DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
Vieni avanti botulino. Risarcimento di quindici milioni per danni cerebrali, da reinvestire in nuovi ritocchi
i danni da botulino: vista
annebbiata, difficoltà respiratorie,
anni di continui dolori alle braccia,
alle mani e ai piedi, fino alla perdita
del lavoro. Un’ostetrica e ginecologa
dell’Oklahoma voleva spianarsi la
fronte e si è ritrovata bella liscia, lucida
e avvelenata dal botox. La giuria
le ha dato ragione (il foglietto illustrativo
della pozione ringiovanente non
mette in guardia da questi effetti collaterali
– e nemmeno
dalla mostrificazione
estetica).
E’ la prima volta
che succede,
aprirà probabilmente
la strada
ad altri risarcimenti,
ma le signore
convinte che per
restare radiose ventenni bisogna
ricorrere alla paralisi facciale
continueranno a iniettarsi il
botulino anche da sole e non solo
sul viso (fronte, zampe di gallina,
labbro superiore, lati della
bocca): va di moda sotto le
ascelle e sotto i piedi per evitare
la volgarità di sudare, con gli
occhi sempre più spalancati dai ritocchi
ma sempre più chiusi sui rischi
per il corpo e per il cervello. La ragazza
inglese di sedici anni a cui la
madre, diplomata estetista e completamente
modificata dalle plastiche e
dai lifting, fa punture di botox sulla
fronte per cancellare le linee di
espressione, ha detto, con la faccia vagamente
immobilizzata nella contentezza:
“Il teen toxing fa parte della vita
di questi tempi e io lo condivido
con la mia mammina”. Probabilmente
i danni cerebrali sono anche questo:
essere bella come Nicole Kidman,
o giovane come una liceale,
guardarsi allo specchio e trovare di
avere bisogno assoluto di un’aggiustatina,
e poi di un’altra e di un’altra ancora,
fino a che ogni Festival del Cinema,
ogni uscita da scuola e ogni serata
mondana saranno affollate da
identiche facce gommose e continuamente
stupite, forzatamente contente
(genere “Ridi pagliaccio”, ma non si
parla più ormai soltanto di signore,
anche gli uomini hanno detto: vieni
avanti botulino). Le donne hanno una
soglia altissima del dolore, sennò non
esisterebbero orde di signore che si
lanciano entusiaste e paganti sopra il
lettino di un chirurgo per farsi aprire
il seno e riempirlo di silicone (le infermiere
raccontano scene hard di capezzoli
vaganti in attesa di essere ricuciti),
per farsi tagliare il fondoschiena
e infilarci fili d’acciaio a scopo
sollevamento, farsi mettere una retina
attorno allo stomaco per evitare
di riempirlo troppo, quindi non si lasceranno
intimorire da problemini alla
vista (molte dormono già da anni a
occhi aperti) o sofferenze disumane
dopo qualche iniezione di botulino. I
risarcimenti ottenuti verranno investiti
nelle nuove frontiere del ritocco,
rincorrendo con coraggio la perfezione,
cioè il modello trans stupefatto.
© Copyright Il Foglio 14 maggio 2010
Verdon: Una rivoluzione in carne ed ossa. «l’idea di persona deve tutto al senso e al valore cristiano del corpo. Da qui libertà e dignità"
Tratto da Tempi del 6 aprile 2010
Un viaggio dentro se stessi e prima ancora un percorso che si dipana attraverso la cultura occidentale alla scoperta dei suoi princìpi fondativi. L’esperienza della mostra “Gesù. Il corpo, il volto nell’arte” è un approfondimento continuo e lucido della concezione di persona e corporeità elaborata attraverso le raffigurazioni di Gesù. Una concezione che «oggi è necessario riscoprire», osserva monsignor Timothy Verdon, ideatore e curatore della mostra nonché docente alla Stanford University e alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale e direttore dell’Ufficio diocesano fiorentino per la catechesi attraverso l’arte. «Viviamo in una società che ha dimenticato il senso e il valore che il cristianesimo attribuisce al corpo; siamo immersi in una cultura dell’immagine che presenta ed enfatizza il corpo banalizzandolo, svilendolo, misurandone il valore in base alle performance atletiche o sessuali che garantisce. Abbiamo smarrito l’antica concezione del corpo come luogo della dignità e della libertà di ogni essere umano, del corpo come dono ricevuto da Dio, da offrire agli altri con amore, con semplice e totale generosità, come ha fatto Cristo».
Cosa c’entra una mostra di immagini sacre con il recupero della dignità del corpo umano?
La mostra vuole suggestivamente ricreare e far rivivere il mondo che è stato il contesto visivo, concettuale e spirituale degli europei fino all’età napoleonica, ossia un mondo in cui la maggior parte delle immagini viste dalle persone radunate in luoghi pubblici erano le raffigurazioni sacre: le pale d’altare, i mosaici, le vetrate delle chiese. Per almeno 17 secoli gli uomini hanno visto raffigurato soprattutto un volto, quello di Gesù, di un Dio che assume un corpo e che lo offre con amore per tutti gli uomini. L’idea di persona elaborata dall’Occidente negli ultimi duemila anni è debitrice di questa ricchissima tradizione iconografica, in cui libertà e dignità umana scaturiscono dal dono del corpo e si comunicano nel pathos dello sguardo. Proprio per ricreare questo mondo visivo, concettuale e spirituale abbiamo pensato a un allestimento che riproducesse il contesto sacro e liturgico nel quale le opere erano collocate in origine; alcuni dipinti, ad esempio, sono sistemati sopra ad un altare per evocare il rapporto visivo tra immagine e rito: diverso infatti è l’impatto che suscita una Pietà in un museo e la stessa opera sopra una mensa eucaristica.
Come descriverebbe l’esperienza emotiva e spirituale che gli uomini hanno fatto per secoli osservando queste opere nelle chiese? Qual era, e qual è ancora oggi, la funzione delle immagini sacre?
Quando guardiamo l’immagine attraente di un corpo scatta dentro di noi l’identificazione e il desiderio di emulazione: si tratta di una dinamica ben nota, che oggi la pubblicità sfrutta banalmente per scopi commerciali. Per secoli gli artisti ci hanno presentato un Gesù nel quale i fedeli riuscivano a identificarsi, un Gesù il cui volto esprime amore, compassione, tenerezza, misericordia, un Gesù il cui corpo traduce in azioni questi sentimenti, giungendo a salire sulla Croce. Osservando le immagini di Gesù, chi crede sente nascere dentro di sé il desiderio di emularlo, di diventare come lui, di donare tutto se stesso con gratuità. In passato queste immagini erano collocate nelle chiese e ciò arricchiva l’esperienza spirituale: osservando una raffigurazione di Gesù durante la Messa, il fedele non soltanto trovava un’immagine che era epifania ed apocalisse, manifestazione e rivelazione, del mistero che si celebrava sull’altare, ma – facendo la comunione – viveva la trasformazione che lo avrebbe reso sempre più somigliante al Gesù raffigurato. Per secoli l’immagine del corpo e del volto di Gesù è stata parte della vita di fede, di un processo dinamico che cambiava la vita degli uomini, rendendoli desiderosi di somigliare a Gesù e di entrare in comunione con lui.
Contrariamente al passato, oggi molte chiese, soprattutto quelle di recente costruzione, sono sguarnite di immagini raffiguranti Gesù. Come mai?
Purtroppo non solo nelle chiese ma anche nell’arte contemporanea il corpo è quasi del tutto assente e gli artisti che lavorano nell’ambito del sacro tendono a proporre raffigurazioni simboliche di Gesù, poiché vogliono evitare un realismo che richiami le immagini spesso banali e volgari che del corpo ci propongono la televisione, il cinema e la pubblicità. Con questa mostra vogliamo anche invitare la cultura cattolica e i fedeli a riscoprire l’importanza e il valore delle immagini del corpo e del volto di Gesù che sono parte costitutiva, essenziale, di quel sistema di segni di cui i sacramenti sono i punti apicali.
Le opere in mostra sono databili per la maggior parte tra il XIV e il XVII secolo, ossia il periodo che comprende la fine del Medioevo, il Rinascimento e il Barocco. Perché questa scelta?
Perché in questo periodo il corpo e il volto della persona umana tornano a essere primari portatori di significato. Nei suoi primi secoli di vita, la cultura cristiana rifiutò la grande tradizione figurativa greco-romana, considerata espressione di una cultura pagana e amorale: l’arte cristiana dei primi secoli raffigurò il corpo in modo simbolico, evitando di mostrarne in modo realistico la bellezza e la carica di affettività poiché volle prendere le distanze da quella cultura pagana che vedeva nel corpo uno strumento di piacere e un oggetto di desiderio. Poi in Italia, intorno al Duecento, in quello che molti storici definiscono pre-Rinascimento, ecco la svolta: viene riscoperta l’eloquenza unica del corpo e del volto umano della grande tradizione classica.
Quale fu la causa di questa riscoperta e rivalutazione?
Non fu in primo luogo l’Umanesimo, come molti potrebbero pensare, ma una nuova spiritualità che si stava diffondendo, guidata da san Francesco di Assisi e da altri nuovi ordini religiosi: furono loro, portando in modo nuovo la Parola di Dio nelle strade, nelle piazze, nelle campagne, a focalizzare l’attenzione dei credenti sull’umanità di Gesù. Emblematica in questo senso è l’invenzione francescana del presepio, che invita i fedeli a contemplare la nascita corporea di Gesù. È questa nuova spiritualità incentrata sull’uomo che nel Quattrocento e nel Cinquecento farà riscoprire l’arte greco-romana così adatta a descrivere il corpo con tutte le sue emozioni: il corpo di Gesù diventa il luogo in cui l’amore di Dio per gli uomini si esprime e l’arte lo rappresenta in tutta la sua naturale e attraente bellezza, portatrice di sentimenti di amore e misericordia, capace di toccare il cuore. Nelle diverse sezioni della mostra abbiamo voluto che le opere esposte mostrassero tutta le fasi della vita di Gesù, la nascita, gli intensi anni della predicazione, la morte e la Risurrezione.
Si può dire che la mostra va incontro al desiderio dell’uomo, che è anche uno dei temi delle Scritture: voler vedere Dio?
Proprio così: non si tratta di semplice curiosità, ma di un impulso fondamentale dell’esperienza giudaico-cristiana, basti ricordare quanto chiese Mosè a Chi gli parlava sul Sinai. Quando Filippo domanda a Gesù: «Mostraci il Padre», lui risponde: «Chi ha visto me ha visto il Padre». È in quel volto, è in quel corpo offerto per amore che l’uomo vede e incontra Dio e, allo stesso tempo, scopre se stesso, la propria dignità e la propria libertà, che è libertà di amare e donarsi».
Il corpo e la psiche dei giovani. di Claudio Risé
Tramite il blog di Claudio Risé
È opportuno che i governi intervengano impedendo o sollecitando nei giovani minori decisioni importanti per il loro corpo e la loro psiche? Due casi attuali.
Da una parte il disegno di legge che in Italia vieterà alle minorenni le protesi al seno per fini estetici. Dall’altro la forte pressione in altri Paesi fatta fin dall’età scolare sugli allievi per informarli dei diversi orientamenti sessuali, e spingerli a fare outing nel caso si ritengano gay. In Italia, la Regione Toscana ha votato già anni fa una legge per spingere ed agevolare questa decisione.
Ora in Svizzera, nel Canton Ticino, è in atto un acceso dibattito sull’introduzione nelle scuole di materiale didattico dedicato all’opportunità del dichiararsi gay per allievi che riconoscano in sé questo orientamento.
Alcuni giornali mi hanno chiesto cosa ne penso e vorrei rispondere su queste colonne.
Le ultime ricerche nelle neuroscienze sembrano aver accertato che il cervello umano non può considerarsi pienamente formato fino ai trent’anni. La notizia ha fatto un certo scalpore, ma non è affatto sorprendente per chi, come lo psicoterapeuta, è quotidianamente in contatto con la mobilità della psiche (e quindi anche del cervello) dell’essere umano, il quale, già adulto, sente spesso il bisogno di cambiare nel giro di pochi anni, la propria vita.
Questi cambiamenti, spesso apparentemente innescati da un nuovo amore, un diverso posto di lavoro, un trauma, o una convinzione morale o estetica, si sviluppano contemporaneamente a modifiche nel funzionamento delle sinapsi cerebrali, che a loro volta rafforzano i nuovi comportamenti.
Il benessere, e addirittura la felicità dell’essere umano sono dunque agevolati da una personalità ed un corpo aperti alle diverse opzioni che possono maturare nella persona nel corso della sua piena maturazione.
È quindi importante che l’individuo mantenga il più a lungo possibile uno sguardo aperto sulle proprie vocazioni affettive, sessuali e professionali, in modo da cogliere e valorizzare nel corso del tempo il senso complessivo delle esperienze accumulate. In particolare, è assolutamente necessario che la persona non compia scelte troppo incisive o determinanti sulla propria vita nell’adolescenza, quando la personalità è bombardata da stimoli esterni ed interni di ogni genere, che dovrebbe prima digerire e metabolizzare, dandosi il tempo di vedere cosa poi produrranno.
Ad esempio nella nostra società dell’immagine, e durante le tempeste ormonali dell’adolescenza, la dimensione del seno può diventare un cruccio, o un obiettivo, che in seguito rientra o si modifica. In quei casi l’intervento con una plastica o protesi, mentre il cervello e la personalità sono ancora in mutamento, genera il più delle volte un senso di insicurezza (spesso inconscio), che riemerge spesso nel bisogno di fare nuovi interventi, sulla stessa zona o in altre, e nello sviluppo della sensazione (più o meno angosciante) di «non essere se stessi».
La ragazza che, desiderato un grande seno, se ne può sentire poi ingombrata, e chi l’ha voluto ridurre, può rimpiangere l’abbondanza perduta.
Così nell’orientamento sessuale lo scambiare la «fase omosessuale» dell’inizio adolescenza, e la sua nota predilezione e interesse per il proprio sesso, per un orientamento di vita, può spingere a collocarsi in una posizione affettiva od erotica che poi si rivela non essere la propria. Per questo, culture meno frettolose della nostra hanno sempre istituito una «zona di protezione» per l’adolescente, naturale soggetto di sperimentazione, e non di scelte definitive.
Amore e neuroscienze: l’unità duale di anima-corpo è insuperabile. La prolusione del Card. Angelo Scola all’Istituto Giovanni Paolo II
Mercoledì 11 novembre, in mattinata, il Patriarca ha tenuto la prolusione di inaugurazione dell’Anno Accademico 2009-2010 del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia di Roma, nel XXIX Anniversario di Fondazione.
Il quotidiano Il Foglio ne ha pubblicato un ampio estratto, che qui si riporta.
Amore e neuroscienze
Il termine neuroetica si è diffuso grazie ad un articolo scritto nel 2002 da William Safire sul New York Times. In un primo tempo indicava una significativa estensione del campo della bioetica, poi una scienza autonoma. Ora, come nota Adina Roskies, la neuroetica ha per così dire compiuto un salto di qualità mediante lo studio di quelle caratteristiche che ci definiscono propriamente come esseri umani.
Oggi si parla pertanto di etica delle neuroscienze e di neuroscienze dell’etica. La neuroetica non si limita quindi a pronunciarsi sui problemi etici che sorgono dall’applicazione delle neurotecnologie, ma alimentandosi, di fatto o esplicitamente, ad un confronto sempre più serrato con l’etica, la filosofia, la teologia morale, la psicologia, la pedagogia, l’arte, il diritto e l’economia vuole rispondere, partendo rigorosamente da sofisticate indagini scientifico-sperimentali, all’interrogativo: cosa significa realmente esistere come esseri pensanti (N. Levy)? È possibile ri-significare in termini puramente neuronali un simile interrogativo per cercare di rispondervi?
La posta in gioco è molto importante se Adina Roskies, considerata l’iniziatrice delle neuroscienze dell’etica, giunge ad affermare: «Man mano che procederemo nella comprensione di comportamenti complessi la concezione del cervello come macchina deterministica andrà a minare la nozione stessa di libero arbitrio e di responsabilità morale».
Il complesso fenomeno dell’affettività umana non poteva dunque sfuggire e non è sfuggito a questo approccio di lavoro. Con risultati solo in parte degni di nota.
E così è avvenuto che le neuroscienze contemporanee e la psicologia cognitiva abbiano cominciato, oggigiorno, a studiare in sinergia anche l’amore umano.
Lo fanno con strumenti di lavoro ormai consolidati, strumenti con cui sono stati indagati molti comportamenti umani caratteristici ed alcune “peculiarità” di Homo sapiens (freewill, senso morale, giudizio etico, estetico ecc.). Si parte con un’indagine psicologica, effettuata solitamente tramite quiz a risposta multipla; si passa poi all’analisi statistica intra ed inter-culturale dei dati raccolti in questo modo, per cercare di individuare dei trend cui fornire successivamente un’interpretazione scientifica, e da associare all’eventuale scoperta di un nuovo “universale biologico”. Il passaggio ormai quasi obbligato è la ricerca di un ancoraggio al substrato neuronale. Si cerca cioè di trovare il “correlato neuronale di..” questo o quel fenomeno di interesse. Partendo dalle neuroimmagini ottenute (tramite fMRI – Risonanza magnetica funzionale per immagini), si fornisce infine una spiegazione per lo più di tipo adattativo-evolutivo: qualcosa che sia in grado di ricollegare un accadimento biologico presente al nostro passato evolutivo di cacciatori-raccoglitori pleistocenici.
Helen Fisher, antropologa americana, considerata tra le esperte del settore, pubblica ormai da diversi anni libri e articoli scientifici che riguardano il tema dell’amore, sia specialistici che divulgativi.
La studiosa, con il suo team di ricerca, ha dedicato un’importanza considerevole al cosiddetto stadio dell’amore romantico (romantic love). L’amore romantico sarebbe, a detta dell’autrice, uno dei tre poli cardinali attorno ai quali si snoda l’intera parabola affettiva-relazionale tra uomo e donna. Il primo è costituito dall’attrazione sessuale (libido o lust), il secondo sarebbe appunto l’amore romantico (romantic love) ed il terzo l’attaccamento (attachment): «Credo che l’amore romantico sia una delle tre reti primordiali del cervello, che si sono sviluppate per spingere gli esseri viventi all’accoppiamento e alla riproduzione. La libido, cioè il desiderio di gratificazione sessuale, si è manifestato per motivare i nostri antenati alla ricerca di un rapporto sessuale con un qualsiasi partner. L’amore romantico, l’euforia e l’ossessione dell’innamoramento, li ha spinti a concentrare l’attenzione su un solo individuo alla volta, conservando così tempo prezioso ed energie per l’accoppiamento. E infine l’attaccamento uomo-donna, cioè la sensazione di pace e di sicurezza, che spesso si prova per un partner di lunga durata, si è sviluppato affinché i nostri antenati amassero questa persona abbastanza a lungo da allevare i figli nati dalla loro unione» (H.Fisher). In questa breve citazione notiamo subito un fattore determinante delle ricerche in analisi: la sottolineatura della “funzionalità adattativa” di ogni stadio considerato. L’attrazione sessuale serve per dare la caccia ad un partner a scopo riproduttivo; l’amore romantico serve per focalizzarsi su un solo specifico partner; l’attaccamento favorisce la formazione di una coppia monogama (monogamia seriale) con lo scopo di allevare la prole.
La questione dell’amore umano diventa così un contenuto dell’impresa neuroscientifica contemporanea che, come le altre, ha significative ricadute neuroetiche e neurofilosofiche.
È pertanto sufficiente, ma nello stesso tempo necessario, affrontare in questa sede il problema delle neuroscienze dell’etica in generale.
Non mi addentrerò, da profano, in campi specialistici. Cercherò di prendere sul serio, dal mio punto di vista, che è quello della fede e della teologia, la questione che attraversa le ricerche delle neuroscienze e che investe frontalmente la neuroetica (e la neuroantropologia): Come è possibile che parti di materia priva di coscienza producano coscienza?
Correlazione non è causalità
Questa che è la questione basilare può essere scomposta a sua volta in tre domande: è il cervello a produrre la mente? Se sì, dal funzionamento del cervello si induce una spiegazione esauriente della natura dell’uomo? In tal caso che ne è di ciò che la tradizione, ma anche, in buona misura, il senso comune, chiama anima (spirito)?
Per tentare una risposta vedo necessario compiere due passi.
Il primo consiste nel ribadire il noto principio che l’hoc post hoc non implica l’ergo propter hoc. Correlazione e successione non dicono causalità. La critica è applicabile a certe estremizzazioni contenute nella elaborazione del cervello etico, così come a certe letture riduzioniste degli strabilianti risultati dovuti alla risonanza magnetica funzionale per immagini, agli esperimenti sul senso morale, sul libero arbitrio e sui neuroni specchio! In tutti questi casi i dati sperimentali di cui si viene a disporre non sono riducibili al puro livello neuronale, ma implicano sempre un’operazione eseguita a discrezione dello scienziato. In ogni modo, a livello di pura rilevazione empirica, non è dimostrabile, in maniera incontrovertibile, un rapporto di causalità tra l’azione morale A e l’attivazione cerebrale localizzata X (H.Jonas).
Con ciò, in linea di principio è data una risposta sufficiente ai quesiti di partenza.
Ma mi interessa assai di più aprire, col secondo passo, una pista di lavoro più ampia.
“Morale prima della morale”
Esiste un terreno comune da cui partire, nel rigoroso rispetto di ciò che è fede e quindi teologia e di ciò che è oggetto del sapere delle neuroscienze, per verificare quanta strada si può fare insieme?
Per quanto possa sembrare paradossale non pochi cultori di neuroscienze parlano di credenza. Gazzaniga, autore di un libro intitolato La mente etica, afferma che se ci dividono le nostre teorie morali e religiose, la mente etica ci unirà e ci salverà poiché «di fronte ad un conflitto morale reagiamo di fatto in modo molto simile guidato da reti neuronali o da sistemi di rinforzo comuni al nostro cervello». Egli conclude che «il nostro cervello vuole credere».
Una volta aperto il campo della credenza, bisogna però fare spazio a tutte le forme di credenza (A.Sironi).
Quando infatti questo concetto appare, come appare, nell’ambito della ricerca neuroscientifica, allora non vi si può escludere un nesso oggettivo con quello più preciso di fede, legato a qualunque autentica esperienza religiosa. Questa poi è esperienza elementare propria di ogni uomo quando affronta – più o meno esplicitamente – le inevitabili domande, espressioni del senso religioso, del “da dove vengo? dove vado?”, ma ancor più quando si pone la questione esistenzialmente decisiva: “Qualcuno mi assicura definitivamente?”.
In buona filosofia si dice che le domande ultime, quelle che secondo Comte non dovevano essere poste (quanta strada hanno fatto i saperi se oggi queste domande si impongono con forza ogni giorno proprio a partire da ricerche come le vostre..!) sono nello stesso tempo domande religiose. Quando si interroga sulle cose ultime la filosofia trapassa in religione e la ragione incontra, già all’interno del suo proprio orizzonte, la fede. Anche la fede cristiana, con il suo carattere gratuito e rivelato, non perde questo potente nesso con la ragione. Anzi si pone con la pretesa di essere, pur in tutta la sua discontinuità, in ragionevole armonia con essa.
L’espressione “morale prima della morale”(L.Boella), coniata nel mondo della neuroetica, dice il peso delle credenze anche per i cultori di questa disciplina. Al limite, quand’anche si intendessero le credenze come pure rappresentazioni mentali, fisicamente determinate in base ad una riduzione della mente ad aspetti funzionali di proprietà cerebrali, si finirebbe sempre per riconoscere una qualche inclinazione etica nell’uomo.
Il fatto di scoprirci biologicamente provvisti di un sistema neuronale rivela come «i meccanismi complessi e fortemente interconnessi che stanno alla base delle emozioni, dei valori e dei pensieri» (J.Illes e S.J.Bird) ci urgono a rapporti intersoggettivi.
Se mettiamo in campo il prisma della ragione con la sua pluralità di forme di esercizio, è conveniente riconoscere che le credenze neuroetiche, almeno in quanto aprono alla dimensione sociale, lasciano di fatto spazio all’esistenza di un altro polo della “morale prima della morale”. Sottolineo della morale prima della morale, che potremmo forse meglio definire con l’espressione esperienza morale elementare.
Potremmo sommariamente descrivere questo secondo polo dell’esperienza morale elementare riflettendo sul rapporto tra bambino e genitori. In esso si manifesta in modo paradigmatico l’esperienza dell’“essere accolto” nella vita. Le relazioni primarie costituiscono per lui i rapporti che lo custodiscono e attivano la sua capacità di esperienza e quindi di emozioni, valori e pensieri.
Esse svelano così, in ogni suo atto, il desiderio del bambino che il mondo sia per lui accogliente, armonioso, ricco di possibilità da scoprire e da utilizzare, ecc.; ma, insieme, dicono che tale desiderio è sorretto da un riconoscimento che lo attiva, lo rassicura, lo sostiene. È in forza del riconoscimento ricevuto che il bambino intrattiene rapporti di fiducia con il mondo e gli altri soggetti, che è reso capace di rapporti positivi e stabili con gli altri e con la realtà tutta.
Emerge una struttura dell’esperienza morale originaria articolata sulla connessione di desiderio-riconoscimento-relazione coinvolgente (comunione).
Se, ora, guardiamo all’esperienza morale di ogni soggetto ci rendiamo conto che essa si radica proprio in un desiderio di compimento di sé. Esso prende forma nelle inclinazioni, negli affetti originari, nelle emozioni e nei pensieri, a partire dalle relazioni primarie di riconoscimento, in cui, circolarmente, il desiderio acquista progressivamente coscienza pratica di se stesso e diventa capace di comunione con il mondo. È ragionevole poi pensare che, attraverso tali relazioni buone di riconoscimento che aprono alla domanda di senso (religioso), si attiverà l’imperativo morale e il nucleo normativo della Regola d’oro (C.Vigna).
Questa considerazione fenomenologica (in senso pieno) basta per dire che l’esperienza morale elementare (la morale prima della morale) possiede un carattere fortemente unitario, ma polare (duale).
Inevitabile apertura allo “spirituale”
La “morale prima della morale” o per meglio dire l’esperienza morale elementare può ben poggiare su credenze che hanno base neuronale empiricamente documentabili dalle neuroscienze (emozioni, valori, pensiero), ma essa, ad una ragione adeguata, rivela di articolarsi anche attraverso un altro polo che, in senso lato, possiamo chiamare spirituale. Nel rispetto dell’unità-duale (neuronale e spirituale) dell’esperienza morale fondamentale un discorso scientifico rigoroso non può escludere la necessità di una compiuta elaborazione di una teoria della libertà.
Sorge a questo punto una domanda. È possibile superare i due poli costitutivi dell’unità di questa esperienza morale elementare che inevitabilmente apre al senso religioso, in una sintesi che chiuda, una volta per tutte, in un sapere oggettivo, questa stessa polarità?
Un’analisi rigorosa ci costringe a dire di no.
Dal punto di vista delle neuroscienze è impossibile un sapere compiutamente oggettivante del cervello capace di spiegare tutto l’uomo. Anche nel caso, del tutto ipotetico e almeno oggi non ancora dimostrabile, che la mente possa essere ridotta a cervello.
Così pure la dimensione spirituale cui abbiamo fatto riferimento non è in grado, da sola, di afferrare la profondità ultima dell’uomo. Il paradosso dell’uomo consiste nella sua ec-centricità. Egli è capace di infinito ma essendo irrimediabilmente finito, non può com-prendere il mistero.
Nell’unità profonda del Self si dà quindi un’insuperabile polarità.
Irriducibilità della dimensione spirituale dell’amore
Per tornare rapidamente alla questione dell’amore, alla fine di questa breve incursione neuroscientifica sorge un’ulteriore domanda: che cosa questi studi sono in grado veramente di dirci a proposito dell’esperienza dell’affettività e dell’innamoramento umano? Equilibrati cultori della materia affermano che questi studi ci forniscono certamente qualche utile indizio neuroanatomico e neurofisiologico sui meccanismi e sugli schemi neuronali sottostanti a queste esperienze; ci indicano quali neurotrasmettitori sono coinvolti in alcuni momenti ricorrenti, mostrandoci però la solita incredibile complessità funzionale del nostro sistema nervoso centrale, e rimandandoci comunque alla complessificazione ulteriore che deriva dalla variabilità personale. Scopriamo inoltre che alcune aree cerebrali ancestrali sono più attive in individui innamorati che hanno a che fare con la persona amata, indicandoci come questo sentimento – o emozione a seconda di come venga considerato dalle diverse scuole di pensiero – sia profondamente radicato nella nostra storia biologica evolutiva (D.Denton).
Le spiegazioni adattazioniste esasperate invece ci lasciano sempre una impressione abbastanza sgradevole: quella di vedere – e qui ci richiamiamo a quanto afferma lo Spaemann – che le nostre esperienze fondamentali non vengono per nulla illuminate dalla spiegazione naturalistica: questa piuttosto le spazza via tutte.
La Fisher non sembra accorgersi di questo rischio, che a nostro avviso rende meno efficaci alcuni passaggi pure interessanti delle sue speculazioni. Tuttavia, l’antropologa sembra voler evitare una posizione neuro-riduzionista finale, quando ammette che nell’uomo il mistero della scelta di quel particolare compagno piuttosto che di un altro rimane neuronalmente insolubile.
L’insuperabile unità duale (anima-corpo) nell’uomo
Per giungere alla conclusione, torniamo ancora una volta alla domanda con cui abbiamo articolato la questione di partenza imposta sia dal senso comune che dal rigore scientifico: “Come è possibile che parti di materia priva di coscienza producano coscienza”?
Quand’anche si desse prova inconfutabile che il cervello produce la mente, in nessun modo si potrà escludere che questa scoperta indichi di più del solo superamento di ogni dualismo mente-cervello. Essa non potrà annullare il senso religioso, comunque lo si voglia intendere, alla cui base si trova l’esperienza morale elementare.
Ora, da un’accurata analisi del senso religioso si giunge ad inferire ciò che chiamiamo anima (spirito). A condizione di pensarla in termini di relazione sostanziale all’a/Altro, sia con la minuscola che con la maiuscola. L’anima, scriveva nel 1972 l’allora Cardinal Ratzinger, è «la dinamica di una apertura infinita che significa contemporaneamente partecipazione all’infinito e all’eternità. Tale dinamica non è un succedersi di fatti senza nesso… la dinamica è sostanza e la sostanza è dinamica».
L’unità-duale (non la dualità unificata) di anima-corpo è insuperabile.