DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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No condom, siamo farmacisti cattolici. Scoppia il caso al Fatebenefratelli polemica sull'obiezione di coscienza anti-preservativi per motivi religiosi

Non vende preservativi la farmacia cattolica più famosa di Roma. Nel giorno in cui la pillola abortiva Ru486 può essere distribuita e richiesta dalle farmacie ospedaliere, si innesta la polemica sull'obiezione di coscienza sui condom. Roma è piena di farmacie. E i profilattici si possono acquistare anche al supermercato, dal tabaccaio, presso i distributori automatici. Ma qualcuno, ieri, ha deciso di comprarli proprio nella farmacia all'Isola Tiberina attigua all'ospedale Fatebenefratelli, gestito dalla Casa Generalizia dell'Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio, noto a Roma come l'«ospedale dei frati», dove si fa a gara per partorire. Chissà se immaginavano anche la risposta quando hanno chiesto «una scatola di condom».


E da dietro al bancone si sono sentiti dire «non li abbiamo, siamo una farmacia cattolica». La notizia «non si vendono preservativi per motivi religiosi» ha fatto il giro. Anche se non è da un giorno che la farmacia dei frati non vende condom. Ma ne è seguito lo stesso un putiferio. Tra i primi a scagliarsi contro la «politica di vendita» il presidente del Codacons Carlo Rienzi: «Questa farmacia va boicottata. È una follia». Per l'immuno-infettivologo Fernando Aiuti, presidente della commissione Politiche sanitarie del Comune: «L'etica deve prevalere sulla religione. I preservativi non sono un anticoncezionale ma prevengono malattie sessualmente trasmissibili quindi non ci si può rifiutare di venderli». E c'è chi valuta la possibilità di denunciare i titolari della farmacia, visto che «è illegale non vendere condom».


Pronta alla mobilitazione anche Anlaids. Per Fabrizio Marrazzo di Arcigay è «una scelta scellerata». «È intollerabile che una farmacia si rifiuti di venderli», afferma Giovanni Russo medico al reparto di Malattie Infettive al Policlinico Umberto I che collabora con Anlaids «Ogni anno in Italia ci sono 4.000 nuovi casi di Hiv e soprattutto a Roma aumenta la sieropositività tra gli eterosessuali». Le associazioni ricordano che «il preservativo è un presidio sanitario nazionale e i farmacisti non dovrebbe essere consentito di rifiutarsi di venderlo». Ma per i farmacisti si tratta di una polemica strumentale. «I preservativi sono sanitari, non sono farmaci. Si trovano dappertutto, non solo in farmacia, si tratta di un prodotto facilmente reperibile. La denuncia sulla mancata vendita di preservativi in una famracia romana «mi sembra strumentale» ha detto il presidente dell'Ordine dei farmacisti di Roma, Emilio Croce. In provincia di Cosenza, a Diamante, un'altra farmacia si era già rifiutata di vendere condom.


Grazia Maria Coletti

02/04/2010



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L’Aids non si ferma con il condom. Il condom riduce o incrementa la diffusione dell’AIDS?

L’Aids non si ferma con il condom


di Antonio Gaspari

ROMA, venerdì, 5 marzo 2010 (ZENIT.org).- “Il Papa ha ragione! L’Aids non si ferma con il condom”: è questo il titolo del saggio scritto da Cesare Davide Cavoni e Renzo Puccetti e pubblicato dall’editrice "Fede & Cultura".

Il libro ricostruisce in maniera precisa l'ennesimo caso di disinformazione che nel marzo del 2009, nel corso del suo primo viaggio in Africa, ha coinvolto il Pontefice Benedetto XVI. Al centro delle polemiche allora c'erano il condom e l'Aids.

Nella prima parte del volume viene ricostruita la cronaca di come e perché le parole del Papa sono state prima inascoltate e poi travisate; mentre nella seconda parte vengono riportati gli studi scientifici che attraverso i dati pubblicati nella letteratura medica internazionale mostrano che il profilattico non solo non è la soluzione dei mali del continente africano, ma addirittura che la distribuzione a pioggia di preservativi porta a condotte che aggravano ancora di più il problema.

Nella prefazione Francesco Agnoli sottolinea che il vero problema in Africa è culturale e cioè “la concezione dell’uomo e della donna” e che questa non si può risolvere con “una maggiore o minore disponibilità di caucciù”.

Si chiede Agnoli: possono bastare camionate di preservativi, con il loro indice, per quanto basso di fallibilità, a cambiare il modo di pensare di un continente? Serviranno a ridare alla donna e al rapporto coniugale la loro dignità e grandezza? Presentare il preservativo come la ricetta contro l’Aids non significa forse proporre una falsa sicurezza, che finisce alla lunga per determinare un aumento dei contagi?

Nel volume Cesare Cavoni scrive: “la Chiesa è da molto impegnata a far fronte all’emergenza generata dal sorgere del virus ma, nello stesso tempo, ha l’ardire di affermare che uno dei metodi da molti considerato ineludibile per impedire il contagio, è in realtà un mezzo non solo fallace ma addirittura peggiorativo della situazione”.

Mentre il dott. Renzo Puccetti spiega: “se davvero si è convinti che mediante la diffusione dei preservativi si possa efficacemente contrastare l’epidemia nel continente africano, allora paesi e istituzioni internazionali avrebbero il dovere di provvedere ad una massiccia intensificazione della quantità di condom donati all’Africa”.

Dagli studi di due ricercatori, James Shelton e Beverly Johnston, apparsi sulla rivista British Medical Journal nel 2001 risulta infatti che nel 1999, 724 milioni di preservativi, di cui oltre 500 milioni derivanti dalle donazioni estere, sono stati messi a disposizione dei paesi sub-africani, dove vivono i due terzi dei 33,2 milioni di persone colpite nel mondo dall’HIV.

È stato calcolato che tale cifra corrisponde ad una provvista annuale di 4,6 preservativi per ogni uomo che vive nella regione di età compresa tra i 15 e i 59 anni. Ipotizzando per ciascuno di essi un rapporto sessuale a settimana, è abbastanza facile comprendere come il numero di preservativi messi a disposizione sia del tutto insufficiente ad assicurare quel livello di protezione che il Papa avrebbe minacciato con le sue parole.

L’insufficienza della copertura della popolazione mediante preservativi è confermata dal rapporto tecnico finale di un gruppo di esperti che sotto l’egida dell’organizzazione inter-governativa Southern African Development Community si è riunita a Maseru, in Lesotho, dal 10 al 12 maggio 2006. Secondo tale rapporto il condom maschile è assicurato solamente al 19% della popolazione sub-sahariana.

L’inefficacia del profilattico è dimostrata da un rapporto pubblicato dalle autorità sanitarie del Distretto di Columbia in cui si scopre che nella capitale degli Stati Uniti, dove l’accesso ai preservativi è indiscutibilmente oltremodo ampio e senza interruzioni, la percentuale di adolescenti e adulti sieropositivi per l’HIV è pari al 3%, un livello nettamente superiore a quell’1% che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera la soglia oltre la quale si può parlare di epidemia.

La prevalenza individuata a Washington, seppure anche frutto di un miglioramento della rete diagnostica e delle possibilità terapeutiche, è paragonabile a quella dell’Uganda e di certe zone del Kenia, dove il numero di preservativi disponibili non è certo equivalente.


Il condom riduce o incrementa la diffusione dell’AIDS?


di Renzo Puccetti*

ROMA, domenica, 7 marzo 2010 (ZENIT.org).- E’ sempre più evidente la scarsa efficacia della promozione del preservativo come misura sostanziale di prevenzione dall’HIV a livello di popolazione generale.

Il problema che si pone è se oltre ad essere scarsamente efficace la diffusione di profilattici può diventare oggetto di maggiore diffusione dell’AIDS come denunciato da scienziati, medici, educatori e dallo stesso Pontefice Benedetto XVI.

In fin dei conti, una cosa è un intervento inutile, cosa ben diversa è un intervento nocivo. In quale modo adoperarsi per la diffusione dei preservativi, anziché attenuare, potrebbe “aumentare il problema”?

Una tale evenienza potrebbe attuarsi se in questo campo gli eventi seguissero la linea prevista dalla teoria del risk homestasis (omeostasi del rischio), conosciuta anche come risk compensation (compensazione del rischio), o anche come effetto Peltzman, dall’economista, che ne scrisse negli anni‘70.[1]

In base a tale teoria le persone effettuano determinati comportamenti sulla base di un livello di rischio percepito come accettabile. L’introduzione di un qualsiasi presidio che abbassi la percezione del rischio comporterà l’adozione di comportamenti più rischiosi, tali da portare ad una compensazione del rischio percepito e possibilmente anche ad una super-compensazione del rischio reale.[2]

La compensazione del rischio è un elemento tenuto in considerazione dagli esperti quando si tratta di analizzare l’impatto sull’incidenza dell’HIV di pratiche come la circoncisione maschile, o la somministrazione di farmaci antiretrovirali a scopo preventivo.[3]

La stessa organizzazione UNAIDS sembra essere al corrente del problema, dal momento che tale evenienza è espressamente citata, all’interno delle linee guida etiche nei protocolli di ricerca sulla prevenzione dell’AIDS, tra le attenzioni che i ricercatori devono avere quando svolgono programmi di prevenzione per l’HIV.[4]

Quando però si tratta di applicare le stesse preoccupazioni al condom, dal campo delle grandi agenzie della salute e di molti potentati scientifici inspiegabilmente si levano delle nebbie misteriose.

Secondo lo schema della compensazione del rischio la promozione del preservativo potrebbe condurre ad un indebolimento dell’autocontrollo delle persone con conseguente maggiore diffusione di comportamenti sessuali a rischio d’infezione.

Vi sono indizi di una tale possibilità? La risposta consentita dalle conoscenze attuali è affermativa: che la diffusione del condom possa condurre ad un incremento compensatorio dei comportamenti a rischio è una possibilità che le attuali evidenze non possono escludere.

Nel 2000, proprio sulla rivista The Lancet, comparve un articolo che raggiunse una certa notorietà tra gli addetti ai lavori.

Gli autori mettevano in guardia nei confronti della possibilità che l’affidarsi al preservativo potesse essere di gran beneficio teoricamente, ma al dunque non raccogliere gli effetti previsti sul campo, allo stesso modo di come l’introduzione delle cinture di sicurezza non aveva portato alla riduzione auspicata del numero di morti sulle strade.[5]

Nel 2003, ad un meeting organizzato dal Presidential Avisory Council on HIV/AIDS, il professor Hearst presentò una serie di dati longitudinali che mostravano come l’incremento della vendita di preservativi in Kenia, Botswana, Camerun, si accompagnava ad un parallelo incremento della sieroprevalenza da HIV.[6]

Anche valutazioni trasversali hanno mostrato nelle nazioni sub-sahariane la correlazione positiva tra l’uso del preservativo e i tassi di prevalenza d’infezione da HIV; cioè nei paesi dove più si usa il preservativo, maggiore è il tasso di diffusione dell’AIDS nella popolazione.[7]

È importante precisare che la presenza di una correlazione statisticamente significativa tra due fattori non ne stabilisce affatto un rapporto di dipendenza causale. Teoricamente la vendita dei preservativi potrebbe tendere a concentrarsi nelle nazioni dove più è diffusa l’epidemia.

Che l’uso del preservativo si associ ad un maggiore tasso di HIV e di AIDS non è però una caratteristica africana.

In un contributo personale redatto insieme alla professoressa Di Pietro pubblicato dal British Medical Journal, è stato dimostrato che la correlazione tra preservativo e HIV è presente anche negli Stati Uniti.[8]

Poiché vi sono dati che indicano come in occidente il condom è impiegato più con finalità contraccettive che protettive,[9] è più probabile che nell’associazione tra condom e HIV il maggiore uso del preservativo preceda l’incremento dell’HIV e non viceversa.

In uno studio d’intervento attuato in Uganda è stato dimostrato che una più aggressiva campagna di promozione dell’uso del condom si associa al contatto sessuale con un numero maggiore di partner.[10]

In controtendenza rispetto a questi dati sono i risultati di una meta-analisi che ha valutato l’effetto sui comportamenti sessuali degli interventi atti a promuovere la riduzione del rischio.

Secondo i risultati di questo studio tali interventi, compresi quelli che promuovono l’uso del condom, non si associano a variazioni significative, né in un senso, né nell’altro, dei comportamenti a rischio.[11]

Tale studio, ha però preso in evidenza non la mera distribuzione dei preservativi, ma programmi, quasi sempre integrati, comprendenti anche di interventi di educazione alle nozioni di fedeltà.

È altresì di recente pubblicazione una revisione della letteratura che conferma invece la presenza di comportamenti disinibitori a seguito degli interventi di profilassi della malattia.[12]

Risultati discordanti di questo genere possono essere spiegati dalla diversa selezione degli studi e dal diverso processo di analisi dei dati.

[Per approfondire l'argomento si legga di Cesare Davide Cavoni e Renzo Puccetti, “Il Papa ha ragione! L’aids non si ferma con il condom” (edizioni Fede & Cultura)]

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* Il dott. Renzo Puccetti è specialista in Medicina Interna e segretario del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa-Livorno.



1) Peltzman, S. The Effects of Automobile Safety Regulation. Journal of Political Economy. 1975; 83: 677-725.

2) Tazi-Preve I, Roloff J. Abortion in West and East Europe: problems of access and services, in CICRED Seminar on Reproductive Health, Unmet Needs, and Poverty: Issues of Access and Quality of Services, Bangkok, 25-30 November 2002.http://www.cicred.org/Eng/Seminars/Details/Seminars/Bangkok2002/32BangkokTazi&Rolof.pdf (ultimo accesso del 08-07-2009). Vedi pure Levine PB. The Sexual Activity and Birth Control Use of American Teenagers. In: Jonathan Gruber, editor. Risky Behavior among Youths: An Economic Analysis (National Bureau of Economic Research Conference Report). Cambridge MA: University of Chicago Press 2001: 167-218.

3) Mastro TD, Cates W Jr, Cohen MS. Antiretroviral Products for HIV Prevention: Looking toward 2031.

http://www.fhi.org/NR/rdonlyres/eelhp77qb7vtrhcrzdc6z2sevegzymnhha7nz4iuobbmjdwxq2tmyqlpnq5avb5wkabzqhsjenf5wd/arvproductsforprevention.pdf (ultimo accesso del 08-07-2009).

4) UNAIDS/WHO. Ethical considerations in biomedical HIV prevention trials.

http://data.unaids.org/pub/Report/2007/JC1399_ethical_considerations_en.pdf (ultimo accesso del 08-07-2009).

5) 74 Richens J, Imrie J, Copas A. Condoms and seat belts: the parallels and the lessons. Lancet. 2000; 355(9201): 400-3.

6) Hearst N, Chen S. Condom Promotion for AIDS Prevention in the Developing World: Is it Working?

http://www.pacha.gov/meetings/presentations/p0803/p0803.html (ultimo accesso 4-7-2009).

7) Green EC. New Evidence Guiding How We Conduct AIDS Prevention. Presentation to the Manhattan Institute, Jan 9, 2008. http://www.harvardaidsprp.org/research/green-manhattan-institute-lecture-010908.pdf.

8) Puccetti R, Di Pietro ML. Catholic Magisterium and scientific community: possible dialogue on the bridge of numbers. British Medical Journal. 2 Apr. 2009. [letter] http://www.bmjcom/cgi/eletters/338/mar25_1/b1217.

9) Stigum H, Magnus P, Veierød M, Bakketeig LS. Impact on sexually transmitted disease spread of increased condom use by young females, 1987-1992. Int J Epidemiol. 1995; 24(4): 813-20.

Vedi pure Faílde Garrido JM, Lameiras Fernández M, Bimbela Pedrola JL. Sexual Behavior in a Spanish Sample Aged 14 to 24 Years Old. Gaceta Sanitaria. 2008; 22:6: 511-9.

10) Kajubi P, Kamya MR, Kamya S, Chen S, McFarland W, Hearst N. Increasing condom use without reducing HIV risk: results of a controlled community trial in Uganda. J Acquir Immune Defic Syndr. 2005; 40(1): 77-82.

11) Smoak ND, Scott-Sheldon LA, Johnson BT, Carey MP. Sexual risk reduction interventions do not inadvertently increasethe overall frequency of sexual behavior: a meta-analysis of 174 studies with 116,735 participants. J Acquir Immune Defic Syndr. 2006; 41(3): 374-84.

12) Eaton LA, Kalichman S. Risk compensation in HIV prevention: implications for vaccines, microbicides, and other biomedical HIV prevention technologies. Curr HIV/AIDS Rep. 2007; 4(4) :165-72.

L’astinenza insegnata ai ragazzini funziona, più dei preservativi. La rivincita dei programmi voluti da Bush e bocciati da Obama

Tratto da Il Foglio del 3 febbraio 2010

“L’amore verrà, l’amore verrà, ogni cosa a suo tempo”, cantavano Diana Ross e le Supremes nei lontani Sixties.

Concetto semplice ma sempre meno popolare nell’America in cui sesso precocissimo e gravidanze adolescenziali sono calamità nazionali, invano fronteggiate a suon di educazione sessuale dalla più tenera età e di propaganda sull’uso di preservativi. Ieri, però, il Washington Post raccontava in un lungo articolo i buoni risultati di un programma di incoraggiamento all’astinenza, finanziato con fondi federali e condotto dall’Università della Pennsylvania sui ragazzini della sesta e settima classe elementare (corrispondenti alla prima e seconda media italiane).

Otto ore complessive di lezioni sui vantaggi di non bruciare le tappe, abbinati a giochi di ruolo incentrati sul tema “come resistere alle pressioni per avere rapporti sessuali”: sono alcune delle strategie messe in campo dal programma, che secondo i ricercatori responsabili, intervistati dal Washington Post, “è in grado di convincere una percentuale significativa di ragazzini a ritardare l’attività sessuale”.

Lo studio ha coinvolto 662 studenti afroamericani, provenienti da quattro scuole pubbliche di una città del nord est degli Stati Uniti, ed è durato tre anni, dal 2001 al 2004. Tirando le somme, si è vistoche solo un terzo degli alunni che avevano completato quello che per brevità possiamo chiamare “corso di astinenza” ha avviato esperienze sessuali nei due anni successivi, mentre tra gli studenti che avevano frequentato altre classi – comprese quelle nelle quali viene somministrata l’educazione sessuale classica, incentrata su “sesso sicuro” e contraccezione – la percentuale di chi ha inaugurato esperienze sessuali nei due anni successivi sale al cinquanta per cento. La novità e che per la prima volta sono stati messi a confronto un programma incentrato sull’astinenza e qulli basati su strategie alternative, e i soggetti coinvolti sono stati seguiti per un periodo prolungato di tempo.

La ricerca, pubblicata negli Archives of Pediatric & Adolescent Medicine, cambia qualche carta in tavola, dopo che, nel maggio dello scorso anno, il presidente Barack Obama aveva annunciato il taglio dei fondi pubblici destinati ai programmi di astinenza sessuale tra i giovani, fortemente voluti e promossi dal suo predecessore alla Casa Bianca, e accusati dalla nuova Amministrazione di essere molto costosi e molto inefficaci. Al loro posto, Obama ha voluto “iniziative di prevenzione, anche religiose e di comunità, delle gravidanze dei teenager”, che dimostrassero efficacia “scientifica” e nelle quali l’educazione all’uso degli anticoncezionali è la finalità principale. Ma adesso, ha detto Robert Rector, responsabile di ricerca della Heritage Foundation, che aveva elaborato, all’epoca di Bush, i criteri per il finanziamento federale dei programmi sull’astinenza, il nuovo studio “abbatte il principale argomento di opposizione a quei programmi”. Lunedì è stato proposto dall’Amministrazione Obama che dall’iniziale finanziamento di 114 milioni di dollari, il programma di prevenzione delle gravidanze tra le teenager possa arrivare a 183 milioni. E ora, scrive il WP, anche critici di lunga data della politica basata sull’astinenza dicono che i risultati del programma dell’Università della Pennsylvania, “forniscono la prova evidente che tali programmi possono funzionare” e che meritano di essere finanziati. (nic. til)

La pillola indebolisce le ossa? Due anni di anticoncezionali orali, soprattutto se a basso dosaggio, riducono la densità ossea di quasi il 6 per cento

MILANO - Non hanno ancora trent’anni, ma la forza delle loro ossa è minacciata dalla pillola che prendono ogni giorno per evitare gravidanze indesiderate. E se l’effetto è già evidente dopo due anni di cure, in un’età giovanile cruciale per l’accumulo di tessuto osseo, c’è da temere che le donne possano arrivare alla menopausa con riserve davvero scarse per fronteggiare l’osteoporosi in agguato dopo la boa dei 50. A lanciare l’allarme è Delia Scholes, in uno studio finanziato dai National Institutes of Health statunitensi e pubblicato sul numero di gennaio della rivista Contraception.

LO STUDIO - I ricercatori dell’istituto di ricerca del Group Health Cooperative di Seattle, dopo aver chiesto a oltre 600 giovani donne dai 14 ai 30 anni se prendevano o avevano preso la pillola in passato, in quale formulazione e per quanto tempo, hanno misurato la densità delle loro ossa in generale, a livello dell’anca e della colonna vertebrale. «Nelle adolescenti fino a diciotto anni» spiega la ricercatrice «non abbiamo notato nulla di particolare. Ma a partire dai 19 anni, le donne che riferiscono di aver fatto uso della pillola tendono ad avere una densità ossea a livello della colonna vertebrale tanto più bassa quanto più lungo è durato il trattamento contraccettivo: l’effetto maggiore si registra tra coloro che hanno utilizzato la pillola per più di 2 anni, le quali presentano una densità ossea inferiore quasi del 6 per cento rispetto a quelle che non l’hanno mai presa». L’effetto poi è ancora più marcato tra chi prendeva prodotti a basso contenuto di estrogeni.

I COMMENTI - «Il lavoro sembra confermare altre segnalazioni precedenti, condotte su gruppi meno numerosi» spiega Luigi Gennari, ricercatore presso l’Università di Siena. «Una donna che prende la pillola non riceve gli stessi stimoli ormonali che esistono in natura, soprattutto i picchi di estrogeni che si verificano fisiologicamente ogni mese». Nessuno sa se questo effetto è reversibile, una volta interrotto il trattamento, né quali possano essere le sue conseguenze a lungo termine. «Occorre tener conto» commenta la ricercatrice statunitense, «che dopo la menopausa una riduzione della densità ossea del 5 per cento si associa a un rischio di frattura aumentato del 50 per cento». Che fare, dunque? «Chi già ha familiarità per l’osteoporosi, alla luce di questo dato, potrà prestare più attenzione ad assumere un adeguato apporto di calcio, a svolgere una regolare attività fisica, a non fumare» prosegue Gennari. «Anche se nel lavoro ci sono dei limiti metodologici che non permettono ancora di ricavarne conclusioni certe». «Il fatto che i ricercatori statunitensi hanno per così dire “fotografato” la situazione delle ossa in un determinato momento» interviene Carmine Nappi, direttore del Dipartimento di scienze ostetrico-ginecologiche, urologiche e medicina della riproduzione dell’Università degli studi Federico II di Napoli. «L’associazione fra uso di contraccettivi e bassa densità ossea potrebbe quindi avere un nesso causale, tanto più che solo 18 pazienti sulle 195 nella fascia di età maggiore, quella in cui il risultato era significativo, facevano uso della pillola al momento dello studio. Il fatto poi che le pazienti fossero pagate per sottoporsi all’esame, fa sospettare che si tratti di un gruppo a basso reddito, con un’alimentazione piuttosto “povera”: l’assunzione giornaliera di calcio riferita dalle pazienti, circa 1 g al giorno, è al limite della dose raccomandata». Lo scetticismo di Nappi si spiega anche col fatto che i risultati ottenuti in questo campo dal suo gruppo di ricerca vanno in tutt’altra direzione, mostrando piuttosto un’azione protettiva degli anticoncezionali ormonali sulle ossa.

GLI STUDI ITALIANI - «Innanzi tutto i nostri lavori, pubblicati sulla stessa rivista dei colleghi di Seattle, sebbene condotti su un minor numero di donne erano di tipo “prospettico”, e quindi più affidabili dal punto di vista scientifico: abbiamo cioè arruolato le pazienti nel momento in cui cominciavano a utilizzare il contraccettivo e le abbiamo seguite per un anno» spiega Nappi. «Abbiamo così osservato che tanto la pillola con 30 microgrammi di etiniletradiolo che quella con 20 microgrammi non modificano dopo 12 mesi la densità minerale ossea, che le nuovissime pillole con il progestinico drospirenone si comportano altrettanto bene di quelle più vecchie e che il cerotto contraccettivo e l’anello vaginale non differiscono a questo riguardo dalla contraccezione orale». Inoltre i ricercatori napoletani, oltre a valutare la densità ossea prima e dopo lo studio, hanno dosato nel sangue delle pazienti alcuni marcatori del riassorbimento osseo: osservando che i contraccettivi ormonali sono in grado di ridurre i livelli di queste sostanze, hanno dimostrato che inibiscono il riassorbimento, cioè l’indebolimento, dell’osso. «Le discrepanze tra i nostri lavori e quello condotto oltreoceano» prosegue Nappi, «possono essere dovute al fatto che i nostri studi si sono fermati a un anno mentre gli autori statunitensi notano differenze visibili dopo due anni. Inoltre potrebbero esserci differenze nella popolazione, oltre alla diversa impostazione dei lavori». C’è un punto debole in particolare, secondo l’esperto napoletano, nello studio della Scholes: il dato che le pazienti più giovani, cioè quelle che stanno “creando” il proprio patrimonio osseo e che quindi dovrebbero essere più suscettibili, sono invece quelle che non risentono del trattamento».

Roberta Villa
Corriere della sera 24 gennaio 2010