DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Il Papa: La missione della Chiesa perennemente assistita dal Paraclito è portare a tutti il lieto annuncio la gioiosa realtà dell'Amore misericordioso


Benedetto XVI: la domenica della Misericordia di Dio


Recita il "Regina Caeli" con fedeli e pellegrini


CASTEL GANDOLFO, domenica, 11 aprile 2010 (ZENIT.org).- Riportiamo le parole pronunciate questa domenica da Benedetto XVI durante la recita del Regina Caeli insieme ai pellegrini riuniti nel cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo e, via televisione, ai presenti in Piazza San Pietro in Vaticano.

* * *



Cari fratelli e sorelle!

L'odierna domenica conclude l'Ottava di Pasqua, come un unico giorno "fatto dal Signore", contrassegnato con il distintivo della Risurrezione e della gioia dei discepoli nel vedere Gesù. Fin dall'antichità questa domenica è detta "in albis", dal nome latino "alba", dato alla veste bianca che i neofiti indossavano nel Battesimo la notte di Pasqua e deponevano dopo otto giorni. Il Venerabile Giovanni Paolo II ha intitolato questa stessa domenica alla Divina Misericordia, in occasione della canonizzazione di Suor Maria Faustina Kowalska, il 30 aprile del 2000.

Di misericordia e di bontà divina è ricca la pagina del Vangelo di san Giovanni (20,19-31) di questa Domenica. Vi si narra che Gesù, dopo la Risurrezione, visitò i suoi discepoli, varcando le porte chiuse del Cenacolo. Sant'Agostino spiega che "le porte chiuse non hanno impedito l'entrata di quel corpo in cui abitava la divinità. Colui che nascendo aveva lasciata intatta la verginità della madre poté entrare nel cenacolo a porte chiuse" (In Ioh. 121,4: CCL 36/7, 667); e san Gregorio Magno aggiunge che il nostro Redentore si è presentato, dopo la sua Risurrezione, con un corpo di natura incorruttibile e palpabile, ma in uno stato di gloria (cfr Hom. in Evag., 21,1: CCL 141, 219). Gesù mostra i segni della passione, fino a concedere all'incredulo Tommaso di toccarli. Come è possibile, però, che un discepolo possa dubitare? In realtà, la condiscendenza divina ci permette di trarre profitto anche dall'incredulità di Tommaso oltre che dai discepoli credenti. Infatti, toccando le ferite del Signore, il discepolo esitante guarisce non solo la propria, ma anche la nostra diffidenza.

La visita del Risorto non si limita allo spazio del Cenacolo, ma va oltre, affinché tutti possano ricevere il dono della pace e della vita con il "Soffio creatore". Infatti, per due volte Gesù disse ai discepoli: "Pace a voi!", e aggiunse: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". Detto questo, soffiò su di loro, dicendo: "Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati". È questa la missione della Chiesa perennemente assistita dal Paraclito: portare a tutti il lieto annuncio, la gioiosa realtà dell'Amore misericordioso di Dio, "perché - come dice san Giovanni - crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome" (20,31).

Alla luce di questa parola, incoraggio, in particolare, tutti i Pastori a seguire l'esempio del santo Curato d'Ars, che, "nel suo tempo, ha saputo trasformare il cuore e la vita di tante persone, perché è riuscito a far loro percepire l'amore misericordioso del Signore. Urge anche nel nostro tempo un simile annuncio e una simile testimonianza della verità dell'Amore" (Lettera di indizione dell'Anno Sacerdotale). In questo modo renderemo sempre più familiare e vicino Colui che i nostri occhi non hanno visto, ma della cui infinita Misericordia abbiamo assoluta certezza. Alla Vergine Maria, Regina degli Apostoli, chiediamo di sostenere la missione della Chiesa, e La invochiamo esultanti di gioia: Regina Caeli...

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Come tutti sappiamo, ieri si è verificato il tragico incidente aereo a Smolensk in cui sono periti il Presidente della Polonia, Signor Lech Kaczynski, la moglie, diverse alte Autorità dello Stato polacco e tutto il seguito, compreso l'Arcivescovo Ordinario Militare. Nell'esprimere il mio profondo cordoglio, assicuro di cuore la preghiera di suffragio per le vittime e di sostegno per l'amata Nazione polacca.

Ieri ha avuto inizio a Torino la solenne ostensione della sacra Sindone. Anch'io, a Dio piacendo, mi recherò a venerarla il prossimo 2 maggio. Mi rallegro per questo evento, che ancora una volta sta suscitando un vasto movimento di pellegrini, ma anche studi, riflessioni e soprattutto uno straordinario richiamo verso il mistero della sofferenza di Cristo. Auspico che questo atto di venerazione aiuti tutti a cercare il Volto di Dio, che fu l'intima aspirazione degli Apostoli, come anche la nostra.

Rivolgo uno speciale saluto ai pellegrini convenuti a Roma in occasione dell'odierna Domenica della Divina Misericordia. Benedico tutti di cuore, in particolare gli animatori del Centro di Spiritualità di Santo Spirito in Sassia: che l'immagine di Gesù Misericordioso, cari amici, risplenda in voi, nella vostra vita!

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, presenti sia qui, sia in Piazza San Pietro: i numerosi giovani dell'UNITALSI, che incoraggio nella loro opera di volontariato; l'Unione dell'Apostolato Cattolico, fondata da un grande prete romano, san Vincenzo Pallotti; il Movimento dell'Amore Familiare, i cui membri questa notte hanno vegliato in preghiera per il Papa e per la Chiesa - grazie! -; le Misericordie d'Italia, che traducono la misericordia evangelica in servizio sociale; e infine i cresimandi di Statte e i fedeli di Pordenone. A tutti, e in modo particolare agli abitanti di Castel Gandolfo, auguro una buona domenica.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]


Inno del tempo di Pasqua: Ad coenam Agni providi

Il coro femminile della Schola Gregoriana Mediolanensis ci propone l'inno che accompagna la liturgia vespertina della Chiesa per tutto il tempo pasquale. Il testo è attribuito al vescovo, missionario e poeta san Niceta di Remesiana (inizio V secolo), lodato come innografo nientemeno che da san Paolino da Nola (che gli dedica i suoi carmi 17 e 27, e da san Girolamo). Promosse l'uso della lingua latina nel canto liturgico (e mi pare sia molto attuale per questo...). Con tutta probabilità è anche il vero autore del Te Deum. La presente versione dell'inno dei vespri di Pasqua è quella post-conciliare restaurata con le parole più antiche, reperibile nel Liber Hymnarius di Solesmes. Le parole sono abbastanza diverse da quelle che si possono trovare nel Breviarium Romanum o nel Liber Usualis, mentre la melodia è la medesima.


Lo spartito in notazione quadrata (e la traduzione) di questo e di tanti altri canti gregoriani del tempo pasquale, può essere reperito in un utilissimo fascicolo PDF offerto sempre dalla solerzia divulgativa della Schola del Maestro Vianini: http://www.cantoambrosiano.com/Dominica_resurrectionis2.pdf

© Copyright http://antoniodipadova.blogspot.com/

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)


Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


IL COMMENTO


Una fede oltre la carne. Come quella di San Pietro, come quella imparata da San Paolo. E' questa la parola del vangelo di oggi. Gesù oltrepassa la porta sprangata delle paure e dei dubbi, il velo ostinato che copre occhi e mente e cuore ed impedisce di riconoscere, oltre le apparenze, nelle pieghe della carne e della storia, la presenza certa e amorevole del Signore.
Dio è. Dio è oltre la morte, oltre il peccato, oltre la contingenza che ci atterrisce.
Occorre un supplemento d'anima, uno sguardo diverso, una testimonianza piantata nel cuore. Occorre una rivelazione celeste, lo Spirito Santo. Ecco quel che è mancato a Tommaso, ciò di cui, la sua povera carne piena di esigenza, aveva bisogno. Come noi oggi. La fede.
Ma la fede si impara, come ribadisce il Papa. Per questo Gesù non rimprovera Tommaso, ma lo invita a porsi in cammino, a diventare un "credente", ad imparare la fede, quella che oltrepassa la carne.
I segni che Gesù stesso ha mostrato agli altri apostoli una settimana prima, i sacramenti della sua risurrezione, sono ora davanti a Tommaso. Ma, soli, non bastano. E' necessario, come lo è stato per i suoi fratelli, ricevere lo Spirito Santo, la Rivelazione del Padre che ha fatto beato Pietro, quel supplemento d'anima che libera lo sguardo oltre le ferite nella carne e induce ad oltrepassare le porte della sola ragione, della propria carne esigente di prove e conferme.
E' l'amore di Dio, l'amore di Cristo sigillato dallo Spirito Santo, lo stesso che ha fatto conoscere a San Paolo Cristo non più secondo la carne, e lo ha colmato della speranza che non delude.
E' lo Spirito Santo che, nel cammino della storia, condurrà san Tommaso, e ciascuno di noi, a riconoscere il nostro Signore e il nostro Dio, nelle nostre stesse piaghe, nelle ferite della nostra vita. La Croce gloriosa, la vita oltre la morte.
E' questo il senso più profondo del Vangelo di oggi, della stessa figura di Tommaso, un gemello nel cui cuore risuona sempre l'eco della presenza del proprio fratello. Gemello di Cristo, come ciascuno di noi. Per questo le sue ferite sono le nostre, e la fede non si ferma ad un evento registrato dai sensi, ma va al di là, alla presenza misteriosa eppure concreta e reale, della sua vittoria, della sua vita dentro la nostra vita.
Credente, ovvero in cammino nella notte oscura dei santi, senza consolazioni, senza prove carnali, con la sola certezza sigillata istante dopo istante, quella della fede, di un amore che mai ci abbandona, mai.


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Seconda Domenica di Pasqua. Sotto lo sguardo della Divina Misericordia
Domenica della Divina Misericordia. Diario di suor Faustina Kowalska e altro materiale on-line


CONCORDANZE

Concordanze di Gv. 20, 19-31


CATECHISMO

Catechismo della Chiesa Cattolica sulla Resurrezione di Cristo



COMMENTI



RATZINGER - BENEDETTO XVI. San Tommaso
TOMMASO FEDERICI COMMENTO AL VANGELO DELLA II DOMENICA DI PASQUA ANNO C
S. Fausti. Commento esegetico al Vangelo della II domenica di Pasqua, Anno C
RATZINGER - BENEDETTO XVI. Domenica in Albis: Gesù è un Dio ferito dall’amore verso di noi

RATZINGER - BENEDETTO XVI. Domenica in Albis: la pace del Cielo

Il Papa al Regina Caeli: Cristo risorto ci dona la pace, frutto del suo amore
Omelie di Giovanni Paolo II, nelle Domeniche in Albis

Ravasi. Tommaso: l'incredulo che diventò credente
Madre Teresa di Calcutta. EDUCARCI ALLA FEDE
Card. Caffarra. Omelia su San Tommaso
Carlo Maria Martini, Partenza da Emmaus
Ignace de la Potterie. “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto”



ESEGESI E SCRUTATIO DEL VANGELO


S. Fausti. Commento esegetico al Vangelo della II domenica di Pasqua, Anno C
IGNACE DE LA POTTERIE Gesù e Tommaso
Ignace de la Potterie. Gesù disse a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto”.
Vangelo della II domenica di Pasqua anno A. Piste esegetiche
LE APPARIZIONI «UFFICIALI» DEL RISORTO AL GRUPPO APOSTOLICO (GV 20,19-31)



COMMENTI PATRISTICI

Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo
Dai Discorsi di san Pietro Crisologo
Basilio di Seleucia. Sii credente, e sii mio apostolo
Dal trattato "Sulla Trinità" di sant'Ilario di Poitiers
Da "La vita in Cristo" di Nicola Cabàsilas
II Domenica di Pasqua (o in Albis). Dai «Discorsi» di sant'Agostino




ARTE E LITURGIA

La risurrezione secondo Caravaggio
Leggere un quadro stupendo: l' INCREDULITA' DI TOMMASO DI CARAVAGGIO
Stupende immagini del dubbio di San Tommaso nell'arte



DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA


Seconda Domenica di Pasqua. Sotto lo sguardo della Divina Misericordia
Domenica della Divina Misericordia. Diario di suor Faustina Kowalska e altro materiale on-line



TEOLOGIA

J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione

Paul O’Callaghan. Resurrezione. Teologia



MISTERO PASQUALE



Giovanni Paolo II:L’amore misericordioso di Dio si rivela pienamente e definitivamente nel Mistero pasquale.

Paolo VI. Il Mistero Pasquale
H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione
J Jeremias La Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
La pasqua dei primi secoli
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Ignace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni
La Pasqua dell''ebreo Gesù
I giorni della Pasqua
J Jeremias La Pasqua
Ratzinger - Benedetto XVI. Meditazione sulla La Pasqua
Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
LA TOMBA VUOTA E LA SINDONE DI TORINO
Presenza di Maria nel mistero pasquale
tomba vuota e panni sepolcrali
Padre Raniero Cantalamessa. La storicità della risurrezione di Cristo
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Marc Chagall. Il mistero della Pasqua
A. Socci. Ipotesi su Gesù e la sua resurrezione.
Don Giussani: Cristo contro il nulla
Paul O’Callaghan. Resurrezione. Teologia
LE APPARIZIONI «UFFICIALI» DEL RISORTO AL GRUPPO APOSTOLICO (GV 20,19-31)



Giovedì in Albis


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Non abbiate paura, sono proprio io. Vi ho chiamati per mezzo della grazia, vi ho scelti nel mio perdono, vi ho sostenuti con la mia compassione, vi ho portati nel mio amore, e vi accolgo oggi, a motivo della mia sola bontà.

San Pietro Crisologo Discorsi, 81



Dal Vangelo secondo Luca 24,35-48.

Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni.



IL COMMENTO


Accade l'impossibile. La Pasqua è questo accadere dell'impossibile nelle nostre giornate. E l'impossibile è la pace. Ciò che il cuore nostro anela e desidera più d'ogni altra cosa, la pace che sorpassa ogni intelligenza, come qualcosa che non scivoli via, più forte di gioia e dolore. "Pace a voi!", oggi. Shalom, il modo attraverso il quale la risurrezione di Gesù giunge a ciascuno di noi. Shalom, le prime parole di Gesù risuscitato, l'incipit della nuova creazione. Non siamo nel regno dell'utopia, popolato e agitato da sogni e chimere, ideali e fantasmi. Il combattimento dei discepoli scatenatosi all'apparire di Gesù è quello che sconvolge i nostri cuori ogni giorno. La stessa parola "dubbi" traduce in italiano l'originale greco che è letteralmente "pensieri", quelli che ci circondano e ci assalgono di continuo. La pace contro i pensieri, la pace del Signore, non quella del mondo, a frantumare la ragnatela di pensieri che ci ingabbia la vita, e ce la rende triste, grigia, con quel solito retrogusto di insoddisfazione e di effimero che smorza anche gli eventi più gioiosi. I pensieri sono i veri dominatori di questo mondo, le traspirazioni della carne, vestigia di tutto quello che è destinato a corrompersi. La pace, shalom, secondo la Scrittura, è il dono del Messia, di Gesù, ed è la primizia del Regno eterno, il respiro della vita immortale; la pace dolce succosa come il grappolo d'uva che Cristo ci porta quale segno della Terra promessa, la vera, l'eterna, che ha esplorato per noi entarndovi con la nostra stessa carne, dove ci ha preparato un posto tutto per noi; la pace di Gesù è tutt'altro che un pensiero. "Penso dunque sono" è l'approdo moderno del cammino all'emancipazione inauguratosi nel giardino dell'Eden davanti all'albero del bene e del male. Pensare non significa essere, ma, semplicemente, scivolare sull'essere, illudendosi di afferrare tutto attraverso il ragionamento, la libertà incatenata del distinguere, comprendere, realizzare, con l'effetto certo d'una sofferenza senza limite, recata dai pensieri raggomitolati sull'io, per quanto intelligente e capace esso sia. La pace messianica è, al contrario, semplicità, ordine e sobrietà, pienezza di vita, salute integrale dell'uomo, realizzazione completa d'ogni aspirazione più profonda. La pace è la stessa vita di Dio tradotta nel concreto dipanarsi del tempo. La pace di Gesù è un frammento di cielo, il lievito eterno che informa di sé ogni grumo di vita. La pace è il gusto dell'eternità in ogni nostro istante. La pace sbriciola le costruzioni del pensiero umano, le torri di Babele dell'arroganza, i monumenti all'orgoglio nei quali ci cimentiamo ogni giorno. La pace è la pietra scartata da noi costruttori di effimere cattedrali al nostro ego. Fermiamo un pensiero, anche quello che ci passa ora per la testa. Analizziamolo con freddezza e onestà: è pieno di orgoglio, nascosto, camuffato, travestito, ma pur sempre orgoglio. La pace dunque è un miracolo perchè consiste, per grazia, nel lasciare ogni pensiero nella mente di Dio, arrendersi e pensare solo con il pensiero di Cristo. La Croce. Non v'è altro pensiero in Gesù, ogni istante, ogni situazione, ogni relazione, ogni persona, tutto è visto, letto, tradotto con la grammatica della croce. Le mani e i piedi crocifissi, le membra del Signore passate nel crogiuolo della morte e trasfigurate nella luce della risurrezione. La croce è la porta della pace. Gesù giunge a porte chiuse proprio perchè la Croce ha scardinato il muro della morte, e nessun altro impedimento ormai lo può distogliere dai suoi fratelli. La pace oltrepassa i muri, ed è vera, reale, concreta, come mangiare un po' di pesce arrostito. La pace che cerchiamo in tutto ci è donata oggi. L'imposibile avviene, e ci apre la mente alle Scritture, al disegno di Dio su ciascuno di noi e su ogni uomo, la salvezza impressa nelle stigmate di Gesù. E' Lui la nostra pace, il perdono di ogni peccato, la fine definitiva d'ogni male, la malizia strappata dai cuori, un nuovo sguardo, puro, sul mondo. Lo sguardo di Gesù dentro i nostri occhi, il più bello, il più autentico annuncio del Vangelo destinato, nel Suo Nome, a tutte le genti. I nostri occhi testimoni della pace incarnata nel Signore risorto. La pace in Lui, in noi, per ogni uomo.


San Pietro Crisologo (circa 406-450), vescovo di Ravenna, dottore della Chiesa
Discorsi, 81 ; PL 52, 427

« Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse : ‘ Pace a voi ’ »

La Giudea nella ribellione aveva scacciato la pace via dalla terra... e gettato l’universo nel caos originale... Persino fra i discepoli, la guerra infieriva; la fede e il dubbio si davano assalti furiosi... I loro cuori, nei quali infuriava la tempesta, non potevano trovare nessun rifugio, nessun porto tranquillo.

A questa vista, Cristo che scruta i cuori, che comanda ai venti, che doma le tempeste, e con un solo segno muta il temporale in un cielo sereno, li ha stabiliti della sua pace dicendo: “Pace a voi! Sono io; non temete nulla. Sono io, il crocifisso, colui che era morto, che era sepolto. Sono io, il vostro Dio divenuto uomo per voi. Sono io. Non uno spirito rivestito di un corpo, bensì la verità stessa fatta uomo. Sono io, che la morte ha fuggito, che gli inferi hanno temuto. Nel suo spavento, l’inferno mi ha proclamato Dio. Non avere paura, Pietro, che mi hai rinnegato, né tu, Giovanni, che ti sei dato alla fuga, né voi tutti che mi avete abbandonato, che non avete pensato ad altro che a tradirmi, che non credete ancora in me, neppure ora che mi vedete. Non abbiate paura, sono proprio io. Vi ho chiamati per mezzo della grazia, vi ho scelti nel mio perdono, vi ho sostenuti con la mia compassione, vi ho portati nel mio amore, e vi accolgo oggi, a motivo della mia sola bontà.

Il Papa: Tutta la nostra fede si fonda sulla trasmissione costante e fedele della buona notizia, preciso, impegnativo, esaltante mandato del Signore


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La buona notizia della Pasqua, dunque, richiede l’opera di testimoni entusiasti e coraggiosi. Ogni discepolo di Cristo, anche ciascuno di noi, è chiamato ad essere testimone. È questo il preciso, impegnativo ed esaltante mandato del Signore risorto. La "notizia" della vita nuova in Cristo deve risplendere nella vita del cristiano, deve essere viva e operante - in chi la reca, realmente capace di cambiare il cuore, l’intera esistenza. Essa è viva innanzitutto perché Cristo stesso ne è l’anima vivente e vivificante. Ce lo ricorda san Marco alla fine del suo Vangelo, dove scrive che gli Apostoli «partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano» (Mc 16,20).

La vicenda degli Apostoli è anche la nostra e quella di ogni credente, di ogni discepolo che si fa "annunciatore". Anche noi, infatti, siamo certi che il Signore, oggi come ieri, opera insieme ai suoi testimoni.
La celebrazione del Mistero pasquale, la contemplazione gioiosa della Risurrezione di Cristo, che vince il peccato e la morte con la forza dell’Amore di Dio è occasione propizia per riscoprire e professare con più convinzione la nostra fiducia nel Signore risorto, il quale accompagna i testimoni della sua parola operando prodigi insieme con loro. Saremo davvero e fino in fondo testimoni di Gesù risorto quando lasceremo trasparire in noi il prodigio del suo amore; quando nelle nostre parole e, più ancora, nei nostri gesti, in piena coerenza con il Vangelo, si potrà riconoscere la voce e la mano di Gesù stesso.

Dappertutto, dunque, il Signore ci manda come suoi testimoni. Ma possiamo essere tali solo a partire e in riferimento continuo all’esperienza pasquale, quella che Maria di Magdala esprime annunciando agli altri discepoli: «Ho visto il Signore» (Gv 20,18). In questo incontro personale con il Risorto stanno il fondamento incrollabile e il contenuto centrale della nostra fede, la sorgente fresca e inesauribile della nostra speranza, il dinamismo ardente della nostra carità. Così la nostra stessa vita cristiana coinciderà appieno con l’annuncio: «Cristo Signore è veramente risorto». Lasciamoci, perciò conquistare dal fascino della Risurrezione di Cristo.




7 Aprile 2010 UDIENZA DEL MERCOLEDI'



Cari fratelli e sorelle!

La consueta udienza generale del mercoledì è oggi inondata dalla gioia luminosa della Pasqua. In questi giorni, infatti, la Chiesa celebra il mistero della Risurrezione e sperimenta la grande gioia che le deriva dalla buona notizia del trionfo di Cristo sul male e sulla morte. Una gioia che si prolunga non soltanto nell’Ottava di Pasqua, ma si estende per cinquanta giorni fino alla Pentecoste. Dopo il pianto e lo sgomento del Venerdì Santo, e dopo il silenzio carico di attesa del Sabato Santo, ecco l’annuncio stupendo: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!» (Lc 24,34). Questa, in tutta la storia del mondo, è la "buona notizia" per eccellenza, è il "Vangelo" annunciato e tramandato nei secoli, di generazione in generazione.

La Pasqua di Cristo è l’atto supremo e insuperabile della potenza di Dio. È un evento assolutamente straordinario, il frutto più bello e maturo del "mistero di Dio". È così straordinario, da risultare inenarrabile in quelle sue dimensioni che sfuggono alla nostra umana capacità di conoscenza e di indagine. E, tuttavia, esso è anche un fatto "storico", reale, testimoniato e documentato. È l’avvenimento che fonda tutta la nostra fede. È il contenuto centrale nel quale crediamo e il motivo principale per cui crediamo.

Il Nuovo Testamento non descrive la Risurrezione di Gesù nel suo attuarsi. Riferisce soltanto le testimonianze di coloro che Gesù in persona ha incontrato dopo essere risuscitato. I tre Vangeli sinottici ci raccontano che quell’annuncio – «È risorto!» – viene proclamato inizialmente da alcuni angeli. È, pertanto, un annuncio che ha origine in Dio; ma Dio lo affida subito ai suoi "messaggeri", perché lo trasmettano a tutti. E così sono questi stessi angeli che invitano le donne, recatesi di buon mattino al sepolcro, ad andare con prontezza a dire ai discepoli: «È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mt 28,7). In questo modo, mediante le donne del Vangelo, quel mandato divino raggiunge tutti e ciascuno perché, a loro volta, trasmettano ad altri, con fedeltà e con coraggio, questa stessa notizia: una notizia bella, lieta e portatrice di gioia.

Sì, cari amici, tutta la nostra fede si fonda sulla trasmissione costante e fedele di questa "buona notizia". E noi, oggi, vogliamo dire a Dio la nostra profonda gratitudine per le innumerevoli schiere di credenti in Cristo che ci hanno preceduto nei secoli, perché non sono mai venute meno al loro fondamentale mandato di annunciare il Vangelo che avevano ricevuto.

La buona notizia della Pasqua, dunque, richiede l’opera di testimoni entusiasti e coraggiosi. Ogni discepolo di Cristo, anche ciascuno di noi, è chiamato ad essere testimone. È questo il preciso, impegnativo ed esaltante mandato del Signore risorto. La "notizia" della vita nuova in Cristo deve risplendere nella vita del cristiano, deve essere viva e operante - in chi la reca, realmente capace di cambiare il cuore, l’intera esistenza. Essa è viva innanzitutto perché Cristo stesso ne è l’anima vivente e vivificante. Ce lo ricorda san Marco alla fine del suo Vangelo, dove scrive che gli Apostoli «partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano» (Mc 16,20).

La vicenda degli Apostoli è anche la nostra e quella di ogni credente, di ogni discepolo che si fa "annunciatore". Anche noi, infatti, siamo certi che il Signore, oggi come ieri, opera insieme ai suoi testimoni. È questo un fatto che possiamo riconoscere ogni qualvolta vediamo spuntare i germi di una pace vera e duratura, là dove l’impegno e l’esempio di cristiani e di uomini di buona volontà è animato da rispetto per la giustizia, da dialogo paziente, da convinta stima verso gli altri, da disinteresse, da sacrificio personale e comunitario. Vediamo purtroppo nel mondo anche tanta sofferenza, tanta violenza, tante incomprensioni. La celebrazione del Mistero pasquale, la contemplazione gioiosa della Risurrezione di Cristo, che vince il peccato e la morte con la forza dell’Amore di Dio è occasione propizia per riscoprire e professare con più convinzione la nostra fiducia nel Signore risorto, il quale accompagna i testimoni della sua parola operando prodigi insieme con loro. Saremo davvero e fino in fondo testimoni di Gesù risorto quando lasceremo trasparire in noi il prodigio del suo amore; quando nelle nostre parole e, più ancora, nei nostri gesti, in piena coerenza con il Vangelo, si potrà riconoscere la voce e la mano di Gesù stesso.

Dappertutto, dunque, il Signore ci manda come suoi testimoni. Ma possiamo essere tali solo a partire e in riferimento continuo all’esperienza pasquale, quella che Maria di Magdala esprime annunciando agli altri discepoli: «Ho visto il Signore» (Gv 20,18). In questo incontro personale con il Risorto stanno il fondamento incrollabile e il contenuto centrale della nostra fede, la sorgente fresca e inesauribile della nostra speranza, il dinamismo ardente della nostra carità. Così la nostra stessa vita cristiana coinciderà appieno con l’annuncio: «Cristo Signore è veramente risorto». Lasciamoci, perciò conquistare dal fascino della Risurrezione di Cristo. La Vergine Maria ci sostenga con la sua protezione e ci aiuti a gustare pienamente la gioia pasquale, perché sappiamo portarla a nostra volta a tutti i nostri fratelli. Ancora una volta, Buona Pasqua a tutti!

Approfondimenti pasquali: il rito del "Resurrexit"

La Messa pasquale del Papa è preceduta dal rito del "Resurrexit", antica venerazione dell'icona del Salvatore risorto, ripresa dall'anno 2000 dopo secoli di oblio. L'icona usata oggi è una copia di quella antica e più volte restaurata, custodita nel Sancta Sanctorum della chiesa romana.



Eccone la descrizione che riportiamo dall’Ordo Romanus XII:
“Il mattino di Pasqua, dopo Prima, il Pontefice Romano, rivestito di piviale bianco, con i diaconi Cardinali che indossano le dalmatiche e le mitre, i suddiaconi in tunicella e gli altri ordini inferiori di chierici e i suoi cappellani, va alla cappella di San Lorenzo (...) Qui fatta orazione, (il Papa) riveste i paramenti sino alla dalmatica, quindi si reca ad adorare il Salvatore. Apre l’immagine, bacia i piedi del Salvatore dicendo tre volte: Surrexit Dominus de sepulchro, a cui tutti rispondono: Qui pro nobis pependit in ligno. Alleluia. Baciato il Salvatore, si reca al trono e dà la pace all’arcidiacono, il quale dopo di lui ha baciato il piede dell’immagine, dicendogli: Surrexit Dominus vere; questi risponde: Et apparuit Simoni. Il secondo diacono, baciati i piedi del Salvatore, si accosta a ricevere la pace dal Sommo Pontefice e dall’arcidiacono e si pone in fila. Gli altri Cardinali fanno egualmente (...) In tanto la schola canta: Crucifixum in carne e Ego sum alpha et omega. Terminata la pace il Pontefice indossa la pianeta bianca, il pallio e la mitra solenne”[6] e in processione si va a Santa Maria Maggiore per la Messa pontificale.
Col trasporto della sede in Avignone, la funzione del Resurrexit dinanzi all’Acheropita decadde e quando i Papi tornarono a Roma, la stazione di Pasqua venne trasferita nella basilica di San Pietro. Sarà nella Domenica di Pasqua dell’anno 2000 quando il Resurrexit, l’antico rito della testimonianza di fede del Papa di fronte all’icona del Salvatore, sarà ripreso di nuovo.

Ulteriori approfondimenti, con tutta la storia di questo antico rito, si trovano a questa pagina del sito vaticano da cui è tratta la citazione precedente.


L'icona originale conservata nel Sancta Sanctorum



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Surrexit Dominus vere et apparuit Simoni.
Il rito del Resurrexit nella domenica di Pasqua

A Roma, nel Medio Evo la Messa pasquale aveva un solenne preludio nella storica cappella di S. Lorenzo al Laterano (oggi Santuario della Scala Santa). L’Oratorio chiamato ancora oggi comunemente Sancta Sanctorum, era considerato uno dei luoghi più sacri della città di Roma. In esso con la preziosa reliquia della Croce, si custodiva l’immagine Acheropita del Salvatore.

L’immagine era chiamata acheropita perché creduta non dipinta di mano d’uomo (è una parola di origine greca: da "(a-)" privativo, "χείρ (chèir)" (mano) e "ποιείν (poièin)" (fare) il cui significato è "non fatto da mano umana"). L’origine di questa immagine è sconosciuta ma probabilmente fu portata a Roma dall’Oriente. La prima menzione si trova nel Liber Pontificalis nella biografia di Stefano II (752-757)[1]. Riproduce l’immagine completa del Salvatore, in grandezza quasi naturale, seduto in trono, dipinta su tela applicata sopra una tavola di legno delle dimensioni di m. 1,50 x 0,70 circa.

L’icona è stata restaurata diverse volte. Innocenzo III (1198-1216) fece coprire con un rivestimento d’argento tutta la figura ad eccezione del volto. Inoltre, più tardi, fu aperta una porticina all’altezza dei piedi, la quale permetteva di fare la lavanda rituale e l’unzione dei medesimi in talune circostanze (come nella processione del giorno dell’Assunta) e di baciarli quando il Papa si recava a venerare l’immagine.

Nel secolo XII, secondo un’antica tradizione, che già S. Girolamo faceva risalire ai primi secoli cristiani, l’annuncio della Risurrezione veniva dato dal Papa, prima di recarsi a cantare la Messa solenne a Santa Maria Maggiore, la basilica stazionale di Pasqua. Lo attestano il Liber Politicus[2] (anche Ordo Romanus XI)[3], cerimoniale scritto nel 1143-1144, e il Liber Censuum Romanae Ecclesiae[4] (anche Ordo Romanus XII)[5], redatto intorno al 1192 da Cencio Camerario, il futuro Papa Onorio III. Eccone la descrizione che riportiamo dall’Ordo Romanus XII seguendo la traduzione di Schuster:

“Il mattino di Pasqua, dopo Prima, il Pontefice Romano, rivestito di piviale bianco, con i diaconi Cardinali che indossano le dalmatiche e le mitre, i suddiaconi in tunicella e gli altri ordini inferiori di chierici e i suoi cappellani, va alla cappella di San Lorenzo (...) Qui fatta orazione, (il Papa) riveste i paramenti sino alla dalmatica, quindi si reca ad adorare il Salvatore. Apre l’immagine, bacia i piedi del Salvatore dicendo tre volte: Surrexit Dominus de sepulchro, a cui tutti rispondono: Qui pro nobis pependit in ligno. Alleluia. Baciato il Salvatore, si reca al trono e dà la pace all’arcidiacono, il quale dopo di lui ha baciato il piede dell’immagine, dicendogli: Surrexit Dominus vere; questi risponde: Et apparuit Simoni. Il secondo diacono, baciati i piedi del Salvatore, si accosta a ricevere la pace dal Sommo Pontefice e dall’arcidiacono e si pone in fila. Gli altri Cardinali fanno egualmente (...) In tanto la schola canta: Crucifixum in carne e Ego sum alpha et omega. Terminata la pace il Pontefice indossa la pianeta bianca, il pallio e la mitra solenne”[6] e in processione si va a Santa Maria Maggiore per la Messa pontificale.

Col trasporto della sede in Avignone, la funzione del Resurrexit dinanzi all’Acheropita decadde e quando i Papi tornarono a Roma, la stazione di Pasqua venne trasferita nella basilica di San Pietro. Sarà nella Domenica di Pasqua dell’anno 2000 quando il Resurrexit, l’antico rito della testimonianza di fede del Papa di fronte all’icona del Salvatore, sarà ripreso di nuovo[7].

Nel svolgimento di questo momento di preghiera, espressione di fede nella risurrezione, troviamo almeno tre elementi molto antichi, di cui il terzo non è stato ripreso nell 2000: l’annunzio della risurrezione, la venerazione dell’icona e il bacio di pace.

Il primo elemento, l’annunzio festoso della risurrezione Christus Dominus resurrexit! che a Gerusalemme, come sappiamo dal suo Typicon, già nel IV sec. era dato nell’Anastasis dal Patriarca il mattino di Pasqua[8], si constata comune, sebbene con forme diverse, in tutte le Comunità occidentali[9]. E così si fa tuttora nel rito bizantino[10].

Questo gioioso annunzio trova il loro autentico significato nel testo del Vangelo di Luca che descrive lo stupore di Pietro nel vedere il sepolcro vuoto e l’attestazione degli Undici che il Signore era davvero risorto ed era apparso a Simone (Lc 24, 12.34; cf. Gv 20, 3-10). L’apparizione del Risorto a Pietro e agli altri testimoni è il fondamento teologico della fede pasquale. Così lo ricorda il Catechismo: “Le donne furono così le prime messaggere della risurrezione di Cristo per gli stessi Apostoli. A loro Gesù appare in seguito: prima a Pietro, poi ai Dodici. Pietro chiamato a confermare la fede dei suoi fratelli, vede dunque il Risorto prima di loro ed è nella sua testimonianza che la comunità esclama: ‘Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone’ (Lc 24,34)”[11].

Il Papa, Vescovo di Roma e successore di san Pietro, incontra il Signore risorto nell’icona del Santissimo Salvatore e con la semplicità e la spontaneità della Sacra Scrittura grida, Surrexit Dominus de sepulchro. Nel giorno di Pasqua, il Romano Pontefice diventa, il primo testimone davanti a tutta la Chiesa, della risurrezione del Signore.

Il secondo elemento, la venerazione dell’icona risulta parimenti antico. In realtà non possiamo dimenticare che un’espressione di grande importanza nell’ambito della pietà popolare è l’uso di immagini sacre che, secondo i canoni della cultura e la molteplicità delle arti, aiutano i fedeli a porsi davanti ai misteri della fede cristiana. La venerazione per le immagini sacre appartiene, infatti, alla natura della pietà cattolica.

Ambedue gli elementi, l’annunzio della risurrezione e la venerazione dell’icona, caratteristici di questa sosta di preghiera adorante e di fede, che il Romano Pontefice fa nella mattina di Pasqua, ci collegano al linguaggio della pietà popolare. “Il linguaggio verbale e gestuale della pietà popolare, pur conservando la semplicità e la spontaneità d’espressione, deve sempre risultare curato, in modo da far trasparire in ogni caso, insieme alla verità di fede, la grandezza dei misteri cristiani (...) Una grande varietà e ricchezza di espressioni corporee, gestuali e simboliche caratterizza la pietà popolare. Si pensi esemplarmente all’uso di baciare o toccare con la mano le immagini, i luoghi, le reliquie e gli oggetti sacri. Simili espressioni, che si tramandano da secoli di padre in figlio, sono modi diretti e semplici di manifestare esternamente il sentire del cuore e l’impegno di vivere cristianamente”[12].

Così la religiosità, come la pietà popolare, “costituisce un’espressione della fede che si avvale di elementi culturali di un determinato ambiente, interpretando ed interpellando la sensibilità dei partecipanti in modo vivace ed efficace. La religiosità popolare (...) ha come sorgente la fede e dev’essere, pertanto, apprezzata e favorita. Essa, nelle sue manifestazioni più autentiche, non si contrappone alla centralità della Sacra Liturgia, ma, favorendo la fede del popolo, che la considera una sua connaturale espressione religiosa, predispone alla celebrazione dei sacri misteri”[13]. Nel quadro di queste parole s’inserisce questo particolare annunzio della Risurrezione da parte del successore di Pietro, prima della celebrazione eucaristica.

Il rito del Resurrexit, come atto di fede, di pietà e di devozione del Romano Pontefice davanti all’icona del Santissimo Salvatore, trova il suo spazio al di fuori della celebrazione dell’Eucaristia, sebbene abbia il suo naturale coronamento nella celebrazione liturgica che si svolge subito dopo. Questa sosta di preghiera adorante, e lieto annunzio del Risorto, prepara la celebrazione.

Come ricordava Benedetto XVI, “la fede dei discepoli ha dovuto adeguarsi progressivamente. Essa ci si presenta come un pellegrinaggio che ha il suo momento sorgivo nell’esperienza del Gesù storico, trova il suo fondamento nel mistero pasquale, ma deve poi avanzare ancora grazie all’azione dello Spirito Santo. Tale è stata anche la fede della Chiesa nel corso della storia, tale è pure la fede di noi, cristiani di oggi. Saldamente appoggiata sulla "roccia" di Pietro, è un pellegrinaggio verso la pienezza di quella verità che il Pescatore di Galilea professò con appassionata convinzione: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16)[14]. E possiamo domandarci, com'è arrivato Pietro a questa fede? E che cosa viene chiesto a noi, se vogliamo metterci in maniera sempre più convinta sulle sue orme? La risposta è chiara: “solo l'esperienza del silenzio e della preghiera offre l'orizzonte adeguato in cui può maturare e svilupparsi la conoscenza più vera, aderente e coerente, di quel mistero”[15]. Il rito del Resurrexit ci dispone ad essere testimoni e contemplatori di questo grande mistero: Surrexit Dominus vere et apparuit Simoni. Alleluia, alleluia, alleluia.



[1] Cfr. H. GRISAR, “L'immagine acheropita del Salvatore al Sancta Sanctorum”, La Civiltà Cattolica 58 (1907) 434-435; M. RIGHETTI, Manuale di Storia Liturgica 2. L'anno liturgico, Ed. Ancora, Milano 19693.20052, 281.

[2] Cfr. P. FABRE – L. DUCHESNE, Benedicti beati Petri Canonici Liber Politicus in Le Liber Censuum de l'Eglise romaine II, Parigi 1905/1910, 152.

[3] Cfr. J. MABILLON – M. GERMAIN, Museum Italicum seu collectio veterum scriptorum ex Bibliothecis Italicis II, Lutetiae Parisiorum 1724 (PL 78) 1042.

[4] Cfr. P. FABRE L. DUCHESNE, Gesta Pauperis Scolaris Albini 32, 131 in FABRE - DUCHESNE, Le Liber Censuum de l'Eglise romaine XV, I, Parigi 1905/1910, 297.

[5] Cfr. J. MABILLON – M. GERMAIN, Museum Italicum seu collectio veterum scriptorum ex Bibliothecis Italicis II, Lutetiae Parisiorum 1724 (PL 78) 1077.

[6] I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum I, Ed. Marietti, Casale Monferrato 1963, 379.

[7] Cfr. Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, Magnum Iubilaeum. Trinitati Canticum, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007, 287-292; P. MARINI e altri, La nuova icona acheropita di Cristo Salvatore per la liturgia papale nella domenica di Pasqua, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007.

[8] Cfr. J. SUNTINGER, Mimetisch-anamnetische Elemente in der päpstlichen Ostersonntagsliturgie “Verkündigung der Auferstehung” und “Stationsvesper” AM Lateran, Dissertatio ad Doctoratum Sacrae Liturgiae assequendum in Pontificio Instituto Liturgico, Roma 2002, 115.

[9] Cfr. M. HUGLO, “L'Annuncio Pasquale della Liturgia Ambrosiana”, Ambrosius 33 (1957) 88-91.

[10] Cfr. M. RIGHETTI, Manuale di Storia Liturgica 2. L'anno liturgico, Ed. Ancora, Milano 19693.20052, 282.

[11] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 641.

[12] Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Direttorio su Pietà popolare e Liturgia. Principi e orientamenti, Città del Vaticano 2002, nn. 14-15.

[13] GIOVANNI PAOLO II, Discorso alla Plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 21-IX-2001.

[14] BENEDETTO XVI, Omelia nella solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, 29-VI-2007.

[15] GIOVANNI PAOLO II, Lett. apost. Novo millennio ineunte (6-I-2001) n. 20.


Nella Risurrezione di Gesù. Bellissimo video da Gerusalemme



CHIAMATI A DARE VOCE ALL’INAUDITO CHE IL MONDO NON SA ACCETTARE. MARINA CORRADI

N el Lunedì dell’Angelo, in quell’' ot­tavo giorno' della settimana pa­squale che ci riconsegna alla feriale quo­tidianità, Benedetto XVI ha voluto ricor­darci chi davvero, quest’Angelo, sia. An­gelo, letteralmente ' messaggero', per i primi autori cristiani è Cristo stesso: l’an­nunziatore, colui che doveva portare al mondo ' il disegno del Padre per la re­staurazione dell’uomo'. Annunziatore di quella Resurrezione che ha modificato ­ha detto il Papa il giorno di Pasqua – l’o­rientamento profondo della storia, « sbi­lanciandolo una volta per tutte dalla par­te del bene » . L’Angelo del Lunedì pasquale è dunque il Messaggero, colui che testimonia la vi­ta nuova. Ma poiché noi da Cristo siamo stati mandati, ha aggiunto Benedetto X­VI, siamo anche noi ' angeli', annunzia­tori della Resurrezione. In modo parti­colare, attraverso l’ordinazione, lo sono i sacerdoti. E però tutti i cristiani sono chiamati a essere messaggeri.
Messaggeri di cosa, ci potremmo chie­dere. Nella inflazione nostra quotidiana di parole, magari inerti o ottusi di fronte a questa: ' angeli'. Oppure così avvezzi fin da ragazzi ai riti della Pasqua, da ave­re perduto – pur ' sapendo' tutto – la co­scienza della straordinarietà dell’an­nuncio. (Ma, se dovessimo spiegarlo a un bambino, sapremmo ancora dirgli per­ché è formidabile, la ' buona novella'?) Il fatto è, come ha detto il Papa a Pasqua, che se Cristo non fosse risorto il destino nostro e del mondo intero sarebbe ine­vitabilmente la morte. Il destino nostro e di quelli che amiamo, dei padri, e dei nostri teneri figli bambini, sarebbe alla fi­ne solo la morte. Più niente di loro, do­po l’ultimo respiro. Solo Cristo, solo quel­la pietra tombale rotolata nella notte di Pasqua ha eradicato questa legge; ha pro­messo che chi crede vivrà per sempre. E’ la vittoria sul male più grande; sulla mor­te che apparentemente ci riduce in pol­vere, ma anche sulle sue avvisaglie, e compagne: la malattia, la sofferenza, il dolore. L’annuncio di cui i cristiani sono messaggeri, ' angeli', è questa rivoluzio­ne, questa inclinazione diversa e oppo­sta dell’asse attorno a cui gravita l’uni­verso.
Il male non vince, la morte non è per sempre. Quale notizia è più sbalorditiva per un’umanità incapace di pace e di giu­stizia, e ogni giorno assediata dalla vio­lenza o dalla fame? O dal cinismo di chi sta materialmente abbastanza bene per sorridere della immensa speranza dei cri­stiani. In quella eclissi di attesa e di de­siderio di vita, che segna la profonda cri­si dell’umanità oggi, evocata dal Papa.
Messaggeri dunque, tutti, e in particola­re quei quattrocentomila sacerdoti che ' servono generosamente il popolo di Dio' nei luoghi più remoti del pianeta, come ha ricordato a Pasqua il decano del collegio cardinalizio Angelo Sodano, nel fare al Papa auguri inconsueti, forti co­me un abbraccio. A nome di una Chiesa che ' gli si stringe attorno', grata ' per la fortezza d’animo e il coraggio apostolico' con cui annuncia Cristo. 'Angelo' il Pon­tefice e ' angelo' – messaggero – anche l’oscuro giovane prete d’oratorio con la sua truppa di ragazzi attorno; il missio­nario in Africa, e ogni credente che – più con ciò che è, più con la speranza della sua faccia che con le parole – annuncia. Annuncia che la morte non ha vinto per sempre, che la sofferenza non è senza fi­ne; che rivedremo il padre che ci manca, o il figlio che ci è stato tolto. Che le forze apparentemente opache e invincibili del­la prepotenza e della ingiustizia non pre­varranno – e per questa promessa, non dimentichiamolo, il ' mondo' è radical­mente ostile al cristianesimo.
L’inaudito annuncio di cui siamo ' ange­li', è che la morte è stata sconfitta. Non in una magia, come ha detto Benedetto XVI, ma dentro la concretezza carnale della storia. L’asse pesante, fino a quell’ istante inesorabilmente inclinato al ma­le, è stato spostato in una notte – sotto a una pietra di tomba, che pretendeva d’es­sere
per sempre.

© Copyright Avvenire 6 aprile 2010

L’Ottava di Pasqua nel pensiero del Papa: un cristiano consapevole che Cristo è risorto è un cristiano audace nel testimoniarlo

La Risurrezione di Gesù è un fatto storico e insieme soprannaturale, grazie al quale Cristo non “torna” alla condizione prima della morte, ma “passa” attraverso la morte in una nuova dimensione di vita. In più occasioni durante il suo Pontificato, Benedetto XVI ha spiegato ai fedeli il mistero della Pasqua cristiana. Un mistero, ha detto il Papa, del quale Cristo chiama inizialmente a testimoni i suoi, dalla Maddalena agli Apostoli, e da duemila anni ogni singolo battezzato perché lo annunci apertamente al mondo. Alessandro De Carolis ricorda le principali riflessioni del Pontefice sull’Ottava di Pasqua:

Se la morte sul Golgota era stata un evento crudele e pubblico di un’agitata vigilia di Pasqua, la Risurrezione si consuma nel privato del giorno seguente la festa. L’atto che cambia la storia avviene lontano dagli occhi della folla, dai clamori e per renderlo accettabile alla limitatezza dei sensi, nonostante sia stato annunciato, Cristo inizia a disseminarne le prove sin dai primi istanti in cui la pietra rotola via dal sepolcro. La prima delle “molte prove” è Lui stesso, che si mostra in vita a chi lo conosceva bene e lo aveva visto morire. “Donna, perché piangi, chi cerchi?”, domanda a un’inconsolabile e un attimo dopo stupefatta Maria di Magdala, nell’episodio proposto dalla liturgia di oggi. Ma qui occorre “capire bene”, asserisce Benedetto XVI: “Quando l’autore sacro dice che 'si mostrò vivo' non vuole dire che Gesù fece ritorno alla vita di prima, come Lazzaro”. San Bernardo, ricorda il Papa, spiega che “la Pasqua che noi celebriamo significa 'passaggio' e non 'ritorno', perché Gesù non è tornato nella situazione precedente”:

“In questo caso, infatti, sarebbe stata una cosa del passato: duemila anni fa uno è risorto, è ritornato alla sua vita precedente, come per esempio Lazzaro. La risurrezione si pone in un’altra dimensione: é il passaggio ad una dimensione di vita profondamente nuova, che interessa anche noi, che coinvolge tutta la famiglia umana, la storia e l’universo”.(15 aprile 2009)

Poche ore dopo essere apparso alla Maddalena, e nei quaranta giorni successivi, Gesù moltiplica i segni tangibili della sua nuova vita oltre la morte: appare spesso nel Cenacolo, parla con i suoi discepoli, mangia perfino davanti a loro, spezza il pane con quelli di Emmaus. Per Pietro, Giovanni, Giacomo anche la Risurrezione diventa un dato incontestabile come lo era stato la Croce: Gesù è vivo, la morte non ha corrotto il suo corpo. A questo punto, però, i Vangeli sembrano, apparentemente, cadere in contraddizione. Come si concilia quel “non trattenermi” che Gesù esige dalla Maddalena, quando lei fa per toccarlo, con il “metti il dito al posto dei chiodi” che Gesù rivolge all’incredulo Tommaso? Eppure “i due episodi - ha osservato Benedetto XVI - non sono in contrasto; al contrario l’uno aiuta a comprendere l’altro” in queste prime, straordinarie ore che scandiscono la Risurrezione:

"Maria Maddalena vorrebbe riavere il suo Maestro come prima, ritenendo la Croce un drammatico ricordo da dimenticare. Ormai però non c’è più posto per un rapporto con il Risorto che sia meramente umano. Per incontrarlo non bisogna tornare indietro, ma porsi in modo nuovo in relazione con Lui: bisogna andare avanti! (...) E’ ciò che è avvenuto con Tommaso. Gesù gli mostra le sue ferite non per dimenticare la Croce, ma per renderla anche nel futuro indimenticabile". (11 aprile 2007)

Da questa considerazione, il Papa trae un’evidenza che duemila anni di cristianesimo non hanno per niente reso scontata: “Nella Chiesa – dice – tutto si ferma, tutto si sfalda” se viene meno la fede nella Risurrezione di Gesù:

"Non è forse la certezza che Cristo è risorto, a imprimere coraggio, audacia profetica e perseveranza ai martiri di ogni epoca? Non è l’incontro con Gesù vivo a convertire e ad affascinare tanti uomini e donne che fin dall’inizio del cristianesimo continuano a lasciare tutto per seguirlo e mettere la propria vita a servizio del Vangelo?". (26 marzo 2008)

Nel tentativo della Maddalena di sfiorare Gesù fuori del sepolcro, e nella possibilità offerta a Tommaso di accertarsi delle ferite inferte al Maestro, ci sono da due millenni le mani protese di tutti quei battezzati per i quali l’epoca in cui vivono è sempre il tempo migliore per parlare dell’amore di Cristo e le loro città i luoghi più adatti dove far “toccare con mano” il bene che quell’amore opera:

"Anche noi, come Maria Maddalena, Tommaso e gli altri Apostoli, siamo chiamati ad essere testimoni della morte e risurrezione di Cristo. Non possiamo conservare per noi la grande notizia. Dobbiamo recarla al mondo intero: 'Abbiamo visto il Signore!'. Ci aiuti la Vergine Maria a gustare pienamente la gioia pasquale, perché, sostenuti dalla forza dello Spirito Santo, diventiamo capaci di diffonderla a nostra volta dovunque viviamo ed operiamo". (11 aprile 2007)

Mercoledì in Albis



Sì, veramente, se tu - chiunque tu sia - sei nel novero dei fedeli, se non porti inutilmente il nome di cristiano, se non entri senza un perché nella chiesa, se hai appreso ad ascoltare la parola di Dio con timore e speranza, la frazione del pane sarà la tua consolazione. L'assenza del Signore non è assenza. Abbi fede, e colui che non vedi è con te.

Sant’Agostino Discorsi, 235



Lc 24,13-35

Nello stesso primo giorno della settimana, due discepoli di Gesù erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Èmmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto.
Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: “Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?”. Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. Domandò: “Che cosa?”. Gli risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto”.
Ed egli disse loro: “Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”.
E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”.
Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.



IL COMMENTO

Il Vangelo di oggi getta una luce vivissima sulla nostra vita di ogni giorno. Attraverso i due discepoli di Emmaus scopriamo che dietro a tante, forse a tutte, le nostre discussioni, i nostri discorsi, le nostre interminabili ricerche di verità e di soluzioni, dietro ai sofismi e alle indagini circa i reponsabili dei mali che ci affliggono, dietro alla quasi totalità dei nostri pensieri e delle nostre parole vi è una speranza delusa. Meglio sarebbe dire una speranza buttata. E potremmo chiederci sinceramente, oggi, che cosa stiamo sperando. In chi, o in che cosa è riposta la nostra speranza. Probabilmente è Cristo la nostra speranza. Ma forse, non Cristo crocifisso. La gloria che attendiamo e speriamo, per essere proprio quella che i nostri cuori desiderano, deve eludere la croce. Cancellare i problemi. Eliminare i fallimenti, le solitudini, la maggior parte di quel che ci tocca vivere ogni giorno. E discutiamo, litighiamo, ci appassioniamo, indaghiamo, scartavetriamo ogni angolo dell'esistenza alla ricerca d'un senso, d'un perchè, del responsabile delle nostre sventure. E gli occhi guardano ma non vedono, inchiodati alla maledizione di chi confida nell'uomo e nella carne, che quando viene il bene non lo può vedere. Gesù è lì, accanto a noi. Ci parla, ci chiede, ci cerca. Ma noi dove siamo? Dove son perdute le nostre ore, tra angosce e mormorazioni. Quali speranze hanno fagocitato la nostra vita facendone un'unica, interminabile disputa con tutti e su tutto? La nostra esistenza, una campagna elettorale permanente, sulla via che figge da Gerusalemme. Gesù è l'unico così estraneo ai nostri pensieri da non sapere quel che è successo. Questo è quel che pensiamo di Lui, un estraneo ai nostri bisogni, alle nostre lacrime, alle nostre speranze. Certo, probabilmente non bestemmiamo, preghiamo e andiamo in Chiesa, ma il cuore è avariato, spera male ed è strozzato nella delusione. Ma Gesù invece non è lontano, proprio dove non lo riconosciamo, dove la fede fa acqua, il Suo amore infinito lo spinge sino al bordo della nostra vita, e Lui si che ci riconosce. Lui si che sa quel che si agita nei nostri cuori. Lui intercetta con uno sguardo di mite misericordia i nostri occhi tristi. E ci annuncia il Vangelo, ci parla della Storia d'amore di Dio con il Suo popolo, ci ricorda la fedeltà, l'alleanza, le profezie. Ci apre il cuore alle Scritture, svelando il profondo del Suo proprio cuore: Lui doveva soffrire, doveva morire, non poteva far altro che amare. Sino alla fine. Speriamo male perchè non capiamo di sperare il suo amore credendo di sperare altro, soluzioni, successi affettivi, lavorativi, economici. In ogni nostra speranza è inscritto il Suo amore, basta riconoscerlo. E sapere di sperarlo. Per questo Gesù si fa nostro compagno di viaggio, per educarci a guardare, per insegnarci a sperare. Il Suo amore ci apre gli occhi. Il Suo corpo donato ci svela l'oggetto vero del desiderio nostro più profondo: saziarci di Lui, mangiare del Suo amore e in esso riposare. In tutto speriamo Lui. E tutto, anche i dolori, le angosce, i fallimenti, i tardimenti, le malattie, tutto, in ogni istante, ci porta Lui, ce lo dona, perchè in tutto Lui è entrato e ne è uscito vittorioso. Si, ogni momento della nostra vita è pieno di Lui, del Suo amore, sperare di riconoscerlo, di fermarsi, di saziarsene. Ecco la nostizia meravigliosa del Vangelo di oggi. Il nosro cuore arde e non ce ne rendiano conto. Tutto di noi spera il Suo amore e non lo sappiamo. Per questo Lui si avvicina, cammina con noi, entra con noi nella nostra notte, e ci apre gli occhi su quello che Lui, da sempre, ha seminato in noi. Il pane spezzato dischiude i nostri occhi sul Suo volto, perchè la nostra speranza ad esso si rivolga, e non rimanga delusa. Ogni giorno.

Una pietra, un "perchè?" e uno sguardo più forte della morte

http://www.artinvest2000.com/guercino-cristo-risorto-1.jpg


Surrexit Dominus de sepulchro qui pro nobis pependit in ligno.
Christus Resurrexit sicut dixit. Alleluia!

Christos Anesti! Alithos Anesti!



Una pietra, un "perchè?" e uno sguardo più forte della morte

Una tomba. Un corpo esanime, colpito, deturpato, perdute anche le sembianze umane. Un corpo schiacciato da ogni peccato - proviamo a contarli... - di ogni uomo, dall'inizio alla fine del mondo. Un cadavere, trafitto, tradito. Una morte ingiusta, una sentenza iniqua, l'ingiustizia trionfante. Una tomba, simulacro d'ogni nostra tomba, d'ogni ingiustizia, quelle che abbiamo subito, quelle che abbiamo inferto. Una tomba, e una pietra dove s'infrangono speranze, desideri, progetti. Una pietra a spegnere la vita. E la domanda, il sibilo sinistro del dubbio, dell'angoscia, dello struggimento. Perchè? E' la parola che bussa, prepotente, alle soglie di questa Notte, la Notte delle Notti. Scartabelliamo i ricordi, frughiamo tra le possibilità, cerchiamo risposte umane e divine e ci ritroviamo al punto di partenza. Non v'è risposta. La morte, qualunque morte, non ha risposta. In quel corpo senza vita ci sembrano riunirsi tutte le angoscie, tutti i fallimenti, tutte le paure, tutte le morti di questo mondo. Soprattutto, come in uno specchio, incontriamo i nostri cuori aggrappati alla vita eppure gravidi di terrore. Gli errori, i peccati, le distrazioni, la superficialità, le fughe.

E' Sabato Santo oggi, e la Chiesa tace. Per l'unico giorno dell'anno. E' il silenzio del sepolcro. Il nostro silenzio, attonito e stordito. Siamo proni oggi, dinnanzi ad una lapide. Stanchi anche di cercar risposte, stanchi forse, anche di sperare. Siamo, oggi, sepolti anche noi nella terra, in questo mondo che ha voltato le spalle a Dio. Ne gustiamo l'amarezza, il vuoto terribile d'una tomba oscura, chiusa dietro ad una pietra.
Siamo qui, in ginocchio. Nulla possiamo fare, nulla possiamo dire, se non uno sguardo interrogante a fissare quella pietra. Pesante. Massiccia. Irremovibile.

Ma nel silenzio ecco risuonarci un'altra domanda, come un grido a spezzare le sbarre della disperazione. "Chi ci rotolerà la pietra?". Un briciolo di speranza, un granello sfuggito alla devastazione della morte. Siamo distrutti, provati, senza forza alcuna. Eppure quella pietra sembra fissarci, e sfidarci.

E' lungo questo sabato, per alcuni dura una vita. E' stretto e angusto, e ci accorgiamo, nel silenzio e nell'angoscia, che non è per questo sabato che siamo venuti al mondo. Per lo meno, non solo per questo sabato. Il "perchè?" ripetuto all'infinito ci sgorga da dentro, sbatte sulla pietra e ci rimbalza contro. Qualcosa non quadra.
L'amore, le nozze, lo studio, il lavoro, i giochi, le vacanze, gli amici, le gravidanze, i parti, le gioie e i dolori che percorrono le nostre vite non riescono proprio ad adeguarsi a questo sabato. No, non può essere definitivo.

Sì, ora sembra guardarci quella pietra, sembra chiamarci. Gli occhi umidi e stanchi di troppe lacrime non possono sbagliarsi.
Ci attira, ci seduce, ci desidera. E' una pietra, ma sembra viva, ora.
Albeggia, guardiamo in su, ed è apparsa la stella del mattino. Allora, sta scivolando via questo sabato! Allora era vero, non siamo nati per spegnerci in una notte.

C'è una luce strana ora, mai vista. Fissiamo meglio, e la pietra dov'è? Ma sì, certo che era viva, s'è mossa infatti, rotolata via. E la tomba è spalancata, luminosa. Ci accostiamo, è vuota. Le bende, il sudario, gli abiti della morte son lì, ripiegati, come una pagina del passato, ma lui, Lui, e tutti noi sepolti nella tristezza e nell'angoscia, dove siamo? Dov'è Lui? Dov'è la morte?

Una voce, qualcuno, qualcosa ci sussurra parole strane. "Non è qui, è risorto! Andate in Galilea, là lo vedrete!". Che vuol dire tutto questo, che significa? Sorpresi, stonati come pugili al tappeto, una gioia straripante mista a dubbi ci tempestano il cuore, e quella domanda che ritorna prepotente, quel "perchè?" che neanche ora ci abbandona.

Ma quelle parole, "E' risorto! Non è qui!", ci hanno sconvolto, afferrato, e non ci lasciano. Che fare ora che il sabato è volato via, che questa luce infinita ci avvolge e ci sospinge. "In Galilea!". Ecco che fare, andare in Galilea. E dov'è la Galilea, e che cos'è la Galilea? Ma sì, certo, è lì dove Lui ci ha incontrati. E' lì dove è venuto a cercarci. Dove ci ha perdonati, chiamati, amati. E' la nostra vita, la nostra povera storia di tutti i giorni, di tutte le ore. E' esattamente il luogo dove ci ha sorpreso la morte, dove avevamo smarrito speranze e risposte.

La Galilea è lì dove il "perchè?" non ha smesso un secondo di risuonarci dentro. In Galilea è la risposta. La Galilea è dove Cristo, risuscitato e vittorioso sulla morte e sul peccato, ci ha dato appuntamento.

La risposta è Lui dunque, una persona viva. Un amore vivo. La risposta, l'unica, che non appartiene a nessun criterio, a nessuna intelligenza, la risposta nascosta perfino agli angeli, è uno sguardo d'amore e di compassione. Lo sguardo di Cristo risuscitato dai morti che colma ogni vuoto, lenisce ogni ferita, asciuga ogni lacrima. Lo sguardo di Cristo che attraversa spazio e tempo e incontra, in questa Pasqua, il nostro sguardo impaurito, proprio dove siamo.

La risposta non è una risposta, è Cristo. La risposta si guarda, molto prima di pensarla e capirla. E' in questa notte, è per gli occhi di chi, dopo averne tanto sentito parlare di Lui, finalmente lo guardano. Lo fissano. E ne restano trafitti. La risposta è sperimentare, oggi, e ogni istante, il suo amore infinito, l'unico capace di rotolare la pietra del dolore e cancellare, dal cuore, il "perchè?" che ci uccide. Il Suo amore, misterioso, eppure così vero, reale, concreto. Infinito, eterno. Il Suo amore, la Vita eterna per la quale siamo nati.

Che Dio ci conceda l'incontro con questo amore, in questa Notte Santa. Buona Pasqua.




Antonello Iapicca Pbro

Martedì in albis


" Accadde perciò che potè vederlo lei sola che era rimasta per cercarlo; perché la forza dell’opera buona sta nella perseveranza, come afferma la voce stessa della Verità: “Chi persevererà sino alla fine sarà salvato” (Mt 10,22)..."

San Gregorio Magno





Dal Vangelo secondo Giovanni 20,11-18.

Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.


Il Commento

Maria e Gesù. Un incontro, un cammino al vero e alla fede. Una tomba vuota. E tante lacrime. Secondo il noto biblista Ignace De La Potterie "Il punto di vista troppo personale, troppo umano della Maddalena è sottolineato dalle lacrime di Maria. Essa spiega la ragione della sua pena con le parole "Hanno portato via il mio Signore e io non so dove l'hanno posto" Non sospetta minimamente che possa essere risuscitato. E' convinta che abbiano messo in qualche altro posto il corpo del suo Signore. vuole conoscere questo posto per andare a riprendere lei stessa quel corpo inerte: potrà almeno ricordarle colui che essa ha conosciuto...Maria deve essere liberata da un attaccamento troppo sensibile al Gesù terreno, deve abbandonare la sua volontà di possederlo...Ecco perchè Gesù le chiede: "Chi cerchi?". Con questo invita Maria a prendere coscienza dell'equivoco dela sua ricerca e a purificarla nella fede. Invece di tormentarsi a proposito del luogo dove pensa abbiano messo il corpo del suo Signore, deve cercare Cristo, il Signore vivente. LA sua ricerca deve cessare di essere preoccupazione di trovare il Signore per sé, e trasformarsi in un movomento verso di Lui" (cfr. I. De La Potterie, Saggi di cristologia giovannea, Genova 1992, pag. 200 ss). Proprio così. Anche noi, con la Maddalena, cerchiamo oggi qualcosa o qualcuno. Ma chi cerchiamo davvero? Le nostre preghiere, le nostre stesse lacrime, la nostra vita spirituale verso chi è veramente orientata?. Non è una domanda di poco conto. Il verbo "cercare" è molto importante nel Vangelo di Giovanni. In esso traspare l'invito a cercare. Una persona e un luogo. La promessa di Dio ad Abramo fatta sulla soglia della Storia della Salvezza, un luogo, la terra promessa, e una persona, il figlio ed il lui una discendenza. Tutti noi portiamo impresso l'anelito ad un luogo per abitare, per vivere, per essere felici e in pace; e il desiderio di qualcuno nel quale trascenderci, qualcuno da amare. Questi desideri sono "santi desideri", sigilli del Creatore nel cuore e nella mente della creatura. Ma sono impastati di carne. Occorre un cammino di purificazione, un percorso che ci conduca alle sorgenti della fede dove ricevere occhi nuovi e cuore nuovo. Camminiamo alla ricerca, è vero. Ma stiamo sbagliando oggetto e direzione. Non si tratta di cercare il Signore in qualche altro posto. Un "altrove" della nostra vita, diverso da quello che è, oggi, la nostra vita. Siamo, come Maria, dinnanzi alla tomba vuota, e siamo smarriti. Qualcosa è successo, ma non capiamo. Credevamo morta la speranza, distrutti i progetti, ci siamo visti deposti in un sepolcro per il nostro carattere, per i nostri peccati. Vorremmo andare a prendere il Signore e riportarlo lì nella tomba, per piangere la disfatta, il fallimento della nostra vita. Vorremmo che Lui agisse in quel sepolcro, nei vuoti delle nostre esistenze, nei nostri difetti, nelle cose storte della nostra storia. Vorremmo mettere a posto le cose, come Maria, che piange, come noi, per l'imprevisto che turba. La tomba vuota. No. No. No. Cristo è risorto! Non è lì dentro, non è lo stesso di prima, ha varcato la soglia della morte, del peccato, della carne. E' Lui, è il Signore, ma viene dal Cielo, vivo della vita celeste, una vita che non abbiamo ancora conosciuto. E' la risurrezione che appare oggi dinnanzi a noi. Come agli occhi di Maria quel mattino di Pasqua. E' qualcosa di totalmente nuovo, che dobbiamo imparare a conoscere. Un cammino si schiude per noi. Oggi, come ogni giorno. Il cammino della Maddalena, dapprima stupita di fronte all'imponderabile di una tomba vuota. Non capisce. Quante volte ci hanno annunziato la resurrezione del Signore, e non abbiamo compreso... Ma abbiamo iniziato a credere e il Signore s'è fatto nostro compagno, il Suo giogo portato con noi, ma, come Maria, non lo abbiamo riconosciuto. Ci ha parlato, ci ha infiammato il cuore, come ai discepoli di Emmaus, ma eravamo ancora piegati sulla nostra carne, sulla storia che ci pesava, le ferite, il male, il dolore. Ma la Sua chiamata, il nostro nome pronunciato dalle Sue labbra in modo così unico ci ha aperto gli occhi e il cuore ad una possibilità impensabile. E' risorto. Eppure la carne la faceva ancora da padrona, lo avremmo voluto "trattenere", come Maria. vivo sì, ma per la nostra vita, per i nostri affetti, per ridar vita a quanto di noi credevamo perduto. Per sistemare i nostri cuori, le nostre menti, le nostre vite. Lo volevamo trattenere nei limiti angusti della nostra esistenza terrena. "Un' ultima soglia deve essere varcata, la più importante di tutte: quella che permetterà a maria di elevarsi dall'attaccamento al sensibile al livello della fede. Di non volgersi più verso il passato ma verso l'avvenire.... Ma bisogna che Gesù stesso le comunichi il messaggio pasquale: "Io salgo verso il Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro" (cfr. De La Potterie, cit. pag. 203). Il luogo è dunque il Cielo, e la persona è Gesù risuscitato, il Messia atteso e vincitore di ogni morte. Conoscere il Signore e credere, vederlo con occhi nuovi, di fede, nella nostra vita, percorrendo, ogni giorno, il cammino della Maddalena. Dalla carne allo Spirito. Dalla terra al Cielo. Imparare a non trattenere il Signore, vivere ogni rapporto nella totale libertà della novità di vita dettata dalla Spirito Santo. Essere nuova creatura. Dimentiche del passato e protese verso il futuro, le cose vecchie ormai passate, non ritornare a rimescolare la stanca minestra dei dubbi, delle debolezze, dei fallimenti. Abandonarci a Lui, alla Sua vita celeste che viene prendere dimora in noi. Morti in Lui e risorti in Lui, per non vivere più nulla per noi stessi, foss'anche Cristo stesso, ma vivere tutto per Lui, in Lui, con Lui. Camminare in una vita nuova, nelle opere che Dio Padre ha preparato "già" per noi, perchè noi le praticassimo. Non dobbiamo cercare o inventare nulla per essere santi. Solo camminare sulle orme di Cristo, che tracciano la via della Croce, il candelabro preparato per noi. E' questa la novità La vita di Cristo in noi crocifissi con Lui. Morti ma vivi. Nella semplicità della vita di ogni giorno, nell'amore di Cristo che ci spinge a compiere la volontà del Padre. Non ci sono "altrove", c'è il "qui ed ora" della Sua volontà. Lì è vivo Cristo. L', come i rinati dallo Spirito, vivere ogni giorno come il vento, discernendo il momento presente, il kairos della Grazia, uniti a Lui. Con il cuore e la mente nel cielo e il corpo qui sulla terra. Liberi, abbandonati, la nostra vita tutta per Lui, il Signore che ha donato tutto per noi.





Commento al Vangelo di :


San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelie sul Vangelo, 25,1-2.4-5 ; PL 76, 1189-1193

« Avete visto l’amato del mio cuore ? » (Ct 3,3)


Dobbiamo considerare quanta forza d’amore aveva invaso l’anima di questa donna, che non si staccava dal sepolcro del Signore, anche dopo che i discepoli se ne erano allontanati. Cercava colui che non aveva trovato, piangeva in questa ricerca e, accesa di vivo amore per lui, ardeva di desiderio, pensando che fosse stato trafugato. Accadde perciò che potè vederlo lei sola che era rimasta per cercarlo; perché la forza dell’opera buona sta nella perseveranza, come afferma la voce stessa della Verità: “Chi persevererà sino alla fine sarà salvato” (Mt 10,22)...

I santi desideri infatti crescono col protrarsi dell’attesa. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri. Ha provato questo ardente amore chiunque è riuscito a giungere alla verità. Così Davide che dice: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 41,3). E la Chiesa dice ancora nel Cantico dei cantici: “Io sono malata d’amore” (Ct 5,8). E di nuovo dice: “l’anima mia è venuta meno” (Ct 2,5). “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Le viene chiesta la causa del dolore, perché il desiderio cresca, e chiamando per nome colui che cerca, s’infiammi di più nell’amore di lui.

“Gesù le disse: Maria!” (Gv 20,16). Dopo averla chiamata con l’appellativo generico del genere, senza essere riconosciuto, la chiama per nome; come se volesse dire: “Riconosci colui dal quale sei riconosciuta. Io ti conosco non come si conosce una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale.” Maria dunque, chiamata per nome, riconosce il Creatore e subito grida: “Rabbunì”, cioè “Maestro”: era lui che ella cercava all’esterno, ed era ancora lui che la guidava interiormente nella ricerca.


San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Discorsi sul Vangelo, 25 ; PL 76, 1188

« Perché piangi ? »



Maria, mentre piangeva, si chinò e guardò nel sepolcro. Eppure aveva già visto che era vuoto, e aveva annunciato la scomparsa del Signore. Perché allora si china ancora? Perché ancora desidera vedere? Perché l’amore non si accontenta di un solo sguardo; l’amore è una ricerca sempre più ardente. L’ha già cercato, ma invano; si ostina e finisce col ritrovarlo... Nel Cantico dei cantici, la Chiesa diceva dello Sposo: “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amato del mio cuore” (Ct 3,12). Due volte esprime la sua delusione: “L’ho cercato, ma non l’ho trovato”. Infine il successo corona i suoi sforzi: “Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda: Avete visto l’amato del mio cuore. Da poco le avevo oltrapassate, quando trovai l’amato del mio cuore” (Ct 3,3-4).

Quanto a noi, quando, sul nostro letto, cerchiamo l’Amato? Durante i brevi riposi di questa vita, quando sospiriamo in assenza del nostro Redentore. Di notte lo cerchiamo, perché anche se il nostro spirito veglia già su di lui, i nostri occhi non vedono null’altro che la sua ombra. Ma poiché non troviamo l’Amato, alziamoci, facciamo il giro della città, cioè della santa assemblea degli eletti. Cerchiamolo con tutto il nostro cuore; guardiamo per le strade e per le piazze, cioè nei passaggi ripidi della vita o nelle sue vie spaziose; apriamo gli occhi, cerchiamo i passi dell’Amato del nostro cuore... Questo desiderio faceva dire a Davide: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? Senza sosta, cercate il suo volto” (Sal 42,3).



San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelie sui vangeli, 25 ; PL 76, 1188-1196

Ti chiama per nome


« Se l'hai portato via tu ... » Come se Maria avesse già detto il motivo delle sue lacrime, parla di « lui », senza nemmeno aver pronunciato il suo nome. Tale è il segno dell'amore : sempre fissi in colui che si ama, si crede che tutti gli altri ne siano ugualmente occupati... Maria non immagina che si possa ignorare l'oggetto del suo immenso dolore.

Gesù le disse : « Maria ! » Dopo averla chiamata con l'appellativo generico di donna, senza essere riconosciuto, la chiama per nome ; come se volesse dire : « Riconosci colui dal quale sei riconosciuta ». Dio diceva lo stesso a Mosè, l'uomo perfetto : « Ti ho conosciuto per nome » (Es 33, 12). « Uomo » è il nome comune a tutti, invece, « Mosè » è il nome proprio, e il Signore gli dice chiaramente che lo conosce con il suo nome, e sembra dichiarargli : « Io ti conosco non come si conosce una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale ».

Maria dunque, chiamata per nome, riconosce il suo creatore e subito grida : « Rabbunì », cioè Maestro : era lui che lei cercava all'esterno, ed era ancora lui che la guidava interiormente nella ricerca... « Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli : 'Ho visto il Signore' e anche ciò che le aveva detto ». In questo momento il peccato degli uomini abbandona il cuore da cui era entrato. Poiché nel Paradiso, è stata una donna a tendere all'uomo il frutto della morte ; al sepolcro, è nuovamente una donna, ad annunciare la vita agli uomini e a riportare le parole di colui che dà la vita.