DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Due cose a Obama sulla (vera) storia delle Crociate


Marco Respinti


Barack Obama, il presidente del Paese più potente del mondo, non è esattamente un campione di conoscenze storiche e anche sul piano della morale pubblica non si lascia sfuggire nemmeno un happy hour per schierarsi costantemente dalla parte sbagliata (su omosessualismo, aborto, divorzio, famiglia, etc.). Ma che adesso pretende di dirottare uno degli appuntamenti più belli e intelligenti della vita politica degli Stati Uniti, il National Prayer Breakfast cioè il convegno ecumenico di preghiera che si tiene ogni anno da anni nella capitale federale Washington alla presenza del titolare della Casa Bianca, per trasformarlo in unbudoir dei propri vizi culturali e ammannire così impunemente agli attoniti astanti un bigino di storia riveduto e politicamente corretto è davvero il colmo. Obama ha infatti detto che «prima di ritenerci superiori e pensare che solo altri commettono crimini, ricordiamoci che durante le crociate e l’Inquisizione i cristiani hanno commesso crimini terribili nel nome di Cristo mentre negli Stati Uniti la schiavitù e il linciaggio dei neri molto spesso sono stati giustificati nel nome di Cristo». Tra chi polemizza ora con Obama vi è la commentatrice televisiva Star Parker, che è nera come il carbone anche lei come il presidente e che durante un programma tv, ha definito le parole di Obama «uno stupro verbale». Obama, ha aggiunto la Parker, oltre a insultare tutti i presenti, ha in quel modo mandato un messaggio di approvazione agli estremisti islamici, dicendo loro che il passato non va dimenticato e che perciò sono autorizzati a fare quello che stanno facendo.
Ora, a beneficio del presidente Obama, che andrebbe rimandato agli esami di riparazione in storia, ricordiamo che sulla Crociata si può utilmente leggere almeno
  • Bernard Hamilton, Le crociate, trad. it., San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2003
  • Jean Flori, Le crociate, trad. it., Il Mulino, Bologna 2003
  • Jean Flori, La guerra santa. La formazione dell’idea di crociata nell’Occidente cristiano,
    trad. it., Il Mulino, Bologna 2003
  • Thomas F. Madden, Le crociate. Una storia nuova, trad. it., Lindau, Torino 2005
  • Robert Spencer, Guida (politicamente scorretta) all’islām e alle crociatetrad. it., Lindau, Torino 2008
  • Rodney Stark, Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate, trad. it., Lindau, Torino 2010.
Mentre sull’Inquisizione ci si può confrontare altrettanto utilmente almeno con:
  • Gustav Henningsen, L’avvocato delle streghe. Stregoneria basca e Inquisizione spagnola, trad. it., Garzanti, Milano 1990.
  • Jean-Baptiste Guiraud (1866-1953), Elogio della Inquisizione, trad. it., Leonardo, Milano 1994, a cura di Rino Cammilleri, con un invito alla lettura di Vittorio Messori e Integrazioni bibliografiche di Marco Invernizzi e Oscar Sanguinetti
  • Bartolomé Bennassar, Storia dell’Inquisizione spagnola.
    Fatti e misfatti della “Suprema” dal XV al XIX secolo
    , trad. it. Rizzoli, Milano 2000
  • Franco Cardini e Marina Montesano, La lunga storia dell’inquisizione.
    Luci e ombre della «leggenda nera»
    , Città Nuova, Roma 2005
  • Rino Cammilleri, La vera storia dell’Inquisizione. Luci e ombre della “leggenda nera”, Prefazione di Franco Cardini, Piemme, Milano 2006
CrociataIl presidente Obama potrà trarre enorme giovamento soprattutto dalla prima lista (quella sulla Crociata) perché i libri citati sono tutti disponibili nella sua lingua (alcuni sono anzi tradotti proprio dall’inglese). E se relativamente al secondo elenco qui fornito (quello sull’Inquisizione) abbondano i testi non disponibili in inglese, Obama ha però il vantaggio enorme di poter contare sul libro migliore di tutti, opera proprio di uno storico anglofono, lo storico inglese di formazione marxista Henry Kamen che nel 1965 pubblicò un libro di forte critica, The Spanish Inquisition, ma che poi per una vita non ha fatto altro che pentirsene e riscriverlo, giungendo a pubblicare, pochi mesi fa, la quarta edizione riveduta, e interamente rifatta, e diversissima nel giudizio di valore,The Spanish Inquisition: A Historical Revision (Yale University Press, New Haven [Connecticut] 2014) (in italiano c’è comunque solo e sempre solo la prima, obsoleta edizione, pubblicata da Feltrinelli nel 1973 con il titolo L’Inquisizione spagnola).
Infine c’è da sottolineare che il cap. 3, «Ignoranza» occidentale contro «cultura» orientale (pp. 81-111) del succitato libro di Stark, a cui si possono aggiungere almeno il cap. 14, Smascherare le falsità islamiche (pp. 433-464), del nuovo libro sempre di Stark, La vittoria dell’occidente. La negletta storia del trionfo della modernità (trad. it., Lindau, Torino 2014) e il volume Aristotele contro Averroè.Come cristianesimo e Islam salvarono il pensiero greco (trad. it., Rizzoli, Milano 2009) dello storico francese Sylvain Gouguenheim, sono poi di grandi andito contro le mille fole della presunta “superiorità” della civiltà arabo-islamica.
Potremmo fare così: prendere tutti carta e penna per scrivere una bella letterina all’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia ripiena di consigli per gli acquisti presidenziali alternative alle orecchie da asino…

Nobel per l'ignoranza a servizio della demagogia. Obama e la religione “Anche nelle Crociate ci furono crimini orribili”. Una risposta di Angela Pellicciari


NEW YORK.Lo Stato Islamico è «una setta della morte» e
«nessun Dio può tollerare il terrorismo». Al National
Prayer Breakfast, il tradizionale appuntamento di preghiera
multi-confessionale che da oltre sessant’anni
(venne istituito nel 1953 dal presidente Eisenhower)
riunisce il primo giovedì di febbraio la Washington politica,
Barack Obama condanna chi, nascondendosi dietro
alla fede, commette orribili azioni. Il terrorismo islamico
dunque, ma anche quelle religioni che nei secoli
passati si sono comportate in modo simile.
Non ci sono sconti per nessuno - «non riguarda solo un
gruppo o solo una religione, c’è una tendenza peccaminosa
che può traviare la nostra fede» - neanche per i cristiani
(«in nome di Cristo sono stati compiuti crimini orribili
»). Quelli di un passato ormai molto lontano, («ricordate
quanto successo durante
Inquisizione e Crociate») e
quelli di casa di un passato troppo
recente per essere dimenticato:
«In questo nostro Paese la
schiavitù e Jim Crow (le leggi
sulla segregazione razziale in vigore
dall’ultimo decennio dell’Ottocento
fino al 1965, ndr) sono
state troppo stesso giustificate nel nome di Cristo».
«Siamo chiamati a combattere quelli che manipolano
la religione per i loro fini nichilistici», ha aggiunto
Obama che (a scanso di equivoci) ha però voluto precisare
in diversi passaggi del suo discorso anche il ruolo
delle religioni come fattore positivo. «Questa tradizione
ci ha portato qui insieme, ricordandoci cosa condividiamo
in quanto tutti figli di Dio. E sicuramente per me è
sempre l’occasione per riflettere sul mio viaggio alla ricerca
della fede». Nonostante la precisazione non è mancata
qualche - piccola, per ora - polemica per le frasi sui
cristiani, guidate (in rete e sui social network) soprattutto
da gruppi evangelisti della destra conservatrice.
Pochi hanno protestato invece per il fatto che Obama
non abbia incontrato direttamente (in “omaggio” ai
rapporti con la Cina) il Dalai Lama, che pure era presente
in sala. Al leader spirituale (e non solo) del Tibet
il presidente americano ha rivolto parole molto cordiali
(«è un potente esempio di quello che significa esercitare
la compassione che ci ispira a parlare per la dignità e
della libertà di tutti») ma neanche una stretta di mano
per i fotografi. Unica concessione a chi accusa la Casa
Bianca di debolezza nei confronti di Pechino, il fatto che
il Dalai Lama (che aveva accanto Richard Gere) si sia potuto
sedere allo stesso tavolo di Valerie Jarrett, una delle
più strette collaboratrici di Obama. Un piccolo segnale,
sufficiente anche questo ad irritare la Cina.

La Repubblica 6 febbraio 2015



Obama: «Con le Crociate avete commesso crimini terribili»
di Angela Pellicciari e Luigi Santambrogio

Obama era al National Prayer Breakfast, una preghiera del mattino multi confessionale che da oltre sessant’anni (venne istituito nel 1953 dal presidente Eisenhower) riunisce il primo giovedì di febbraio circa 3.600 persone, tra cui diversi esponenti di diverse religioni. Occasione troppo ghiotta per Obama per non improvvisarsi esegeta della vera fede e severo fustigatore della devianze religiose compiute in nome di Dio. Un discorso basato sui soliti pregiudizi e vecchie falsità contro i cristiani che certamente sarà piaciuto agli islamici
di Luigi Santambrogio
Stupri, violenze e uccisioni: i turchi distruggono «quasi l’intera terra da Gerusalemme alla Grecia», le isole, e «adesso quasi nulla rimane eccetto Costantinopoli, che minacciano di strapparci prestissimo, a meno che l’aiuto di Dio e dei fedeli Cristiani Latini ci giunga velocemente». L’Occidente nel 1096 risponde all’appello disperato dell’imperatore bizantino Alessio Comneno, andando con grandi sacrifici e grande eroismo a liberare la terra di Gesù dalla barbarie musulmana all’epoca imperante. È la prima crociata.
di Angela Pellicciari

España, país capital en la historia de los superhéroes islámicos alabados por Obama

Wed, 20 Oct 2010 20:00:00

CAMINEO.INFO.- Que casi un tercio de los norteamericanos crean que Barack Obama es musulmán no se debe sólo a que recibiera esa formación infantil, o a que su segundo nombre sea Hussein, o a que sea partidario de la construcción de una megamezquita en la Zona Cero del 11-S. También a que, por ejemplo, no dudó en alabar, como representativa de «los valores de tolerancia del islam», unos cómics, Los 99, que en breve van a ser convertidos en serie audiovisual, y que sin embargo suscitan la inquietud de los expertos.

«No es el tipo de héroes que quieres para tus hijos», declaró a Worldnetdaily el director de Movieguide, Ted Baehr, porque, «en el fondo, representan valores contrarios a la humanidad, son más villanos que héroes».

Los 99 es una serie creada en Kuwait en 2006 y que llegó a Estados Unidos en 2007, y que tiene también ediciones en Indonesia y la India, como lectura de entretenimiento para jóvenes musulmanes. Su creador, Naif Al-Mutawa, busca con ellos, según declaró, difundir las virtudes musulmanas, aunque de forma «no confesional» y considerándolas como virtudes universales más allá de creencias.

La historia relata la relación de los héroes con 99 Piedras de Luz dispersas por el mundo como un tesoro de sabiduría, y que proporcionan poderes especiales. Evocan los 99 atributos de Alá, en un entorno visual claramente oriental y que incluye heroínas que llevan el velo islámico.

Esto es lo que ha hecho que algunos expertos den una llamada de atención sobre el efecto que puede tener la serie sobre los adolescentes mahomentanos, dado que «la violencia es inherente al islam». Según Baehr, «no todos los chicos que lo vean caerán en la violencia, sólo si tienen una cierta inclinación», pero el efecto puede ser grave entre los conversos al islamismo radical «en Detroit o Tennessee»: «Un cierto grupo se radicalizará viendo esto... pero el problema es que no puedes decirlo hasta que no es demasiado tarde».

Por su parte, y con igual sentido crítico, Family Security Matters recuerda que en Irán es muy frecuente el recurso a los dibujos animados para inducir a los niños al odio contra Israel y Estados Unidos.

El caso es que, en el corto que presenta la serie, también aparece España, y jugando un papel relevante. Las 99 piedras salen de Bagdad para ser custodiadas en un gigantesco templo en nuestro país, la Fortaleza, hasta que resulta amenazada, casualmente, en 1490 (en 1492 se completó la Reconquista).

España se mantiene pues en el imaginario musulmán, siquiera sea en sus formas descafeinadas para consumo occidental, como lugar de referencia. No en vano la mezquita de la Zona Cero se llamará Córdoba... quizá el lugar donde se eleva la Fortaleza de Los 99

El Corán de Obama

Lorenzo Albacete21/09/2010

El 11 de septiembre de 2010 ha pasado sin que nada espectacular sucediera. La gran mayoría de los americanos han recordado aquel día de forma pacífica y respetuosa. Unos días antes, Terry Jones, un pastor evangélico de Gainesville (Florida), había anunciado su renuncia a quemar cientos de copias del Corán, después de recibir la visita y el consejo de varios líderes evangélicos. Finalmente, el pastor declaró que Dios mismo le había pedido que no lo hiciera.

Por lo que parece, en el pasado se han realizado algunas quemas de ejemplares del Corán, pero no han llamado la atención. Además, en los ambientes evangélicos se describe al pastor Jones como el responsable de una congregación marginal sin importancia. Pero entonces, ¿por qué este caso ha tenido tanto eco en los medios de todo el mundo?

El tono de los informativos era muy serio: ¿cómo respondería el mundo musulmán a este acto? Los funcionarios americanos, de la Casa Blanca para abajo, condenaron el plan de Jones, incluidos la secretaria de Estado Hillary Clinton y el consejero presidencial David Axelrod. El general David Petraeus advirtió a Jones que si quemaba el Corán pondría en peligro las vidas de los soldados norteamericanos.

Hasta el presidente Obama se ha dirigido a Jones en televisión con estas palabras: "Si me está escuchando, espero que entiende que lo que usted pretende hacer es completamente contrario a los valores americanos. Podría perjudicar gravemente a nuestros jóvenes militares". Jones debería "escuchar a sus ángeles mejores", según el presidente, y anular su "destructivo acto" (los ángeles no deben haber llegado a convencerlo, ya que por lo que parece ha tenido que intervenir Dios).

En un comentario en su blog, el escritor Bruce Bawer (que vive en Noruega) se pregunta: "Quién podría imaginar el día del ataque a las Torres Gemelas que nueve años después tendríamos tanto miedo a las reacciones de los musulmanes, que el plan de un desconocido para quemar algunas copias del Corán se convertiría en la noticia principal de todos los informativos y que provocaría hasta la intervención del propio presidente en persona para implorarle que no lo hiciera. ¿Cómo hemos llegado a ser tan débiles, a asustarnos tanto y tan rápido? ¿Cómo un presidente americano ha podido, en medio de dos guerras y una crisis económica, dar tanto importancia a una no-historia tan insignificante?". Y continúa: "Se pueden anunciar proyectos para quemar montones de biblias, de ejemplares del Bhagavad-Gita, del Dhammapada, del Libro de los Mormones o de cualquier otro texto religioso no musulmán sin que la Casa Blanca ni el Pentágono convoquen reuniones de emergencia o pongan a las embajadas en estado de alerta".

"En contra de lo que dice Obama", concluye Bawer, "no se trata de nuestros valores como americanos, no se trata de libertad y tolerancia religiosa. Se trata de miedo. Nueve años después de que los yihadistas mataran a 2.977 personas en suelo americano, el espectáculo de los líderes americanos temblando de miedo al pensar que un payaso pudiera ofender al mundo musulmán es sencillamente obsceno".

Entonces, ¿los americanos son culpables de "islamofobia", como sugería recientemente un artículo en la portada del Time Magazine? ¿O todo se debe a una creación de los medios, ansiosos de polémicas para llenar sus 24 horas de noticias? Varios observadores y publicistas empiezan a sospechar que los americanos están menos nerviosos de lo que parecían en los informativos. Algunos se atreven a sugerir que, a pesar de los sondeos y de la victoria del Tea Party en las primarias, es posible que los demócratas no sufran un desastre electoral a mitad de la legislatura el próximo mes de noviembre.

Esta semana, las tempestades y huracanes tropicales vuelven a amenazar las costas del noreste. Con esto se satisfacen las necesidades de los medios, que así, en vez de crear polémicas descontroladas, empiezan a hablar de peligros reales.


Publicado en Il Sussidiario

En la Casa Blanca hay un extraño profeta. Se llama Barack Obama

por Sandro Magister




ROMA, 23 de agosto de 2010 – La tempestad desencadenada días pasados por las declaraciones de Barack H. Obama, sobre el proyecto del Instituto Córdoba de Nueva York de construir una mezquita a pocos pasos de las Torres Gemelas abatidas el 11 de setiembre de 2001 por terroristas musulmanes, ha llevado a primer plano el interrogante sobre cuál es la visión general del actual presidente de Estados Unidos de América.

En un primer momento, el 13 de agosto, Obama le había dicho al centenar de huéspedes de fe islámica que había invitado para celebrar el inicio del Ramadan:

"Como ciudadano y como presidente, creo que los musulmanes tienen el mismo derecho de practicar su religión como cualquiera de los otros en este país. Esto incluye el derecho de construir un lugar de culto y un centro comunitario en un terreno privado en la parte sur de Manhattan, acorde con las leyes y las ordenanzas locales. Esto es América, y nuestro compromiso por la libertad religiosa debe ser inquebrantable".

Pero al día siguiente, desbordado por las reacciones, se sintió obligado a dar marcha atrás, no sobre el principio sino sobre el caso particular:

"Yo no estuve comentando y no comentaré sobre la sensatez de tomar la decisión de construir allí una mezquita, estuve haciendo un comentario muy específico sobre un derecho que se remonta a la fundación de nuestro país. Y pienso que es muy importante, en tanto es difícil, que no perdamos de vista lo que somos como pueblo y cuáles son nuestros valores ".

Los críticos de Obama han jugado bien al poner en evidencia su juicio oscilante, lo cual es sólo el último de una larga serie y torna incierto también sobre él.

*

Obama es un enigma también para la Iglesia Católica. Sobre él se han formulado juicios entusiastas y condenas inexorables, de las que www.chiesa ha hecho referencias una y otra vez. Entre los elogios impactó hace un año, en el Vaticano, el del cardenal Georges Cottier. Entre los anatemas se cuentan el de monseñor Michel Schooyans y el del arzobispo Roland Minnerath. Para el primero, Obama es un nuevo Constantino, cabeza de un moderno imperio preparado por la Iglesia. Para los segundos es un falso mesías, al que es necesario desenmascarar.

La amplitud de juicios divide también al episcopado católico americano, cuyos máximos dirigentes son muy críticos respecto a algunas decisiones de Obama en materia de vida y familia, y la Secretaría de Estado vaticana, que por el contrario es más comprensiva, como lo es también "L'Osservatore Romano".

Hace poco han salido a la venta en Italia dos libros que estudian al personaje Obama, poniendo particular atención en su visión general del mundo, que es además la cuestión que interesa a la Iglesia.

El primero tiene por autor a un periodista de Radio Vaticana, Alessandro Gisotti, profundo conocedor de América.

El segundo tiene por autor a Martino Cervo, redactor en jefe del diario "Libero", y Mattia Ferraresi, corresponsal en Washington del diario "il Foglio".

Tanto uno como otro libro exponen claramente, con una profusa y esmerada documentación que, en efecto, la visión de Obama tiene mucho de contradictorio.

*

Un ejemploevidente de contradicción es cuando Obama cita al teólogo protestante Reinhold Niebuhr como su inspirador.

Niebuhr (1892-1971), gran admirador e intérprete de san Agustín, fue uno de los maestros del "realismo" en la política internacional. En este sentido, sostuvo el primado del interés nacional y del equilibrio entre los poderes, en una humanidad signada por el mal.

Niebuhr definía a la democracia como "una búsqueda de soluciones provisorias a problemas que no tienen solución". Una famosa oración suya decía: "Dios me conceda la serenidad para aceptar las cosas que no puedo cambiar". Es todo lo opuesto a la retórica mesiánica que invade los discursos de Obama, a su permanente proclamación del advenimiento de una "nueva era", de un "nuevo inicio", de una "edad de paz", de un mundo redimido porque "Yes, we can" [Sí, nosotros podemos].

En su libro, Gisotti recuerda que el católico George Weigel, célebre biógrafo de Juan Pablo II, puso en evidencia que la visión de Obama es precisamente "el e1ejemplo perfecto de ese tipo de utopía contra la que Niebuhr, con su profundo sentido de la fragilidad de la historia y de las capacidades autodestructivas de los seres humanos, se batió durante tres décadas".

*

Mucho más que en Niebuhr, los discursos de Obama parecen adherir íntimamente a la utopía de un famoso monje y teólogo medieval: Joaquín de Fiore, profeta de una "edad del Espíritu" luego de las concluidas por el Padre y el Hijo, una tercera y definitiva edad de paz, de justicia, de humanidad de ahora en más sin divisiones, ni siquiera entre las religiones.

En este aspecto parece fuerte el parentesco entre Obama y Joaquín de Fiore, tanto que en el año 2008 recorrió los medios de comunicación de todo el mundo la noticia que el futuro presidente de Estados Unidos se había referido tres veces a él en discursos claves de su campaña electoral.

La noticia fue tan bien recibida que el 27 de marzo de 2009 el franciscano Raniero Cantalamessa, predicador oficial de la Casa Pontificia, la volvió a lanzar en una de sus predicaciones de Cuaresma al Papa y a la curia romana.

En realidad, la noticia era falsa. Obama jamás ha citado a Joaquín de Fiore en alguno de sus discursos. En su libro, Cervo y Ferraresi reconstruyen con precisión la génesis y la historia de este falso dato periodístico, en el que ha caído también el predicador del Vaticano.

Por haber recordado en su sermón que Joaquín de Fiore fue un hereje, el padre Cantalamessa fue interrogado por la agencia on line "Catholic News Service", propiedad de la Conferencia Episcopal de Estados Unidos, a la que declaró lo siguiente:

"Alguno ha utilizado mis palabras para insinuar que también considero a Obama un hereje como lo fue Joaquín [de Fiore], si bien tengo una estima profunda por el nuevo presidente de Estados Unidos".

Pero cuando se le pidió que dijera como se había enterado de la triple cita hecho por Obama, el padre Cantalamessa dijo cándidamente:

"Digitando 'Obama Joaquín de Fiore' en Google, se encuentran todas las noticias sobre las que me he basado para mi discurso".

*

En consecuencia, pese a la inexistencia de las citas, queda en pie la semejanza entre la retórica de Obama y la visión de Joaquín de Fiore. El teólogo y cardenal Henri De Lubac no habría tenido dificultad alguna en agregar a Obama a la densa comitiva de "La posteridad espiritual de Joaquín de Fiore", título de un voluminoso ensayo de su autoría, publicado hace treinta años, sobre la influencia que la utopía de ese monje ha tenido hasta nuestros días, dentro y fuera del catolicismo.

Pero una vez más reaparece la contradicción cuando se comparan los discursos de Obama con sus decisiones concretas.

Las tropas siguen presentes en Afghanistán, no se cierra Guantánamo, sobre el aborto incombono los fondos federales... Día tras día, las decisiones operativas del presidente contrastan con los anuncios. Siempre remiten a un impreciso "mañana" l'inverarsi de la utopía mesiánica que sus discursos vuelven a proponer una y otra vez.

Aunque la "nueva era" de Joaquín de Fiore no se cumplió en el año 1260, el año que él había fijado. Pero el sueño sobrevivió, y Obama lo vuelve a proponer hoy en su rol de hombre más poderoso del mundo.

Escriben Cervo y Ferraresi:

"El hecho que las palabras de Joaquín hayan sido puestas en boca de Obama es un toque de ironía que tiene todo el aire de un destino. L'afflato milenarista, joaquinista, totalitario en el fondo, borra la inexorable limitación humana para confiar la salvación del hombre al hombre, o al menos a aquél que se muestra capaz de encarnar el deseo de cambio. Poco cambia que sea un rey, un filósofo, un medio santo o el presidente de Estados Unidos".

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Los libros:

Alessandro Gisotti, "Dio e Obama. Fede e politica alla Casa Bianca", Effatà, Cantalupa, 2010, pp. 128, euro 10,00.

Martino Cervo, Mattia Ferraresi, "Obama. L'irresistibile ascesa di un'illusione", prefazione di Giuliano Ferrara, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2010, pp. 128, euro 10,00.


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El sermón del 27 de marzo de 2009 del predicador de la Casa Pontificia, Raniero Cantalamessa, con la referencia a Obama y a Joaquín de Fiore:

> Un'era dello Spirito Santo

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Sobre la reproducción de la utopía de Joaquín de Fiore en algunas corrientes progresistas postconciliares, Benedicto XVI ha hecho referencia en la Audiencia general del miércoles 10 de marzo de 2010, dedicada a san Buenaventura:

> Cómo guiar la Iglesia durante la tempestad. Una lección

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Sobre la relación ideal con Niebuhr declarado por el presidente de Estados Unidos:

> Obama tiene un gran maestro: el teólogo protestante Reinhold Niebuhr(6.2.2009)

Y las críticas de George Weigel al fundamento de esa relación:

> Il professor Weigel boccia Obama: ha preso un abbaglio

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El acta de acusación contra el "falso mesías" Obama, leído en el Vaticano el 1 de mayo de 2009 por Monseñor Schooyans y por el arzobispo Roland Minnerath, poco después de la publicación en "L'Osservatore Romano" de un editorial elogioso de sus primeros cien días como presidente:

> ¿Ángel o demonio? En el Vaticano, Obama es ambos (8.5.2009)

Y el todavía más entusiasta elogio de Obama escrito por el cardenal Georges Cottier, teólogo emérito de la Casa Pontificia, poco antes de la visita al Vaticano del presidente de Estados Unidos:

> Bienvenido Obama. El Vaticano le toca un preludio de fiesta (5.7.2009)

Alla Casa Bianca c'è uno strano profeta Si chiama Barack Obama

di Sandro Magister




ROMA, 23 agosto 2010 – La tempesta scatenata nei giorni scorsi dalle dichiarazioni di Barack H. Obama circa il progetto dell'Istituto Cordoba di New York di costruire una moschea a pochi passi dalle Twin Towers abbattute l'11 settembre 2001 da terroristi musulmani ha riportato in primo piano la domanda su quale sia la visione complessiva dell'attuale presidente degli Stati Uniti di America.

In un primo tempo, il 13 agosto, al centinaio di ospiti di fede islamica che aveva invitato alla Casa Bianca per celebrare l’inizio del Ra madan, Obama aveva detto:

"Come cittadino e come presidente cre do che i musulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la loro religione di chiunque altro in questo paese. Questo comprende il diritto di costruire un luogo di culto e un cen tro comunitario su un terreno privato nella parte sud di Manhattan, in accor do con le leggi e le ordinanze locali. Questa è l’America, e il no stro impegno per la libertà religiosa deve essere incrollabile".

Ma il giorno dopo, subissato dalle reazioni, si era sentito in dovere di fare retromarcia, non sul principio ma sul caso particolare:

"Non stavo commentando e non commenterò sulla saggezza di prendere la decisione di costruire lì una moschea, stavo facendo un commento molto specifico su un diritto che risale alla fondazione del nostro paese. E penso che sia molto importante, per quanto difficile, che non perdiamo di vista chi siamo come popolo e quali sono i nostro valori".

I critici di Obama hanno avuto buon gioco nel mettere in evidenza questa sua oscillazione di giudizio. Che è solo l'ultima di una lunga serie e rende incerto anche il giudizio su di lui.

*

Obama è un enigma anche per la Chiesa cattolica. Su di lui sono stati formulati giudizi entusiastici e condanne inesorabili, di cui www.chiesa ha volta a volta riferito. Tra gli elogi fece colpo un anno fa, in Vaticano, quello del cardinale Georges Cottier. Tra gli anatemi quello di monsignor Michel Schooyans e dell'arcivescovo Roland Minnerath. Per il primo, Obama è un novello Costantino, capo di un moderno impero provvido per la Chiesa. Per i secondi è un falso messia, che è doveroso smascherare.

La divaricazione di giudizio divide anche l'episcopato cattolico americano, la cui leadership è molto critica di talune scelte di Obama in materia di vita e famiglia, e la segreteria di Stato vaticana, che invece è più comprensiva, come lo è anche "L'Osservatore Romano".

Di recente sono usciti in Italia due libri che studiano il personaggio Obama con una particolare attenzione alla sua visione generale del mondo, che è poi la questione che più interessa alla Chiesa.

Il primo ha per autore un giornalista della Radio Vaticana, Alessandro Gisotti, profondo conoscitore dell'America.

Il secondo ha per autori Martino Cervo, caporedattore del quotidiano "Libero", e Mattia Ferraresi, corrispondente da Washington del quotidiano "il Foglio".

Sia l'uno che l'altro libro mettono in luce con una ricca e accurata documentazione che, in effetti, la visione di Obama ha molto di contraddittorio.

*

Un esempio lampante di contraddizione è quando Obama cita il teologo protestante Reinhold Niebuhr come suo ispiratore.

Niebuhr (1892-1971), grande ammiratore e interprete di sant'Agostino, fu uno dei maestri del "realismo" nella politica internazionale. Sostenne cioè il primato dell'interesse nazionale e dell'equilibrio tra le potenze, in una umanità profondamente segnata dal male.

Niebuhr definiva la democrazia: "una ricerca di soluzioni provvisorie a problemi irresolvibili". E una sua famosa preghiera diceva: "Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso cambiare". Tutto l'opposto, quindi, della retorica messianica che pervade i discorsi di Obama, del suo continuo proclamare l'avvento di una "nuova era", di un "nuovo inizio", di una "età di pace", di un mondo redento perché "Yes, we can".

Nel suo libro, Gisotti ricorda che il cattolico George Weigel, celebre biografo di Giovanni Paolo II, ha messo in evidenza come la visione di Obama sia proprio "l'esempio perfetto di quel tipo di utopismo contro il quale Niebuhr, con il suo profondo senso della fragilità della storia e delle autodistruttive capacità degli esseri umani, si batté per tre decenni".

*

Piuttosto che a Niebuhr, i discorsi di Obama sembrano sposarsi all'utopia di un famoso monaco e teologo medievale: Gioacchino da Fiore, profeta di una "età dello Spirito" dopo quelle concluse del Padre e del Figlio, una terza e definitiva età di pace, di giustizia, di umanità senza più divisioni, neppure tra le religioni.

Appare così forte la parentela ideale tra Obama e Gioacchino da Fiore, che nel 2008 corse sui media di tutto il mondo la notizia che il futuro presidente degli Stati Uniti per tre volte si era riferito a lui in discorsi chiave della sua campagna elettorale.

La notizia trovò tale credito che il 27 marzo 2009 il francescano Raniero Cantalamessa, predicatore ufficiale della casa pontificia, la rilanciò in una delle sue prediche di Quaresima al papa e alla curia romana.

In realtà la notizia era falsa. Mai Obama ha citato Gioacchino da Fiore in qualche suo discorso. Nel loro libro, Cervo e Ferraresi ricostruiscono con precisione la genesi e la storia di questo falso, nel quale è caduto anche il predicatore del Vaticano.

Per aver ricordato, nel suo sermone, che Gioacchino da Fiore era un eretico, padre Cantalamessa fu interpellato dall'agenzia on line della conferenza episcopale degli Stati Uniti, "Catholic News Service". Alla quale dichiarò:

"Qualcuno ha usato le mie parole per insinuare che considero anche Obama un eretico come Gioacchino, mentre io ho una profonda stima per il nuovo presidente degli Stati Uniti".

Ma richiesto di dire come avesse saputo della triplice citazione fatta da Obama, padre Cantalamessa disse candidamente:

"Digitando 'Obama Gioacchino da Fiore' su Google, si trovano tutte le notizie su cui mi sono basato per il mio discorso".

*

Nonostante le inesistenti citazioni, dunque, la somiglianza tra la retorica di Obama e la visione di Gioacchino da Fiore resta. Il teologo e cardinale Henri De Lubac non avrebbe avuto difficoltà ad aggiungere Obama all'affollata schiera della "Posterità spirituale di Gioacchino da Fiore", titolo di un suo saggio di trent'anni fa sull'influsso che l'utopia di quel monaco ha avuto fino ai giorni nostri, dentro e fuori il cattolicesimo.

Ma di nuovo, la contraddizione riappare quando si confrontano i discorsi di Obama con le sue decisioni concrete.

Le truppe in Afghanistan restano, Guantanamo non chiude, sull'aborto incombono i fondi federali... Giorno dopo giorno, le decisioni operative del presidente contrastano con gli annunci. Rimandano sempre a un imprecisato "domani" l'inverarsi dell'utopia messianica che i suoi discorsi continuano a riproporre.

Anche la "nuova era" di Gioacchino da Fiore non si avverò nel 1260, l'anno stabilito. Ma il sogno sopravvisse. E Obama lo ripropone oggi nel suo ruolo di uomo più potente del mondo.

Scrivono Cervo e Ferraresi:

"Il fatto che le parole di Gioacchino siano state messe in bocca a Obama è un tocco d'ironia che ha tutta l'aria di un destino. L'afflato millenarista, gioachimita, in fondo totalitario, cancella l'inesorabile limitatezza umana per affidare la salvezza dell'uomo all'uomo, o almeno a colui che si mostra capace di incarnare il desiderio di cambiamento. Poco cambia che sia un re, un filosofo, un mezzo santo o il presidente degli Stati Uniti".

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I libri:

Alessandro Gisotti, "Dio e Obama. Fede e politica alla Casa Bianca", Effatà, Cantalupa, 2010, pp. 128, euro 10,00.

Martino Cervo, Mattia Ferraresi, "Obama. L'irresistibile ascesa di un'illusione", prefazione di Giuliano Ferrara, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2010, pp. 128, euro 10,00.

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Il sermone quaresimale del 27 marzo 2009 del predicatore della casa pontificia Raniero Cantalamessa, con il riferimento a Obama e Gioacchino da Fiore:

> Un'era dello Spirito Santo

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Sul riprodursi dell'utopia di Gioacchino da Fiore in talune tendenze progressiste postconciliari, Benedetto XVI è intervenuto nell'udienza generale di mercoledì 10 marzo 2010, dedicata a san Bonaventura:

> Come pilotare la Chiesa nella tempesta. Una lezione

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Sul rapporto ideale con Niebuhr dichiarato dal presidente degli Stati Uniti:

> Obama ha un grande maestro: il teologo protestante Reinhold Niebuhr
(6.2.2009)

E le critiche di George Weigel alla fondatezza di tale rapporto:

> Il professor Weigel boccia Obama: ha preso un abbaglio

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L'atto di accusa contro il "falso messia" Obama letto in Vaticano da monsignor Michel Schooyans e dall'arcivescovo Roland Minnerath il 1 maggio 2009, poco dopo l'uscita su "L'Osservatore Romano" di un editoriale elogiativo dei suoi primi cento giorni da presidente:

> Angelo o demonio? In Vaticano, Obama è l'uno e l'altro (8.5.2009)

E l'ancor più entusiastico elogio di Obama scritto dal cardinale Georges Cottier, teologo emerito della casa pontificia, poco prima della visita in Vaticano del presidente degli Stati Uniti:

> Benvenuto Obama. Il Vaticano gli suona un preludio di festa (5.7.2009)


Le “spintarelle” che intorbidano il caso della moschea di Ground Zero

di Stefano Pistolini

Tratto da Il Foglio del 20 agosto 2010

Creare i presupposti affinché una certa cosa vada in un certo modo. Insinuando, ad esempio, che nessuno desidera davvero una moschea accanto a Ground Zero. Un filosofo riverito come Cass Sunstein chiama queste attività “nudge”, “spintarelle” più o meno palesi che condizionano l’opinione pubblica, spingono i cittadini a muoversi in una certa direzione e convincono gli elettori a sposare una tesi.

Il caso del tempio islamico che alcuni vorrebbero costruire nel cuore di Manhattan sembra un classico del “nudge”. Negli ultimi giorni, molti hanno parlato di dubbi, ripensamenti e clamorosi cambi di scenario fra i responsabili del progetto che sono capeggiati dall’imam Rauf. Si è venuto a sapere che gli ideatori della moschea sarebbero disposti a discutere le proprie intenzioni, accogliendo le proposte del governatore di New York, David Paterson, e valutando l’opportunità di spostare il tempio un po’ più in là, sempre in zona, ma in un posto giudicato meno sensibile – c’è anche chi osserva che i non newyorkesi non sappiano quanto siano grandi due mega isolati come quelli di Lower Manhattan. Persino il nome della moschea potrebbe cambiare: in un primo momento doveva essere chiamata Cordoba House, ma adesso, per stuzzicare di meno l’opinione pubblica, il nome scelto ricorda semplicemente l’indirizzo dell’edificio, Park 51. Le fonti di queste notizie, tuttavia, non sono sempre chiare.

Ha cominciato il quotidiano israeliano Haaretz, che ha pubblicato alcune indiscrezioni sul nuovo orientamento del gruppo Rauf. A ruota, il network Cbs ha parlato ripetutamente di un incontro tra i rappresentanti della Cordoba Initiative e il governatore Paterson, che si sarebbero dovuti confrontare sul rapporto tra toponomastica ed emotività nella Manhattan del presente. E’ così che la bolla mediatica ha cominciato a gonfiarsi: sono arrivati i primi commenti sull’eventuale cambio di rotta, gli assensi e i dissensi, si è discusso di nuovi scenari ed è intervenuto persino l’arcivescovo cattolico di New York, Timothy Dolan, che ha consigliato mediazione e trasloco e ha citato l’esempio del ‘93, quando Giovanni Paolo II rimosse le suore cattoliche dal convento sul sito del campo di Auschwitz in seguito alle proteste dei leader ebrei.

A questa atmosfera da revisionismo ha contribuito lo Studio ovale, con le precisazioni del presidente americano, Barack Obama, che pochi giorni prima si era espresso a favore della più completa libertà di culto – e, quindi, aveva implicitamente benedetto la costruzione della moschea. Mentre Obama diceva che passare dall’universale al particolare richiede aggiustamenti e riflessioni, è sembrato di capire che anche l’imam Rauf e i suoi fossero pronti a rivedere il progetto, un gesto conciliante e rispettoso nei confronti dell’America che si scontrava con quanto predicato sino ad allora, ovvero l’intenzione d’avvicinare, connettere, intrecciare il lutto cristiano con quello musulmano.

Questo sviluppo della storia ha provocato in poco tempo aggiustamenti tra i politici, se è vero che democratici di massimo rilievo come Harry Reid hanno pubblicamente detto “no, grazie” alla moschea, e repubblicani di peso come Grover Norquist hanno dichiarato che la questione poteva diventare una terribile trappola per i conservatori, schiacciati da un nuovo peccato d’intolleranza e condannati a perdere una grande quantità di voti “etnici” nelle imminenti elezioni di midterm. Il “nudge”, quindi, stava camminando da solo, stava producendo il suo effetto domino. E’ stato a quel punto che gli uffici della Cordoba Initiative hanno trasmesso un comunicato ufficiale che andava nella direzione opposta: “Siamo intenzionati a mantenere la location che già abbiamo annunciato per la costruzione del nostro community center”, diceva il documento. Nessun incontro col governatore Paterson è in agenda. Punto. Niente trasloco, soltanto allusioni, non suffragate da fatti.

La conclusione è che esiste un filone narrativo principale di questa vicenda dal potente valore simbolico, ma che attorno a esso si manifestano numerosi effetti collaterali, potenzialmente in grado di destabilizzare l’opinione pubblica. Insinuare dubbi sulla solidità delle intenzioni degli islamici è un modo per offuscare la chiarezza del loro progetto, a prescindere dal fatto che lo si condivida o meno (un nuovo sondaggio parla del 63 per cento di contrari tra i newyorkesi intervistati). Ma al tempo stesso, accendere bengala mediatici come quelli citati rende friabile il terreno, tanto più per gli sviluppi politici della faccenda. Quel che è certo è che l’utilizzo delle “spintarelle” è oggi una tecnica codificata. Individuare, attribuire e analizzare i “nudge” (a chi conviene? chi si vuole deligittimare?) dovrebbe diventare un’attività abituale del corredo informativo, in questi nostri anni Dieci.

La moschea della discordia

di Michael Novak
Tratto da cronache di Liberal del 22 agosto 2010

Recentemente, Papa Benedetto XVI ha insistito in più di un'occasione sul fatto che la Chiesa necessiti di studiare più approfonditamente la tradizione di religione e libertà negli Stati Uniti, così diversa dalle varie tradizioni europee seguite alla Rivoluzione Francese.

Durante la campagna elettorale americana del 2008, nel corso di un incontro pubblico, un senatore chiese ad uno dei principali candidati alla presidenza: «Senatore, Lei crede che Dio intervenga nella storia e ricompensi o punisca gli individui o le nazioni in tempo reale per il proprio comportamento?». Una domanda simile suona quasi inimmaginabile in una qualsiasi nazione europea, ma negli Usa è assolutamente normale. La supposizione dietro a tale interrogativo è che le genti degli Stati Uniti costituiscano un popolo profondamente religioso, con un forte impegno storico nei riguardi del Dio trascendente degli ebrei e della tradizione cristiana. Il primo documento pubblico della nuova nazione, la Dichiarazione d'Indipendenza del 1776, fa appello al Dio trascendente della Bibbia almeno quattro volte (quale Governatore, Creatore, Giudice e Divina Provvidenza). Inoltre, uno dei nomi preferiti per identificare il nuovo "esperimento di libertà"negli Stati Uniti era "Secondo Israele". Il viaggio attraverso i mari dall'Europa all'America venne intrapreso con in mente la fuga degli israeliti attraverso il Mar Rosso. E la traversata del deserto occidentale venne idealmente accostata alla fuga degli israeliti attraverso il Deserto. Lo scopo dei Pellegrini ("costruire una splendente Città sulla Collina") intendeva riecheggiare l'obiettivo del popolo d'Israele di fare ritorno a Gerusalemme. Capita spesso di imbattersi in pubblicazioni di scrittori europei pronti a ironizzare su tali stravaganti rivendicazioni di carattere religioso. In una cultura molto più secolare, tali affermazioni appaiono bizzarre, e persino pericolose, in ogni caso ridicole. Negli Stati Uniti, tuttavia, ora come al tempo della Fondazione, ciò risulta tanto normale quanto necessario. Oggi la nazione affronta certamente una crisi spirituale. Negli ultimi sessant'anni, una compagine crescente di "laicizzatori" ha tentato di "scacciare la religione dalla pubblica piazza" e di de-cristianizzare il paese. Il grande sociologo Peter Berger, uno dei più grandi pensatori sociali al mondo, ha affermato con arguzia che se il popolo indiano è tra quelli più religiosi al mondo, e se i più secolarizzati sono gli svedesi, allora l'America d'oggi può essere meglio compresa se considerata come una popolazione di indiani, guidata da un'élite di svedesi. In America abbiamo intrapreso una grande "guerra culturale", in cui viene messa alla prova la capacità della nostra nazione, o di qualsiasi altra nazione moderna, di continuare a lungo a dimorare alla luce del giudizio del Trascendente, costantemente riaffermato in ogni discorso ed atto pubblico. Nel pieno di questa battaglia, il pensiero di uno studioso come Lubomir Mlcoch (docente di Scienze Sociali all'Università Charles di Praga, ndr.) favorisce, anche se non intenzionalmente, il lavoro dei secolarizzatori. Egli ripete le loro argomentazioni come se fossero vere; vale a dire, che gli Stati Uniti siano una nazione secolare. E rende la vita più difficile a quanti tra noi pongono l'accento sui valori trascendenti e sull'impegno che hanno sempre contraddistinto la storia della nostra nazione. In breve, le prove da chiunque verficabili non permettono di affermare che il popolo degli Stati Uniti, in quanto fortemente diverso dai popoli più laicizzati dell'Europa occidentale, sia ora secolare. Al contrario, gli Stati Uniti nacquero, e continuano ancora ad essere, sotto la luce dell'eternità, sotto lo sguardo fisso del Signore Giudice d'Israele, il Dio che giudica le coscienze, le intenzioni e le anime, non solo il mero comportamento esteriore. Non vi è dubbio che il Suo giudizio di noi debba spesso essere severo. Ha preteso da noi, anche nel secolo appena conclusosi, nella Sua giustizia, un immenso tesoro di sacrifici e sangue. Lasciate dunque che vi proponga un modesto studio dei documenti ufficiali degli Stati Uniti dagli albori sino ad oggi. Il loro lignaggio è virtualmente immutato nel grado di esplicita confessione del Creatore, Giudice e Governatore della vita quotidiana di questa nazione, di questo popolo. Potrete odiare, temere, o semplicemente non comprendere come tutto ciò funzioni, o ad dirittura ridicolizzarlo. Ma, nel bene o nel male, non potete negarlo. Consentitemi di presentare alcune delle prove meno familiari, ma più basilari, della storia. Ad esempio, i General Orders del Generale Washington alle sue truppe durante la cruenta guerra per l'indipendenza durata sette anni, indipendenza da un altro potere cristiano, il Regno Unito, i cui soldati leggevano la stessa Bibbia e credevano nella medesima Provvidenza. Per citare giusto un esempio tra i tanti: «Confidiamo nella bontà della causa, e nell'aiuto dell'Essere Supremo, nelle cui mani è riposta la vittoria, per animarci ed incoraggiarci verso grandi e nobili azioni». Riconoscendo che gli americani - persino quel Tom Paine che odiava la Bibbia - credevano che il Dio della Libertà, il Dio della Coscienza, non potesse negare il proprio sostegno a quanti combattevano per la libertà, e dovesse rifiutare coloro (comunque in buona fede, e nel loro pieno diritto) che combattevano per impedire l'indipendenza e la libertà dei primi. O considerate la Proclamazione ufficiale e pubblica del Congresso ogni anno dopo la Dichiarazione d'Indipendenza, ad invocare un Giorno di Pentimento, per tutti i peccati della nazione e dei suoi cittadini, al fine di poter pregare per la benedizione di Dio sull'America. Oppure i Giorni del Ringraziamento, per ricordare esplicitamente e rendere grazie per le "consuete benedizioni" attraverso le quali mese dopo mese l'Onnipotente sembra soccorrere, o salvare, la causa americana, contro tutte le previsioni. Gli americani - o forse solo un quarto attivo di loro - imbracciarono eroicamente le armi contro la più potente Marina del mon- do, e contro uno dei due grandi Eserciti del pianeta (l'altro era quello francese), anche se iniziarono la propria lotta senza un esercito addestrato, senza una flotta, e senza fabbriche di munizioni dall'altra parte dell'oceano. Non meraviglia il fatto che nella Dichiarazione riposero la speranza e fecero affidamento "sulla Divina Provvidenza"per il successo del proprio esercito. Cos'altro avevano, se non il Dio della Libertà? Non meraviglia che quel popolo scelse «Noi Confidiamo In Dio» come motto da incidere sulle proprie monete. Potrete anche deriderli per questo, ma non negate loro la serietà e la profondità della loro fede, anche nei giorni più duri e bui del loro lungo esperimento. Gli Stati Uniti sono ora la più longeva repubblica del mondo, e la più religiosa. Se dubitate della profondità del senso di trascendenza americano nella vita quotidiana, date un'occhiata al discorso di insediamento di ogni presidente sin dall'inizio. Leggete la Legge sulla Libertà Religiosa di Jefferson e le sue argomentazioni a sostegno della stessa, le quali si fondano principalmente sulla volontà di Dio di rendere l'uomo libero, quando Egli non ha bisogno di farlo, e di giudicarlo secondo la sua coscienza interiore, non esclusivamente per le azioni esteriori. Leggete altresì il secondo discorso di insediamento di Abraham Lincoln, pronunciato il 4 marzo 1865, in cui egli riflette sulle azioni della Provvidenza e della Giustizia Divina, nel pretendere una goccia di sangue sul campo di battaglia della grande Guerra Civile del 1861 - 1865, una goccia per ogni goccia di sangue sparsa da un innocente, schiavo involontario tenuto in cattività. Quella guerra civile fu il conflitto più sanguinoso della nostra storia, combattuto da due eserciti cristiani ognuno dei quali sicuro che la propria causa fosse giusta. Nel suo secondo discorso d'insediamento Lincoln tentò di assumere il punto di vista della Giustizia Divina e della Provvidenza che guarda alla causa di ognuno dei contendenti: «Potrà sembrare strano che ogni uomo debba osare chiede una giusta assistenza di Dio nello strappare il pane dal sudore delle facce di altri uomini, ma non giudichiamo, e non saremo giudicati. Le preghiere di entrambi potrebbero non ricevere risposta. E nessuna è stata pienamente ascoltata. L'Onnipotente ha i Suoi obiettivi». Lincoln concluse con la famosa frase: «Con malevolenza verso nessuno, per carità con tutti» il suo appello alla riconciliazione nazionale. Non molto tempo dopo egli morì come un martire. Molti hanno giudicato questo come il più profondo, veritiero, autentico e prudente appello al Dio trascendente da parte di un leader politico, in tempo di guerra, nel corso di tutta la storia moderna. È sicuramente tra i migliori. G. K. Chesterton, il grande convertito inglese dei primi del XX secolo, scrisse dopo il suo viaggio in America come essa fosse diversa dagli altri paesi: «È una nazione con l'anima di una Chiesa". La sua Dichiarazione di Indipendenza esprime il suo credo. Tutte le sue liturgie politiche sono messe in scena, a livello espressivo, alla luce del Trascendente. L'insediamento dei presidenti americani rappresenta una cerimonia religiosa dall'inizio alla fine. Ciò vale per i discorsi politici durante le feste nazionali e, invero, per tutto l'anno. Oggi, crepe cruciali si insinuano ai danni del Trascendente a lungo nutrito dalle tradizioni religiose pubbliche del paese. Gli aggressori nel corso dei sessant'anni appena trascorsi in questa determinata guerra contro la religione sono i molti nelle élite del diritto, del giornalismo, delle industrie della televisione e del cinema, e in altre élite della classe che brandisce simboli. È questa guerra civile interna, una guerra culturale e di simboli, che è direttamente responsabile dell'imposizione ad un pubblico riluttante di un regime dell'aborto. Il popolo americano non ha mai in una singola elezione, mai in un singolo distretto dato il proprio assenso all'aborto. In effetti, anche oggi, vi sono "cliniche" abortive in solo il 30% delle contee degli Stati Uniti. Le élite difendono ferventemente il diritto all'aborto. Ma oltre metà della popolazione si oppone agli attuali nove mesi di protezione legale illimitata per gli abortisti. Fino al momento in cui l'infante è per metà nato e per metà ancora in grembo - e con vincoli ben più rigidi che in Europa - l'abortista americano può praticare la sua disgustosa arte. Analogamente, le élite dell'industria della comunicazione statunitense non sembrano quasi mai ritrarre nelle loro pellicole il modo in cui i comuni cittadini degli Stati Uniti, la stragrande maggioranza, vivono la propria vita religiosa, come affrontano il cancro o altri tormenti in famiglia, o la morte dei compagni di classe in un incidente stradale, nel momento della preghiera e in comunità con i propri fratelli e sorelle nella fede. Nei media, gli americani vengono descritti come gente pagana, cosa che nella maggior parte dei casi non sono. Dopo l'11 settembre, moltitudini di americani, nel loro dolore e shock, presero parte a funzioni speciali in ogni chiesa e sinagoga, e spesso alla luce delle candele nelle piazze delle città o nei campus universitari. E la risposta del nostro popolo con canti e bandiere, per molte settimane dopo l'11 settembre, rappresentò una corposa interpretazione del più popolare degli inni nazionali: «God Bless America». Come spesso succede, l'ultimo o splendido articolo del Professor Ml\\u010Doch è giunto tra le mie mani il giorno in cui è stato pubblicato un nuovo sondaggio sulla religione del popolo americano, da parte di una delle agenzie di sondaggi più rispettabili a livello nazionale, la Rasmussen poll. Il 57% degli americani adulti affermano che la religione è "molto importante"nella loro vita quotidiana, ed un altro 23% afferma che essa è "abbastanza" importante", per un totale dell'80%. Solo il 18% fornisce la risposta che si reputerebbe normale in qualsiasi paese europeo occidentale, e cioè che essa non è "di alcuna importanza"nelle loro vite quotidiane. Risposta che in America viene data più frequentemente dai giovani e dai non coniugati. Come, probabilmente, ci si potrebbe aspettare. Infine, non posso non ricordare che gli studi sulle convinzioni religiose tra le élite americane, divise tra circa cinquanta professioni, mostrano che le élite meno religiose sono i giornalisti, i registi cinematografici di Hollywood e quelli tv, gli iscritti alla professione forense e coloro che operano nel mondo politico. Le élite più religiose sono il clero, l'esercito, gli atleti professionisti e gli uomini d'affari. La mia ipotesi è che queste ultime, più religiose professioni vedano quotidianamente contingenze serie, inclusi (nell'esercito e nello sport) l'infortunio e la morte. Sono molto più abituati al ruolo della contingenza negli eventi umani e, perciò, al ruolo della Divina Provvidenza nei loro fallimenti e successi. Dire, dopo aver passato in rassegna le abbondanti, persino eccessive prove, che il Trascendente non figura nella cultura politica degli Stati Uniti, equivale a non cogliere l'essenziale percorso con cui gli americani si siano distanziati dall'esempio dell'Europa secolare. Su questioni di religione, l'Europa rappresenta la norma dell'Occidente; gli Stati Uniti sono l'eccezione. Ma gli americani sono più vicini alle moltitudini di popoli religiosi nel mondo meno sviluppato, e l'Europa è come un'isola secolare in un oceano di turbolente energie religiose, per utilizzare l'immagine impiegata da Jürgen Habermas. Schiaccianti sono le prove a sostegno del fatto che grandi maggioranze oggi negli Stati Uniti, seguendo il sentiero ben segnato dei più importanti documenti pubblici della nostra vita nazionale, si appellino spesso e pubblicamente alla forza del Trascendente per gli affari umani. Molti tentano altresì di vivere fedelmente sotto di esso. Altrettanto evidenti sono le prove del fatto che una significativa e molto potente minoranza lavora per sovvertire tale lunga tradizione. Il conflitto tra queste forze sarà con ogni probabilità lungo, ed il suo risultato incerto. Possiamo utilizzare tutto l'aiuto di cui disponiamo.

RIPARTIRE DALLA DELUSIONE. Leggere il libro del guru di Obama per capire il futuro della riforma della sanità

di Stefano Pistolini

Nei sotterranei della vittoria elettorale
di Barack Obama, riposa il
segreto meccanismo dell’evento visibile
ai più attenti ma trascurato dai
grandi media. Ha una sigla, una funzione
e un capo. E un futuro piuttosto
nebuloso.
Il protagonista di questa storia si
chiama David Plouffe. Obama dice
che non esiste persona al mondo di
cui si fidi di più. Il socio di Plouffe,
David Axelrod, gli riconosce di essere
l’eroe ignoto della campagna elettorale.
I reporter veterani dell’elezione
2008 lo venerano. Adesso Plouffe, per
onorare il pragmatismo che l’ha sempre
contraddistinto, ha scritto un bel
libro “L’audacia di vincere. La vera
storia e le lezioni della storica vittoria
di Barack Obama” per spiegare, lui
che era il manager della campagna,
come ha fatto a riuscirci. Leggendolo
si capisce il minuzioso sviluppo del
procedimento, la rapidità delle intuizioni,
la capacità quasi istantanea di
adattarsi alle situazioni, la formidabile
capacità d’inventare nuove strade,
nuove forme di comunicazione, nuove
vie di finanziamento, nuove alleanze e
soprattutto potenti mezzi di reclutamento
e motivazione. Si capisce come
tutto ciò sia stato il capolavoro di una
vita, anzi, di più vite, e delle relative
professionalità. “Fatico ancora a crederci”
dice Plouffe ad Axelrod nel
prologo del libro. E il baffuto compare
gli risponde: “Lo so. E’ troppo grande
per essere compreso adesso”.
Lo stupore, l’emozione davanti al
capolavoro, è un sentimento che pervade
questa ricostruzione, dalla prima
pagina all’ultima. All’inizio sembrava
“una fantasia”, quando “era un problema
anche procurarsi una base operativa,
i computer e le linee telefoniche”.
Però, il problema di “The Audacity
To Win” è che è un saggio tutto al
passato, acuto e celebrativo, romantico
e stimolante, ma che si limita a raccontare
l’allestimento dell’hardware
grazie al quale Obama è riuscito ad
arrivare fin lassù. “Il nostro database
di indirizzi e-mail ha superato i 13 milioni
di nominativi”, scrive orgogliosamente
Plouffe. “Disponiamo di un nostro
network tv, perfino meglio di una
televisione, perché comunichiamo
senza filtri con un numero di elettori
che corrisponde al 20 per cento della
cifra necessaria a vincere un’elezione
presidenziale – percentuale notevole,
no? E questi supporter condivideranno
i nostri messaggi e ci aiuteranno a
rispondere a un attacco, sia orchestrando
l’attività di propaganda porta
a porta e al telefono, sia parlando con
amici, familiari e colleghi nella vita di
tutti i giorni”.
Sono questi i termini che Plouffe
sceglie per descrivere la sua invenzione,
l’Ofa, Organizing For America,
capillare rete di connessione dei sostenitori
di Obama e del suo progetto
politico 13 milioni di attivisti, tra i
quali 4 milioni di finanziatori, pronti
a metter mano al portafogli per pagarsi
il sogno di un’America migliore,
pronti ad agire su base locale, a mobilitarsi
in chiave nazionale, a spendere
tempo, energie, gambe e cuore nel nome
di quella droga collettiva che ha
ricevuto il nome di “change”. Plouffe
è stato l’architetto e lo stratega della
vittoria. Ma ora è passato agli storici il
compito di capire come sia andata e
quali siano state le dinamiche generate
da questa rivoluzione nel concetto
di politica grassroots. Ed è attorno
a ciò che è accaduto dopo la vittoria
che bisogna ragionare, scoprendo che
alcuni sviluppi risultano difficili e
contraddittori da comprendere.
Vinte le presidenziali, comunque, il
ristrettissimo team di Obama si assegna
nuovi compiti, e in particolare la
ditta Axelrod-Plouffe decide di divaricare
le proprie traiettorie. Axelrod
resterà vicino al neopresidente, continuando
a offrirgli quel conforto intellettuale
e quei suggerimenti utili a
procedere all’adattamento al nuovo
ruolo. Plouffe, invece, resterà fuori
dalla Casa Bianca, per rifare ciò che
sa fare meglio: predisporre una vittoria.
A lui è assegnato il compito di
preparare il terreno per la campagna
per il secondo mandato, col voto del
novembre 2012 e l’apertura dei giochi
prevista già a inizio 2011. Prima di
quelle date Plouffe avrà il compito – e
l’agio per farlo, dal momento che non
è iscritto nell’elenco dello staff della
nuova Amministrazione – di pilotare
la forza di pressione dell’Ofa secondo
gli intendimenti di Obama.
Ma è qui che va in scena quella che
Micah Sifry, fondatore di techPresident,
gruppo di studio sulle attività
della Casa Bianca, oggi classifica come
“un criminale atto di negligenza
politica”. In coincidenza con la vittoria
di novembre 2008, Plouffe sostanzialmente
paralizza l’attività di Ofa,
non inviando più indicazioni, ordini o
raccomandazioni alle sue scalpitanti
truppe. A posteriori i bene informati
concordano nell’attribuire allo stesso
David la responsabilità della scelta,
per la più umana delle motivazioni: la
stanchezza, il crollo psicofisico seguito
alla vittoria, il desiderio di riappropriarsi
di una vita normale, di tornare
dalla famiglia, di voltare quella che
era stata una pagina meravigliosa.
Della Casa Bianca David non vuole
sentir parlare, la consorte dà alla luce
il secondo figlio e lui partorisce la più
bizzarra delle decisioni: consegna, armi
e bagagli, know how e potenziale,
l’intera struttura dell’Ofa al direttivo
del Partito democratico, entità al quale
l’organizzazione di Obama era rimasta
sempre estranea, o perlomeno
del tutto indipendente. Obama aveva
vinto da outsider, ma ora, senza richiedere
pareri alla base degli aderenti,
il coordinatore del movimento
procede a un’istituzionalizzazione forzata,
riallineandolo ai giochi della
vecchia Washington. Le spiegazioni offerte
da Plouffe non hanno mai convinto,
sia quando ha parlato di pericoli
provenienti dalle relazioni troppo
ravvicinate tra il nuovo presidente e i
principali finanziatori sia quando si è
detto che Obama aveva bisogno del
pieno supporto dei democratici del
Congresso, cosa che non gli permetteva
di continuare a disporre di una
specie di esercito privato. Il risultato
è uno choc collettivo: il prototipo di
sostenitore obamiano, un giovane o un
anziano che credeva nel rinnovamento
della politica americana, si ritrova
nella condizione di un soldatino di
partito verso il quale da tempo ha
esaurito la fiducia.
Viene insomma da ipotizzare che in
calce a questa scelta non ci sia tanto
la firma di Plouffe, quanto quella dell’unica
persona al mondo che poteva
convincerlo in questa direzione, ovvero
il presidente in persona. Che nel
frattempo ha prodotto un’altra decisione
rilevante: la selezione di Rahm
Emanuel a capo del suo staff, ovvero
come personalità di collegamento tra
lo Studio ovale e il Congresso. Le indicazioni
che Emanuel – personaggio
certo sprovvisto della verginità di un
autentico interprete del rinnovamento
– dà al presidente sono quelle di
modificare radicalmente il suo posizionamento
nei flussi washingtoniani,
ora che il principale obiettivo della
vittoria è stato conseguito. Lavorare
“con”, non “contro”, raccomanda
Emanuel. Trovare accordi, non fare
repulisti. Connettersi, non sradicare.
Entrare, non sfondare. Una visione
politica lontanissima dal progressismo
populista di cui era intrisa l’Ofa.
Senza contare che l’inserimento morbido
dell’Ofa nel reticolo di manovre
del Partito democratico è una causa
persa, date le infinite correnti coesistenti
e la mutevole geografia del partito.
In sostanza l’Ofa, già a metà del
novembre 2008, rappresenta un ingombro
difficile da gestire. Con Plouffe
in pausa di ricarica delle batterie,
con Obama impegnato nel corso accelerato
di diplomazia della capitale e
con Rahm Emanuel nel ruolo del precettore
bizantino, il destino dell’Ofa è
segnato. Obama e Axelrod conoscono
la fedeltà e le capacità di Plouffe e sono
certi che quando sarà il momento
rinnoverà gli sforzi prodotti in occasione
della prima vittoria. E poi non è
detto che proprio di una ipertecnologica
e straripante organizzazione grassroots
Obama avrà bisogno per la rielezione.
A tempo debito verranno fatte
le necessarie valutazioni. Per l’intanto
dall’alto arriva il via libera per
l’abbandono della corazzata Ofa, mentre
s’inaugura la presidenza, le emergenze
della crisi premono e Obama
imbocca la strada dell’emergenza decisionista,
quella in nome della quale
si rinchiude coi pochi eletti nelle stanze
dei bottoni e produce scelte e decisioni
gravi, che hanno l’obbligo di essere
quelle giuste. Nell’inverno dello
scontento 2009 non c’è tempo per coinvolgere
la base. E del resto i primi dati
di gradimento di Obama sono bulgari:
la nazione ha deciso di mettersi
nelle sue mani, come in quelle della
provvidenza.
I fatti che seguono sono noti, come
anche i relativi esiti contraddittori e il
progressivo impallidire del carisma
del nuovo presidente, che un po’ alla
volta abbandona il sogno bipartisan, il
perseguimento del trasversalismo e
deve fare i conti col nemico interno,
ossia coi distinguo e le condizioni che
gli stessi membri della sua maggioranza
gli pongono per allinearsi ai
suoi programmi, a cominciare dalla
riforma della sanità. E’ la stagione di
Emanuel, degli accordi sotterranei,
dei compromessi, di accordi e scambi:
pura, classica politica washingtoniana,
perché Obama capisce che solo così
può superare la fase eroica ed entrare
in quella realistica, solo così può
garantirsi il sostegno effettivo per agire.
Dunque il presidente opta per la
compagnia di pochi, anziché della
moltitudine plaudente di un tempo, e
in questa rinuncia disegna quella solitudine
presidenziale alla quale oggi
sembra più incline.
Ma le cose continuano a cambiare e
per Obama non vanno quasi mai per il
verso giusto. Pur dimostrando coscienza,
raziocinio e operatività nel
contenimento della crisi, l’immagine
dell’Obama riformatore finisce presto
per appannarsi agli occhi degli americani.
Troppo facile dedurne che
quello che ora gli viene a mancare –
assieme ai numeri dei sondaggi che
prendono a penalizzarlo – è proprio
l’entusiastico sostegno di una base
che si fidi delle sue intuizioni e faccia
proprie le sue proposte. Ma il mutamento
di atmosfera non è sfuggito alla
maggioranza dei veterani dell’Ofa. La
sensazione è di essere stati messi da
parte, dopo essere stati sfruttati. E
quindi – e la parola ha una pesantezza
terribile – di essere stati ingannati,
come oggetti, e non soggetti, della vecchia
logica di mobilitazione politica.
Del resto l’Obama che vedono impegnato
in estenuanti trattative è difficile
da identificare con l’uomo dei sogni
della campagna elettorale, e non perché
appaia meno giusto e saggio, ma
perché adesso rivela la sua vulnerabilità.
Un buon politico, insomma, ma
pur sempre un politico, che ieri ha
convocato democratici e repubblicani,
li ha messi per sei ore davanti a delle
telecamere, li ha fatti discutere di
riforma sanitaria per strappare un accordo
bipartisan e far ripartire il processo
al Congresso, tutti insieme, nel
compromesso. Un politico, non un
profeta dell’americanità.
E si arriva all’ultimo capitolo, per
ora, di questa storia. Novembre 2009.
Massachusetts. Voto per l’elezione del
senatore che prenderà il posto del trapassato
Ted Kennedy. Sembra impossibile
che il feudo democratico sottragga
il suo apporto alla maggioranza
del 60 per cento al Senato che mette al
riparo dagli ostruzionismi repubblicani.
Ma ormai gli attivisti di Obama
queste vicende le seguono sui giornali.
Perciò, quando cominciano a suonare
i primi campanelli d’allarme, sono
lo stupore e la disabitudine i sentimenti
che li accolgono. Lo stesso ruolo
dirompente di provocazione, rumore
mediatico e sovvertimento dell’ordine
costituito della politica americana,
un tempo giocato dalle legioni dell’Ofa,
adesso è appannaggio dei raduni
dei Tea Party, che riescono là dove
il Partito repubblicano ha fallito: nel
pubblicizzare una restituzione dell’America
agli americani, come se fosse
un procedimento possibile solo in base
alla manifestazione delle intenzioni.
In ogni caso, adesso la cosa nuova
sono loro, i media li coccolano, e l’opinione
pubblica ne risente, perché
quando si parla di “rinnovamento radicale”
nell’ambito di una crisi endemica,
in linea di massima c’è da guadagnarci.
Non a caso il carneade Scott
Brown le sta suonando a Martha Coakley
e con la sconfitta si perderebbe
non soltanto il Massachusetts, ma anche
la finalizzazione della riforma
della sanità. Axelrod e Obama, però,
s’accorgono fuori tempo massimo del
disastro. Quando convengono che l’unica
cosa da fare sia richiamare in
servizio la riserva di attivisti, è troppo
tardi. I reggimenti dell’Ofa in quel momento
sono inattivi, o dedicati al reclutamento
in altri stati. Quando si
tenta di mandarli a supporto della
agonizzante candidata democratica, la
risposta è tiepida: soltanto 45 mila
iscritti danno la disponibilità. Il milione
e mezzo di telefonate effettuate
negli ultimi giorni di campagna e i 50
uomini sguinzagliati per i quartieri di
Boston a caccia di voti non riescono a
chiudere il gap che alla fine consegna
il repubblicano Brown al Senato, e
Obama a una valanga di guai.
Ma la lezione è stata presa. I movimenti
sono per definizione, cangianti
ed effimeri. Vanno stabilizzati o comunque
tenuti vivi con un ricambio di
motivazioni e obiettivi. Non sono una
truppa di specialisti. Sono emotivi,
umorali, capaci di capolavori, ma anche
di disfatte. Chi pensava che Obama
avesse sapientemente parcheggiato
il suo tesoro elettorale, ovvero la
forza delle braccia e delle menti di
quanti l’hanno portato una prima volta
alla Casa Bianca, si è sbagliato.
Quella dote si è vaporizzata, è scomparsa,
dopo aver masticato amaro ed
essersi sentita tradita. Perciò è ora
che Obama e Plouffe tornino a parlarne.
Qualsiasi sarà la condizione dell’America
e del Congresso tra un anno
da adesso, un presidente che cerchi la
rielezione deve affrettarsi a scegliere
i generali e le strategie della campagna.
E al riguardo, i contatti a porte
chiuse si sono già avviati. Impossibile
pensare che Obama non si affidi di
nuovo a Axelrod, Plouffe e al comunicatore
Gibbs. Assai probabile che il
vertice dello staff si allargherà, e già
imbarcato risulta essere Jim Messina,
attuale numero due di Emanuel alla
Casa Bianca e ampiamente coinvolto
anche nel successo 2008. A Messina
dovrebbe andare il compito di guida
operativa della campagna; Plouffe si
limiterebbe a elaborare le principali
strategie di metodo; e Axelrod sarà
l’ottimizzatore del posizionamento del
presidente sulle questioni essenziali.
Ma il compito sarà comunque duro:
non più lavorare su un’idea, su un disegno
del futuro, forse perfino su
un’illusione. Si deve ripartire da qualcosa
che somiglia a una delusione, o
forse, semplicemente, a una disillusione.
Eppure si dovrà convincere la
gente dell’Ofa a preparare di nuovo lo
zainetto e a rimettersi per strada. Si
deve spiegar loro che perseguire un’utopia
non fa parte del vero gioco della
politica. Ma che darsi da fare per
mantenere alla Casa Bianca questo efficiente,
umanissimo presidente – errori
inclusi – sia un obiettivo più che
degno di mobilitazione. Per fare quella
cosa così faticosa e strana che continua
a essere l’occuparsi seriamente
di politica, oggi, in America.

© Copyright Il Foglio 26 febbraio 2010

Usa - L’aborto mette ancora nei guai la riforma sanitaria di Obama

di Alberto Simoni
Tratto da Il Sussidiario.net il 24 febbraio 2010

Barack Obama mette in campo il suo peso politico per spingere la riforma della sanità al traguardo.

Lo stallo al Congresso dei due testi di legge, molto diversi fra loro, approvati prima dalla Camera (7 novembre) e poi dal Senato (24 dicembre), ha costretto la Casa Bianca a rompere ogni indugio e ad assumersi la responsabilità di scrivere di proprio pugno una bozza di compromesso per riformare l’health care.

Un’operazione difficile su cui Obama si gioca la credibilità e forse il futuro stesso della sua presidenza e che fa i conti con il poco tempo rimasto: in novembre si vota per il rinnovo del Congresso (midterm elections) e la campagna elettorale, primarie comprese, è ormai al via. I democratici, in difficoltà, e i repubblicani, che toccano con mano la possibilità di porre fine dopo appena due anni allo strapotere democratico, sono poco attratti dalla voglia di fare concessioni a Obama in questa stagione elettorale.

Finora la Casa Bianca si era limitata a indicare la strada, fornire le indicazioni di massima e gli obiettivi ai legislatori: garantire la copertura assicurativa a 46 milioni di americani che a oggi ne sono privi; ridurre il potere delle compagnie assicurative e delle lobby, abbassare i costi delle prestazioni sanitarie (e dei premi) e ridurre le spese così da salvare un sistema oggi inefficace e vicino alla bancarotta.

Il piano di Obama è chiaro: lunedì ha presentato la sua proposta, domani la discuterà con i repubblicani e i democratici del Congresso in un dibattito in diretta tv. L’obiettivo è duplice: mostrare che il piano della Casa Bianca è un giusto equilibrio fra le posizioni in campo e, sotto il profilo politico, costringere i repubblicani a prendere una posizione netta sperando comunque di incassare. Nel caso i conservatori dicessero sì, Obama potrebbe vedere coronato il sogno di riformare la sanità; in caso di rifiuto invece la Casa Bianca accuserebbe i rivali di voler far naufragare una riforma, a detta di tutti necessaria, per mero calcolo politico-elettorale.

Il ragionamento, sin troppo lineare, tuttavia cozza con alcuni dati. Innanzitutto i problemi per Obama potrebbero nascere dal piano in sé presentato lunedì. Testi alla mano e calcolatrice, esso non differisce granché da quello votato dal Senato. Costerebbe 950 miliardi di dollari (in dieci anni) contro gli 871 del bill al Senato e i 1050 miliardi del piano varato dalla Camera. Secondo la Casa Bianca, la proposta presidenziale ridurrebbe di 100 miliardi di dollari in dieci anni il deficit federale. Ma la stima non è stata confermata (il piano non è stato ancora valutato nei dettagli) dal Congressional Budget Office.

Quello che appare evidente però è che Obama ha seguito come modello per la sua versione dell’health care quello licenziato dal Senato. In comune a esso ha la creazione di una sorta di borsa a livello statale (e non federale) dove piccoli imprenditori, aziende e persone senza copertura assicurativa possono comprare polizze che rispondono a requisiti fissati dal governo centrale.

Della bozza del Senato Obama sposa anche le restrizioni sull’aborto. Nel testo della Camera il divieto a ricorrere a sussidi riconducibili a piani assicurativi pubblici per l’aborto era netto. Al Senato invece vi è un escamotage: chi sceglie una polizza che contiene l’aborto deve pagare questa prestazione separatamente. In pratica servono due ricevute: una che certifica l’acquisto della polizza (e che è deducibile); un’altra invece che certifica la copertura per l’interruzione di gravidanza (e ovviamente la spesa è netta). Obama sostiene la medesima opzione.

E proprio questo è uno degli aspetti più controversi. Alla Camera infatti alcuni deputati democratici costrinsero la speaker Nancy Pelosi a introdurre nel testo di riforma dell’health care un emendamento (poi approvato) pro-life che vieta il finanziamento in qualsiasi forma di pratiche abortive. Diversi esponenti pro-life come Bart Stupak (il primo firmatario dell’emendamento) hanno detto che non voteranno mai una legge meno restrittiva come quella varata dai colleghi senatori. E ora proposta dalla Casa Bianca. Non sarà facile convincere l’ala pro life a schierarsi con la maggioranza.

Vi è poi un altro aspetto decisivo. Obama ha confermato il no alla creazione di una sorta di mutua pubblica (la cosiddetta public option) e sposato la linea del Senato che prevede - per abbassare i costi e aumentare così il numero di potenziali americani assicurati - che le compagnie assicurative possano competere fra loro anche in Stati dove non hanno sede legale. Insomma una compagnia della Pennsylvania potrà vendere polizze nello Stato di New York, cosa finora proibita (questa idea era la pietra portante del piano di riforma del candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 2008 John McCain).

Obama frena anche sulle penalizzazioni o meglio multe per chi non si assicura. Non c’è l’obbligatorietà di acquistare un’assicurazione ma aziende e individui sono “caldamente invitati” per non perdere sgravi fiscali o vedersi appioppate sanzioni che, nella versione del Senato, arrivano sino al 2% del reddito nel 2016 quando la riforma sarebbe dovuta andare a regime. La Casa Bianca infine sostiene che il governo federale si farà carico dei costi per l’espansione del Medicaid condividendo l’aggravio delle spese con gli Stati.

Capitolo importante è quello fiscale. L’idea di Obama è di innalzare la base per l’esenzione che sarà portata da 23mila dollari a 27mila dollari all’anno per chi acquista piani-famiglia. Inoltre fino al 2018 ci sarà una moratoria sul pagamento delle tasse. Un passo verso la classe media. Incremento delle tasse invece per gli alti redditi che subiranno un prelievo del 2, 9% per alimentare il Medicare.

Un piano complesso insomma, come del resto la stessa materia health care. Obama è forse all’ultima mano della partita. Giovedì toccherà ai repubblicani replicare. Sono pronte centinaia di emendamenti. Ma non è solo da destra che Obama dovrà guardarsi. Pure molti democratici (e non solo i pro-life, ma pure l’ala liberal infuriata per la fine della speranza di una mutua pubblica per tutti) sono pronti ad affondare Obama e i suoi sogni. Al Senato i democratici si sono riuniti subito per valutare la proposta, alla Camera il caucus liberal si è trovato concorde nel prendere tempo. Non proprio una notizia confortante per Obama.