DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Storia della Settimana Santa


La historia de la celebración de Semana Santa se remonta a tiempos de los cristianos primitivos quienes designaron ritos solemnes y sagrados para esos días por la importancia de la fecha y su significado.

Los primeros cristianos, judíos y gentiles, eran ciertamente conscientes del calendario hebreo, El historiador eclesiástico Sócrates Escolástico (380 d.c) atribuye la celebración de la Semana Santa por la Iglesia a la perpetuación de su costumbre ", así como muchas otras costumbres se han establecido", afirmando que ni Jesús ni sus apóstoles se dirigieron al mantenimiento de este o cualquier otra celebración. Sin embargo, cuando se lee en su contexto, esto no es un rechazo o denigración de la celebración.

Fue en el Concilio de Nicea en el año 325 donde se puso las pautas formales para la conmemoración de esta fecha religiosa y siglos después Dionisio en el año 525 convenció a las iglesias Católicas Cristianas esparcidas por el mundo que celebrasen dicha fiesta siguiendo el cálculo del calendario alejandrino y no el judío que tenia otra medición que no hacia concordar las fechas de las Iglesias en esta fecha

Esta tradicional Conmemoración Religiosa, evoca cada año, la pasión, muerte y resurrección de Jesús de Nazaret. Empieza, por lo general, con el domingo de Ramos, aunque en varios sitios su celebración se inicia el viernes anterior conocido como viernes de Dolores: cuando se recuerda el dolor que sufrió la Virgen María por la muerte de su hijo Jesús.

La semana santa no tiene una fecha fija, puesto que obedece al calendario católico y del inicio de la cuaresma (cuarenta días previamente de la preparación de la Pascua). Empieza este periodo el miércoles de Ceniza y concluye antes de la Misa de la Cena de Jesus del Jueves Santo. Este día se conmemora la última cena que Jesús Cristo compartió con sus doce discípulos.

El viernes santo nos recuerda el camino que siguió Jesús cuando cargó la pesada cruz hasta llegar al Monte donde fue crucificado. Durante esta jornada, muchas iglesias católicas transitan el Vía Crucis en la que se personifican catorce pasajes o estaciones de las diferentes etapas de la pasión de Jesús.

El sábado santo o sábado de Gloria se realiza la quema de los "Judas" imágenes de demonios o de personas supuestas traidoras; esto representa el arrojo de los cristianos hacia quien vendió a su señor Jesús.

La semana santa concluye con el domingo de Pascua, día que se recuerda la resurrección de Jesucristo y su acceso a los cielos para estar a lado de su Padre. Se celebra en algunos lugares entregando huevos de chocolate decorados.

Durante Semana Santa se realizan todo tipo de expresiones religiosas, aunque destacan las procesiones y las representaciones de la Pasión. A través de ritos, tradiciones y distintas actividades, lo países en donde existes en su mayoría católicos conmemoran con reflexión este día, también esta el recorrido de las siete iglesias que es tradicional en países latinos en el que cada iglesia representa un punto de oración y recordación del sacrificio de Jesús por la humanidad.


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I serafini fremono vedendo il Figlio che lava i piedi ai fratelli. La Settimana santa nella tradizione siro-occidentale

di Manuel Nin

Nei libri liturgici siro-occidentali la Domenica delle Palme porta il titolo di Domenica degli Osanna, caratterizzata dalla gioia poiché celebra la regalità del Signore. I testi si servono anche del genere letterario del dialogo: "Sion dice: Perché viene? Io non l'ho chiamato. Il profeta dice: È il tuo Re e viene a regnare. Sion dice: Io non voglio che lui regni su di me. Il profeta risponde: Lui regnerà sulla Chiesa e ti abbandonerà. Sion dice: Io non gli aprirò le mie porte e lui non entrerà. Il profeta risponde: La Chiesa gli aprirà le sue e lo riceverà. Sion dice: Se lui entra entro le mie mura, lo crocifiggerò. Il profeta risponde: Ma la sua croce vive e essa ti annienterà".
Lunedì santo vi è la celebrazione delle Lampade. La chiesa è spogliata dalla gioia delle palme e sullo sfondo dell'altare viene messo un grande tappeto nero con una croce bianca e attorno tutti i simboli della Passione: il catino per la lavanda delle mani di Pilato, il flagello, la corona di spine, il gallo della negazione, i chiodi, il martello, la spugna, la scala, la luna piena. La liturgia celebra il vangelo delle dieci vergini e nella seconda vigilia del mattutino si fa la processione delle lampade; i fedeli portano dei ceri in mano, mentre i testi sottolineano l'attesa dello Sposo: "Come è bella questa notte in cui avviene l'incontro col nostro Salvatore; come è gloriosa, cara e bella; in essa si radunano giovani e vecchi, portando lampade e cantando inni; il battesimo è pronto come una sposa gloriosa e dà la vita a coloro che vi si tuffano e rinascono dal suo seno puro".
La processione esce dalla chiesa e il sacerdote, inginocchiato davanti alla porta chiusa, recita una preghiera entrata in tutte le ore dell'ufficiatura siro-occidentale, ma che in questa notte del Lunedì santo prende tutta la sua forza drammatica: "Alla tua porta, Signore, io busso, e chiedo dal tuo tesoro la misericordia. Io sono un peccatore e lungo gli anni ho abbandonato il tuo cammino. Dammi di confessare i miei peccati e io li eviterò e vivrò per la tua grazia. Alla porta di chi, Signore misericordioso, andremo a bussare, se non alla tua? Chi avremo come intercessore per le nostre mancanze se la tua misericordia non intercedesse per noi? Che il canto della nostra preghiera sia una chiave che apra la porta del cielo, e che gli arcangeli dicano: Come dev'essere dolce il canto di quelli della terra perché il Signore ascolti subito le loro suppliche".
Il Giovedì santo porta il titolo di Giovedì dei Misteri. Nell'eucaristia i testi mettono in luce la simbologia dell'agnello pasquale: "Ecco che in Egitto viene ucciso l'agnello pasquale, e in Sion viene ucciso il vero agnello. L'Agnello di Dio ha liberato, col suo sangue, le nazioni dalle tenebre, come liberò Israele dall'Egitto. Molti agnelli sono stati uccisi; soltanto da uno di loro l'Egitto è stato vinto. Nostro Signore mangiò la Pasqua coi suoi discepoli. Con il pane spezzato l'azzimo arrivò alla fine. Il pane di colui che dà la vita, vivifica il mondo. La Chiesa ci dà un pane vivo, invece dell'azzimo che diede l'Egitto. Maria ci diede un pane vivo, invece del pane corrotto che diede Eva".
La lavanda dei piedi è fatta dal vescovo a dodici preti anziani; il rito, contemporaneo alla lettura del vangelo, ha un aspetto drammatico e i testi sottolineano il contrasto: "Tu che ti sei cinto con una corda e hai lavato i piedi ai discepoli, abbi pietà di noi, o Dio. Tu che sei il grande e che per amore ti sei abbassato e hai versato dell'acqua in una brocca. Tu che per natura sei Signore e hai lavato i piedi ai tuoi discepoli. Tu, a cui servono i cori di fuoco e che lavi i piedi agli uomini fatti dalla polvere".
La lettura del vangelo è iniziata dal vescovo che poi passa il lezionario a un prete o a un diacono che canta con una voce drammatica e lenta il testo, mentre il vescovo esegue quello che descrive il vangelo. Il vescovo versa l'acqua nella brocca e la benedice con una preghiera che ci riporta alla consacrazione dell'acqua il giorno dell'Epifania che celebra il battesimo: "Dio creatore di tutto quello che esiste, degli esseri visibili e invisibili, e sei glorificato dagli arcangeli, insieme al tuo Padre e al tuo Santo Spirito nell'alto dei cieli; tu sei venuto a cercare la pecora smarrita e, avendola trovata, l'hai portata sulle tue sante spalle e, con grande gioia, l'hai fatta entrare nella casa di tuo Padre, adesso, Signore, benedici noi con la tua grazia, purificaci per mezzo di quest'acqua che ci lava, dalla sporcizia dei peccati".
La lavanda si conclude con diverse preghiere: "Gabriele rimase stupefatto, Michele tremò e fu sconcertato, lo stupore si abbatté su di loro vedendo l'Essere di fuoco chinarsi e lavare i piedi ai discepoli". Sant'Efrem canta questo mistero dell'amore e la condiscendenza di Dio verso gli uomini: "I serafini fremettero vedendo il Figlio che, cinto ai fianchi un lino, lavava nel catino i piedi, la sozzura del ladro che lo avrebbe consegnato. Il nostro Signore purificò il corpo dei fratelli nel catino che è simbolo della concordia. Nel ventre delle acque Cristo ci ha formato nuovamente".


(©L'Osservatore Romano - 1 aprile 2010)

Il Papa: come vivere il Triduo Pasquale, il nucleo essenziale della nostra fede

UDIENZA GENERALE , 31.03.2010


Cari Fratelli e Sorelle,

stiamo vivendo i giorni santi che ci invitano a meditare gli eventi centrali della nostra Redenzione, il nucleo essenziale della nostra fede. Domani inizia il Triduo pasquale, fulcro dell'intero anno liturgico, nel quale siamo chiamati al silenzio e alla preghiera per contemplare il mistero della Passione, Morte e Risurrezione del Signore.

Nelle omelie i Padri fanno spesso riferimento a questi giorni che, come osserva Sant’Atanasio in una delle sue Lettere Pasquali, ci introducono «in quel tempo che ci fa conoscere un nuovo inizio, il giorno della Santa Pasqua, nella quale il Signore si è immolato» (Lett. 5,1-2: PG 26, 1379).

Vi esorto pertanto a vivere intensamente questi giorni affinché orientino decisamente la vita di ciascuno all'adesione generosa e convinta a Cristo, morto e risorto per noi.

La Santa Messa Crismale, preludio mattutino del Giovedì Santo, vedrà domani mattina riuniti i presbiteri con il proprio Vescovo. Nel corso di una significativa celebrazione eucaristica, che ha luogo solitamente nelle Cattedrali diocesane, verranno benedetti l’olio degli infermi, dei catecumeni e il Crisma. Inoltre, il Vescovo e i Presbiteri, rinnoveranno le promesse sacerdotali pronunciate il giorno dell’Ordinazione. Tale gesto assume quest’anno, un rilievo tutto speciale, perché collocato nell’ambito dell’Anno Sacerdotale, che ho indetto per commemorare il 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars. A tutti i Sacerdoti vorrei ripetere l’auspicio che formulavo a conclusione della Lettera di indizione: «Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare da Cristo e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace!».

Domani pomeriggio celebreremo il momento istitutivo dell’Eucaristia. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinti, confermava i primi cristiani nella verità del mistero eucaristico, comunicando loro quanto egli stesso aveva appreso: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me". Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (1Cor 11,23-25). Queste parole manifestano con chiarezza l’intenzione di Cristo: sotto le specie del pane e del vino, Egli si rende presente in modo reale col suo corpo donato e col suo sangue versato quale sacrificio della Nuova Alleanza. Al tempo stesso, Egli costituisce gli Apostoli e i loro successori ministri di questo sacramento, che consegna alla sua Chiesa come prova suprema del suo amore.

Con suggestivo rito, ricorderemo, inoltre, il gesto di Gesù che lava i piedi agli Apostoli (cfr Gv 13,1-25). Tale atto diviene per l’evangelista la rappresentazione di tutta la vita di Gesù e rivela il suo amore sino alla fine, un amore infinito, capace di abilitare l’uomo alla comunione con Dio e di renderlo libero. Al termine della liturgia del Giovedì santo, la Chiesa ripone il Santissimo Sacramento in un luogo appositamente preparato, che sta a rappresentare la solitudine del Getsemani e l’angoscia mortale di Gesù. Davanti all’Eucarestia, i fedeli contemplano Gesù nell’ora della sua solitudine e pregano affinché cessino tutte le solitudini del mondo. Questo cammino liturgico è, altresì, invito a cercare l’incontro intimo col Signore nella preghiera, a riconoscere Gesù fra coloro che sono soli, a vegliare con lui e a saperlo proclamare luce della propria vita.

Il Venerdì Santo faremo memoria della passione e della morte del Signore. Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità, scegliendo a tal fine la morte più crudele ed umiliante: la crocifissione. Esiste una inscindibile connessione fra l’Ultima Cena e la morte di Gesù. Nella prima Gesù dona il suo Corpo e il suo Sangue, ossia la sua esistenza terrena, se stesso, anticipando la sua morte e trasformandola in un atto di amore. Così la morte che, per sua natura, è la fine, la distruzione di ogni relazione, viene da lui resa atto di comunicazione di sé, strumento di salvezza e proclamazione della vittoria dell’amore. In tal modo, Gesù diventa la chiave per comprendere l’Ultima Cena che è anticipazione della trasformazione della morte violenta in sacrificio volontario, in atto di amore che redime e salva il mondo.

Il Sabato Santo è caratterizzato da un grande silenzio. Le Chiese sono spoglie e non sono previste particolari liturgie. In questo tempo di attesa e di speranza, i credenti sono invitati alla preghiera, alla riflessione, alla conversione, anche attraverso il sacramento della riconciliazione, per poter partecipare, intimamente rinnovati, alla celebrazione della Pasqua.

Nella notte del Sabato Santo, durante la solenne Veglia Pasquale, "madre di tutte le veglie", tale silenzio sarà rotto dal canto dell’Alleluia, che annuncia la resurrezione di Cristo e proclama la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte. La Chiesa gioirà nell’incontro con il suo Signore, entrando nel giorno della Pasqua che il Signore inaugura risorgendo dai morti.

Cari Fratelli e Sorelle, disponiamoci a vivere intensamente questo Triduo Santo ormai imminente, per essere sempre più profondamente inseriti nel Mistero di Cristo, morto e risorto per noi. Ci accompagni in questo itinerario spirituale la Vergine Santissima. Lei che seguì Gesù nella sua passione e fu presente sotto la Croce, ci introduca nel mistero pasquale, perché possiamo sperimentare la letizia e la pace del Risorto.

Con questi sentimenti, ricambio fin d’ora i più cordiali auguri di santa Pasqua a tutti voi, estendendoli alle vostre Comunità e a tutti i vostri cari.

Venerdì Santo. Il commento e gli approfondimenti


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IL COMMENTO

Oggi siamo invitati a contemplare che cosa sia l'amore. Quante parole per descriverlo, e arte, e la vita di tutti alla sua ricerca. Ne abbiamo percepito l'esistenza, ne abbiamo assaporato la dolcezza. Qualcosa dentro ci dice, ci ha sempre sussurrato e testimoniato che esiste questo amore più grande, che supera i limiti della carne e dei sentimenti, che non sfugge dalle mani quando si spegne la passione e subentrano le difficoltà. Lo portiamo dentro il segno di questo amore, impresso come un sigillo, ed è come una ferita mai rimarginata. E' quella nostalgia che accompagna ogni nostra ora, quel "qualcosa" di cui sentiamo, vivissima, la mancanza ovunque e in ogni istante, nel dolore e nella gioia, nella stanchezza e nel riposo. Al fondo di noi stessi, dove siamo esattamente quel che siamo, al di là di maschere e compromessi, lì dove appare il nostro essere irripetibile che ci fa unici nella storia dell'intera umanità, nell'abisso del nostro cuore si cela l'impronta di Dio. E' incancellabile, per quanto la debolezza ed i peccati si accumulino e ne deturpino i connotati seppellendola sotto le macerie di fallimenti e dolori. Quell'aurora d'amore non ci lascia in pace, è un'eco, un grido, un bisogno, un desiderio. E' la gelosia ardente di Dio, quella "santa concupiscenza" (secondo l'originale greco di Lc.22,15) con la quale il Signore Gesù ha desiderato celebrare la Pasqua con i suoi discepoli. La stessa che ci brucia dentro, che fa evaporare ogni illusione, ogni effimera gioia, che ci fa sentire inappagante anche l'amore più bello e puro che sgorga dai nostri cuori. Perchè non ci basta l'amore del marito, della moglie? Perchè, pur amando con tutto noi stessi i nostri figli - ed è l'amore più limpido di cui abbiamo esperienza - ci troviamo vuoti, tristi, delusi, adirati di fronte ad un'ingiustizia, un tradimento, una malattia? Perchè l'amore di una madre che ha gestato e dato alla luce suo figlio non è capace di colmarle il cuore e l'esistenza al punto di farle attraversare la scia di dolori e fallimenti che accompagna i suoi giorni? Perchè quell'amore e qualunque altro amore non ci sazia? Oggi ci è data la risposta, oggi ci è svelato il mistero in cui è racchiusa la nostra vita. E non si tratta di parole. Non è psicologia o filosofia, neppure religione. E' un uomo crocifisso. Non si tratta di capire ma di contemplare. Lasciare che il volto di Cristo, le sue mani, i suoi piedi, il suo fianco parlino al nostro cuore. Guardarlo, adorarlo, fissarlo. Sino a che i suoi stessi chiodi, la stessa lancia penetrino al fondo di noi stessi, e destino e illuminino quel seme d'amore che rechiamo impresso, l'immagine stessa di Dio che ci costituisce e che abbiamo dimenticato. Che la nostalgia sino ad oggi indecifrabile si schiuda all'incontro con l'amore che da sempre abbiamo desiderato. Che l'ardente amore suo abbracci l'ardente nostro desiderio. Che in Lui, crocifisso in un legno d'assurdo e infinito amore, ogni nostra voragine sia colmata. Posare il nostro sguardo sulle sue ferite e scoprire che in quelle mani son scritti, nel sangue, i nostri nomi, i nostri giorni, le nostre ore, tutte. La sua croce è la nostra croce, l'amore mai domo che ci ha seguito, strattonato, chiamato, impetuoso a volte, geloso e inopportuno, ma nache tenero e delicato nel lasciarci totale libertà, di scappare, di urlare, di peccare. L'amore che rompe gli argini della legge, degli schemi, al punto di consegnarsi muto all'estremo d'ogni libertà, quella di uccidere lo stesso amore, di annichilirlo tra odi e rancori. Oggi ci è donata la risposta ad ogni domanda, ai dubbi e alle ansie, al vuoto che non ci lascia. Oggi il Signore crocifisso ci schiude le porte del Cielo, ci introduce nel suo Regno, l'unico amore incontaminato, incorruttibile, che varca ogni limite di morte, fisica e interiore; oggi il suo amore strappa il velo che ci ha accecato per svelarci il destino ultimo ed eterno per il quale siamo fatti: oggi, nella sua Croce, possiamo leggere i nostri nomi scritti, indelebilmente, in Cielo. E' l'unica gioia, che nessuno e nulla potrà mai strapparci, il pegno dell'amore eterno di Dio manifestato nel suo Figlio consegnato, gratuitamente, a ciascuno di noi.



Rapisca,
ti prego, o Signore,
l'ardente e dolce
forza del tuo amore
la mente mia
da tutte le cose
che sono sotto il cielo,
perché io muoia
per amore
dell'amor tuo,
come Tu
ti sei degnato morire
per amore
dell'amor mio


San Francesco







A Elberti. E' la Pasqua del Signore. Venerdì Santo

Digiuno, virtù dimenticata?

Ratzinger - Benedetto XVI. Venerdì Santo: Gesù Crocifisso è la verità che ci rende liberi di amare
Joseph Ratzinger. Meditazioni e preghiere per il Venerdì Santo

A.M. Sicari. VIA CRUCIS IN COMPAGNIA DEI SANTI

Meditazione di Chiara Lubich per il Venerdì Santo
Meditazioni di monsignor Ravasi per la “Via Crucis” al Colosseo
H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
Don Divo Barsotti. Meditazioni per il Venerdì Santo
Vanhoye. La Croce
Accadde al Getsemani. Fare memoria del suo dolore
V. Messori. In coda lungo le autostrade nel giorno della Via Crucis
Venerdì Santo. Romano Guardini, Il Signore
Lo sconosciuto del Getsemani
LA CROCE E IL CROCIFISSO. Uno studio da meditare
IL GIARDINO DEGLI OLIVI
Mons. Caffarra. LA CROCE E LA VERITA’ SULL’UOMO
Il Mistero nella dipinta croce

Cantalamessa: “La tunica era senza cuciture”. Omelia nella Passione del Signore
P. R. Cantalamessa: OMELIE SULLA PASSIONE DEL SIGNORE
P. R. Cantalamessa. UNO SGUARDO DA STORICI SULLA PASSIONE DI CRISTO
P. R. Cantalamessa. “Giuseppe d''Arimatea” per i crocifissi di oggi
P. Cantalamessa: “Cristo Imparò l’obbedienza dalle cose che patì”

Venerdì Santo. Hamon-Borla, Meditazioni
In Passione Domini. Dal "Libro delle Rivelazioni" di Giuliana di Norwich
Esegesi del Nuovo Testamento: Gv 13-17: i discorsi d''addio
Inos Biffi. Cristo ascende la Croce. Inizia il tempo nuovo. L''inno "All''ora terza" di sant''Ambrogio
S. Fausti. Commento esegetico alla Passione di Matteo
Sabourin. La Passione
M.J. Lagrange. La Passione

LA PASSIONE DI CRISTO di MEL GIBSON. VIDEO E LETTURA TEOLOGICO-SPIRITUALE DEL FILM
La passione di Gesu’ alla luce degli scritti di Santa Veronica Giuliani

La Passione secondo A.K. Emmerick
La Passione secondo Suor Maria d''Agreda. Dalla "Mistica Città di Dio"
Vittorio Messori. La sfida: la cronaca della passione e morte
LETTURE SULLA PASSIONE DI GESU'' CRISTO
Chi è costui? La Passione nella letteratura
Gli ultimi giorni di Gesù
Dalla via dolorosa al Golgota
Così è morto Gesù: check up della Passione
La Passione secondo Matteo di J.S.Bach. Lettura e Mp3
Tallo e l''oscuramento del sole
J. Jeremias. La Passione

La morte di Gesù come espiazione nella concezione paolina. Pino Pulcinelli
J. Ratzinger. Gesù tra la bellezza e il dolore
Giuda Iscariota. Ratzinger - Benedetto XVI, Tradizione, i Padri, esegesi
Santa Caterina da Siena. « Sapendo che era giunta la sua ora... Gesù li amò sino alla fine »


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IL GIARDINO DEGLI OLIVI

GLI AVVENIMENTI



Nelle narrazioni della Passione dei quattro Evangelisti, l'avvenimento ha inizio in un posto situato fuori delle mura di Gerusalemme, che Matteo e Marco chiamano Getsemani. I testi ci consentono di individuare ancor meglio i luoghi che furono testimoni di quanto accadde.

1. I TESTI Mat 26,36-56:

Allora Gesù, portatosi con essi a un podere detto Getsemani, dice ai discepoli: "Sedetevi qui, mentre io vado lì a pregare". Quindi, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, incominciò a rattristarsi e a essere angosciato. Allora dice a essi: "L'anima mia è triste fino alla morte. Aspettate qui e vegliate insieme a me". Poi, fattosi un po' più avanti, cadde sulla sua faccia pregando e dicendo: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice. Peraltro, non come io voglio, ma come vuoi tu". Viene poi dai discepoli e li trova addormentati. Dice a Pietro: "Così, non avete potuto vegliare per un'ora insieme a me! Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito, sì, è pronto; ma la carne è debole". Di nuovo, per la seconda volta, allontanatosi, pregò dicendo: "Padre mio, se non è possibile che questo calice passi da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà". Tornato di nuovo, li trovò addormentati, giacché i loro occhi erano appesantiti. Perciò, lasciatili, si allontanò di nuovo per pregare la terza volta, ripetendo ancora le stesse parole. Allora viene dai discepoli e dice loro: "Dormite, ormai, e riposatevi! Ecco, l'ora si e avvicinata é il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, chi mi tradisce si è avvicinato!".

Mentre egli parlava ancora, ecco giunse Giuda, uno dei dodici, e insieme a lui molta folla con spade e bastoni, inviata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segnale dicendo: "Quello che io bacerò, è lui; prendetelo!". Avvicinatosi subito a Gesù, disse: "Salve, Rabbi!" e lo baciò. Ma Gesù gli disse:, "Amico, a che sei venuto?". Allora quelli, avvicinatisi, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono.

Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, stesa la mano, trasse fuori la sua spada e, colpendo il servo del sommo sacerdote, gli tagliò l'orecchio. Allora Gesù gli dice: "Rimetti la tua spada al suo posto, poiché tutti quelli che prendono la spada; di spada periranno. O forse credi che non possa invocare il Padre mio, che mi metterebbe a disposizione all'istante più di dodici legioni di angeli? Ma come si compirebbero le Scritture" secondo le quali bisogna che così avvenga?".

In quel momento Gesù disse alle folle: "Come contro un brigante, con spade e bastoni, siete venuti a prendermi Ogni giorno stavo seduto nel tempio per insegnare e non mi avete arrestato. Ma tutto ciò è avvenuto affinché si adempissero le Scritture dei profeti". Allora i discepoli tutti, abbandonatolo, se ne fuggirono.

Il testo di Marco differisce da quello di Matteo solo in dettagli minimi, che non sono di alcun interesse per il presente lavoro, (14,32,52). Sottolineiamo soltanto il celebre episodio con il quale l'Evangelista conclude la scena dell'arresto, e sul quale ritorneremo in seguito: "E un ragazzo lo seguiva, avvolto il corpo nudo in un fine indumento. L'afferrano. Ma quello, abbandonato l'indumento, fuggì".


Luca 22,39-54:

Poi uscì e se n'andarono, come al solito, al Monte degli Olivi, e anche i discepoli lo seguirono. Arrivato sul posto, disse loro: "Pregate per non cadere in tentazione". S'allontanò da loro quanto un tiro di sasso, e inginocchiatosi pregava, dicendo: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice. Però non si faccia la mia, ma la tua volontà". Allora gli apparve un angelo dal cielo che lo rincorava. Poi, in preda all'angoscia, pregava con più intensità e il suo sudore divenne simile a grumi di sangue che scendevano a terra. Si alzò dall'orazione, venne vicino ai suoi discepoli e li trovò assopiti a causa della tristezza. 'E disse loro: "Perché dormite? Alzatevi e pregate, perché non abbiate a cadere in tentazione".

Egli stava ancora parlando, quando apparve una turba e quegli che era chiamato Giuda, uno dei dodici, li precedeva. E si avvicinò a Gesù per baciarlo. E Gesù gli disse: "Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo?". Ora coloro che l'attorniavano, vedendo quel che stava per succedere, dissero: "Signore, adoperiamo la spada?". E uno d'essi colpì il servo del sommo sacerdote e gli portò via l'orecchio destro. Ma Gesù, intervenendo, disse: "Lasciate stare!". E toccato l'orecchio di quell'uomo, lo sanò. Poi Gesù disse ai capi dei sacerdoti, ai comandanti delle guardie del tempio e agli anziani che erano venuti contro di lui: "Come contro un ladrone siete venuti. con spade e bastoni! Quando ero ogni giorno con voi nel tempio, non avete osato mettermi le mani addosso, ma questa è l'ora vostra e il potere delle tenebre". Essi allora lo presero e lo portarono via...


Giov 18,1-12:

... Gesù se n'andò con i suoi discepoli al di là dal torrente Cedron, dove c'era un orto, e vi entrò, lui e i suoi discepoli. Anche Giuda, che lo tradiva, conosceva il luogo, perché spesso Gesù si riuniva là con i suoi discepoli.

Giuda dunque, presa la coorte e delle guardie dai sommi sacerdoti e dai farisei, va là con lanterne, fiaccole e armi. Gesù, sapendo tutto quello che gli doveva accadere si fà avanti e dice loro: "Chi cercate?". Gli risposero: "Gesù di Nazaret". Dice loro Gesù: "Io sono". Anche Giuda che lo tradiva stava con essi! Appena disse loro: "Io sono", indietreggiarono e caddero a terra.

Chiese loro di nuovo: "Chi cercate?". E quelli: "Gesù di Nazaret". Rispose Gesù: "Ve l'ho detto: Sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano". Si adempiva così la parola che aveva detto: "Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato".

Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la sguainò e colpì il servo del sommo sacerdote tagliandogli l'orecchio destro. Il servo si chiamava Malco. Ma Gesù disse a Pietro: "Rimetti la spada nel fodero! Il calice che mi ha dato il Padre non lo berrò?". La coorte, il tribuno e le guardie dei Giudei presero dunque Gesù e lo legarono.

IL LUOGO


Tanto i manoscritti quanto le cronache dei primi pellegrini ci danno lezioni diverse del posto che, secondo Matteo e Marco, ha visto l'agonia e l'arresto di Gesù, e gli esegeti - a loro volta - ci propongono parecchie etimologie. La lezione più comune, oggi generalmente accettata, "Getsemani", rappresenta la forma lievemente ellenizzata delle parole ebraiche gath (frantoio) e scemanim (oli). Questo "frantoio degli oli" si trovava oltre il torrente Cedron (Giov 18,1), in direzione del Monte degli Olivi (Mat 26,30; Mar 14,26; Luc 22,39). Come quasi tutti i torrenti o wadi palestinesi, il Cedron, non è che un greto secco nella valle e si riempie d'acqua soltanto dopo le torrenziali piogge invernali. Questo wadi, al cui corso presentemente vengono dati diversi nomi, nasce a nord-ovest di Gerusalemme, costeggia la città verso est, dove la separa dal Monte degli Olivi, si dirige verso sud-est per sfociare nel Mar Morto a sud di Qumran (Figg. 1 e 2).

Il Cedron delude di solito i pellegrini del Getsemani. Essi hanno in mente torrenti dal corso impetuoso incassati tra declivi montagnosi, e vedono invece una specie di canale ingombro di pietre, nel fondo di una valle che non corrisponde molto a quello che la credenza popolare, dal IV secolo in poi, si raffigura circa la Valle di Josafat, valle dove Dio "siederà a giudicare tutti i popoli all'intorno" (Gioele 4,2-12). Una vasta necropoli giudea, cristiana e maomettana resta tuttora a testimoniare di tale credenza. Nel tratto in cui costeggia le mura di Gerusalemme, la valle del Cedron non è ampia, come nel tratto un po' più a monte e come ritornerà ad essere a sud della città, né è quella gola selvaggia eppure maestosa, che suscita l'ammirazione dei visitatori del monastero di Mar Saba. E' giusto notare che, dall'epoca evangelica, le alluvioni del Cedron e gli strati di detriti e di terra franata hanno alzato, nelle vicinanze di Gerusalemme, di quasi 15 metri il fondo della valle, addolcendo nel contempo la ripidezza dei fianchi.

Tuttavia, per chi voglia ritrovare i "passi di Gesù", la valle del Cedron è una delle località più suggestive. Quante volte, in verità, il Cristo ha attraversato uno dei ponti sul torrente, per andare da Gerusalemme a Betania o, come dice S. Giovanni, per recarsi nel giardino "al di là del torrente Cedron!".

La notte in cui fu arrestato, Gesù, accompagnato da undici Apostoli, dopo essere disceso dal colle occidentale di Gerusalemme, oggi chiamato Monte Sion - dove, a partire dal IV secolo, è stato localizzato il Cenacolo - uscì dalla città forse per la porta della Fontana, vicina alla piscina di Siloe, e risalì la valle verso nord, passando presso i monumenti funebri che vengono fatti risalire all'epoca asmonea (II secolo a. C.). Il gruppo giunse in un posto che Matteo e Marco chiamano "chorion", podere, fondo rustico, casa di campagna, e Giovanni chiama "kepos", giardino, frutteto, uno di quegli oliveti recintati, tipici del paesaggio palestinese, dove probabilmente c'era anche un frantoio.

Gli esegeti non si sono mai stancati di indagare circa i rapporti che correvano tra Gesù e il proprietario di questo podere. Dato che spesso il Signore si recava colà in compagnia degli Apostoli (Giov. 18,2), il proprietario non doveva essere uno sconosciuto. L'episodio che, malgrado sembri insignificante, Marco si fà premura di narrare, è considerato da alcuni come un fatto personale, una specie di firma. Senza dubbio, il ragazzo che aveva addosso soltanto quel "fine indumento di lino" non poteva abitare troppo lontano. Ma Marco non dice che l'episodio è accaduto proprio al Getsemani, così che, qualora si tratti del futuro Evangelista, non disponiamo di alcun elemento sicuro che ci permetta di affermare che la sua famiglia possedeva quel podere.

Gli avvenimenti del Getsemani succedono in posti che, per ben comprendere le tradizioni primitive, devono essere necessariamente distinti.

Giunto al Getsemani, Gesù lasciò otto Apostoli in un punto e si allontanò "quanto un tiro di sasso" con Pietro, Giacomo e Giovanni. A questi suoi tre intimi, che erano stati i testimoni della Trasfigurazione Gesù chiese di vegliare con lui in quell'ora di "tristezza" e di "angoscia". Poi, appartatosi ancora un poco, "cadde sulla sua faccia".

Sebbene i testi non lo dicano esplicitamente, è probabile che Gesù abbia ricondotto i tre discepoli verso gli altri e che abbia atteso l'arrivo di Giuda in mezzo al gruppo.


Secondo il testo greco di Giovanni, Gesù "uscì" per andare incontro alla coorte e alle guardie. Questo verbo sembra indicare che l'arresto è avvenuto fuori del giardino dove Gesù era "entrato" con gli Apostoli (cfr. 18,1). Questa interpretazione d'altronde, è accettata da molti esegeti. Tuttavia dopo alcuni versetti (18, 26), Giovanni parla dell'arresto come avvenuto proprio nel giardino, quando fa dire ad un parente di Malco, al momento del rinnegamento di Pietro: "Non ti ho visto io nell'orto con lui?"

Le tradizioni primitive e la topografia ci aiuteranno a trovare la spiegazione del verbo usato da Giovanni.

Otto vecchi olivi, da dietro una bassa cancellata a motivi bizantini (eretta nel 1959), attirano l'attenzione dei pellegrini al loro ingresso nel giardino, e creano l'atmosfera spirituale per una visita al Getsemani. La loro età ha sollevato discussioni che vengono riecheggiate in tutte le guide. Questi alberi, la cui prima menzione risale al XV secolo, apparivano ai pellegrini dei secoli seguenti, molto vecchi e molto grandi, i più grandi di tutti gli alberi di Palestina.

Nessuno mette in dubbio l'età veneranda di questi olivi dal tronco cavo e nodoso; ma né la storia né la botanica offrono argomenti decisivi circa la loro data di nascita.

Tutte le deduzioni che alcuni hanno voluto trarre dalla Guerra Giudaica di Giuseppe Flavio, sono vane e noi non sappiamo se gli olivi, che forse crescevano nel giardino all'epoca del Cristo, sono stati, o meno, abbattuti dai Romani nel 70, durante l'assedio di Gerusalemme. Altrettanto vana è la prova che alcuni pellegrini e alcuni scrittori (tra cui perfino Chateaubriand) hanno dedotto da una supposta esenzione fiscale - o riduzione, perché i testi sono contraddittori - di cui avrebbero goduto gli olivi del Getsemani per il fatto di essere anteriori all'invasione araba... o al dominio turco. Questa esenzione è spiegata semplicemente dalla natura religiosa dell'opera alla quale i musulmani avevano assegnato il giardino del Getsemani, dopo aver riconquistato Gerusalemme nel 1187.

I botanici non hanno miglior fortuna degli storici. Se, da una parte, il tronco di un olivo, soprattutto di un vecchio olivo, non si presta allo studio dello sviluppo vegetale, d'altra parte nulla suffraga l'affermazione dei pellegrini che ritengono che gli olivi del Getsemani siano dei polloni delle piante dell'epoca del Cristo. Anche se spesso avviene, come già osservava Plinio il Vecchio, che l'olivo non muore, ma rinasce dal suo stesso ceppo, il fenomeno non è accaduto a quell'albero del Getsemani che i pellegrini del XVII secolo dicono esser stato bruciato, abbattuto, o esser morto di vecchiaia, e che non pare, checché se ne sia detto, aver generato dei polloni.

Senza dubbio le anime sensibili possono provare una certa delusione. Ma, anche se non sono proprio le piante dell'epoca evangelica, e forse nemmeno i polloni, gli olivi del Getsemani meritano la venerazione di tutti i pellegrini grazie al ricordo dell'Agonia da loro suscitato in questo luogo che ne è stato il testimone.

La storia del Giardino degli Olivi può essere riassunta in poche righe. Dopo aver fatto probabilmente parte del complesso ecclesiastico delle chiese costruite a partire dal IV secolo nel luogo dell'Agonia, il giardino subì, partiti i crociati, la sorte di tutte le antiche proprietà cristiane: fu assegnato come waqf (lascito pio) ad un'opera religiosa maomettana. Nel caso specifico, al collegio teologico che aveva sede nella chiesa di S. Anna.

Il terreno, chiamato dai pellegrini del XIII secolo e dei secoli seguenti, "campo fiorito", "giardino dei fiori", dopo il XIV secolo ci appare diviso, da sentieri e muriccioli, in diversi appezzamenti. Sembra in realtà che il waqf del Getsemani sia finito per diventare una proprietà privata che una serie di legati ereditari doveva spezzettare fra parecchi proprietari.

Le testimonianze, che diventano con il tempo sempre più numerose seppure non sempre più esatte, dimostrano che i fedeli continuavano a venerare il Giardino degli Olivi. Tuttavia, mentre i cristiani orientali hanno conservato le tradizioni antiche, almeno per quanto concerne il luogo dell'Agonia, la maggioranza dei pellegrini occidentali ha invertito, a poco a poco, i posti, giungendo a localizzare il luogo dell'Agonia di Gesù nella grotta vicina (che venne così chiamata "Grotta dell'Agonia") e il luogo dell'arresto, nel giardino.

Nel XVII secolo, per interposta persona, i francescani entrarono in possesso del Giardino degli Olivi. Sebbene il contratto ufficiale d'acquisto sia stato redatto nel 1681, pare che il giardino appartenesse ai francescani già nel 1666, sempre che si possa prestar fede a quanto riferiscono diversi pellegrini. Gli archivi della Custodia di Terra Santa conservano numerosi documenti - contratti d'acquisto, composizioni di liti - relativi ai possedimenti del Getsemani, ma oggi è spesso difficile stabilire con precisione le località. Così, circa il contratto del 1681, noi possiamo rintracciare esattamente soltanto i confini est e ovest del terreno acquistato: il sentiero del Monte degli Olivi e la grande strada statale di Gerico. A nord, il terreno arrivava ad un oliveto dei francescani; a sud, al vigneto di due arabi. In quanto alla grotta compresa nel terreno acquistato, è impossibile appurare se era realmente l'attuale "Grotta del Getsemani".

Tuttavia, per quasi tutti i pellegrini il Giardino degli Olivi si restringeva in effetti al campo dove crescevano i vecchi olivi che l' "opinione comune" e la "tradizione del paese" facevano risalire all'epoca del Cristo. L'area non era più coltivata; un muro a secco, alto circa 1 metro, la circondava.

Il giardino fu lasciato in quelle condizioni fino al 1847. Per proteggere gli olivi, i francescani furono obbligati a costruire una recinzione più alta, che venne sostituita nel 1959 dal muro che oggi vediamo. Protetto in tal modo, il terreno fu coperto, malgrado i pareri contrari, da una serie di aiole, probabilmente a ricordo del "giardino dei fiori" dei secoli XIII e XIV. Ma, dalle relazioni pervenuteci, sembra che i pellegrini di allora sperassero di trovare in questo luogo un pó più di semplicità.

Un bassorilievo di marmo, che un tempo era collocato nel giardino ed ora si trova a lato della porta della sacrestia, rappresenta l'agonia di Gesù. Questa scultura, opera del veneziano Torretti, maestro del Canova, è stata mutilata da ignoti vandali.

LA GROTTA DEL TRADIMENTO


I pellegrini del IV-VI secolo, seguendo le narrazioni evangeliche, commemoravano l'agonia e l'arresto di Gesù in due luoghi diversi. Sebbene delle aggiunte siano venute a complicare la tradizione, facendo persino accadere l'episodio dell'agonia in un terzo posto, i fedeli hanno sempre mantenuto la distinzione tra i due luoghi. Certamente le testimoniante dei pellegrini, che costituiscono la fonte prima delle nostre informazioni, non sempre brillano per chiarezza, né per esattezza. Spesso limitate a poche osservazioni e a pochi ricordi, queste relazioni trascuravano quanto sembra a noi oggi essenziale, per dilungarsi su particolari e su fatti "miracolosi", o per lasciarsi andare a considerazioni pie. Dato che sono state talvolta scritte a distanza di tempo, anche da terze persone, non è facile sfrondarle. La loro lettura, tuttavia, prescindendo dai particolari e da qualche testo dubbio, ci permette di constatare che la distinzione tra il "giardino e la "grotta" era costante.
La Grotta del Tradimento
1. Fonti Letterarie

Secondo la tradizione del IV secolo, come abbiamo visto, il posto dove era avvenuto il tradimento si trovava a destra del sentiero che porta dalla città al Monte degli Olivi. Mentre l'Anonimo di Bordeaux ricollega il fatto ad una roccia, pellegrini posteriori parlano di una grotta. Una ricostruzione della notte del Getsemani ci autorizza a ritenere che Gesù, prima di farsi incontro a Giuda, sia andato a raggiungere, con Pietro, Giacomo e Giovanni, gli otto Apostoli proprio nella grotta dove li aveva lasciati.

Comunque si siano in realtà svolti i fatti, i pellegrini, uscendo dalla chiesa dell'Assunzione, dove si trovava la tomba della Vergine, visitavano la grotta del Tradimento prima di venerare l'Agonia di Gesù nel giardino, e di iniziare la salita al Monte degli Olivi.

Questa distinzione tra i due luoghi venne conservata fino al XIV secolo. Dopo di allora, si ebbe una inversione, accettata almeno dai pellegrini occidentali, che durò fino alla scoperta delle antiche chiese dell'Agonia e che diede erroneamente alla grotta il nome di "Grotta dell'Agonia".

Il primo documento che localizza la scena dell'Agonia in questa grotta, è la relazione del domenicano tedesco Wilhelm von Boldensele (1333). Dopo un periodo di discordia e di incertezza, durante il quale secondo alcuni pellegrini Gesù avrebbe pregato la terza volta, in un posto diverso, i cristiani occidentali, nel XVI secolo, finirono per identificare nella grotta il luogo delle tre preghiere.

A seguito di ciò, il luogo del tradimento di Giuda e quello dell'arresto vennero localizzati vicino alla "Roccia degli Apostoli", mentre il posto dove si erano trattenuti gli otto Apostoli veniva fissato più in basso nella valle.

Visto che i cristiani orientali hanno conservato la tradizione primitiva circa il luogo dell'Agonia, ci si e domandati il perché dell'inversione. E' possibile che alcune parole, dipinte sulla parete, e delle quali parleremo in seguito, abbiano tratto in inganno i pellegrini. E' anche possibile che la distruzione della chiesa del Santo Salvatore abbia indotto i fedeli a scegliere un altro posto, che serviva da santuario e nel quale veneravano l'Agonia.

Quantunque i francescani fossero entrati in possesso della grotta nel 1361, i loro diritti furono poco rispettati e molto contestati fino all'inizio del XIX secolo: il luogo restava una specie di proprietà pubblica dove i musulmani portavano il bestiame al riparo.

Diversi documenti riferiscono che proprio in questa grotta del Getsemani Gesù, durante una cena, avrebbe lavato i piedi agli Apostoli.

Menzionata verso il 530 nella relazione dell'arcidiacono Teodosio e nel trattatello anonimo intitolato Il breviario di Gerusalemme, questa cena è citata anche in documenti posteriori. A poco a poco il ricordo andò perso, salvo uno sporadico riferimento fatto nel XV secolo da un pellegrino russo, il mercante Basilio. Le guide mostravano ai pellegrini persino i quattro (o tre) tavoli ai quali si sarebbero seduti Gesù e gli Apostoli. Per devozione, i fedeli prendevano nella grotta un pasto senza carne.
In questo pasto il P. Emmanuele Testa vede una delle "cene" che i giudeo-cristiani celebravano in determinati posti che erano stati onorati dalla presenza del Salvatore. Alla "cena" del Getsemani, che un sermone attribuito a Eutiche patriarca di Costantinopoli (VI secolo), cita insieme con quelle che si tenevano al Monte Sion e a Betania, partecipavano probabilmente i membri della setta giudeocristiana degli Ebioniti. che si astenevano dalla carne e consumavano pane azimo e acqua.

2. STRUTTURA E DECORAZIONE DELLA GROTTA

La grotta del Getsemani misura, grosso modo, 19 metri per 10. L'irruente alluvione del novembre 1955 rese necessari dei restauri, che vennero effettuati nel 1956-1957 sotto la direzione del P. Virgilio Corbo, il quale ebbe così l'opportunità di studiare la struttura ed il sottosuolo del posto.

Originariamente la grotta si apriva verso nord con un'entrata larga circa 5 metri. Era costituita dall'attuale parte centrale, da una parte più profonda a est e, probabilmente, da un prolungamento verso un'altra piccola grotta situata a est-sudest. Sembra che nella depressione esistesse un frantoio, il cui braccio poteva far leva in una cavità ancora visibile nella parete sud. A nord-ovest della grotta una conca naturale della massa rocciosa era stata ingrandita e adibita a cisterna. Le acque scendevano dal tetto e, convogliate in un canaletto scavato nella parete esterna della grotta rivolta a nord, venivano dirette, prima di entrare nella cisterna, verso una piccola vasca di decantazione.

Questi sono i vari elementi che sembrano essere esistiti all'epoca evangelica e che sembrano testimoniare la destinazione del posto ad usi agricoli, destinazione che non impediva d'altronde altri servizi, finita la stagione delle olive.

Nel IV secolo la grotta fu trasformata in cappella. Per questo motivo venne costruita una specie di deambulatorio, tuttora esistente, che costeggiava le pareti sud e ovest, ed aveva la volta più bassa di quella della parte centrale.

Quattro pilastri di roccia sostenevano la volta della nuova cappella, che riceveva luce da un'apertura praticata nel tetto. Una piccola vasca, scavata nel pavimento in corrispondenza di questa apertura, riceveva le acque piovane.

L'ingresso fu spostato verso nord-ovest, probabilmente al momento della costruzione della chiesa dell'Assunzione, che veniva a bloccare la via di accesso alla grotta. La nuova entrata era larga circa 2 metri e alta 1,90 metri.

La cappella era pavimentata con mosaico bianco, malamente rovinato da fosse di tombe. Infatti, il sottosuolo, ad eccezione di quello del presbyterium, situato nella depressione orientale, racchiudeva una necropoli di 42 tombe, risalenti al V-VIII secolo, ma utilizzate nuovamente durante le crociate. Nel IV-V secolo la stessa cisterna dell'angolo nord-ovest servì da sepolcro sotterraneo. Questo sepolcro era ricoperto con un mosaico di tessere rosse, bianche e turchine, del quale restano due parole: ke anapaus ... (Signore, dona il riposo ... ).

Del periodo bizantino sono stati rinvenuti, in particolare, un bel frammento della transenna che delimitava il presbyterium e diverse iscrizioni funebri. L'esame della volta ha rivelato la presenza di numerosi graffiti, lo studio dei quali non è stato ancora concluso.

Durante il Regno di Gerusalemme, il pavimento della cappella fu riparato con lastre di pietra, con mosaico a grandi tessere, con pezzi di marmo e con mattoni. La volta fu decorata prevalentemente con motivo di stelle, mentre il presbyterium fu ornato da una grande composizione; i cui resti arrivano fino alla parete settentrionale: due aureole, dei paramenti, un'ala d'angelo. Basandosi sulla relazione di J. von Wurtzburg (1165), su una iscrizione parietale e su dei mosaici di Venezia e di Monreale di Palermo, il P. Corbo ritiene di poter distinguere tre scene: la preghiera del Cristo nel giardino, il Cristo con gli Apostoli e l'Angelo che consola il Salvatore.

I tre versetti dell'iscrizione sono stati variamente trascritti e interpretati. Ma il cielo pittorico che aveva ornato il presbyterium, sembra giustificare la seguente lezione: "Qui [nelle scene rappresentate]: il Re Santo ha sudato sangue. Il Signore e Cristo ha spesso frequentato [questo luogo con i suoi Apostoli]. Padre mio, se le vuoi, allontana da me questo calice".

Nel 1655 delle alluvioni obbligarono i francescani a chiudere l'ingresso bizantino con un muretto di pietra e ad aprirne uno nuovo all'estremità di uno stretto andito praticato tra due muri di sostegno. Il nuovo ingresso prendeva la parte occidentale dell'apertura originaria. Una volta artificiale lo collegava con la grotta, nella quale si scendeva per una scala di circa 10 gradini.

Questo terzo ingresso fu un pó restaurato nel 1938 e nel 1956. I lavori del 1956 hanno messo in risalto una grande parte dell'ingresso primitivo, e l'ingresso bizantino, così come è stato ritrovato al di sopra dell'antica cisterna, a destra dell'entrata attuale. I restauri hanno parimenti preservato frammenti di mosaico bizantino.

Una pietra della facciata reca i brani del Vangelo relativi alla grotta, mentre la parola "Getsemani", incisa sul lintello, ricorda il nome primitivo del luogo.

I restauri del 1956-1957 hanno per caso liberato, a est-sud-est del presbyterium, una piccola grotta naturale, chiusa da un muro, ingombra di uno strato alto un metro di terra alluvionale. L'intonaco delle pareti non reca alcuna traccia di graffiti, né di decorazioni. Questa grotta, nella quale non si sono reperiti neanche resti minimi di pavimento, fu probabilmente chiusa dopo le alluvioni che avevano resi necessari i lavori del 1655.

© franciscan cyberspot - text written by Albert Storme


Giovedì Santo. Commento e approfondimenti

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Gv 13, 1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto.Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi».

Il Commento

Oggi Dio si inchina dinnanzi a ciascuno di noi. Dio si mette ai nostri piedi. Basterebbe questo per rimanere schiantati. La nostra superbia, i giudizi, le pretese, l'ira,la maldicenza, l'arroganza, la sfrontatezza, lìonda melmosa del nostro orgoglio si infrange su quest'amore che non può neanche essere immaginato. L'amore sino alla fine. L'amore di Gesù che percorre tutto il cammino che lo conduce sino al fondo delle nostre vite. Sino ad inginocchiarsi dinnanzi ai nostri delitti, ad ogni peccato, grande o piccolo che sia, che infanga i nostri piedi. In ginocchio per perdonarci. Per lavare ogni macchia. E' questa l'esperienza che ci attende oggi, in questo Santo Giovedì. Immergerci nel mistero d'amore che il nostro cuore attende da una vita. Incontrare Colui che stiamo cercando senza posa da quando siamo nati. Lasciarci sorprendere e trafiggere da Gesù, l'unico che ci ama sino ad inginocchiarsi dinnanzi a noi. Sino a consegnare tutto di sé. Chiunque oggi si senta vuoto, solo, sfiduciato. Triste, angosciato, ribellato. Schiavo di peccati dai quali non può uscire. Chiunque di noi insomma, oggi può stupirsi di un amore mai conosciuto. Un amore che non giudica, non esige, non chiede. Un amore che ama sino alla fine di noi stessi, agli angoli bui e irrisolti delle situazioni che ci tolgono pace e gioia. Sino alla fine di ogni nostro fallimento. Sino alla fine del peggior lato del nostro carattere. Sino all'ultima nostra debolezza. Sino alla fine dell'ultimo peccato inanellato. Un amore che brucia e cancella, che salva tutto quanto sembra perduto, che ricrea tutto quanto sembra morto e imputridito. Un amore che colma l'esistenza di senso e vita nuova. Un amore fatto pane, da mangiare per essere saziati. Un amore fatto vino, da bere e colmare ogni sete. Un amore che guarisce e dona pace e gioia. Un amore che stupisce e risuscita e ci sospinge nella vita ricolmi dello stesso amore, per amare, per inginocchiarci a nostra volta dinnanzi a chiunque appaia nelle nostre ore mendicando esattamente quello che abbiamo mendicato noi, sino a questo giorno. L'amore di Dio in Cristo Gesù, annientatosi e fattosi servo, l'ultimo, il più piccolo di questa terra, per farci suoi fratelli, salvati, amati. Per fare della nostra vita un miracolo d'amore. Lasciamoci amare allora, almeno oggi.


Louis Bouyer. L'Eucarestia I. Liturgia giudaica, liturgia cristiana
Louis Bouyer L'Eucarestia II Parola di Dio e Berachà
Louis Bouyer L'Eucarestia III. Le Berachà giudaiche
Louis Bouyer L'Eucarestia IV Dalla berachà giudaica all'eucarestia cristiana

H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna

La lavanda dei piedi. L'interpretazione della lavanda dei piedi nel IV Vangelo
La lavanda dei piedi come rito del Giovedì Santo
La lavanda dei piedi in Occidente
Lavanda dei piedi e peccato originale in S. Ambrogio

J. Jeremias. Questo è il mio corpo

F. Manns . Il cenacolo
Visita al Cenacolo

Ratzinger - Benedetto XVI. Giovedì Santo: Il presbitero: Stare davanti a Lui e servirLo sino al martirio
Ratzinger - Benedetto XVI. Giovedì Santo: il Signore s'inginocchia davanti ai nostri piedi per farci creature nuove
Ratzinger - Benedetto XVI. OMELIE NELLA SANTA MESSA DEL CRISMA
Ratzinger - Benedetto XVI. Il Papa: Al centro della Pasqua vi è la Croce. Omelia per il Giovedì Santo
Ratzinger - Benedetto XVI. OMELIE NELLA SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE
Papa Giovanni Paolo II Omelia nel Cenacolo (2000)
P. Cantalamessa. Due testi sul Giovedì Santo

Giovedì Santo: Fino alla fine...


A. Elberti. E' la Pasqua del Signore. Giovedì Santo. Come celebrare la liturgia della lavanda dei piedi


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Mercoledì Santo



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Mt 26,14-25

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?”. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.
Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?”. Ed egli rispose: “Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”. I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: “In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà”. Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: “Sono forse io, Signore?”. Ed egli rispose: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”. Giuda, il traditore, disse: “Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: “Tu l’hai detto”.


IL COMMENTO

Vi è un tempo per ogni cosa, ci ammonisce severa la sapienza del Qoelet. Un tempo favorevole per essere consegnato, compiere la missione, realizzare l'opera assegnata. Dare senso e pienezza alla vita. Il tradimento di Giuda segna l'arrivo del momento. E' prossimo, e Gesù lo sa. E si offre, liberamente, perchè è il suo momento. Può sembrare che qualcuno lo tradisca, lo consegni, lo uccida. E' l'aspetto visibile della vicenda. Nell'ombra, nascosta agli occhi della carne, scorre una trama che ha per protagonista Gesù stesso. E' Lui che conduce gli eventi. Il suo amore lo porta ad attirare a sè, a far intingere nel proprio piatto la mano del prorpio assassino. E' l'amore, sine glossa. Esso sboccia, maturo, nella pienezza del tempo, nel momento favorevole stabilito dal Padre. E diventa salvezza per ciascuno di noi. Ecco la vita di Gesù, la stessa preparata per noi che a Lui apparteniamo. Camminare nei giorni in attesa del momento favorevole per essere consegnato. Per consegnare noi stessi a chi ci è vicino, a chi reclama la nostra vita. Marito, moglie, figli, amici. Proprio quelli che intingono la loro mano nel nostro piatto, i nostri intimi, i nostri amati. Questo è il senso della nostra vita. Un momento favorevole nel quale offrire tutto noi stessi. Per amore. Come Gesù ha fatto per noi. In Lui trasformati, in Lui consegnati. E' la vita vera e piena, è la bellezza e la gioia, è l'eterno amore in noi che ci fa Pasqua viva per ogni uomo. La nostra vita sgorga dalla profonda commozione di Gesù dinnanzi ad ogni radimento. Tradendo la propria vocazione, la propria umanità, si tradisce Cristo. Ogni istante buttato lontano da Lui significa tradirlo, E, ad ogni istante buttato o immerso nel peccato, vi è sempre la commozione di Gesù. Una vita commossa, ecco la vita di Gesù. Le sue lacrime inondano il mondo, e noi ne siamo le gocce sparse per amore.



Meditazione del giorno:

Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d'Europa
La preghiera della Chiesa, 19-20

« Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua ? »


Sappiamo dai racconti degli evangelisti che Cristo ha pregato come ogni ebreo credente e fedele alla Legge... Pronunciò le antiche orazioni di benedizione, che ancora oggi sono recitate, per il pane, il vino e i frutti della terra, come ne testimoniano i racconti dell'ultima Cena, tutta consacrata all'adempimento di uno dei obblighi religiosi più santi : il solenne pasto della Pasqua, il quale commemorava la liberazione dalla schiavitù d'Egitto. Forse in questo momento ci è data la visione più profonda della preghiera di Cristo, e come una chiave che ci introduce nella preghiera di tutta la Chiesa...

La benedizione e la condivisione del pane e del vino facevano parte del rito del pasto pasquale. Ma l'una e l'altra ricevono qui un senso interamente nuovo. In questo momento nasce la vita della Chiesa. Certo, essa nasce in quanto comunità spirituale e visibile soltanto alla Pentecoste. Ma alla Cena, si compie l'innesto del tralcio sul ceppo, che rende possibile l'effusione dello Spirito. Le antiche orazioni di benedizione sono divenute nella bocca di Cristo, parole creatrici di vita. I frutti della terra sono divenuti la sua carne e il suo sangue, pieni della sua vita... La Pasqua dell'antica Alleanza è divenuta la Pasqua dell'Alleanza nuova.



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Messa di Pasqua: notazione gregoriana e mp3 dei canti

Dal collegamento che segue è possibile accedere alla notazione gregoriana della Messa di Pasqua e agli mp3 dei canti, tratti da Christus Rex. Di seguito sono proposti invece files mp3 degli stessi canti (eccetto l’ ite missa est, al solito scaricabili in blocco o ascoltabili direttamente dal sito ed eventualmente scaricabili ad uno) di qualità migliore, che per quanto riguarda graduale e alleluia sono nella versione “Chants Abreges” dei benedettini di Solesmes, più semplice da eseguire rispetto alla versione originele del Graduale Romanum ma perfettamente idonea all’uso liturgico. Ovviamente viene fornuta anche la notazione gregoriana opportunamente variata.

Scarica Introito: Resurrexi

Scarica Graduale: Haec dies…

Scarica Alleluia: Pascha nostrum

Scarica Sequenza: Victimae paschali laudes

Scarica Offertorio: Terra tremuit

Scarica Communio: Pascha nostrum



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Settimana santa: penitenti in processione, dalla Spagna al Sudamerica

Siviglia, Spagna

Siviglia, Spagna (AP Photo/Miguel Angel Morenatti)

Sono numerosissimi e i più diversi i riti che si celebrano ogni anno, nel mondo cattolico, in occasione della Settimana Santa. Durante questo periodo, immediatamente precedente la Pasqua, dall’Andalusia all’America Latina, nelle vie e nelle piazze di molte città e piccoli borghi sfilano processioni che celebrano gli ultimi giorni di Gesù e le sue passione, morte e resurrezione.
Zamora, Spagna

Zamora, Spagna

In questa galleria d’immagini, le processioni di penitenti incappucciati che si sono svolte a Siviglia, Caracas, Cordova, Malaga, Zamora e Guatemala City.
Guatemala City

Guatemala City (AP Photo/Rodrigo Abd)


  • Martedì 30 Marzo 2010


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Non chiudiamo gli occhi di fronte alla sofferenza. Le meditazioni scritte dal cardinale Camillo Ruini per la Via Crucis

Le meditazioni sulle quattordici stazioni della Via Crucis saranno introdotte dalla seguente meditazione e dalla successiva preghiera che sarà recitata da Benedetto XVI.

Quando l'Apostolo Filippo gli chiese: "Signore, mostraci il Padre", Gesù rispose: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto...? Chi ha visto me, ha visto il Padre" (Giovanni, 14, 8-9). Questa sera, mentre accompagniamo nel nostro cuore Gesù che cammina sotto la croce, non dimentichiamoci di queste sue parole. Anche quando porta la croce, anche quando muore sulla croce, Gesù è il Figlio che è una cosa sola con Dio Padre. Guardando il suo volto distrutto dalle percosse, dalla fatica, dalla sofferenza interiore, noi vediamo il volto del Padre. Anzi, proprio in questo momento la gloria di Dio, la sua luce troppo forte per ogni occhio umano, si fa maggiormente visibile sul volto di Gesù. Qui, in questo povero essere che Pilato ha mostrato ai Giudei, nella speranza di indurli a pietà, con le parole "Ecco l'uomo!" (Giovanni, 19, 5), si manifesta la vera grandezza di Dio, quella grandezza misteriosa che nessun uomo poteva immaginare.
Ma in Gesù crocifisso si rivela anche un'altra grandezza, la nostra grandezza, la grandezza che appartiene a ogni uomo per il fatto stesso di avere un volto e un cuore umano. Scrive Sant'Antonio di Padova: "Cristo, che è la tua vita, sta appeso davanti a te, perché tu guardi nella croce come in uno specchio (...) Se guarderai lui, potrai renderti conto di quanto grandi siano la tua dignità (...) e il tuo valore (...) In nessun altro luogo l'uomo può meglio rendersi conto di quanto egli valga, che guardandosi nello specchio della croce" (Sermones Dominicales et Festivi, iii, pp. 213-214). Sì, Gesù, il Figlio di Dio, è morto per te, per me, per ciascuno di noi, e così ci ha dato la prova concreta di quanto grandi e preziosi noi siamo agli occhi di Dio, gli unici occhi che superano tutte le apparenze e vedono fino in fondo la realtà delle cose.
Partecipando alla Via Crucis, chiediamo a Dio di dare anche a noi questo suo sguardo di verità e di amore, per diventare, uniti a lui, liberi e buoni.

Preghiera

Signore, Dio Padre onnipotente, tu sai tutto, tu vedi l'enorme bisogno di te che si nasconde nel nostro cuore. Dona a ciascuno di noi l'umiltà di riconoscere questo bisogno.
Libera la nostra intelligenza dalla pretesa, sbagliata e un poco ridicola, di poter dominare il mistero che ci circonda da ogni parte.
Libera la nostra volontà dalla presunzione, altrettanto ingenua e infondata, di poter costruire da soli la nostra felicità e il senso della nostra vita.
Rendi penetrante e sincero il nostro occhio interiore, in modo da riconoscere, senza ipocrisie, il male che è dentro di noi. Ma donaci anche, nella luce della croce e della risurrezione del tuo unico Figlio, la certezza che, uniti a lui e sostenuti da lui, potremo anche noi vincere il male con il bene. Signore Gesù, aiutaci a camminare con questo animo dietro alla tua croce.

Prima Stazione

Gesù è condannato a morte

Meditazione

Perché Gesù è stato condannato a morte, lui, che "passò facendo del bene" (Atti degli Apostoli, 10, 38)? Questa domanda ci accompagnerà lungo la Via Crucis come ci accompagna per tutta la vita.
Nei Vangeli troviamo una risposta vera: i capi dei Giudei hanno voluto la sua morte perché hanno compreso che Gesù si riteneva il Figlio di Dio. E troviamo anche una risposta che i Giudei hanno usato come pretesto, per ottenere da Pilato la sua condanna: Gesù avrebbe preteso di essere un re di questo mondo, il re dei Giudei.
Ma dietro a queste risposte si spalanca un abisso, sul quale gli stessi Vangeli e tutta la Sacra Scrittura ci fanno aprire lo sguardo: Gesù è morto per i nostri peccati. E ancora più profondamente, è morto per noi, è morto perché Dio ci ama e ci ama al punto di dare il suo Figlio unigenito, affinché noi abbiamo la vita per mezzo di lui (cfr. Giovanni, 3, 16-17).
È a noi stessi, dunque, che dobbiamo guardare: al male e al peccato che abitano dentro di noi e che troppo spesso fingiamo di ignorare. Ma ancora di più dobbiamo volgere lo sguardo al Dio ricco di misericordia che ci ha chiamato amici (cfr. Giovanni, 15, 15). Così il cammino della Via Crucis e tutto il cammino della vita diventa un itinerario di penitenza, di dolore e di conversione, ma anche di gratitudine, di fede e di gioia.

Seconda Stazione

Gesù è caricato della Croce

Meditazione

Dopo la condanna viene l'umiliazione. Quello che i soldati fanno a Gesù ci sembra disumano. Anzi, è senz'altro disumano: sono atti di scherno e di disprezzo nei quali si esprime una oscura ferocia, incurante della sofferenza, anche fisica, che viene inflitta senza motivo a una persona già condannata al supplizio tremendo della croce. Tuttavia questo comportamento dei soldati è anche, malauguratamente, fin troppo umano. Mille pagine della storia dell'umanità e della cronaca quotidiana confermano che azioni di questo genere non sono affatto estranee all'uomo. L'Apostolo Paolo ha messo bene in luce questo paradosso: "Io so (...) che in me, (...) nella mia carne, non abita il bene: ... infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio" (Romani, 7, 18-19).
È proprio così: nella nostra coscienza è accesa la luce del bene, una luce che in molti casi diventa evidente e dalla quale, fortunatamente, ci lasciamo guidare nelle nostre scelte. Ma spesso accade il contrario: quella luce viene oscurata dai risentimenti, da desideri inconfessabili, dalla perversione del cuore. E allora diventiamo crudeli, capaci delle cose peggiori, perfino di cose incredibili.
Signore Gesù, ci sono anch'io tra quelli che ti hanno deriso e percosso. Tu hai detto infatti: "tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Matteo, 25, 40). Signore Gesù, perdonami.

Terza Stazione

Gesù cade la prima volta sotto la Croce

Meditazione

I Vangeli non ci parlano delle cadute di Gesù sotto la croce, ma questa antica tradizione è profondamente verosimile. Ricordiamo soltanto che, prima di essere caricato della croce, Gesù era stato fatto flagellare da Pilato. Dopo tutto quello che gli era accaduto a partire dalla notte nell'orto degli ulivi, le sue forze dovevano essere praticamente esaurite.
Prima di soffermarci sugli aspetti più profondi e interiori della passione di Gesù, prendiamo atto semplicemente del dolore fisico che egli ha dovuto sopportare. Un dolore enorme e tremendo, fino all'ultimo respiro sulla croce, un dolore che non può non fare paura.
La sofferenza fisica è la più facile da sconfiggere, o almeno da attenuare, con le nostre attuali tecniche e metodologie, con le anestesie e le altre terapie del dolore. Anche se per molte cause, naturali o dipendenti da comportamenti umani, una gigantesca massa di sofferenze fisiche rimane presente nel mondo.
In ogni caso, Gesù non ha rifiutato il dolore fisico e così si è fatto solidale con tutta la famiglia umana, specialmente con quella grande parte di essa la cui vita, anche oggi, è segnata da questa forma di dolore. Mentre lo vediamo cadere sotto la croce, gli chiediamo umilmente il coraggio di allargare, con una solidarietà fatta non solo di parole, gli spazi troppo ristretti del nostro cuore.

Quarta Stazione

Gesù incontra sua Madre

Meditazione

Nei Vangeli non si parla direttamente di un incontro di Gesù con sua Madre lungo il cammino della croce, ma della presenza di Maria sotto la croce. E qui Gesù si rivolge a lei e al discepolo prediletto, l'evangelista Giovanni. Le sue parole hanno un senso immediato: affidare Maria a Giovanni, perché si prenda cura di lei. E un senso molto più ampio e profondo: sotto la croce Maria è chiamata a dire un secondo "sì", dopo il sì dell'Annunciazione, con il quale è diventata Madre di Gesù, aprendo così la porta alla nostra salvezza.
Con questo secondo sì Maria diventa madre di tutti noi, di ogni uomo e di ogni donna per i quali Gesù ha versato il suo sangue. Una maternità che è segno vivente dell'amore e della misericordia di Dio per noi. Per questo sono tanto profondi e tenaci i vincoli di affetto e di fiducia che uniscono a Maria il popolo cristiano; per questo ricorriamo spontaneamente a lei, soprattutto nelle circostanze più difficili della vita.
Maria, però, ha pagato a caro prezzo questa sua universale maternità. Come ha profetizzato su di lei Simeone nel tempio di Gerusalemme, "a te una spada trafiggerà l'anima" (Luca, 2, 35).
Maria, Madre di Gesù e madre nostra, aiutaci a sperimentare nelle nostre anime, questa sera e sempre, quella sofferenza piena di amore che ti ha unito alla croce del tuo Figlio.

Quinta Stazione

Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la Croce

Meditazione

Gesù doveva essere veramente sfinito e così i soldati rimediano prendendo il primo malcapitato che incontrano e caricandolo della croce. Anche nella vita di ogni giorno la croce, sotto tante diverse forme - da una malattia a un grave incidente alla perdita di una persona cara o del lavoro - si abbatte, spesso improvvisa, su di noi. E noi vediamo in essa soltanto una sfortuna, o nei casi peggiori una disgrazia.
Gesù però ha detto ai suoi discepoli: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Matteo, 16, 24). Non sono parole facili; anzi, nella vita concreta sono le parole più difficili del Vangelo. Tutto il nostro essere, tutto ciò che vi è dentro di noi, si ribella contro simili parole.
Gesù tuttavia continua dicendo: "chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà" (Matteo, 16, 25). Fermiamoci su questo "per causa mia": qui c'è tutta la pretesa di Gesù, la coscienza che egli aveva di se stesso e la richiesta che rivolge a noi. Lui sta al centro di tutto, lui è il Figlio di Dio che è una cosa sola con Dio Padre (cfr. Giovanni, 10, 30), lui è il nostro unico Salvatore (cfr. Atti degli Apostoli, 4, 12).
Effettivamente, quella che all'inizio sembrava solo una sfortuna o una disgrazia si rivela poi, non di rado, una porta che si è aperta nella nostra vita e ci ha portato un bene più grande. Ma non sempre è così: tante volte, in questo mondo, le disgrazie rimangono soltanto perdite dolorose. Qui di nuovo Gesù ha qualcosa da dirci. O meglio, a lui è accaduto qualcosa: dopo la croce, egli è risorto dai morti, ed è risorto come primogenito di molti fratelli (cfr. Romani, 8, 29; 1 Corinzi, 15, 20). Sì, la sua croce non può essere separata dalla sua risurrezione. Solo credendo nella risurrezione possiamo percorrere in maniera sensata il cammino della croce.

Sesta Stazione

La Veronica asciuga il volto di Gesù

Meditazione

Quando la Veronica ha asciugato il volto di Gesù con una pezzuola, quel volto non doveva certo essere attraente: era un volto sfigurato. Però, quel volto non poteva lasciare indifferenti, quel volto turbava. Poteva provocare scherno e disprezzo, ma anche compassione e perfino amore, desiderio di venire in aiuto. La Veronica è il simbolo di questi sentimenti.
Per quanto sfigurato, il volto di Gesù è pur sempre il volto del Figlio di Dio. È un volto sfigurato da noi, dal cumulo enorme della malvagità umana. Ma è anche un volto sfigurato per noi, che esprime l'amore e la donazione di Gesù e che è specchio della misericordia infinita di Dio Padre.
Nel volto sofferente di Gesù vediamo, inoltre, un altro cumulo gigantesco, quello delle sofferenze umane. E così il gesto di pietà della Veronica diventa per noi una provocazione, una sollecitazione urgente: diventa la richiesta, dolce ma imperiosa, di non voltarci dall'altra parte, di guardare anche noi coloro che soffrono, vicini e lontani. E non solo di guardare, ma di aiutare. La Via Crucis di questa sera non sarà passata invano se ci porterà a gesti concreti di amore e di solidarietà operosa.

Settima Stazione

Gesù cade per la seconda volta

Meditazione

Gesù cade di nuovo sotto la croce. Certo era sfinito fisicamente, ma era anche ferito a morte nel suo cuore. Pesava su di lui il rifiuto di coloro che, fin dall'inizio, si erano opposti ostinatamente alla sua missione. Pesava il rifiuto che, alla fine, gli aveva opposto quel popolo che era sembrato pieno di ammirazione e anche di entusiasmo per lui. Perciò, guardando la città santa che tanto amava, Gesù aveva esclamato: "Gerusalemme, Gerusalemme, (...) quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!" (Matteo, 23, 37). Pesava terribilmente il tradimento di Giuda, l'abbandono dei discepoli nel momento della prova suprema, pesava in particolare il triplice rinnegamento di Pietro.
Sappiamo bene che pesava su di lui anche la massa innumerevole dei nostri peccati, delle colpe che accompagnano attraverso i millenni l'intera vicenda umana.
Perciò chiediamo a Dio, con umiltà ma anche con fiducia: Padre ricco di misericordia, aiutaci a non rendere ancora più pesante la croce di Gesù. Infatti, come ha scritto Giovanni Paolo II del quale questa sera ricorre il quinto anniversario della morte: "il limite imposto al male, di cui l'uomo è artefice e vittima, è in definitiva la Divina Misericordia" (Memoria e identità, p. 70).

Ottava Stazione

Gesù incontra le donne di Gerusalemme che piangono su di lui

Meditazione

Gesù, dunque, è lui ad avere compassione delle donne di Gerusalemme, e di tutti noi. Anche mentre porta la croce, Gesù rimane l'uomo che ha compassione delle folle (Marco, 8, 2), che scoppia in pianto davanti alla tomba di Lazzaro (cfr. Giovanni, 11, 35), che proclama beati coloro che piangono, perché saranno consolati (cfr. Matteo, 5, 4).
Proprio così Gesù si mostra l'unico che conosce davvero il cuore di Dio Padre e che può farlo conoscere anche a noi: "nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo" (Matteo, 11, 27).
Fin dai tempi più remoti l'umanità si è domandata, spesso con angoscia, quale sia veramente l'atteggiamento di Dio verso di noi: un atteggiamento di sollecitudine provvidenziale, o invece di sovrana indifferenza, o perfino di sdegno e di odio? A una domanda di questo genere non possiamo dare una risposta certa con le sole risorse della nostra intelligenza, della nostra esperienza e nemmeno del nostro cuore.
Per questo Gesù - la sua vita e la sua parola, la sua croce e la sua risurrezione - è la realtà di gran lunga più importante di tutta la vicenda umana, la luce che brilla sul nostro destino.

Nona Stazione

Gesù cade per la terza volta

Meditazione

Ecco il motivo più profondo delle ripetute cadute di Gesù: non solo le sofferenze fisiche, non solo i tradimenti umani, ma la volontà del Padre. Quella volontà misteriosa e umanamente incomprensibile, ma infinitamente buona e generosa, per la quale Gesù si è fatto "peccato per noi", su di lui sono trasferite tutte le colpe dell'umanità e si compie quel misterioso scambio che rende noi peccatori "giustizia di Dio".
Mentre cerchiamo di immedesimarci in Gesù che cammina e cade sotto la croce, è ben giusto che proviamo in noi sentimenti di pentimento e di dolore. Ma ancora più forte deve essere la gratitudine che invade la nostra anima.
Sì, o Signore, tu ci hai riscattato, tu ci hai liberato, con la tua croce ci hai resi giusti davanti a Dio. Anzi, ci hai unito così intimamente a te da fare anche di noi, in te, i figli di Dio, i suoi familiari e amici. Grazie, Signore, fa' che la gratitudine verso di te sia la nota dominante della nostra vita.

Decima Stazione

Gesù è spogliato delle sue vesti

Meditazione

Gesù è spogliato delle sue vesti: siamo all'atto finale di quel dramma, iniziato con l'arresto nell'orto degli ulivi, attraverso il quale Gesù è spogliato della sua dignità di uomo, prima ancora che di Figlio di Dio.
Gesù, dunque, è offerto nudo allo sguardo della gente di Gerusalemme e allo sguardo dell'intera umanità. In un senso profondo, è giusto che sia così: egli infatti si è spogliato completamente di se stesso, per sacrificarsi per noi. Perciò il gesto di spogliarlo delle vesti è anche l'adempimento di una parola della Sacra Scrittura.
Guardando Gesù nudo sulla croce avvertiamo dentro di noi una necessità impellente: guardare senza veli dentro a noi stessi; denudarci spiritualmente davanti a noi, ma ancor prima davanti a Dio, e anche davanti ai nostri fratelli in umanità. Spogliarci della pretesa di apparire migliori di quello che siamo, per cercare invece di essere sinceri e trasparenti.
Il comportamento che, forse più di ogni altro, provocava lo sdegno di Gesù era infatti l'ipocrisia. Quante volte egli ha detto ai suoi discepoli: non fate "come fanno gli ipocriti" (Matteo, 6, 2.5.16), o a coloro che contestavano le sue buone azioni: "guai a voi ipocriti" (Matteo, 23, 13.15.23.25.27.29).
Signore Gesù nudo sulla croce, aiutami ad essere anch'io nudo davanti a te.

Undicesima Stazione

Gesù è inchiodato sulla Croce

Meditazione

Gesù è inchiodato sulla croce. Una tortura tremenda. E mentre è appeso alla croce sono in molti a deriderlo e anche a provocarlo: "Ha salvato altri e non può salvare se stesso! (...) Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: "Sono Figlio di Dio"!" (Matteo, 27, 42-43). Così è derisa non solo la sua persona ma anche la sua missione di salvezza, quella missione che Gesù proprio sulla croce stava portando a compimento.
Ma, nel suo intimo, Gesù conosce una sofferenza incomparabilmente maggiore, che lo fa prorompere in un grido: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Marco, 15, 34). Si tratta certo delle parole di inizio di un Salmo, che si conclude con la riaffermazione della piena fiducia in Dio. E tuttavia sono parole da prendersi totalmente sul serio, che esprimono la prova più grande a cui è stato sottoposto Gesù.
Quante volte, di fronte a una prova, pensiamo di essere stati dimenticati o abbandonati da Dio. O perfino siamo tentati di concludere che Dio non c'è.
Il Figlio di Dio, che ha bevuto fino in fondo il suo amaro calice e poi è risorto dai morti, ci dice invece, con tutto se stesso, con la sua vita e la sua morte, che dobbiamo fidarci di Dio. A lui possiamo credere.

Dodicesima Stazione

Gesù muore sulla Croce

Meditazione

Quando la morte giunge dopo una dolorosa malattia, si usa dire con sollievo: "Ha finito di soffrire". In certo senso, queste parole valgono anche per Gesù. Sono però parole troppo limitate e superficiali, di fronte alla morte di qualsiasi uomo e ben di più di fronte alla morte di quell'uomo che è il Figlio di Dio.
Infatti, quando Gesù muore, il velo del tempio di Gerusalemme si squarcia in due e accadono altri segni, che fanno esclamare al centurione romano che stava di guardia alla croce: "Davvero costui era Figlio di Dio!" (cfr. Matteo, 27, 51-54).
In realtà, nulla è così oscuro e misterioso come la morte del Figlio di Dio, che insieme a Dio Padre è la sorgente e la pienezza della vita. Ma nulla è anche così luminoso, perché qui risplende la gloria di Dio, la gloria dell'Amore onnipotente e misericordioso.
Di fronte alla morte di Gesù la nostra risposta è il silenzio dell'adorazione. Così ci affidiamo a lui, ci mettiamo nelle sue mani, chiedendogli che niente, nella nostra vita come nella nostra morte, ci possa mai separare da lui (cfr. Romani, 8, 38-39).

Tredicesima Stazione

Gesù è deposto dalla Croce e consegnato alla Madre

Meditazione

Adesso l'ora di Gesù si è compiuta e Gesù è deposto dalla croce. Puntuali, ad accoglierlo, vi sono le braccia di sua Madre. Dopo aver assaporato fino in fondo la solitudine della morte, subito Gesù ritrova - nel suo corpo esanime - il più forte e il più dolce dei suoi legami umani, il calore dell'affetto di sua Madre. I più grandi artisti, pensiamo alla Pietà di Michelangelo, hanno saputo intuire ed esprimere la profondità e la tenacia indistruttibile di questo legame.
Ricordando che Maria, ai piedi della croce, è diventata madre anche di ciascuno di noi, le chiediamo di mettere nel nostro cuore i sentimenti che la uniscono a Gesù. Per essere veramente cristiani, infatti, per poter seguire davvero Gesù, bisogna essere legati a lui con tutto quello che c'è dentro di noi: la mente, la volontà, il cuore, le nostre piccole e grandi scelte quotidiane.
Soltanto così Dio potrà stare al centro della nostra vita, non ridursi a una consolazione che dovrebbe essere sempre disponibile, senza interferire però con gli interessi concreti in base ai quali operiamo.

Quattordicesima Stazione

Gesù è deposto nel sepolcro

Meditazione

Con la pietra che chiude l'ingresso del sepolcro tutto sembra davvero terminato. Poteva però rimanere prigioniero della morte l'Autore della vita? Perciò il sepolcro di Gesù, da allora fino ad oggi, non è solo diventato l'oggetto della più commossa devozione, ma ha anche provocato la più profonda divisione delle intelligenze e dei cuori: qui si dividono le strade tra i credenti in Cristo e coloro che invece in lui non credono, anche se spesso lo ritengono un uomo meraviglioso.
Quel sepolcro, infatti, ben presto è rimasto vuoto e mai si è potuto trovare una spiegazione convincente del perché sia rimasto vuoto, se non quella che hanno dato, da Maria di Magdala a Pietro agli altri Apostoli, i testimoni di Gesù risorto dai morti.
Davanti al sepolcro di Gesù sostiamo in preghiera, chiedendo a Dio quegli occhi della fede che ci consentano di unirci ai testimoni della sua risurrezione. Così il cammino della croce diventa anche per noi sorgente di vita.


(©L'Osservatore Romano - 31 marzo 2010)