DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Perché "felici come una Pasqua"

di Claudio Mésoniat

Non so molto di teologia, ma ho avuto la fortuna di conoscere Hans Urs von Balthasar, il grande teologo di Basilea. Certe conversazioni con lui furono l’inizio di una scoperta affascinante, che mi permise di capire meglio quello che alcuni incontri e alcune amicizie mi avevano fatto e continuano a farmi sperimentare. Proverò a raccontare, precisando che non si tratta di nulla di diverso, nella sostanza, dal catechismo cattolico. Balthasar leggeva l’avvenimento della Croce e della Resurrezione di Cristo come una grande confessione, proprio nel senso sacramentale. Cristo ha preso su di sé ogni peccato, ogni forma di male che ognuno di noi, ogni uomo venuto al mondo ha commesso e commetterà. L’ha fatto diventare suo e l’ha “confessato”, messo davanti alla misericordia del Padre. La Risurrezione è il momento dell’assoluzione, dell’annientamento di tutto quel male. Questo significa che nella storia è accaduto ed è presente qualcosa che è più grande di ogni peccato e di ogni male. È “presente” perché il Risorto continua a esserlo («Sarò con voi ogni giorno, fino alla fine del mondo»), misteriosamente, attraverso la Chiesa.


Cosa significa? Che quel modo di essere guardati e trattati da Cristo che il traditore Pietro, il “mafioso” Zaccheo, la “escort” Maddalena e tanti altri (così com’erano, prima di esserne trasformati) hanno vissuto sulla propria pelle, continua a essere sperimentabile, perché i cristiani ne sono investiti senza alcun merito loro e ne diventano continuatori nel trasmetterlo. I cristiani? Con tutte le loro miserie? Sì, perché, come diceva don Giussani, «il santo non è l’uomo che non cade mai, ma quello che, cadendo mille volte al giorno, mille volte si rialza guardando Cristo che lo perdona e lo riprende per mano, come un bambino piccolo con la madre». «Dio si è commosso per il nostro niente» ha scritto sempre Luigi Giussani, «Non solo: Dio si è commosso per il nostro tradimento, per la nostra povertà rozza, dimentica, traditrice, per la nostra meschinità. È una compassione, una pietà, una passione. Ha avuto pietà di me».


Questo è il mistero della carità di Dio, della sua passione infinita per la sua creatura, questo è il contenuto della Pasqua. Come fa il cuore dell’uomo a non riempirsi di una letizia che nulla, neanche il peggior male (quello che faccio io), può più scalzare? Troppo facile? No, bisogna provare, perché questo è l’unico modo che fa provare dolore per il male che si fa, dolore senza disperazione, ma dolore vero, che col tempo fa anche cambiare, più di ogni nostro progetto etico di miglioramento. Benedetto XVI: «Convertirsi a Cristo significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza, esigenza del suo perdono». La Chiesa, cari amici, esiste per vivere e ricordare questo. E nessuno scandalo, neppure quello della pedofilia, le farà cambiare natura.

02.04.2010


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Farsi portare. Un'immagine da Sabato Santo

di Davide Dall'Ombra

Un’immagine da Sabato Santo. Un’opera in bilico: tra il finito e il non finito, tra il peso della materia e la levità della vita. In questa Pietà di Michelangelo, la Rondanini, non siamo in grado nemmeno di capire se sia Maria che sostiene Gesù, come parrebbe logico, o Gesù, novello Enea, a sostenere sulle spalle il genitore, per salvarlo da un mondo in fiamme. Il punto più certo, definito, sembrerebbe il braccio sulla sinistra, ma su di lui non possiamo fare affidamento, perché appartiene ad un’iniziale ipotesi compositiva, poi scartata dallo scultore.


Abbandonata la prima versione, in cui Maria reggeva il Cristo un po’ da lontano, i corpi erano distanti e i ruoli definiti, Michelangelo ritaglia la testa del Cristo nella spalla della Madonna, avvicinando, anzi fondendo i due corpi e facendo tornare Gesù carne della sua carne.
È come se Maria tentasse di riportare in grembo quello che resta del suo bambino. È come se, per un istante interminabile, le fosse concessa la Grazia di ri-custodire il proprio figlio, riprendendolo dentro di sé. La mente va di schianto allo strazio di un lamento gaddiano, immaginato dall’Ingegnere per il corpo di un povero ragazzo morto sul treno, nel tentativo di fuggire il controllore di un biglietto verso casa, che non aveva i soldi per comprare:
"Verde Lombardia! dove di già è scesa la bruma, e le desolate nevi! La cucchiara vi si dimanda cazzuola, e il mattone quadrello. Il pane di Como non è da tutti; bisogna girare, andare! Costruir le chiese ai Dàndolo, ai Sermoneta le case.
Gli impiccati hanno avuto una tomba; ma i morti de fame dove andranno a sbattere? Il grembo della mamma non può riprenderli indietro".
O forse sì. Da questo blocco di marmo, scolpito fino agli ultimi giorni concessi, Michelangelo non teme di tirar fuori la debolezza della vita, l’instabilità della condizione terrena, il miracolo quotidiano della maternità che diventa figliolanza e quello del sostenere che diventa sostenersi. Maria, come sempre, segna la strada, dimostrandoci che nulla è impossibile a Dio: anche che il grembo di una mamma si riprenda indietro il figlio. Insieme, quella morte atroce e il dolore di una madre costretta a sopravvivere al proprio figlio, sembrano ormai spiccare il volo della Resurrezione. Arriva la Pasqua a sfidare il marmo di ciascuno: a chiederci se siamo disposti ad accoglierlo in noi, per farci portare da Lui.

03.04.2010


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I luoghi della Passione e della Risurrezione

Le prime descrizioni dei “luoghi santi” collegati alla passione e alla risurrezione di Gesù, com’è noto, risalgono al IV secolo: ad un periodo, cioè, in cui il complesso reticolo di memorie orali dei cristiani in Terrasanta aveva già cristallizzato, e in buona parte “trasfigurato”, la localizzazione e il significato dei principali monumenti.

Gerusalemme nel mosaico di Madaba, in Giordania (VI secolo).

Le testimonianze scritte più antiche provengono dai resoconti di viaggio dei pellegrini: i primi esempi di questo tipo di letteratura, famosissimi, sono rappresentati dal racconto del pellegrino di Bordeaux (che può essere datato alla prima metà del IV secolo) e dalla Peregrinatio ad loca sancta della pellegrina Egeria o Eteria (datato al 383 circa). Sono i precedenti illustri di quella “topografia sacra” che continuerà con costanza nei secoli a venire, e che raggiungerà le sue massime espressioni letterarie, in età medievale, con il Liber de locis sanctis di Beda il Venerabile, in epoca pre-moderna con l’Itinerarium Syriacum di Francesco Petrarca, e agli inizi dell’Ottocento con il Voyage à Jerusalem di René de Chateaubriand. Questi, e tantissimi altri lavori, daranno poi lo spunto al sociologo Maurice Halbwachs, negli anni della Seconda Guerra mondiale, per la sua raffinata e pioneristica ricognizione sulla Topographie légendaire des évangiles.

Dal momento in cui apparve quest’opera, naturalmente, è scorsa molta acqua sotto i ponti, sia da un punto di vista esegetico che da un punto di vista archeologico: ne fanno fede, tanto per fare qualche esempio, i volumi della prestigiosa Encyclopedia of Archaeological Excavations in the Holy Land (inizialmente curati da Michael Avi-Yonah, poi rivisti e ampliati da Ephraim Stern e da Philip J. King), i vari atlanti biblici in circolazione, i lavori dello Studium Biblicum Franciscanum, o i contributi di sintesi raccolti a cura di James H. Charlesworth nel volume Jesus and Archaeology (2006).

Uno dei libri più belli che siano stati prodotti sull’argomento, in tempi recenti, si deve a un teologo tedesco, Willibald Bösen: si tratta de L’ultimo giorno di Gesù, edito in Italia da Elledici (Leumann 2007). Il volume di Bösen, che ha un taglio prevalentemente storico-esegetico, anche se non disdegna di affrontare alcune questioni teologiche di base, cerca di ricostruire nel dettaglio gli avvenimenti della Passione, aiutando il lettore con un gran numero di grafici, tabelle e disegni. Molti di questi compendi visuali, davvero efficaci da un punto di vista didattico, sono dedicati proprio alla “topografia sacra” di Gerusalemme.

Qui di seguito, come piccolo regalo di Pasqua per i miei lettori, riporto alcuni esempi. Tutte le immagini sono tratte dal libro di Bösen (gli autori dei disegni sono Gordana Köllner e Klaus-Peter Hüsch). I testi di commento, invece, sono stati leggermente adattati e modificati.

1. Gerusalemme ai tempi di Gesù

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Questo disegno riproduce l’aspetto di Gerusalemme ai tempi di Gesù. In primo piano, su una piccola e sottile lingua di roccia, si trova la città inferiore (~695 metri s.l.m.), dominata a nord dallo splendido Tempio edificato da Erode il Grande (~744 metri s.l.m.). Prospiciente al Tempio, dal lato opposto della sottostante Valle del Cedron, si inerpica il Monte degli Ulivi, alla cui base si trova il podere del Getsemani (~680 metri s.l.m.), luogo della preghiera e dell’agonia di Gesù prima della cattura.

Al di sopra della città inferiore e del Tempio si innalza ad ovest, su un altipiano di pietra calcarea, la città superiore (~760 metri s.l.m.), costruita in stile ellenistico, con strade a scacchiera e piazze, con un teatro, un ginnasio e diversi palazzi. Tra questi ultimi, spicca il palazzo di Erode, nell’angolo nord-occidentale, dove a partire dal 6 a.C. risiedono i procuratori romani quando soggiornano a Gerusalemme: è qui che va cercato, probabilmente, il Pretorio dove Ponzio Pilato condannò a morte a Gesù. Nell’estremità opposta, all’angolo sud-occidentale, potrebbe essersi trovato il “quartiere essenico” (luogo dell’ultima cena di Gesù), localizzato da Bargil Pixner sulla base delle informazioni di Giuseppe Flavio (Bell. V,4,2), che indica in questo punto la presenza di una “Porta degli Esseni”.

Il quartiere più recente della città è costituito dai cosiddetti “mercati”, a nord-ovest del Tempio: lì, ai tempi di Gesù, abitavano e lavoravano gli artigiani e i piccoli commercianti. Nell’angolo nord-occidentale, tra la città superiore e i mercati, era infine situato il Golgota, la vecchia cava di pietra dove i Romani crocifiggevano i malfattori e i ribelli, e dove venne crocifisso anche Gesù.

2. Il Tempio e la sede del Sinedrio

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Nel mezzo di un gigantesco altipiano, su una pedana di circa dieci metri di altezza, si innalzava il Tempio di Gerusalemme, edificato per la prima volta da re Salomone sul luogo dell’antica fortezza dei Gebusei (vd. 2Sam 24 e 1Re 6). I suoi atri, riservati ai soli Ebrei, erano divisi in zone per uomini, donne e bambini.

Qui, secondo la fede, troneggiava JHWH, il Dio d’Israele, in una camera oscura e vuota; qui il cielo e la terra si toccavano; perciò gli Israeliti non risparmiavano fatiche e rischi per visitare in pellegrinaggio Gerusalemme, almeno una volta nella vita. Ai non Ebrei era vietato con minaccia di morte l’accesso a questa «fortezza di Dio»: per loro, però, era accessibile l’enorme «Atrio dei Gentili», dove dominava un variopinto andirivieni, sullo stile di un mercato annuale. Profeti, scribi, dottori della Legge, e pure Gesù, trovavano uno spazio protetto dal sole, dal vento e dalla pioggia, riservato alla predicazione e alle discussioni, nel cosiddetto «Portico di Salomone», nella parte orientale della gigantesca spianata del Tempio. Teatro dell’episodio della purificazione del Tempio potrebbe essere stato il cortile regale, nella zona meridionale.

I tre cerchi dell’immagine localizzano le possibili sedi di riunione del Sinedrio: 1) la sala quadrangolare nell’angolo sud-est del santuario vero e proprio, di cui parlano gli scritti rabbinici posteriori a Gesù e alla distruzione del Tempio; 2) una sala situata «tra le botteghe», dove il Sinedrio, sempre secondo una tradizione rabbinica, sarebbe traslocato attorno agli anniTrenta del I secolo; 3) la Boulé (luogo di riunione) di cui parla lo storiografo Giuseppe Flavio, nella valle del Tiropeon.

3. La sede del Pretorio

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Dov’era situato il Pretorio, la sede ufficiale di Pilato? Le ipotesi, illustrate dall’immagine e discusse dettagliatamente dall’autore, sono tre: la Fortezza Antonia, a nord-ovest della spianata del Tempio; il Palazzo degli Asmonei, sul pendio occidentale della valle del Tiropeon; e il Palazzo di Erode, a nord-est della città superiore. La tradizione contribuisce in misura non irrilevante alla confusione.

In epoca bizantina i pellegrini localizzavano il Pretorio nella vale del Tiropeon, dove si pensava avesse avuto sede il Palazzo degli Asmonei. I crociati optavano invece per la Fortezza Antonia, nel luogo in cui sorge oggi il convento delle Suore di Sion. Gli storici propendono attualmente per il sontuoso palazzo che re Erode fece costruire tra il 23 e i 20 a.C., di cui non restano oggi che le fondamenta.

4. In cammino verso il Golgota

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Il percorso tradizionale della Via Crucis di Gerusalemme – che da secoli si snoda sotto la guida dei francescani, partendo dal luogo in cui si pensava sorgesse la Fortezza Antonia, per giungere fino alla roccia del Golgota – si è consolidato a partire dal XII/XIII secolo. Ma è difficile pensare ch’esso corrisponda all’itinerario originale compiuto da Gesù. Partendo dal presupposto che Pilato abbia pronunciato la sua sentenza nel Palazzo di Erode, il percorso dovrebbe esser fatto iniziare nell’angolo nord-occidentale di Gerusalemme.

Da qui al Golgota vi sono in linea d’aria non più di 300 metri, e anche andando attraverso vicoli chiusi e strade laterali la distanza non è molto superiore. È probabile che Gesù, assieme agli altri condannati, abbia percorso le strade principali della città superiore, secondo la consuetudine romana che voleva ch’essi percorressero le strade più battute, in modo tale da essere visti e biasimati dal maggior numero di persone.

Per due terzi del suo svolgimento, probabilmente, il percorso della croce passò attraverso il quartiere dei ricchi, dove vivevano molti dei sommi sacerdoti e degli anziani che facevano parte del Sinedrio. Qui le strade erano tracciate secondo il modello di Ippodamio, diritte e ampie.

A questa città alta assomiglia solo da lontano la stretta e intricata “via dolorosa” che possiamo percorrere oggi; la quale, però, non ha nulla da invidiarle quanto ad atmosfera, al carattere laborioso e febbrile, ai profumi e ai rumori. Una volta immersi in questo ambiente, in mezzo a questa corrente umana che scorre pigramente, fra turisti, mercanti e pellegrini, non c’è bisogno di molta fantasia per immaginare il doloroso percorso di Gesù verso la morte, accompagnato da altre figure sanguinanti e da un manipolo di guardie armate.

5. Dal Golgota alla chiesa del Sepolcro

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«Nel luogo dove era stato crocifisso vi era un giardino, e nel giardino un sepolcro nuovo» (Gv 19,41). La zona situata a nord-ovest del Golgota, che l’evangelista Giovanni definisce “giardino”, doveva essere ben diversa da ciò che intendiamo oggi con questo termine. Vi si riconoscevano parti di una vecchia cava di pietra, con tutt’attorno frammenti di roccia sgrossati e abbandonati dagli spaccapietre, erba secca e sterpaglie. Da qui furono faticosamente ricavati alcuni sepolcri, a banco e a cunicoli.

La necropoli perse la propria funzione quando il re Agrippa I (41-44 d.C.), con la costruzione di un nuovo muro di cinta, inglobò la zona nel territorio urbano di Gerusalemme. Tutta quest’area venne poi fatta interrare dall’imperatore Adriano, che nel 135 vi fece costruire sopra un Foro con un tempio dedicato ad Afrodite. Nel 326, Costantino farà mettere di nuovo allo scoperto il Golgota e il Santo Sepolcro, così da potervi passeggiare attorno. Sopra il Sepolcro, verrà successivamente edificata una rotonda; e sulla roccia del Golgota, che si eleva in un atrio aperto, verrà aggiunta verso oriente una prima basilica a cinque navate. Gli occhi che non videro il Risorto, possono vederne ora il luogo della risurrezione.



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Il Papa: Il Venerdì Santo è il giorno della speranza più grande: dalla profondità della morte si innalza la promessa della vita eterna

VIA CRUCIS AL COLOSSEO PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE , 02.04.2010

Cari Fratelli e Sorelle,

in preghiera, con animo raccolto e commosso, abbiamo percorso questa sera il cammino della Croce. Con Gesù siamo saliti al Calvario e abbiamo meditato sulla sua sofferenza, riscoprendo quanto profondo sia l’amore che Egli ha avuto e ha per noi. Ma in questo momento non vogliamo limitarci ad una compassione dettata solo dal nostro debole sentimento; vogliamo piuttosto sentirci partecipi della sofferenza di Gesù, vogliamo accompagnare il nostro Maestro condividendo la sua Passione nella nostra vita, nella vita della Chiesa, per la vita del mondo, poiché sappiamo che proprio nella Croce del Signore, nell’amore senza limiti, che dona tutto se stesso, sta la sorgente della grazia, della liberazione, della pace, della salvezza.

I testi, le meditazioni e le preghiere della Via Crucis ci hanno aiutato a guardare a questo mistero della Passione per apprendere l’immensa lezione di amore che Dio ci ha dato sulla Croce, perché nasca in noi un rinnovato desiderio di convertire il nostro cuore, vivendo ogni giorno lo stesso amore, l’unica forza capace di cambiare il mondo.

Questa sera abbiamo contemplato Gesù nel suo volto pieno di dolore, deriso, oltraggiato, sfigurato dal peccato dell’uomo; domani notte lo contempleremo nel suo volto pieno di gioia, raggiante e luminoso. Da quando Gesù è sceso nel sepolcro, la tomba e la morte non sono più luogo senza speranza, dove la storia si chiude nel fallimento più totale, dove l’uomo tocca il limite estremo della sua impotenza. Il Venerdì Santo è il giorno della speranza più grande, quella maturata sulla Croce, mentre Gesù muore, mentre esala l’ultimo respiro, gridando a gran voce: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,36). Consegnando la sua esistenza "donata" nelle mani del Padre, Egli sa che la sua morte diventa sorgente di vita, come il seme nel terreno deve rompersi perché la pianta possa nascere: "Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12,24). Gesù è il chicco di grano che cade nella terra, si spezza, si rompe, muore e per questo può portare frutto. Dal giorno in cui Cristo vi è stato innalzato, la Croce, che appare come il segno dell’abbandono, della solitudine, del fallimento è diventata un nuovo inizio: dalla profondità della morte si innalza la promessa della vita eterna. Sulla Croce brilla già lo splendore vittorioso dell’alba del giorno di Pasqua.

Nel silenzio di questa notte, nel silenzio che avvolge il Sabato Santo, toccati dall’amore sconfinato di Dio, viviamo nell’attesa dell’alba del terzo giorno, l’alba della vittoria dell’Amore di Dio, l’alba della luce che permette agli occhi del cuore di vedere in modo nuovo la vita, le difficoltà, la sofferenza. I nostri insuccessi, le nostre delusioni, le nostre amarezze, che sembrano segnare il crollo di tutto, sono illuminati dalla speranza. L’atto di amore della Croce viene confermato dal Padre e la luce sfolgorante della Risurrezione tutto avvolge e trasforma: dal tradimento può nascere l’amicizia; dal rinnegamento, il perdono; dall’odio, l’amore.

Donaci, Signore, di portare con amore la nostra croce, le nostre croci quotidiane, nella certezza che esse sono illuminate dal fulgore della tua Pasqua. Amen.


Creati per la Risurrezione. A Pasqua l'uomo celebra il proprio destino. Di Inos Biffi

Quando Gesù risorge da morte avviene la riuscita della sua vita. Allora giunge a compimento nella storia il disegno divino concepito dall'eternità, che ad altro non mirava se non all'evento della Risurrezione del Figlio di Dio crocifisso. Nella Risurrezione - che è "il primo e il più grande fondamento della fede" (sant'Ambrogio, De Joseph, 13, 80) - è istituita l'immagine genuina e conclusiva dell'uomo.
Se l'esito di Gesù fosse stato semplicemente la morte, simile a quella di ogni uomo, impotente a esserne sottratto, la sua stessa vita si sarebbe rivelata inutile e insensata, associata al comune destino umano, a cui non è concesso di poterla vincere. In realtà, la Risurrezione rappresenta la ragione e il fine dell'esistenza di Cristo, destinato a essere il Crocifisso glorioso. Nella varietà delle sue vicissitudini e delle sue scelte, essa era tutta orientata e unificata dalla morte sul Calvario e dalla vittoria sulla morte il terzo giorno. Gesù non muore per caso o per l'ineluttabile disfacimento naturale del suo vigore fisico e spirituale. Egli muore per generare, proprio nel suo spegnersi temporale - accolto e sperimentato come donazione di sé al Padre - la vita nuova e gloriosa.
La Risurrezione è il miracolo più alto e definitivo che Cristo abbia compiuto o che sia avvenuto intorno a lui. Ogni suo miracolo è un'epifania di lui, una manifestazione della sua signoria e un'espansione della sua gloria. I "segni" da lui compiuti non mirano tanto a mostrare che egli sa mutare radicalmente e dominare le leggi della natura, quanto a rendere evidente la sua prerogativa di Signore. Tutti i suoi miracoli non fanno che predicare e lasciar trasparire la gloria che egli racchiude in sé e che si troverà definitivamente e infinitamente espansa proprio con la sua Risurrezione. Solo come risorto, o come Crocifisso glorioso alla destra del Padre, apparirà perfettamente l'identità di Gesù. Le opere della sua vita terrena, che suscitano la stupefazione dei discepoli, sono preludio e pegno della luce del Risorto nella sua vita celeste, quasi raggi che sfuggono dalla nube della sua umanità e che preannunciano e precorrono la pienezza dello splendore.
Ma la Risurrezione non significa solo la pienezza e la riuscita personale di Gesù. Il Crocifisso risorto è l'esemplare di ogni uomo. Risorgendo, Cristo espone e mostra in sé l'unica immagine dell'uomo che Dio abbia deliberato. In questo senso Gesù risorge per noi. "Che necessità c'era - si domanda sant'Ambrogio - che Cristo assumesse la carne, salisse sulla croce, gustasse la morte, venisse sepolto e risorgesse, se non per la tua Risurrezione?" (Explanatio Simboli, 6).
Come Dio non ebbe per il Figlio suo fatto uomo altra "idea", se non quella di Figlio crocifisso e glorificato; come non concepì mai per lui un destino diverso da quello di Risorto da morte, così, di fatto, non ebbe in mente un profilo di uomo, che non fosse quello a immagine del suo medesimo Figlio risuscitato da morte e assiso alla sua destra. La figura umana originaria, che da sempre brillò alla mente della Trinità e che dall'eternità venne concretamente eletta dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo, è quella di una figura di cui il Figlio suo risorto fosse il modello e il Primogenito.
Tutto è stato creato "in lui", "per mezzo di lui e in vista di lui" (Colossesi, 1, 15-16), cioè il Signore, Capo della Chiesa, primogenito di quelli che risorgono dai morti, su tutti e su tutto primeggiante (Colossesi, 1, 18).
L'antropologia nasce in grazia, cioè intrinsecamente cristica. Una umanità fuori dalla grazia, sprovvista e spoglia dell'impronta del Signore, è solo un'ipotesi, estranea alla decisione di Dio.
Ecco perché il peccato radicale dell'uomo consiste propriamente nella presunzione di possedere e di attuare un'umanità a proprio arbitrio; nell'ambizione di essere veramente uomo a prescindere da Gesù Cristo e in difformità da lui.
Presentandosi in questa difformità, che è poi deformità, l'uomo non potrebbe che essere irriconosciuto e rigettato.
A Pasqua è, quindi, istituito l'uomo definitivo, di cui Adamo era un provvisorio abbozzo. Solo con la Risurrezione di Gesù avviene compiutamente la creazione umana: dal Risorto emerge l'Adamo nuovo e irrevocabile.
"Signore e mediatore tra Dio e gli uomini - scrive ancora sant'Ambrogio con la consueta acutezza teologica - l'uomo Cristo Gesù ha propagato la grazia della Risurrezione" (Expositio evangelii secundum Lucam, iii, 16): l'unico vero uomo scaturisce dal diffondersi della Risurrezione del Signore.
A Pasqua, esaltando il Cristo risuscitato, l'uomo conosce e celebra il proprio destino, la propria natività e il proprio successo.
"Chi muore in Cristo - scrive sempre sant'Ambrogio - pervaso dal suo calore, riceve il soffio della vita e della Risurrezione" (Epistula, 17, 7).
Ma nessun uomo appare, né mai apparve, su questa Terra, se non perché risorga. A tutti gli uomini, dall'inizio e singolarmente, senza preferenza di persone, è riservata la grazia della Risurrezione, dal momento che tale grazia è inclusa nell'umanità stessa del Figlio di Dio. Da principio egli è stabilito come primogenito di molti fratelli. La questione è che sia scelto lui, poiché, perciò stesso, in lui siamo di fatto scelti anche noi.
Né ci sono, per il Padre celeste, figli di prima qualità e figli di qualità scadente, proprio perché di tutti, assolutamente, l'unica icona è il Figlio suo glorificato, nel quale ogni uomo, di là dal tempo e dallo spazio, viene concepito, secondo il "proposito" eterno (cfr. Efesini, 1, 3). A nessuno avviene di esistere per caso, quasi gettato e disperso nell'universo da una forza e da una fecondità anonima e senza amore.
Qualunque sia il modo o la ragione storica per cui un uomo si affaccia all'esistenza; per quanto fortuite o sconcertanti possano sembrare le occasioni o le cause seconde della sua vita, a prevalere è la Causa principale; è Dio, che, nella sua personale provvidenza e nel suo amore, crea unicamente per chiamare alla gloria: approdo e fine per cui tutti gli uomini son fatti venire al mondo.
Ne sono certi i già credenti, in virtù della loro fede. E lo saranno quelli che ancora non credono e non conoscono la notizia di questo mistero, che solo li potrebbe seriamente interessare.
Sul resto, infatti, essi sono già capaci di dialogare e dibattere mentre questa verità, trascendente ogni filosofia e inattendibile a ogni razionale riflessione, può essere saputa solo dalla Parola di Dio. Ed è per annunciarla che c'è la Chiesa.


(©L'Osservatore Romano - 4 aprile 2010)

Discese il Pastore di tutti per cercare Adamo pecora smarrita. La Pasqua nella tradizione siro-occidentale

di Manuel Nin

I testi liturgici del grande Venerdì della crocefissione nella tradizione siro-occidentale introducono già il tema della discesa di Cristo negli inferi per riscattare Adamo e diventare così il ponte tra le tombe e il Regno. Come nelle altre tradizioni orientali, i testi mettono in bocca alla Madre di Dio pianto e gioia, lutto e speranza: "Chi mi darà, Figlio mio, le ali dell'aquila, affinché io possa volare verso le quattro parti dell'universo per invitare tutte le nazioni alla celebrazione della tua crocifissione. Oggi, vedendo come sei messo nella tomba, Figlio mio, io piango e mi rallegro; piango per la Sinagoga espulsa e mi rallegro per la Chiesa riscattata".
Un prete presenta la croce alla venerazione del vescovo o del celebrante, che l'incensa e la regge mentre clero e popolo la venerano: "Adoriamo la tua croce, poiché essa ha adoperato la nostra salvezza; col buon ladrone diciamo: Cristo, ricordati di noi quando verrai di nuovo". Dopo la venerazione si fa la grande esaltazione della croce: il vescovo l'innalza e canta guardando verso oriente, verso occidente, verso settentrione e verso meridione: "Tu che sei stato crocifisso per noi, abbi pietà di noi".
La croce viene poi lavata, unta e sepolta sotto l'altare, e il vescovo conclude: "Benedetto Cristo, che è stato la chiave che ha aperto le porte dello sheol e per lui Adamo, che era stato espulso dal paradiso, vi è ritornato". Sant'Efrem associa il mattino di questo giorno con quello di Pasqua, dando a Cristo il titolo di mattino: "Gloria a te, Cristo Mattino, che ci hai riscattati per mezzo del tuo mattino. Ecco al mattino finì la seduta del tribunale formato dai sacerdoti, autori del crimine. Al mattino ti flagellarono, pieni di gelosia; ti presero e ti consegnarono al giudice, ma tu come Signore, sei la fonte della vita per chiunque crede in te. Al mattino tu rivestisti Adamo di bellezza, di gloria, di splendore, e al mattino con delle vesti di disprezzo ti hanno rivestito. Al mattino uscì dall'Egitto il popolo, e al mattino gli fece caricare la croce sulle spalle e lo fece uscire verso la morte. A te la gloria da parte di tutte le cose belle: Tu sei lo splendore di tutte le costellazioni! Tu sei colui che riveste di bellezza tutte le piante e tutti i fiori".
Nel Sabato Santo e a Pasqua, la liturgia si sofferma sulla discesa di Cristo negli inferi per riscattare Adamo e tutti gli uomini, e un testo mette in parallelo il venerdì e il sabato: "Ieri, venerdì, le sofferenze, la condanna, la croce, e oggi, sabato, la calma e il riposo. Ieri gli scribi e i sacerdoti facevano beffa, oggi i morti nella polvere cantano la lode; ieri le rocce si spaccarono, oggi la tomba si apre nella gioia. Oggi lo sheol, come aprile, fa sentire i suoi canti di gioia e i morti sono come fiori che germogliano, oggi la morte si rattrista vedendo Adamo, prima incatenato, oggi libero".
Il mattutino del Sabato Santo canta diversi inni di Efrem, dove si sottolinea la redenzione operata da Cristo: "Volò e discese quel Pastore di tutti: cercò Adamo, pecora smarrita, sulle proprie spalle la portò e salì. Asperse rugiada e pioggia vivificante su Maria, terra assetata. Come un chicco di grano cadde poi nello sheol e salì come covone e pane nuovo. Dall'alto la potenza discese per noi, e dal ventre di Maria la Speranza rifulse per noi. Dal sepolcro la Vita risorse per noi".
Nel commento al Vangelo Efrem accosta i due nomi di Maria e Giuseppe nella nascita di Cristo e nella sua sepoltura: "Eva, tipo di Maria, e Giuseppe dell'altro Giuseppe. Uno fu colui che chiese il corpo di Gesù, l'altro colui che fu giusto. Il Signore, affidato a Giuseppe alla sua nascita, fu dall'altro Giuseppe sepolto dopo la morte, affinché il nome di Giuseppe fosse onorato, perché come alla sua nascita nella grotta anche alla sua deposizione nel sepolcro lui era presente".
La liturgia di Pasqua contempla il giorno in cui Cristo vince la morte e lo invita, quasi personificandolo: "In questo giorno con grande gioia noi diciamo: Vieni in pace, giorno nuovo che hai annientato l'antica notte. Vieni in pace, primogenito dei giorni. Vieni in pace, fiore della risurrezione, che riempi di gioia i tristi e porti soccorso ai deboli. Vieni in pace, giorno nuovo senza tramonto. L'altro ieri il pastore è stato colpito e le pecore smarrite; oggi esse si radunano nella gioia e nell'esultanza. Oggi gli angeli si radunano presso la tomba, fanno rotolare la pietra e vi si siedono. L'altro ieri sono stato crocifisso con Cristo, oggi sono con lui glorificato".


(©L'Osservatore Romano - 4 aprile 2010)

Una sentenza da impugnare. Il processo giudaico e romano a Gesù di Nazaret di Gianfranco Ravasi

Tratto da L'Osservatore Romano del 28 marzo 2010

"Ponzio, ti ricordi di Gesù il Nazareno che fu crocifisso non so più per quale delitto? Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia, si portò la mano alla fronte come chi vuole ritrovare un ricordo. Poi, dopo qualche istante di silenzio: Gesù - mormorò -, Gesù il Nazareno? No, non ricordo". Così Anatole France nel racconto Il procuratore della Giudea (1902) fa reagire un Pilato, ormai pensionato, alle sollecitazioni dell'ex collega governatore di Siria. Nella sua memoria si era spenta l'eco di quel processo che anche Tacito aveva evocato in poche righe del libro xv dei suoi Annali: "I Crestiani (...) prendevano nome da Cristo che era stato condannato al supplizio ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l'impero di Tiberio" (44, 2-5). Anche uno storico conterraneo e di poco posteriore a Gesù, Giuseppe Flavio, ci ha lasciato nel XVIii libro della sua opera, Antichità giudaiche, una significativa menzione di Cristo, se mettiamo tra parentesi le probabili glosse cristiane posteriori che quel paragrafo ha ricevuto: "In quello stesso tempo visse Gesù, uomo saggio se pure conviene chiamarlo uomo. Egli compiva opere straordinarie, insegnava a coloro che desideravano accogliere con gioia la verità e convinse molti giudei e greci. Egli era il Cristo. Dopo che Pilato, dietro accusa dei capi del nostro popolo, lo condannò alla croce, coloro che lo avevano amato non vennero meno. Egli apparve loro il terzo giorno di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. E ancora fino ad oggi non si è estinta la tribù dei cristiani che da lui prende nome" (63-64).

Né Pilato, né Giuseppe Flavio o Tacito avrebbero immaginato che quell'atto processuale, celebrato in una sperduta provincia dell'Impero romano, avrebbe segnato indelebilmente la storia dell'umanità. Come ha scritto lo studioso inglese Samuel S. G. Brandon nel suo Processo a Gesù (1968), quella sentenza fu "la più importante della storia dell'umanità. Nessuna azione giudiziaria intentata contro una persona è conosciuta da un numero altrettanto grande di persone. Gli effetti del processo di Gesù nella storia umana sono incalcolabili". I più celebri casi giudiziari, come quello contro Socrate svoltosi ad Atene nel 399 prima dell'era cristiana o quello che nel 1431 mandò al rogo Giovanna d'Arco o quello aperto dall'Inquisizione contro Galileo nel 1633, impallidiscono di fronte alle due sbrigative sessioni processuali, durate meno di 24 ore e celebrate davanti al Sinedrio e al procuratore romano, che mandarono alla pena capitale quel predicatore ambulante di Galilea di nome Gesù di Nazaret attorno agli inizi degli anni 30.

Quelle ore si sono iscritte non solo nella storia, ma anche nella fede di milioni di persone e ancor oggi rivisitarle è un'avventura rischiosa perché in esse si intrecciano questioni storiche, problemi teologici, emozioni spirituali e persino degenerazioni secolari. Non possiamo, infatti, ignorare che per secoli il processo di Gesù è stato l'occasione per bollare di "deicidio" i "perfidi giudei" e scatenare gli eccessi dell'antisemitismo più infame. I misteri medievali sulla passione di Cristo mettevano in scena gli ebrei del Sinedrio vestiti come gli ebrei dei ghetti di allora, lasciando così talora via libera a violenti sfoghi e a incursioni antigiudaiche. C'è voluto il concilio Vaticano ii, con la sua "Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane" (Nostra aetate), per avere il coraggio di affrontare questa storia spinosa in modo nuovo: "Sebbene autorità ebraiche coi propri seguaci si siano adoperati per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi né agli ebrei del nostro tempo" (n. 4).

La ricostruzione che ora noi tentiamo non può essere che schematica. Si pensi che un importante esegeta americano come Raymond E. Brown, nella sua opera La morte del Messia (Queriniana 1999), dedica all'analisi storico-critica del racconto evangelico del processo a Gesù qualcosa come 615 fittissime pagine! Il testo-base da cui dobbiamo partire è ovviamente quello delle quattro relazioni evangeliche che, però, non sono né una cronaca giudiziaria, né la registrazione di atti processuali, né un dossier documentario in senso stretto. Gli evangelisti non ci offrono una storia asettica, ma interpretata e illuminata dalla fede nel Cristo glorioso della Pasqua. Ci offrono, tuttavia, un racconto di eventi storici, selezionati però anche secondo le istanze della Chiesa delle origini e dei suoi rapporti con i romani e soprattutto con gli ebrei. Non stupiscono, perciò, certe divergenze nei particolari o certe rielaborazioni o introduzioni di scene. Non devono meravigliare neppure le diverse ricostruzioni che gli studiosi moderni hanno compiuto del processo basandosi sulle quattro pagine di Marco (14, 53-15, 20), di Matteo (26, 57-27-31), di Luca (22, 63-23, 25) e di Giovanni (18, 12-19, 16), né devono stupire le diverse attribuzioni di responsabilità per la condanna di Gesù.

Così per alcuni la responsabilità primaria è da addossare alle autorità giudaiche che, dopo un procedimento penale davanti al tribunale supremo del Sinedrio e dopo una sentenza a motivazione religiosa, hanno demandato il caso al governatore romano solo perché era l'unico che poteva emettere condanne a morte nella Palestina occupata. Il risvolto politico nella sentenza è introdotto solo per rendere accettabile la richiesta presso il potere imperiale. È questo il risultato raggiunto, per esempio, da un noto studio sul processo di Gesù, quello del tedesco Josef Blinzler (1951). Naturalmente questa interpretazione non ha niente a che vedere con il tradizionale antisemitismo per il quale l'Israele di ieri e di oggi sarebbe "in solido" responsabile di quella operazione giudiziaria.

Per altri, invece, la responsabilità primaria della condanna a morte di Gesù cade sull'autorità romana, l'unica competente in materia di pena capitale. Il Sinedrio, in questi casi, poteva solo istruire la causa ed emettere una sentenza che esigeva però assolutamente la convalida del governatore romano. Ora, l'imputazione formulata dal Sinedrio contro Gesù dopo la fase istruttoria sarebbe stata quella di concorso in banda armata (con gli zeloti, partigiani antiromani) contro la sicurezza dello Stato imperiale. Questa interpretazione parte dalla convinzione che la risonanza avuta dalla predicazione di Gesù era stata prevalentemente politica, o almeno così era stata vista dal Sinedrio. Fu il tedesco Hermann S. Reimarus a proporre per primo questa tesi nel 1778. Essa fu ripresa da molti altri storici ed esegeti e, in particolare, dal citato Brandon. Non è mancato neanche il tentativo di uno storico ebreo, Chaim Cohn (1968), di scagionare il Sinedrio sino al punto di sostenere che il tribunale giudaico avrebbe in realtà fatto col suo dibattimento processuale un estremo sforzo per salvare l'ostinato Gesù dalle mani del potere romano, cercando di fargli ritrattare le sue pericolose pretese messianico-politiche.

Nella ricostruzione di quegli avvenimenti è, quindi, difficile restare neutrali. Noi ora ci accontentiamo di una presentazione essenziale e divulgativa della sostanza di quell'evento. Gesù è arrestato di notte nel podere detto Getsemani ("frantoio per olive") ai piedi del monte degli Ulivi ed è trasferito sotto scorta dinanzi all'ex sommo sacerdote Anna per un primo interrogatorio informale. Lo strapotere di Anna (il nome è un diminutivo ebraico di "Giovanni"), sommo sacerdote dal 6 al 15 dell'era cristiana, è comprensibile solo se si pensa che in quella carica suprema dell'ebraismo egli riuscirà a piazzare dopo di sé ben cinque suoi figli e il genero Caifa, che resse il Sinedrio dal 18 al 36, succedendo al primo figlio di Anna. Dal punto di vista storico le difficoltà riguardo ai dati evangelici sul processo giudaico di Gesù iniziano, invece, col trasferimento dell'imputato presso Caifa per una seduta notturna del Sinedrio. Infatti, il trattato sul Sinedrio della Mishnah, la grande collezione delle tradizioni rabbiniche, afferma che i processi capitali potevano essere celebrati solo di giorno e nella sede ufficiale del Sinedrio, la cosiddetta "aula della pietra squadrata" che si trovava presso il tempio e che forse gli archeologi sono riusciti a identificare. La seduta di quella notte sarebbe, perciò, illegale e la sentenza invalida.

Il termine greco Sinedrio - trascritto in ebraico Sanhedrin - significa "consesso" e indica l'unico organo politico-religioso riconosciuto dal potere romano, responsabile dell'amministrazione autonoma giudaica, entro limiti ben precisi codificati da Roma. Composto da settanta membri a cui si aggiungeva il presidente, ossia il sommo sacerdote in carica - la cui dipendenza dall'autorità romana era simbolicamente attestata dal fatto che il suo solenne abito da cerimonia era custodito nella Fortezza Antonia (la sede del procuratore) - il Sinedrio era articolato in tre settori. Il primo era il concistoro degli ex sommi sacerdoti e degli altri sacerdoti di alto rango: tra loro si sceglieva il "sovrintendente del tempio", destinato a comandare la polizia giudaica in servizio al tempio. La seconda area era rappresentata dagli "anziani", vale a dire dai membri dell'aristocrazia laica e terriera, appartenenti - come i sacerdoti - al partito conservatore del Sadducei. Al terzo livello c'erano gli "scribi", cioè gli intellettuali (teologi e giuristi) di estrazione borghese e di orientamento "progressista" e per questo appartenenti al fariseismo, la linea politico-religiosa più aperta, nonostante l'impressione contraria che si può ricavare dai Vangeli. Gesù, secondo Matteo e Marco, fu convocato da questo consesso in stato d'arresto durante una seduta notturna.

Ma, come dicevamo, una simile seduta del Sinedrio, per di più nella residenza privata del sommo sacerdote, non era illegale? La risposta non è tanto da cercare nel fatto che le autorità giudaiche avevano pochi scrupoli legali nei confronti di un personaggio diventato troppo scomodo, quanto piuttosto nella relazione offerta da Luca su quegli eventi (22, 66-71). Il terzo evangelista, infatti, forse più attento alla precisa sequenza storica della vicenda, pone l'interrogatorio vero e proprio di Gesù non nella notte, bensì "appena fu giorno... davanti al Sinedrio". Anche Matteo e Marco conoscono questa riunione mattutina, ma la considerano solo come la siglatura formale di quella notturna. Potremmo, allora, ricostruire così il processo giudaico contro Gesù. Nella notte dell'arresto Gesù è trasferito nel palazzo dei sommi sacerdoti Anna e Caifa per essere sottoposto a un primo interrogatorio informale. L'indomani, all'alba, si formalizza con una seduta vera e propria quell'abbozzo di istruttoria con un interrogatorio e con una sentenza.

Entriamo, ora, all'interno dell'aula sinedrale per seguire il dibattimento. Si inizia con l'escussione dei testimoni, almeno due secondo la normativa biblica. La loro deposizione riguarda le dichiarazioni poco rispettose di Gesù sul tempio, il cuore della spiritualità giudaica: "Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni". Sappiamo che in realtà Gesù in quell'occasione aveva usato il tempio come simbolo del nuovo culto che egli voleva inaugurare nel suo corpo glorioso. Gesù a queste accuse oppone uno strano silenzio. Per indirizzare l'interrogatorio verso uno sbocco meno vago, il sommo sacerdote formula una precisa domanda messianica, a cui Gesù replica con una risposta altrettanto precisa. Eccola nella redazione di Marco: "Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?". Gesù rispose: "Io lo sono! E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo!" (14, 61-62). Naturalmente gli evangelisti hanno trascritto domanda e risposta tenendo ben presente tutta la loro conoscenza del mistero di Gesù Cristo. Le parole di Caifa volevano provocare Gesù a una semplice dichiarazione messianica, grave ma non blasfema, perché il Messia in Israele era considerato una creatura umana. Gesù, invece, risponde fondendo insieme due testi messianici di diverso valore e applicandoli a sé.

Il primo testo è tratto dal Salmo 110 ed è riconducibile all'orizzonte del Messia terreno, atteso da Israele lungo la linea dinastica davidica. Ma il secondo testo, tratto dal capitolo 7 di Daniele, aveva nel giudaismo un valore più misterioso perché presentava un "Figlio dell'uomo" messianico diverso: egli "veniva sulle nubi del cielo", partecipava quindi dell'orizzonte stesso di Dio. Gesù agli occhi di Caifa non si arroga solo il titolo messianico davidico, ma anche quella misteriosa qualità trascendente, fondendoli insieme nella sua persona e facendo così scattare il presidente del Sinedrio: "Ha bestemmiato!". Col gesto rituale dello "stracciarsi le vesti" in segno di lutto e di profonda emozione davanti a uno scandalo o a un'ignominia, Caifa sollecita l'approvazione della sentenza: "Che ve ne pare?". E l'assemblea ratifica: "È reo di morte!".

Si apre, così, il secondo atto di quel giorno, il più lungo della storia. Gesù è trasferito al "pretorio" del procuratore romano. Sulla collocazione topografica di questo palazzo esiste un'annosa controversia archeologica. Durante l'anno i procuratori risiedevano a Cesarea Marittima, stupenda città romana costruita da Erode sulle rive del Mediterraneo. Come gli altri procuratori, anche "Ponzio Pilato, prefetto di Giudea" - titolo che si legge nella celebre iscrizione su un basamento scoperto a Cesarea negli anni 1959-64 - veniva a Gerusalemme in occasione delle solennità ebraiche per ragioni di rappresentanza e di ordine pubblico e risiedeva nella Fortezza Antonia. Quattro torri e quattro ali racchiudevano un cortile lastricato. Ebbene, Giovanni ricorda questo particolare: "Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo detto Litostroto, in ebraico Gabbatà" (19, 13). Se Gabbatà in aramaico significa "altura", il greco Lithòstroton rimanda a un cortile "lastricato con pietre". A causa della complessità e delle dispute tra gli studiosi sulla collocazione del pretorio romano in Gerusalemme, noi mettiamo tra parentesi la sua identificazione topografica e seguiamo le ore trascorse da Gesù e le vicende del processo presso il governatore di Roma. Il capo d'imputazione avanzato dal Sinedrio è ora di tipo politico, per poter essere accolto dal tribunale romano: "Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re" (Luca, 23, 2). Pilato, procuratore di Giudea dal 26 al 36, interroga l'imputato con distacco ottenendo risposte reticenti ("Tu l'hai detto") o il silenzio. Comprendendo di essere di fronte a un caso carico di sottintesi, di ambiguità e di sfumature proprie di un popolo molto sensibile e permaloso, Pilato non ratifica subito l'accusa giudaica, ma apre un supplemento di istruttoria.

D'altra parte, dallo storico giudeo Giuseppe Flavio sappiamo che Pilato non brillava per tatto e abilità diplomatica nei confronti di un popolo così indomito e duro. Nei primi anni della sua amministrazione aveva quasi preso gusto a provocare gli ebrei. Aveva fatto introdurre nel tempio i medaglioni dell'imperatore sui labari dell'esercito, causando una violenta reazione degli ebrei che consideravano quel gesto un sacrilegio. E Pilato, dopo una brutale repressione, era stato costretto a cedere, ritirando quelle insegne. Ma la cosa si era ripetuta con gli "scudi dorati" recanti un'iscrizione in onore dell'imperatore, creando altre reazioni e repressioni. Anche Luca menziona uno di questi atti brutali di Pilato: "Si presentarono alcuni a riferire a Gesù circa quei galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici" (13, 1). Il filosofo giudeo di Alessandria d'Egitto Filone dipinge Pilato come "uomo per natura inflessibile, e in aggiunta alla sua arroganza, duro, capace solo di concussioni, di violenze, rapine, brutalità, torture, esecuzioni senza processo e crudeltà spaventose e illimitate".

Con l'usuale diffidenza e con un filo di provocazione Pilato cerca di dirottare il processo verso uno sbocco sgradito al Sinedrio. Il solo Luca ci informa che Pilato ricorre anche a una sorta di diversivo all'interno dello stesso procedimento giudiziario. Demanda l'imputato a Erode Antipa, il figlio di Erode il Grande che aveva giurisdizione sulla Galilea, la regione in cui Gesù aveva iniziato la sua "pericolosa" attività. Fallito questo espediente, ricorre all'applicazione del "privilegio pasquale", un atto di clemenza di cui però non abbiamo altre attestazioni precise: "Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta. Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. Pilato disse loro: Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?" (Matteo, 27, 15-17). Ma anche questo tentativo fallisce e di fronte alla netta resistenza delle autorità giudaiche, che coinvolgono anche la cittadinanza di Gerusalemme nella richiesta di condanna capitale, Pilato fa marcia indietro.

C'è all'interno della relazione evangelica, che ora abbiamo ricostruito per sommi capi, una precisa sottolineatura che riflette certamente lo stato dei rapporti tra la Chiesa delle origini e il giudaismo. Questa insistenza dà l'avvio a una vera e propria tradizione che passerà anche attraverso i successivi Vangeli apocrifi. Le pagine evangeliche sul processo di Gesù ci offrono un ritratto benevolo di Pilato. Per tre volte egli replica ai giudei: "Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte". Da un lato si ha l'accanimento dei sacerdoti e della folla: Matteo giunge al punto di mettere in scena "tutto il popolo" con una dichiarazione di totale e ufficiale responsabilità ("Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli!", 27, 25). D'altro canto, invece, Pilato ricorre alle tattiche alternative sopra descritte, dialoga con Gesù sul suo "regno" e sulla "verità" in una scena riferita solo da Giovanni e divenuta giustamente celebre. "Disse Gesù: Io sono nato e venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce. Gli dice Pilato: Che cos'è la verità?" (18, 37-38).

Ma Pilato è presentato con simpatia soprattutto da Matteo, che ci offre due episodi ignoti agli altri evangelisti. Il primo è quello della moglie del procuratore, che la tradizione successiva delle Chiese orientali santificherà col nome di Procla o Claudia Procula. "Non toccare quell'uomo giusto perché oggi fui molto turbata in sogno per causa sua" (27, 19), dice la donna, allegando, quindi, una specie di rivelazione celeste. Il secondo episodio è in finale di processo, quando Pilato compie quel gesto che sarebbe poi divenuto famoso, anche se con una connotazione un po' negativa di indifferenza: "Pilato, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla: Io sono innocente - disse - di questo sangue; vedetevela voi!" (27, 24). Il gesto è tipicamente biblico e non romano, come biblico è il linguaggio usato dal procuratore. È probabile, perciò, che Matteo più che darci una cronaca di quei momenti abbia voluto opporre la buona disposizione del pagano romano all'ostilità dei connazionali.

Anche la successiva tradizione cristiana è stata incline ad attenuare le responsabilità di Pilato nella condanna di Gesù e ad accentuare quelle giudaiche. Significativi sono i discorsi di Pietro negli Atti degli apostoli: "Uomini d'Israele, Gesù di Nazaret fu consegnato a voi e voi l'avete inchiodato sulla croce per mano degli empi e l'avete ucciso... Sappia dunque con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso! Voi avete consegnato e rinnegato Gesù di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo, e avete chiesto che fosse graziato un assassino" (2, 23-26; 3, 13-14).

Questa idea passa anche negli apocrifi come, per esempio, nel Vangelo di Pietro, che è stato definito "il più antico racconto non canonico della passione", scritto attorno al 100 e ritrovato solo nel 1887 in Alto Egitto nella tomba di un monaco. Il testo a noi giunto inizia così: "Nessuno degli ebrei, però, si lavò le mani, né Erode, né alcuni dei suoi giudici. Poiché essi non volevano lavarsi, Pilato si alzò". Dobbiamo, tuttavia, ripetere che questa interpretazione non può minimamente giustificare alcuna teoria antisemita. Non si tratta, infatti, di un giudizio razziale, ma solo storico (su alcuni precisi responsabili, soprattutto dell'alta classe sacerdotale) e teologico. Pietro, nel citato discorso degli Atti, parla esplicitamente del misterioso "disegno prestabilito da Dio e della sua prescienza" (2, 23).

In appendice e del tutto a margine della nostra ricostruzione essenziale del processo di Gesù, riserviamo un cenno anche alla pittoresca tradizione apocrifa riguardante Pilato. Lo scrittore martire Giustino verso il 155 menzionava l'esistenza degli Atti di Pilato, un testo che in realtà è giunto a noi in greco, copto e latino sotto il nome di Vangelo (o Memorie) di Nicodemo. Esso contiene una colorita e folcloristica sceneggiatura del processo di Gesù. Le accuse avanzate dai giudei contro Gesù sono di due tipi: la sua nascita impura da fornicazione e la violazione della legge, soprattutto sul riposo sabbatico. Ma lasciamo la parola all'antico narratore. "Pilato chiamò un cursore e gli disse: Mi sia condotto qui Gesù ma con gentilezza! Il cursore uscì fuori e quando riconobbe Gesù, lo adorò, stese a terra il sudario che aveva in mano e gli disse: Signore, cammina qui sopra e vieni perché il governatore ti chiama... Allorché Gesù entrò, le immagini che i vessilliferi portavano sulle insegne si inchinarono da sole e adorarono Gesù". Sfilano poi i testimoni a discarico: sono ciechi, paralitici, un gobbo, l'emorroissa, guariti da Gesù, e Nicodemo. Ma la resistenza ebraica è implacabile e allora: "Pilato ordinò che fosse tirato il velo davanti alla sedia curule e disse a Gesù: Il tuo popolo ti accusa di prendere il titolo di re. Perciò ho decretato che, in ossequio alla legge dei pii imperatori, sia prima flagellato e poi sospeso sulla croce del giardino dove tu sei stato preso. Disma e Gesta, entrambi malfattori, siano crocifissi con te".

Accanto a questi Atti di Pilato fioriscono in ambito cristiano altri scritti quasi sempre favorevoli al procuratore. Ci è giunta, così, una relazione apocrifa di Pilato agli imperatori Tiberio e Claudio con le relative risposte; è stata inventata anche una lettera di Pilato a Erode e si è persino pensato di raccogliere la Paradosi di Pilato, cioè un'ipotetica "tradizione" sulla sua vita successiva. Lo storico cristiano Eusebio di Cesarea si lamentava che l'imperatore persecutore Massimino nel 311 aveva fatto distribuire nelle scuole delle false Memorie di Pilato "piene di empietà contro il Cristo" e aveva ordinato di farle imparare a memoria ai ragazzi per istigarli all'odio contro il cristianesimo. Ma sarà soprattutto sulla morte di Pilato che gli apocrifi cristiani si accaniranno con un gusto talora macabro. La morte più usata è quella della decapitazione per ordine di Tiberio: Cristo, però, accoglie in cielo il procuratore e sua moglie. Non per nulla la Chiesa etiopica venera Pilato come santo e l'ha inserito nel suo calendario liturgico.

Più casuale è la morte di Pilato secondo la citata Paradosi che la colloca durante una partita di caccia con l'imperatore. "Un giorno Tiberio, andato a caccia, stava inseguendo una gazzella; ma quando questa giunse davanti alla porta della caverna, si fermò. Pilato si spinse a vedere. Cesare lanciò subito una freccia per colpire l'animale, ma essa attraversò l'ingresso della caverna e ammazzò Pilato". Più tragica è la fine narrata da un altro testo e divenuta popolare nel Medioevo. Pilato morì suicida a Roma col pugnale prezioso che portava con sé. Gettato con un peso nel Tevere, il cadavere dovette essere estratto perché attirava tutti gli spiriti maligni rendendo pericolosa la navigazione sul fiume. Traslato a Vienne in Francia e immerso nel Rodano, dovette essere ripescato per la stessa ragione e sepolto a Losanna. Ma anche qui, a causa del suo corpo infestato di demoni, lo si dovette riesumare e scaraventare in un pozzo naturale in alta montagna.

Sulla scomoda sedia curule della Giudea erano passati e sarebbero passati altri procuratori, alcuni dei quali migliori di Pilato, altri certamente peggiori. Nessuno di costoro è restato così potentemente inciso nella storia come Ponzio Pilato, che pure era stato sospeso dal suo incarico per ordine del suo diretto superiore, il legato di Siria Vitellio. Il nome di questo funzionario romano risuona, infatti, ancora oggi, ogni domenica, sotto le volte delle nostre chiese: "fu crocifisso sotto Ponzio Pilato". E questo perché la sua vita si era un giorno incrociata con quella di un (apparentemente) modesto suddito della potenza imperiale romana, Gesù di Nazaret.

IL TRIDUO PASQUALE DI BENEDETTO XVI. TUTTE LE PAROLE DEL SANTO PADRE IN QUESTA PASQUA DEL 2010

Il Papa: come vivere il Triduo Pasquale,
il nucleo essenziale della nostra fede. Catechesi all'Udienza Generale




Il Papa nella "Messa in Coena Domini":
Solo la relazione con Colui che è la Vita può sostenere la mia vita
al di là delle acque della morte.


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LA Chiesa nasce dalla preghiera di Gesù e mediante l’annuncio degli Apostoli, che fanno conoscere il nome di Dio e introducono gli uomini nella comunione di amore con Dio. Gesù chiede dunque che l’annuncio dei discepoli prosegua lungo i tempi; che tale annuncio raccolga uomini i quali, in base ad esso, riconoscono Dio e il suo Inviato, il Figlio Gesù Cristo. Egli prega affinché gli uomini siano condotti alla fede e, mediante la fede, all’amore. Egli chiede al Padre che questi credenti "siano in noi" (v. 21); che vivano, cioè, nell’interiore comunione con Dio e con Gesù Cristo e che da questo essere interiormente nella comunione con Dio si crei l’unità visibile. Due volte il Signore dice che questa unità dovrebbe far sì che il mondo creda alla missione di Gesù. Deve quindi essere un’unità che si possa vedere – un’unità che vada tanto al di là di ciò che solitamente è possibile tra gli uomini, da diventare un segno per il mondo ed accreditare la missione di Gesù Cristo. La preghiera di Gesù ci dà la garanzia che l’annuncio degli Apostoli non potrà mai cessare nella storia; che susciterà sempre la fede e raccoglierà uomini nell’unità – in un’unità che diventa testimonianza per la missione di Gesù Cristo. Ma questa preghiera è sempre anche un esame di coscienza per noi. In quest’ora il Signore ci chiede: vivi tu, mediante la fede, nella comunione con me e così nella comunione con Dio? O non vivi forse piuttosto per te stesso, allontanandoti così dalla fede? E non sei forse con ciò colpevole della divisione che oscura la mia missione nel mondo; che preclude agli uomini l’accesso all’amore di Dio? È stata una componente della Passione storica di Gesù e rimane una parte di quella sua Passione che si prolunga nella storia, l’aver Egli visto e il vedere tutto ciò che minaccia, distrugge l’unità. Quando noi meditiamo sulla Passione del Signore, dobbiamo anche percepire il dolore di Gesù per il fatto che siamo in contrasto con la sua preghiera; che facciamo resistenza al suo amore; che ci opponiamo all’unità, che deve essere per il mondo testimonianza della sua missione.


Il Papa nella Messa degli olii:
L'olio dello Spirito Santo ci dona la gioia.
Essa ci dà la capacità di soffrire e, nella sofferenza, di restare tuttavia intimamente lieti


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Nella Chiesa antica l’olio consacrato è stato considerato, in modo particolare, come segno della presenza dello Spirito Santo, che a partire da Cristo si comunica a noi. Egli è l’olio di letizia. Questa letizia è una cosa diversa dal divertimento o dall’allegria esteriore che la società moderna si auspica. Il divertimento, nel suo posto giusto, è certamente cosa buona e piacevole. È bene poter ridere. Ma il divertimento non è tutto. È solo una piccola parte della nostra vita, e dove esso vuol essere il tutto diventa una maschera dietro la quale si nasconde la disperazione o almeno il dubbio se la vita sia veramente buona, o se non sarebbe forse meglio non esistere invece di esistere. La gioia, che da Cristo ci viene incontro, è diversa. Essa ci dà allegria, sì, ma certamente può andar insieme anche con la sofferenza. Ci dà la capacità di soffrire e, nella sofferenza, di restare tuttavia intimamente lieti. Ci dà la capacità di condividere la sofferenza altrui e così di rendere percepibile, nella disponibilità reciproca, la luce e la bontà di Dio.

IL TRIDUO PASQUALE DI BENEDETTO XVI. TUTTE LE PAROLE DEL SANTO PADRE IN QUESTA PASQUA DEL 2010

Il Papa: come vivere il Triduo Pasquale,
il nucleo essenziale della nostra fede. Catechesi all'Udienza Generale




Il Papa nella "Messa in Coena Domini":
Solo la relazione con Colui che è la Vita può sostenere la mia vita
al di là delle acque della morte.


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LA Chiesa nasce dalla preghiera di Gesù e mediante l’annuncio degli Apostoli, che fanno conoscere il nome di Dio e introducono gli uomini nella comunione di amore con Dio. Gesù chiede dunque che l’annuncio dei discepoli prosegua lungo i tempi; che tale annuncio raccolga uomini i quali, in base ad esso, riconoscono Dio e il suo Inviato, il Figlio Gesù Cristo. Egli prega affinché gli uomini siano condotti alla fede e, mediante la fede, all’amore. Egli chiede al Padre che questi credenti "siano in noi" (v. 21); che vivano, cioè, nell’interiore comunione con Dio e con Gesù Cristo e che da questo essere interiormente nella comunione con Dio si crei l’unità visibile. Due volte il Signore dice che questa unità dovrebbe far sì che il mondo creda alla missione di Gesù. Deve quindi essere un’unità che si possa vedere – un’unità che vada tanto al di là di ciò che solitamente è possibile tra gli uomini, da diventare un segno per il mondo ed accreditare la missione di Gesù Cristo. La preghiera di Gesù ci dà la garanzia che l’annuncio degli Apostoli non potrà mai cessare nella storia; che susciterà sempre la fede e raccoglierà uomini nell’unità – in un’unità che diventa testimonianza per la missione di Gesù Cristo. Ma questa preghiera è sempre anche un esame di coscienza per noi. In quest’ora il Signore ci chiede: vivi tu, mediante la fede, nella comunione con me e così nella comunione con Dio? O non vivi forse piuttosto per te stesso, allontanandoti così dalla fede? E non sei forse con ciò colpevole della divisione che oscura la mia missione nel mondo; che preclude agli uomini l’accesso all’amore di Dio? È stata una componente della Passione storica di Gesù e rimane una parte di quella sua Passione che si prolunga nella storia, l’aver Egli visto e il vedere tutto ciò che minaccia, distrugge l’unità. Quando noi meditiamo sulla Passione del Signore, dobbiamo anche percepire il dolore di Gesù per il fatto che siamo in contrasto con la sua preghiera; che facciamo resistenza al suo amore; che ci opponiamo all’unità, che deve essere per il mondo testimonianza della sua missione.


Il Papa nella Messa degli olii:
L'olio dello Spirito Santo ci dona la gioia.
Essa ci dà la capacità di soffrire e, nella sofferenza, di restare tuttavia intimamente lieti


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Nella Chiesa antica l’olio consacrato è stato considerato, in modo particolare, come segno della presenza dello Spirito Santo, che a partire da Cristo si comunica a noi. Egli è l’olio di letizia. Questa letizia è una cosa diversa dal divertimento o dall’allegria esteriore che la società moderna si auspica. Il divertimento, nel suo posto giusto, è certamente cosa buona e piacevole. È bene poter ridere. Ma il divertimento non è tutto. È solo una piccola parte della nostra vita, e dove esso vuol essere il tutto diventa una maschera dietro la quale si nasconde la disperazione o almeno il dubbio se la vita sia veramente buona, o se non sarebbe forse meglio non esistere invece di esistere. La gioia, che da Cristo ci viene incontro, è diversa. Essa ci dà allegria, sì, ma certamente può andar insieme anche con la sofferenza. Ci dà la capacità di soffrire e, nella sofferenza, di restare tuttavia intimamente lieti. Ci dà la capacità di condividere la sofferenza altrui e così di rendere percepibile, nella disponibilità reciproca, la luce e la bontà di Dio.


IL TRIDUO PASQUALE DI BENEDETTO XVI. TUTTE LE PAROLE DEL SANTO PADRE IN QUESTA PASQUA DEL 2010

Il Papa: come vivere il Triduo Pasquale,
il nucleo essenziale della nostra fede. Catechesi all'Udienza Generale




Il Papa nella "Messa in Coena Domini":
Solo la relazione con Colui che è la Vita può sostenere la mia vita
al di là delle acque della morte.


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LA Chiesa nasce dalla preghiera di Gesù e mediante l’annuncio degli Apostoli, che fanno conoscere il nome di Dio e introducono gli uomini nella comunione di amore con Dio. Gesù chiede dunque che l’annuncio dei discepoli prosegua lungo i tempi; che tale annuncio raccolga uomini i quali, in base ad esso, riconoscono Dio e il suo Inviato, il Figlio Gesù Cristo. Egli prega affinché gli uomini siano condotti alla fede e, mediante la fede, all’amore. Egli chiede al Padre che questi credenti "siano in noi" (v. 21); che vivano, cioè, nell’interiore comunione con Dio e con Gesù Cristo e che da questo essere interiormente nella comunione con Dio si crei l’unità visibile. Due volte il Signore dice che questa unità dovrebbe far sì che il mondo creda alla missione di Gesù. Deve quindi essere un’unità che si possa vedere – un’unità che vada tanto al di là di ciò che solitamente è possibile tra gli uomini, da diventare un segno per il mondo ed accreditare la missione di Gesù Cristo. La preghiera di Gesù ci dà la garanzia che l’annuncio degli Apostoli non potrà mai cessare nella storia; che susciterà sempre la fede e raccoglierà uomini nell’unità – in un’unità che diventa testimonianza per la missione di Gesù Cristo. Ma questa preghiera è sempre anche un esame di coscienza per noi. In quest’ora il Signore ci chiede: vivi tu, mediante la fede, nella comunione con me e così nella comunione con Dio? O non vivi forse piuttosto per te stesso, allontanandoti così dalla fede? E non sei forse con ciò colpevole della divisione che oscura la mia missione nel mondo; che preclude agli uomini l’accesso all’amore di Dio? È stata una componente della Passione storica di Gesù e rimane una parte di quella sua Passione che si prolunga nella storia, l’aver Egli visto e il vedere tutto ciò che minaccia, distrugge l’unità. Quando noi meditiamo sulla Passione del Signore, dobbiamo anche percepire il dolore di Gesù per il fatto che siamo in contrasto con la sua preghiera; che facciamo resistenza al suo amore; che ci opponiamo all’unità, che deve essere per il mondo testimonianza della sua missione.


Il Papa nella Messa degli olii:
L'olio dello Spirito Santo ci dona la gioia.
Essa ci dà la capacità di soffrire e, nella sofferenza, di restare tuttavia intimamente lieti


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Nella Chiesa antica l’olio consacrato è stato considerato, in modo particolare, come segno della presenza dello Spirito Santo, che a partire da Cristo si comunica a noi. Egli è l’olio di letizia. Questa letizia è una cosa diversa dal divertimento o dall’allegria esteriore che la società moderna si auspica. Il divertimento, nel suo posto giusto, è certamente cosa buona e piacevole. È bene poter ridere. Ma il divertimento non è tutto. È solo una piccola parte della nostra vita, e dove esso vuol essere il tutto diventa una maschera dietro la quale si nasconde la disperazione o almeno il dubbio se la vita sia veramente buona, o se non sarebbe forse meglio non esistere invece di esistere. La gioia, che da Cristo ci viene incontro, è diversa. Essa ci dà allegria, sì, ma certamente può andar insieme anche con la sofferenza. Ci dà la capacità di soffrire e, nella sofferenza, di restare tuttavia intimamente lieti. Ci dà la capacità di condividere la sofferenza altrui e così di rendere percepibile, nella disponibilità reciproca, la luce e la bontà di Dio.

Indulgenza plenaria durante il TriduoPaquale

Ricordo a tutti che nel Triduo Pasquale è possibile ottenere l’indulgenza plenaria: trovo alquanto sciocco non approfittarne! Vi propongo una breve spiegazione che a me sembra semplice e benfatta, ed alcuni link per approfondire.


La pena temporale

Esistono due conseguenze al peccato, la prima consiste nel distacco da Dio ed è la pena eterna (vale a dire l’inferno). Questa è cancellata durante la confessione, quando il peccatore è rimesso allo stato di grazia e alla comunione con Dio. Tuttavia ogni peccato necessita una purificazione che si ottiene con una pena temporale, alla quale il peccatore può essere obbligato nonostante il perdono successivo alla confessione. “Se io offendo uno e poi voglio riconciliarmi con lui, gli devo dare una soddisfazione. Ciò comporta un mio abbassamento e una qualche mia pena. Succede così tra noi uomini, succede così anche con Dio e noi cattolici temiamo che, rimesso il peccato, Dio non rimetta tutta la pena dovuta, nel caso il pentimento del peccatore sia stato imperfetto” (Albino Luciani, Ritiro predicato alle Superiore religiose del Patriarcato di Venezia, maggio 1973).

La seconda conseguenza del peccato, che consiste nella pena temporale, può essere scontata sulla terra con preghiere e penitenze, con opere di carità e con l’accettazione delle sofferenze della vita. Viceversa può essere scontata nell’aldilà, nel Purgatorio.

Per estinguere il debito della pena temporale la Chiesa permette al fedele battezzato di accedere alle indulgenze.

L’indulgenza

L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi per quanto riguarda la colpa (per i quali cioè si è già ottenuta l’assoluzione confessandosi). L’indulgenza è una remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministro della Redenzione, con la sua autorità, dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi.

“L’indulgenza è parziale o plenaria a seconda che liberi in parte, o in tutto, dalla pena temporale dovuta ai peccati” ( Paolo VI, Costituzione Apostolica Indulgentiarum doctrina, 1967).

La Chiesa dispensa le indulgenze in forza del suo unico tesoro: i meriti di Gesù Cristo, della Madonna e dei Santi. Lo fa in merito al potere di legare e sciogliere, che Gesù dette a Pietro: “Ti darò le chiavi del Regno dei Cieli; tutto ciò che avrai legato sulla terra resterà legato nei cieli e tutto ciò che avrai sciolto sulla terra resterà sciolto nei cieli” ( Mt, 16, 19).

“La Chiesa, avendo ricevuto da Cristo il potere di perdonare in suo nome, è nel mondo la presenza viva dell’amore di Dio che si china su ogni umana debolezza per accoglierla nell’abbraccio della sua misericordia. È precisamente attraverso il ministero della sua Chiesa che Dio espande nel mondo la sua misericordia mediante quel prezioso dono che, con nome antichissimo, è chiamato indulgenza” ( Giovanni Paolo II, Incarnationis mysterium, Bolla di indizione dell’Anno Santo, 1998).

Nella Comunione dei Santi, “tra i fedeli che già hanno raggiunto la Patria Celeste o che stanno espiando le loro colpe in Purgatorio, o che ancora sono pellegrini sulla terra, esiste certamente un vincolo perenne di carità e un abbondante scambio di tutti i beni” ( Paolo Indulgentiarum doctrina, 1967). Ricorrere alla Comunione dei Santi permette al peccatore di essere purificato rapidamente e con più efficacia dalle pene del peccato.

L’indulgenza plenaria e l’indulgenza parziale

In precedenza abbiamo parlato della differenza tra indulgenza plenaria e parziale, senza però spiegarla. La prima consente la remissione di tutta la pena temporale dei peccati già perdonati in confessione. Può essere ottenuta più volte durante l’anno giubilare, ma non più di una volta al giorno, salvo il caso di pericolo di morte.

Con l’indulgenza parziale, invece si ottiene la remissione di una parte della pena temporale. Questo genere d’indulgenza un tempo veniva quantificata: ce n’erano di cento, trecento giorni, uno o più anni. Molti fedeli, però, pensavano erroneamente che questi fossero giorni o anni di Purgatorio in meno da scontare, quindi Paolo VI decise di non indicare più la determinazione del periodo dell’indulgenza parziale. Questa si misura non più in mesi o anni, ma con l’azione del fedele: un’azione buona tanto più vale quanto più costa sacrificio e quanto più è fervida di amore verso Dio. L’indulgenza parziale può essere ottenuta anche ripetutamente nel corso di una stessa giornata.

Entrambi i tipi d’indulgenza possono essere ottenuti anche fuori dall’anno giubilare, come durante le benedizioni papali Urbi et orbi, quando il Cardinale Diacono ricorda che “il Santo Padre concede l’indulgenza plenaria” secondo le norme stabilite dalla Chiesa ai presenti e a quanti seguono la cerimonia per mezzo della radio e della televisione.

L’indulgenza parziale è concessa ai cristiani che abbiano sacrificato se stessi o i loro averi al servizio dei fratelli. “Si concede l’indulgenza parziale al cristiano che abbia spontaneamente reso aperta testimonianza di fede di fronte ad altri in particolari circostanze della vita quotidiana” (Enchiridion indulgentiarum, Libreria Editrice Vaticana, 1999).

Cos’è necessario per ricevere l’indulgenza

Per ottenere le indulgenze il fedele deve essere:

* battezzato, poiché l’atto di giurisdizione delle indulgenze può essere esercitato solo su chi appartiene al Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa;

* non scomunicato, in quanto se lo fosse non potrebbe partecipare né alle indulgenze né alle pubbliche preghiere della Chiesa;

* in stato di grazia, perché il debito della pena temporale si può cancellare dopo la cancellazione della colpa e della pena eterna per mezzo della confessione sacramentale;

* intenzionato ad ottenere l’indulgenza, poiché il beneficio non può essere concesso a chi non lo vuole.

Come si ottiene un’indulgenza

Come prima cosa deve effettuarsi il totale distacco dal peccato, anche quello veniale; se manca questa fondamentale condizione di distacco totale dal peccato e del sincero pentimento, l’indulgenza non sarà plenaria, bensì parziale. In secondo luogo è necessario confessarsi, fare la comunione, pregare secondo le intenzioni del Papa e compiere l’atto a cui la Chiesa annette l’indulgenza

(da http://www.racine.ra.it/lcalighieri/Giubileo/indulgenze1.html )

• — • — •

si veda anche:

indulgenza 1

indulgenza 2

indulgenza 3

indulgenza 4

indulgenza 5



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Triduo Pasquale: un testo chiave

Vi propongo per la meditazione del Santo Triduo che si apre con i riti vespertini della Cena del Signore, il canto che segna con la sua inconfondibile melodia e il suo testo biblico il significato profondo dei giorni che la Chiesa si appresta a rivivere.
Mi riferisco all'Antifona Christus factus est. Ne ho parlato spesso in questo periodo. Qui trovate il post dell'anno scorso con un paio di video-gregoriani e lo spartito.
San Paolo scrive ai Filippesi (2,8-11), delineando in modo poetico il mistero della morte e della risurrezione del Signore:
Cristo si è fatto obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l'ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome.


L'abbassamento, lo svuotamento, non è solo preludio o anticipo dell'innalzamento glorioso. Ne è causa. Perchè il Figlio si è volontariamente sottomesso alla morte, è stato glorificato sopra ogni essere e creatura nei cieli, sulla terra e sotto terra. L'obbedienza ha vinto la prima disobbedienza. Il peccato di Adamo è stato sciolto nel sangue di Cristo. E la liberazione (redenzione e riconciliazione) interessa tutti, come tutti sono colpiti dalle conseguenze del peccato originale.
Chi viene unito a Cristo nel Battesimo della sua morte, lo sarà anche nella sua Risurrezione per mezzo dell'effusione dello Spirito Santo.

Ascoltiamo ora un paio di esecuzioni di questa antifona, che viene ripetuta spesso nelle liturgie del Triduo Pasquale. La prima versione è il testo gregoriano cantato da un coro femminile. La seconda è una polifonia semplice, spagnola, interpretata dal coro della celeberrima Confraternita del "Santísimo Cristo del Espíritu Santo" di Zamora:





Christus factus est pro nobis obediens usque ad mortem,
mortem autem crucis.
V. Propter quod et Deus exaltavit illum
et dedit illi nomen, quod est super omne nomen.

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Il Papa: come vivere il Triduo Pasquale, il nucleo essenziale della nostra fede

UDIENZA GENERALE , 31.03.2010


Cari Fratelli e Sorelle,

stiamo vivendo i giorni santi che ci invitano a meditare gli eventi centrali della nostra Redenzione, il nucleo essenziale della nostra fede. Domani inizia il Triduo pasquale, fulcro dell'intero anno liturgico, nel quale siamo chiamati al silenzio e alla preghiera per contemplare il mistero della Passione, Morte e Risurrezione del Signore.

Nelle omelie i Padri fanno spesso riferimento a questi giorni che, come osserva Sant’Atanasio in una delle sue Lettere Pasquali, ci introducono «in quel tempo che ci fa conoscere un nuovo inizio, il giorno della Santa Pasqua, nella quale il Signore si è immolato» (Lett. 5,1-2: PG 26, 1379).

Vi esorto pertanto a vivere intensamente questi giorni affinché orientino decisamente la vita di ciascuno all'adesione generosa e convinta a Cristo, morto e risorto per noi.

La Santa Messa Crismale, preludio mattutino del Giovedì Santo, vedrà domani mattina riuniti i presbiteri con il proprio Vescovo. Nel corso di una significativa celebrazione eucaristica, che ha luogo solitamente nelle Cattedrali diocesane, verranno benedetti l’olio degli infermi, dei catecumeni e il Crisma. Inoltre, il Vescovo e i Presbiteri, rinnoveranno le promesse sacerdotali pronunciate il giorno dell’Ordinazione. Tale gesto assume quest’anno, un rilievo tutto speciale, perché collocato nell’ambito dell’Anno Sacerdotale, che ho indetto per commemorare il 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars. A tutti i Sacerdoti vorrei ripetere l’auspicio che formulavo a conclusione della Lettera di indizione: «Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Cristo e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace!».

Domani pomeriggio celebreremo il momento istitutivo dell’Eucaristia. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinti, confermava i primi cristiani nella verità del mistero eucaristico, comunicando loro quanto egli stesso aveva appreso: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me". Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (1Cor 11,23-25). Queste parole manifestano con chiarezza l’intenzione di Cristo: sotto le specie del pane e del vino, Egli si rende presente in modo reale col suo corpo donato e col suo sangue versato quale sacrificio della Nuova Alleanza. Al tempo stesso, Egli costituisce gli Apostoli e i loro successori ministri di questo sacramento, che consegna alla sua Chiesa come prova suprema del suo amore.

Con suggestivo rito, ricorderemo, inoltre, il gesto di Gesù che lava i piedi agli Apostoli (cfr Gv 13,1-25). Tale atto diviene per l’evangelista la rappresentazione di tutta la vita di Gesù e rivela il suo amore sino alla fine, un amore infinito, capace di abilitare l’uomo alla comunione con Dio e di renderlo libero. Al termine della liturgia del Giovedì santo, la Chiesa ripone il Santissimo Sacramento in un luogo appositamente preparato, che sta a rappresentare la solitudine del Getsemani e l’angoscia mortale di Gesù. Davanti all’Eucarestia, i fedeli contemplano Gesù nell’ora della sua solitudine e pregano affinché cessino tutte le solitudini del mondo. Questo cammino liturgico è, altresì, invito a cercare l’incontro intimo col Signore nella preghiera, a riconoscere Gesù fra coloro che sono soli, a vegliare con lui e a saperlo proclamare luce della propria vita.

Il Venerdì Santo faremo memoria della passione e della morte del Signore. Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità, scegliendo a tal fine la morte più crudele ed umiliante: la crocifissione. Esiste una inscindibile connessione fra l’Ultima Cena e la morte di Gesù. Nella prima Gesù dona il suo Corpo e il suo Sangue, ossia la sua esistenza terrena, se stesso, anticipando la sua morte e trasformandola in un atto di amore. Così la morte che, per sua natura, è la fine, la distruzione di ogni relazione, viene da lui resa atto di comunicazione di sé, strumento di salvezza e proclamazione della vittoria dell’amore. In tal modo, Gesù diventa la chiave per comprendere l’Ultima Cena che è anticipazione della trasformazione della morte violenta in sacrificio volontario, in atto di amore che redime e salva il mondo.

Il Sabato Santo è caratterizzato da un grande silenzio. Le Chiese sono spoglie e non sono previste particolari liturgie. In questo tempo di attesa e di speranza, i credenti sono invitati alla preghiera, alla riflessione, alla conversione, anche attraverso il sacramento della riconciliazione, per poter partecipare, intimamente rinnovati, alla celebrazione della Pasqua.

Nella notte del Sabato Santo, durante la solenne Veglia Pasquale, "madre di tutte le veglie", tale silenzio sarà rotto dal canto dell’Alleluia, che annuncia la resurrezione di Cristo e proclama la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte. La Chiesa gioirà nell’incontro con il suo Signore, entrando nel giorno della Pasqua che il Signore inaugura risorgendo dai morti.

Cari Fratelli e Sorelle, disponiamoci a vivere intensamente questo Triduo Santo ormai imminente, per essere sempre più profondamente inseriti nel Mistero di Cristo, morto e risorto per noi. Ci accompagni in questo itinerario spirituale la Vergine Santissima. Lei che seguì Gesù nella sua passione e fu presente sotto la Croce, ci introduca nel mistero pasquale, perché possiamo sperimentare la letizia e la pace del Risorto.

Con questi sentimenti, ricambio fin d’ora i più cordiali auguri di santa Pasqua a tutti voi, estendendoli alle vostre Comunità e a tutti i vostri cari.

Venerdì Santo. Il commento e gli approfondimenti


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IL COMMENTO

Oggi siamo invitati a contemplare che cosa sia l'amore. Quante parole per descriverlo, e arte, e la vita di tutti alla sua ricerca. Ne abbiamo percepito l'esistenza, ne abbiamo assaporato la dolcezza. Qualcosa dentro ci dice, ci ha sempre sussurrato e testimoniato che esiste questo amore più grande, che supera i limiti della carne e dei sentimenti, che non sfugge dalle mani quando si spegne la passione e subentrano le difficoltà. Lo portiamo dentro il segno di questo amore, impresso come un sigillo, ed è come una ferita mai rimarginata. E' quella nostalgia che accompagna ogni nostra ora, quel "qualcosa" di cui sentiamo, vivissima, la mancanza ovunque e in ogni istante, nel dolore e nella gioia, nella stanchezza e nel riposo. Al fondo di noi stessi, dove siamo esattamente quel che siamo, al di là di maschere e compromessi, lì dove appare il nostro essere irripetibile che ci fa unici nella storia dell'intera umanità, nell'abisso del nostro cuore si cela l'impronta di Dio. E' incancellabile, per quanto la debolezza ed i peccati si accumulino e ne deturpino i connotati seppellendola sotto le macerie di fallimenti e dolori. Quell'aurora d'amore non ci lascia in pace, è un'eco, un grido, un bisogno, un desiderio. E' la gelosia ardente di Dio, quella "santa concupiscenza" (secondo l'originale greco di Lc.22,15) con la quale il Signore Gesù ha desiderato celebrare la Pasqua con i suoi discepoli. La stessa che ci brucia dentro, che fa evaporare ogni illusione, ogni effimera gioia, che ci fa sentire inappagante anche l'amore più bello e puro che sgorga dai nostri cuori. Perchè non ci basta l'amore del marito, della moglie? Perchè, pur amando con tutto noi stessi i nostri figli - ed è l'amore più limpido di cui abbiamo esperienza - ci troviamo vuoti, tristi, delusi, adirati di fronte ad un'ingiustizia, un tradimento, una malattia? Perchè l'amore di una madre che ha gestato e dato alla luce suo figlio non è capace di colmarle il cuore e l'esistenza al punto di farle attraversare la scia di dolori e fallimenti che accompagna i suoi giorni? Perchè quell'amore e qualunque altro amore non ci sazia? Oggi ci è data la risposta, oggi ci è svelato il mistero in cui è racchiusa la nostra vita. E non si tratta di parole. Non è psicologia o filosofia, neppure religione. E' un uomo crocifisso. Non si tratta di capire ma di contemplare. Lasciare che il volto di Cristo, le sue mani, i suoi piedi, il suo fianco parlino al nostro cuore. Guardarlo, adorarlo, fissarlo. Sino a che i suoi stessi chiodi, la stessa lancia penetrino al fondo di noi stessi, e destino e illuminino quel seme d'amore che rechiamo impresso, l'immagine stessa di Dio che ci costituisce e che abbiamo dimenticato. Che la nostalgia sino ad oggi indecifrabile si schiuda all'incontro con l'amore che da sempre abbiamo desiderato. Che l'ardente amore suo abbracci l'ardente nostro desiderio. Che in Lui, crocifisso in un legno d'assurdo e infinito amore, ogni nostra voragine sia colmata. Posare il nostro sguardo sulle sue ferite e scoprire che in quelle mani son scritti, nel sangue, i nostri nomi, i nostri giorni, le nostre ore, tutte. La sua croce è la nostra croce, l'amore mai domo che ci ha seguito, strattonato, chiamato, impetuoso a volte, geloso e inopportuno, ma nache tenero e delicato nel lasciarci totale libertà, di scappare, di urlare, di peccare. L'amore che rompe gli argini della legge, degli schemi, al punto di consegnarsi muto all'estremo d'ogni libertà, quella di uccidere lo stesso amore, di annichilirlo tra odi e rancori. Oggi ci è donata la risposta ad ogni domanda, ai dubbi e alle ansie, al vuoto che non ci lascia. Oggi il Signore crocifisso ci schiude le porte del Cielo, ci introduce nel suo Regno, l'unico amore incontaminato, incorruttibile, che varca ogni limite di morte, fisica e interiore; oggi il suo amore strappa il velo che ci ha accecato per svelarci il destino ultimo ed eterno per il quale siamo fatti: oggi, nella sua Croce, possiamo leggere i nostri nomi scritti, indelebilmente, in Cielo. E' l'unica gioia, che nessuno e nulla potrà mai strapparci, il pegno dell'amore eterno di Dio manifestato nel suo Figlio consegnato, gratuitamente, a ciascuno di noi.



Rapisca,
ti prego, o Signore,
l'ardente e dolce
forza del tuo amore
la mente mia
da tutte le cose
che sono sotto il cielo,
perché io muoia
per amore
dell'amor tuo,
come Tu
ti sei degnato morire
per amore
dell'amor mio


San Francesco







A Elberti. E' la Pasqua del Signore. Venerdì Santo

Digiuno, virtù dimenticata?

Ratzinger - Benedetto XVI. Venerdì Santo: Gesù Crocifisso è la verità che ci rende liberi di amare
Joseph Ratzinger. Meditazioni e preghiere per il Venerdì Santo

A.M. Sicari. VIA CRUCIS IN COMPAGNIA DEI SANTI

Meditazione di Chiara Lubich per il Venerdì Santo
Meditazioni di monsignor Ravasi per la “Via Crucis” al Colosseo
H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
Don Divo Barsotti. Meditazioni per il Venerdì Santo
Vanhoye. La Croce
Accadde al Getsemani. Fare memoria del suo dolore
V. Messori. In coda lungo le autostrade nel giorno della Via Crucis
Venerdì Santo. Romano Guardini, Il Signore
Lo sconosciuto del Getsemani
LA CROCE E IL CROCIFISSO. Uno studio da meditare
IL GIARDINO DEGLI OLIVI
Mons. Caffarra. LA CROCE E LA VERITA’ SULL’UOMO
Il Mistero nella dipinta croce

Cantalamessa: “La tunica era senza cuciture”. Omelia nella Passione del Signore
P. R. Cantalamessa: OMELIE SULLA PASSIONE DEL SIGNORE
P. R. Cantalamessa. UNO SGUARDO DA STORICI SULLA PASSIONE DI CRISTO
P. R. Cantalamessa. “Giuseppe d''Arimatea” per i crocifissi di oggi
P. Cantalamessa: “Cristo Imparò l’obbedienza dalle cose che patì”

Venerdì Santo. Hamon-Borla, Meditazioni
In Passione Domini. Dal "Libro delle Rivelazioni" di Giuliana di Norwich
Esegesi del Nuovo Testamento: Gv 13-17: i discorsi d''addio
Inos Biffi. Cristo ascende la Croce. Inizia il tempo nuovo. L''inno "All''ora terza" di sant''Ambrogio
S. Fausti. Commento esegetico alla Passione di Matteo
Sabourin. La Passione
M.J. Lagrange. La Passione

LA PASSIONE DI CRISTO di MEL GIBSON. VIDEO E LETTURA TEOLOGICO-SPIRITUALE DEL FILM
La passione di Gesu’ alla luce degli scritti di Santa Veronica Giuliani

La Passione secondo A.K. Emmerick
La Passione secondo Suor Maria d''Agreda. Dalla "Mistica Città di Dio"
Vittorio Messori. La sfida: la cronaca della passione e morte
LETTURE SULLA PASSIONE DI GESU'' CRISTO
Chi è costui? La Passione nella letteratura
Gli ultimi giorni di Gesù
Dalla via dolorosa al Golgota
Così è morto Gesù: check up della Passione
La Passione secondo Matteo di J.S.Bach. Lettura e Mp3
Tallo e l''oscuramento del sole
J. Jeremias. La Passione

La morte di Gesù come espiazione nella concezione paolina. Pino Pulcinelli
J. Ratzinger. Gesù tra la bellezza e il dolore
Giuda Iscariota. Ratzinger - Benedetto XVI, Tradizione, i Padri, esegesi
Santa Caterina da Siena. « Sapendo che era giunta la sua ora... Gesù li amò sino alla fine »


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IL GIARDINO DEGLI OLIVI

GLI AVVENIMENTI



Nelle narrazioni della Passione dei quattro Evangelisti, l'avvenimento ha inizio in un posto situato fuori delle mura di Gerusalemme, che Matteo e Marco chiamano Getsemani. I testi ci consentono di individuare ancor meglio i luoghi che furono testimoni di quanto accadde.

1. I TESTI Mat 26,36-56:

Allora Gesù, portatosi con essi a un podere detto Getsemani, dice ai discepoli: "Sedetevi qui, mentre io vado lì a pregare". Quindi, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, incominciò a rattristarsi e a essere angosciato. Allora dice a essi: "L'anima mia è triste fino alla morte. Aspettate qui e vegliate insieme a me". Poi, fattosi un po' più avanti, cadde sulla sua faccia pregando e dicendo: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice. Peraltro, non come io voglio, ma come vuoi tu". Viene poi dai discepoli e li trova addormentati. Dice a Pietro: "Così, non avete potuto vegliare per un'ora insieme a me! Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito, sì, è pronto; ma la carne è debole". Di nuovo, per la seconda volta, allontanatosi, pregò dicendo: "Padre mio, se non è possibile che questo calice passi da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà". Tornato di nuovo, li trovò addormentati, giacché i loro occhi erano appesantiti. Perciò, lasciatili, si allontanò di nuovo per pregare la terza volta, ripetendo ancora le stesse parole. Allora viene dai discepoli e dice loro: "Dormite, ormai, e riposatevi! Ecco, l'ora si e avvicinata é il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, chi mi tradisce si è avvicinato!".

Mentre egli parlava ancora, ecco giunse Giuda, uno dei dodici, e insieme a lui molta folla con spade e bastoni, inviata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segnale dicendo: "Quello che io bacerò, è lui; prendetelo!". Avvicinatosi subito a Gesù, disse: "Salve, Rabbi!" e lo baciò. Ma Gesù gli disse:, "Amico, a che sei venuto?". Allora quelli, avvicinatisi, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono.

Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, stesa la mano, trasse fuori la sua spada e, colpendo il servo del sommo sacerdote, gli tagliò l'orecchio. Allora Gesù gli dice: "Rimetti la tua spada al suo posto, poiché tutti quelli che prendono la spada; di spada periranno. O forse credi che non possa invocare il Padre mio, che mi metterebbe a disposizione all'istante più di dodici legioni di angeli? Ma come si compirebbero le Scritture" secondo le quali bisogna che così avvenga?".

In quel momento Gesù disse alle folle: "Come contro un brigante, con spade e bastoni, siete venuti a prendermi Ogni giorno stavo seduto nel tempio per insegnare e non mi avete arrestato. Ma tutto ciò è avvenuto affinché si adempissero le Scritture dei profeti". Allora i discepoli tutti, abbandonatolo, se ne fuggirono.

Il testo di Marco differisce da quello di Matteo solo in dettagli minimi, che non sono di alcun interesse per il presente lavoro, (14,32,52). Sottolineiamo soltanto il celebre episodio con il quale l'Evangelista conclude la scena dell'arresto, e sul quale ritorneremo in seguito: "E un ragazzo lo seguiva, avvolto il corpo nudo in un fine indumento. L'afferrano. Ma quello, abbandonato l'indumento, fuggì".


Luca 22,39-54:

Poi uscì e se n'andarono, come al solito, al Monte degli Olivi, e anche i discepoli lo seguirono. Arrivato sul posto, disse loro: "Pregate per non cadere in tentazione". S'allontanò da loro quanto un tiro di sasso, e inginocchiatosi pregava, dicendo: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice. Però non si faccia la mia, ma la tua volontà". Allora gli apparve un angelo dal cielo che lo rincorava. Poi, in preda all'angoscia, pregava con più intensità e il suo sudore divenne simile a grumi di sangue che scendevano a terra. Si alzò dall'orazione, venne vicino ai suoi discepoli e li trovò assopiti a causa della tristezza. 'E disse loro: "Perché dormite? Alzatevi e pregate, perché non abbiate a cadere in tentazione".

Egli stava ancora parlando, quando apparve una turba e quegli che era chiamato Giuda, uno dei dodici, li precedeva. E si avvicinò a Gesù per baciarlo. E Gesù gli disse: "Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo?". Ora coloro che l'attorniavano, vedendo quel che stava per succedere, dissero: "Signore, adoperiamo la spada?". E uno d'essi colpì il servo del sommo sacerdote e gli portò via l'orecchio destro. Ma Gesù, intervenendo, disse: "Lasciate stare!". E toccato l'orecchio di quell'uomo, lo sanò. Poi Gesù disse ai capi dei sacerdoti, ai comandanti delle guardie del tempio e agli anziani che erano venuti contro di lui: "Come contro un ladrone siete venuti. con spade e bastoni! Quando ero ogni giorno con voi nel tempio, non avete osato mettermi le mani addosso, ma questa è l'ora vostra e il potere delle tenebre". Essi allora lo presero e lo portarono via...


Giov 18,1-12:

... Gesù se n'andò con i suoi discepoli al di là dal torrente Cedron, dove c'era un orto, e vi entrò, lui e i suoi discepoli. Anche Giuda, che lo tradiva, conosceva il luogo, perché spesso Gesù si riuniva là con i suoi discepoli.

Giuda dunque, presa la coorte e delle guardie dai sommi sacerdoti e dai farisei, va là con lanterne, fiaccole e armi. Gesù, sapendo tutto quello che gli doveva accadere si fà avanti e dice loro: "Chi cercate?". Gli risposero: "Gesù di Nazaret". Dice loro Gesù: "Io sono". Anche Giuda che lo tradiva stava con essi! Appena disse loro: "Io sono", indietreggiarono e caddero a terra.

Chiese loro di nuovo: "Chi cercate?". E quelli: "Gesù di Nazaret". Rispose Gesù: "Ve l'ho detto: Sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano". Si adempiva così la parola che aveva detto: "Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato".

Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la sguainò e colpì il servo del sommo sacerdote tagliandogli l'orecchio destro. Il servo si chiamava Malco. Ma Gesù disse a Pietro: "Rimetti la spada nel fodero! Il calice che mi ha dato il Padre non lo berrò?". La coorte, il tribuno e le guardie dei Giudei presero dunque Gesù e lo legarono.

IL LUOGO


Tanto i manoscritti quanto le cronache dei primi pellegrini ci danno lezioni diverse del posto che, secondo Matteo e Marco, ha visto l'agonia e l'arresto di Gesù, e gli esegeti - a loro volta - ci propongono parecchie etimologie. La lezione più comune, oggi generalmente accettata, "Getsemani", rappresenta la forma lievemente ellenizzata delle parole ebraiche gath (frantoio) e scemanim (oli). Questo "frantoio degli oli" si trovava oltre il torrente Cedron (Giov 18,1), in direzione del Monte degli Olivi (Mat 26,30; Mar 14,26; Luc 22,39). Come quasi tutti i torrenti o wadi palestinesi, il Cedron, non è che un greto secco nella valle e si riempie d'acqua soltanto dopo le torrenziali piogge invernali. Questo wadi, al cui corso presentemente vengono dati diversi nomi, nasce a nord-ovest di Gerusalemme, costeggia la città verso est, dove la separa dal Monte degli Olivi, si dirige verso sud-est per sfociare nel Mar Morto a sud di Qumran (Figg. 1 e 2).

Il Cedron delude di solito i pellegrini del Getsemani. Essi hanno in mente torrenti dal corso impetuoso incassati tra declivi montagnosi, e vedono invece una specie di canale ingombro di pietre, nel fondo di una valle che non corrisponde molto a quello che la credenza popolare, dal IV secolo in poi, si raffigura circa la Valle di Josafat, valle dove Dio "siederà a giudicare tutti i popoli all'intorno" (Gioele 4,2-12). Una vasta necropoli giudea, cristiana e maomettana resta tuttora a testimoniare di tale credenza. Nel tratto in cui costeggia le mura di Gerusalemme, la valle del Cedron non è ampia, come nel tratto un po' più a monte e come ritornerà ad essere a sud della città, né è quella gola selvaggia eppure maestosa, che suscita l'ammirazione dei visitatori del monastero di Mar Saba. E' giusto notare che, dall'epoca evangelica, le alluvioni del Cedron e gli strati di detriti e di terra franata hanno alzato, nelle vicinanze di Gerusalemme, di quasi 15 metri il fondo della valle, addolcendo nel contempo la ripidezza dei fianchi.

Tuttavia, per chi voglia ritrovare i "passi di Gesù", la valle del Cedron è una delle località più suggestive. Quante volte, in verità, il Cristo ha attraversato uno dei ponti sul torrente, per andare da Gerusalemme a Betania o, come dice S. Giovanni, per recarsi nel giardino "al di là del torrente Cedron!".

La notte in cui fu arrestato, Gesù, accompagnato da undici Apostoli, dopo essere disceso dal colle occidentale di Gerusalemme, oggi chiamato Monte Sion - dove, a partire dal IV secolo, è stato localizzato il Cenacolo - uscì dalla città forse per la porta della Fontana, vicina alla piscina di Siloe, e risalì la valle verso nord, passando presso i monumenti funebri che vengono fatti risalire all'epoca asmonea (II secolo a. C.). Il gruppo giunse in un posto che Matteo e Marco chiamano "chorion", podere, fondo rustico, casa di campagna, e Giovanni chiama "kepos", giardino, frutteto, uno di quegli oliveti recintati, tipici del paesaggio palestinese, dove probabilmente c'era anche un frantoio.

Gli esegeti non si sono mai stancati di indagare circa i rapporti che correvano tra Gesù e il proprietario di questo podere. Dato che spesso il Signore si recava colà in compagnia degli Apostoli (Giov. 18,2), il proprietario non doveva essere uno sconosciuto. L'episodio che, malgrado sembri insignificante, Marco si fà premura di narrare, è considerato da alcuni come un fatto personale, una specie di firma. Senza dubbio, il ragazzo che aveva addosso soltanto quel "fine indumento di lino" non poteva abitare troppo lontano. Ma Marco non dice che l'episodio è accaduto proprio al Getsemani, così che, qualora si tratti del futuro Evangelista, non disponiamo di alcun elemento sicuro che ci permetta di affermare che la sua famiglia possedeva quel podere.

Gli avvenimenti del Getsemani succedono in posti che, per ben comprendere le tradizioni primitive, devono essere necessariamente distinti.

Giunto al Getsemani, Gesù lasciò otto Apostoli in un punto e si allontanò "quanto un tiro di sasso" con Pietro, Giacomo e Giovanni. A questi suoi tre intimi, che erano stati i testimoni della Trasfigurazione Gesù chiese di vegliare con lui in quell'ora di "tristezza" e di "angoscia". Poi, appartatosi ancora un poco, "cadde sulla sua faccia".

Sebbene i testi non lo dicano esplicitamente, è probabile che Gesù abbia ricondotto i tre discepoli verso gli altri e che abbia atteso l'arrivo di Giuda in mezzo al gruppo.


Secondo il testo greco di Giovanni, Gesù "uscì" per andare incontro alla coorte e alle guardie. Questo verbo sembra indicare che l'arresto è avvenuto fuori del giardino dove Gesù era "entrato" con gli Apostoli (cfr. 18,1). Questa interpretazione d'altronde, è accettata da molti esegeti. Tuttavia dopo alcuni versetti (18, 26), Giovanni parla dell'arresto come avvenuto proprio nel giardino, quando fa dire ad un parente di Malco, al momento del rinnegamento di Pietro: "Non ti ho visto io nell'orto con lui?"

Le tradizioni primitive e la topografia ci aiuteranno a trovare la spiegazione del verbo usato da Giovanni.

Otto vecchi olivi, da dietro una bassa cancellata a motivi bizantini (eretta nel 1959), attirano l'attenzione dei pellegrini al loro ingresso nel giardino, e creano l'atmosfera spirituale per una visita al Getsemani. La loro età ha sollevato discussioni che vengono riecheggiate in tutte le guide. Questi alberi, la cui prima menzione risale al XV secolo, apparivano ai pellegrini dei secoli seguenti, molto vecchi e molto grandi, i più grandi di tutti gli alberi di Palestina.

Nessuno mette in dubbio l'età veneranda di questi olivi dal tronco cavo e nodoso; ma né la storia né la botanica offrono argomenti decisivi circa la loro data di nascita.

Tutte le deduzioni che alcuni hanno voluto trarre dalla Guerra Giudaica di Giuseppe Flavio, sono vane e noi non sappiamo se gli olivi, che forse crescevano nel giardino all'epoca del Cristo, sono stati, o meno, abbattuti dai Romani nel 70, durante l'assedio di Gerusalemme. Altrettanto vana è la prova che alcuni pellegrini e alcuni scrittori (tra cui perfino Chateaubriand) hanno dedotto da una supposta esenzione fiscale - o riduzione, perché i testi sono contraddittori - di cui avrebbero goduto gli olivi del Getsemani per il fatto di essere anteriori all'invasione araba... o al dominio turco. Questa esenzione è spiegata semplicemente dalla natura religiosa dell'opera alla quale i musulmani avevano assegnato il giardino del Getsemani, dopo aver riconquistato Gerusalemme nel 1187.

I botanici non hanno miglior fortuna degli storici. Se, da una parte, il tronco di un olivo, soprattutto di un vecchio olivo, non si presta allo studio dello sviluppo vegetale, d'altra parte nulla suffraga l'affermazione dei pellegrini che ritengono che gli olivi del Getsemani siano dei polloni delle piante dell'epoca del Cristo. Anche se spesso avviene, come già osservava Plinio il Vecchio, che l'olivo non muore, ma rinasce dal suo stesso ceppo, il fenomeno non è accaduto a quell'albero del Getsemani che i pellegrini del XVII secolo dicono esser stato bruciato, abbattuto, o esser morto di vecchiaia, e che non pare, checché se ne sia detto, aver generato dei polloni.

Senza dubbio le anime sensibili possono provare una certa delusione. Ma, anche se non sono proprio le piante dell'epoca evangelica, e forse nemmeno i polloni, gli olivi del Getsemani meritano la venerazione di tutti i pellegrini grazie al ricordo dell'Agonia da loro suscitato in questo luogo che ne è stato il testimone.

La storia del Giardino degli Olivi può essere riassunta in poche righe. Dopo aver fatto probabilmente parte del complesso ecclesiastico delle chiese costruite a partire dal IV secolo nel luogo dell'Agonia, il giardino subì, partiti i crociati, la sorte di tutte le antiche proprietà cristiane: fu assegnato come waqf (lascito pio) ad un'opera religiosa maomettana. Nel caso specifico, al collegio teologico che aveva sede nella chiesa di S. Anna.

Il terreno, chiamato dai pellegrini del XIII secolo e dei secoli seguenti, "campo fiorito", "giardino dei fiori", dopo il XIV secolo ci appare diviso, da sentieri e muriccioli, in diversi appezzamenti. Sembra in realtà che il waqf del Getsemani sia finito per diventare una proprietà privata che una serie di legati ereditari doveva spezzettare fra parecchi proprietari.

Le testimonianze, che diventano con il tempo sempre più numerose seppure non sempre più esatte, dimostrano che i fedeli continuavano a venerare il Giardino degli Olivi. Tuttavia, mentre i cristiani orientali hanno conservato le tradizioni antiche, almeno per quanto concerne il luogo dell'Agonia, la maggioranza dei pellegrini occidentali ha invertito, a poco a poco, i posti, giungendo a localizzare il luogo dell'Agonia di Gesù nella grotta vicina (che venne così chiamata "Grotta dell'Agonia") e il luogo dell'arresto, nel giardino.

Nel XVII secolo, per interposta persona, i francescani entrarono in possesso del Giardino degli Olivi. Sebbene il contratto ufficiale d'acquisto sia stato redatto nel 1681, pare che il giardino appartenesse ai francescani già nel 1666, sempre che si possa prestar fede a quanto riferiscono diversi pellegrini. Gli archivi della Custodia di Terra Santa conservano numerosi documenti - contratti d'acquisto, composizioni di liti - relativi ai possedimenti del Getsemani, ma oggi è spesso difficile stabilire con precisione le località. Così, circa il contratto del 1681, noi possiamo rintracciare esattamente soltanto i confini est e ovest del terreno acquistato: il sentiero del Monte degli Olivi e la grande strada statale di Gerico. A nord, il terreno arrivava ad un oliveto dei francescani; a sud, al vigneto di due arabi. In quanto alla grotta compresa nel terreno acquistato, è impossibile appurare se era realmente l'attuale "Grotta del Getsemani".

Tuttavia, per quasi tutti i pellegrini il Giardino degli Olivi si restringeva in effetti al campo dove crescevano i vecchi olivi che l' "opinione comune" e la "tradizione del paese" facevano risalire all'epoca del Cristo. L'area non era più coltivata; un muro a secco, alto circa 1 metro, la circondava.

Il giardino fu lasciato in quelle condizioni fino al 1847. Per proteggere gli olivi, i francescani furono obbligati a costruire una recinzione più alta, che venne sostituita nel 1959 dal muro che oggi vediamo. Protetto in tal modo, il terreno fu coperto, malgrado i pareri contrari, da una serie di aiole, probabilmente a ricordo del "giardino dei fiori" dei secoli XIII e XIV. Ma, dalle relazioni pervenuteci, sembra che i pellegrini di allora sperassero di trovare in questo luogo un pó più di semplicità.

Un bassorilievo di marmo, che un tempo era collocato nel giardino ed ora si trova a lato della porta della sacrestia, rappresenta l'agonia di Gesù. Questa scultura, opera del veneziano Torretti, maestro del Canova, è stata mutilata da ignoti vandali.

LA GROTTA DEL TRADIMENTO


I pellegrini del IV-VI secolo, seguendo le narrazioni evangeliche, commemoravano l'agonia e l'arresto di Gesù in due luoghi diversi. Sebbene delle aggiunte siano venute a complicare la tradizione, facendo persino accadere l'episodio dell'agonia in un terzo posto, i fedeli hanno sempre mantenuto la distinzione tra i due luoghi. Certamente le testimoniante dei pellegrini, che costituiscono la fonte prima delle nostre informazioni, non sempre brillano per chiarezza, né per esattezza. Spesso limitate a poche osservazioni e a pochi ricordi, queste relazioni trascuravano quanto sembra a noi oggi essenziale, per dilungarsi su particolari e su fatti "miracolosi", o per lasciarsi andare a considerazioni pie. Dato che sono state talvolta scritte a distanza di tempo, anche da terze persone, non è facile sfrondarle. La loro lettura, tuttavia, prescindendo dai particolari e da qualche testo dubbio, ci permette di constatare che la distinzione tra il "giardino e la "grotta" era costante.
La Grotta del Tradimento
1. Fonti Letterarie

Secondo la tradizione del IV secolo, come abbiamo visto, il posto dove era avvenuto il tradimento si trovava a destra del sentiero che porta dalla città al Monte degli Olivi. Mentre l'Anonimo di Bordeaux ricollega il fatto ad una roccia, pellegrini posteriori parlano di una grotta. Una ricostruzione della notte del Getsemani ci autorizza a ritenere che Gesù, prima di farsi incontro a Giuda, sia andato a raggiungere, con Pietro, Giacomo e Giovanni, gli otto Apostoli proprio nella grotta dove li aveva lasciati.

Comunque si siano in realtà svolti i fatti, i pellegrini, uscendo dalla chiesa dell'Assunzione, dove si trovava la tomba della Vergine, visitavano la grotta del Tradimento prima di venerare l'Agonia di Gesù nel giardino, e di iniziare la salita al Monte degli Olivi.

Questa distinzione tra i due luoghi venne conservata fino al XIV secolo. Dopo di allora, si ebbe una inversione, accettata almeno dai pellegrini occidentali, che durò fino alla scoperta delle antiche chiese dell'Agonia e che diede erroneamente alla grotta il nome di "Grotta dell'Agonia".

Il primo documento che localizza la scena dell'Agonia in questa grotta, è la relazione del domenicano tedesco Wilhelm von Boldensele (1333). Dopo un periodo di discordia e di incertezza, durante il quale secondo alcuni pellegrini Gesù avrebbe pregato la terza volta, in un posto diverso, i cristiani occidentali, nel XVI secolo, finirono per identificare nella grotta il luogo delle tre preghiere.

A seguito di ciò, il luogo del tradimento di Giuda e quello dell'arresto vennero localizzati vicino alla "Roccia degli Apostoli", mentre il posto dove si erano trattenuti gli otto Apostoli veniva fissato più in basso nella valle.

Visto che i cristiani orientali hanno conservato la tradizione primitiva circa il luogo dell'Agonia, ci si e domandati il perché dell'inversione. E' possibile che alcune parole, dipinte sulla parete, e delle quali parleremo in seguito, abbiano tratto in inganno i pellegrini. E' anche possibile che la distruzione della chiesa del Santo Salvatore abbia indotto i fedeli a scegliere un altro posto, che serviva da santuario e nel quale veneravano l'Agonia.

Quantunque i francescani fossero entrati in possesso della grotta nel 1361, i loro diritti furono poco rispettati e molto contestati fino all'inizio del XIX secolo: il luogo restava una specie di proprietà pubblica dove i musulmani portavano il bestiame al riparo.

Diversi documenti riferiscono che proprio in questa grotta del Getsemani Gesù, durante una cena, avrebbe lavato i piedi agli Apostoli.

Menzionata verso il 530 nella relazione dell'arcidiacono Teodosio e nel trattatello anonimo intitolato Il breviario di Gerusalemme, questa cena è citata anche in documenti posteriori. A poco a poco il ricordo andò perso, salvo uno sporadico riferimento fatto nel XV secolo da un pellegrino russo, il mercante Basilio. Le guide mostravano ai pellegrini persino i quattro (o tre) tavoli ai quali si sarebbero seduti Gesù e gli Apostoli. Per devozione, i fedeli prendevano nella grotta un pasto senza carne.
In questo pasto il P. Emmanuele Testa vede una delle "cene" che i giudeo-cristiani celebravano in determinati posti che erano stati onorati dalla presenza del Salvatore. Alla "cena" del Getsemani, che un sermone attribuito a Eutiche patriarca di Costantinopoli (VI secolo), cita insieme con quelle che si tenevano al Monte Sion e a Betania, partecipavano probabilmente i membri della setta giudeocristiana degli Ebioniti. che si astenevano dalla carne e consumavano pane azimo e acqua.

2. STRUTTURA E DECORAZIONE DELLA GROTTA

La grotta del Getsemani misura, grosso modo, 19 metri per 10. L'irruente alluvione del novembre 1955 rese necessari dei restauri, che vennero effettuati nel 1956-1957 sotto la direzione del P. Virgilio Corbo, il quale ebbe così l'opportunità di studiare la struttura ed il sottosuolo del posto.

Originariamente la grotta si apriva verso nord con un'entrata larga circa 5 metri. Era costituita dall'attuale parte centrale, da una parte più profonda a est e, probabilmente, da un prolungamento verso un'altra piccola grotta situata a est-sudest. Sembra che nella depressione esistesse un frantoio, il cui braccio poteva far leva in una cavità ancora visibile nella parete sud. A nord-ovest della grotta una conca naturale della massa rocciosa era stata ingrandita e adibita a cisterna. Le acque scendevano dal tetto e, convogliate in un canaletto scavato nella parete esterna della grotta rivolta a nord, venivano dirette, prima di entrare nella cisterna, verso una piccola vasca di decantazione.

Questi sono i vari elementi che sembrano essere esistiti all'epoca evangelica e che sembrano testimoniare la destinazione del posto ad usi agricoli, destinazione che non impediva d'altronde altri servizi, finita la stagione delle olive.

Nel IV secolo la grotta fu trasformata in cappella. Per questo motivo venne costruita una specie di deambulatorio, tuttora esistente, che costeggiava le pareti sud e ovest, ed aveva la volta più bassa di quella della parte centrale.

Quattro pilastri di roccia sostenevano la volta della nuova cappella, che riceveva luce da un'apertura praticata nel tetto. Una piccola vasca, scavata nel pavimento in corrispondenza di questa apertura, riceveva le acque piovane.

L'ingresso fu spostato verso nord-ovest, probabilmente al momento della costruzione della chiesa dell'Assunzione, che veniva a bloccare la via di accesso alla grotta. La nuova entrata era larga circa 2 metri e alta 1,90 metri.

La cappella era pavimentata con mosaico bianco, malamente rovinato da fosse di tombe. Infatti, il sottosuolo, ad eccezione di quello del presbyterium, situato nella depressione orientale, racchiudeva una necropoli di 42 tombe, risalenti al V-VIII secolo, ma utilizzate nuovamente durante le crociate. Nel IV-V secolo la stessa cisterna dell'angolo nord-ovest servì da sepolcro sotterraneo. Questo sepolcro era ricoperto con un mosaico di tessere rosse, bianche e turchine, del quale restano due parole: ke anapaus ... (Signore, dona il riposo ... ).

Del periodo bizantino sono stati rinvenuti, in particolare, un bel frammento della transenna che delimitava il presbyterium e diverse iscrizioni funebri. L'esame della volta ha rivelato la presenza di numerosi graffiti, lo studio dei quali non è stato ancora concluso.

Durante il Regno di Gerusalemme, il pavimento della cappella fu riparato con lastre di pietra, con mosaico a grandi tessere, con pezzi di marmo e con mattoni. La volta fu decorata prevalentemente con motivo di stelle, mentre il presbyterium fu ornato da una grande composizione; i cui resti arrivano fino alla parete settentrionale: due aureole, dei paramenti, un'ala d'angelo. Basandosi sulla relazione di J. von Wurtzburg (1165), su una iscrizione parietale e su dei mosaici di Venezia e di Monreale di Palermo, il P. Corbo ritiene di poter distinguere tre scene: la preghiera del Cristo nel giardino, il Cristo con gli Apostoli e l'Angelo che consola il Salvatore.

I tre versetti dell'iscrizione sono stati variamente trascritti e interpretati. Ma il cielo pittorico che aveva ornato il presbyterium, sembra giustificare la seguente lezione: "Qui [nelle scene rappresentate]: il Re Santo ha sudato sangue. Il Signore e Cristo ha spesso frequentato [questo luogo con i suoi Apostoli]. Padre mio, se le vuoi, allontana da me questo calice".

Nel 1655 delle alluvioni obbligarono i francescani a chiudere l'ingresso bizantino con un muretto di pietra e ad aprirne uno nuovo all'estremità di uno stretto andito praticato tra due muri di sostegno. Il nuovo ingresso prendeva la parte occidentale dell'apertura originaria. Una volta artificiale lo collegava con la grotta, nella quale si scendeva per una scala di circa 10 gradini.

Questo terzo ingresso fu un pó restaurato nel 1938 e nel 1956. I lavori del 1956 hanno messo in risalto una grande parte dell'ingresso primitivo, e l'ingresso bizantino, così come è stato ritrovato al di sopra dell'antica cisterna, a destra dell'entrata attuale. I restauri hanno parimenti preservato frammenti di mosaico bizantino.

Una pietra della facciata reca i brani del Vangelo relativi alla grotta, mentre la parola "Getsemani", incisa sul lintello, ricorda il nome primitivo del luogo.

I restauri del 1956-1957 hanno per caso liberato, a est-sud-est del presbyterium, una piccola grotta naturale, chiusa da un muro, ingombra di uno strato alto un metro di terra alluvionale. L'intonaco delle pareti non reca alcuna traccia di graffiti, né di decorazioni. Questa grotta, nella quale non si sono reperiti neanche resti minimi di pavimento, fu probabilmente chiusa dopo le alluvioni che avevano resi necessari i lavori del 1655.

© franciscan cyberspot - text written by Albert Storme