razzismo" o, almeno, di senso di superiorità da "stirpe eletta", che aveva contrassegnato Israele. Questo, unito alla teologia della predestinazione (l'indiano è arretrato perché "predestinato" alla dannazione, il bianco è progredito come segno di elezione divina), portava a considerare come una violazione del piano provvidenziale divino il rimescolamento etnico o anche solo culturale.

Così è avvenuto non solo in America e con gli inglesi, ma in tutte le altre zone del mondo dove giunsero europei di tradizione protestante: l'apartheid sudafricano, per fare l'esempio più clamoroso, è tipica creazione - e teologicamente del tutto coerente - del calvinismo olandese. (Sorprende, dunque, quella sorta di masochismo che ha spinto di recente la Conferenza dei vescovi cattolici sudafricani a unirsi, senza alcuna precisazione o distinguo, alla "Dichiarazione di pentimento" dei cristiani bianchi verso i neri di quel Paese. Sorprende perché, se qualche comportamento condannabile può esserci stato anche da parte cattolica, questo - al contrario di quanto verificatosi da parte protestante - è avvenuto in pieno contrasto sia con la teoria sia con la prassi cattoliche. Ma tant'è: sembra che, oggi, ci siano non pochi clericali ben lieti di addossare alla loro Chiesa anche colpe che non ha).

E' proprio dalle diverse teologie che traggono origine i diversi modi di "conquista" delle Americhe: gli spagnoli non considerarono la popolazione dei loro territori come una sorta di spazzatura da eliminare per installarvisi da soli padroni. Si riflette poco sul fatto che la Spagna (a differenza della Gran Bretagna) non organizzò mai il suo impero americano in "colonie" ma in "province". E che il re di Spagna non assunse mai la corona di "Imperatore delle Indie", anche qui a differenza di quanto farà, e ormai alle soglie del XX secolo, la monarchia inglese. Sin dall'inizio (e poi, con costanza implacabile, per tutta la storia seguente) i coloni protestanti considerarono loro diritto fondato sulla Bibbia stessa – il possedere senza problemi né limiti tutta la terra che riuscivano ad occupare, cacciandone o sterminandone gli abitanti. I quali, in quanto non facenti parte del "nuovo Israele" e in quanto marchiati dai segni di una predestinazione negativa, erano in completa balia dei nuovi padroni.

Il regime dei suoli instaurato nelle diverse parti americane conferma queste diverse prospettive e spiega i diversi esiti: al Sud si ricorse al sistema della «encomienda» che era un istituto di derivazione feudale, era la concessione fatta dal sovrano a un privato di una porzione di territorio tenendo conto della popolazione già presente, i cui diritti erano tutelati dalla Corona, che restava la vera proprietaria. Non così al Nord, dove prima gli inglesi e poi il governo federale degli Stati Uniti dichiareranno la loro proprietà assoluta sui territori occupati e da occupare: tutta la terra è ceduta a chi lo desideri al prezzo che verrà poi fissato, in media, in un dollaro ad acro. Quanto agli indigeni eventualmente presenti su quelle terre sarà cura dei coloni (se necessario con l'aiuto dell'esercito) di allontanarli o, meglio, di sterminarli.

Il termine sterminio non è esagerato e rispetta la realtà concreta. Molti, ad esempio, non sanno che la tecnica della scotennatura era conosciuta dagli indiani del Nord come del Sud. Ma tra questi ultimi scomparve subito, vietata dagli spagnoli. Non così al Nord. Per citare, ad esempio, la voce relativa su una enciclopedia insospettabile come la Larousse: «La pratica dello scotennamento sì diffuse nel territorio degli attuali Stati Uniti a partire dal XVII secolo, quando i coloni bianchi presero ad offrire grosse ricompense a chi portava la capigliatura (o scalpo) di un indiano: uomo, donna o bambino che fosse».

Nel 1703 il governo del Massachusetts pagava 12 sterline per scalpo, tanto che la caccia all'indiano (organizzata con tanto di cavalli e mute di cani) diventò presto una sorta di sport nazionale, per giunta molto redditizio. Il motto «il miglior indiano è l'indiano morto», sempre messo in pratica negli Stati Uniti, nasce non solo dal fatto che ogni indiano soppresso era un fastidio in meno per i nuovi proprietari, ma pure dal fatto che il suo scalpo era ben pagato dalle autorità. Usanza che nell'America "cattolica" non era solo sconosciuta ma che avrebbe suscitato - se qualcuno, abusivamente, avesse cercato di introdurla - non soltanto lo sdegno dei religiosi, sempre presenti accanto ai colonizzatori, ma anche le severe pene stabilite dai re a tutela del diritto alla vita degli indigeni.

Ma questi, si dice, morirono a milioni anche nel Centro e Sud America. Certo, morirono: ma non al punto di quasi scomparire come nel Nord. Il loro sterminio non fu determinato soprattutto dalle spade d'acciaio dì Toledo e dalle armi da fuoco (che, come vedemmo, tra l'altro facevano quasi sempre cilecca), bensì dagli invisibili quanto micidiali virus portati dal Vecchio Mondo.

Lo choc microbico e virale che causò in pochi anni il dimezzamento delle popolazioni nell'America iberica è stato studiato dal "Gruppo di Berkeley", formato da studiosi di quella università. Fu qualcosa di paragonabile alla peste nera che, nel Trecento, aveva desolato l'Europa provenendo dall'India e dalla Cina. Tubercolosi, polmonite, influenza, morbillo, vaiolo: mali che, nella loro isolata nicchia ecologica, gli indios non conoscevano, per i quali non avevano dunque difese immunitarie e che furono portati dagli europei. I quali non possono, evidentemente, essere considerati responsabili per questo: anzi, furono falcidiati a loro volta da malattie tropicali alle quali gli indigeni resistevano assai meglio. Giustizia vuole che si ricordi (cosa che si fa assai di rado), che l'espansione dell'uomo bianco al di fuori dell'Europa assunse spesso l'aspetto tragico di un'ecatombe, con una mortalità che - con certe navi, incerti climi, con certi autoctoni - raggiunse percentuali impressionanti.

Ignorando i meccanismi del contagio (Pasteur era ancora ben lontano...) anche uomini come Bartolomé de Las Casas - figura controversa della quale bisognerà parlare al di là degli schemi semplificatori - caddero nell'equivoco: vedendo quei popoli diminuire drasticamente, gettarono il sospetto sulle armi dei connazionali, mentre non erano, spesso, che i virus di costoro. E' un fenomeno di contagio micidiale osservato anche molto di recente tra tribù restate isolate nella Guyana francese e nell'Amazzonia brasiliana.

L'usanza spagnola di un «Jesùs!» detto come augurio a chi starnutisce nasce dal fatto che anche un semplice raffreddore (di cui lo starnuto è segnale) era spesso mortale per gli indigeni che non lo avevano mai conosciuto e per il quale, dunque, non avevano difese biologiche.

«Le pressioni ebraiche attraverso i media e le proteste di cattolici impegnati nel dialogo con l'ebraismo hanno avuto successo. La causa di beatificazione della regina di Castiglia, Isabella la Cattolica, ha ricevuto in questi giorni uno stop improvviso (...). La preoccupazione di non scatenare le reazioni degli israeliti, già irritati per la beatificazione dell'ebrea convertita Edith Stein e per la presenza di un monastero ad Auschwitz, ha favorito la decisione di una "pausa di riflessione" circa il prosieguo della causa della Serva di Dio, titolo cui Isabella I di Castiglia ha già diritto».

Così, in un articolo su il «Nostro Tempo», Orazio Petrosillo, informatore religioso de «il Messaggero». Petrosillo ricorda che lo stop vaticano è giunto malgrado ci sia già stato il giudizio positivo degli storici, basato su un lavoro di vent'anni che ha prodotto un totale di 27 volumi. «In tutto questo immenso materiale» dice il postulatore della causa, Anastasio Gutiérrez «non si è trovato un solo atto o detto della regina, sia pubblico che privato, che si possa dire in contrasto con la santità cristiana». Padre Gutiérrez non esita a definire «codardi quegli ecclesiastici che, intimoriti dalle polemiche, rinunciassero a riconoscere la santità della regina». Eppure, conclude Petrosillo, «l'impressione è che difficilmente la causa arriverà in porto».

Non si tratta di una notizia confortante: ancora una volta (per restare alla Spagna, Paolo VI - lo vedemmo - aveva bloccato la beatificazione dei martiri della guerra civile) si è creduto che le ragioni del quieto vivere fossero in contrasto con quelle della verità. La quale, in questo caso, è attaccata, con una virulenza che non rifugge dalla diffamazione, non solo dagli ebrei (cui, negli anni di Isabella, fu revocato il diritto di soggiorno nel Paese), ma anche dai musulmani (scacciati dal loro ultimo possesso in terra spagnola, a Granada), e infine da tutti i protestanti e gli anticattolici in genere, da sempre imbestialiti quando si parla di quella vecchia Spagna i cui sovrani avevano diritto al titolo ufficiale di Reyes católicos. Titolo che presero talmente sul serio che una secolare polemica identificò ispanismo e cattolicesimo, Toledo e Madrid con Roma.

Per quanto riguarda l'espulsione degli ebrei, sempre si dimenticano alcuni fatti: come quello che, già ben prima di Isabella, i sovrani di Inghilterra, Francia, Portogallo avevano preso la stessa misura, e tanti altri Paesi la prenderanno, per giunta senza quelle giustificazioni politiche che spiegano il decreto spagnolo, che pur fu un dramma per entrambe le parti.

Occorre ricordare (e già ne parlammo), che la Spagna musulmana non era affatto quel paradiso di tolleranza che hanno voluto dipingerci e che, assieme ai cristiani, anche gli ebrei subirono in quei luoghi periodici massacri. E' però più che provato che, dovendo scegliere tra due mali - Cristo o Maometto - gli israeliti parteggiarono sempre per quest'ultimo, agendo da quinta colonna a svantaggio dell'elemento cattolico. Da qui, un odio popolare che, unendosi al sospetto per coloro che avevano formalmente accettato il cristianesimo pur continuando in segreto a praticare l'ebraismo (los marranos), portò a tensioni che spesso degenerarono sanguinosamente in «matanzas» spontanee e continue alle quali le autorità cercavano invano di opporsi. L'ancora malfermo Regno, appena nato da un'unione matrimoniale tra Castiglia e Aragona, non era in grado di sopportare né di controllare una simile, esplosiva situazione, minacciato com'era - per giunta - da una controffensiva degli arabi che contavano sui musulmani, a loro volta spesso fintamente convertiti.

Alla pari di quanto avveniva in tutti i Regni dell'epoca, anche in Spagna la condizione giuridica degli ebrei era quella di "stranieri", temporaneamente ospitati senza diritto di cittadinanza. E di ciò anche gli israeliti erano perfettamente consapevoli: la loro permanenza era possibile sino a quando non avessero messo in pericolo lo Stato. Ciò che a parere non solo dei sovrani, ma anche del popolo e dei suoi rappresentanti si sarebbe a un certo punto verificato, a causa delle violazioni della legalità sia degli ebrei restati tali che di quelli solo formalmente convertiti e per i quali Isabella ebbe a lungo «una speciale tenerezza», tanto da mettere nelle loro mani quasi tutta l'amministrazione finanziaria, militare e persino ecclesiastica. Pare però che i casi di "tradimento" fossero divenuti così diffusi da non potere più permettere una simile situazione.

In ogni caso, come scrive la Postulazione della causa di santità di Isabella, «il decreto di revoca del permesso di soggiorno agli ebrei fu strettamente politico, di ordine pubblico e di sicurezza dello Stato: non ci si consultò affatto con il papa, né interessa alla Chiesa il giudizio che si voglia emettere al proposito. Un eventuale errore politico può essere perfettamente compatibile con la santità. Quindi, se la comunità israelitica di oggi volesse fare qualche querela, dovrà presentarla alle autorità politiche, ammesso che quelle attuali siano responsabili dei predecessori di cinque secoli fa».

Aggiunge la Postulazione (la quale, non si dimentichi, ha lavorato con metodi scientifici, con l'aiuto di una quindicina di ricercatori che, in venti anni, hanno esaminato oltre 100.000 documenti negli archivi di mezzo mondo): «L'alternativa, l'aut-aut "o convertirsi o uscire dal Regno", che sarebbe stata imposta dai Re Cattolici è una formula semplicistica, uno slogan volgare: nelle conversioni non ci si credeva più. L'alternativa proposta durante i molti anni di violazioni politiche della stabilità del Regno fu: "O cessate dai vostri crimini o dovrete uscire dal Regno"». A ulteriore conferma sta la precedente attività di Isabella in difesa della libertà di culto ebraica contro le autorità locali, con l'emanazione di un «seguro real» nonché con l'aiuto nell'edificazione di molte sinagoghe.

Significativo, comunque, che l'espulsione sia stata particolarmente consigliata dal confessore reale, quel diffamatissimo Tomàs de Torquemada, primo organizzatore dell'Inquisizione, il quale era però di origine ebraica. E significativo pure (a mostrare quanto la storia sia sempre complessa) che, allontanati dai ''Re cattolici'', seppure sotto la spinta popolare e per ragioni politiche anche di legittima difesa, le più ricche e influenti famiglie ebraiche chiesero e ottennero ospitalità al solo che gliela concedesse volentieri, sistemandoli nei suoi territori: il Papa... E può sorprendersi di ciò solo chi ignori che la Roma pontificia è la sola città del Vecchio Continente dove la comunità ebraica abbia avuto alti e bassi a seconda dei papi ma non sia mai stata espulsa, anche solo per breve tempo. Occorrerà attendere il 1944 e l'occupazione tedesca per vedere - più di 1600 anni dopo Costantino - gli israeliti dell'Urbe razziati e costretti alla clandestinità: e coloro che scamparono lo dovettero in maggioranza all'ospitalità concessa da istituzioni cattoliche, Vaticano in prima linea.

Ma la strada verso gli altari è preclusa a Isabella anche da coloro (numerosi, oggi, anche tra i cattolici) che hanno finito per accettare acriticamente quella «Leyenda negra» di cui abbiamo cominciato a parlare e che ci impegnerà ancora. Alla sovrana e al consorte, Ferdinando di Aragona, non si perdona di avere dato inizio a quel Patronado, negoziato col Papa, con cui si impegnavano all'evangelizzazione delle terre scoperte da Cristoforo Colombo, la cui spedizione avevano finanziato. Sarebbero i due «Reyes católicos», insomma, gli iniziatori del genocidio degli indios, compiuto brandendo da una parte una croce e dall'altra una spada. E coloro che sfuggirono al massacro sarebbero stati ridotti in schiavitù. Ma, anche qui, la storia vera ha cose diverse da dire rispetto alla leggenda.

Sentiamo, ad esempio, Jean Dumont: «La schiavitù per gli indiani è esistita, ma per iniziativa personale di Colombo, quando aveva i poteri effettivi di vice-re delle terre scoperte: dunque nei soli, primissimi stanziamenti nelle Antille, prima del 1500. Contro questa schiavitù degli indigeni (Colombo ne inviò molti in Spagna, nel 1496) Isabella la Cattolica reagì come aveva reagito facendo liberare, sin dal 1478, gli schiavi dei coloni nelle Canarie. Fece dunque riportare nelle Antille gli indios e li fece liberare dal suo inviato speciale, Francisco de Bobadilla il quale, per contro, destituì Colombo e l'inviò prigioniero in Spagna per i suoi abusi. Da allora, la politica adottata fu ben chiara: gli indiani sono uomini liberi, soggetti come gli altri alla Corona e devono essere rispettati come tali, nei loro beni come nelle loro persone».

E chi sospettasse che il quadro sia troppo idillico, leggerà utilmente il "codicillo" che, tre giorni prima di morire, nel novembre del 1504, Isabella aggiunse di suo pugno al testamento e che così, testualmente, dice: «Poiché, dal tempo in cui ci furono concesse dalla Santa Sede Apostolica le isole e terra ferma del mare Oceano, scoperte e da scoprire, la nostra principale intenzione fu di cercare di indurre i popoli di esse alla nostra santa fede cattolica e inviare là religiosi e altre persone dotte e timorose di Dio per istruire gli abitanti nella fede e dotarli di buoni costumi e porre in ciò lo zelo dovuto; per questo supplico il Re, mio signore, molto affettuosamente, e raccomando e ordino alla principessa mia figlia e al principe suo marito, che così facciano e compiano e che questo sia il loro principale fine e che in esso impieghino molta diligenza e che non consentano che i nativi e gli abitanti di dette terre acquistate e da acquistare ricevano danno alcuno nelle loro persone o beni, ma facciano in modo che siano trattati con giustizia e umanità e se alcun danno hanno ricevuto lo riparino».

E' un documento straordinario, che non trova alcun riscontro nella storia "coloniale" di alcun Paese. Eppure, nessuna storia è diffamata come questa che inizia da Isabella la Cattolica.

Bartolomé de Las Casas: è il nome che sembra inchiodare alle sue responsabilità la colonizzazione spagnola nelle Americhe. Un nome sempre tirato in campo, assieme alla più fortunata delle sue opere che ha un titolo che è già un programma: «Brevssima relaciòn de la destrucciòn de las Indias». Una "distruzione": se così uno spagnolo stesso, un frate domenicano, definisce la Conquista del Nuovo Mondo, come trovare argomenti che difendano quella impresa? Il processo non è forse chiuso, con definitivo verdetto negativo, per la colonizzazione iberica?

E, invece, no: non è affatto chiuso. Anzi, verità e giustizia impongono di non accettare acriticamente le invettive di Las Casas; per dirla con gli storici più aggiornati, è giunto il momento di farlo anche a lui una sorta dì "processo", a lui così furibondo nell'imbastirne ad altri.

Chi era, innanzitutto, Las Casas? Nacque a Siviglia nel 1474 dal ricco Francisco Casaus, il cui nome denuncia una origine ebraica. Alcuni studiosi, analizzando dal punto di vista psicologico la personalità complessa, ossessiva, "urlante", sempre bisognosa di puntare il dito contro dei "cattivi" di Bartolomé Casaus, divenuto padre Las Casas, si sono spinti addirittura a parlare di uno «stato paranoico di allucinazione», di una «esaltazione mistica con conseguente perdita del senso della realtà». Giudizi severi, difesi però da grandi storici, come Ramòn Menéndez Pidal.

E', questo, uno studioso spagnolo e, quindi, potrebbe essere sospettato di parzialità. Ma non è spagnolo, bensì statunitense di origini anglosassoni, docente di storia sudamericana in una università Usa, William S. Maltby che, nel 1971, ha pubblicato uno studio sulla "Leggenda nera", sulle origini del mito della crudeltà dei "papisti" spagnoli. Maltby, scrivendo tra l'altro che «nessuno storico che si rispetti può oggi prendere sul serio le denunce ingiuste e forsennate di Las Casas», conclude: «Tirando le somme, si deve dire che l'amore di questo religioso per la carità fu quantomeno maggiore del suo rispetto della verità».

Davanti a questo frate che, con le sue accuse, è all'origine della diffamazione della gigantesca epopea spagnola nel Nuovo Mondo, qualcuno ha pensato che (certo inconsciamente) giocassero anche le origini ebraiche. Quasi un emergere, insomma, dell'ostilità ancestrale contro il cattolicesimo, soprattutto di quello spagnolo, reo di avere allontanato gli israeliti dalla penisola iberica. Troppo spesso si fa storia dando per scontato che i suoi protagonisti si comportino sempre e solo in maniera razionale, non volendo ammettere (e proprio nel secolo della psicoanalisi!) l'influenza oscura dell'irrazionale, delle pulsioni nascoste ai protagonisti stessi. Può dunque ben darsi che neppure Las Casas sia sfuggito a un inconscio che (attraverso l'ossessivo diffamare i suoi connazionali, confratelli religiosi compresi) rispondesse a una sorta di occulta "vendetta".

Comunque sia, il padre di Bartolomé, quel Francisco Casaus, accompagnò Colombo nel suo secondo viaggio oltre Atlantico, fermandosi nelle Antille e dando conferma delle doti di abilità e di intraprendenza semitiche col crearsi una grande piantagione dove praticò quella schiavitù degli indios che, come abbiamo già visto, aveva contrassegnato il primissimo periodo della Conquista. E, almeno ufficialmente, quel periodo soltanto. Dopo gli studi all'università di Salamanca, anche il giovane Bartolomé parti per le Indie, dove raccolse la pingue eredità paterna, impiegando, sino ai 35 anni e oltre, quegli stessi metodi brutali che con tanto sdegno denuncerà in seguito.

Supererà, grazie a una conversione, questa fase, facendosi partigiano intransigente degli indios e dei loro diritti. Ascoltato dalle autorità della Madrepatria che, su sua insistenza, approveranno severe leggi di tutela degli indigeni, provocherà però un imprevisto "effetto perverso". Succederà infatti che i proprietari spagnoli, bisognosi di numerosa mano d'opera, non troveranno più conveniente utilizzare le popolazioni autoctone che qualche autore definisce oggi (rovesciando il luogo comune di crudeltà e arbitri) addirittura «sin troppo protette» e cominciarono a dar retta a quegli olandesi, inglesi, portoghesi, francesi che offrivano schiavi importati dall'Africa e catturati da arabi musulmani.

La tratta dei negri (colossale affare quasi interamente in mani islamiche e protestanti) interessò però solo marginalmente, quasi solo nelle isole dei Caraibi, le zone sotto dominio spagnolo. Basta viaggiare anche oggi in quelle regioni, restate, nella zona centrale e andina, a grande maggioranza india e, nella zona meridionale, tra Cile e Argentina, di popolamento quasi esclusivamente europeo: rari i neri, a differenza del Sud degli Stati Uniti, del Brasile, delle Antille inglesi e francesi.

Ma, seppure in numero ridotto rispetto alle zone sotto dominio di altri popoli, gli spagnoli cominciarono a importare africani anche perché ad essi non fu estesa subito la protezione degli indios, adottata sin da Isabella la Cattolica e poi sempre perfezionata. Quei neri potevano essere sfruttati (almeno nei primi tempi, ché anche per essi giungerà una legge spagnola di tutela, mentre nei territori inglesi non giungerà mai), mentre farlo con gli indios era illegale (e le audiencias, i tribunali dei vice-re spagnoli, spesso non scherzavano). Un effetto imprevisto e, dicemmo, "perverso", dell'accanita lotta condotta da Las Casas; il quale, va pur detto, se nobilmente si batté per gli indios, non altrettanto fece coi negri, per i quali, quando cominciarono ad affluire, catturati sulle coste africane dai musulmani e portati dai mercanti del Nord Europa, non sembra abbia avuto particolari attenzioni.

Per tornare alla sua conversione, determinata dalle prediche di denuncia degli arbitri dei coloni (tra i quali era egli stesso) pronunciate da religiosi - e ciò conferma la vigilanza evangelica esercitata dal clero regolare - fattosi prima prete e poi domenicano, Bartolomé dedicò il resto della sua lunga vita a perorare presso le autorità di Spagna la causa degli indigeni.

Occorre, anche qui, riflettere. Innanzitutto, sul fatto che il focoso religioso abbia potuto impunemente attaccare, e con espressioni terribili, il comportamento non solo dei privati ma pure delle autorità. Per dirla con l'insospettabile americano Maltby, critiche anche ben più blande non sarebbero state di certo tollerate dalla monarchia inglese, la quale avrebbe subito ridotto al silenzio l'imprudente contestatore. E questo perché (continua lo storico yankee, rovesciando un altro luogo comune) «a parte le questioni di fede, la libertà di parola fu prerogativa degli spagnoli durante il loro Secolo d'oro, come dimostra il fatto che gli archivi ci restituiscono tutta una gamma di accuse pronunciate in pubblico - e non represse - contro le autorità».

Ma, poi, si riflette ancor meno sul fatto che questo furibondo "contestatore" non solo non fu neutralizzato, ma divenne intimo dell'imperatore Carlo V, fu da lui nominato ufficialmente Protector General de todos los indios, fu invitato a presentare progetti che, discussi e approvati malgrado le forti pressioni contrarie, divennero legge nelle Americhe spagnole.

Mai, nella storia, un "profeta" (come Las Casas stesso si considerava) fu tanto preso sul serio da un sistema politico che invece ci dipingono tra i più oscuri e terribili.

Le denunce di Bartolomé de Las Casas, dunque, sono state prese radicalmente sul serio dalla Corona spagnola e l'hanno spinta a promulgare leggi severe a difesa degli indios e poi addirittura ad abolire l'encomienda, la concessione temporanea delle terre ai privati, con grave danno dei coloni.

Sentiamo Jean Dumont: «Il fenomeno Las Casas è esemplare in quanto porta una conferma del carattere fondamentale e sistematico della politica spagnola di protezione degli indiani. Il governo iberico, sin dal reggente Jiménez de Cisneros, nel 1516, non si mostra affatto offeso per le denunce - pur talvolta ingiuste e quasi sempre forsennate del domenicano. Non solo il padre Bartolomé non è fatto oggetto di alcuna censura, ma i monarchi e i loro ministri, con una straordinaria pazienza, lo ricevono, lo ascoltano, riuniscono delle giunte per studiare le sue critiche e le sue proposte e anche per varare, sulle sue indicazioni e raccomandazioni, l'importante provvedimento delle "Leggi Nuove". Ancor più: sono gli avversari di Las Casas e delle sue idee che la Corona riduce al silenzio».

L'imperatore, Carlo V, per dare maggiore autorità a questo protetto che pure diffama i suoi sudditi e funzionari, lo fa fare vescovo. E anche in base alle denunce del domenicano e di altri religiosi che, all'università di Salamanca, si crea una scuola di giuristi che elaboreranno il diritto internazionale moderno, sulla base fondamentale dell"'eguaglianza naturale di tutti i popoli" e dell'aiuto reciproco tra le genti.

Un aiuto del quale gli indios avevano particolarmente bisogno; come ricordavamo (ma come spesso non si ricorda) i popoli dell'America Centrale erano caduti sotto l'orribile dominio degli invasori aztechi, una delle genti più feroci della storia, con una fosca religione basata sui sacrifici umani di massa. Nelle solennità, che duravano ancora quando giunsero i Conquistadores a sbaragliarli, sulle grandi piramidi che servivano da altare si giunse a sacrificare agli dei aztechi sino a 80.000 giovani per volta. Le guerre erano determinate dalla necessità di procurarsi sempre nuove vittime.

Si accusano gli spagnoli di avere provocato un tracollo demografico che abbiamo visto essere dovuto in gran parte allo "choc virale". In realtà, senza il loro arrivo, la popolazione si sarebbe ridotta ancor più ai minimi termini, vista l'ecatombe che i dominatori facevano della gioventù delle popolazioni soggiogate. L'intransigenza, talvolta il furore dei primi cattolici sbarcati, sono ben spiegabili davanti a questa oscura idolatria nei cui templi scorreva sempre sangue umano.

Di recente, l'attrice americana Jane Fonda che tenta, dai tempi del Vietnam, di presentarsi come "politicamente impegnata" schierandosi a difesa di cause sbagliate, ha voluto adeguarsi al conformismo denigratorio che ha travolto anche non pochi cattolici. Se questi ultimi lamentano (incredibilmente, per chi un poco conosca che cosa fossero i "culti" aztechi) quella che chiamano «la distruzione delle grandi religioni precolombiane», la Fonda si è spinta ancora più in là, affermando che quegli oppressori «avevano una migliore religione e un migliore sistema sociale di quello imposto con la violenza dai cristiani».

Le ha replicato, su uno dei maggiori quotidiani, uno studioso anch'egli americano, ricordando all'attrice (e magari ai cattolici che piangono il "crimine culturale" della distruzione del sistema religioso azteco) quale fosse il rituale delle continue mattanze sulle piramidi messicane.

Eccolo: «Quattro preti afferravano la vittima scaraventandola sulla pietra sacrificale. Quindi, il Gran Sacerdote piantava il coltello sotto il capezzolo sinistro facendosi largo attraverso la cassa toracica, finché, rovistando a mani nude, non riusciva a strappare il cuore ancora pulsante e a metterlo in una coppa per offrirlo agli dèi. Dopodiché, i corpi venivano fatti precipitare dalle scale della piramide. Ad attenderli, al fondo, c'erano altri preti che incidevano ogni corpo sulla schiena, dalla nuca ai talloni, e ne strappavano la pelle in un unico pezzo. Il corpo scuoiato era preso da un guerriero che lo portava a casa e lo faceva a pezzi. I quali erano offerti agli amici, oppure questi erano invitati a casa per festeggiare con le carni della vittima. Le pelli, invece, conciate, servivano di abbigliamento alla casta sacerdotale».

Mentre così erano sacrificati i giovani e le giovani (a decine di migliaia ogni anno: il principio era che i cuori umani dovevano essere offerti senza interruzione alle divinità), i bambini erano precipitati nella voragine di Pantilàn, le donne non vergini erano decapitate, gli uomini adulti scorticati vivi e finiti poi con le frecce. E così via, con altre piacevolezze che verrebbe voglia di augurare a Jane Fonda (e a certi frati e clericali vari, oggi così virulenti contro i "fanatici" spagnoli) perché, provatele, ci dicano poi se davvero "il cristianesimo è peggio".

Solo un po' meno sanguinari erano gli incas, gli altri invasori che avevano ridotto in schiavitù gli indigeni più a Sud, lungo le Ande. Come ricorda uno storico: «I sacrifici umani erano praticati dagli incas per allontanare un pericolo, una carestia, un'epidemia. Le vittime erano di solito dei bambini, a volte degli uomini e delle vergini. Le vittime erano strangolate o sgozzate, a volte si strappava loro il cuore alla maniera azteca».

Tra l'altro, il regime imposto dai dominatori incas agli indios era un chiaro precursore del "socialismo reale" alla marxista. E, naturalmente, come ogni sistema di questo tipo, non funzionava, tanto che gli oppressi diedero una mano entusiasta per liberarsene ai pochi spagnoli giunti provvidenzialmente. Come nell'Europa Orientale del XX secolo, sulle Ande del XVI era vietata la proprietà privata; denaro e commercio non esistevano; l'iniziativa dei singoli era vietata; la vita privata era sottoposta a un duro regolamento di stato. E, tanto per dare un ulteriore tocco ideologico "moderno", precedendo in questo caso non solo il marxismo ma anche il nazismo, il matrimonio era permesso solo seguendo le leggi eugenetiche di stato, per evitare "contaminazioni razziali" e assicurare un razionale "allevamento umano".

A questo terribile scenario sociale, si aggiunga che nessuno, nell'America precolombiana, conosceva l'uso della ruota (se non per impieghi religiosi), né il ferro, né sapeva impiegare il cavallo. Il quale pare non fosse assente all'arrivo degli spagnoli, forse viveva in alcune zone allo stato brado, ma gli indigeni non conoscevano il modo di domarlo né avevano inventato i finimenti. Niente cavallo significava assenza anche di muli e di asini, così che - aggiungendovi la mancanza delle ruote - tutti i trasporti, in quelle zone montagnose, anche per la costruzione degli enormi palazzi e templi dei dominatori, erano fatti a spalle da torme di schiavi.

E' su queste basi che i giuristi spagnoli, nel quadro della "eguaglianza naturale di tutti i popoli", riconoscevano agli europei il diritto oltre che il dovere di aiutare genti che ne avessero bisogno. E non si può dire che non avessero bisogno d'aiuto gli indigeni precolombiani. Non si dimentichi che, per la prima volta nella storia, degli europei si confrontavano con culture tanto diverse e lontane. A differenza dì quanto faranno gli anglosassoni, che si limiteranno a sterminare quegli "alieni" che trovavano nel Nuovo Mondo, gli iberici raccolsero la sfida culturale e religiosa con una serietà che è una delle loro glorie.

Sulla colonizzazione spagnola nelle Americhe e su denunce come quelle di Las Casas (continuiamo il nostro discorso), è significativo quanto scrive il protestante Pierre Chaunu: «Ciò che deve stupirci non sono gli abusi iniziali, è semmai il fatto che siano stati tanto contrastati da una resistenza che veniva, a tutti i livelli - quelli della Chiesa, ma anche quelli dello Stato - da una profonda coscienza cristiana».

Così, opere come la «Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie» di fra Bartolomè furono utilizzate senza scrupoli dalla propaganda protestante e poi illuminista, mentre sono - per dirla ancora con Chaunu - «il più bel titolo di gloria della Spagna». Testimoniano, in effetti, della sensibilità al problema dell'incontro con un mondo del tutto nuovo e inatteso, sensibilità che sarà a lungo assente nel colonialismo prima protestante e poi "laico", gestito dalla brutale borghesia europea dell'Ottocento, ormai secolarizzata.

Abbiamo visto come, dalla Corona in giù, non solo non si prendano provvedimenti contro una contestazione come quella di Las Casas, ma si tenti di correre ai ripari con leggi che tutelino quegli indios dei quali il "contestatore" stesso sarà proclamato Protector General. Per dodici volte il frate varcherà l'Oceano per perorare presso il governo della Madrepatria la causa dei suoi protetti: e, sempre, sarà onorato e ascoltato e i suoi cahiers de doléances saranno passati a commissioni che ne trarranno leggi, oltre che a professori che daranno vita al moderno "diritto delle genti".

Siamo di fronte a un fatto inedito, che non ha esempi nella storia dell'Occidente: ed è tanto più sorprendente se si aggiunge che Las Casas non fu solo preso sul serio ma - probabilmente - fu persino preso troppo sul serio.

Dicemmo già, in effetti, di un sospetto - avanzato da chi ne ha indagato la psicologia - addirittura di uno "stato di allucinazione", di una "esaltazione mistica" in questo convertito. Per dirla con l'insospettabile americano William S. Maltby, «le esagerazioni di Las Casas lo espongono a un giusto e indignato ridicolo». O, per citare Jean Dumont: «Nessuno studioso che si rispetti può prendere sul serio le sue denunce estreme». Scegliendo ancora, ecco qui, tra i mille, il laicissimo Celestino Capasso: «Trascinato dalla sua tesi, il domenicano non esita a inventare notizie, precisando persino a 20 milioni il numero degli indios massacrati, o accogliendo per fondate notizie fantastiche, come l'uso dei conquistatori di farsi accompagnare da schiavi per il pasto dei cani da combattimento...».

Come dice Luciano Perena, dell'Università di Salamanca: «Las Casas si perde sempre in cose vaghe e imprecise. Non dice mai quando né dove si consumarono gli orrori che denuncia, né si cura di stabilire se costituiscano l'eccezione. Al contrario: contro ogni verità, lascia intendere che le atrocità sarebbero state il modo unico e abituale della Conquista». Per lui, personalità pessimista e ossessiva, il mondo è in bianco e nero. Da una parte i suoi malvagi connazionali, quasi belve scatenate; dall'altra parte gli indigeni, visti, testualmente, come «gente che non conosce sedizioni o tumulti», che è «del tutto sprovvista di rancore, di odio, di desiderio di vendetta». In questo senso, è tra i predecessori del mito del "buon selvaggio", caro agli illuministi del Settecento come Rousseau, e che continua ad agire in certo attuale, ingenuo terzomondismo secondo il quale tutti gli uomini sono santi, purché non siano europei o nordamericani: i soli, ovviamente, che nascano marchiati da una colpa imperdonabile.

Stupisce, in un frate, questa negazione del peccato originale, questa mancanza di realismo e anche di giustizia: da una parte starebbero degli angeli indifesi e dall'altra dei demoni spietati. Tra l'altro, quell'Hernán Cortés che mise fine al grande impero degli aztechi e che è presentato da Las Casas a tinte fosche (che pare non meritasse del tutto) era anche colui che dalle piramidi vide scendere il fiume di sangue umano delle vittime sacrificate. Mai un'impresa come quella di simili Conquistadores avrebbe potuto realizzarsi con le buone maniere: qui, poi, la durezza era considerata sacrosanta dagli spagnoli perché di quelle popolazioni "mitissime", secondo Las Casas, facevano pur parte gli aztechi - e poi gli incas, di cui si occuperà Francisco Pizarro - con quel loro "vizietto" di strappare il cuore a decine di migliaia di giovani.

Come tutti gli utopisti, Las Casas non superò la prova della realtà: tra i molti altri privilegi, il governo gli concesse di provare a mettere in pratica, in appositi territori messigli a disposizione, il suo progetto di evangelizzazione tutto "dialogo" e scuse. Ogni volta, finì col massacro dei missionari o nella loro fuga, incalzati dai cosiddetti "buoni selvaggi" muniti di temibili frecce avvelenate. Come sempre, i sogni, messi in pratica, si rovesciano in incubi.

Così, per dirla con il suo più recente biografo, Pedro Borgés, docente alla Complutense di Madrid, Bartolomé si rifugiò di nuovo nell'irrealismo, «predicando sempre non ciò che si poteva, ma ciò che si sarebbe dovuto fare». E comunque lo stesso Borgés che mette in guardia dal pensare che Las Casas sia il precursore di certa marxisteggiante "teologia della liberazione": da buon convertito, ciò che gli interessava era la salvezza eterna. La sua ossessione per gli indios non era per mettere al riparo i loro corpi, bensì per salvare le loro anime. Solo se presi nel verso giusto avrebbero accettato il battesimo, senza il quale sarebbero andati all'inferno sia essi che gli spagnoli. Siamo, dunque, all'opposto di chi oggi non vede che la dimensione orizzontale e che, quindi, nulla ha a che fare con il mistico Las Casas.

Comunque, come riconosce Maltby, «quali che fossero i difetti del suo governo, nessuna nazione della storia eguagliò la Spagna nella preoccupazione per la salvezza delle anime dei suoi nuovi sudditi». Fino a quando la corte di Madrid non fu inquinata da massoni e "illuminati", non si badò né a spese né a difficoltà per onorare gli accordi con il Papa, che aveva concesso i diritti del Patronato contro precisi doveri di evangelizzazione. I risultati parlano: grazie al sacrificio e al martirio di generazioni di religiosi mantenuti con larghezza dalla Corona, nelle Americhe si creò una cristianità che è ora la più numerosa della Chiesa cattolica e che, malgrado i limiti di ogni cosa umana, ha dato vita a una vivace fede "meticcia", incarnata nell'incontro vitale di diverse culture. Lo straordinario barocco del cattolicesimo latino-americano è il segno più evidente di come (malgrado gli errori e gli orrori) sia felicemente riuscita una delle più grandi avventure religiose e culturali. A differenza che nel Nord America, qui cristianesimo e culture precolombiane hanno dato vita a un uomo e a una società davvero nuovi rispetto alla situazione precolombiana.

Pur nelle sue esagerazioni, generalizzazioni illecite, invenzioni e diffamazioni, Las Casas è testimone importante di un Occidente non dimentico dei moniti evangelici. Abusivo fu isolarlo dal dibattito in corso allora nella penisola iberica, per strumentalizzarlo come arma da guerra contro il "papismo". Fingendo oltretutto di ignorare che, contro la Spagna, si utilizzava la voce di uno spagnolo (membro, tra l'altro, di un ordine nato in Spagna), ascoltato e protetto dal governo e dalla Corona di quella Spagna stessa.

«Arma cinica di una guerra psicologica», così Pierre Chaunu definisce l'uso che le potenze protestanti fecero dell'opera di Las Casas. Le redini dell'operazione antispagnola furono prese innanzitutto dall'Inghilterra; per ragioni politiche ma anche religiose, poiché in quell'isola il distacco da Roma di Enrico VIII aveva creato una Chiesa di Stato abbastanza potente e strutturata da porsi come capofila delle altre comunità riformate in Europa. La lotta inglese contro la Spagna fu vista così come la lotta del "puro Evangelo" contro "la superstizione papista".

Una parte importante in questa operazione di "guerra psicologica" fu giocata anche dai Paesi Bassi e dalle Fiandre, impegnati contro gli spagnoli. Fu proprio un fiammingo, Theodor De Bry, che disegnò le incisioni per accompagnare una delle tante edizioni fatte in terra protestante della «Brevissima Relazione»: disegni truculenti, dove gli iberici sono rappresentati mentre si danno a ogni sorta di sadiche efferatezze contro i poveri indigeni. Poiché queste del De Bry (il quale, naturalmente, lavorò di fantasia) sono praticamente le sole immagini antiche della Conquista, esse furono continuamente riprodotte e ancora adesso stanno, ad esempio, su molti manuali scolastici. Inutile dire quanto abbiano contribuito al formarsi della "Leggenda nera".

A proposito della quale - tanto per dare qualche altro elemento ai molti già elencati - va anche osservato che sempre si dimentica di riflettere su ciò che avvenne dopo il dominio spagnolo. Il Paese iberico, si sa, fu invaso da Napoleone e (malgrado quella tenace, invincibile resistenza popolare che fu il primo segno della fine per l'impero francese), dovette abbandonare a se stessi gli immensi territori americani.

Quando la stella napoleonica si eclissò e la Spagna riebbe il suo governo, era ormai troppo tardi per ristabilire oltre Oceano lo statu quo: furono inutili i tentativi di domare la rivolta dei "creoli", cioè della borghesia bianca ormai radicata in quei luoghi. Quei borghesi benestanti erano coloro che da sempre avevano relazioni tese con la Corona e il governo della Madrepatria, accusati di "difendere troppo" gli indigeni e di impedirne lo sfruttamento. Soprattutto, l'ostilità creola si dirigeva contro la Chiesa e in particolare contro gli ordini religiosi perché non solo vegliavano affinché fossero rispettate le leggi di Madrid a tutela degli indios ma anche perché (a partire da subito, prima ancora di Las Casas: la prima denuncia contro i Conquistadores risuonò nell'Avvento del 1511 in una chiesa dal tetto di paglia a Santo Domingo e la pronunciò padre Antonio de Montesinos) sempre si erano battuti affinché quella legislazione fosse continuamente migliorata. Si è forse dimenticato che le spedizioni armate per distruggere le reducciones dei gesuiti erano state organizzate dai proprietari spagnoli e portoghesi, quegli stessi che fecero pesanti pressioni sulle rispettive Corti e governi perché la Compagnia di Gesù fosse definitivamente soppressa?

Anche a causa di questa opposizione alla Chiesa, vista come alleata degli indigeni, l'élite creola che guidò la rivolta contro la Madrepatria era inquinata in profondità dal Credo massonico che diede ai moti di indipendenza il carattere di duro anticlericalismo - se non di anticristianesimo - che è continuato sino ai giorni nostri. Sino - ad esempio - al martirio dei cattolici nel Messico della prima metà del nostro secolo. I «Libertadores», i capi della insurrezione contro la Spagna, furono tutti alti esponenti delle Logge: del resto, proprio da quelle parti si formò alla ideologia liberomuratoria Giuseppe Garibaldi, destinato a diventare Gran Maestro di tutte le massonerie. Un'occhiata alle bandiere e ai simboli statali dell'America Latina rivela l'abbondanza di stelle a cinque punte, triangoli, piramidi, squadre e di tutto l'armamentario del simbolismo dei "fratelli".

Sta di fatto che, proprio in nome dei principi di fratellanza universale massonica e dei "diritti dell'uomo" di giacobina memoria, i creoli, non appena liberati dall'impaccio delle autorità spagnole e della Chiesa, poterono disfarsi anche dell'impaccio delle leggi di tutela per gli indios. Quasi nessuno dice l'amara verità: dopo il primissimo periodo (fatalmente duro per l'incontro-scontro di culture tanto diverse) della colonizzazione iberica, nessun altro periodo fu tanto disastroso per gli autoctoni sudamericani come quello che inizia agli albori del XIX secolo, con l'assunzione del potere da parte della borghesia sedicente "illuminata".

Al contrario di quanto vuol far credere la "leggenda nera" protestante e illuminista, l'oppressione senza limiti, il tentativo di distruzione delle culture indigene inizia con l'uscita di scena della Corona e della Chiesa. E' da allora, ad esempio (già ne parlammo nel frammento 205), che si inizia un'opera sistematica di distruzione delle lingue locali, per sostituirle con il castigliano, idioma dei nuovi dominatori che pur proclamavano di avere assunto il potere "in nome del popolo". Ma era un "popolo" costituito in realtà solo dalla esigua classe dei proprietari terrieri di origine europea.

Fu da allora che spuntarono quei provvedimenti, che mai erano stati presi durante il periodo "coloniale", per impedire il "meticciamento", la mescolanza razziale e culturale. Mentre la Chiesa approvava e incoraggiava i matrimoni misti, i governi "liberali" li contrastarono e spesso li vietarono del tutto. Si cominciò, cioè, a seguire l'esempio così poco evangelico delle colonie anglosassoni al Nord: anche qui, non a caso, era stata la massoneria a guidare la lotta per l'indipendenza. Si crea allora un fronte comune tra Logge dell'America Settentrionale e di quella Meridionale, prima per battere la Corona di Spagna e poi la Chiesa cattolica. Nasce anche così la dipendenza - che contrassegnerà tutta la storia che continua sino ad ora - del Sud nei riguardi del Nord. E' curioso: quei "progressisti" che inveiscono contro le colpe della colonizzazione cattolica spagnola e denunciano al contempo la sudditanza dell'America latina verso quella yankee, non sono evidentemente consapevoli che questa loro duplice protesta è contraddittoria: re di Spagna e papi furono, finché poterono, i grandi difensori dell'identità religiosa, sociale, economica delle zone "cattoliche". Il "protettorato" nordamericano è stato determinato anche dai criollos, i creoli, «i ricchi coloni che vollero scrollarsi di dosso autorità spagnole e religiosi per poter far meglio i loro comodi e i loro affari». Così Franco Cardini, il quale, a proposito dei nordamericani chiamati a soccorso (spesso occulto) dei "fratelli" in lotta contro Corona e Chiesa, aggiunge: «Si pensi alle porcherie che hanno accompagnato l'egemonizzazione dell'area panamense e la guerra di Cuba alla fine del XIX secolo; si pensi al costante appoggio americano offerto al governo laicista messicano, che da decenni mantiene una Costituzione che, nel suo dettato più che anticlericale, anticattolico, umilia e offende i sentimenti della maggior parte del popolo del Messico: e gli Usa hanno appoggiato banditi come Venustiano Carranza quando si è profilata la possibilità che qualcosa potesse cambiare. E non hanno mosso un dito durante la sanguinosa persecuzione anticattolica degli anni Venti». Oggi, si sa, il governo americano favorisce e finanzia il proselitismo di sette protestanti che, sradicando il popolo dalle sue tradizioni di quasi mezzo millennio, costituisce una grave violenza anche culturale.

Gli sforzi "razzisti" del dopo Spagna sono tragicamente simboleggiati dall'arte: mentre le due culture, prima, si erano meravigliosamente intrecciate, dando vita al capolavoro del barroco mestizo, il "barocco meticcio", si divisero di nuovo con l'arrivo al potere degli illuministi. Alla architettura straordinaria delle città coloniali e delle missioni si sostituì l'architettura solo di imitazione europea delle nuove città borghesi, dove per i poveri indios non c'era più alcun posto.