DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Il martirio che spiazza il cinema

L’ultimo film di Beauvois porta nelle sale la drammatica vicenda dei monaci rapiti e assassinati a Tibhirine, sull’Atlante algerino, negli anni Novanta. Una pellicola che ha già commosso la laica e polemica Francia

Il Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente si è appena concluso e il documento redatto dai padri sinodali contiene un messaggio chiarissimo: obiettivo primario deve essere la rieducazione dei cristiani. Non è sufficiente la mera presenza fisica, bisogna vivere la fede, ogni giorno e a qualunque costo, essendo anche disposti al sacrificio del martirio. Ciò non significa brandire il Vangelo nell’ansia di fare proselitismo (cosa peraltro estranea al metodo cattolico di evangelizzazione). Ma implica innanzitutto un’educazione a saper rendere ragione a se stessi e agli altri, dice san Paolo, «rendere ragione della speranza che è in noi».
Un esempio per comprendere il concetto espresso nel Sinodo potrebbe essere ben rappresentato dagli otto padri cistercensi francesi che vissero negli anni Novanta all’interno del monastero di Tibhirine, in Algeria. La loro storia è stata raccontata prima in un libro, Più forti dell’odio – Frère Christian de Chergè e gli altri monaci di Tibhirine (Ed. Qiqajon, Comunità di Bose), successivamente nel film Uomini di Dio diretto da Xavier Beauvois. La pellicola, presentata lo scorso maggio all’ultimo Festival di Cannes, ha entusiasmato la critica e si è aggiudicata il Gran Premio della Giuria.
Ora, se è vero che la manifestazione francese ama premiare opere che non incontrano il favore del pubblico e che al contrario alimentano polemiche feroci, è anche vero però che questo film è stato in grado di rovesciare tutti gli stereotipi che in prima battuta gli si potevano attribuire. Uscito in sala in Francia lo scorso 8 settembre, ha sbancato il botteghino: finora più di due milioni di spettatori lo hanno visto. In Italia è uscito lo scorso 22 ottobre in 50 copie distribuite da Lucky Red, che spera di riuscire ad avvicinare il risultato francese. Un successo che non si aspettava nessuno, né il distributore, né il regista e il cast artistico, talmente subissati dagli impegni, da riuscire a promuovere l’opera solo in patria.
Il film è ambientato negli anni Novanta. Sulle montagne del Maghreb c’è un monastero abitato da otto monaci cistercensi, il cui priore è Frère Christian (interpretato da Lambert Wilson). I padri vivono in assoluta armonia con la gente del luogo, popolazione interamente islamica, che sostengono e aiutano nelle attività quotidiane. Padre Luc, di professione medico, fornisce da sempre assistenza gratuita ai malati, curandoli e regalando loro i medicinali di cui necessitano. Lavora tutto il giorno, nonostante gli acciacchi dell’età e una forte asma, arrivando a visitare fino a 150 malati al giorno. L’armonia tra autoctoni e religiosi è tangibile, i padri non tentano in alcun modo di fare proselitismo: partecipano con gioia alle feste del villaggio quando non sono impegnati nella preghiera, costante durante l’arco della giornata, che accostano al canto per entrare in comunione con «il Soffio della Vita».
Intorno a loro, la situazione non è facile. Al governo c’è il Fronte Islamico di Salvezza, ma cinque giorni prima del secondo turno elettorale, l’esercito con un colpo di Stato annulla le elezioni e lo dissolve. Da quel momento si assiste a un’escalation di violenza inaudita. Un gruppo di operai croati cristiani viene sgozzato da un commando di terroristi. L’esercito algerino offre protezione armata ai monaci, che potrebbero essere il prossimo obiettivo, ma questi rifiutano in quanto uomini di pace. Alla vigilia di Natale, nel convento irrompono alcuni fondamentalisti islamici che rivendicano il massacro degli operai e chiedono di parlare con il «Papa del luogo». Il priore li affronta fermamente e riesce a allontanarli, ma resta la minaccia concreta di un ritorno.
L’incontro ha provato i monaci, dentro i quali si innesta un dubbio fortissimo: restare o andare via? Come da tradizione cistercense, le decisioni vanno prese attraverso una votazione, ma gli animi sono troppo agitati e il voto viene rimandato. Quando Padre Luc presta soccorso a un terrorista salvandogli la vita, tutto precipita. L’esercito algerino preme perché i monaci rientrino in Francia ma i confratelli consapevoli che la loro vita e la loro vocazione sono tra quella gente, decidono di rimanere. Frère Christian scrive un testamento spirituale in cui prevede l’avvicinarsi della morte, convinto però fermamente che non avverrà per mano del popolo algerino: «L’Algeria e l’islam – scrive – per me sono un’altra cosa: sono un corpo e un’anima». Pochi mesi dopo, un commando prende in ostaggio sette dei monaci presenti nel monastero.

L’Ultima Cena prima del martirio
La storia s’interrompe qui, anche se sappiamo che i monaci furono sgozzati e le loro teste vennero ritrovate molto tempo dopo. Il mistero attorno a queste morti è ancora vivo: chi li ha uccisi? La Gia (Gruppo islamico armato) che ha rivendicato l’attentato o l’esercito algerino per cui i monaci erano diventati una presenza scomoda? I dubbi sono molti, ma il film non suggerisce alcuna lettura. Il regista preferisce concentrarsi sulla vita dei monaci, la macchina da presa è accanto a loro in ogni momento, e ci mostra l’assoluta semplicità della loro vita, la devozione a Dio e i dubbi che in alcuni momenti li pervadono. La quotidianità è scandita dal lavoro e dalla preghiera, dallo studio e dalla riflessione, dalla volontà di rimanere fedeli al disegno che Dio ha scelto per loro: continuare a condurre un’umile esistenza in quel monastero che è la loro casa, pregando, lavorando e offrendo conforto a un popolo povero e oppresso.
La morte rappresenta solo un passaggio successivo e necessario ma, se all’inizio è vissuta con angoscia, come per qualsiasi essere umano, alla fine del film diviene consapevolezza, così come afferma Padre Luc: «Io non ho paura della morte, sono un uomo libero». Come Cristo e gli apostoli consumano l’Ultima Cena, così i monaci, consci dell’avvicinarsi della fine si concedono un pasto frugale e un bicchiere di vino sulle note del Lago dei cigni, attendendo con serenità il compiersi della volontà di Dio.


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Jim Caviezel: “Lo que haces por Dios es mejor que el oro y el poder”

María Martínez. Luis Mancha / CinemaNet
Sat, 16 Oct 2010 21:01:00

CAMINEO.INFO.- Jim Caviezel comparte con CinemaNet sus impresiones sobre ‘La verdad de Soraya M.’, la injusticia en el mundo, Hollywood y, por encima de todo, Dios

El actor Jim Caviezel, conocido mundialmente por interpretar a Jesucristo en ‘La Pasión’, ha visitado España para presentar su película ‘La verdad de Soraya M.’ (Cyrus Nowarsteh), que llega avalada por el Premio del Público en el Festival Internacional de Cine de Toronto y el ‘Critics Choice Award’.

Durante su visita, CinemaNet tuvo la oportunidad de entrevistar a Caviezel, que interpreta al periodista franco-iraní Freidoune Sahebjam, quien, en 1986, publicó el libro en el que está basado la película. Ambos cuentan la historia real de Soraya, acusada falsamente de adulterio en una conspiración liderada por su marido, y condenada por la ley islámica a morir lapidada. Su tía Zahra es la que contó a Sahebjam la historia.

Durante la entrevista, narró cómo aterrizó en el proyecto gracias al productor de ‘La Pasión de Cristo’, Steve McEveety: “Me llamó y me dijo que el hombre que iba a interpretar a Freidoune se había salido, y me dijo: ‘¿Le echarías un vistazo?’ Le dije: ‘Claro’. Y me dice: ‘Bueno, lo único es que tienes que tomar la decisión en unas pocas horas’. Así que lo leí y les dije que lo haría”.

Para decidirse, aunque la película tenía “un director muy bueno, y un productor y un guión geniales”, la clave fue la historia. “No me la podía quitar de la cabeza –subrayó–. Ésas son las películas que tengo que hacer, no importa lo duras que sean; la vida no es fácil. Pero encuentro una gran alegría en hacer las cosas que son justas, y sentí que ésta era muy justa”. Insistió en que, aunque no ha tenido una gran audiencia entre el público general, sí “la han visto muchos iraníes, gente que está viviendo bajo una gran opresión. Y seguirá teniendo público mucho después de que yo ya no esté”.

Sin embargo, a pesar de estar satisfecho por haber podido denunciar con su película una injusticia como la lapidación, el actor se mostró más preocupado por otras injusticias actuales; sobre todo, por el aborto, que definió como la injusticia “número uno”. En Estados Unidos ha habido –recalcó– tantos abortos como víctimas causó la II Guerra Mundial, 54 millones; y cada año, el número de abortos en el mundo llega a 44 millones. “¿Imaginas cuántos doctores, abogados… han muerto? ¿O científicos, gente grande? Es un gran crimen, más que la esclavitud, porque los esclavos tenían precio. La gente muestra desprecio por la vida humana”.

También se mostró crítico contra los eufemismos en los que se envuelve: “Llámalo como quieras. Lo llaman ‘elección’. Cuando Juan Pablo II vino a Estados Unidos, dijo ‘Cada generación de americanos tiene que saber que la libertad no consiste en hacer lo que te gusta, sino en tener el derecho de hacer lo que debes’. Es importante entender esto.

El actor norteamericano también es pesimista sobre la presencia de los valores cristianos en Hollywood, que afirmó que no ha crecido. “Me cuesta entender –se preguntaba– por qué no se hacen otras películas como ‘La Pasión’. Parece que ganan dinero si las hacen”. La razón, para él, es sencilla: la existencia del mal en el mundo.

Pero, a pesar de todo, hay un motivo para la esperanza, y es Dios. “Por supuesto, el mal existe. Y va a hacer todo lo que pueda, pero no puede pararnos. Debemos seguir levantándonos y luchando. No se termina hasta que te mueres, y cuando mueres tu juez es Dios, y lo que has hecho por Él es mejor que el oro, mejor que el poder. No dudo de que la oscuridad se está moviendo y haciéndose más fuerte, pero la luz siempre penetrará en ella. Todo lo que puedo hacer es hacer lo mío, hablar donde pueda”.

Una misión que, no obstante, no está exenta de desafíos, pero más bien procedentes de su propio interior. Entre ellos, “tus sentimientos, el miedo y todo eso. Siento miedo, me dice que no haga estas películas, pero no dejo que penetre en mí y me consuma. Y lo que otros piensan de ti. ¿Qué me importa lo que otros piensen de mí? Qué opina Dios de mí, eso es lo más importante”, concluyó, rotundo.

Lo scandalo dei preti ordinari .Nel film spagnolo "La última cima"

È stato presentato a Roma un film uscito in Spagna lo scorso 4 giugno e che, narrando la vita di un prete comune, sta riscuotendo un inatteso successo. È stato "un uomo che è arrivato al cuore della gente e che ha spinto a vivere una vita piena di senso" ha dichiarato il regista in un'intervista ad "Avvenire" del 22 giugno. E dal film emerge che a Madrid sette persone su dieci "apprezzano la figura del prete". Riprendiamo il commento pubblicato sul quotidiano "Abc" il 12 giugno.

di Juan Manuel de Prada

La scorsa settimana usciva solo in un paio di sale di Madrid, ignorato dalla maggior parte dei media, il film di Juan Manuel Cotelo La última cima. Mentre scrivo queste righe sono già più di sessanta i cinema che proiettano o stanno per proiettare questo film, su richiesta, via internet, di migliaia di persone anonime, e il loro numero sta crescendo di giorno in giorno.
Cosa ci racconta La última cima? In apparenza, la vita di un prete, Pablo Domínguez, evocata da parenti e amici; un prete morto tragicamente nel fiore degli anni, mentre scendeva dal monte Moncayo; un prete che conquistava tutti quelli che incontrava lungo il suo cammino con la sua generosità, la sua saggezza, la sua gioia di vivere; un prete colto, brillante, affascinante, decano della Facoltà di teologia di San Dámaso, che sicuramente avrebbe raggiunto le più alte dignità ecclesiastiche se non fosse precipitato mentre praticava alpinismo. Confesso che l'idea di sorbirmi una sorta di agiografia su un "prete straordinario" mi seccava un po'; soprattutto perché a me i preti che piacciono sono quelli comuni. Così andai a vedere il film con grande riluttanza.


Ma scoprii subito che il tema segreto di La última cima erano proprio questi "preti comuni" che a me piacciono tanto; e, ancora di più, il mistero della loro vocazione, che un giorno li ha obbligati a lasciare tutto. "Io non mi appartengo più", disse Pablo Domínguez il giorno della sua ordinazione, come ci viene raccontato in una scena del film; è di questo non appartenersi più, del senso della donazione sacerdotale - a Cristo, al prossimo - che ci parla, in definitiva, La última cima. Il film descrive la figura di un prete allegro, generoso, con un entusiasmo molto contagioso, che scherza su se stesso, proprio perché prende molto sul serio la sua vocazione.
E man mano che ci viene delineata la figura di Pablo Domínguez, scopriamo che è un prete tanto "ordinario" come molti altri preti che abbiamo avuto la fortuna di conoscere, e che a renderlo straordinario non sono tanto le sue qualità, quanto l'audacia con cui si dona a Colui al quale appartiene. La última cima avrebbe potuto accontentarsi dell'evocazione del prete carismatico; Cotelo invece ha voluto approfondire il significato e la ragione di tale carisma. Ed è allora che il suo film diventa scandaloso per la mentalità contemporanea, perché parla del soprannaturale che irrompe nella vita di un prete "comune", parla del sacro che si annida eucaristicamente nel cuore umano, allargando gli orizzonti di una vita intera.
La última cima è arrischiato, perché osa rendere omaggio alla figura di un prete - e, attraverso di lui, a tanti buoni preti - in un'epoca che ama crocifiggerli. È agguerrita, perché osa combattere il sudiciume dei luoghi comuni e dei pregiudizi che circolano intorno al sacerdozio. È posseduta da un respiro epico che non rimane nella mera emotività, ma che osa penetrare nel cuore stesso della vocazione sacerdotale. Ed è un film che commuove, che smuove, che resta annidato nel ricordo dello spettatore, come il sacro si annida nei cuori e allarga gli orizzonti di una vita intera.

(©L'Osservatore Romano - 23 giugno 2010)

LA GRANDE NARRAZIONE COME SE DIO CI FOSSE. Cinema, in questo primo scorcio del 2010 non proprio trame da catechesi, ma...

Cosa avvicina Blaise Pascal al cinema di questo primo scorcio di 2010? No, non c’è alcun bio-pic (film biografico) in uscita sulla vita breve e geniale dello scienziato francese. Accade solo che il saggio consiglio da lui dato agli amici di fede stinta, quello di vivere veluti si Deus daretur, ispiri le più belle storie che negli ultimi mesi circolano nelle sale. Come se Dio ci fosse, non proprio trame da catechesi, ma di certo narrazioni in cui gli uomini possono guardare oltre.
Due film agli antipodi. Semplice e poetico L’uomo che verrà, un tassello di storia; immaginifico e tridimensionale Avatar, a cui mancano gli Oscar, ma restano i record.
Nel primo, Giorgio Diritti filma la gente di Monte Sole, racconta con parole antiche la vita contadina, ingrata e ostinata, stravolta nel settembre ’44 dalla strage nazista. Quella di Marzabotto. La cinepresa segue una bimba di otto anni, Martina, muta ma irriverente, presenza pura e coraggiosa in un contesto che progressivamente degenera: si strizza un occhio ai tedeschi, si fiancheggiano i partigiani, ma quando la rappresaglia si scatena cieca al punto che scompare ogni umanità, a nulla valgono le infinite preghiere, i rifugi nelle sante chiese, le parole di un sacerdote. Dio dov’è? La bambina resiste, attraversa ogni maceria per raggiungere il fratellino appena nato che giace nel silenzio dei cadaveri nel cortile di casa. Mentre i pochi sopravvissuti seppelliscono gli idoli inutili, i simulacri di Dio invano pregati, ecco che si salva l’uomo che verrà, tra le braccia della piccola sorella. Martina che seduta nel cavo di un albero culla il fratellino in fasce è la citazione del più bel sogno pittorico di Giovanni Segantini, l’Albero della vita. È una vergine madre che stringe un uomo nuovo per un tempo che deve necessariamente ricominciare da capo.
La seconda pellicola non segue il confine tra l’umano e il disumano, ma sicura travalica nell’ultraumano, quello dell’ibrido tecnologico dell’avatar. Un popolo rischia di soccombere, sia all’inganno della scienza che tutto penetra, sia alla forza della cupidigia che tutto desidera. Nulla di nuovo se è il buon selvaggio ad essere minacciato dalla modernità. Il popolo in pericolo spera. Confida nella natura e nella madre terra Eywa. Il re Mida James Cameron, fisico prima che cineasta, concepisce Eywa come il centro di una rete della vita che tanto incisivamente Fritjof Capra aveva divulgato nei suoi libri. Energia dinamica, il flusso che unisce filosofia orientale e fisica contemporanea. Una divinità di moda, questa natura dovrebbe semplicemente difendere il suo equilibrio, proteggere se stessa; la madre Eywa è però qualcosa in più, aiuta colui che finalmente la prega con parole umane, soccorre i suoi preferiti. La divinità tutta energia non fluisce indifferente, va invece incontro alle sue creature e somiglia tanto ad un Dio personale. Magari un po’ prevedibile, ma l’intreccio ha imposto anche al suo ideatore una divinità che sceglie.
Altri due titoli sul grande schermo, ancora la sensazione che di Dio non si possa fare a meno: Lourdes, scrittoe diretto da Jessica Hausner, è un film che non ti inganna; di Clint Eastwood è Invictus, mentre di Nelson Mandela è la storia vera narrata.
Lourdes è nobilmente onesto. Cinico solo a tratti, senza offendere e svilire; dolce in più punti, senza stuccare. C’è un’umanità che si confonde, in un ambiguo mercato tra sacro e profano, ovunque c’è fraintendimento: si cerca Dio dove non c’è, si avvicina l’altro chiusi in se stessi, si bandiscono gare dove dovrebbe esserci comunione, c’è diffidenza dove dovrebbe esserci fede. Ma ci sono anche la dolcezza di un’anziana donna che offre le sue cure, un giovane galantuomo e una meravigliosa miracolata, che alimenta speranza e mistero. Quando quest’ultima torna sulla sua sedia a rotelle, forse per riposarsi, forse per riguardare il mondo dal suo punto di vista, sappiamo come fatto certo che Dio le ha donato un supplemento di umanità.
Sudafrica, 1995. Quando Nelson Mandela si convince che il rugby può unire la nazione del dopo apartheid, gli afrikaner e i neri dei calci alla palla tonda, l’idea non piace a chi non desidera pace ma vendetta. Il perdono è la prima mossa scandalosa ma vincente. Il film ci accompagna fino alla vittoria degli Springboks nel Mondiale giocato in casa. Quando la nazionale alla fine vince sul serio, l’inno di giubilo è uno spontaneo ringraziamento a Dio. Quando Mandela, chiuso in prigione, per venti anni spacca pietre e pensieri, i versi che gli salvano la mente sono ancora rivolti a Dio: “grazie per il dono del mio spirito invincibile, invictus”.
Il nostro desiderio di narrazioni è inesauribile, di racconto dei fatti ci nutriamo. E una grande narrazione sembra avere fisiologicamente bisogno di Dio, si costruisce veluti si Deus daretur. Pascal pensava evidentemente in grande. Quanta protervia nelle nostre piccole storie che di Dio, a volte, vorrebbero fare a meno?

Stefano Colucci



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Padre Popieluszko, "l'autentico profeta dell'Europa”

di Luca Tanduo

ROMA, mercoledì, 24 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Il 15 febbraio il Centro Culturale Cattolico “San Benedetto” (www.cccsanbenedetto.it) in collaborazione con Alleanza Cattolica e con il Centro Culturale “La Cittadella” ha organizzato la proiezione del film su padre Jerzy Popieluszko (1947-1984) al cinema Cristallo di Cesano Boscone (MI).

Alla proiezione era presenti poco meno di 200 persone. Il film ripercorre la storia di un uomo, della sua fede ma anche della fede e della speranza di libertà di un intero popolo; e mostra la violenza del regime comunista a cui si oppose la preghiera, la forza dell'amicizia e della solidarietà del popolo polacco, senza nessuna violenza.

Popieluszko sostiene e indica la strada per vincere il male col bene, combatte il male e non chi è vittima del male, prega per allontanare l'odio da sè e dai suoi amici.

Fondamentale nell'azione del sacerdote la carità, il sostegno spirituale. Incredibile e troppo spesso dimenticato il legame fortissimo tra la fede e la rivendicazione della libertà e dei diritti dei lavoratori, segno più eloquente di ciò la partecipazione alle messe e le preghiere in fabbrica.

Sullo sfondo il ruolo e la figura di Giovanni Paolo II e la storia del sindacato di Solidarnosc.

La proiezione di spezzoni di filmati originali delle visite in Polonia di Giovanni Paolo II e delle manifestazioni sindacali rendono ancora più bello il senso della verità dei fatti raccontati.

Nel film vengono raccontate tutte le fasi della vita di Popielusko: l’infanzia, il servizio militare e l’ordinazione sacerdote nel 1972.

Popieluszko nel giugno 1980 viene assegnato come sacerdote residente alla parrocchia di san Stanislao Kostka, sul cui territorio si trova la grande acciaieria “Huta Warszawa”.

Quando un gruppo di operai impegnati in duri scioperi nelle acciaierie di Varsavia chiese alla Chiesa locale un sacerdote per poter seguire la Messa anche dentro l’“assedio” dell’occupazione, Popieluszko viene inviato il 28 agosto dal primate di Polonia, il cardinal Stefan Wyszynski, dagli operai della Huta in sciopero e diventa così il cappellano di Solidarnosc.

Il film evidenzia il suo rapporto con gli operai, la vita delle loro famiglie e la cura spirituale e materiale di ognuno da parte di padre Popieluszko.

Il passo successivo fu la saldatura con le proteste che si sviluppavano a Danzica, il cui leader era un elettricista di nome Lech Walesa. Da lì nacque Solidarnosc, con le sue vittorie, le sconfitte, gli arresti, la repressione molto ben evidenziata nel film dalle scene delle varie forme di controllo e delle cariche della polizia.

Oltre al lavoro parrocchiale, don Jerzy svolgeva il suo ministero tra gli operai organizzando conferenze, incontri di preghiera, assistendo ammalati, poveri, perseguitati.

Dopo l’introduzione della legge marziale nel 1981, è uno degli organizzatori del Comitato di Aiuto ai Perseguitati e alle loro famiglie, che coordina i comitati locali e nel gennaio 1982 assiste al processo contro gli operai della Huta. Insieme al parroco della chiesa di san Stanislao Kostka organizza ogni mese una Messa per la patria, che raccoglie migliaia di persone: operai, intellettuali, artisti e anche persone lontane dalla fede.

Nelle sue omelie chiede il ripristino delle libertà civili e di Solidarnosc. Poiché “ci è stata tolta la libertà di parola, ascoltiamo la voce del nostro cuore e della nostra coscienza”, diceva, invitando i polacchi "a vivere nella verità dei figli di Dio, non nella menzogna imposta dal regime".

A conclusione delle Messe per la patria chiedeva ai fedeli di pregare "per coloro che sono venuti qui per dovere professionale", mettendo in imbarazzo gli spioni dell'Sb, il servizio di sicurezza.

Svolge un’ampia opera di sostegno materiale e spirituale e si mantiene in stretto contatto con gli intellettuali dell’opposizione e con le strutture clandestine di Solidarnosc.

Le autorità temono la sua influenza e si fanno sempre più frequenti le proteste alla Curia di Varsavia in cui lo si accusa di attività anti-statale. Durante le Messe per la Patria la chiesa viene spesso circondata da un cordone di automezzi della polizia e fanno la loro comparsa dei gruppi di provocatori.

Il 14 dicembre 1982 ignoti gettano nella sua stanza un mattone con una carica esplosiva. Da quel momento gli operai della Huta Warszawa decidono di garantirgli una scorta giorno e notte.

Nel settembre 1983 padre Popielusko organizza per la prima volta un pellegrinaggio di operai a Czestochowa, divenuto una tradizione che resiste ancora.

Il 12 dicembre 1983 è convocato per un interrogatorio durante il quale viene fermato come indagato per “aver abusato della libertà di coscienza e di confessione, sia durante gli uffici religiosi, che nelle sue omelie”.

Il Primate Glemp gli propone di andare a studiare a Roma, ma lui rifiuta. Il 1 maggio 1984 celebra la Messa per gli operai, durante la quale parla della dignità del lavoro e al termine della funzione la polizia chiude le strade attorno alla chiesa e attacca la folla degli operai con gli idranti.

Nello stesso periodo i mass media conducono una feroce campagna denigratoria contro di lui, definito dal portavoce del governo: “un fanatico politico”.

Padre Popielusko venne sottoposto a continua sorveglianza e arrestato 2 volte nel 1983 e nella prima metà del 1984, venendo interrogato 13 volte. Padre Jerzy non fu né il primo né l'ultimo, ma era considerato tra i più pericolosi.

"Senza per questo aver mai oltrepassato le sue competenze di sacerdote - sottolinea mons. Kazimierz Nycz, Arcivescovo di Varsavia - o aver ridotto la Chiesa e il suo messaggio a strumento di lotta politica. Il suo era davvero il vangelo dell'amore, incentrato sulla salvaguardia della dignità umana. Infondeva coraggio ai fedeli, non sobillava rivoluzioni".

Il film rende bene anche il pensiero e la fede di padre Popieliuszko facendo sentire pezzi delle sue omelie come quella del 19 ottobre, durante la recita serale del Rosario in una chiesa di Bydgoszcz: “Chiediamo di essere liberi dalla paura, dal terrore, ma soprattutto dal desiderio di vendetta. Dobbiamo vincere il male con il bene e mantenere intatta la nostra dignità di uomini, per questo non possiamo fare uso della violenza”.

Mentre rientra a Varsavia viene rapito da tre ufficiali. Il suo autista, Waldemar Chrostowski, riesce a fuggire e racconta l’accaduto: immediatamente a Varsavia cominciano le veglie di preghiera in un clima di grande apprensione.

La notte del 19 ottobre, gli maciullarono la bocca dopo avergli fracassato il cranio a colpi di manganello: un delitto compiuto con ferocia bestiale. E dopo averlo massacrato di botte, lo gettarono nelle acque gelide della Vistola.

Il 30 ottobre il suo corpo viene ritrovato nel lago di Wloclawek. Padre Popieluszko muore così all’eta’ di 37 anni. Il film si conclude con spezzoni di filmati dell’annuncio della sua morte, del funerale e della visita alla sua tomba di Papa Giovanni Paolo II.

Eroe della libertà e testimone della fede, padre Popieluszko ci appare come "l'autentico profeta dell'Europa, quella che afferma la vita attraverso la morte", ha detto Giovanni Paolo II. Un vero peccato che questo film non sia presente nelle grandi sale.

Lourdes (di J, Hausner) Recensione di Vittorio Messori.

Lourdes (di Jessica Hausner)



La prospettiva di Jessica Hausner nel suo Lourdes è dichiarata subito, sin dalla scena iniziale, coll’inquadratura dall’alto della sala da pranzo per i pellegrini...
Nessuna finestra, ma una luce artificiale fioca, su un ambiente claustrofobico: nero il pavimento, nere le pareti cui sono appesi crocifissi neri, nere le gonne e i pantaloni del personale, neri i mantelli delle hospitalières con la croce di Malta, nere le divise dei Cavalieri dell’Ordine, neri i clergyman dei preti. A quei tavoli funerei prende posto,in silenzio, una turba da corte dei miracoli di nani, paralitici, cancerosi, assistiti da volontari tanto formalmente educati quanto distratti o perplessi (“che ci faccio, qui?”), vivi solo nello scambio di sguardi tra ragazze col velo e giovanotti col basco. Poca, pochissima luce in tutto il film, la cui cifra cromatica è il plumbeo: nuvole nere nel cielo persino nelle pochissime scene all’aperto. Anche la benedizione eucaristica del pomeriggio –l’appuntamento quotidiano più amato dai pellegrini, assieme alla processione notturna con le fiaccole– non è girata, come è nel vero, sulla grande, luminosa Esplanade che fronteggia i tre santuari sovrapposti. No, la Hausner ha scelto di ambientarla nell’enorme chiesa sotterranea, dove non penetra alcuna luce. Poca luce pure per la lugubre festicciola finale. E buia, ovviamente, la scena topica della guarigione –miracolosa o casuale che sia– della tetraplegica venuta a Lourdes non per fede, ma per sfuggire dalla casa dove il male la imprigiona.

Crediamo abbia visto bene la UAAR, “Unione degli atei e degli agnostici razionalisti“ nell’attribuire a questo film il suo beffardo premio intitolato a Brian, dal nome di una dissacrante pellicola su Gesù. Dicono, questi atei organizzati, che l’opera della Hausner potrà aiutare a perdere la fede “chi non è ancora approdato a una visione disincantata e scettica“. Pure la Massoneria ha espresso il suo apprezzamento. Che dire, allora, del premio attribuito dagli uomini di cinema cattolici, riuniti in un’associazione riconosciuta ufficialmente dalla Santa Sede? Che dire della diocesi milanese che ha deciso di sponsorizzare quest’opera, diffondendola nelle parrocchie?

Verrebbe in mente quanto mi disse un Umberto Eco ironicamente deluso, quando analoghi premi cattolici (uno, addirittura dalla Loyola University, l’ateneo dei gesuiti americani) furono attribuiti al film tratto dal suo Il nome della rosa: “Io ho faticato per fare un libro radicalmente agnostico se non ateo, sperando di suscitare un dibattito infuocato. E invece no, ‘sti preti mi fregano , applaudendomi e riempiendomi di premi. Quasi quasi ho nostalgia dei bei, vecchi tempi della Santa Inquisizione. Quei tosti domenicani erano meno noiosi del frate e del sagrestano “ adulti“ che, entusiasti, acclamano il miscredente“.

Ma sì, sarebbe facile sorridere del masochismo clericale, cui peraltro siamo ormai rassegnati. Qui, però, occorre forse riconoscere delle attenuanti. In effetti, a una prima lettura il film della regista austriaca (la solita ex-cattolica: l’Occidente ne è ormai pieno) pare accattivante per i devoti. Non c’è nulla dell’anticlericalismo di un Emile Zola che si intrufolò, da anonimo, nel Pellegrinaggio Nazionale francese e ne trasse il suo fazioso romanzo, dove tutto inizia, per lui, da “une pauvre idiote“, da una piccola isterica chiamata Bernadette. Nulla, qui, delle invettive delle Logge ottocentesche, che chiedevano la chiusura manu militari di Lourdes “per abuso della credulità pubblica“, nonché per “ragioni igieniche“. Il vecchio mangiapretismo vociferante ha fatto posto, nella Hausner, a un ateismo radicale, ma politically correct. E una simile negazione della fede -durissima nei contenuti, ma molto soft nei modi- può avere depistato i clericali entusiasti. L’ateismo, peraltro onestamente dichiarato nelle interviste, non sta tanto nella barzelletta del capo dei Cavalieri hospitaliers (la Madonna che vuole andare a Lourdes, perché non vi è mai stata), battuta un po’ blasfema che svela l’incredulità di quei volontari. Non sta tanto nei dubbi dei pellegrini, nel loro spiarsi invidiosi, ciascuno temendo che il vicino di stanza sia guarito e lui no. E non sta neppure in quei cappellani che, alle domande dei malati, replicano con slogan, quasi fossero distributori automatici di risposte apologetiche. No, l’ateismo radicale del film sta nell’annuncio che il cristianesimo è morto, perché proprio la cartina di tornasole di Lourdes rivela che sono morte le tre virtù teologali che lo sorreggevano: morta la Fede, morta la Speranza, morta anche la Carità, malgrado le apparenze di chi, come i volontari, sembra esercitarla. Ma per amore di sé, non dei bisognosi. Per sfuggire alla noia, per trovare un senso o un marito, più che per aiutare il prossimo.

Papa Giovanni definì Lourdes, che molto amava, “una finestra che si è spalancata all’improvviso, mostrandoci il Cielo“. La Hausner, quella finestra la chiude: da qui, la mancanza di luce, il senso di oppressione, la claustrofobia, il nero che segnano tutta la sua pellicola. Quel Cielo di Roncalli è ormai sbarrato, uccidendo la Speranza.

L’esplosione gioiosa dell’alba della Risurrezione è rimossa a favore di una routine devozionale grigia, noiosa, segretamente ipocrita. Ma è sul serio così? Chi ha esperienza vera di Lourdes sa (e non è retorica) che questo è il regno del dolore ma anche della gioia; della disperazione e della speranza; del dubbio e della fede; dell’egoismo di mercanti, osti, professionisti dell’assistenza e della generosità di infiniti anonimi. Un impasto contradditorio, certo, ma pieno di vita e plasmato, malgrado tutto, da una fede tenace, che non si arrende. Vi sono talvolta nubi, sui Pirenei. Ma, ancor più spesso, vi splende un sole caldo. La Hausner ha le sue ragioni, cui va il nostro rispetto. Ma, attorno alla Grotta –quella vera, non quella della ex allieva delle suore che ha perso la fede- c’è un braciere che continua ad ardere, simboleggiato dalle mille candele accese giorno e notte, da 150 anni. Non c’è il cero ormai spento, o solo fumigante, che vorrebbe questo film, tanto eccellente nella tecnica quanto unilaterale nei contenuti.

Vittorio Messori, Corriere della Sera del 12 febbraio 2010


Lourdes, caro Messori…

Al direttore - Sono stata a Lourdes più di
una volta, e sono anche andata al cinema, a
vedere il film di Jessica Hausner. Ma forse
non ho visto lo stesso film di Vittorio Messori,
che ieri sul Corriere ha sparato a zero
contro i cattolici entusiasti per un film a
dir suo plumbeo, ateo e nichilista. Non è
vero. Il film è plumbeo, certo, pieno di
pioggia, certo, molto dissacrante, certo,
perché i preti oltre a occuparsi dei malati
passano il tempo a raccontarsi barzellette
sulla famiglia di Nazareth, mentre le volontarie
dell’Ordine di Malta sembrano soprattutto
alla ricerca di un marito. E’ anche
vero che la protagonista, Sylvie Testud,
che recita il ruolo di una biondina
sulla sedia a rotelle, sorride a stento. Anche
se spera moltissimo. E forse nemmeno
ci crede all’apparizione della Madonna di
Lourdes, alla grotta di Bernadette Soubirous,
al miracolo delle piscine con l’acqua
santa, anche se s’abbandona a tutti i riti del
gioioso parrocchialismo che ogni anno mobilita
verso le montagne dei Pirenei migliaia
di pellegrini da tutto il mondo, col
loro seguito di dame e barellieri volontari.
Il fatto è che, proprio per questo, è un film
cattolico e cristiano, nel senso più profondo
e misterioso del termine, miracolosamente
sospeso tra la fede nell’onnipotenza
divina e lo scetticismo dei miscredenti. Attraverso
il miracolo, infatti, la Grazia divina
colpisce l’ignara ragazza in sedia a rotelle,
che non ha niente della beghina invasata,
non recita il rosario e ha scelto
Lourdes, dopo essere stata a Roma, solo
per mandare in vacanza la sua solitudine.
Ma è proprio lei che una mattina scopre di
poter muovere le mani, le braccia, le gambe,
s’alza dal letto e va in bagno a pettinarsi.
Viene in mente la pioggia, che bagna indifferentemente
il mare e i campi coltivati,
secondo la bellissima metafora usata da
Malebranche per raffigurare l’onnipotenza
divina e le sue leggi misteriose e generali.
Possibile che un fine intenditore di cose
cattoliche come Messori l’abbia dimenticata?

(Marina Valensise)

Il Foglio 13 febbraio 2010




``LOURDES``, FILM GELIDO DA SALA CHIRURGICA

Film sulla disperazione e, quindi, antimariano, arriva questa settimana nelle sale italiane “Lourdes” della regista austriaca Jessica Hausner. “Dove giunge Maria è presente Gesù. Chi apre il suo cuore alla Madre incontra ed accoglie il Figlio 
ed è invaso dalla Sua gioia”, dice Benedetto XVI. La Hausner è convinta del contrario. Agnostico e antievangelico fin dalle intenzioni (“Volevo indagare sulla casualità dei miracoli”, dice la regista) il suo film è anche una sorta di riflettore accesso su una nuova ed inedita incapacità dei cattolici di capire e di utilizzare il cinema per la missione pastorale della Chiesa. “Ho trattato il miracolo e la malattia in senso metaforico per comunicare quanto il concetto di salvezza sia relativo – dice la regista -, mi interessava soffermarmi sulla transitorietà della vita”.
Il miracolo, spiega la Hausner “viene considerato come qualcosa di banale perché non racchiude necessariamente una morale o un senso, forse è soltanto una delle tante tappe della vita. Ci possono essere più risposte a un evento di quel tipo: l’autosuggestione e la forza psichica ad esempio; molte guarigioni non sono state nemmeno spiegate dalla medicina, e non capitano soltanto a Lourdes. Dopo essere stata a Lourdes posso dire una cosa: o Dio si è addormentato oppure non esiste”.
Il film è gelido e perfetto nella forma, come un’operazione chirurgica. C’è però anche una barzelletta. Gesù propone a Maria di andare a Betlemme, racconta un prete ad un assistente, la sera, dopo aver messo a letto i “malati”. Sempre Betlemme, replica Maria. Potremmo allora andare a Lourdes, dice Gesù. Carino, risponde Maria, non ci sono mai stata. Curzio Maltese, su “Repubblica”, spietatamente, ha scritto che le organizzazioni religiose del luogo di culto, dopo aver letto la sceneggiatura, hanno dato il permesso di girare anche in luoghi di Lourdes normalmente vietati alle macchine da presa. Il potere censura solo ciò che capisce, ha chiosato con sarcasmo. Il film, a Venezia, ha ricevuto due premi cattolici, il “Signis” (una volta si chiamava Ocic – Organizzazione Cattolica per il cinema) e la “Navicella” dell’Ente dello Spettacolo. È un sintomo di questa sorprendente confusione della cultura cattolica di oggi.
Nel 1944, in piena occupazione nazista, i cinematografari più famosi dell’epoca, per evitare la deportazione, si chiusero in una chiesa romana e, sotto la guida di Vittorio De Sica e grazie alla protezione proprio dell’Ente dello Spettacolo – Centro Cattolico Cinematografico, realizzarono uno dei capolavori della cinematografica cattolica. Si tratta de “La porta del cielo”. Anche in quel caso si narrava della devozione mariana e del mistero del miracolo. Scritto insieme con Zavattini, il film aveva un approccio laico ma non era agnostico. Nel lungo finale, davanti all’esposizione del Santissimo, la gente si inginocchiava e si faceva il segno della Croce. Il film si chiudeva con un miracolo ma, al contrario di quello descritto dalla Hausner, era lo stesso tipo di miracolo di cui parla il Nuovo Testamento, quello caratterizzato dalla conversione e dal perdono. Un film ben diverso, quindi, da quello della Hausner.
In questi giorni, il “Corriere della Sera” ha dato spazio a un dibattito sull’egemonia culturale della sinistra e sull’incapacità della destra di costruire un’alternativa. In un Paese come il nostro, verrebbe da chiedersi piuttosto che fine abbia fatto la cultura cattolica. “Credo che il cinema abbia fallito la sua missione di essere l’arte del nostro secolo. Ha fatto dei tentativi, persino dei tentativi eroici, ma ha fallito. Non solo ma, tra le arti, è forse la più grande responsabile di questa immensa opera di condizionamento, d’abbrutimento che si è compiuta”, scriveva Roberto Rossellini nel 1962. Da allora il cinema si è interrogato ancora mille volte sul senso del trascendente e sui valori umani fondamentali con risultati spesso eccentrici che hanno fatto fibrillare i critici cattolici. Con “Lourdes” invece si è scatenata (si fa per dire) solo una sorprendente e apatica afasia critica. Eppure basterebbe così poco per accendere il dibattito. A cominciare dalla locandina del film. C’è solo la metà del volto di una statua di Maria. Lucida, platinata e parziale. Una sintesi critica involontaria del film che infatti dice, in modo artefatto e plastificato, solo una parte della verità e non racconta l’altra storia, quella che muove centinaia di milioni di persone ogni anno verso i santuari mariani. “Lourdes è una profezia di giustizia e di pace, dove non c’è posto per la superbia e la durezza di cuore, anzi dove questa durezza viene sciolta dalla testimonianza della carità, della misericordia, della serena sopportazione del male, della solidarietà umana, della generosità sincera e toccante”, diceva Giovanni Paolo II nel 1989. Chissà se avrebbe apprezzato il film della Hausner.

Andrea Piersanti


MA DON CARLO (VERDONE) NON PREGA MAI. PECCATO...

I preti tendono a mimetizzarsi, vivono e vestono come laici e si vergognano di mettersi anche una crocetta sul maglione. Così non c`è da stupirsi se finisce che il semplice fedele poi si vergogna pure a farsi il segno della croce in pubblico”. Così ragionava Alberto Sordi, nel 2000, in un’intervista al mensile “30 giorni”. Avrebbe bisogno di rifletterci su anche Carlo Verdone. Nel suo nuovo film “Io, loro e Lara” interpreta un prete missionario in crisi che torna a casa dopo venti anni passati in Africa. A Roma trova, però, una situazione molto caotica e deciderà presto di tornare in missione ad affrontare siccità e banditi di strada insieme con le mille difficoltà della povertà del terzo mondo pur di evitare i nevrotici problemi quotidiani della sua famiglia.

Il prete di Verdone non prega mai, durante tutto il film, e neanche una volta si mostra vestito completamente da prete, tranne che per un fugace clergyman indossato distrattamente un paio di volte. In una di queste occasioni, con il colletto rigido che gli gonfia il collo, domanda con durezza a due brutti ceffi molto malintenzionati: “Che la portate a fare questa croce al collo?”. È la stessa domanda che vorremmo rivolgere a Verdone. Perché un prete? La stessa storia non poteva essere raccontata anche da un personaggio un po’ più laico? Dalla visione del film si esce confusi. Presi da due desideri ugualmente urgenti. Stroncare e lodare. Alla figura del prete descritta da Verdone manca infatti la dimensione più importante, quella religiosa. L’assenza della prospettiva del trascendente, l’unica in grado di giustificare la vocazione sacerdotale, rende il personaggio opaco e ambiguo. D’altra parte il pubblico del film, dopo i titoli di coda, inizia subito a discutere animatamente di preti e di missionari. Una bella novità in un’epoca e in un contesto sociale che sembrano aver completamente dimenticato la generosa attività che i sacerdoti in tutto il mondo svolgono silenziosamente e gratuitamente nella nostra vita.
Giancarlo Zizola, qualche giorno fa su “La Repubblica”, si lamentava del fatto che i preti, quando predicano dal pulpito, usano gli argomenti divini per temi molto terreni (il costume, la politica). È una visione vecchia. Nelle parrocchie in Italia e in tutto il mondo, i preti sempre di più sono impegnati a parlare soprattutto di Dio e dei Suoi sacramenti. Secondo le linee del “Progetto culturale” lanciato da Giovanni Paolo II e coordinato ancora oggi dal cardinale Camillo Ruini, è la realtà sociale e politica nella quale viviamo a spingerli (e a spingerci) a rivolgere gli occhi verso l’alto. "La comunicazione deve favorire la comunione nella Chiesa, altrimenti diventa protagonismo individuale oppure, ed è ancora più grave, introduce divisione. All`evangelizzazione non servono i preti showman", ha detto recentemente monsignor Mauro Piacenza, Segretario della Congregazione per il Clero, nel suo intervento alla Giornata di studio su "La comunicazione nella missione del sacerdote" organizzata dalla Facoltà di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce. Secondo monsignor Piacenza, "il sacerdote non deve improvvisare quando utilizza i mezzi di comunicazione e neppure deve comunicare se stesso, ma duemila anni di comunione nella fede, un messaggio che può essere trasmesso soltanto attraverso la propria esperienza e vita interiore".

Il film di Verdone esce proprio nell’anno sacerdotale indetto dal Papa. “Non di rado, sia negli ambienti teologici, come pure nella concreta prassi pastorale e di formazione del clero, si confrontano, e talora si oppongono, due differenti concezioni del sacerdozio – ha detto recentemente Benedetto XVI (Udienza generale del 24.06.2009) -. Rilevavo in proposito alcuni anni or sono che esistono "da una parte una concezione sociale-funzionale che definisce l’essenza del sacerdozio con il concetto di ‘servizio’: il servizio alla comunità, nell’espletamento di una funzione… Dall’altra parte, vi è la concezione sacramentale-ontologica, che naturalmente cointende il carattere di servizio del sacerdozio, lo vede però ancorato all’essere del ministro e ritiene che questo essere è determinato da un dono concesso dal Signore attraverso la mediazione della Chiesa, il cui nome è sacramento". A ben vedere, non si tratta di due concezioni contrapposte, e la tensione che pur esiste tra di esse va risolta dall’interno".

Proprio in questi giorni sono stati pubblicati i dati dei missionari uccisi nel 2009. Si tratta di trentasette sacerdoti assassinati, per lo più brutalmente. “La loro testimonianza eroica dimostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, quanto sia utile una presenza di questo genere in zone deteriorate e devastate dal sopruso - scrive Lucetta Scaraffia in un suo articolo per l’Osservatore Romano -. Senza armi - e spesso con pochissimi mezzi, certo molti di meno di quelli dei poteri violenti che essi combattono - questi cattolici dimostrano con il loro esempio che un altro mondo è possibile, un mondo di solidarietà e verità, di amore gratuito. E già questo basta a renderli un bersaglio mortale”.

Verdone, nel suo film, riesce soltanto a sfiorare la complessità del tema. “Quando non si tiene conto del ‘dittico’ consacrazione-missione, diventa veramente difficile comprendere l’identità del presbitero e del suo ministero nella Chiesa - ha spiegato Papa Ratzinger durante l’Udienza generale dello scorso 1 luglio -. Chi è infatti il presbitero, se non un uomo convertito e rinnovato dallo Spirito, che vive del rapporto personale con Cristo, facendone costantemente propri i criteri evangelici? Chi è il presbitero se non un uomo di unità e di verità, consapevole dei propri limiti e, nel contempo, della straordinaria grandezza della vocazione ricevuta, quella cioè di concorrere a dilatare il Regno di Dio fino agli estremi confini della terra? Sì! Il sacerdote è un uomo tutto del Signore, poiché è Dio stesso a chiamarlo ed a costituirlo nel suo servizio apostolico. E proprio essendo tutto del Signore, è tutto degli uomini, per gli uomini”.

Alcuni sacerdoti romani, che hanno avuto il privilegio di vedere con molto anticipo una copia del film di Verdone, lo hanno ringraziato e gli hanno detto “ci hai accarezzato”, tanto che Verdone si è giustamente sentito autorizzato a dire che la Cei aveva approvato il suo film. La valutazione pastorale espressa dalla commissione nazionale valutazione film della Cei è molto benevola. “Va diretto al cuore del problema Carlo Verdone in questo suo nuovo racconto che, con un indovinato scarto di sceneggiatura, gioca sul repentino rovesciamento della situazione iniziale - scrivono gli esperti cinematografici dei vescovi italiani -. Calandosi in questo personaggio di sacerdote generoso, disponibile, aperto, forse un po` ingenuo, Verdone si crea le premesse per gettare sull`Italia contemporanea uno sguardo amarognolo, fatto di qualche delusione e insieme di molta voglia di riscatto. La constatazione finale dice che l`Italia è, per motivi opposti all`Africa, scenario di una differente ma non meno necessaria missione di recupero di valori civili condivisi. E in questo scenario il ruolo del sacerdote non è certo secondario. Circondato da un coro di figure piccole e grandi (i‘mostri’ di oggi), Verdone é bravo a suscitare divertimento di fronte ad argomenti per i quali in fondo c`è ben poco da ridere. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come consigliabile e, nell`insieme, brillante”.

Il prete di Verdone insomma manca l’obiettivo di rappresentare la complessità moderna del ministero sacerdotale; ne coglie però un aspetto altrettanto interessante, come forse è stato intuito dagli esperti della Cei. Verdone, infatti, ci racconta cosa vedono i laici nei preti di oggi e cosa pensano del ministero sacerdotale. È ovvio quindi che manchi la dimensione del trascendente perché (e non certamente per colpa di Verdone) detta dimensione è sparita dalla nostra quotidianità, anche e soprattutto nel rapporto che abbiamo con i sacerdoti, ai quali siamo ormai capaci di chiedere di tutto (come fanno anche i parenti con il personaggio interpretato da Verdone) tranne l’unica cosa per la quale il prete ha una qualche competenza specifica: la preghiera.

Giovanni Paolo II, nel 1979, all’inizio del suo Pontificato, nella sua “Lettera a tutti i sacerdoti della Chiesa”, aveva scritto: “Forse negli ultimi anni, almeno in certi ambienti, si è discusso troppo sul sacerdozio, sull’identità del sacerdote, sul valore della sua presenza nel mondo contemporaneo, ecc. ed al contrario si è pregato troppo poco. Non c’è stato abbastanza slancio per realizzare lo stesso sacerdozio mediante la preghiera, per rendere efficace il suo autentico dinamismo evangelico, per confermare l’identità sacerdotale”. Giovanni Paolo II, dieci anni più tardi, nel 1988 a Torino, aveva sottolineato che “Il sacerdote è colui che trasmette la vita divina agli uomini. Potrà essere anche debole, imperfetto, certamente mai pari alla grande fiducia che Dio gli ha fatto, chiamandolo ad essere suo ministro. Ma la sua forza, la sua ricchezza sta primariamente qui: divinizzare gli uomini, santificarli, nutrirli di Dio”. Il sacerdote, insomma, al contrario di quello interpretato da Verdone, “è un uomo che non si appartiene”, (sempre Giovanni Paolo II, nel 1988, ad alcuni sacerdoti a Nepi). Un’immagine che sembra il contrario del prete disegnato da Verdone, attaccato alle cose di
questo mondo tanto da arrivare a spiare la ragazza svestita in camera da letto.

Nella giornata del Giubileo del Duemila dedicata al mondo dello spettacolo, Wojtyla disse: “Carissimi, voi che lavorate con le immagini, i gesti, i suoni; in altre parole, lavorate con
l`esteriorità. Proprio per questo, voi dovete essere uomini e donne di forte interiorità, capaci di raccoglimento. In noi abita Dio, più intimo a noi di noi stessi, come rilevava Agostino. Se saprete dialogare con Lui, potrete meglio comunicare con il prossimo. Se avrete viva sensibilità per il bene, il vero e il bello, i prodotti della vostra creatività, anche i più semplici, saranno di buona qualità estetica e morale. La Chiesa vi è vicina e conta su di voi!”. In Piazza San Pietro, ad ascoltarlo c’era anche Alberto Sordi, da molti considerato il vero “padre artistico” di Verdone. “Il mio rapporto con il Padreterno si basa proprio sull`educazione che fin da piccolo i miei genitori mi hanno dato così come mi hanno insegnato a camminare e a parlare - disse allora Sordi al giornalista di “30 giorni” -. Vado a messa, mi confesso, prego ogni giorno, credo nei dogmi e non li discuto. È bello credere, e non si crede facendo tanti ragionamenti: io sono cristiano, la vita mi ha sempre più convinto che il cristianesimo è vero. Che bisogno c`è di ragionarci su?”. Vero. Ma sempre Sordi aggiungeva, profetico: “Anche la Chiesa però può peccare di esibizionismo, di leggerezza, come quando è ossessionata dal problema di catturare il consenso dei giovani”.

Andrea Piersanti


http://www.piuvoce.net/

Avatar, il nuovo film di James Cameron: effetti speciali tra nulla, paure e innocuo panteismo



Sotto le immagini ben poco


di Gaetano Vallini


Tanta stupefacente tecnologia da incantare, ma poche emozioni vere, emozioni umane per intendersi, in un mondo di alieni pur eccezionalmente immaginato e rappresentato. Tuttavia l'attesissimo film di James Cameron Avatar - che uscirà il 15 gennaio in Italia con un mese di ritardo rispetto al resto del mondo - non deluderà le aspettative degli appassionati del filone fantascientifico. Infatti con Avatar, la pellicola più costosa della storia (oltre 400 milioni di dollari, lancio compreso), la magia del cinema si rinnova in tutta la sua forza immaginifica. Del resto la rilevanza del film sta nell'impatto visivo più che nella storia, piuttosto scontata, e nei messaggi peraltro non nuovi, già al centro, talvolta con ben altro spessore, di diverse pellicole alle quali il regista si richiama più o meno apertamente, da Piccolo grande uomo a Balla coi lupi, da Un uomo chiamato cavallo a Pocahontas. L'innovativo 3D, unito alla rivoluzionaria tecnica performance capturing che coglie anche le espressioni degli attori per trasporle in animazione digitale, porta l'esperienza visiva a livelli mai visti. A cominciare dalla qualità dell'ambiente in cui si svolge l'azione, con una tridimensionalità che non punta a "bucare" lo schermo, ma a rendere la scena avvolgente, con una profondità che avvicina molto alla realtà e una maggiore nitidezza di dettagli. D'altra parte Cameron ha tenuto questo progetto nel cassetto per 10 anni - la prima idea è del 1995, la realizzazione è iniziata nel 2005 - proprio perché allora non c'erano i mezzi tecnici per rendere sullo schermo quanto da lui immaginato. E siccome è uno sperimentatore, il regista non si è limitato a usare tecniche di computer grafica già conosciute, ma ne ha inventate altre. E il risultato è affascinante. La storia si svolge nel 2154. Protagonista è Jake Sully (Sam Worthington), un marine rimasto paralizzato alle gambe spedito sul pianeta Pandora, mondo primordiale ricco di materie prime preziose di cui gli umani vogliono impossessarsi e abitato dai Na'vi, giganteschi uomini blu, razza guerriera determinata a difendere il proprio territorio. Su Pandora non c'è ossigeno e gli uomini non potrebbero sopravvivere. Per avvicinare i nativi vengono utilizzati degli "avatar", Na'vi artificiali creati dalla scienziata Grace Augustine (Sigourney Weaver), che possono essere "indossati" da ospiti umani attraverso un travaso della coscienza. Per Jake è l'occasione per recuperare l'uso delle gambe e tornare in prima linea. Presto, però, il marine si innamora dell'indigena Neytiri (Zoë Saldana), comincia a comprendere la sua civiltà e le cose per cui lotta, finendo per passare dalla parte dei Na'vi e a combattere contro gli invasori umani. Cameron punta, dunque, su un racconto di portata universale, facilmente condivisibile nella sua semplicità ed efficacia, che narra un evento più volte ripetutosi nella storia dell'umanità: le violenze e i soprusi, non di rado sfociati in genocidio, compiuti da civiltà considerate più avanzate per soppiantare o sottomettere, per smania di potere e ancor più per interesse, le culture indigene. Un tema che negli Usa si riflette nel mito della frontiera e nella guerra dei bianchi contro le popolazioni dei nativi, ma che può essere fatto risalire ad altre colonizzazioni e adattabile anche a più recenti guerre. Ma Cameron, più concentrato sulla creazione del fantastico mondo di Pandora, sceglie un approccio blando; racconta senza approfondire e finisce per cadere nel sentimentalismo. Il tutto si riduce a una parabola antimperialista e antimilitarista facile facile, appena abbozzata, che non ha lo stesso mordente di pellicole più impegnate su questo fronte. Analogamente il sotteso ecologismo si impantana in uno spiritualismo legato al culto della natura che ammicca non poco a una delle tante mode del tempo. La stessa identificazione dei distruttori con gli invasori e degli ambientalisti con gli indigeni appare poi una semplificazione che sminuisce la portata del problema. Ciò detto, resta l'indubbio valore del film per il suo eccezionale impatto visivo. Se serviva una nuova frontiera per il cinema di fantascienza, Avatar l'ha segnata, spostandola molto in avanti. E il record di incassi - che peraltro appartiene a un altro lavoro di Cameron, Titanic (1997) - potrebbe essere superato. Del resto lo spettacolo vale il prezzo del biglietto.


(©L'Osservatore Romano - 10 gennaio 2010)





di Luca Pellegrini


Il cinema di fantascienza è un genere libero per antonomasia, come lo è la fantasia, ma anche asservito agli umori del tempo e ai dettami del progresso scientifico. Per questo è lo strumento più idoneo per riflettere, nelle sue trame e nei suoi spicchi di verità, le tante paure e le poche speranze. Attraversa abilmente la nostra storia con un andamento sinusoidale, toccando picchi di elevata elaborazione narrativa e artistica e altri di ossequiosa routine, inaugurando ogni volta vere e proprie epoche con temi e personaggi di riferimento che hanno poi una ricaduta sui gusti e le aspettative comuni. Ci sono titoli che hanno contraddistinto questi intervalli e sono diventati punti di riferimento, come oggi appare Avatar, che potrebbe diventare una parola cult. E inaugurerà, forse, un nuovo genere, creando un immaginario collettivo in cui si rifletterà ancora una volta la forza attrattiva di mondi alternativi, una certa forma di spiritualismo ecologico oggi di moda e il timore, piuttosto diffuso, di una vera trascendenza. Nel 1927, in concomitanza con la nascita ufficiale del termine scientific fiction (poi contratto in sci-fi), lo sviluppo urbano, la suddivisione in classi e il progresso tecnologico trovavano, nelle loro valenze etiche, la prima rappresentazione cinematografica con Metropolis, l'assoluto capolavoro espressionista di Fritz Lang. La città futura diverrà da allora protagonista e rappresentazione dei progressi e dei regressi della civiltà, fino a quel coacervo di architetture gigantesche, bagnate da pioggia incessante, che in Blade runner di Ridley Scott sono il luogo ideale per lo scontro uomo-macchina. La celebrazione utopistica della tecnica avvenuta nel 1933 all'esposizione universale di Chicago ("Century of Progress"), comincerà però a trovare proprio nel cinema la sua antitesi, inaugurata con lo sfortunato e emblematico La vita futura di Cameron Menzies, su sceneggiatura addirittura di Herbert G. Wells, che si colora di una vena di anticapitalismo. Il sottotitolo - Nel 2000 guerra o pace - sinistramente sembrava porre un angoscioso dilemma che avrebbe sconvolto l'umanità ben prima di quella data. Ansie giustamente riflesse nell'epoca d'oro del cinema di fantascienza, il decennio 1950-1960, che crea tre opere classiche: Il pianeta proibito di Fred McLeod Wilcox (dove il bene e il male si fronteggiano nella coscienza di uno scienziato), Ultimatum alla Terra di Robert Wise (alieno buono in versione liberal che mette in guardia un'umanità votata all'autodistruzione) e La cosa da un altro mondo di Nyby-Hawks (alieno cattivo che fagocita gli esseri umani, sintomo della paura del comunismo che attanaglia l'America di Mc Carthy). Questi opposti si ritrovano in altri titoli indimenticabili, anche se per arrivare all'affermazione della bontà degli alieni (gli "altri", più o meno diversi e lontani) si dovranno attraversare strade impervie segnate da invasioni apocalittiche, metamorfosi subdole e bombe atomiche devastanti: La guerra dei mondi di Byron Haskin, L'invasione degli ultracorpi di Don Siegel, L'ultima spiaggia di Stanley Kramer, Il pianeta delle scimmie di Franklin J. Shaffner. Insomma, una sequela di inquietudini e terrori (con doverosa autocritica) che culmina con il sanguinario ed esemplare Alien di Ridley Scott. A tutto questo hanno reagito due irriducibili ottimisti americani: Steven Spielberg, con Incontri ravvicinati del terzo tipo ed ET, e George Lucas, con la serialità delle sue indimenticabili Star Wars, nelle quali l'epopea classica si colora abilmente di tinte contemporanee. Ora non si sa se Cameron con Avatar, dall'alto dello splendore tecnologico già ampiamente celebrato, riuscirà a replicare quell'ammirazione e quello stupore, mai venuti meno, scatenati da 2001: odissea nello spazio di Stanley Kubrick, uscito nel 1968. Sul piano estetico, formale, narrativo e tecnologico, si è trattato di una rivoluzione unica e inaspettata, in anticipo sui tempi. Questa fantascienza, dal sapore metafisico e visionario - che sarà ritentata soltanto da Andrej Tarkovskij, tre anni dopo, con Solaris, una fabula di sofisticata densità spirituale - rimane in sorprendente equilibrio tra vulnerabilità della scienza (la ribellione e morte del computer Hal 9000) e presenza del mistero (il monolite nero sospeso nel tempo e nello spazio, generatore di una nuova umanità), tra fiducia illuministica e afflato romantico. Il film non aveva avuto antenati. Nella sua forza geniale e innovativa non ha trovato, finora, alcun erede.


(©L'Osservatore Romano - 10 gennaio 2010)




Pubblichiamo quasi integralmente un articolo apparso sul sito in rete della rivista "Mondo e Missione" (www.missionline.org).


di Lorenzo Fazzini


La pellicola di James Cameron ha fatto discutere, e molto, anche per il suo rapporto con la religione. La domanda potrebbe suonare così: di quale religione è Avatar? A dar fuoco alle polveri è stato il commentatore di religious affairs del "New York Times", Ross Douthat, che dalle colonne del quotidiano liberal l'estate scorsa aveva promosso a pieni voti la Caritas in veritate di Benedetto XVI. Secondo Douthat, Avatar presenta "un'apologia del panteismo, una fede che rende Dio uguale alla Natura, e chiama l'umanità a una comunione religiosa con il mondo naturale". Il commentatore ricorda come questa visione religiosa sia una sorta di cavallo di battaglia dell'Hollywood più recente. Per Douthat la scelta panteista di Cameron, e dell'industria cinematografica Usa in generale, continua su questa strada perché "milioni di americani vi hanno risposto in maniera positiva". E come riconosceva già nell'Ottocento il filosofo francese Alexis de Tocqueville, "il credo americano nell'essenziale unità del genere umano ci porta ad annullare ogni distinzione nella creazione. Il panteismo apre la strada a un'esperienza del divino per la gente che non si sente a proprio agio con la prospettiva scritturistica delle religioni monoteistiche". All'editorialista hanno replicato diversi osservatori. Sul cliccatissimo giornale online "Huffington Post" Jay Michaelson ha corretto l'interpretazione di panteismo per Avatar, parlando invece di "visione unitaria dell'Essere". "I panteisti non pregano, i panessenzialisti sì, come avviene in Avatar", suona la precisazione di Michaelson. Un'altra interpretazione viene dal blog "politicsdaily.com", a firma di Jeffrey Weiss, che invece ha deteologicizzato l'opera di Cameron, affibiandole la qualifica di "allegoria di carattere neurologico, non teologico": "Il film tende a fare in modo che lo spettatore pensi al modo in cui vuole trattare le persone con cui vive, i valori e le abitudini diverse dalle proprie". Dall'Oriente arrivano interpretazioni ancora più "teologiche". Il quotidiano "Hindustan Times" ha ospitato una recensione in cui riconosce che i personaggi alieni che abitano Pandora "sono di colore blu, non molto diversi dalle immagini popolari di Shiva", una delle principali divinità induiste. A dar man forte all'interpretazione indù del kolossal - che in pratica si sposa bene con la visione panteista del "New York Times" - è anche il sito di "Hinduism Today", in un articolo dal titolo che più chiaro non si può: "Il nuovo film Avatar getta luce su una parola indù". Scrive l'articolista: "La teologia indù elenca dieci tipi di avatar. Le origini di questa parola vengono dal sanscrito dei sacri testi indù ed è un termine per gli esseri divini mandati a ristabilire la divinità sulla Terra". Il sito dà voce a un fedele induista, Anil Dandona: "Il modo in cui la parola avatar viene usata nel film non è una distorsione della mia fede. È appropriato. Noi crediamo nell'Essere Supremo mandato presso gli uomini per creare la giustizia. Questi messaggeri di Dio prendono forme umani, ma hanno qualità divine". E il cristianesimo, è assente da Avatar? Mark Silk, sul blog "SpiritualPolitics", rintraccia il nome "cristiano" di un personaggio del film: Grace Augustine, che per Silk fa riferimento al santo di Ippona e al concetto cristiano di "grazia". Sarà Grace a spiegare al protagonista, l'ex marine Jake Sully, i significati nascosti del mondo di Avatar, come quello di "rinascere due volte", che Silk rilegge cristianamente secondo il dettato evangelico dei born again. "Per questo - conclude il blogger di "SpiritualPolitics" - è possibile affermare che Cameron ha unito la vecchia teologia cristiana della grazia e della redenzione alla sua parabola anti-imperialista". Il dibattito, come si vede, è più aperto che mai.


(©L'Osservatore Romano - 10 gennaio 2010)



IL COMMENTO DI RADIO VATICANA


Dopo aver riscosso un successo incondizionato e incassi stratosferici in molti Paesi del mondo, è stato presentato ieri alla stampa italiana, in vista dell’uscita venerdì prossimo con 800 copie distribuito da Fox, l’attesissimo Avatar di James Cameron. Il film, epico e tecnologicamente sofisticato, nello splendore degli effetti speciali, assolutamente inediti, racconta di un uomo, il suo avatar e l’amore per una integerrima aliena. Schema narrativo non originale adattato per denunciare ancora una volta l’immorale condotta dell’umanità avida e belligerante contrapposta allo spirito pacifico e tollerante degli alieni, sorretti da una vaga spiritualità di ordine panteistico. Il servizio di Luca Pellegrini: Anche sul Titanic squarciato si aprono laceranti conflitti, mentre l’umanità, in preda a comprensibile panico, dimostra la sua vera natura: avidità, orgoglio, vigliaccheria, superbia, che conducono ad atti di vergognosa violenza, di umiliante sopruso. Dodici anni dopo aver creato sullo schermo una delle più belle ed epiche storie d’amore che si snoda sui ponti del famoso transatlantico, James Cameron rinnova la sua sfida tecnologica e i suoi incassi da capogiro, trasportando lo spettatore sul pianeta Pandora, una meraviglia inesauribile di flora e di fauna custodita dagli intrepidi Na’vi, sorta di ominidi azzurri alti tre metri e in convivenza pacifica, anzi in totale e fisica simbiosi con la natura che li circonda, li sostiene e li difende. Ci sono ragioni di stile e di tecnica che hanno fatto di Avatar il titolo più atteso e più costoso della storia del cinema, già ampiamente ripagato da incassi miliardari e da una copertura mediatica senza precedenti. Davvero non si sono mai viste immagini così sorprendenti, che si scoprono attraverso gli occhi e le esperienze di Jake Scully, ex marine innestato nel corpo di un Na’vi, il suo avatar appunto, per tentare non tanto una riconciliazione, quanto la sottomissione e l’annientamento totali della pacifica popolazione indigena. L’umanità, infatti, è approdata su quel pianeta per puri scopi commerciali e di sfruttamento energetico e la vita e le credenze dell’alieno, inteso come altro e diverso, contano nulla rispetto al possibile profitto e all’esercizio del potere. Avatar, dunque, è un film che nelle intenzioni del regista affronta temi di stringente attualità e d’alto profilo etico, inserendoli in uno spettacolo supportato questa volta da una tecnologia davvero senza precedenti, anche grazie al 3D che avvolge lo spettatore con una nitidezza assoluta. Nell’impianto semplice e non originale del pianeta sfruttato, dell’umanità cattiva e della civiltà sull’orlo dell’abisso deturpata nelle sue credenze e nelle sue certezze da colonizzatori senza scrupoli, Avatar si attesta come il titolo di riferimento in cui la suggestione lascia davvero senza parole e senza fiato: voli su draghi colorati, fiori fosforescenti che si librano nell’aria, cavalli a sei zampe che comunicano empaticamente col cavaliere, alberi colossali, montagne sospese nel cielo, sfondo fantastico per le avventure dell’avatar e per la sua lenta e inesorabile adesione ai Na’vi e alle loro ragioni, con una storia d’amore nata teneramente tra lui e la figlia del re. Ma l’incanto ha anche sue ragioni, diciamo, più disincantate: Pandora è il pianeta che strizza abilmente l’occhio a tutte quelle pseudo-dottrine che fanno dell’ecologia la religione del millennio. La natura non è più la creazione da difendere, ma la divinità da adorare, mentre la trascendenza si svuota materializzandosi in una pianta e nelle sue bianche liane che nutre gli spiriti diramandosi nella forma di un vero e proprio panteismo. E’ abbastanza innocuo, Avatar, e soprattutto non nuovo nel divulgare, attraverso le bellezze del pianeta Pandora, tendenze eco-spirituali nate nell’"Era dell’Acquario" e che sembrano trovare conferma soltanto nel 2154, anno in cui la storia è ambientata. Nella loro stupefacente spettacolarizzazione, Avatar potrebbe diventare capostipite di un genere. Si dubita, invece, che sia erede di quei capolavori della fantascienza che hanno segnato, per altri motivi se non gli effetti speciali, la storia del cinema.




Radio Vaticana

Quel film di Verdone troppo nichilista per essere cattolico. Vittorio Messori

La rimpatriata del missionario è disastrosa, al punto da costringerlo a rientrare subito in Africa

Carlo Verdone in «Io, loro e Lara» (Ansa)
Carlo Verdone in «Io, loro e Lara» (Ansa)
Non è difficile avere un pregiudizio positivo verso Carlo Verdone. Non è difficile, dico, in un mondo dello spettacolo dove i comici si trasformano in demagoghi giustizialisti e in capipopolo giacobini. Dove registi pensosi, sprezzanti del pubblico, lanciano i loro «messaggi» e le loro «denunce sociali» in film finanziati coi soldi pubblici e che, dopo una fugace apparizione in qualche festival, non raggiungono gli schermi. Dove — me lo raccontava un amico — l’imprudenza di qualcuno portò sul set di una pellicola veri cani antidroga della Finanza, invece dei finti previsti, e gli animali impazzirono, non sapendo quale attore, o attrice bloccare per primi.

Il look e, a quanto mi dicono, l’ordinatissimo stile di vita di Verdone, sono quelli di un direttore di ufficio postale o di un professore di scienze alle medie. Eppure, quel suo volto tondo e apparentemente anonimo sa trasformarsi e contorcersi come fosse di caucciù e la battuta lo trasforma in una sorta di Woody Allen de noantri, dove il sulfureo umorismo ebraico è sostituito dalla arguta bonarietà romanesca. Non andando molto spesso al cinema, non ho visto tutti i film di un regista e attore che, proprio in questo 2010, compie trent’anni di carriera. Non potevo perdere, però, questo Io, loro e Lara anche per la segnalazione fattami da un monsignore amico che ha partecipato a una proiezione in anteprima. «Non ci sono scene pornografiche, tranne qualche seno che spunta a metà. C’è, è vero, una quantità impressionante di parolacce: ma non fermiamoci lì, oggi tutti parlano così ed è proprio un ritratto nudo e crudo della società italiana che Verdone voleva darci. Ma, sotto certo macchiettismo in fondo autoironico, per non prendersi troppo sul serio, c’è il vecchio romano che ha studiato dalle suore e dai preti, che ha di certo uno zio o una cugina religiosi e che, dunque, non può non essere permeato sin nelle ossa di cattolicesimo». Così mi diceva quel sacerdote, suggerendomi di andare a vedere il film per, poi, scambiare opinioni.

La prima— confortante— sorpresa riservatami dalla pellicola è stata la sala esaurita, in una sera di neve in un multiplex sperduto tra le vigne delle colline moreniche del Garda. La seconda è stata un pur timido e breve tentativo di applauso al termine della proiezione. Avevo con me un taccuino, per segnare qualche critica ma, alla fine, l’ho deposto nella tasca. In bianco. Certo: a giustificare un simile «nulla da eccepire» in questioni teologiche (per usare un termine troppo impegnativo) conta anche la mancanza di approfondimento scelta da Verdone. La crisi del missionario in Africa nasce da motivazioni scontate, da cose dei tempi della bagarre postconciliare. Per dirla con le parole di don Carlo, il protagonista omonimo dell’attore e regista: «Ho l’impressione che, laggiù, la gente abbia bisogno di protezione civile più che di protezione divina». Il prete, soprattutto se missionario, come agente di promozione economica e politica e non come annunciatore della vittoria della morte nella Risurrezione di Gesù. Un déjà vu. Nulla di nuovo né di «scavato», dunque, dietro la crisi di identità di don Carlo. Quanto alla sue reazioni davanti al «puttanaio», parole sue, che trova dopo dieci anni di Africa nella sua famiglia, nella sua Roma: beh, alla sorpresa, all’incapacità di capire che stia succedendo, seguono reazioni da prete di sempre che, pur alternando il turpiloquio alle giaculatorie, non si allontana dalle classiche esortazioni alla solidarietà, alla comprensione, all’accoglienza. Tutto molto edificante, pur sotto le forme più che laiche dell’attore e regista; tutto unito, tra l’altro, ad altre edificazioni, come la reazione violenta ai tentativi di seduzione sia di tardone che di ragazze.

Ha detto Verdone: «I vertici della Conferenza episcopale, al termine di una proiezione privata, mi hanno detto: "Ci hai fatto una carezza"». Non sappiamo se fosse davvero la «cupola» della Conferenza episcopale a visionare Io, loro e Lara, ma è plausibile che il giudizio sia stato sostanzialmente positivo, come già accennavo. Ma l’indubbio marchio cattolico del film di un romano permeato di cattolicesimo sino al midollo, deve fare i conti con il finale, dove qualche critico ha visto un happy end posticcio, un’aggiunta per mandare lo spettatore a casa sereno. Al contrario, è qui la chiave dell’opera e il credente, almeno, non può non allarmarsi per una conclusione di impotenza e di fallimento. La rimpatriata del missionario è stata disastrosa, al punto da costringerlo a rifar subito le valigie e a rientrare in Africa. La «cura» per la sua crisi si è dimostrata ben peggiore del male. Restano intatti, dunque, anzi rafforzati, i suoi problemi che mettono in discussione la fede stessa.

Ma gli auguri di Natale, che giungono alla remota missione via web-cam dalla terribile famigliola, confermano che nulla è cambiato e nulla cambierà neppure lì. Il vecchio padre continuerà a imbottirsi di viagra per fronteggiare le giovani badanti, il fratello affarista continuerà a sniffare coca, le nipoti continueranno a essere schiave di mode assurde, la sorella continuerà con le sue nevrosi devastanti, Lara ha avuto il suo bambino ma continuerà con il suo turbinio di amori. Il mondo è questo, non c’è speranza di mutamento, né per credenti né per non credenti. La sola possibilità sta in quello scrollare il capo, sorridendo tra il malinconico e il rassegnato, con cui Verdone chiude il film, mentre il precario collegamento con Roma si interrompe. È la vita, bellezza, nessuno può farci niente! Realismo, certo. Ma che slitta verso lo scetticismo, se non il nichilismo, se ad esso non si affianca l’afflato di Speranza che deve animare il credente. Problematico definire «cattolica» una prospettiva dove c’è posto solo per il sorriso rassegnato di chi è ormai convinto che nulla cambierà mai, che ogni attesa di un mondo più umano è cosa da riderci sopra. Come, appunto, un comico deve fare. E come Verdone, sia detto a sua lode, sa fare benissimo.

Vittorio Messori
08 gennaio 2010

Il vangelo secondo Hollywood. Avatar: un film di Natale che predica il panteismo

Avatar nasconde però, sotto una trama che può sembrare avvincente, una pericolosa apologia del panteismo, quella fede che equipara Dio con la Natura e che ormai da una generazione è la religione ufficiale propagandata da Hollywood…



E’ del tutto appropriato che il film di James Cameron, “Avatar” giunga sugli schermi nel periodo natalizio. Come l’intera stagione delle feste anche l’epica fantascientifica è la grossolana esemplificazione degli eccessi del capitalismo avvolta attorno ad un profondo messaggio religioso. Così Avatar è allo stesso tempo il blockbuster di tutti i blockbuster e il Vangelo Secondo James. Non però il Vangelo cristiano. Piuttosto Avatar è l’apologia cameroniana del panteismo, quella fede che equipara Dio con la Natura e chiama l’umanità alla comunione con il mondo che la circonda. Nell’universo fantascientifico di Cameron, questa comunione è impersonata dai Na’Vi, una razza aliena dalla pelle blu e dalle forme armoniose che vive un’esistenza idilliaca sul pianeta Pandora ed è minacciata dall’invasore umano. I Na’Vi vengono salvati dall’eroe del film, un Marine rinnegato, ma in loro soccorso si aggiunge la fede in Eywa, la “Madre di tutto”, descritta variamente come una rete di energia o come la somma di tutti i viventi. Se questo impianto narrativo suona familiare è perché il panteismo è stata la religione ufficiale di Hollywood ormai da una generazione. E’ la verità che Kevin Costner scopre ballando con i lupi. E’ la metafisica intessuta nei cartoni animati di Disney come “Il Re Leone” e “Pocahontas”. Ed è il dogma degli Jedi di George Lucas, la cui mistica Forza “ci circonda, ci penetra e tiene insieme la galassia”. Hollywood continua a tornare su questi temi perché milioni di americani mostrano di gradirli. Da Deepak Chopra a Eckhart Tolle, la sezione “religione e spiritualità” di ogni libreria di quartiere è traboccante di titoli che spingono il messaggio panteistico. In un recente sondaggio del Pew Forum su come gli americani mescolano e rimaneggiano la teologia si vede che molti auto-dichiarati “cristiani” credono all’energia spirituale degli alberi e delle montagne proprio come i pelle-blù di Na’Vi. Come sempre, Alexis di Tocqueville l’aveva previsto. Il credo americano sulla sostanziale unità di tutto il genere umano, scriveva Tocqueville nel 1830, conduce al collasso delle distinzioni ad ogni livello del creato. “Non contento della scoperta che nel mondo esiste solo la creazione e il Creatore, l’uomo democratico cerca di semplificare ed espandere il suo punto di vista includendo Dio e l’universo in un unico grande insieme”. Allo stesso tempo, il panteismo apre un cammino verso esperienze mistiche per persone poco a loro agio con la letteralità delle religione monoteistiche: tutti quei santi che fanno miracoli, libri sacri, nascite virginali e corpi risorti. Come ha notato il filosofo polacco Leszek Kolakowski, attibuire divinità al mondo naturale “aiuta a portare Dio più vicino all’esperienza umana”, e insieme “a impoverirlo di tratti personali riconoscibili”. Per chiunque in cerca di trascendenza ma refrattario all’idea di un Onnipotente che interferisce con le cose umane, si tratta di una combinazione ideale. D’altronde il panteismo rappresenta una forma di religione che persino gli atei possono ammettere. Richard Dawkins ha definito il panteismo “un ateismo un po’ più eccitante” (lui lo intende come un complimento). Sam Harris conclude il suo polemico “The End of Faith” con un elegiaca descrizione dell’esperienza mistica collegata “all’immersione nell’inquietante mistero del mondo”. E, citando l’espressione di stupore religioso di Albert Einstein davanti alla “sublime bellezza dell’universo”, Dawkins ammette: “in questo senso sono religioso anch’io”. La domanda a questo punto è se la Natura meriti una risposta religiosa. La teologia tradizionale deve combattere con il problema del male: se Dio è bontà, perché permette sofferenza e morte? Ma la Natura è sofferenza e morte. La sua stessa armonia richiede la violenza. Il suo “cerchio della vita” è in realtà un ciclo di mortalità. E le società umane che più aderiscono alla dimensione naturale non somigliano allo sfavillante eden di James Cameron. Sono invece posti dove l’esistenza è cattiva, breve e brutale. Le religioni esistono anche perché gli uomini non si sentono a loro agio dinanzi alla violenza dei ritmi naturali. Noi ci collochiamo metà dentro e metà fuori rispetto alla Natura. Siamo animali autocoscienti, predatori con un’etica, creature mortali che aspirano all’immortalità. E’ una posizione dolorosa, e se non c’è via di fuga verso l’alto – o se non c’è un Dio che si fa di carne e viene in mezzo a noi, come racconta la storia del Natale – anche profondamente tragica. Il panteismo offre una soluzione diversa: un’uscita verso il basso, un abbandono della nostra tragica autocoscienza, un rimescolamento con quel mondo naturale da cui i nostri antenati sono per metà fuggiti millenni orsono. Ma salvo che come cenere e polvere la Natura non può riaverci del tutto.

Tratto da New York Times.
Nostra traduzione da "Heaven and Nature "di Ross Douthat
.
di Ross Douthat
L’Occidentale 23 Dicembre 2009

BAKHITA. Lo sceneggiato


QUI PER VEDERE LE PUNTATE SUL SITO RAI






"Noi abbiamo trovato, anzi siamo stati trovati dall’amore del Signore e quanto più ci lasciamo toccare da questo suo amore nella vita sacramentale, nella vita di preghiera, nella vita del lavoro, del tempo libero, tanto più possiamo capire che sì, ho trovato la vera perla, tutto il resto non conta, tutto il resto è importante solo nella misura in cui l’amore del Signore mi attribuisce queste cose. Io sono ricco, sono realmente ricco e in alto se sto in questo amore. Trovare qui il centro della vita, la ricchezza. Poi lasciamoci guidare, lasciamo alla Provvidenza di decidere che cosa farà con noi.
Mi viene qui in mente una piccola storia di Santa Bakhita, questa bella Santa africana, che era schiava in Sudan, poi in Italia ha trovato la fede, si è fatta suora e quando era già anziana il vescovo faceva visita al suo monastero, nella sua casa religiosa e non la conosceva; vide questa piccola, già curva, suora africana e disse a Bakhita: "Ma che cosa fa Lei, sorella?"; la Bakhita rispose: "Io faccio La stessa cosa che Lei, Eccellenza". Il vescovo stupito chiese: "Ma che cosa?" e Bakhita rispose: "Ma Eccellenza, noi due vogliamo fare la stessa cosa, fare la volontà di Dio".
Mi sembra una risposta bellissima, il Vescovo e la piccola suora, che quasi non poteva più lavorare, facevano, in posizioni diverse, la stessa cosa, cercavano di fare la volontà di Dio e così erano al posto giusto".


(Papa Benedetto XVI, 17 febbraio 2007)




http://www.dacb.org/stories/sudan/photos/Bakhita%20Kwashe-big.jpg




Bakhita, sorella universale

Di Antonio Sicari


Bakhita è stata definita da Giovanni Paolo II "sorella universale", con una motivazione che ci rende pensosi: perché Dio ci ha detto, per suo mezzo, qualcosa a riguardo della vera felicità.
Non c'è al mondo una parola più umiliata, e più contraddetta, di questa.
La felicità è nel desiderio e nel cuore di tutti, ed è inestirpabile, perché descrive il destino per il quale siamo stati fatti.
"Perché Dio ci ha creati?", era una delle prime domande del vecchio Catechismo; e ci veniva subito insegnata la risposta: "Dio ci ha creati per conoscerLo, amarLo, servirLo in questa vita, e per andare poi a goderLo in paradiso".
"Godere Dio", attendere "l'eterna beatitudine", giungere alla "visione beatifica", a quello stato cioè che ci renderà felici per sempre, assieme all'intera creazione: questo è l'oggetto della speranza cristiana.
In qualunque modo riusciamo ad immaginarci il Paradiso, tentiamo di immaginare la felicità finalmente raggiunta.
Ma c'è tanto poco paradiso in terra -se non a tratti, per intensi momenti di verità, di bellezza e di gioia- che abbiamo finito per confinare la felicità in un mondo lontano, in un al-di-là sempre più sbiadito e irrealistico.
E nell'al-di-qua ci accontentiamo dei surrogati: un po' di piacere, qualche soddisfazione, l'appagamento del successo.
[…] Bakhita nacque verso il 1869 in uno sperduto villaggio africano nel Darfur (che oggi è la provincia occidentale del Sudan).
La piccola era nipote del capotribù e viveva in una famiglia benestante e felice, dedita alla agricoltura e alla pastorizia: ottimi genitori che si volevano bene, tre fratelli maschi, ormai grandicelli e robusti, una sorella sposata, e una sorellina gemella.
Ma l'unico ricordo che le è rimasto, lacerante, risale al giorno in cui -aveva solo quattro anni- la sorella maggiore è stata rapita dai razziatori arabi: si è sacrificata, per aver tempo di nascondere lei, la più piccola, in un mucchio di fieno: risente ancora le grida laceranti, le ricerche agitate, la disperazione dei genitori.

Poi, a 6 anni, mentre gioca a raccogliere fiori lontano dal recinto delle capanne, è lei ad essere rapita, e da allora ricorda solo il terrore provato: quell'essere afferrata all'improvviso; il grido che le muore in gola sotto la minaccia di un coltello; quel cammino lungo e disperato, tra i singhiozzi, che dura tutta la notte, i tentativi di divincolarsi e di fuggire, e lo scudiscio che le sferza le gambette per dissuaderla. Poi, sul far del giorno, l'arrivo a un villaggio arabo, di case piccole e basse, e quella specie di porcile dove è stata rinchiusa a lungo, per giorni e giorni.
Tutto il resto si è cancellato dalla sua mente: il suo nome, il nome del villaggio, dei fratelli, perfino il nome del papà e della mamma.
Poiché la bambina non sa più come si chiama, uno dei due razziatori suggerisce all'altro, ironicamente, "chiàmala Bakhita!". E Bakhita vuol dire: felice, fortunata.
Ed è proprio in questo piccolo crudele particolare, che noi vediamo all'improvviso come si intrecciano la storia della cattiveria umana e quella della salvezza di Dio: la storia della malvagità che schernisce le sue vittime ("fortunata!": una bambina a cui è stato tolto perfino il ricordo del nome della mamma) e la storia della tenerezza di Dio che tramuterà quella sventura in felicità, e in aiuto per il mondo intero.

Dopo giorni di pianto e di disperazione, cominciò il vero calvario: giunse il mercante di schiavi che comprava e raccoglieva le prede dei vari razziatori, conducendo una carovana di uomini e donne, aggiogati con un collare di ferro a una stanga rigida.
C'era un'altra fanciullina che venne a far compagnia a Bakhita; e poiché erano troppo piccole per quei ceppi, almeno durante la marcia rinunciarono a incatenarle.
A ogni villaggio la carovana s'ingrossava di merce umana. Alla prima sosta, dopo giorni di marcia, le due bambine lasciate momentaneamente incustodite riuscirono a fuggire e a nascondersi nella vicina foresta.
Passarono una notte di pianti e di terrori (molti anni dopo Bakhita dirà che si era sentita circondata da bestie feroci: elefanti, leoni, iene, scimmie, ma anche da un angelo che la consolava, anche se allora non ne conosceva nemmeno l'esistenza). Al mattino caddero nelle mani di un altro razziatore che le occultò per alcuni giorni, e poi le rivendette a un altro padrone. Almeno, l'inaspettato guadagno evitò loro le feroci punizioni che le attendevano se fossero state riprese dal primo mercante.
Ripresero il triste lungo viaggio verso i mercati del nord, e fu allora che Bakhita seppe davvero cosa fosse la schiavitù.
Gli episodi che ora racconteremo sono stati tutti raccolti dalla sua bocca. Solo lo stile del racconto scritto fu un po' letterariamente abbellito -e Bakhita non mancò di farlo notare, lei che rimase analfabeta per tutta la vita e imparò a parlare solo un misto di italiano e di dialetto veneto- ma i fatti erano quelli. Anzi ella diceva che la realtà era stata ancora più atroce, di quanto non riusciva a dire.

"Una mamma portava in braccio il suo bambino di pochi mesi. Lo spavento e il dolore le avevano inaridito il seno: ed il bambino chiedeva invano, con i suoi gemiti, il latte materno. Il padrone ingiunse alla madre di farlo tacere. Ma poiché ciò non era possibile, essi si infastidivano e si vendicavano percuotendo la donna. Allora il capo della carovana le strappò il bambino e con aria di sfida volle fare vedere alla madre come egli lo avrebbe fatto tacere. La povera madre diede un urlo e si slanciò verso l'arabo, ma questi, afferrato il bimbo per un piede, lo roteò nell'aria, cacciando via la madre, e sfracellò la testa del bambino contro una grossa pietra.... Si vide allora la disperazione della madre divenire feroce. Essa si avventò sull'uccisore graffiandolo con le unghie e mordendolo come una iena: ma questi, con colpi di staffile, la ridusse all'impotenza. Caduta al suolo, non fu più possibile rialzarla. Allora il capo infierì su di lei barbaramente fino a farla morire. Pochi istanti dopo la carovana riprese il cammino".
Non fu l'unica scena macabra a cui la bambina dovette assistere. E imparò, col cuore stretto d'angoscia, a capire che cosa accadeva agli schiavi che si accasciavano al suolo, per la sfinitezza e la malattia: mentre la carovana procedeva, il padrone si attardava con lo schiavo malato. Si udivano dei colpi; poi un silenzio mortale.

La prima sorte delle due schiavette non fu così brutta: il padrone le tenne per sé, regalandole alle sue figliole: passavano la giornata come cagnolini, accoccolate presso le padroncine, attente ai loro cenni, agitando il ventaglio, giocando, lasciandosi ammirare dai visitatori.
Si sentivano perfino volute bene. Ma durò fino al primo malestro: un vaso prezioso, scivolato di mano a Bakhita, scatenò le ire del figlio del padrone.
Istintivamente la piccola si rifugiò presso le sue padroncine convinta di venire protetta, ma quelle non mossero un dito, restando assolutamente indifferenti mentre il signorino adirato la colpiva a pugni, calci, scudisciate, lasciandola a terra sanguinante.
Gettata sul suo misero giaciglio, vi restò febbricitante per giorni e giorni, senza che nessuno si curasse di lei.
Quando guarì, la vendettero a un generale turco.
Ormai la piccola pensava che essere schiavi era una condizione disgraziata, ma naturale. Così era fatto il mondo: c'erano i padroni che avevano tutti i diritti e c'erano gli schiavi che non ne avevano alcuno. E lei era schiava. E siccome aveva un cuore buono e un temperamento naturalmente dolce, non riusciva nemmeno ad odiare i suoi aguzzini.
La casa del generale era un inferno: vi spadroneggiavano la moglie e la madre, cattive come due megere, che gli rendevano impossibile la vita, coi loro alterchi e i loro malumori.

E quando il generale non sapeva più come sfogarsi, non potendo picchiare né la moglie né la madre, faceva frustare le schiave con delle verghe, fino a riempirle di piaghe.
Ma ancora più terribile fu la decisione della moglie del generale di far decorare indelebilmente il corpo, abitualmente nudo, delle sue schiave più giovani.
Venne chiamata una megera che con farina bianca formò sul corpo di ciascuna ragazza un complicato disegno: sei lunghi segni sul petto, sessanta sul ventre, quarantotto sul braccio destro.
Poi il disegno venne inciso con un rasoio alla profondità di circa un centimetro. Quindi le labbra delle ferite vennero aperte e stropicciate ripetutamente col sale, in modo che le cicatrici restassero sporgenti e indelebili.
Le gettarono su una stuoia e le lasciarono per giorni interi in preda al delirio, senza che nessuno si preoccupasse nemmeno di asciugar loro il sangue.

La tortura era così atroce che spesso le ragazze non riuscivano a sopravvivere. Bakhita si riprese dopo due mesi.
Dopo moltissimi anni, quando raccontava questo episodio, di cui portava visibili tracce, rabbrividiva ancora al ricordo, e piangeva.
[…] Un anno dopo il generale decise di tornarsene in Turchia; vendette i suoi schiavi e ne tenne soltanto dieci; poi, su cammelli carichi di bagagli e di ricchezze, intraprese il viaggio. Giunto a Khartoum decise di vendere altri schiavi, e Bakhita fu acquistata dal Console Italiano.
Così, per la prima volta, Bakhita entrò in una vera casa, tra gente che la trattava umanamente e affabilmente. E per la prima volta in vita poté indossare una graziosa tunica: il segno del pudore e della libertà.
[…] Dopo due anni il Console venne richiamato urgentemente in patria, ed ella chiese -con una strana insistenza che sorprese tutti- di poter partire assieme ai suoi padroni. La accontentarono.
La notte successiva alla partenza del Console, una masnada di razziatori entrò nel consolato italiano rubando tutti i beni e tutti gli schiavi: e ancora una volta Bakhita -senza sapere cosa fosse un miracolo- si sentì miracolosamente protetta, come se Qualcuno avesse preso a custodirla, a prevenirla.

Quando giunsero al porto di Genova, Bakhita si inginocchiò e baciò terra. Le chiesero stupiti il perché di un gesto così strano: disse che non lo sapeva, solo che era felice.
Ad attenderli c'era una ricca coppia di Mirano Veneto -certi De Michieli- amici del Console, con una bimbetta (Mimmina) di circa tre anni: istigati dalla bambina, tanto fecero che ottennero la ragazza negra in regalo, e la piccolina si affezionò a Bakhita come a una mamma: dormivano nella stessa lussuosa cameretta.
Sembrano tutti particolari di poco conto: ma lentamente il mosaico si va componendo, secondo il disegno di Dio, anche se quei nuovi padroni erano praticamente atei. Tanto che avevano perfino proibito a Bakhita -quando portava a passeggio la piccina- di entrare in qualsiasi chiesa.

Alla loro bambina avevano comunque insegnato solo il "Padre Nostro", l' "Ave Maria" e il "Gloria al Padre": e la padroncina di tre anni faceva dire le sue preghiere anche alla sua mammina nera. Nessuna delle due capiva il significato di ciò che dicevano, ma Bakhita, ormai diciassettenne, se le ripeteva ugualmente da sola, durante il giorno, e ci trovava una strana dolcezza.
Dopo tre anni quei nuovi padroni decisero di trasferirsi definitivamente in Africa, e furono necessari alcuni viaggi. per i preparativi.
Per uno spazio di dieci mesi circa furono costretti a lasciare in Italia Bakhita e ottennero che fosse temporaneamente ospitata presso l' Istituto dei Catecumeni, tenuto dalle suore canossiane, a Venezia.
[…] Fu battezzata il 9 gennaio 1890 e lo stesso giorno ricevette la Cresima e la Prima Comunione: la chiamarono Giuseppina Bakhita.

Circa quarant'anni dopo le avverrà di condurre in quei luoghi una amica:
«Mi portò a vedere dove era stata battezzata. Nell'avvicinarsi, quasi corse con gioia e ansia verso quel luogo benedetto. Si inginocchiò con evidente commozione e baciò la pietra dove si era inginocchiata per il Battesimo. "qui -disse in quella sua maniera dialettale- è proprio qui che sono diventata figlia di Dio... mi povera negra, mi povera negra... qui mi hanno versato l'acqua che mi ha aperto il Paradiso!". Indi mi condusse nell' attigua cappellina della Madonna. Pure qui si prostrò lasciandosi cadere a terra e baciò quel luogo dicendo: "qui son diventata figlia di Maria". Parlava con ammirevole commozione. Mi faceva notare che per lei orfana, avere la Madonna per mamma era un grande conforto».
E ricominciò a soffrire. Durante la prima Comunione aveva chiesto a Dio di non lasciare più quel luogo che era divenuto la sua casa. Sentì un desiderio irresistibile di consacrare la vita al suo Dio, come quelle suore che aveva imparato a conoscere e ad amare.

Ma era in cuor suo convinta che ciò non fosse possibile: «Ho sofferto tanto, perché non sapevo come spiegarmi. Mi sentivo indegna, ed essendo di razza nera ero convinta che avrei fatto sfigurare l'Istituto, e che non mi avrebbero mai accettata».
Dopo due anni, a forza di pregare la Madonna, trovò il coraggio di parlarne al confessore. Il confessore, autorizzato, ne parlò alla Superiora e la Superiora disse che si era accorta da tempo del lavorio che la Grazia faceva nel cuore della ragazza, ma aspettava che lei parlasse.

La accettarono, anche se, in quegli anni e in quei luoghi, davvero una suora di colore era cosa più unica che rara
Fece tre anni di noviziato. Al termine ad esaminarla c'era il Cardinale Giuseppe Sarto -il futuro S. Pio X- che dopo aver ascoltato la ragazza che si esprimeva nel suo povero e stentato dialetto, le disse (anch'egli in dialetto): «Pronunciate i santi voti senza timore. Gesù vi vuole. Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così!».
Così -con questo dialogo tra due futuri santi- cominciò la storia --che sarebbe durata cinquant'anni ancora-- di Madre Giuseppina Bakhita, suora canossiana.

A Schio, il borgo in cui ella giunse nel 1902 e dove restò per sempre, la chiameranno familiarmente: "Madre Moretta"; e pian piano -anno dopo anno- gli scledensi si convinceranno d'avere tra loro una Santa.
[…] Ella che tacitava i bambini quando dicevano che quei suoi padroni erano stati cattivi, e li scusava, non aveva paura di ammettere che sì erano cattivi, ma solo se si pensava alla infinita bontà di Colui che era l'unico a poter fare da Padrone, con pieno diritto.

«Noi siamo vermi -diceva con tanta dolcezza- lui è il grande, l' Onnipotente: no podaressimo neanche alzare gli oci di fronte a quelo che xe elo...!».
"El me Paron!" -così chiamava abitualmente Dio; e a volte precisava: "El vero Paron!"; e lo faceva tutta impregnata, in parti uguali, di umiltà e di affetto.
Per questo la vedevano sempre serena. "Sembrava -dissero i testimoni- che tutto le fosse facile, perché era disposta e pronta a tutto. Era sempre uguale a se stessa, sempre sorridente".
Non si sentiva virtuosa. Il bene che faceva accuratamente e che sorprendeva gli altri, lei lo motivava semplicemente col dire: «Così facciamo contento el Paron!».

Non finiva mai di ripeterselo, come se non bastassero il tempo e la vita per comprenderlo fino in fondo: «Quanto bon che xe el Paron. Quanto bon che l'è... Come se fa a non volerghe ben al Signor!».
A una ragazza che l'interrogava, incerta "se era più bello sposarsi o consacrarsi a Dio" offrì umilmente questo suo criterio: «Non xe più belo o più bon quelo che ne pare più belo e più bon, ma quelo che vol el Paron!».
[…] Era il 1923, e Madre Moretta, si ammalò di polmonite.
Venne il medico, colto e galante, che entrando nella sua cella esclamò, citando il Cantico dei Cantici: "Nigra sum sed formosa" ("Sono nera, ma bella!)".

Bakhita si commosse, aveva capito alla perfezione quel latino. Rispose: «Oh se il Signore potesse dirmi così!».
I testimoni dicono che visse quasi attendendo di potere udire, al termine della vita, quel saluto da parte del suo Gesù.
[…] Le orfanelle dell'Istituto facevano di tutto per poterla vedere mentre pregava; a volte si arrampicavano alle finestre, per poterla guardare, tanto erano impressionate del modo come stava assorta.
Da vecchia, non riusciva più a muoversi da sola, e a volte la lasciavano in cappella un po' troppo a lungo, anche due o tre ore, rannicchiata nella sua sedia a rotelle. Quando l'infermiera giungeva trafelata scusandosi d'averla dimenticata, rispondeva soddisfatta: «Ah, mi me la son passà con Lu!». Diceva che era stato un regalo, perché aveva potuto tenere compagnia a Gesù.

"Diceva che non si stancava, che si trovava bene davanti al Signore... che restava davanti al Signore che l'aveva aspettata da tanto tempo!".
Erano passati tanti anni, più di cinquanta, da quando l'avevano accolta nella Sua casa, ed era piena di malattie.
Diceva: «Me ne vado adagio adagio, passo passo, perché ho una valigia pesante da portare!».
Di valigie pesanti, in realtà, ne aveva due. Vale la pena di spiegare questa strana immagine.

Durante la guerra del '15 -'18 parte del convento era stata adibita ad ospedale militare, e spesso Bakhita aveva osservato che l'attendente del capitano doveva sempre portare due valigie: quella sua e quella del suo capo.
E lei voleva arrivare davanti al Padre eterno come un attendente, portando la valigia sua e quella del suo Capitano Gesù: il "Paron" le avrebbe fatto aprire le due valigie; avrebbe visto in quella sua tanti peccati; ma poi avrebbe visto in quella più pesante tutti i meriti di Gesù, tanti e tanti, e lei sarebbe stata accolta con gioia, perché aveva portato anche quella valigia!

Come si vede, le più ardue pagine della teologia, quelle sulla Giustificazione, possono essere spiegate benissimo anche da una vecchia suora negra.
Nel delirio della agonia, come se il passato risalisse a galla dalle profondità "fisiche" della memoria, la sentirono mormorare: «Allargatemi le catene, pesano!»
Le catene della schiavitù erano diventate anche le catene di una esistenza troppo lunga e affaticata da cui voleva essere affrancata; e la domanda umile di scioglierle i ceppi era diventata anche preghiera per ottenere la grazia della risurrezione.
Le sue ultime parole furono: «quanto sono contenta... la Madonna... la Madonna!».
Così Bakhita entrava in cielo, come sorella che intercede davanti a Dio per tutti gli schiavi della terra.


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Giuseppina Bakhita (1869-1947)


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La santità di Bakhita nell'Enciclica del Papa


“Chi si nutre di speranza null’altro desidera che essere veramente felice! “La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità” (CCC 1817). Charles Péguy ne “Il portico del mistero della seconda virtù” dice della speranza: “Questa piccola speranza che ha l’aria di non essere nulla. / Questa bambina speranza. / Immortale. / […] La speranza è una bambina da nulla. / Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell’anno scorso. / […] Eppure è questa bambina che traverserà i mondi. / Questa bambina da nulla.”.

La Speranza è l’argomento messo a tema da Papa Benedetto XVI nella sua seconda Enciclica Spe salvi pubblicata ieri. Una delle particolarità riscontrabili nel testo di questa nuova enciclica è relativa ad alcuni racconti di santità che il Pontefice riporta nel suo documento magisteriale. La prima testimonianza di santità raccontata dal Papa è quella di Giuseppina Bakhita.

Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall'incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile. L'esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio. Penso all'africana Giuseppina Bakhita, canonizzata da Papa Giovanni Paolo II. Era nata nel 1869 circa – lei stessa non sapeva la data precisa – nel Darfur, in Sudan. All'età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano Callisto Legnani che, di fronte all'avanzata dei mahdisti, tornò in Italia. Qui, dopo « padroni » così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un « padrone » totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava « paron » il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un « paron » al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal « Paron » supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava « alla destra di Dio Padre ». Ora lei aveva « speranza » – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era « redenta », non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza e senza Dio nel mondo – senza speranza perché senza Dio. Così, quando si volle riportarla nel Sudan, Bakhita si rifiutò; non era disposta a farsi di nuovo separare dal suo « Paron ». Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione dalle mani del Patriarca di Venezia. L'8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella Congregazione delle suore Canossiane e da allora – accanto ai suoi lavori nella sagrestia e nella portineria del chiostro – cercò in vari viaggi in Italia soprattutto di sollecitare alla missione: la liberazione che aveva ricevuto mediante l'incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l'aveva « redenta », non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti, raggiungere tutti” (Benedetto XVI, Spe salvi, n. 3).

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GIUSEPPINA BAKHITA (1869-1947)
vergine dell'Istituto delle Figlie della carità Canossiane



Giuseppina M. Bakhita nacque nel Sudan nel 1869 e morì a Schio (Vicenza) nel 1947.
Fiore africano, che conobbe le angosce del rapimento e della schiavitù, si aprì mirabilmente alla grazia in Italia, accanto alle Figlie di S. Maddalena di Canossa.

La Madre Moretta

A Schio (Vicenza), dove visse per molti anni, tutti la chiamano ancora «la nostra Madre Moretta».
Il processo per la causa di Canonizzazione iniziò dodici anni dopo la sua morte e il 1 dicembre 1978 la Chiesa emanò il decreto sull'eroicità delle sue virtù.
La divina Provvidenza che «ha cura dei fiori del campo e degli uccelli dell'aria», ha guidato questa schiava sudanese, attraverso innumerevoli e indicibili sofferenze, alla libertà umana e a quella della fede, fino alla consacrazione di tutta la propria vita a Dio per l'avvento del regno.

In schiavitù

Bakhita non è il nome ricevuto dai genitori alla sua nascita. La terribile esperienza le aveva fatto dimenticare anche il suo nome.
Bakhita, che significa «fortunata», è il nome datole dai suoi rapitori.
Venduta e rivenduta più volte sui mercati di El Obeid e di Khartoum conobbe le umiliazioni, le sofferenze fisiche e morali della schiavitù.

Verso la libertà

Nella capitale del Sudan, Bakhita venne comperata da un Console italiano, il signor Callisto Legnani. Per la prima volta dal giorno del suo rapimento si accorse, con piacevole sorpresa, che nessuno, nel darle comandi, usava più lo staffile; anzi la si trattava con maniere affabili e cordiali. Nella casa del Console, Bakhita conobbe la serenità, l'affetto e momenti di gioia, anche se sempre velati dalla nostalgia di una famiglia propria, perduta forse, per sempre.
Situazioni politiche costrinsero il Console a partire per l'Italia. Bakhita chiese ed ottenne di partire con lui e con un suo amico, un certo signor Augusto Michieli.

In Italia

Giunti a Genova, il Signor Legnani, su insistente richiesta della moglie del Michieli, accettò che Bakhita rimanesse con loro. Ella seguì la nuova «famiglia» nell'abitazione di Zianigo (frazione di Mirano Veneto) e, quando nacque la figlia Mimmina, Bakhita ne divenne la bambinaia e l'amica.
L'acquisto e la gestione di un grande hotel a Suakin, sul Mar Rosso, costrinsero la signora Michieli a trasferirsi in quella località per aiutare il marito. Nel frattempo, dietro avviso del loro amministratore, Illuminato Checchini, Mimmina e Bakhita vennero affidate alle Suore Canossiane dell'Istituto dei Catecumeni di Venezia. Ed è qui che Bakhita chiese ed ottenne di conoscere quel Dio che fin da bambina «sentiva in cuore senza sapere chi fosse».
«Vedendo il sole, la luna e le stelle, dicevo tra me: Chi è mai il Padrone di queste belle cose? E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo e di prestargli omaggio».

Figlia di Dio

Dopo alcuni mesi di catecumenato Bakhita ricevette i Sacramenti dell'Iniziazione cristiana e quindi il nome nuovo di Giuseppina. Era il 9 gennaio 1890. Quel giorno non sapeva come esprimere la sua gioia. I suoi occhi grandi ed espressivi sfavillavano, rivelando un'intensa commozione. In seguito la si vide spesso baciare il fonte battesimale e dire: «Qui sono diventata figlia di Dio!».
Ogni giorno nuovo la rendeva sempre più consapevole di come quel Dio, che ora conosceva ed amava, l'aveva condotta a sé per vie misteriose, tenendola per mano.
Quando la signora Michieli ritornò dall'Africa per riprendersi la figlia e Bakhita, quest'ultima, con decisione e coraggio insoliti, manifestò la sua volontà di rimanere con le Madri Canossiane e servire quel Dio che le aveva dato tante prove del suo amore.
La giovane africana, ormai maggiorenne, godeva della libertà di azione che la legge italiana le assicurava.

Figlia di Maddalena

Bakhita rimase nel catecumenato ove si chiarì in lei la chiamata a farsi religiosa, a donare tutta se stessa al Signore nell'Istituto di S. Maddalena di Canossa.
L'8 dicembre 1896 Giuseppina Bakhita si consacrava per sempre al suo Dio che lei chiamava, con espressione dolce, «el me Paron».
Per oltre cinquant'anni questa umile Figlia della Carità, vera testimone dell'amore di Dio, visse prestandosi in diverse occupazioni nella casa di Schio: fu infatti cuciniera, guardarobiera, ricamatrice, portinaia.
Quando si dedicò a quest'ultimo servizio, le sue mani si posavano dolci e carezzevoli sulle teste dei bambini che ogni giorno frequentavano le scuole dell'Istituto. La sua voce amabile, che aveva l'inflessione delle nenie e dei canti della sua terra, giungeva gradita ai piccoli, confortevole ai poveri e ai sofferenti, incoraggiante a quanti bussavano alla porta dell'Istituto.

Testimone dell'amore

La sua umiltà, la sua semplicità ed il suo costante sorriso conquistarono il cuore di tutti i cittadini scledensi. Le consorelle la stimavano per la sua dolcezza inalterabile, la sua squisita bontà e il suo profondo desiderio di far conoscere il Signore.
«Siate buoni, amate il Signore, pregate per quelli che non lo conoscono. Sapeste che grande grazia è conoscere Dio!».
Venne la vecchiaia, venne la malattia lunga e dolorosa, ma M. Bakhita continuò ad offrire testimonianza di fede, di bontà e di speranza cristiana. A chi la visitava e le chiedeva come stesse, rispondeva sorridendo: «Come vol el Paron».

L'ultima prova

Nell'agonia rivisse i terribili giorni della sua schiavitù e più volte supplicò l'infermiera che l'assisteva: «Mi allarghi le catene...pesano!».
Fu Maria Santissima a liberarla da ogni pena. Le sue ultime parole furono: «La Madonna! La Madonna!», mentre il suo ultimo sorriso testimoniava l'incontro con la Madre del Signore.
M. Bakhita si spense l'8 febbraio 1947 nella casa di Schio, circondata dalla comunità in pianto e in preghiera. Una folla si riversò ben presto nella casa dell'Istituto per vedere un'ultima volta la sua «Santa Madre Moretta» e chiederne la protezione dal cielo. La fama di santità si è ormai diffusa in tutti i continenti.