DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
La morale laica non può avere un fondamento razionale
Besançon: la chiesa non compie svolte laiche, la sua morale è occidentale
chiesa, Alain Besançon, da studioso dell’iconoclastia
che segnò la chiesa d’oriente,
insiste sul senso storico e ricorda il cristianesimo
latino, che fu cattolico prima,
cioè universale, e poi protestante. “L’occidente
è la frontiera che unisce le ultime linee
gotiche all’est, dalla Finlandia all’Adriatico,
passando per il Baltico, la Polonia,
l’Ungheria e la Croazia. Oltre questa
linea c’è il mondo musulmano e quello ortodosso”.
Lo storico insiste sull’eredità latina,
perché non condivide il così detto
movimento della doxa moderna. “E’ assurdo
pensare che esista una morale cristiana,
un’arte cristiana”, dice al Foglio. “E’
un’idea nata con la riforma. In realtà, il
cristianesimo non fa che riprendere la morale
naturale, greca e latina, rinnovata dagli
stoici; segue la morale romana coi suoi
principi – ‘honeste vivere, neminem laedere,
suum cuique tribuere’ – fornendo solo
nuovi mezzi per realizzarla”.
Inutile dunque, dice, lambiccarsi il cervello
con l’idea di una “svolta laica” della
chiesa di Roma e di un suo attuale allineamento
all’occidente, di cui sarebbe prova
l’abbandono dello schermo del peccato in
fatto di pedofilia, con la scelta della denuncia
immediata dell’illecito, come ha
scritto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere
della Sera di ieri: “Quando tutto ciò
che pertiene alla sfera sessuale è permesso
fra adulti consenzienti, si alza un’immensa
ondata di indignazione contro la
pedofilia, che diventa la colpa suprema,
mentre è un reato relativamente recente.
Un tempo, l’aborto era considerato ben
più grave: a Strasburgo veniva punito infilando
le madri in una gabbia per poi gettarle
nel fiume”. Il termine pedofilia, inoltre,
induce a confusione: “Raramente i
preti hanno a che fare con le mostruosità
praticate nelle famiglie dove padri e nonni
abusano di infanti. I preti probabilmente
hanno a che fare con adolescenti; ma
nessuno sa se di penetrazione si tratta, e
di che tipo, oppure di altri atti. Un vescovo
tedesco si è dimesso per aver dato,
trent’anni fa, due ceffoni a un bambino. E’
assurdo. Oggi se un marito uccide sua moglie,
prende sei anni di galera ed esce dopo
tre, mentre un pedofilo viene condannato
a quindici anni di reclusione. E’ un
fenomeno di società, non di diritto”.
Eppure, un lettore che conosca autori
come Orhan Pamuk, sa che un turco o un
musulmano non sembrano altrettanto sensibili
al tabù della pedofilia; forse non
hanno verso il bambino lo stesso rispetto
che nutre un occidentale, erede della cultura
cristiana? “Quando ero professore a
Tunisi – risponde Besançon – in effetti, il
mio droghiere si prendeva un bambinello
per il suo piacere. Nessuno ne parlava, era
considerato normale. E’ vero, il cristianesimo
ha innovato nei confronti di altre civiltà
sul piano del rispetto della persona.
Ma sul fondo della morale veterotestamentaria,
della morale degli stoici, che fecero
moltissimo per migliorare ad esempio la
sorte degli schiavi. Diciamo che il cristianesimo
riconosce l’eguaglianza ontologica
degli esseri umani, mentre l’islam insiste
sulla differenza ontologica tra uomo e donna,
tra liberi e schiavi, tra fedeli e infedeli”.
La chiesa, però, oggi è sotto accusa perché
agisce come se i preti dovessero essere
irreprensibili. Altra pretesa assurda secondo
Besançon, che distingue il clero e il
clericalismo dalla chiesa composta da tutti
i battezzati, e cita i Papi del Rinascimento
coi loro stuoli di amanti: “Nessuno ha
mai pensato di perseguire i vescovi per
questo. La condotta esemplare del clero si
afferma con Pio IX, forse per effetto della
fine del potere temporale. Ma oggi è in atto
un movimento di clericalizzazione; la
chiesa s’ostina a difendere l’eccezione del
clero, che sta crollando. Sarebbe meglio
ammettere che i preti sono peccatori come
gli altri uomini, piuttosto che insistere sulla
difesa del corpo costituito, e peggio ancora
estendere la loro autorità a quello
che i fedeli possono fare sotto le lenzuola”.
Marina Valensise
© Copyright Il Foglio 27 aprile 2010
I giovani e il relativismo morale Le difficoltà e le opportunità della futura generazione
NEW HAVEN (Connecticut), mercoledì, 14 aprile 2010 (ZENIT.org).- Venticinque anni fa, Papa Giovanni Paolo II inaugurava la Giornata mondiale della gioventù, da svolgersi nella Domenica delle Palme di ogni anno. Il Papa aveva compreso – come lo ha compreso Benedetto XVI – che il futuro della Chiesa dipende dai giovani, dalla futura generazione di cattolici siano essi genitori, sacerdoti oppure religiosi.
Ma entrare in contatto con la nuova generazione non è sempre facile, soprattutto quando i giovani sono inondati di messaggi che li spingono verso una visione “relativistica” della morale, verso un sistema di valori in cui i valori fondanti sono scelti in modo soggettivo e non sono considerati universalmente validi.
È proprio questa interpretazione relativistica della vita di cui Papa Benedetto XVI aveva parlato nei giorni immediatamente precedenti la sua elezione, mettendo in guardia dalla “dittatura del relativismo”.
Certamente il problema del relativismo esiste tra i giovani di oggi. Secondo un recente sondaggio, svolto dai Cavalieri di Colombo in collaborazione con il Marist Institute for Public Opinion, l’82% dei cattolici tra i 18 e i 29 anni considerano la morale come “relativa”.
Si tratta di un numero sconcertante, ma fortunatamente è più un dato statistico che una realtà effettiva. Anzitutto, la maggioranza dei cattolici “praticanti” non è d’accordo. In secondo luogo, l’82% che si considera relativista, in realtà non applica in modo sistematico il relativismo alle questioni morali.
Quando sono stati messi di fronte a una serie di questioni morali, gli stessi giovani cattolici sedicenti relativisti hanno considerato questioni come l’aborto o l’eutanasia come “moralmente sbagliate”, mentre avrebbero potuto classificarle come “questioni non morali”, come avrebbe logicamente fatto un vero relativista.
Incongruenze
Il relativismo, diversamente dalla verità, conduce proprio verso questo tipo di pensiero incongruente e dunque non può rappresentare in definitiva una filosofia di vita esaustiva.
Papa Benedetto XVI ha continuamente cercato di offrire un messaggio di verità, in grado di superare il fascino del relativismo. In occasione della XXV Giornata mondiale della gioventù, il Pontefice si è rivolto ai giovani radunati in Piazza San Pietro per la Messa della Domenica delle Palme incoraggiandoli ad una vita fondata sulla verità.
Durante l’Angelus successivo alla Messa, egli ha fatto appello “alla nuova generazione, a dare testimonianza con la forza mite e luminosa della verità, perché agli uomini e alle donne del terzo millennio non manchi il modello più autentico: Gesù Cristo”.
La verità, nella persona di Gesù Cristo, è il fondamento per una testimonianza di fede. È un’affermazione semplice ma allo stesso tempo profonda.
Per dare testimonianza alla verità che è Cristo, occorre avere un rapporto personale con lui. Come aveva sottolineato dieci anni fa l’allora cardinale Joseph Ratzinger, rivolgendosi ai catechisti e agli insegnanti di religione, l’arte di vivere “la può comunicare solo chi ha la vita - colui che è il Vangelo in persona”.
Non possiamo pensare di cambiare la cultura o di influenzare le persone se noi stessi non diamo autentica testimonianza a Cristo, conoscendolo personalmente. E non possiamo pretendere dai giovani di dare testimonianza ai propri coetanei, senza avere prima sviluppato un rapporto con Cristo che possa essere presentato in modo autentico.
La Domenica delle Palme, il Papa ha anche ribadito “a tutti i giovani e le giovani [...] che l’essere cristiani è un cammino, o meglio: un pellegrinaggio, un andare insieme con Gesù Cristo. Un andare in quella direzione che Egli ci ha indicato e ci indica”.
Questo non significa che sia facile per i giovani essere cristiani di fronte ai propri coetanei.
Non abbiate paura
Il Papa riconosce questa difficoltà quando dice: “non temete quando il seguire Cristo comporta incomprensioni e offese. Servitelo nelle persone più fragili e svantaggiate, in particolare nei vostri coetanei in difficoltà”. Un messaggio che per molti versi può essere condiviso dai giovani.
Chi – persino tra i più relativisti – potrebbe rifiutare o non essere toccato dalla testimonianza di un proprio coetaneo che cerca di aiutare chi è in difficoltà? È la predicazione con le opere, più che con le parole, che spesso può dare i maggiori frutti.
Il messaggio cristiano di amore a Dio e al prossimo è, invece, coerente e appagante. Tuttavia, ciò di cui il messaggio ha bisogno, per essere accolto da coloro che cercano risposte alla loro vita, è la concreta testimonianza dei propri coetanei e delle generazioni precedenti.
Solo alla luce della verità, la Passione di Cristo può avere un senso. Dal punto di vista relativistico, la morte di Cristo per gli altri è priva di senso – a meno che non sia morto per se stesso – poiché il resto dell’umanità non avrebbe bisogno né di lui, né della sua salvezza.
Il compito nostro è di portare la verità a quei giovani cattolici che la cercano, a quei due terzi degli intervistati nel citato sondaggio, che si sono dimostrati desiderosi di approfondire la propria fede.
Nel dare testimonianza alla passione, morte e resurrezione di Cristo, accogliamo quell’amore a Dio e al prossimo per poterlo effettivamente condividere con i nostri coetanei e con le future generazioni.
Facciamo nostre le parole di San Francesco: “Predicate il Vangelo, e se è proprio necessario usate anche le parole”.
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Carl Anderson è il Cavaliere supremo dei Cavalieri di Colombo e autore di bestseller secondo la classifica del New York Times.
Assassini che mangiano di magro. Lo scandalo della morale cattolica. Peccato, reato e la vocazione della chiesa alla severità e alla misericordia
Le polemiche suscitate dalla campagna
contro la pedofilia nella
chiesa cattolica sono animate da diverse
motivazioni, che vanno dal sentimento
antiromano alla richiesta di
purificazione e di ammodernamento,
quando non di sottomissione a chi comanda
nel mondo. Una questione
spesso sottaciuta, e tuttavia ardente
sotto le ceneri di ogni contesa, riguarda
la presunta superiorità della chiesa
nel campo della carità e dell’educazione,
o, più in generale, della formazione
dell’uomo, investendo, da
qui, anche la richiesta di revoca dello
status particolare che la chiesa cattolica
si è conquistata. Quanto avviene
non è forse la dimostrazione, anche
per esperienza, dell’inferiorità e della
pericolosità della morale cattolica?
Della sua incapacità di educare l’uomo,
perfino laddove lo tenga ancora
in pugno dalla culla alla bara? Di più,
del suo essere fonte di corruzione e
costrizione disumana, cui necessariamente
deve conseguire l’impulso incontrollabile
del desiderio represso?
L’accusa non si limita a questo, ma
investe anche i gesti di pietà e pentimento,
posti sempre in relazione col
rigore dei principi: pur di non lasciare
spazio a quanto rimprovera come
errore, perché la chiesa perdona e facilmente
giustifica l’errante, accompagnando
l’asprezza della dottrina
con una pratica del tutto formalista e
esteriore? Perché tanta intransigenza
sulla vita e tanto lassismo quando si
tratta di far pagare la pena? Perché
impedire l’esercizio delle libertà, salvo
poi fornire indulgenze e perdono,
mentre all’uomo di oggi è necessario
permettere tutto ma è anche indispensabile
poterlo sanzionare con
multe, castigo e galera?
Se la morale cattolica intende far
vivere meglio l’uomo, perché si ostina
a negare gli affetti degli individui, i
progressi della cultura e le disposizioni
della legge civile e penale? Davvero
la chiesa cattolica non si rende
conto che la più consistente dimostrazione
del suo anacronismo, se non
della sua falsità, consiste nel fallimento
dell’uomo che essa ha creato?
Non è sotto gli occhi di tutti che l’uomo
moderno, per cui la morte di Dio
è un dato, deve liberarsi anche dall’immagine
di Cristo e dalla cultura
morta del cattolicesimo? Che l’uomo
singolo, che vuole vivere i suoi desideri
non repressi, e l’uomo sociale dei
diritti disciplinati sono la più grande
dimostrazione della qualità del mondo
relativista?
La lotta riformatrice contro l’oscurantismo
delle indulgenze non si è
mai conclusa, e la speranza di molti
che l’esito di questa nuova infuocata
offensiva contro la chiesa cattolica sia
analogo a quello del Cinquecento è
tutt’altro che celata tra le righe delle
polemiche giornalistiche di queste
settimane. Per esse, il vizioso è l’inevitabile
espressione del virtuoso apparente,
inchiodato alle sue responsabilità
reali dal processo demistificatorio
che mostra come, sotto ogni atto
gratuito, si annidano interessi, morbosità
e secondi fini. Nessun uomo è sano
perché il nostro essere, non il nostro
esistere, è intrinsecamente malato.
L’uomo di oggi non deve essere più
chiamato da nessuno a risorgere nella
conversione personale, e perciò ad
accettare Colui che fa nuove tutte le
cose, ma a regolamentare, semplicemente,
i permessi alla sua illimitata
libertà.
Come avviene da almeno due secoli,
è ancora essenziale, per la morale
moderna individuale e collettiva, risolvere
lo scandalo della morale cattolica.
E’ questo scandalo, precisamente,
il tema che venne affrontato
da Alessandro Manzoni nelle “Osservazioni
sulla morale cattolica”, dove,
sin dalle prime righe, rivolgendosi al
lettore, afferma che “se la morale che
la chiesa insegna portasse alla corruttela,
converrebbe rigettarla”; e che,
perciò, “si tratta di decidere se una
morale professata da milioni d’uomini,
e proposta a tutti gli uomini, deva
essere abbandonata, o conosciuta meglio,
e seguita più e più fedelmente”.
mento di chi a lei s’affida e, in particolare,
del popolo italiano, che appare
vivere in modo ipocrita, costantemente
in bilico “tra il sicario e il certosino”
(cap. XIII). La chiesa è dunque
immorale? “Di quelle sante e solenni
parole che sono come la parte
essenziale del vocabolario morale di
tutti i tempi e di tutti i luoghi – giustizia,
dovere, virtù, benevolenza, diritto,
coscienza, premio, pena, bene, felicità
–, quale, Dio bono! è stata cancellata
o lasciata fuori dalla chiesa?”
(cap. III). E’ la verifica di questa disposizione
della morale cattolica a
elevare tutto l’uomo che innalza l’argomentare
con indicazioni non certo
di trita apologia quanto accurate e
sottili. Manzoni aveva come avversarie
le morali di Locke, Bentham,
Rousseau, nonché, implicitamente, di
Kant e altri; la distanza di quelle morali
con l’etica del disordine di oggi è
notevole, ma le sue argomentazioni
usano parole così accurate nell’esplicitazione
delle ragioni che non hanno
smarrito forza persuasiva. Tanto Manzoni
ebbe a cuore il tema, che una seconda
edizione del libro vide la luce
nel 1855, con alcune novità. Postuma,
infine, fu stampata la seconda parte,
già scritta sin dal 1820, ma lasciata
fuori anche dalla definitiva pubblicazione
e parzialmente incompiuta.
Non che, ieri come oggi, si possa
trovare la fede e seguire la chiesa studiandone
la morale, perché sarebbe
come voler iniziare una scalata dalla
cima. Ma la morale cattolica è, per
Manzoni, la verifica umana della novità
e della verità cristiana; è la dimostrazione
della grandezza della sua
visione antropologica, derivando questa
da Cristo, che ha rivelato l’uomo
all’uomo, e non da una presunta convenzione
umana, come volevano le
morali borghesi. Senza la possibilità
di poter parlare, specialmente ai semplici,
di quanto le è stato rivelato, la
chiesa tradirebbe, pertanto, la sua essenziale
funzione di guida e di certezza
anche nel campo delle più elementari
verità. “[La chiesa] potrà supporre
un momento che ci siano due vie,
due verità, due vite? Le sono stati affidati
de’ precetti; e depositaria infedele,
ministra diffidente, dispenserà
de’ dubbi? Lascerà da una parte la
parola eterna, e s’avvilupperà ne’ discorsi
dell’uomo, per riuscire a trovare
forse che la virtù è più ragionevole
del vizio, forse che Dio dev’essere
adorato e ubbidito, forse che bisogna
amare i suoi fratelli?” (cap. III).
Siamo ancora nel 1819, e Manzoni
si sente costretto a dedicare diverse
parti a illustrare ex novo singoli
aspetti ormai già sconosciuti della
morale cattolica, facendolo talora in
modo eccessivamente minuto, con
parti sui decreti della chiesa, sull’elemosina,
la sobrietà, l’astinenza, la
continenza e la verginità, la modestia
e l’umiltà. Ma la qualità dell’analisi e
dello stile delle “Osservazioni” si innalza
sempre, e soprattutto laddove
Manzoni introduce la controversia tra
la morale della chiesa e la cultura del
suo, e del nostro, tempo, analizzando
gli argomenti con quella precisione
profonda che ritroveremo in numerose
pagine dei “Promessi sposi”, quando
la morale si fa arte e narrazione,
perché, come afferma Alasdair MacIntyre,
“i mezzi principali dell’educazione
morale consistono nel raccontare
storie”.
Manzoni conosce e descrive troppo
bene la condotta libertina dei bravi,
dei don Rodrigo e del primo Innominato
per poter concedere al mondo la
palma della vittoria nella costruzione
di una vita più morale; di quel mondo
che, come l’Innominato, è destinato a
vivere senza “quel Dio di cui aveva
sentito parlare, ma che da gran tempo,
non si curava di negare né di riconoscere,
occupato soltanto a vivere
come se non ci fosse” (“I promessi
sposi”, cap. XX). Infatti, quanto il libertinismo
permissivo esclude è propriamente,
per Manzoni, il fondamento
stesso della nostra e di ogni civiltà,
vale a dire la carità religiosa, quella
che sola permette a ciascuno la semplice
e mirabile scoperta che il proprio
bene coincide con quello fatto
agli altri. Ma è importante notare come
Manzoni estenda la propria critica
anche all’autonomia della morale
borghese, che possiede “due vizi innati
e irrimediabili: mancanza di bellezza,
ossia di perfezione, e mancanza
di motivi”; essa è dunque caratterizzata
da quella “urbanità, la quale, separata
dalla carità religiosa, è piuttosto
le leggi della guerra che un trattato
di pace” (cap. III).
Alla capacità di contentarsi di una
felicità analgesica, esemplificata nel
romanzo da donna Prassede, il cui
unico “studio era di secondare i voleri
del cielo”, ma che “faceva spesso
uno sbaglio grosso, ch’era di prender
per cielo il suo cervello” (“I promessi
sposi”, cap. XXV), Manzoni contrappone
la fede religiosa autentica,
“quella che, facendo intendere che i
beni temporali non sono il fine dell’uomo,
li fa con ciò stesso conoscere
come mezzi; e nella quale trovano per
conseguenza una ragione evidente
del pari e il giusto disprezzo e la giusta
stima di essi; il procurarli agli altri,
e il trascurarli per sé, quando il
trascurarli sia un mezzo più conducente
al fine, che il possederli; e la
pazienza senza avvilimento, e l’attività
senza inquietudine!” (cap. III). In
tale direzione egli può riprendere
l’affermazione di Montesquieu, secondo
il quale “la religione cristiana, la
quale pare che non abbia altro oggetto,
se non la felicità dell’altra vita, ci
rende felici anche in questa” (appendice
al cap. III).
Manzoni vede con certezza la prospettiva
funesta di una vita destinata
a operare come se Dio non fosse, e
perciò ribalta le accuse alla chiesa,
impegnato a svalutare l’assurdità di
una morale lontana da Dio e di una
conseguente giustizia senza Paradiso.
Egli sa fin troppo bene che il Vangelo
è escluso “quasi del tutto dai discorsi
degli uomini, che non è lecito che parlarne
qualche volta generalissimamente
purché non si faccia mai applicazione,
eccetto alcuni casi, p.e. di afflizione”
(parte seconda cap. IV). E sa
che il popolo potrebbe abbandonare
la chiesa: “Ah! Se quegli che si chiamano
popolo adottassero un giorno la
filosofia miscredente, che Dio non voglia”
(parte seconda, cap. VI). Manzoni
ha conosciuto e descritto anche il
dramma a noi contemporaneo della
coscienza solitaria, come in alcuni
versi di “Ermengarda” o del “Cinque
maggio” o in certi momenti d’angoscia
disperata nell’innominato, cui fa da
contraltare l’affezione a sé nel grande
cap. XV delle “Osservazioni”. Il paradosso,
che diremmo lombardo, del
Manzoni, e che lo rende assai più vicino
di quanto non appaia nel suo stile
a Leopardi o a Baudelaire, è quello di
un cattolico liberale, integrato apparentemente
nel suo tempo e con il limite
di una visione più morale che
metafisica, ma che legge il comportamento
come l’affiorare dell’essere, in
questo percependo una permanenza
ma anche il cuore della grande difficoltà.
Lo stile che ne consegue lo preserva
dalla facile apologia trionfalistica
e lo impegna nella scoperta iniziale
di parole e argomentazioni, e nella
dimostrazione di dove le idee e gli uomini
vadano a finire, una volta allontanatisi
dalla pietà di un’accettazione.
All’opposizione nei fatti tra la morale
cattolica e lo spirito del secolo è
riservato un capitolo della seconda,
incompiuta, parte; ma alcuni elementi
di tale opposizione Manzoni ha tenuto
costantemente presenti in tutta
l’opera, nella quale difende la morale
cattolica accusata di doppiezza, di ipocrisia
nei riguardi della giustizia e di
assurdità per il suo riferirsi a elementi
tanto impuri per lo spirito religioso,
e tra questi anzitutto ai preti. Confutazione
senza appello, che il mondo pretende
di assegnare allo scandalo di
una chiesa anacronistica. Per il mondo,
la morale cattolica deve rinunciare
alla religione dei preti e delle suore,
a una fede non intima e con troppi
segni esteriori, a una credenza esclusa
dai tratti dell’uomo civile, alla giustificazione
che non sia esclusivamente
culturale della grandezza del cristianesimo
passato. Entrando nel cuore
di questa imputazione, Manzoni così
si esprime: “una accusa che si fa comunemente
ai nostri giorni alla religione
cattolica, è ch’ella sia in opposizione
collo spirito del secolo. Questa
accusa può in un senso essere dalla
religione ricevuta come un elogio: se
per spirito del secolo s’intende la tendenza
violenta ad alcune cose transitorie
come beni da ricercarsi per sé,
l’amore e l’odio insomma delle creature
non diretto ai fini voluti da Dio, la
religione si protesta, come sempre si è
protestata, nemica di questo spirito; e
quando venisse a far tregua con esso,
allora si potrebbe trovarla in contraddizione
e diffidare di essa. Guai alla
chiesa se ella facesse un giorno pace
col mondo! se desistesse dalla guerra
che il Vangelo ha intimata, e che ha
lasciata alla chiesa come la sua occupazione
e il suo dovere; ma questo timore
non può mai esser fondato, perché
l’espressa parola di Gesù Cristo
assicura il contrario” (parte seconda,
cap. II).
Tra le doppiezze del cattolico e del
carattere del popolo italiano, che della
morale cattolica è, secondo il Sismondi,
diretta conseguenza, una finzione
suona particolarmente incomprensibile,
oggi, alla cultura progressista
e liberale: quella relativa al rapporto
tra pentimento e remissione dei
peccati. Per questa cultura, ieri come
oggi, “un complesso di discipline meditate,
promulgate, venerate da una
società come la chiesa, non meriterebbe
attenzione, se non per l’ubbidienza
di qualche omicida, di qualche prostituta,
di qualche spergiuro!”; di qui il
pregiudizio nordico, al quale gli italiani
appaiono come degli “assassini che
mangiano di magro” (cap. XIV). Come
sempre Manzoni riconduce l’argomento
a quello che c’è in gioco nelle decisioni
della vita, ribaltando l’accusa e
facendo anzi della modalità con cui la
chiesa cattolica spiega, vive e accompagna
l’errore umano uno dei più formidabili
segni della sua grandezza. E’
la decisiva questione del Male, che
Manzoni affronta seguendone non tanto
le tracce metafisiche o filosofiche,
quanto osservandone tutte le connessioni
morali, in modo tale, però, da far
risaltare in parole quali peccato, pentimento,
giustizia, cambiamento la
concretezza dei principi, preludio a
numerose pagine del romanzo.
Il peccato è una parte inevitabile e
dolorosa del combattimento cristiano
e la sua remissione ne è l’accompagnamento.
Manzoni sa bene che il dialogo
con le filosofie umane si fa, su
questo punto, contrapposizione, perché
il peccato non è il reato: la contrapposizione
tra questi due elementi
è tanto essenziale quanto inevitabile.
“Le filosofie puramente umane, richiedendo
molto meno, sono molto
più esigenti: non fanno nulla per educar
l’animo al bene difficile, prescrivono
solo azioni staccate, vogliono
spesso il fine senza i mezzi: trattano
gli uomini come reclute, alle quali
non si parlasse che di pace e di divertimenti,
e che si conducessero alla
sprovvista contro de’ nemici terribili.
Ma il combattimento non si schiva col
non pensarci; vengono i momenti del
contrasto tra il dovere e l’utile, tra l’abitudine
e la regola; e l’uomo si trova
a fronte una potente inclinazione da
vincere, non avendo mai imparato a
vincere le più fiacche. Sarà forse stato
avvezzo a reprimerle per motivi
d’interesse, per una prudenza mondana;
ma ora l’interesse è appunto quello
che lo mette alle prese con la coscienza.
Gli è stata dipinta la strada
della giustizia come piana e sparsa di
fiori; gli è stato detto che non si trattava
se non di scegliere tra i piaceri, e
ora si trova tra il piacere e la giustizia,
tra un gran dolore e una grand’iniquità.
La religione, che ha reso il suo
allievo forte contro i sensi, e guardingo
contro le sorprese, la religione, che
gli ha insegnato a chieder sempre de’
O SCANDALO DELLA MORALE CATTOLICA
zioni sullo scontro tra la chiesa e l’etica dei moderni. Ripartendo dal cattolico liberale Manzoni
ANNO XV NUMERO 87 - PAG III IL FOGLIO QUOTIDIANO MERCOLEDÌ 14 APRILE 2010
soccorsi che non sono mai negati,
gl’impone ora un grand’obbligo, ma
l’ha messo in caso d’adempirlo; e avergli
chiesto un gran sacrifizio, sarà un
dono di più che gli avrà fatto. La religione,
chiedendo all’uomo cose più
perfette, chiede cose più facili, vuole
che arrivi a una grand’altezza, ma gli
ha fatta la scala, ma l’ha condotto per
mano: le filosofie umane, contentandosi
che tocchi un punto molto meno
elevato, pretendono spesso di più;
pretendono un salto che non è della
forza dell’uomo.” (cap. XIV).
La differenza tra peccato e reato, e
l’assoluta indispensabilità della loro
separazione, nasce da qui: alla legge
che può solo vietare e colpire, la morale
cattolica ha affiancato la ben più
forte carità, che propone sempre, che
comanda il cambiamento e che lo
premia, che sa accompagnare l’uomo
in tutta la vita e oltre. “La giustizia
umana ha pur troppo con sé l’orgoglio
del Fariseo che si paragona col Pubblicano,
che prende un posto lontano
da lui; che non s’immagina che quello
possa diventare un suo pari; che, se
potesse, lo terrebbe sempre nell’abiezione
del peccato” (cap. VIII, 3). Se
per il pensiero protestante la relazione
tra pentimento e remissione dei
peccati poteva essere infranto dal rigore
della fede, che pure plasmava la
durezza della vita, ai predestinati
senza fede del mondo moderno, la
confusione e l’incapacità di vivere
questa caratteristica apre le porte a
un’ingerenza della legge in ogni particolare
della vita umana.
Si valutino, invece, le splendide parole
con le quali Manzoni esalta il
cammino di conversione di un uomo
colpevole, i.e. di tutti, e la funzione
del sacerdote in questo percorso: “la
religione ha ricevuto dalla società un
vizioso, e le restituisce un giusto: essa
sola poteva fare un tal cambio. Chi
avrebbe tentato, chi avrebbe pensato
d’istituire de’ ministri per aspettare il
peccatore, per invitarlo, per insegnar
la virtù, per richiamare a quella chi
ricorre a loro, per parlargli con quella
sincerità che non si trova nel mondo,
per metterlo in guardia contro
ogni illusione, per consolarlo a misura
che diventa migliore?” (cap. VIII,
3). Anche per questi motivi, “quello
che la chiesa vuole evitare prima di
tutto, è il male orribile d’un popolo
senza cristianesimo, e l’assurdità d’un
cristianesimo senza ministero” (cap.
X). Avere il senso del peccato e al
tempo stesso vivere e accompagnare
l’amore, tale è la condizione umana
che il cattolicesimo ha reso sacramento.
E’ questo lo scandalo più consistente
introdotto dalla morale cattolica.
Come può ancora sussistere?
Eppure, nel mondo che non concepisce
più il peccato e la sua speranza,
le sembianze dell’errore assumono
sempre e solo le fattezze del reato irrimediabile.
Se poi tale peccato s’annida
nel sacerdote, quel povero Cristo
tanto limitato, la contraddizione risulta
ipocrisia insanabile. “Per non giudicare
precipitosamente in ciò, un
cristiano deve, a mio credere, non
perder mai di vista due cose: una, che
l’uomo può abusare delle cose più
sante; l’altra, che il mondo suol dare
il nome d’abuso anche alle cose più
sante” (cap. XVIII). La morale cattolica
trova in questi argomenti uno dei
suoi vertici: è l’intervento della redenzione
nella condizione dualistica
e contraddittoria dell’umanità. Esso
segnala che Cristo ha operato il riscatto
nella carne e nelle ossa, nella
sua concreta e permanente possibilità,
nel cambiamento (“l’idea della
conversione si deve, non meno che la
parola, alla religione cristiana”, cap.
VIII), perciò, sempre possibile, e nella
speranza sempre incontrabile, in
qualsiasi condizione.
A tale riguardo, le osservazioni del
Manzoni, preludio a tante pagine del
suo romanzo, sono davvero mirabili.
Si considerino queste del capitolo
VIII, 2: “Quanto più l’uomo conosce
che debole, che incerto, che sproporzionato
assegnamento possa fare sulle
proprie forze, e insieme sa e crede
che gli è, non già permesso, ma comandato
di sperare; tanto più si sente
mosso a volgersi e, direi quasi, a
buttarsi, con un lieto abbandono, da
quella parte dove tutto è forza, tutto
è fedeltà, tutto è previdenza, tutto è
assistenza”. Oppure le parole che già
anticipano la conversione dell’innominato:
“Il rimorso, quel sentimento
che la religione con le sue speranze
fa diventar contrizione, e che è tanto
fecondo in sua mano, è per lo più o
sterile o dannoso senza di essa. Il reo
sente nella sua coscienza quella voce
terribile: non sei più innocente; e
quell’altra più terribile ancora: non
potrai esserlo più; e riguardando la
virtù come una cosa perduta, sforza
l’intelletto a persuadersi che se ne
può far di meno, che è un nome, che
gli uomini l’esaltano perché la trovano
utile negli altri, o perché la venerano
per pregiudizio; cerca di tenere
il core occupato con sentimenti viziosi
che lo rassicurino, perché i virtuosi
sono un tormento per lui. Ma per lo
più quelli che vanno dicendo a sé
stessi che la virtù è un nome vano,
non ne sono veramente persuasi: se
una voce interna annunziasse loro
autorevolmente, che possono riconquistarla,
la crederebbero una verità,
o, per dir meglio, confesserebbero a
se stessi d’averla, in fondo, creduta
sempre tale. Questo fa, la religione in
chi vuole ascoltarla: essa parla in nome
d’un Dio che ha promesso di buttarsi
dietro le spalle le iniquità del
pentito: essa promette il perdono, e
offre il mezzo di scontare il prezzo
del peccato. Mistero di sapienza e di
misericordia! mistero, che la ragione
non può penetrare, ma che tutta la
occupa nell’ammirarlo; mistero che,
nell’inestimabilità del prezzo della
redenzione, dà un’idea infinita e dell’ingiustizia
del peccato e del mezzo
d’espiarlo, un’immensa ragione di
pentimento, e un’immensa ragione di
fiducia” (cap. VIII, 3).
Il rifiuto del perdono cristiano, la
richiesta di pentirsi senza sperare,
non sfocia, dunque, nell’autentica afflizione,
ma nella maledizione della
legge. Come ha scritto Rodolfo Quadrelli,
invece, “la religione attende
l’uomo nel momento in cui la tregua o
la disfatta mondana potrebbero portarlo
a una ragionevolezza che è lecito
definire scettica, perché ispirata
da “stanchezza o per una specie di disperazione”.
La religione cambia di
segno a questi momenti, e tutta l’opera
creativa del Manzoni è lì per testimoniarlo”.
E’ quanto Manzoni ha fatto diventare
narrazione nella figura dell’innominato
e in quella di Gertrude. Nel
capitolo XXXVII dei “Promessi sposi”,
Lucia viene a sapere di Gertrude
“cose che, dandole la chiave di molti
misteri, le riempiron l’animo d’una
dolorosa e paurosa maraviglia. Seppe
dalla vedova che la sciagurata, caduta
in sospetto d’atrocissimi fatti, era
stata, per ordine del cardinale, trasportata
in un monastero di Milano;
che lì, dopo molto infuriare e dibattersi,
s’era ravveduta, s’era accusata;
e che la sua vita attuale era supplizio
volontario tale, che nessuno, a meno
di non togliergliela, ne avrebbe potuto
trovare un più severo”. Lungi dal
rappresentare una facile scorciatoia,
a colei che aveva a tutto acconsentito
senza sapersi ribellare, che aveva accettato
una vocazione non sua, che
aveva tradito e ucciso, che non era
riuscita nemmeno a preservare quel
minimo di amore che le era sorto per
Lucia, il pentimento cristiano permette
di capire e, soprattutto, di cambiare;
e poiché è sempre accompagnato
dalla speranza, le consente di concludere
la sua vita, finalmente, con un atto
tanto volontario quanto eroico: sappiamo
dalla “Storia” del Ripamonti
che Gertrude non uscì più dalla cellaprigione
del monastero di Santa Valeria,
a Milano, dove si fece rinchiudere
sino alla morte.
Alla religione senza i preti e le suore,
protesa a ottenere una religione
razionale e misurata, Manzoni oppone
la verità tutta intera del Vangelo, il
cui richiamo è nel semplice esistere
di un solo sacerdote. A quella senza
segni esteriori, garanzia di una sincerità
interiore contro i formalismi, egli
contrappone la verifica nel comportamento
della conversione personale.
La redenzione della carne impedisce,
così, la giustificazione del fallimento
come prospettiva; e quando la persona,
lasciata a se stessa, trova esclusivamente
giustificazioni alla propria
impossibilità, le risorse derivanti da
una grazia accordatele la rincuorano
sino al cambiamento. La morale cattolica
contrasta anche l’affermazione
del puro spirito che è nulla, oggi in
senso letterale, derivante dalla stanchezza
smarrita; e impedisce che l’allontanamento
definitivo di Cristo tra
le morte gore delle discussioni cerebrali
vada di pari passo con quella
della chiesa. “Il Verbo avrà assunta
questa carne mortale, e attraversate
l’angosce ineffabili della redenzione,
per meritare alla società fondata da
Lui un posto tra l’accademie filosofiche?”
(cap. III).
© Copyright Il Foglio 14 aprile 2010
Strasburgo: approvata una Raccomandazione sulla salute sessuale e riproduttiva Un nuovo cavallo di Troia per introdurre l’aborto come diritto
di Angela Maria Cosentino*
ROMA, lunedì, 1° febbraio 2010 (ZENIT.org).- L’Assemblea del Consiglio d’Europa di Strasburgo ha approvato mercoledì 27 gennaio un allarmante documento proposto dalla britannica Christine Mc Cafferty: una Raccomandazione destinata ai 47 Paesi membri.
La relazione è passata con 50 voti favorevoli e 14 contrari e 4 astenuti (i 4 italiani hanno votato contro), tutti gli emendamenti presentati dall’onorevole Luca Volontè e dall’onorevole Renato Farina sono stati respinti.
Il Documento si concentra sulla cosiddetta “salute sessuale e riproduttiva”, termine che, nonostante l’apparente dicitura rassicurante, indica l’accesso (anche ai minori senza informare i genitori) a contraccezione, aborto gratuito, sicuro, sterilizzazione, fecondazione artificiale e libero “orientamento sessuale”. Nascondendo così una drammatica realtà che si vuole “imporre” ai Paesi membri.
Aver introdotto nella Raccomandazione il “diritto alla salute sessuale e riproduttiva” rappresenta il nuovo cavallo di Troia per introdurre l’aborto come diritto, anche se era stato escluso da precedenti documenti e pronunciamenti dell’ONU.
Si realizza così, nonostante alcuni vigorosi dissensi all’approvazione della Risoluzione, l’obiettivo ideologico delle femministe (determinate ad introdurre il nuovo presunto“diritto all’aborto” in occasione dei 15 anni della Conferenza Internazionale ONU sulla donna, Pechino 1995) e l’obiettivo economico delle potenti lobby farmaceutiche: una devastante alleanza della cultura di morte, in prossimità della 32 ª Giornata Italiana per la vita (7 febbraio 2010).
È preoccupante, inoltre, che il Documento rappresenti la base del programma di azione per la prossima Conferenza ONU su popolazione e sviluppo. Il prossimo “cavallo di Troia “ quale valore colpirà?
Non è in gioco solo un’idea di fertilità (valore umano e sociale da conoscere e tutelare, non “malattia” da debellare o “diritto” da pretendere), ma il significato stesso della persona (maschio e femmina), immagine e somiglianza di Dio: una verità che ci precede, ci è data e non è stata creata dall’uomo, ma che, per la presunzione prometeica di ritenersi l’unico autore di se stesso, l’uomo moderno rischia di non riconoscere.
LA CHIESA NEL MONDO CONTRO L’ABORTO
1. Negli U.S.A.
La maggior parte degli statunitensi ritiene che l’aborto sia “moralmente scorretto”. Lo rivela, come riferisce l’agenzia Zenit, un sondaggio commissionato dai Cavalieri di Colombo e realizzato dall’Istituto Marista per l’Opinione pubblica tra fine dicembre e gli inizi di gennaio. Secondo lo studio, sono contrari all’aborto il 58% dei giovani tra i 18 ed i 29 anni, il 60% di chi ha un’età dai 30 ai 44 anni ed il 51% della generazione dai 45 ai 64 anni. Tra chi supera i 65 anni, 6 intervistati su 10 hanno espresso la propria opposizione all’interruzione di gravidanza. “Gli Stati Uniti hanno compiuto una virata – ha dichiarato il Cavaliere Supremo Carl Anderson – e stanno abbracciando la vita e, facendolo, stanno abbracciando un futuro di cui loro e tutti noi possiamo essere orgogliosi”. “I progressi della tecnologia mostrano chiaramente che un bambino non nato è in tutto un essere umano” ha aggiunto Anderson. “Questo, insieme al gran numero di statunitensi che conoscono una delle tante persone che si sono viste coinvolte negativamente dall’aborto – ha continuato – è certamente una ragione per cui gli americani sono sempre più insoddisfatti dell’eredità della sentenza Roe versus Wade”, ossia la sentenza con cui si introdusse l’aborto negli Usa. “La maggior parte della popolazione capisce che l’aborto ha conseguenze e che queste non sono positive”, ha concluso il Cavaliere Supremo. (F.C.)
Radiovaticana, 26 gennaio 2010
Il 22 gennaio 1973, quindi 37 anni fa, la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America stabilì che l’aborto era un diritto garantito dalla Costituzione. Come negli anni passati, – riferisce l’agenzia Fides – il 21 e 22 gennaio migliaia di sostenitori della vita provenienti da tutti gli Stati Uniti d’America, si riuniranno nella capitale per esprimere ancora una volta la loro protesta sulla legalizzazione dell’aborto nel paese, con una Veglia di preghiera domani ed una Marcia per la vita venerdì. La Veglia di preghiera, promossa dalla Conferenza episcopale degli Stati Uniti e dalla Basilica tempio nazionale dell’Immacolata Concezione a Washington, avrà inizio alle ore 18,30 di domani e si concluderà alle ore 7,30 di venerdì. Sarà trasmessa in diretta dall’Eternal Word Television Network (Ewtn). Il cardinale Daniel DiNardo celebrerà la Santa Messa del pomeriggio, cui seguirà la recita del Rosario per la vita, momenti di preghiera in rito bizantino, l’adorazione eucaristica. L’arcivescovo Timothy Broglio presiederà la Messa del mattino. Il 22 gennaio la Marcia per la Vita si snoderà per la Constitution Avenue e si concluderà dinanzi alla Corte Suprema. Altri eventi sul tema della difesa della vita si svolgono in questi giorni nella capitale: Sante Messe, incontri di preghiera, manifestazioni e testimonianze. (R.P.)
Radiovaticana, 23 gennaio 2010
La riforma sanitaria è una priorità nazionale, ma è stata troppo politicizzata: è quanto si legge sulla pagina web ufficiale della Conferenza episcopale statunitense, in una dichiarazione di Kathy Saile, direttore dell’Ufficio per lo Sviluppo sociale nazionale. Si tratta, come riferisce l’agenzia Zenit, della prima posizione pubblica dei vescovi degli Stati Uniti sulla questione da quando il senato ha approvato la sua versione della riforma del sistema sanitario, il 24 dicembre scorso. “I vescovi – afferma la Saile – chiedono da molto tempo un’autentica riforma sanitaria”, che è “un imperativo morale ed una priorità nazionale”. Secondo i presuli Usa, la legislazione sanitaria deve “considerare come priorità i poveri ed i vulnerabili, il che include le famiglie a basso reddito, gli immigrati, i malati ed i concepiti”. Pur sottolineando i numerosi aspetti positivi della riforma, come gli aiuti alle donne in gravidanza, ed il coinvolgimento di milioni di persone che attualmente sono sprovviste di un’assicurazione, la portavoce Saile constata che la nuova normativa “è stata tristemente politicizzata con sforzi per ampliare il finanziamento dell’aborto”. “Se il Congresso non revocherà questa politica nella legge finale, i vescovi non avranno altra scelta che opporsi alla legislazione”, dice la Saile. Assieme alla dichiarazione, i presuli statunitensi hanno avviato una campagna nelle parrocchie per invitare i cattolici di tutto il Paese ad esercitare pressioni per una riforma sanitaria conforme alla morale. Se le modifiche sull’aborto non verranno realizzate, i credenti dovranno opporsi al disegno di legge e chiedere ai legislatori di respingerlo. (F.C.)
Radiovaticana 17 gennaio 2010
2. In Kenya
“Consapevoli del mandato divino di promuovere la cultura della vita e di incarnare il diritto inviolabile alla vita di ogni persona dal momento del concepimento alla morte naturale, sentiamo con forza che non possiamo essere parte di qualsiasi legislazione che sostiene la cultura della morte” affermano i vescovi del Kenya in una dichiarazione – ripresa dall’agenzia Fides – nella quale prendono posizione sulla proposta della Commissione parlamentare per la revisione della Costituzione di modificare la clausola che definisce l’inizio della vita. Secondo la nuova proposta l’inizio della vita verrebbe spostato dal concepimento alla nascita. Questa proposta viene vista dalla Chiesa cattolica come propedeutica alla legalizzazione dell’aborto. “Inserire nella Costituzione una clausola che sposta il momento dell’inizio della vita dal concepimento alla nascita è una sconfitta della ragione e senza dubbio apre la strada alla legalizzazione dell’aborto” scrivono i vescovi. La Conferenza episcopale del Kenya ribadisce che l’aborto è un “crimine indescrivibile” e rappresenta il segno di una gravissima crisi morale. I presuli affermano che la Chiesa ha sempre difeso il diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale, e sottolineano che qualsiasi tentativo di negare questa verità è sbagliato e ingannevole. Per questo motivo, i vescovi chiedono che l’articolo della Costituzione sul diritto alla vita, comprenda pure il divieto della pena di morte e dell’eutanasia. In precedenza, la Conferenza episcopale aveva presentato al Comitato di esperti, incaricati di preparare la revisione costituzionale, un memorandum sull’articolo 35, che stabilisce il diritto alla vita, nel quale veniva riportata una dichiarazione dello stesso tenore. La Commissione parlamentare per la revisione della Costituzione non ha però inserito la clausola proposta dalla Chiesa cattolica nel progetto costituzionale. (R.P.)
3. Nelle Filippine
Radiovaticana, 25 gennaio 2010
“Non è moralmente accettabile dare il voto a quei candidati che promuovono l’aborto, l’eutanasia e l’utilizzo del preservativo”. Così si è espresso padre Melvin Castro, segretario della Commissione episcopale filippina per la famiglia e la vita. In vista delle elezioni di quest’anno, i vescovi delle Filippine hanno invitato la popolazione a votare per i politici che difendono la famiglia e si battono per la vita. A tale scopo è stato pubblicato il “Catechismo sulla famiglia e la vita per le elezioni 2010”, frutto dell’incontro nazionale della Commissione famiglia e vita della Conferenza episcopale filippina avvenuto il 30 novembre scorso. “Il catechismo – ha affermato padre Castro – è stato realizzato per i fedeli cattolici ed ha l’obiettivo di aiutarli nella scelta del voto”. Nelle Filippine, da quattro anni è in corso il dibattito sulla Reproductive Health. Nonostante l’appoggio dell’Onu, la legge, come riferisce l’agenzia AsiaNews, non ha mai raggiunto il quorum necessario per l’approvazione. Questo a causa della strenua opposizione dei parlamentari cattolici e del presidente Gloria Arroyo, che da sempre è contraria a politiche di pianificazione familiare e all’aborto. La proposta normativa vorrebbe impedire alle coppie di avere più di due figli, pena il pagamento di una sanzione e, in alcuni casi, il carcere. La legge promuove inoltre la sterilizzazione volontaria e sponsorizza la diffusione, in tutte le scuole e luoghi pubblici, degli anticoncezionali. La Chiesa e le associazioni cattoliche pro-life, invece, sostengono il Natural Family Programme, che mira a diffondere tra la popolazione una cultura di responsabilità ed amore basata sui valori cristiani. Secondo un recente studio, la stragrande maggioranza dei filippini sarebbe a favore della pianificazione familiare. I vescovi, però, hanno contestato i dati, definendoli parziali e fuorvianti ed hanno accusato i politici di voler tenere il tema della salute riproduttiva fuori dal dibattito elettorale. (F.C.)
Radovaticana, 24 gennaio 2010
In vista delle prossime elezioni presidenziali nelle Filippine, previste nel mese di maggio, i vescovi del Paese hanno pubblicato lo speciale ‘Catechismo sulla vita e la famiglia’ per ricordare agli elettori cattolici il loro dovere di scegliere candidati fedeli a determinati valori, a cominciare, appunto, dalla difesa della vita. “Non dobbiamo pensare che l’aborto sia sbagliato perché lo dice la Chiesa”, sottolinea il documento, che ripropone, sotto forma di domande e risposte, la dottrina cattolica in materia. “Esso è un male perché si uccide un essere umano come noi – si legge – che la Chiesa lo dica o meno, l’aborto resta uno degli atti più violenti, ingiusti e disumani contro uno dei membri più innocenti, indifesi e deboli della nostra società, il bambino, commesso per lo più da chi ha il dovere più grande di curarlo, amarlo e difenderlo: la madre, il padre, i medici e tutti gli altri operatori sanitari”. Nel testo i presuli filippini tornano a criticare il discusso disegno di legge sulla salute riproduttiva che “aprirà la strada alla legalizzazione dell’aborto, alla promozione della contraccezione, dell’educazione sessuale nelle scuole e delle tecniche di fecondazione medicalmente assistita”. “Non è moralmente ammissibile votare per candidati che sostengano politiche contro la famiglia, come la salute riproduttiva, o qualsiasi altro male morale, come l’aborto, il divorzio, il suicidio assistito o l’eutanasia. Ci si renderebbe, infatti, complici del male morale in questione. La gravità di questi problemi non consente alcuna manovra politica – sottolineano con forza i presuli – poiché si tratta di valori non negoziabili”. Di qui l’appello a non votare candidati orientati in questo senso: “Qualsiasi appoggio dato da un candidato a siffatte pratiche lo rende inaccettabile, indipendentemente dalla sua posizione su altre questioni”, conclude il documento. (A cura di Lisa Zengarini)
Radiovaticana, 9 gennaio 2010
4. In Brasile
I vescovi del Brasile hanno respinto la legalizzazione dell’aborto, le unioni civili tra omosessuali e il diritto alle adozioni da parte di queste unioni, tre delle proposte contenute nel Piano dei diritti umani approvato dal Presidente Luiz Inácio Lula da Silva. La Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb) ha criticato anche un’altra proposta di questo Piano: la rimozione dei simboli religiosi dai luoghi pubblici, una misura considerata come “intollerante” e con cui si sta “cercando di ignorare le radici storiche” del Brasile. Questi temi – riporta l’agenzia Fides – sono inclusi in un piano del governo, approvato il mese scorso, che ha formulato le raccomandazioni legislative per il futuro sviluppo delle leggi al fine di regolamentare i diritti sociali. Nel testo si suggerisce l’approvazione di una legislazione per “riconoscere” le unioni civili tra persone dello stesso sesso e garantire il “diritto di adozione” di queste coppie. Inoltre si invitano gli organi responsabili al vertice del potere giudiziario a promuovere campagne per sensibilizzare i giudici, con lo scopo di evitare cosiddetti “pregiudizi” nei processi di adozione da parte di coppie omosessuali. Sul tema dell’aborto, secondo il testo, i giudici sono invitati a considerare questa pratica come una questione di “salute pubblica”, e si raccomanda l’approvazione di una legge per depenalizzare l’aborto “considerando l’autonomia delle donne a decidere sul loro corpo”. Il comunicato dei vescovi del Brasile è firmato da mons. Geraldo Lyrio Rocha, arcivescovo di Mariana e presidente della Cnbb. (R.P.)
Radiovaticana 18 gennaio 2010
Dopo la forte opposizione espressa dalla Chiesa cattolica, il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha ordinato la modifica di una legge pro-aborto. Il testo, inserito nel terzo Piano nazionale dei diritti umani, prevedeva “l’appoggio all’approvazione del progetto di legge che depenalizza l’aborto, considerando l’autonomia delle donne di decidere sui loro corpi”. Nel nuovo testo verrà invece soppressa la parte che parla dell’autonomia della donna, in quanto significherebbe appoggiare la decisione di interrompere la gravidanza e, “questa non è – secondo il quotidiano brasiliano ‘Folha’ di S. Paulo – la posizione del Governo e di Lula”. Il presidente brasiliano aveva firmato la legge alla fine di dicembre, e la norma era stata già pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale brasiliana. La legge pro-aborto è stata ritirata dopo che il vescovo di Assis, mons. José Simao, responsabile del Comitato della difesa della vita della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, aveva dichiarato che la Chiesa considera la norma “un’azione autoritaria e antidemocratica del Governo Lula”. Il ‘presidente-operaio’ ha dichiarato di voler “risolvere al più presto la faccenda” poiché la polemica su questo argomento è stata grande ed esagerata. Attualmente la legislazione brasiliana permette l’interruzione di gravidanza solo in caso di stupro o di rischio di morte per la madre, e deve essere praticata esclusivamente da un medico. Per tutti gli altri casi la donna che abortisce rischia fino a tre anni di carcere, e il medico o la persona che pratica l’aborto rischia fino a 20 anni di prigione. (R.G.)
Radiovaticana, 14 gennaio 2010
Dopo ampi settori della società civile, anche la Chiesa cattolica del Paese è intervenuta per criticare il Programma nazionale sui diritti umani lanciato a dicembre in Brasile, tramite decreto, dal presidente della Repubblica, Luiz Inacio “Lula” da Silva. Un piano che prevede, tra i molteplici e distinti argomenti, l’approvazione del progetto di legge che depenalizza l’aborto, regole per impedire l’esposizione dei simboli religiosi negli edifici pubblici, e che faciliterebbe le unioni civili tra persone dello stesso sesso e il diritto di adozione da parte delle coppie omosessuali. “Vediamo in queste iniziative un’attitudine arbitraria e antidemocratica del governo”, queste le parole del vescovo di Assis, Josè Benedito Simao. Parlando a titolo personale, mons. Simao, responsabile del Comitato di difesa della vita del Regional Sul–I della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb), organismo regionale che raggruppa le diocesi dello Stato di Sao Paulo, ha dichiarato che questa insoddisfazione è condivisa da altri vescovi brasiliani. “La Chiesa è contro” questo programma, ha detto Simao, precisando di aver contattato altri presuli per elaborare un documento che respinga fermamente le misure contenute nel piano nazionale sui diritti umani. “Alla prima opportunità – ha aggiunto il presule – riuniremo i vescovi per discutere la questione”. (V.V.)
Radiovaticana, 10 gennaio 2010
5. A Cuba
“Come può un essere umano di oggi preoccuparsi per la scomparsa di alcune specie e, giustamente, lottare per evitarlo, ma al tempo stesso prendere parte a manifestazioni pubbliche in favore dell’aborto?” Sono parole dell’arcivescovo de L’Avana, cardinale Jaime Ortega, che nel corso dell’omelia della Messa – con quale si è celebrato a Cuba il 1° gennaio la Giornata mondiale della pace – ha invitato tutti a riflettere sullo “stretto rapporto fra l’ecologia umana e l’ecologia ambientale”. Il porporato ha rilevato che in definitiva una sana e corretta ecologia ambientale dipende da altrettanta sana e corretta ecologia umana, centrata proprio sulla suprema dignità dell’essere umano e della sua vita intangibile. Ecologia umana, ha poi ricordato il porporato “significa, per esempio, purificazione dell’ambiente morale e spirituale del bambino affinché conservi la sua innocenza; significa una gioventù sana di spirito e alla quale la famiglia, la scuola e l’intera società sono in grado di orientare sui sentieri dell’amore vero e non del sesso facile”. D’altra parte l’arcivescovo de L’Avana, che ha citato a più riprese diversi brani del Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace, ha osservato che “in modo così globale e globalizzato non si può sfuggire al fatto dell’interconnessione delle nazioni” ormai fortemente unite e interdipendenti non “solo dall’informazione ma anche dai problemi”, come dimostra la crisi economica mondiale. Su questa crisi, ha poi precisato, non va dimenticato che alla sua origine ci sono anche ragioni di natura etica. “Una condotta umana ambiziosa, desiderosa del guadagno facile, assettata di ricchezza e potere” ha finito per “fondare un ordine economico ingiusto in cui le minoranze traggono con ostentazione molti benefici, sprecando molti beni, mentre la stragrande maggioranza della popolazione patisce la carenza di beni e di servizi indispensabili”. “Per questo motivo, ha proseguito il porporato, occorre pregare, poiché le soluzione dipendono solo dal pensiero e dalla volontà dell’uomo e il cuore umano può essere trasformato solo da Dio”, che non guarda alle apparenze bensì all’intimità del cuore stesso. Infine, l’arcivescovo de L’Avana ha ricordato che solo il “riferimento a Dio Creatore ci può aiutare a collocare la natura nel suo giusto luogo; a non ritenerla solo un mezzo di sostentamento, una pura fonte di energia, come una qualsiasi ricchezza dalla quale ci possiamo appropriare a scapito dell’altro”. Anzi, Dio ci aiuta a comprendere e capire che “la natura è un suo dono straordinario che noi tutti dobbiamo condividere nella solidarietà”. Anche il nostro “rapporto con la natura, ha concluso il cardinale Jaime Ortega, passa attraverso una dimensione etica”. (A cura di Luis Badilla)
Radiovaticana, 8 gennaio 2010
6. In Spagna
“Un passo indietro per quanto riguarda la protezione della vita”: la Conferenza episcopale spagnola ribadisce quanto affermato, in merito alla riforma della legge sull’aborto, nella dichiarazione pubblicata il 17 giugno dalla Commissione permanente e fatta propria dall’Assemblea plenaria il 27 novembre. Secondo i vescovi spagnoli, la riforma inizia a trattare l’aborto come un diritto della donna, si impone nel sistema educativo la propaganda dell’aborto, e inoltre si definisce la salute della donna – che, posta in pericolo, sarebbe una delle ragioni per abortire – come “benessere sociale”, oltre che “fisico e psichico”. Per questi motivi i presuli – rispondendo alle dichiarazioni del presidente del Congresso dei Deputati, José Bono, rilasciate ad un quotidiano spagnolo – hanno ribadito che nessuno, che si attenga agli imperativi della ragione, può dare il suo appoggio a questa legge e ancor meno i cattolici per coerenza con la loro fede. In questo caso, inoltre, non è possibile per i cattolici appoggiare la legge come male minore, invocando l’Enciclica “l’Evangelium Vitae”. La Conferenza episcopale ha poi ribadito le norme della Congregazione per la Dottrina della Fede riguardo a questa materia, norme valide in tutto il mondo, per tutti i cattolici, indipendentemente dall’affiliazione politica. I vescovi ricordano anche il principio della non ammissione alla Santa Comunione di quanti pubblicamente diano il loro appoggio o il loro voto ad una legge che non protegga in modo adeguato il diritto alla vita di coloro che devono nascere. Dopo l’approvazione della nuova legge già sono in atto le prime mobilitazioni: tra queste anche quella della Confederazione cattolica dei genitori e degli alunni, che proporrà ai genitori e ai docenti l’obiezione di coscienza e/o la denuncia davanti ai tribunali se verranno costretti ad insegnare nelle scuole spagnole l’aborto come diritto. Dal canto suo la Federazione spagnola delle Associazioni Pro-Vita ha espresso il proprio rifiuto ad una legge che “nega il diritto alla vita dei più indifesi e trasforma in falso diritto l’omicidio, l’abbandono delle donne e il calpestare la libertà professionale”. (C.S.)
Radiovaticana, 4 gennaio 2010
7. In Thailandia
Vescovi cattolici e capi spirituali buddisti della Thailandia invitano i rispettivi fedeli a promuovere nell’anno appena iniziato una cultura di pace e amore. “Costruiamo insieme una cultura di amore nelle nostre comunità”, ha affermato nella sua omelia di Natale, ripresa da AsiaNews, mons. Francis Xavier Kriengsak Kovithavanij, arcivescovo di Bangkok. “Con piccoli passi – ha affermato – la comunità potrà essere un dono per la società e potrà esserci la pace”. Per il presule, solo attraverso la testimonianza di ogni cattolico i non cristiani potranno essere toccati dall’amore di Dio. In Thailandia circa il 95% della popolazione è di fede buddista. Su 63 milioni di persone solo 300 mila sono cattoliche. Nonostante sia una minoranza, la comunità cattolica ha un ruolo attivo all’interno della società. Esempio di questo impegno è il Catholic Business Executive Group (Cbeg) che tenta di portare all’interno del Parlamento i valori del cattolicesimo, a partire dalla battaglia contro l’aborto. Anche il supremo patriarca buddista Sakolmahasangkaprainayok nella sua benedizione per la fine dell’anno ha sollecitato i fedeli a promuovere nel mondo il messaggio della pace. “Per il nuovo anno – ha affermato dal tempio di Bawornniwes a Bangkok – auguro a tutti voi di far crescere soprattutto voi stessi, partendo dai desideri del vostro cuore; solo un cuore pieno di desideri può portare la pace”. (V.V.)
Radiovaticana, 1° gennaio 2010
Smemorie finiane. Divorzio e memoria. Rileggere Dino Grandi per capire certe passioni da divorzio breve. Rileggere Claretta sulla razza
parlamentari che furono di An si
battono per il divorzio breve. Tra costoro
Maria Ida Germontani, i cui disegni di
legge sono applauditi dall’associazione
radicale per il divorzio breve. I dati sono
questi: i divorzi crescono ogni anno e con
essi le problematiche connesse
all’equilibrato sviluppo psicologico di
figli che possiedono un solo o più di due
genitori. Quanto a quest’ultimi, secondo il
presidente nazionale dell’Ami,
l’associazione matrimonialisti italiani,
“ogni anno in Italia si separano circa 160
mila persone e centomila sono i nuovi
divorziati. “E’ un fenomeno che riguarda
per lo più operai, impiegati ed insegnanti.
Le separazioni e i divorzi, dati gli
obblighi economici e le spese che
determinano, trasformano questi
lavoratori in veri e propri ‘clochard’”
Secondo l’Ami il 25 per cento degli ospiti
delle mense dei poveri sono separati e
divorziate. Nell’80 per cento dei casi si
tratta di padri separati, obbligati a
mantenere moglie e figli e senza più
risorse per sopravvivere. Molti di questi
dormono in auto e i più fortunati (circa
500 mila) sono tornati nelle loro famiglie
d’origine (fonte Apcom).
Di fronte a questo disastro non sarebbe
meglio, piuttosto che facilitare ancora il
divorzio, puntare su una rinascita del
senso della famiglia, che renda
quantomeno meno frequenti certi
drammi umani? In verità le battaglie
della Germontani rammentano quanto
racconta il vaticanista Benny Lai nel suo
“Il mio Vaticano” (Rubbettino).
All’indomani della consultazione
referendaria sul divorzio del 1974, l’ex
ministro degli Esteri e Guardasigilli
fascista Dino Grandi espresse a Benny
Lai la sua soddisfazione per l’esito,
spiegandogli che si era giunti finalmente
a quello che anche lui e Mussolini
avrebbero voluto, tanti anni prima:
“Mussolini pretendeva che la Santa Sede,
la quale aveva rafforzato la sua stretta
neutralità dopo l’intervento dell’Italia in
guerra, si schierasse a favore delle
potenze dell’Asse. A sua volta Hitler
insisteva, con la sua nota stupidità, che
l’Italia rompesse con la Santa Sede. A
quel tempo… toccava a me provvedere
alla redazione del nuovo codice civile.
Ebbene, ricevetti ordini perentori da
Mussolini di stendere gli articoli relativi
al matrimonio in modo che fossero in
contrasto all’articolo 34 del concordato…
Allora mi ribellai, mi ribellai per ragioni
tattiche”, così che alla fine Mussolini
disse: “Questi preti mi hanno fregato.
Forse tu hai ragione (a dire che non è
questo il momento opportuno, ndr) ma la
prima cosa che farò dopo la guerra sarà
la denuncia del concordato”.
Seconda riflessione: non molto tempo
fa Gianfranco Fini ebbe a spiegare che la
chiesa non aveva fatto abbastanza contro
le leggi razziali del 1938. Un’accusa
singolare. Ancora più singolare vista
l’idea di Fini, ripetuta più volte, sulla
necessità che la chiesa non invada spazi
che non le appartengono. Recentemente
è uscito il diario di Claretta Petacci,
“Mussolini segreto”, a cura di Mauro
Suttora (Rizzoli). Ne consiglio la lettura al
presidente della Camera. Potrà trovarci
ad esempio queste frasi: “8 ottobre 1938.
Mussolini è indignato con Pio XI, che ha
dichiarato ‘spiritualmente siamo tutti
semiti’ e chiede di riconoscere la validità
dei matrimoni religiosi misti tra ebrei e
cattolici. ‘Tu non sai il male che fa questo
Papa alla chiesa. Mai Papa fu tanto
nefasto alla religione come questo. Ci
sono cattolici profondi che lo ripudiano.
Ha perduto quasi tutto il mondo. La
Germania completamente… E lui fa cose
indegne. Come quella di dire che noi
siamo simili ai semiti. Come, li abbiamo
combattuti per secoli, li odiamo, e siamo
come loro. Abbiamo lo stesso sangue! Ah!
Credi, è nefasto’. ‘Adesso sta facendo una
campagna contraria per questa cosa dei
matrimoni. Vorrei vedere che un italiano
si sposasse con un negro… Lui dia pure il
permesso, io non darò mai il consenso…
Ha scontentato tutti i cattolici, fa discorsi
cattivi e sciocchi. Quello dice:
‘Compiangere gli ebrei’, e dice: ‘Io mi
sento simile a loro’… E’ il colmo’”. 10
novembre 1938. Il governo approva il
decreto legge sulla razza che entrerà in
vigore una settimana dopo. Benito ne
parla a Claretta: “‘Oggi abbiamo trattato
la questione degli ebrei. Certamente sua
santità solleverà delle proteste, perché
non riconosceremo i matrimoni misti. Se
la Chiesa vorrà farne, faccia pure’”.
“16 novembre 1938. Nuovo sfogo contro
Pio XI. ‘Ah no! Qui il Vaticano vuole la
rottura. Ed io romperò, se continuano
così. Troncherò ogni rapporto, torno
indietro, distruggo il patto. Sono dei
miserabili ipocriti. Ho proibito i
matrimoni misti, e il Papa mi chiede di
far sposare un italiano con una negra’”.
Per la storia: il Mussolini socialista,
prima di divenire il duce, spiegava che la
chiesa era contro la scienza: scrisse
infiniti articoli su Galilei e Giordano
Bruno, e si dilettò nel confermare il
materialismo di Marx alla luce di Darwin
in un articolo intitolato “Centenario
darwiniano”. Si riteneva molto
scientifico. Infatti volle che il Manifesto
della Razza del 1938 avesse il crisma
della scienza: fu firmato non dai
“pipistrelli” che hanno paura della
scienza, dalle “pallide ombre del
medioevo”, come il giovane Benito
chiamava i sacerdoti, ma da dieci
scienziati-scientisti, tra i più “in”
dell’epoca: antropologi, medici e zoologi.
Francesco Agnoli
Il Foglio 28 gennaio 2010
Monsignor Negri: se non parlano i vescovi contro la cultura della morte, chi lo farà?
Monsignor Luigi Negri, 67 anni, ciellino, già docente di Introduzione alla teologia e Storia della filosofia alla Cattolica di Milano ripete spesso, con la dovuta umiltà, di voler guidare la piccola ma prestigiosa diocesi di San Marino-Montefeltro un po’ come il “Leone di Münster”, monsignor Clemens August von Galen, guidava ai tempi del nazismo la sua diocesi: nel nome di “una fede che non si riduce a privato” – disse di lui Benedetto XVI – non ebbe paura di esprimersi pubblicamente contro Hitler.
E paura non ne ha avuta, tre giorni fa, neppure Negri quando, uscita su Avvenire la notizia che in Emilia-Romagna il sei per cento degli aborti avviene con la pillola Ru486 somministrata in day hospital, ha dichiarato: “Si tratta di operazioni di bassa macelleria”. E ancora: “E’ incredibile che si possa definire, come hanno fatto nella nostra regione, l’espulsione del feto come una mestruazione particolarmente copiosa”. Ma “fra qualche mese anche i nostri cittadini andranno alle urne. Spero che molti si ricorderanno di queste agghiaccianti statistiche”.
Non è col Foglio che Negri intende parlare in ecclesialese. Piuttosto intende chiamare le cose col nome loro perché, dice, “è arrivato il tempo di capire bene cosa significhino per il paese, a livello culturale e antropologico, candidature come quella di Emma Bonino nel Lazio”.
E ancora: “Se non cominciamo noi vescovi a parlare chiaro, chi lo farà nella chiesa?”. Negri parte da lontano: “Conosco bene – dice – certe forme di radicalesimo. Ricordo di aver assistito da vicino, da studente al liceo Berchet di Milano, alla nascita del primo centro culturale del radicalesimo italiano. Nacque all’inizio degli anni Sessanta. L’occasione fu l’opposizione al vescovo di Prato monsignor Piero Fiordelli.
Questi aveva denunciato come ‘pubblici peccatori e concubini’ due giovani che si erano sposati in comune. Per questo motivo venne condannato a un anno di reclusione. Altri tempi, certo. Ma è un esempio per dire che ha radici lontane in Italia un certo tipo di radicalesimo che altro non vuole fare se non proporre in modo chirurgico e preciso una cosa: quella che Giovanni Paolo II chiamò nell’Evangelium vitae la cultura della morte. Sono quarant’anni che in Italia assistiamo al tentativo di espropriazione della nostra cultura popolare e della nostra tradizione cattolica. E non mi pare che questo tentativo sia terminato”.
Per rimanere sul tema “parlare senza giri di parole”, così Negri descrive le caratteristiche di questa “cultura della morte”: “Immoralismo come nuova moralità. Vita affettiva ridotta a puro meccanismo sessuale, un meccanismo da controllare secondo la logica dell’istintualità, a ciò che pare e piace. Equivalenza tra omosessualità ed eterosessualità. Disprezzo dichiarato per la vita: dicono che gli embrioni sono soltanto un grumo di cellule. Liberalizzazione delle droghe. Disprezzo per ogni forma di legge morale”.
E ancora: “Qualunque sia il nome col quale vogliamo definire questo tipo di cultura, questo tipo di radicalesimo, non possiamo dimenticare che la sua volontà è una, ed è quella di distruggere la chiesa. E’ quella stessa volontà che Voltaire riassunse nel motto ‘Ecrasez l’infame’, ‘Schiacciate l’infame’, dove l’infame altro non è che la chiesa cattolica”.
Già la chiesa. Le sue posizioni sono chiare. La cultura che intende difendere è ben esplicitata nei magisteri papali, ultimi quelli di Montini, Wojtyla e Ratzinger. Ma quando poi la battaglia da ideologica diviene pratica non tutto risulta chiaro. Dice Negri: “La domanda è: perché di fronte a questa cultura dichiaratamente in opposizione a quanto la chiesa sostiene parte del mondo cattolico si mostra privo di atteggiamento critico? Perché per alcuni cattolici la candidatura di una radicale può sembrare in fondo non così diversa da quella di un qualsiasi altro politico? E’ la stessa domanda che mi sono posto anch’io dopo aver letto l’inchiesta del Foglio a Viterbo che ha evidenziato come per molti cattolici non è un problema la candidatura della Bonino nel Lazio.
Mi sono risposto una cosa: se facessimo la medesima inchiesta in altre regioni, vorrei dire in tutte le regioni d’Italia, il risultato sarebbe lo stesso di Viterbo. Perché il dato è uno e chiede d’essere guardato: stiamo crescendo generazioni assolutamente incapaci di giudizio critico sulle cose. Leggendo l’inchiesta del Foglio mi è venuto in mente quel versetto della Bibbia, Geremia 31, dove si dice: ‘I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati’. Mi domando: siamo stati capaci di favorire in questi anni l’espressione di una vera cultura della fede? Abbiamo promosso quell’antropologia adeguata sulla quale più volte tornò Giovanni Paolo II? Oppure è cresciuta tra noi, sotto i nostri occhi, una generazione per la quale il dialogo viene prima dell’identità? A volte sembra che il dialogo che impostiamo con chi non crede altro non sia che una resa senza condizioni. Nel nome del dialogo ci dimentichiamo chi siamo. E dimenticandoci chi siamo sono sempre gli altri ad avere ragione, ad avere la meglio”.
Allora cosa fare? Per Negri occorre ricominciare, ripartendo da quanto Benedetto XVI e la conferenza episcopale italiana continuano a sottolineare: “Sono dieci anni che i vescovi parlano di emergenza educativa. Occorre lavorare tutti su questa emergenza perché soltanto in questo modo i cattolici di oggi e di domani potranno imparare a discernere, giudicare, difendere la propria identità.
Soltanto in questo modo i cattolici potranno capire che è arrivato il tempo di uscire dalla notte in cui tutte le vacche (tutte le identità) sono nere (hanno lo stesso colore). Un tempo, insomma, in cui anche il discernimento sui candidati alle elezioni sarà più semplice”.
Pubblicato sul Foglio martedì 26 gennaio 2010
La pillola indebolisce le ossa? Due anni di anticoncezionali orali, soprattutto se a basso dosaggio, riducono la densità ossea di quasi il 6 per cento
LO STUDIO - I ricercatori dell’istituto di ricerca del Group Health Cooperative di Seattle, dopo aver chiesto a oltre 600 giovani donne dai 14 ai 30 anni se prendevano o avevano preso la pillola in passato, in quale formulazione e per quanto tempo, hanno misurato la densità delle loro ossa in generale, a livello dell’anca e della colonna vertebrale. «Nelle adolescenti fino a diciotto anni» spiega la ricercatrice «non abbiamo notato nulla di particolare. Ma a partire dai 19 anni, le donne che riferiscono di aver fatto uso della pillola tendono ad avere una densità ossea a livello della colonna vertebrale tanto più bassa quanto più lungo è durato il trattamento contraccettivo: l’effetto maggiore si registra tra coloro che hanno utilizzato la pillola per più di 2 anni, le quali presentano una densità ossea inferiore quasi del 6 per cento rispetto a quelle che non l’hanno mai presa». L’effetto poi è ancora più marcato tra chi prendeva prodotti a basso contenuto di estrogeni.
I COMMENTI - «Il lavoro sembra confermare altre segnalazioni precedenti, condotte su gruppi meno numerosi» spiega Luigi Gennari, ricercatore presso l’Università di Siena. «Una donna che prende la pillola non riceve gli stessi stimoli ormonali che esistono in natura, soprattutto i picchi di estrogeni che si verificano fisiologicamente ogni mese». Nessuno sa se questo effetto è reversibile, una volta interrotto il trattamento, né quali possano essere le sue conseguenze a lungo termine. «Occorre tener conto» commenta la ricercatrice statunitense, «che dopo la menopausa una riduzione della densità ossea del 5 per cento si associa a un rischio di frattura aumentato del 50 per cento». Che fare, dunque? «Chi già ha familiarità per l’osteoporosi, alla luce di questo dato, potrà prestare più attenzione ad assumere un adeguato apporto di calcio, a svolgere una regolare attività fisica, a non fumare» prosegue Gennari. «Anche se nel lavoro ci sono dei limiti metodologici che non permettono ancora di ricavarne conclusioni certe». «Il fatto che i ricercatori statunitensi hanno per così dire “fotografato” la situazione delle ossa in un determinato momento» interviene Carmine Nappi, direttore del Dipartimento di scienze ostetrico-ginecologiche, urologiche e medicina della riproduzione dell’Università degli studi Federico II di Napoli. «L’associazione fra uso di contraccettivi e bassa densità ossea potrebbe quindi avere un nesso causale, tanto più che solo 18 pazienti sulle 195 nella fascia di età maggiore, quella in cui il risultato era significativo, facevano uso della pillola al momento dello studio. Il fatto poi che le pazienti fossero pagate per sottoporsi all’esame, fa sospettare che si tratti di un gruppo a basso reddito, con un’alimentazione piuttosto “povera”: l’assunzione giornaliera di calcio riferita dalle pazienti, circa 1 g al giorno, è al limite della dose raccomandata». Lo scetticismo di Nappi si spiega anche col fatto che i risultati ottenuti in questo campo dal suo gruppo di ricerca vanno in tutt’altra direzione, mostrando piuttosto un’azione protettiva degli anticoncezionali ormonali sulle ossa.
GLI STUDI ITALIANI - «Innanzi tutto i nostri lavori, pubblicati sulla stessa rivista dei colleghi di Seattle, sebbene condotti su un minor numero di donne erano di tipo “prospettico”, e quindi più affidabili dal punto di vista scientifico: abbiamo cioè arruolato le pazienti nel momento in cui cominciavano a utilizzare il contraccettivo e le abbiamo seguite per un anno» spiega Nappi. «Abbiamo così osservato che tanto la pillola con 30 microgrammi di etiniletradiolo che quella con 20 microgrammi non modificano dopo 12 mesi la densità minerale ossea, che le nuovissime pillole con il progestinico drospirenone si comportano altrettanto bene di quelle più vecchie e che il cerotto contraccettivo e l’anello vaginale non differiscono a questo riguardo dalla contraccezione orale». Inoltre i ricercatori napoletani, oltre a valutare la densità ossea prima e dopo lo studio, hanno dosato nel sangue delle pazienti alcuni marcatori del riassorbimento osseo: osservando che i contraccettivi ormonali sono in grado di ridurre i livelli di queste sostanze, hanno dimostrato che inibiscono il riassorbimento, cioè l’indebolimento, dell’osso. «Le discrepanze tra i nostri lavori e quello condotto oltreoceano» prosegue Nappi, «possono essere dovute al fatto che i nostri studi si sono fermati a un anno mentre gli autori statunitensi notano differenze visibili dopo due anni. Inoltre potrebbero esserci differenze nella popolazione, oltre alla diversa impostazione dei lavori». C’è un punto debole in particolare, secondo l’esperto napoletano, nello studio della Scholes: il dato che le pazienti più giovani, cioè quelle che stanno “creando” il proprio patrimonio osseo e che quindi dovrebbero essere più suscettibili, sono invece quelle che non risentono del trattamento».
Roberta Villa
Corriere della sera 24 gennaio 2010