DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
Come il medioevo chi ha regalato gli ospedali
La vita quotidiana nelle università medievali. di Léo Moulin
Su gentile richiesta di un lettore, riporto una piccola antologia di brani tratti da Léo Moulin, La vita degli studenti nel medioevo (trad. it. Jaca Book, Milano 1992), che avevo predisposto tempo fa per un altro sito. Il volume si compone di tre ampie sezioni: la prima è dedicata appunto agli studenti (tra gli argomenti affrontati: la vita comunitaria, il piano di studi delle diverse facoltà, l’organizzazione delle lezioni, i tempi di vacanza e di svago, la fatica degli esami, i riti di laurea e di addottoramento, etc.), la seconda ai maestri (con gustosissimi aneddoti), la terza al funzionamento complessivo delle strutture universitarie medievali, dal rettore al bidello (con qualche nota sui momenti di tensione e di crisi). Spero con ciò di invitare a una lettura integrale del libro.

Sull’origine e gli scopi dell’università: «L’università è una creazione del medioevo, nata dalla sua visione dell’uomo, della natura e di Dio. Qualcosa di esplicito, di originale nella storia delle civiltà quanto per esempio il canto fermo e la musica polifonica. Tutte le grandi civiltà hanno le loro liturgie e le loro cattedrali, i loro santi e i loro vangeli. Tutte hanno il senso del sacro e del religioso. Tutte hanno dato prova della loro creatività artistica, intellettuale e spirituale. Ma solo la civiltà europea del medioevo ha fondato delle università, da Bologna a Cracovia, da Parigi a Toledo, da Oxford a Uppsala. Nel 1600 si contano più di cento università nel mondo: tutte sono racchiuse nell’area socio-culturale dell’Europa [...]. Non è un caso. Infatti l’università è il frutto di un immenso slancio dell’intera società medievale […]. Nella bolla che emana, nel 1388, per esprimere il proprio consenso alla fondazione dell’università di Colonia, il papa Urbano VI scrive che gli obiettivi principali della nuova istituzione saranno quelli di diffondere la scienza per scacciare le nubi dell’ignoranza (“scientia per quam pelluntur ignorantiae nubila”), di porre gli atti e le opere “in lumine veritatis”, alla luce della verità, e infine ciò che definisce la missione sociale dell’università: essa dovrà essere utile “tanto alla comunità quanto ai singoli” (“tam publica quam privata res geritur utiliter”) e “accrescere il benessere degli uomini” (“prosperitas humanae conditionis augetur”)» (pp. 5-6).
Sui rapporti con l’Inquisizione: «Il nostro studente ha tremato, giorno e notte, davanti ai fulmini dell’Inquisizione? È ben lontano dall’averlo fatto. Ha tremato anche solo una volta? Bisogna ignorare l’insolenza dei fedeli riguardo al potere ecclesiastico, per crederlo. L’Inquisizione svolge la sua azione secondo regole giuridiche assai precise. Esse esigono in particolare che l’accusatore fornisca le prove di ciò che denuncia […]. Il nostro studente, per quanto fosse audace, non aveva nulla da temere, anche tenuto presente che la libertà accademica era pressoché totale: bisognava spingersi molto lontano, fino alla provocazione, per essere richiamati all’ordine […]. Il Parlamento e gli altri tribunali laici, per parte loro, condannavano raramente alla prigione. Nella maggior parte dei casi, bastavano ammende, peraltro spesso considerevoli, da versarsi al re o alla parte lesa» (pp. 9-10).
Sulla libertà di ricerca: «L’università è anche considerata e considera se stessa come il luogo per eccellenza di una totale libertà di pensiero. Col pretesto di porre un problema che merita di essere discusso, fosse anche per il semplice desiderio di esercitare la mente, non ci sono questioni fondamentali per la Fede che non siano state in essa discusse fin nelle loro ultime conseguenze. Basta leggere le condanne che si abbattono su alcuni per convincersene. Poche società hanno rimesso in discussione a tal punto i propri fondamenti […]. L’università di Padova protegge a tal punto il professore Pietro di Abano, accusato di stregoneria, che l’Inquisizione non può bruciarlo sul rogo se non dopo la sua morte. John Wycliffe (1324-1384), professore a Oxford – che aveva fatto proprie, riguardo al governo della Chiesa, le posizioni di Marsilio da Padova (1275-1343) e di Guglielmo d’Occam, francescano inglese, aveva messo in discussione la dottrina tradizionale dell’eucaristia, attaccato il papato, il sacerdozio e i religiosi, criticato la devozione ai santi, denunciato la ricchezza della Chiesa, con una violenza raramente raggiunta nel campo delle polemiche religiose –, morì pacificamente nel suo letto. La sua dottrina è all’origine di movimenti sociali violenti, come quello dei Lollardi, e Jan Hus ha subito il suo influsso» (p. 145).
Sulla pedagogia e il “razionalismo” medievali: «Con il suo alternarsi di lezioni mattutine, inizialmente ex cathedra, di ripetizioni e di verifiche del sapere, di discussioni e di dispute destinate ad acuire lo spirito critico, in cui i contatti intellettuali tra il maestro e i suoi allievi sono intimi e vibranti, la pedagogia medievale sarà, tutto sommato, durante i due secoli del suo apogeo (XII e XIII) di notevole efficacia […]. Un vademecum anonimo del 1230-1240 serve da guida al nuovo pupillo di un maestro parigino. Vi si trovano menzionati Prisciano e Donato per la grammatica; Cicerone, De inventione, per la retorica; Aristotele (sei trattati), Boezio, Porfirio e il Liber sex principiorum per la logica; Tolomeo e l’Almagesto per l’astronomia; Euclide per la geometria; Boezio per l’aritmetica e la musica; infine, per la metafisica, la fisica, le scienze naturali e la morale, Aristotele (con dodici trattati), il Liber de causis e il De motu cordis, Cicerone e ilDe officiis, Platone e il Timaeus, Boezio e il De consolatione. Non si deve giudicare la pedagogia medievale sul suo contenuto, ma sul suo modo di formare gli spiriti e di offrire loro larghi spazi di libertà intellettuale. Libertà così grande e così reale che finirà per rendere possibile la propria ridefinizione e soprattutto l’analisi delle verità religiose più indiscusse. Infatti è proprio all’interno di un sistema che era ben lontano dall’essere chiuso (esso ricerca e assimila volentieri gli apporti giudaici e arabi) che, sotto le spoglie di tecniche della disputatio, si sono sviluppati sistemi di pensiero ortodossi ma contraddittori, marginali ma precursori del pensiero moderno».
Sulla composizione sociale degli studenti: «Non è facile determinare le origini sociali degli studenti. Alcuni criteri puramente geografici possono indicare tanto una capanna che un maniero (e chi proviene da una capanna può avere delle ragioni per non dirlo). Provenire da un ambiente urbano non significa necessariamente appartenere a un ambiente agiato […]. Il New College (Oxford) fornisce le seguenti cifre per il periodo che va dal 1380 al 1500: “figli di contadini”: più del 61% degli studenti (il cui totale ammonta a poco più di un migliaio); “borghesi e artigiani”: circa il 18%; “piccola nobiltà”: 8,4%; “aristocrazia”: 0,6%. Il numero degli studenti di origine rurale è dunque nettamente superiore a quello degli studenti di origini urbane» (p. 115).
Sull’accoglienza riservata agli studenti più poveri: «Il papa Urbano V manteneva, come sembra, 1400 borsisti. A chi gli faceva qualche obiezione riguardo alla sua eccessiva generosità, egli rispondeva innanzitutto che un buon numero dei suoi “protetti” non diventavano preti, ma padri di famiglia, per i quali, anche se dediti a lavorare la terra, gli studi avrebbero avuto effetti benefici […]. Ma le borse di studio non furono le sole forme di aiuto agli studenti poveri [circa un quarto del totale degli studenti usufruiva di una borsa, secondo una media europea]. La società medievale si ingegnò a moltiplicare le vie di accesso all’università offerte ai figli delle classi proletarie. Il papa Gregorio IX concede un’indulgenza di 40 giorni ai “benefattori” che finanziano le spese di alloggio, se occorre negli ospedali, degli studenti poveri (1233). A Tolosa il gesto viene considerato come un obbligo di coscienza. Si raccolgono così 56 letti di legno, 52 materassi di paglia e 49 di piuma. Il papa Innocenzo IV ingiunge nel 1245 al vescovo di questa città di provvedere all’alloggio dei “poveri scolari” e di vegliare che essi siano accolti caritatevolmente, in locali “extra viam publicam”, per garantire loro il massimo della tranquillità (e, senza dubbio, per poterli meglio sorvegliare)» (pp. 54-55).
Sulla crisi degli alloggi: «Nelle città universitarie ben presto la domanda superò l’offerta […]. Infatti, se nel 1155, a Bologna, gli studenti dicono ancora di trovare alloggio nel centro della città, fin dal 1189 il papa Clemente III scrive al vescovo di Bologna perché intervenga per frenare il rialzo dei prezzi e per far rispettare l’uso secondo il quale una camera, una volta affittata a uno studente, sia per sempre destinata a questo uso» (p. 15).
Sulle abitudini e gli svaghi degli studenti: «Se ci si attiene ai regolamenti dei collegi e ai sermoni dei moralisti, lo studente modello pratica ogni giorno le seiopera scholarium, e cioè: levarsi di buon mattino, vestirsi, pettinarsi, lavarsi le mani, recitare le preghiere e andare con gioia a scuola. È impegnato, studioso, obbediente, casto e serio. Non gioca a scacchi e non fa sport». Ma le regole, si sa, son fatte per essere infrante. Anzi, se vi sono regole è il segno evidente che qualcuno è solito trasgredirle. Così, non senza ironia, Moulin cita un Manuale del perfetto studente (1495), che elenca appunto «ciò che è proibito allo studente», ovvero ciò che lo studente, probabilmente, faceva quasi di norma: «star fuori la notte (che comincia alle 20 in inverno e alle 21 in estate), giocare alla domenica con dei laici, nuotare al lunedì, bighellonare al mercato il mercoledì, non assistere al mattutino, sonnecchiare durante la messa, mancare ai vespri, picchiare i bambini, sporcare i libri quando si canta l’ufficio, incitare al disordine, dire stupidaggini (“insanias”), spezzare alberi, disturbare il boia mentre esegue i suoi doveri, recitare commedie nelle chiese e nei cimiteri…» (pp. 24-25).
Sulla disperazione dei genitori, attraverso le lettere private: «Borbottano: “Tu perdi il tuo tempo a gironzolare a cavallo per la città”, “a giocare a dadi” (gioco generalmente proibito agli studenti), “a carte o a pallacorda”, “ti sei comprato un cane e vai a caccia”, “spendi il tuo denaro in vestiti regali, in morbide pellicce”, dimostri “la tua grande mattezza”. O ancora: “Ho saputo, non dal tuo maestro (precisazione fatta, senza alcun dubbio, su richiesta del maestro stesso), ma da alcune persone di fiducia, che tu non studi seriamente, che ti diverti a suonare la chitarra, che frequenti luoghi sconvenienti (meretricia frequentando)” […]. A volte il padre spiega: “Sono meno ricco di quanto tu creda”, “anche le tue sorelle hanno diritto…”, “la vigna non ha dato nulla quest’anno” […]. Severa risposta di uno studente: “Chi resta a casa giudica gli assenti come vuole, mentre è a tavola, mangiando di buon appetito marmitte di carne e pane a sazietà, dimenticando completamente chi, sottomesso alle dure regole della scuola, è oppresso dalla fame, dalla sete, dal freddo e dalla nudità”. Talvolta la ramanzina paterna assume un tono patetico: “I tuoi genitori sono ormai pieni di pena e degni di pietà… tu accorci la loro vita…”» (p. 101).
Sugli alquanto vivaci rapporti tra le Nazioni: «Tutta l’Europa viene messa alla berlina dall’Europa stessa. È ovvio che ogni Nazione abbia delle buone ragioni per combattere con ardore le altre Nazioni – di preferenza le più vicine. Per i polacchi, i mazoviani hanno la caratteristica di essere nello stesso tempo sempliciotti e intriganti. Gli inglesi criticano i normanni frivoli e millantatori, i tedeschi furiosi e osceni, i borgognoni stupidi e collerici. A Parigi, secondo Giacomo di Vitry (1180-1240), i tedeschi sono detti ladri e lenoni, gli inglesi ubriaconi e codardi, i francesi (d’Ile-de-France) superbi ed effeminati, i bretoni volubili e indecisi, quelli di Poitiers traditori e “cortigiani della fortuna”, i borgognoni grossolani e sciocchi, i lombardi avari e maliziosi, i romani sediziosi e violenti, i siciliani tirannici e crudeli, i normanni fatui e orgogliosi, i fiamminghi prodighi ed epuloni, i brabantini incendiati e ladri. I tedeschi sono dipinti dai cechi come “lupi nell’arena, mosche nel piatto, serpenti sul petto e puttane nei bordelli”. “È più facile che un serpente si scaldi nel ghiaccio, che un ceco auguri del bene a un tedesco”. Per i boemi, i teutoni nascono “de culo Pilati” (occorre tradurre?), mentre essi stessi provengono “de corpore Christi”…» (pp. 118-119).
Sulle intemperanze di certi maestri: «L’università di Cracovia denuncia il vizio di ubriacarsi (“detestabile vitium ebrietatis”) di certi professori, in occasione di uscite notturne (“occasione nocturnae vagationis”), accompagnate da schiamazzi che disturbano gli abitanti della città (“inquietationis hominum”). Il maestro che si comporta in tal modo perderà il suo salario (“suspenditur a salario et lectura”). Se persevera, ogni possibilità di carriera (“ascensus”) gli sarà preclusa. Si può arrivare fino alla scomunica» (p. 161).
Sull’uso della lingua latina: «La lingua comune a tutti gli studenti, in tutte le università d’Europa, è il latino (questo spiega la facilità con cui, e talvolta con il minimo pretesto, maestri e allievi passano da un’università all’altra). È la lingua della Chiesa e di ogni élite intellettuale […]. I maestri del XV secolo – questa volta siamo in Sassonia – avevano inventato un gioco (“discretio magistralis”) in cui vi era un asino che parlava tedesco (ma quale tedesco?), dunque non come un essere razionale (“velut homo rationalis”), il quale, evidentemente, parlava latino. Gli abitanti di Bologna, esasperati dalle ripetute stravaganze degli studenti, si gettano all’assalto delle loro case, urlando: “Exite foras, ribaldi”, “Uscite, mascalzoni” […]. Gli scolari che avevano a che fare con le guardie, con gli osti e le prostitute, conoscevano il dialetto locale? È lecito dubitarne. Si dice che gli stessi mendicanti e vagabondi conoscevano sufficientemente il latino per esercitare il loro mestiere. Si cita poi il caso del papa Giovanni XXII (di Cahors), il quale, dopo aver studiato a Parigi e a Orléans, dovette farsi tradurre una lettera del re Carlo IV (1294-1328) scritta in francese» (p. 129).
Sulla “disputatio”: «I corsi iniziavano con una lezione pubblica (principium) che era inframmezzata da “dispute” (disputatio temptatoria) incentrate su diversi temi delle Sentenze [raccolte da Pietro Lombardo], seguite da una “disputa generale su un qualsiasi argomento” (“de quodlibet”) e proposta da “chiunque”, in cui l’estro aveva libero sfogo. Poiché si dava per acquisito il sapere, restavano la sottigliezza dell’analisi, la sua profondità, la sua intelligenza e anche la maniera, più o meno brillante, di difendere la tesi proposta alla riflessione. Nessuno poteva essere ammesso a un esame preparatorio alla licenza se non aveva frequentato dispute di maestri per un anno “o per la maggior parte dell’anno” e partecipato “attivamente” (“respondebit”) a due dispute, in presenze di qualche maestro (statuto di Parigi, 1366). Altre “dispute” avevano luogo nel pomeriggio (le “meridiane”) o anche alla sera (le “vespertine”). Il successo di queste disputationes era grande. Ci vengono descritti ascoltatori appassionati che assistono alle finestre. A Parigi sono pressoché giornaliere. Un cronista arriva a scrivere che Parigi è simile a “un alveare di api industriose, avide di sapere”, che sono attive “notte e giorno”. A Padova si proibisce agli studenti di far rumore durante le “dispute”, di intervenire contro i disputanti o i loro avversari, di accordarsi con l’uno o con l’altro di loro prima del dibattito» (pp. 140-141).
Sui cattivi e sui buoni maestri: «Giovanni di Salisbury, vescovo di Chartres (XII secolo), condanna i maestri che “ottundono le facoltà intellettuali dei loro studenti, cercando di dar prova della propria erudizione”. Sfortunatamente, egli aggiunge, vi sono insegnanti i quali vedono nella dialettica soltanto dei giochi di parole e, in realtà, non sono altro che degli sciocchi che argomentano col solo scopo di argomentare. Daniele di Mornay, un altro inglese, prende in giro i silenzi, la gravità, il sussiego di certi maestri. Tutto ciò, egli dice, non è altro che il mantello che ricopre la loro ignoranza, la quale appare, in tutto il suo infantilismo, non appena aprono la bocca […]. Ecco quali saranno le domande che Dio farà al maestro, quando questi si presenterà davanti a lui [secondo un Manuale di iniziazione alla vita universitaria, redatto da Martino da Fano, nel 1255]: “A qual fine hai studiato?”, “Come hai ‘letto’ (insegnato)?”, “Come hai pregato?”, “Come hai ‘disputato’?”, “Sei stato zelante?”. Anche perché “non è la toga che fa il dottore, né la berretta, né la posizione più elevata” che egli occupa, dice un altro testo latino; ciò che fa il dottore è contemporaneamente il suo sapere e il suo modo di trasmetterlo, “ad utilitatem auditorum”, per essere utili a coloro che ascoltano» (pp. 149-151).
Una parola sul medioevo
Nel cuore del Medioevo "buio" un canto d'amore che dà senso al quotidiano
Un vuoto di quasi nove secoli. Ma essi sono popolati da uomini e da donne, che hanno vissuto, costruito, amato e sono degni di essere ricordati. Venanzio Fortunato è uno tra i tanti. Originario della parte orientale dell’Impero, si guadagna la vita, a cavallo tra il sesto e il settimo secolo, facendo il giullare nelle corti. Canta per i re e per i loro compagni, ma non sono quelle composizioni orali a tramandare il suo nome: sono andate perdute.
Nei suoi spostamenti si trova un giorno a Poitiers, città regia, nella quale incontra Radegonda, sposa del re. Rimasta vedova, ella si ritira in monastero con un’amica. La fede delle due compagne conquista il cantore, che da allora vive accanto a loro, componendo inni in latino, come il Pange lingua e il Vexilla regis, tra i più belli della liturgia della Chiesa.
Nella sua produzione si trova anche una breve lirica in cui il poeta invia viole a Radegonda.
Se la stagione facesse fiorire candidi gigli
o ci fosse la bella rosa dal delicato colore rosso,
io cogliendole dal mio povero giardino
ve le avrei mandate volentieri come piccoli doni.
Ma i gigli mi mancano, come le rose:
ma chi offre le viole, offre con amore anche le rose.
Tra i fiori profumati che vi abbiamo inviato,
le viole purpuree hanno una nobile origine:
il loro colore viene dal manto dei re
e il profumo e il colore si arricchisce di foglie.
Vogliate accoglierle entrambe
e sia onore duraturo con il fiore il profumo del dono.
La composizione è scritta in distici elegiaci, il metro che era servito in particolare ai poeti latini per cantare l’amore, segno del permanere della metrica classica in questi secoli così ricchi di produzioni quasi sconosciute. È un delicato omaggio, che in parte ribalta la visione di un medioevo schiacciato della trascendenza.
Il poeta onora la monaca, non dimenticando la sua dignità regale e le invia le viole, il cui colore ricorda la porpora che era fin dall’oriente la prerogativa dei sovrani. Il simbolismo medievale connette la viola all’umiltà. Quale omaggio più consono a chi aveva rinunciato agli onori terreni per nascondersi in un monastero?
La lirica è piena di colori e di profumi, di attenzione agli elementi della natura e rivela una rivalutazione del quotidiano che molta critica ha da tempo riconosciuto anche all’alto medioevo.
Si può considerare un’eccezione a quanto normalmente si sa sulla produzione della poesia latina medievale, nella quale la donna non è mai cantata e l’unico omaggio è rivolto alla Regina del cielo. Invece, sei secoli prima della poesia cortese e dello Stilnovo, un canto in latino offre fiori umili e profumati a una donna così ammirata da un poeta di corte, tanto da servirla per tutta la vita, imitandola nella fede.
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Il mito del Medioevo capitalista. Lo storico Jacques Le Goff contro la crescente tendenza a retrodatare l’inizio della moderna economia di mercato
L’assenza di un concetto medievale di denaro va messa in relazione con la mancanza non solo di un ambito economico specifico, ma anche di vere teorie economiche – gli storici che attribuiscono un pensiero eco nomico ai teologi scolastici o agli ordini mendicanti, in particolare ai francescani, commettono un ana cronismo. In generale, nella mag gior parte dei settori della vita indi viduale e collettiva, uomini e donne del Medioevo si comportano in modi che li rendono ai nostri occhi degli estranei e che obbligano gli storici a chiarire il proprio lavoro di ricostruzione alla luce dell’antropo logia. L’«esotismo del Medioevo» è particolarmente forte in ciò che concerne il denaro. All’idea che tendiamo a farcene og gi dobbiamo sostituire una realtà medievale caratteriz zata dalla pluralità delle monete, che in effetti cono scono una fase di grande varietà e dinamismo relati vamente a conio, impiego e circolazione. Il fenomeno è difficile da valutare a causa della scarsità di fonti che riportino cifre prima del secolo XIV; spesso non riusciamo nemmeno a capire se le monete citate in una fonte so no veri pezzi metallici o solo valute di conto.
La diffusione del denaro a partire dal XII secolo, durante quella che Marc Bloch ha chiamato seconda età feudale, coinvolge anche istitu zioni e pratiche proprie del mondo feudale. La contrapposizione fra denaro e feudalesimo non corri sponde alla realtà storica. Lo svi luppo della moneta ha accompa gnato l’evoluzione della vita sociale medievale nel suo insieme. Per quanto strettamente legato alle città, il denaro è largamente circo lato nelle campagne. Ha beneficia to della ripresa del commercio, una delle ragioni che spiegano l’influen za esercitata in questo campo dal l’Italia e dagli italiani anche nell’Eu ropa settentrionale. L’uso crescente del denaro dipende anche dai ten tativi di riorganizzazione amministrativa da parte di re e principi, i cui fabbisogni di nuove entrate hanno condotto all’implementa zione più o meno riuscita di sistemi fiscali basati sull’esazione di con tante. Se la presenza del denaro nella società è in aumento, nella forma di una molteplicità di mone te, è soltanto a partire dal Trecento, e sempre in misura limitata, che compaiono metodi di pagamento alternativi all’impiego della mone ta, come la lettera di cambio o la rendita. D’altro canto, anche se la pratica sembra in diminuzione nel tardo Medioevo, continuano a esi stere forme di tesaurizzazione non solo in lingotti, ma anche e soprat tutto in tesori e oreficeria.
È chiaro che parallelamente a una certa promozione sociale e spiri tuale del mercante l’uso del denaro è stato favorito da una lenta evolu zione delle idee e dei comporta menti della Chiesa; si ha l’impressione che essa abbia voluto aiutare gli uomini del Medioevo a salva guardare nello stesso tempo la bor sa e la vita, vale a dire la ricchezza terrena e la salvezza eterna. Dal momento che, pur in mancanza di riflessioni specifiche, un ambito co me quello dell’economia esiste al di fuori della consapevolezza che chierici e laici ne hanno, o meglio non hanno, ribadisco la mia con vinzione che l’uso del denaro nel Medioevo sia da inserire nell’eco nomia del dono: la subordinazione delle attività umane alla grazia di Dio riguarda anche il denaro. A tal proposito, mi sembra che l’impiego «laico» del denaro sia stato condi zionato da due concezioni specifi camente medievali: l’aspirazione alla giustizia, che si ripercuote nella teoria del giusto prezzo, e l’esigenza spirituale della caritas.
Nel corso del Medioevo la Chiesa ha senza dubbio contribuito a ria bilitare, a determinate condizioni, i professionisti del denaro favorendo la comparsa di una visione positiva della ricchezza presso la ristretta é lite dei cosiddetti preumanisti della fine del XIV e del XV secolo. Se il de naro ha progressivamente cessato di essere maledetto e infernale, per tutto il Medioevo esso è rimasto tuttavia quanto meno sospetto. Mi è sembrato infine necessario preci sare, sulla scia di importanti storici, che il capitalismo non è nato nel Medioevo e nemmeno si può con siderare quest’epoca precapitalisti ca: la penuria di metallo pregiato e la frammentazione dei mercati hanno impedito che si creassero le condizioni adatte. Quella «grande rivoluzione» che Paolo Prodi collo ca nel Medioevo, a mio parere sba gliando, si verificò soltanto nei se coli XVI e XVII. Nel Medioevo né il denaro né il potere economico so no arrivati a emanciparsi dal siste ma globale di valori proprio della religione e della società cristiana.
La creatività del Medioevo è altrove.
«Se il denaro ha cessato progressivamente di essere maledetto e infernale, per tutta l’Età di Mezzo esso è rimasto tuttavia quanto meno sospetto»
Medioevo politico e «segreto». DI FRANCO CARDINI
tout se tient: e – come ha fatto notare Adriano Prosperi nella sua lunga recensione su 'La Repubblica' – la problematica connessa con il rapporto tra 'colpe pubbliche' e 'colpe occulte', segreto confessionale e disciplina delle deroghe ad esso, va ben al di là dei limiti del medioevo nei quali Chiffoleau, dati i limiti delle sue competenze e dei suoi interessi, legittimamente si mantiene. Permane tuttavia il pericolo che questo libro venga letto con spirito anacronistico e attualizzante, alla luce di fatti di cronaca e di polemiche di oggi, e frainteso come una ricerca sul segreto confessionale e le sue deroghe.
Esso è in realtà molto di più: come il sottotitolo peraltro dichiara, siamo dinanzi a uno studio su 'la costruzione del soggetto politico nel medioevo': siamo, in altri termini, dinanzi alle radici medievali della modernità occidentale e alla dimostrazione che essa poggia fermamente su basi teologiche. È quel che Chiffoleau intende alludendo «alla nascita della lex conscientiae e, attraverso la storia del foro interno, alla storia dell’individuo e del soggetto contemporanei; forse anche a un primo probabile sviluppo medievale dei diritti individuali e dei diritti dell’uomo; e alla valorizzazione medievale dell’autonomia dell’individuo di fronte all’istituzione». Il che significa che le basi della modernità non riposano sul cristianesimo in generale (le forme ortodosse e orientali del quale hanno conosciuto altre vicende), bensì su quelle cristianooccidentali, profondamente collegate allo sviluppo della teologia e del diritto canonico, quindi allo sviluppo dell’autorità pontificia.
Nella cristianità duecentesca, dominata dal rigoroso costruirsi dell’autorità pontificia sancita con chiarezza nel IV Concilio lateranense ma anche dalla lotta implacabile contro l’attacco dell’eresia catara, i limiti tra confessione sacramentale e confessione giudiziaria sono ardui a mantenersi e la ribadita distinzione dei fori viene accompagnata da una loro complementarità. Nella Chiesa (che è l’intera societas christiana ,
l’insieme di tutti i fedeli di condizione sia chiericale, sia laica) il concetto di crimine e quello di peccato si costeggiano e s’incrociano, e il precetto di rivelare gli occulta cordis affidando alla discrezione e alla mediazione della Chiesa la decisione di ciò che solo a Dio spetta di giudicare apre la strada ai tribunali inquisitoriali dipendenti sì dall’autorità pontificia, ma che operano in concreto e necessario rapporto con il 'braccio secolare' e nel quadro del mantenimento della pluralità dei fori.
Certo, tale delicato equilibrio si spezza nel momento in cui la società civile cessa di essere una christianitas :
da allora in poi, i patti di convivenza tra assemblea dei fedeli in Cristo e società civile che vive etsi Deus non daretur vanno riannodati e ridefiniti. Nei rapporti tra Chiesa e società secolarizzata, la reciproca lealtà è dovuta, ma la prudenza e la discrezione sono legittime e necessarie.
Jacques Chiffoleau
LA CHIESA, IL SEGRETO E L’OBBEDIENZA
Il Mulino. Pagine 185. Euro 18 ,00
© Copyright Avvenire 15 maggio 2010
Troppo affascinante per non essere frainteso. San Francesco e l'imbarazzo dello storico. di André Vauchez
Giovedì 15 aprile, nell'Oratorio dell'Immacolata Concezione della basilica di Santa Maria in Aracoeli, in un incontro organizzato dal Centro Cultura Aracoeli e dalla Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani, è stato presentato il volume Francesco d'Assisi (Torino, Einaudi, 2010, pagine 378, euro 35). Pubblichiamo ampi stralci della premessa scritta dall'autore.
di André Vauchez "Ancora una Vita di Francesco d'Assisi!" si potrebbe esclamare aprendo questo libro. Ne esistono già tanti da far apparire la sua figura ben conosciuta, persino familiare: chi non ha sentito parlare di questo santo che amava la povertà, predicava agli uccelli e risulta essere il primo stimmatizzato?
Scrivere una biografia è un'impresa legittima quando essa consenta di togliere dall'oblio in cui è caduto un personaggio che nella sua esistenza ha giocato un ruolo importante, oppure di riabilitare la figura di un uomo o di una donna incompresi o maltrattati dagli autori che di loro si sono occupati.
Francesco non appartiene ad alcuna di queste categorie. Da tempo egli è celebre e universalmente riconosciuto come una delle grandi figure spirituali dell'umanità: lo ha dimostrato ancora di recente il fatto che nel 1986 i rappresentanti delle principali religioni si siano riuniti ad Assisi rispondendo all'appello di Papa Giovanni Paolo ii, per pregare per la pace e riflettere insieme sui mezzi per realizzarla nel nostro mondo.
Tuttavia, malgrado la notorietà di Francesco e della sua città natale, non è affatto sicuro che molti dei nostri contemporanei - al di fuori dell'Italia dove rimane una figura popolare - sappiano realmente chi egli fosse.
Numerosi autori che di Francesco d'Assisi si sono interessati, sia nel passato sia ai giorni nostri, hanno cercato soprattutto di edificare i loro lettori presentandolo come un modello esemplare, oppure di far partecipare all'emozione, se non all'entusiasmo, che aveva suscitato in loro questo o quell'aspetto della sua personalità affascinante.Più recentemente altri autori gli hanno consacrato saggi brillanti, talvolta nati da un'intuizione illuminante - penso a Francesco e l'infinitamente piccolo di Christian Bobin - oppure incentrati sullo studio del contesto sociale e culturale, come il Francesco d'Assisi di Jacques Le Goff, senza avere l'ambizione di offrire una nuova visione d'insieme della sua esistenza e del suo messaggio.
E non si dimentichino i numerosi film, più o meno romanzati, dedicati al Povero d'Assisi, in cui si tenta di ricostruirne la vita presentandone gli episodi principali. Salvo qualche rara eccezione - quale lo splendido Francesco, giullare di Dio del cineasta Roberto Rossellini (1950) - Si tratta quasi sempre di un simulacro o di un'illusione, in quanto la ricerca retrospettiva di una coerenza si rivela fittizia quando essa conduca a integrare con l'immaginazione le lacune della documentazione e a trasformare in destino unilineare un passato singolare segnato, al pari di quello di tutti gli esseri umani, dall'indeterminatezza e dalla discontinuità. Questi limiti nascono innanzitutto dal fatto che assai spesso coloro che si sono interessati di Francesco d'Assisi non sono risaliti alle fonti, del resto numerose e variegate, di cui potevano disporre, oppure ne hanno fatto un uso inadeguato.
In effetti, la non conoscenza della specificità dei testi agiografici e il rifiuto di considerarli in una prospettiva comparativa hanno condotto troppo sovente i biografi di Francesco d'Assisi a intessere una sorta di patchwork, attaccando l'una all'altra informazioni ricavate da scritti di ispirazione e di epoche differenti: cosicché l'immagine, in larga misura artificiale, che deriva da queste combinazioni più o meno arbitrarie, riflette la soggettività dei loro autori piuttosto che il clima dell'epoca in cui visse il Povero d'Assisi.
Uno dei maggiori problemi posti dalla biografia di Francesco consiste nel fatto che ciascuno crede di conoscerlo così bene da poterlo interpretare a suo piacimento, in quanto la sua personalità è così ricca da dar luogo a diverse letture: nel corso dei secoli si è celebrato in lui l'asceta e lo stimmatizzato, il fondatore di un grande ordine religioso e il paladino dell'ortodossia cattolica; poi, a partire dalla fine del secolo xix, lo si è considerato soprattutto un eroe romantico, sostenitore di un cristianesimo evangelico e mistico schiacciato dall'istituzione ecclesiastica. Ai giorni nostri, si privilegia l'immagine del difensore dei poveri, del promotore della pace tra gli uomini e le religioni, dell'uomo amante della natura, difensore e patrono dell'ecologia, o ancora del santo ecumenico in cui i protestanti, gli ortodossi e pure i non cristiani possono riconoscersi: a ciascuno il suo Francesco, si sarebbe tentati di dire, come Paul Valéry parlava del "(suo) Faust", rivendicando perciò il diritto di interpretare a modo suo quel grande mito letterario. Una tale situazione, che attesta del resto l'importanza del personaggio e il fascino che non ha cessato di esercitare sugli spiriti, è senza dubbio inevitabile. Essa ben corrisponde al carattere poliedrico, se non polisemico, della personalità del santo d'Assisi, che si riflette nella varietà delle fonti che consentono di conoscerlo. Immancabilmente, davanti a siffatta confusione, lo storico si sente a disagio e volentieri lascia a volgarizzatori il compito di redigere sintesi poco soddisfacenti dal punto di vista scientifico, che, a eccezione di qualche dettaglio, non fanno che ripetersi. Inoltre, lo storico si mostra in tanto incline a rifugiarsi nell'erudizione e nella ricerca "pura" in quanto la recente storiografia è segnata da una profonda sfiducia di fronte alla possibilità effettiva di una ricostruzione biografica del personaggio di Francesco: ricostruzione biografica che allo stato delle nostre conoscenze risulterebbe assai lontana dal poter essere realizzata.
Invero, Francesco non è un mito né un personaggio leggendario, benché nel medioevo su di lui si siano scritte molte leggende. Neppure c'è ragione perché egli sia da ritenersi più inaccessibile dei suoi contemporanei san Luigi e Federico ii, che sono stati oggetto di rimarchevoli biografie di cui nessuno mette in dubbio il carattere storico. Certo, dopo Henri-Irénée Marrou sappiamo che l'oggettività assoluta non esiste in questi ambiti di ricerca e che pretendere di conoscere le cose "come esse si sono realmente svolte" si rivela un'illusione.
Ciononostante, il problema del biografo, se vuole fare opera di storico, non è di rinunciare alla sua soggettività, poiché la biografia, come la storia, si scrive nel presente e riflette le attese della propria epoca. Essa è l'opera di un individuo appartenente a un tempo, a un ambiente e a una cultura che determinano necessariamente il suo modo di affrontare i problemi. L'autore di questo libro è ben cosciente di questi limiti: egli si è interessato e si interessa a Francesco poiché a lungo ha vissuto e lavorato in Italia, frequentando assiduamente Assisi e l'Umbria; ha potuto misurare l'impatto profondo del francescanesimo in questo paese, in cui ha incontrato numerose persone per le quali il santo d'Assisi rimane un riferimento vivo. In quanto medievista, ha dedicato le sue ricerche alla storia della santità e allo studio dei testi agiografici - leggende e raccolte di miracoli - che costituiscono l'essenziale della documentazione di cui disponiamo per conoscere la figura del Poverello.
Tuttavia, evidenziare i fattori che possono averlo influenzato non è in contraddizione con la ricerca di rigore metodologico: lo storico, anche e soprattutto quando dichiari il contrario, necessariamente è coinvolto nei temi della sua ricerca. Ciò non gli impedisce di fare onestamente il suo lavoro o, meglio, il suo "mestiere di storico", per riproporre una felice espressione di Marc Bloch, prendendo le distanze di fronte a tutte le leggende, auree o nere, e affrontando lo studio della documentazione, la più ampia possibile, con il massimo di oggettività, dimostrando quanto sia vero che la cosa migliore che noi abbiano "sta nella testimonianza e nella critica della testimonianza per accreditare la rappresentazione storica del passato".
Lo storico deve avere ugualmente l'umiltà di non pretendere di tutto dire e di tutto sapere sulla vita e sulla personalità del suo eroe, intorno a cui occorre riconoscere che certi aspetti - anche non secondari - ci sfuggono o rimangono nell'ombra. In effetti, poiché la documentazione relativa a Francesco comporta, come vedremo, certe lacune, forte è la tentazione di riempire i vuoti ricorrendo a congetture e di conferire alla sua esistenza una unità e una logica di cui essa era ovviamente priva. Pertanto lo storico deve fare attenzione a mettere l'accento sull'evoluzione del suo eroe e a non mascherarne, se del caso, le incertezze e le contraddizioni: compito tanto più difficile considerando che i testi agiografici relativi al Povero d'Assisi tendono a fare astrazione dal contesto temporale e a presentare la sua esistenza sotto forma di un racconto esemplare in cui l'individuo conta meno che il personaggio. Ciononostante, Jacques Le Goff ha ben mostrato nel suo San Luigi a qual punto le fonti medievali contemporanee del suo eroe, malgrado il loro carattere lacunoso e orientato, siano fondamentali per capire come sia stata costruita l'immagine del sovrano.
A proposito di Francesco, è importante analizzare con precisione le tappe della genesi tormentata della sua memoria storica e, nel medesimo modo, le interpretazioni, talvolta contrastanti, di cui la sua persona e la sua proposta religiosa furono oggetto nel corso dei primi secoli che seguirono la sua morte, e anche oltre. Se la documentazione di cui disponiamo raramente ci permette di raggiungere il Francesco "autentico", quale fu nella sua esistenza, essa mette in chiara evidenza l'impatto considerevole che egli ebbe sui suoi contemporanei e sulle generazioni successive.
Pertanto, questo volume non si presenta come una biografia classica, che si estende dalla nascita al decesso del proprio eroe; accanto alla descrizione delle principali tappe della sua esistenza terrena, essa fa largo spazio allo studio del destino postumo di Francesco e dell'impatto del suo messaggio attraverso i secoli, ossia, in sintesi, a tutto ciò che va sotto il termine di Nachleben. Infatti gli inizi non risolvono ogni cosa e la verità non è separabile dalla sua trasmissione. La storia del Povero d'Assisi non si è fermata il giorno della sua morte e si può dire che in un certo senso egli ha conosciuto una seconda vita in questo mondo dopo averlo lasciato.
Così, il Francesco "storico" - l'unico che possiamo cogliere - risulta da quanto egli fa conoscere di sé nei suoi scritti e, nel contempo, dalle diverse percezioni che sia i suoi contemporanei, sia tutti coloro che nel corso dei secoli di lui si sono interessati hanno potuto avere della sua persona e della sua esperienza.
L'approccio critico che ci sforzeremo di realizzare in questo libro mira non a produrre congetture - secondo una moda attuale - su un personaggio universalmente ammirato, ancor meno a mettere in discussione la sua grandezza in una prospettiva iconoclasta, bensì a tentare di ritrovarlo in ciò che in lui c'è di differente rispetto a noi: non un Francesco precursore dei tempi moderni, o l'eroe poetico di una fusione armoniosa tra l'uomo e la natura, ma un personaggio vissuto nell'Italia comunale al volgere dal xii al xiii secolo, di cui cercheremo di rintracciare l'esistenza in quanto ha di unico.
Il peggiore intoppo per lo storico è in effetti l'anacronismo: volendo a ogni costo che il Povero d'Assisi si unisca al nostro presente sotto pretesto di renderlo accettabile e interessante per i nostri contemporanei, si rischia di snaturarlo e, insieme, di far perdere di vista sia i suoi tratti originali sia quanto egli ha messo concretamente in gioco nella sua vita.
Come ha ben detto Peter Brown "non dobbiamo mai leggere Agostino come se fosse un nostro contemporaneo": attualizzare Francesco, secondo quanto si fa spesso, non è che un modo camuffato di parlare di noi stessi fingendo di parlare di un altro. Prima di tutto, cerchiamo di ricollocarlo nel suo tempo, senza nutrire l'illusione di ritrovare il Francesco d'Assisi che percorreva con qualche compagno "straccione" le strade dell'Umbria e il cui vissuto sempre ci sfuggirà.
La difficoltà maggiore consiste nel restituire a un lettore odierno un mondo che ci è divenuto estraneo e nel renderlo intelligibile, a dispetto della discontinuità insormontabile che esiste tra le sue categorie di pensiero, le sue forme di sensibilità e le nostre.
Soltanto dopo questo sforzo di distanziamento diviene legittimo chiedersi in che cosa la vita e la testimonianza del Povero d'Assisi possano ancora riguardarci.
(©L'Osservatore Romano - 16 aprile 2010)
Cavalieri e templari dalla A alla Z
di Giancarlo Rocca Conviene salutare con grande soddisfazione la pubblicazione del volume Prier et combattre. Dictionnaire européen des ordres militaires au Moyen Âge, diretto da Nicole Bériou e Philippe Josserand (Paris, Fayard, 2009, pagine 1029, euro 180). L'opera viene a colmare una reale lacuna nella conoscenza degli ordini religiosi militari che tanto spazio hanno avuto nella storia cristiana ed europea medievale.
A questa grande impresa hanno collaborato 240 autori, quasi tutti docenti universitari in Francia, Spagna, Germania, Portogallo, Italia, Belgio, Inghilterra, ma anche negli Stati Uniti d'America, in Lituania, Israele, Cipro, Ungheria, Canada, Estonia, Danimarca, Città del Vaticano, Repubblica ceca, Slovenia, Malta, e così via; segno evidente che si è fatto ricorso agli esperti ovunque si trovassero.Il volume raccoglie complessivamente 1.128 voci per complessive 982 pagine, al termine delle quali sono stati aggiunti: un elenco dei gran maestri dei principali ordini militari (Alcántara, Avis, Calatrava, Cristo, Ospedale, Montesa, Santiago-Spagna, Santiago-Portogallo, Tempio e Teutonici); e accurati indici dei nomi di persona, dei nomi di luogo nonché un indice delle mappe distribuite nel volume per illustrare la presenza dei vari ordini nelle diverse regioni europee.
Gli ordini religiosi militari sono pochi - una trentina circa, e poco più se si aggiungono quelli la cui esistenza è risultata fittizia - e il gran numero di pagine di questo dizionario si spiega con il desiderio dei suoi direttori di presentare gli ordini nella visione più ampia possibile, che tenesse conto non solo della loro storia interna e della loro missione militare, ma anche dei loro rapporti con l'architettura, il paesaggio, l'economia, la nobiltà, il tipo della loro alimentazione, e così via; in modo che fosse chiaro il loro posto nella società del tempo.
Ciò spiega il notevole numero di voci di questo dizionario, che sono state redatte secondo un triplice ordine di grandezza: di 1.500, 4.500 o 13.500 lettere; in pratica, secondo l'importanza di cui ogni voce sembrava godere, con alcune ovvie eccezioni per quanto riguarda i templari, gli ospedalieri di Malta, l'ordine teutonico e il processo contro i templari.
Il volume si apre con una lunga introduzione storiografica di Alain Demurger, della Sorbona, che fa il punto della questione, distinguendo in essa tre grandi momenti. Un primo momento, che dal Cinquecento arriva all'Ottocento, in cui la storiografia è sostanzialmente opera di membri dei vari ordini. Un secondo periodo parte dall'Ottocento e conosce l'avvio di una storiografia scientifica, basata sulle fonti. E un terzo periodo, alle soglie del secolo xxi, con una storia che Demurger definisce come autonoma, originale, non più a compartimenti stagni, e che ha come conclusione il riconoscimento della specificità degli ordini militari nelle loro varie espressioni, anche politiche.
Le voci a carattere generale - cioè quelle che non riguardano i personaggi dei vari ordini, le città, le regioni, e così via - si potrebbero raggruppare secondo temi: di vita interna all'ordine, di rapporti con l'esterno, e di voci legate alla tipica attività degli ordini militari, cioè la guerra.
Per la struttura degli ordini restano fondamentali le voci su Balì capitolare, Balì provinciale, Capitolo, Capitolo generale, Capitolo provinciale, Maestro, Maestro provinciale, e così via.
Per la vita interna si possono indicare voci come quelle su Bibbia, Cappellano, Castità, Confessione, Liturgia, Obbedienza, Povertà. Per la vita militare: Architettura castrale, Arcieri, Armamento, Cavalleria, Combattimento, Disciplina militare.
Degne di attenzione sono alcune voci poco prevedibili, ma gradite, come quelle su Cinema, Teatro e Opera. Nella voce dedicata al cinema sono presentati i film che si sono occupati degli ordini militari, in pratica - a eccezione di un film italiano sui cavalieri di Rodi realizzato nel 1912 - tutti riguardanti i templari e l'ordine teutonico, per evidenti motivi romanzeschi nel caso dei templari, e politici nel caso dell'ordine teutonico e del loro Stato (Ordensstaat). La voce sul teatro e l'opera elenca le tante opere dedicate agli ordini militari, in particolar modo a templari e teutonici, senza dimenticare gli ordini militari spagnoli illustrati da grandi autori come Lope de Vega e Tirso de Molina.
Come tutti i dizionari, anche questo rappresenta una avventura, umana e intellettuale, densa di soddisfazioni per i loro direttori, i quali ovviamente sanno - e nella presentazione dell'opera essi lo affermano chiaramente - che i lettori potranno trovare lacune e punti di vista diversi. Facendo leva su questa affermazione, qui si presentano alcune osservazioni, di carattere propriamente religioso, data la sede in cui esse vengono pubblicate.
La prima osservazione riguarda gli ospedalieri o ordine di Malta, come popolarmente esso è conosciuto. La voce Hôpital arriva, sia pure molto brevemente, sino ai nostri giorni, e sarebbe certamente stato utile aggiungere alcune righe di precisazione, dicendo che l'ordine di Malta è ancor oggi un ordine religioso, che conta attualmente una trentina di professi - tra cui alcuni sacerdoti - che attorno agli anni 1950 l'ordine visse un forte contrasto con la Sacra Congregazione dei Religiosi - e in discussione era il suo carattere "sovrano e religioso" - e che pur essendo ordine religioso, nell'Annuario Pontificio esso non è annoverato tra gli ordini religiosi.
Per altri ordini, come mercedari, trinitari, ordine teutonico - nei due rami maschile e femminile - le voci in pratica non oltrepassano il secolo xv, e non sarebbe stato male avvertire il lettore che questi ordini sono ancora in vita - come si era fatto per l'ordine di Malta - senza più il carattere militare, e sono regolarmente segnalati nell'Annuario Pontificio: mercedari e trinitari tra gli ordini mendicanti, e l'ordine teutonico tra i canonici regolari.
La voce Temple, ordre du, dedicata ai templari e che si chiude con la soppressione del 1312, offre lo spunto di un'altra precisazione. Si sa, cioè, che più volte in Europa e in America sono sorte associazioni che hanno preteso di rivendicare la loro filiazione diretta dai templari - o anche da altri ordini militari - ma questa pretesa non ha alcun fondamento storico né giuridico, anche perché l'eventuale reviviscenza di qualsiasi ordine religioso deve passare tramite la Santa Sede, che non ha mai riconosciuto tali filiazioni.
Più delicata è la questione del carattere "religioso" degli ordini militari, in particolare dell'ordine di Santiago, addotto da alcuni studiosi come esempio tipico di un nuovo tipo di vita religiosa che comprenderebbe anche gli sposati. Non sarebbe stato male ricordare, ad esempio nella voce Ordre, come san Tommaso, che aveva presente il problema, avesse detto chiaramente che illi modi vivendi secundum quos homines matrimonio utuntur, non sunt simpliciter et absolute loquendo religiones, sed secundum quid (Summa Theologiae, ii/ii, q. 186, art. 4, Ad tertium).
Nell'insieme, e vale la pena ripeterlo, questo dizionario soddisfa non solo il lettore curioso che voglia trovare una risposta immediata ai suoi interrogativi, ma offre anche un materiale non indifferente allo studioso che desideri situare gli ordini militari in un campo di conoscenza più vasto possibile, con visioni comparative tra i vari ordini e con l'ambiente generale dei tempi.
(©L'Osservatore Romano - 8 aprile 2010)
La pienezza dei poteri del Vicario di Cristo nella Chiesa del Duecento. Il rosso e il bianco
Nell'ambito dell'"Anno giubilare celestiniano" il 20 marzo si è tenuto a Sulmona un convegno sul tema "L'esperienza di Pietro del Morrone in un secolo fervido e tormentato", primo di una serie di incontri che si concluderanno in ottobre a L'Aquila. Pubblichiamo la relazione d'apertura.
di Agostino Paravicini Bagliani Nella plurisecolare storia del papato il Duecento occupa uno spazio di notevolissimo rilievo. A tutti i livelli - religiosi, ecclesiologici, istituzionali e politici, ma anche culturali, giurisdizionali e di autorappresentazione - i Papi di quel secolo hanno conferito al papato un ruolo di assoluta centralità in seno alla cristianità. I problemi della società cristiana furono discussi da tre concili, celebrati a Roma (Lateranense IV, 1215) e a Lione (Lione I, 1245; Lione II, 1274), che contribuirono a consolidare il ruolo legislativo promosso da Pontefici che erano sovente maestri di diritto e la cui produzione di decretali irrigò le varie diocesi della cristianità e l'insegnamento del diritto presso le maggiori università europee, anzitutto quelle di Bologna e di Parigi, la cui storia è nel Duecento indissociabile da quella del papato.
Il papato duecentesco è presente in tutte le grandi questioni che attraversano la società di quel tempo, dalla creazione degli ordini mendicanti alla formazione di una legislazione canonica che non aveva precedenti, dalla lotta contro le eresie ai movimenti religiosi femminili, da una politica di forte intervento nelle crociate a una vivacissima azione missionaria oltre che alla messa in opera di azioni diplomatiche ad ampio raggio con i mongoli, i principi islamici e così via. Persino sul piano residenziale, quel secolo segnala grandi novità: Innocenzo III (1198-1216) fece edificare un nuovo palazzo a nord della basilica vaticana. Il nascendo Stato pontificio ma anche nuove sensibilità culturali - la paura della malaria, il piacere della natura - e aspre contingenze politiche (i conflitti con Federico ii e con la città di Roma) indussero i Papi del Duecento a vivere per più della metà del secolo fuori di Roma. E nel corso del secolo affidarono ai più grandi artisti italiani, da Cimabue a Giotto, da Jacopo Torriti ad Arnolfo di Cambio, il compito di fare di Roma la capitale artistica della cristianità occidentale e di sostenere con documenti visivi la plenitudo potestatis del Papa.
Non a caso soltanto con Innocenzo III il concetto di plenitudo potestatis entra nel linguaggio della cancelleria papale. Le formule proposte da Innocenzo III nei suoi sermoni e nelle sue lettere diventarono classiche e furono considerate come definitive. Innocenzo III aveva sostenuto il concetto di plenitudo potestatis con il ricorso alla regalità: "Pietro è l'unico che è stato chiamato a godere della pienezza del poteri. Ho ricevuto da lui la mitra per il mio sacerdozio e la corona per la mia regalità; mi ha stabilito Vicario di Colui sul cui abito sta scritto: "Re dei re e signore dei signori, prete per l'eternità secondo l'ordine di Melchisedek"".Un altro concetto chiave - quello di christianitas - si impone nel corso del Duecento, grazie proprio a Innocenzo III secondo cui il Papa è caput et fundamentum totius christianitatis, ossia "necessità e utilità di tutto il popolo cristiano". La fusione tra Ecclesia e christianitas appare nettamente nella lettera di convocazione del quarto concilio Lateranense (1215) che rinvia a una christianitas a un tempo ecclesiale e politica. Come nei concili dell'antichità cristiana, per la prima volta nel medioevo, un Papa invitò a prendere parte a un'assemblea conciliare non soltanto l'episcopato, ma anche gli abati e i priori dei monasteri, delle collegiali e degli ordini cavallereschi, oltre che i principi laici; insomma tutti i rappresentanti della christianitas, intesa nel senso più ampio di "società cristiana".
La centralità e l'universalità del papato sono sostenute da metafore e riflessioni di assoluta importanza che hanno però grandi implicazioni nella storia dell'autorappresentazione visiva della figura del Papa. In questa prospettiva, il titolo di Vicario di Cristo appare di estrema importanza, un titolo che Innocenzo III riservò esclusivamente alla figura del Papa. Già nel suo trattato sui misteri della messa, Lotario dei Conti di Segni, il futuro Innocenzo III, ricordava come il Papa debba rivestire paramenti rossi quando celebra il giorno della festa dei santi Pietro e Paolo (29 giugno) e paramenti bianchi nella festa della Cattedra di san Pietro (22 febbraio). In occasione delle due massime feste romane in onore di san Pietro, dunque, il Papa doveva quindi portare due colori, il rosso e il bianco che erano, secondo una grande tradizione altomedievale, colori cristici. Vestendosi di rosso (29 giugno) e di bianco (22 febbraio), il Papa rivestiva dunque i colori di Cristo, ossia della Chiesa romana. Lo affermerà con altre parole lo stesso Innocenzo III, nel sermone vi pronunciato al IV concilio Lateranense (1215): il Papa è vestito di lino (ossia di bianco) perché in quanto sommo Pontefice "deve attraversare la Chiesa universale".
Il discorso inaugurato da Innocenzo III si farà sempre più intenso nel corso del Duecento. Verso il 1286, il grande liturgista Guglielmo Durando conierà una definizione destinata a diventare classica: "Il sommo Pontefice appare sempre vestito di un manto rosso all'esterno; ma all'interno è ricoperto di veste candida: perché il biancore significa innocenza e carità; il rosso esterno simbolizza la compassione (...) il Papa infatti rappresenta la persona di Colui che per noi rese rosso il suo indumento".
Mai come prima del Duecento, i Papi ricorsero alle immagini pittoriche, e, verso la fine del secolo, persino alla statuaria, per sostenere la plenitudo potestatis del Papa. È una creatività che si esprime in affreschi, mosaici, statue che accompagnano l'azione storica del papato duecentesco.
Al centro del mosaico dell'abside della basilica di San Pietro fatta restaurare da Innocenzo III - l'affresco è andato perduto, tranne qualche frammento, all'inizio del Seicento quando si costruì la moderna basilica vaticana - era raffigurato il Cristo in trono benedicente, con ai lati san Pietro e san Paolo, inquadrati da due palme. Nella zona del fregio figurava la successione degli agnelli uscenti dalla città simbolica e convergenti verso l'Agnello, ai lati del quale si trovavano Innocenzo III e la Ecclesia romana. La Ecclesia romana era rappresentata da una figura di donna che portava il vessillo con le Chiavi ed era incoronata da un vistoso diadema gemmato. Anche il Pontefice portava la tiara e teneva le mani rivolte verso l'Ecclesia romana, un gesto che significava che nell'esercizio della sua "pienezza del potere", ecclesiale (pallio) e temporale (tiara), il Papa agisce su delega della Chiesa romana senza mediazione, perché il suo potere proviene da Cristo (Trono/Agnello).
Anche il programma pittorico ordinato da Niccolò III (1277-1280) nella cappella del Sancta sanctorum, consacrata prima del 4 giugno 1280, costituisce un documento di grandissima efficacia artistico-ecclesiologica. Niccolò III è rappresentato in effigie, nell'affresco della parete orientale, in atto di presentare il modello della cappella al Cristo in trono. Niccolò è raffigurato a metà inginocchiato e san Pietro lo aiuta a reggere la cappella. Il Papa è più vicino a Pietro che a Paolo, un chiaro riferimento all'apostolicità petrina e paolina del papato romano ma con il gesto della mano sinistra, Cristo accoglie lo sguardo che gli viene offerto dagli apostoli e dal Papa.
Nel magnifico mosaico di Santa Maria Maggiore, Niccolò IV (1288-1292), il primo Papa francescano, è invece rappresentato ai piedi di Cristo che incorona Maria Vergine che è qui - secondo una tradizione ecclesiologica romana che risale all'xi secolo - non soltanto la Madre di Cristo ma anche la sua Sposa e dunque il simbolo della Chiesa.
È dunque alla luce di questa prospettiva che si deve comprendere il messaggio ecclesiologico del busto di Papa Bonifacio VIII (1294-1303) che si può ammirare negli Appartamenti del Palazzo Apostolico (Sala dei Papi), una delle più celebri statue di Arnolfo di Cambio. Perché secondo studi recenti (Serena Romano), nel busto arnolfiano il gesto della mano destra del Papa appartiene a una tradizione iconografica in cui veniva raffigurato Cristo benedicente, come nel ritratto pre-iconoclasta di Cristo del Sinai.
L'abside di San Pietro restaurata da Innocenzo III, l'affresco del Sancta sanctorum di Niccolò III, il mosaico di Niccolò IV a Santa Maria Maggiore e il busto di Bonifacio VIII sono straordinari documenti storico-artistici attraversati da un identico itinerario ecclesiologico, rivolto a rendere visibile una delle grandi affermazioni del papato duecentesco, ossia il fondamento cristico della plenitudo potestatis del Papa e quindi il suo ruolo di centralità in seno alla christianitas.
(©L'Osservatore Romano - 22-23 marzo 2010)
L'uomo a tre dimensioni. Cristo sacramento di salvezza secondo Aelredo di Rielvaux
È in corso a Tolosa, presso l'Institut Catholique, un convegno in occasione del nono centenario della nascita del monaco cistercense inglese Aelredo di Rievaulx. Pubblichiamo stralci di una delle relazioni.
di Inos Biffi Quanto Bernardo di Clairvaux afferma di sé: "Questa è la mia più sublime, interiore filosofia: sapere Gesù - Haec mea sublimior, interior philosophia, scire Iesum (Super Cantica, 43, 4)" - in realtà vale per tutti i grandi autori cistercensi. Vale per Isacco della Stella, per Guerrico d'Igny, per Baldovino di Ford, per Aelredo di Rievaulx, e altri ancora.
"Cristo è il nostro amore" - dichiarava Baldovino di Ford -. "Il nostro amore di Cristo dev'essere saporoso". "Tutto, e in pienezza, si trova in Cristo - gli faceva eco Aelredo di Rievaulx -. Tutta la dolcezza della terra è l'umanità di Cristo".Tre brevi testi di monaci come cenni di tutta una tradizione cristologica monastica medievale dove la figura di Cristo è termine di penetrante contemplazione, di vivo amore, di intelletto acceso dall'affetto.
Certo i monaci medievali hanno mirato a studiare Gesù Cristo, ma per ottenere non solo o non tanto un sapere intellettivo, quanto un sapere "affettivo", dove il termine affectus va tuttavia caricato di una pregnanza che lo sottragga a una pura e superficiale emotività.
Aelredo considera la figura di Gesù nel divenire e nel dispiegarsi dei suoi molteplici "misteri" o dei vari suoi "sacramenti", colmi di una grazia multiforme.
Nella meditazione di Aelredo tali "misteri" o "sacramenti" sono colti come in tre momenti o a tre livelli: nella loro oggettività storica; nella loro presenza attraverso la Scrittura; e nella loro attualità liturgica.
L'oggettività storica è senza dubbio il primo interesse: storicità ricostruita e disaminata secondo un'economia estremamente "analitica".
Ma la preoccupazione, più che esegetica e speculativa, è affettivo-spirituale: i misteri di Cristo sono contemplati in modo che essi si riflettano e quasi maturino nella psicologia di chi ne fa oggetto di meditazione e di desiderio.
Ciò avviene mediante la Scrittura. Accostare i misteri di Cristo nella loro attestazione biblica, non significa solo riandare al passato, ma incontrarli in un'attualità che li ridona.
E, se questa attualità si riscontra nella comunione scritturistica, ancora più si compie attraverso la liturgia, indissolubilmente connessa con la medesima Scrittura, e in particolare nel loro puntuale e mistico ritorno lungo l'anno liturgico, alla cui spiegazione e contemplazione Aelredo, come Bernardo e altri "evangelisti" di Cîteaux - pensiamo a Guerrico d'Igny o Isacco de l'Étoile - si sono dedicati nei loro Sermones de tempore et de sanctis, dove i misteri di Cristo ricorrono e sono riaccesi nella memoria celebrativa della Chiesa e della comunità monastica. La loro grazia oggettiva, in certo senso, si riapre, coinvolgendo il ricordo e risolvendosi nell'assimilazione e nella imitazione. Esemplare nella meditazione biblico-cristologica di Aelredo è il delizioso opuscolo De Iesu puero duodenni, sulla salita di Gesù al Tempio, considerata sullo sfondo delle tappe precedenti: Betlemme, Egitto, Nazaret.
Aelredo si sofferma in una esegesi "devota", svolta secondo un metodo tripartito o in tre momenti, che d'altronde non sono statici e separati: momento storico; momento mistico o allegorico; momento morale.
Alla base di questo modo di interpretazione che non si accontenta della lettera, è la convinzione che la Scrittura non possa essere unidimensionale, poiché è Parola di Dio impregnata di Spirito: oltre la lettera è come veduto il mistero; la Scrittura stessa è mediativa del mistero. Non col distacco, ma col coinvolgimento si accede alla Scrittura.
Tale accesso non avviene, secondo la nostra abitudine, anzitutto in senso "storico-critico": l'attenzione è volta ai fatti passati della vita di Cristo, ma al fine di accendere su di essi l'"immaginazione", quasi l'immaginario, che accende la disponibilità della sequela con la percezione che tali fatti sono presenti.
Louis Bouyer parla di "umanità quasi divertente e così britannica" nel modo con cui Aelredo immagina e ritrae i particolari della vita di Cristo.
Il "momento mistico", oltrepassando il livello storico immediato, intende rilevare, nello schema della vita di Cristo, i più profondi misteri. Ne risulta una cristologia, ora più ingenuamente, ora più acutamente tratteggiata: i sublimi misteri si rivelano a una riflessione più penetrante.
Invece, nel "momento morale" Aelredo teorizza una relazione tra la vita di Gesù, la sua crescita fisica e le fasi del progresso spirituale. Quanto avviene, dispiegato nel modello cristico, si attua in sintesi sul piano dell'anima.
La vita di Cristo nell'anima consiste nella restaurazione dell'immagine di Dio nell'uomo: condividere il cammino di Cristo è entrare nel movimento della restaurazione, della conversione, come ritorno dalla regio dissimilitudinis alla similitudo. Conformarsi a Cristo significa deificazione della natura umana tramite l'incarnazione del Verbo presentata non in strutture astratte, ma nella concretezza biografica.
L'opera di Aelredo sui misteri di Gesù si può definire un trattato sulla "grazia sacramentale" di tali misteri, che infondono la rassomiglianza al Verbo: sono misteri dotati di una virtus, efficace nell'anima, e quindi con un carisma proprio, che diventa principio attivo della ripetizione reale-sacramentale che è la vita del cristiano.
Anzitutto abbiamo l'attenzione al passato: ossia un interesse di tipo storico, soddisfatto attraverso la lettura biblica che porta a una minuziosa esposizione dei fatti e dei gesti di Gesù Cristo. È una rappresentazione di Cristo, una rappresentazione della sua storia di Cristo considerata nella sua "temporalità" e "geograficità". La contemplazione monastica nel suo primo momento è, così, "un pellegrinaggio in spirito nei luoghi santi".
Tuttavia la devozione all'umanità non si ferma a essi, ma procede oltre, poiché, attraverso gli avvenimenti storici di Cristo, si coglie la dimensione divina, si scruta la presenza del divino dentro questa dimensione umana: dimensione integrata del mistero di Cristo, che non si disperde nell'analiticità storica dal punto di vista oggettivo, né nella sua analiticità psicologica dal punto di vista soggettivo.
Viene contemplato il passato affinché sia forma e modello della imitazione presente. Ciò è teorizzato a partire dalla convinzione che i gesti della vita di Cristo - già sopra lo abbiamo notato - sono provvisti di una grazia particolare: a motivo della loro dimensione teandrica essi sono segni efficaci di grazia. Appare, così, lo scopo della rievocazione del passato per la "memoria": riavere nel presente la grazia propria di quei misteri.
La meditazione è la "traduzione", connessa al presente, di quella "memoria" dell'evento trascorso. Non si tratta più di contemplare e rappresentare la scena evangelica in se stessa, con tutte le facoltà affabulatrici, né di rendersi presente all'avvenimento attraverso la drammaticità scenico-rapprentativa; ma la res di questa drammatizzazione è l'imitazione, che ha il momento emotivo (in senso forte) e il momento affettivo quando la grazia del mistero diventa prassi e "cibo"del soggetto: "Il pane del vostro pellegrinaggio è il mistero dell'incarnazione di Cristo".
Questo momento attivo è in funzione del momento reale, cioè l'imitazione, l'applicazione della grazia connessa al mistero che entra nel soggetto.
Infine il mistero prospettato, il tempo "futuro", come terzo quadro o pannello del medesimo trittico: momento della "profezia" accanto alla "memoria" e alla "presenza". La "profezia" o momento "profetico" è la fissazione, meditazione che ha come oggetto i fini ultimi: morte, inferno, cielo.
Questi tre momenti tornano nella meditazione di Aelredo e il momento terzo, il profetico, è vivo e unificante all'interno della progettazione monastica della vita, interpretata come anticipo dell'escatologia. In quest'ambito abbiamo la teorizzazione del desiderium.
(©L'Osservatore Romano - 19 marzo 2010)
Le strade del pellegrino, il collante dell’Europa unita

le strade medievali
Il pellegrinaggio non è mai stato espressione di un estro solo individuale. Intorno alla sua pratica si è costruita una tradizione fatta di usi, di simboli e di gesti che, a partire dai momenti di avvio della storia della presenza del cristianesimo nel mondo mediterraneo, ne ha accompagnato lo sviluppo e lo ha avvolto capillarmente, dal centro alla periferia estrema. Il pellegrinaggio cristiano è diventato il fulcro di una tradizione condivisa.
Di questa storia che si è dilatata nel tempo possiamo cercare di fissare le tappe e i momenti di svolta più significativi.
Nella sua incubazione originaria, il pellegrinaggio ha avuto come polo di attrazione dominante il desiderio di raggiungere i luoghi che erano stati testimoni dell’avvenimento di Cristo in mezzo alla vita degli uomini. Ci si metteva in movimento dalle varie contrade dove la fede cristiana cominciava a mettere radici per ritornare a Gerusalemme: cioè al punto da cui tutto aveva preso origine. La spinta fondamentale era la volontà di un’immedesimazione fisica con la realtà della presenza di Cristo che si era innestata nel cuore della storia del mondo. Bisognava vedere, bisognava toccare la terra e le pietre che Lui aveva visto e toccato. Si desiderava imprimere la propria orma sulle strade che lui stesso aveva percorso, salire la strada della sua ascesa al Calvario, entrare nella grotta angusta del suo sepolcro: una memoria da rivivere nella propria carne e da riattualizzare nella semplicità più reale e concreta.
La centralità riaffermata di Gerusalemme era anche il modo con cui la cristianità delle origini presentava se stessa come lo sviluppo dell’alleanza di Dio con il popolo eletto. La Chiesa era il nuovo Israele spalancato verso i confini del mondo.
Ma dentro questa volontà di ricucire un legame con il grembo materno che aveva nutrito la storia della salvezza si è venuta a inserire, dal VII secolo in poi, la barriera repulsiva dell’espansione arabo-musulmana, nel Mediterraneo orientale e poi su tutte le zone costiere fino alla penisola iberica.
Non ci fu un blocco totale dei contatti. La parete divisoria tra la Cristianità dell’Occidente avviato a trasformarsi nella nostra moderna Europa e l’Oriente sempre più profondamente islamizzato restò a lungo permeabile, in entrambi i sensi. Ma l’indebolirsi della spinta verso est provocò anche il progressivo emergere di un flusso opposto di pellegrinaggio verso l’estremità del mondo cristiano che stava agli antipodi rispetto a Gerusalemme: verso la tomba di san Giacomo sul bordo più esterno della Galizia spagnola, a Compostela. E qui il fiume del pellegrinaggio cristiano si intrecciò al desiderio di rinsaldare un’identità nutrita dalla tradizione della fede cristiana, alimentò anche un senso di distinzione e di riaffermazione della propria cultura minacciata, contribuendo a generare il movimento della riconquista cristiana della penisola iberica, incoraggiando uno spirito di rivincita vigorosa che dagli stati dell’Europa amalgamata dai carolingi e avviata verso il suo decollo medievale si travasò anche sull’antico polo di attrazione del pellegrinaggio cristiano. Fu alimentato il sogno di una riconquista anche della Terra Santa d’Oriente, e in questo sogno si inserirono, a ondate successive, i movimenti delle crociate. Le si può vedere come l’estremizzazione, resa aggressiva e dominatrice, di una volontà di recupero e di ri-cristianizzazione di ciò che non si tollerava di aver perso forse per sempre.
Ma il progetto delle crociate si risolse in una serie ripetuta di fallimenti. La logica della storia si riprese la sua sonora rivincita. Il cordone spezzato non fu più ricucito e in questa frattura resa definitiva si poté inserire il trionfo, a partire dalla fine del Medioevo, di un terzo grande polo unitario di gravitazione del pellegrinaggio cristiano: il polo di Roma, proprio al centro della grande mappa sacra dell’Occidente, tesa verso i suoi due estremi contrapposti, l’antico Oriente e il nuovo confine dell’ovest proiettato verso lo schermo liquido degli oceani, quei mari esterni che chiudevano il Vecchio Mondo nella sua roccaforte del mare interno, il Mediterraneo, posto come cerniera tra le terre del Nord e quelle del Sud, in larghissima parte ormai non più cristiane.
Le vie di pellegrinaggio divennero sempre più le nervature attraverso cui si tesseva l’unità del corpo generale del mondo cristiano dell’Europa, che spingeva da un luogo all’altro le diverse identità dei tipi umani che costituivano la trama del suo pluralismo sinfonico, facendole incontrare e contribuendo a rimescolarle, mettendole in relazione tra loro ma senza costringerle ad annebbiare o a ridimensionare la loro diversità costitutiva. Si camminava insieme, verso le stesse mete, ma come tante realtà diverse unite le une alle altre nel dialogo delle parti abbracciate dalla coesione superiore del tutto che le ricomprendeva nel suo mantello accogliente. Dentro questo universo tenuto insieme dalle fibre dei viaggi, dei movimenti e dei contatti degli uomini si andò progressivamente consolidando, fino alle fratture religiose della prima età moderna (Riforma e Controriforma, in lotta l’una contro l’altra), il primato del centro di coesione della potestà del pontefice romano, che rafforzò l’attrazione esercitata dal suo tesoro di reliquie e prima di tutto dalle sepolture dei due apostoli sommi, Pietro e Paolo, generando dal solco della sua autorità il diritto di gestione della giustizia più alta sulle colpe degli uomini e l’elargizione della misericordia divina che raggiungeva la sua evidenza più clamorosa nel perdono straordinario dei Giubilei.
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Ecco perché anche Umberto Eco ha dovuto riconoscere la bellezza del Medioevo
di Laura Cioni
Tratto da Il Sussidiario.net il 20 gennaio 2010
Umberto Eco inizia i suoi studi occupandosi dell’estetica di san Tommaso.
Trent’anni dopo, nel 1987 pubblica Arte e bellezza nell’estetica medievale, in cui passa in rassegna il pensiero sul bello di quei secoli che restano nell’opinione comune secoli bui, nonostante la rivalutazione di tanti studiosi e la possibilità data a chiunque di apprezzare ciò che hanno donato all’umanità nella letteratura e nell’arte. Appare un po’ contraddittorio che chi ha potuto accostare e leggere con tanta perizia testi così pieni di sapienza abbia nel frattempo scritto Il nome della rosa. Ma è solo un inciso.
Il pregio del saggio sul bello nel Medioevo sta nella quantità di fonti volte a documentare la sensibilità estetica medievale dal suo interno, cogliendone la diversità da quella dei moderni. Solo la conoscenza superficiale dei testi e la conseguente incomprensione della mentalità medievale portano a ritenere il medioevo un’epoca di negazione moralistica del bello sensibile.
Accanto all’amore per il deposito della tradizione classica, biblica e patristica, accanto alla meraviglia per la natura avvertita come riflesso della trascendenza, è viva anche una fresca attenzione nei confronti della realtà sensibile. Appare così negli scritti di Isidoro di Siviglia, dei maestri della scuola di Chartres, di san Bernardo, di san Tommaso, di san Bonaventura un mondo non libresco, non solo fatto di concetti astratti, ma attento a esperienze concrete; il campo dell’interresse estetico di questi maestri è più dilatato di quello dei moderni intellettuali, perché la loro attenzione per le cose è stimolata dalla coscienza della bellezza come dato metafisico.
Accanto a questo pensiero alto, esiste anche il gusto dell’uomo comune, dell’artigiano e dell’amatore delle arti, vigorosamente volto alla percezione dei sensi. Ciò spiega il gusto del colore, della lucentezza, della ruvidezza della pietra, del cesello, dell’ornato, dei tessuti, dell’armonia dei suoni presente nella vita quotidiana e reso imponente dalla costruzione delle grandi cattedrali che, secondo l’espressione di Rodolfo il Glabro, dopo il mille rivestono l’Europa di un bianco mantello. Anzi, sono proprio coloro che si interrogano sulla finalità della natura e dell’arte a essere attratti di più dalla loro bellezza e su questo fascino si fonda il dramma della disciplina ascetica. Il libro permette al lettore di farsi un’idea complessiva delle varie forme di sensibilità al bello che le fonti documentano, fino alla definizione di san Tommaso, per il quale il bello riguarda la facoltà conoscitiva. L’estetica dunque è un atto di giudizio, non un puro sentimento o, peggio ancora, una pura emozione. Nel suo pensiero tre sono le caratteristiche del bello: accanto alla perfezione e all’armonia che riprende dalla tradizione classica, la claritas, lo splendore, che non scende dall’alto, come per i neoplatonici, ma sale dal basso, dalle cose stesse. Sono anche particolari ricchi di implicazioni come quello citato che rafforzano l’impressione non fuggevole del medioevo come grande stagione di civiltà consapevole e creativa.
E grazie ai Normanni il Sud d’Italia rimase cristiano
leggere, rileggere di Cesare Cavalleri
Tratto da Avvenire del 6 gennaio 2010
La storiografia corrente, influenzata dalle tesi di Michele Amari (1806-1889), grande arabista, ma positivista e laicista, mazziniano e garibaldino, ministro dell’istruzione nel governo Farini, tende a considerare la conquista normanna della Sicilia come una sorta di inevitabile e dimenticabile snodo tra la precedente cultura araba siciliana, tutta dedita all’arte e alla tolleranza, e il successivo regno di Federico II, illuminista ante litteram.
In realtà, soprattutto per i cristiani, la vita era tutt’altro che facile sotto i saraceni. I cristiani, pagando una tassa, accedevano alla condizione di dhimmi, cittadini di seconda scelta che, secondo il «Patto di Omar», non potevano costruire chiese o monasteri né riparare gli edifici in rovina, non potevano montare a cavallo con sella, né portare armi, professare in pubblico la propria religione e così via. Non deve sorprendere che, in tali condizioni, molti cristiani si convertissero all’islàm, al punto che papa Urbano II (1088- 1099) poteva scrivere: «... dopoché in Sicilia erasi pressoché estinto il culto cattolico, Iddio, la cui saggezza e potenza muta i tempi e i regni, aveavi mandato Ruggieri, prode guerriero, il quale aveala finalmente liberata dalla servitù dei gentili». Anche papa Pasquale II (1099-1018) si espresse in termini analoghi.
Desumo queste informazioni dal nuovo saggio di Pasquale Hamel, appassionato studioso di storia siciliana, L’invenzione del regno (Nuova Ipsa Editore, Palermo, pp. 200, euro 14), che riconosce ai normanni il merito non piccolo di aver ricondotto la Sicilia in seno alla cattolicità.
Erano predoni e mercenari i normanni cattolici che si istallarono nel meridione d’Italia, e i fratelli Roberto e Ruggero d’Altavilla diedero lustro alla dinastia. Roberto il Guiscardo (1025- 1085) si occupò soprattutto di conquistare la Puglie e la Calabria, e verrà nominato Duca da papa Nicolò I nel 1059. Il più giovane Ruggero (1031- 1101), dopo alcuni contrasti col fratello, accettò di esserne vassallo, e si occupò soprattutto della Sicilia.
Il primo sbarco di Ruggero a Messina, nel 1060, avvenne con soli sessanta cavalieri: insomma, una scorreria. Il secondo sbarco ebbe luogo con centosessanta compagni, ma fu l’alleanza con l’emiro di Siracusa- Catania, ibn atThumma, a convincere i fratelli Altavilla a marciare su Palermo, approfittando della divisioni fra gli emiri arabi. Palermo fu conquistata nel 1072, ed è notevole che gli Altavilla condividessero le gesta con le rispettive mogli, amazzoni e guerriere: Sichelgaita, principessa longobarda consorte di Roberto, e Giuditta d’Evreux, giovane moglie di Ruggero.
Sarà poi Ruggero II, il figlio che Ruggero I ebbe da Adelaide di Monferrato, a unificare i territori siciliani e a diventare il primo Re di Sicilia, titolo assegnatogli dall’antipapa Anacleto e poi confermato dal papa Innocenzo II. È Ruggero II il grande personaggio dell’epoca, abile diplomatico e tendenzialmente pacifico (per quanto consentito dai tempi), tollerante e promotore delle arti, come testimonia la Cappella Palatina da lui fatta costruire, in cui il gotico, la navata latina, i mosaici bizantini e l’arte araba del soffitto, si armonizzano in una sintesi mirabile.
I prolifici signori d’Altavilla ebbero una prevalenza di figlie femmine, e infatti la dinastia si concluse con Costanza (1154- 1198) figlia che Ruggero II (dopo due vedovanze) ebbe da Beatrice di Rethul. Andata sposa a Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa, Costanza generò Federico II, Stupor mundi. Ma questa è un’altra storia, di cui l’avvincente saggio di Pasquale Hamel, documentato e leggibile come un racconto d’avventure, costituisce l’intelligente antefatto.
Più recentemente altri autori gli hanno consacrato saggi brillanti, talvolta nati da un'intuizione illuminante - penso a Francesco e l'infinitamente piccolo di Christian Bobin - oppure incentrati sullo studio del contesto sociale e culturale, come il Francesco d'Assisi di Jacques Le Goff, senza avere l'ambizione di offrire una nuova visione d'insieme della sua esistenza e del suo messaggio.
Il volume raccoglie complessivamente 1.128 voci per complessive 982 pagine, al termine delle quali sono stati aggiunti: un elenco dei gran maestri dei principali ordini militari (Alcántara, Avis, Calatrava, Cristo, Ospedale, Montesa, Santiago-Spagna, Santiago-Portogallo, Tempio e Teutonici); e accurati indici dei nomi di persona, dei nomi di luogo nonché un indice delle mappe distribuite nel volume per illustrare la presenza dei vari ordini nelle diverse regioni europee.
Un altro concetto chiave - quello di christianitas - si impone nel corso del Duecento, grazie proprio a Innocenzo III secondo cui il Papa è caput et fundamentum totius christianitatis, ossia "necessità e utilità di tutto il popolo cristiano". La fusione tra Ecclesia e christianitas appare nettamente nella lettera di convocazione del quarto concilio Lateranense (1215) che rinvia a una christianitas a un tempo ecclesiale e politica. Come nei concili dell'antichità cristiana, per la prima volta nel medioevo, un Papa invitò a prendere parte a un'assemblea conciliare non soltanto l'episcopato, ma anche gli abati e i priori dei monasteri, delle collegiali e degli ordini cavallereschi, oltre che i principi laici; insomma tutti i rappresentanti della christianitas, intesa nel senso più ampio di "società cristiana".
Tre brevi testi di monaci come cenni di tutta una tradizione cristologica monastica medievale dove la figura di Cristo è termine di penetrante contemplazione, di vivo amore, di intelletto acceso dall'affetto.