DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Il monachesimo: una via per unire i popoli dell'Europa?

di Paolo Tanduo

MILANO, lunedì, 19 aprile 2010 (ZENIT.org).- Il 18 marzo scorso si è svolto a Milano l'incontro con il vicedirettore del TG5 Andrea Pamparana organizzato dal centro Culturale cattolico san benedetto (www.cccsanbenedetto.it) insieme al Comitato Soci Coop Baggio. A partire dalla sua trilogia (Benedetto – Bernardo – Abelardo) sul monachesimo abbiamo discusso del tema “Il monachesimo: una via per unire i popoli dell'Europa?”.

Mai come oggi l’Occidente ha bisogno di monaci, di veri benedettini, di veri cistercensi e perché no di veri certosini anche se ci paiono anacronistici perché non si occupano di sociale, ha iniziato cosi il suo intervento Andrea Pamaparana. San Benedetto ha giocato un ruolo fondamentale nella storia dell’Occidente, dell’Europa. Non fu solo un gigante della Fede, il fondatore del monachesimo occidentale, ma anche l’iniziatore di un colossale progetto culturale.

Sotto la sua Regola, migliaia di monaci sparsi per l’Europa salvarono l’economia e i libri, il sapere degli antichi, la filosofia di Platone e Aristotele. Essi preservarono gli elementi fondamentali della civiltà greco-romana. Da uomini colti seppero poi trasfondere nel fiume della cultura antica anche le forze nuove di una comprensione biblico-cristiana dell’essenza umana. I monaci raccolgono quella eredità, la arricchiscono e la diffondono. Questa fusione tra Gerusalemme, Atene e Roma è l’atto culturale costitutivo di ciò che noi chiamiamo Europa.

Oggi c’è una rinnovata sete di Dio e di autenticità. Io chiedo ai miei amici della Chiesa, ha detto Pamparana, di parlarmi di Dio perché Dio è un mistero. C’è tanta gente che si interroga sulla morte, sulla vita, sulla scienza e su Dio. Pamparana ha raccontato alcuni episodi della sua vita legati a Giovanni Paolo II e di come abbia rappresentato, con la sua testimonianza in particolare nel momento della sofferenza dovuta alla malattia, qualcosa di straordinario che rimarrà nella storia non solo dei cristiani.

Come Giovanni Paolo II anche Benedetto, Bernardo, Abelardo rappresentano qualcosa che vale non solo per i cristiani o per chi crede in un Dio ma per l’uomo, per la persona, per la collettività, sono patrimonio di tutti. L'articolo 1 della costituzione della regola benedettina è “Ascolta o figlio le parole del Maestro”. Questa regola è fondamentale in una società come la nostra dove la parola ascoltare è desueta. L’atteggiamento di san Benedetto è qualcosa di profondamente legato alla concezione che aveva della sua missione. Benedetto non pensava: “adesso salvo il mondo occidentale in un periodo di ferocia inaudita”.

I monaci benedettini hanno fatto la riforma di tutto il sistema agrario, la bonifica dei campi, rilanciato l’economia europea, il loro contributo spaziò in tutti i campi. Basti ricordare che fu un monaco a inventare la notazione della musica col pentagramma nel monastero di Pomposa. Questa loro attività non era finalizzata però a salvare l’umanità.

Benedetto voleva solo cercare e servire Dio come ricordato da Benedetto XVI nel suo discorso al collegio dei bernardini a Parigi nel 2008: “a causa della ricerca di Dio, diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua. Poiché la ricerca di Dio esigeva la cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie verso la parola. Da questa esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarLo con le parole donate da Lui stesso è nata la grande musica occidentale”.

Benedetto spiega ai suoi monaci che è con Gesù che la storia cambia. Il concetto che abbiamo di democrazia nasce da Atene ma non era per tutti, non era di massa, era solo per pochi perché nel mondo antico c’erano gli uomini, che non lavoravano, e c’erano gli schiavi. Gesù è la novità a partire dalla quale gli uomini sono tutti uguali.

Sarà Benedetto a portare a compimento ciò. Benedetto ci dimostra oggi che l’uomo per stare in piedi e rimanervi ha bisogno di due dimensioni: l’ora et labora, l’azione e la contemplazione. E’ dalla Regola che si espande quel sentimento e quel desiderio di servire Dio che diventa il legame fondamentale con la cultura occidentale e con la riscoperta della cultura greca così che oggi “Non possiamo non dirci cristiani”, perché riconosciamo in Atene e Gerusalemme e Roma quella triangolazione che fa parte della nostra cultura e di quelli che pensano che non sia così.

Benedetto, scrive Pamparana nel suo libro, indicava ai suoi discepoli le due strade del monachesimo: la prima strada che guarda verso l’interno dell’uomo, essere monaco ovvero raccogliere in sè tutte le facoltà in un’attenzione e un’obbedienza esclusiva a Dio; l’altra, essere monaco verso il prossimo.

Bernardo avrebbe voluto fare il monaco chiuso nel chiostro a pregare ma poche persone hanno percorso tanti chilometri come lui. I Papi avevano sempre bisogno di Bernardo per risolvere problemi anche di natura politica, le sue lettere sono capolavori di strategia politica. Quando Bernardo venne a Roma, Papa Innocenzo, che era un monaco, si alzò per andargli incontro, quasi a volersi lui inchinare, i cardinali nella sala rimasero turbati, come era possibile: il Papa va verso Bernardo e non il contrario.

Viene alla mente l’immagine di Giovanni Paolo II che diventato Papa riceve i cardinali per il saluto e quando arriva il momento del cardinale Wyszyński gli impedisce di inginocchiarsi, perché lo considerava come un padre a cui lui avrebbe dovuto rendere omaggio. Lo stesso accadde tra Papa Innocenzo e Bernardo. Bernardo era un gigante, avrebbe potuto essere Papa, re, imperatore, ha detto Pamparana. Era talmente stimato che il re di Francia lo chiamò per amministrare le sue terre.

Bernardo viene a Milano reduce da un viaggio in Germania dove era andato per sedare e rimproverare duramente un monaco che aveva accusato gli ebrei di deicidio scatenando un vero e proprio pogrom. Bernardo considerava gli ebrei come fratelli maggiori e per questo viene da loro stimato. A Milano arriva forte di questa popolarità conquistata anche in Germania e i milanesi gli chiedono di diventare cardinale-arcivescovo. Ma a Bernardo non interessava, lui aveva solo fretta di tornare al suo monastero e accudire i suoi monaci, perchè per la maggior parte del suo tempo predicava ai monaci.

I suoi sermoni importantissimi, in particolare i commenti al Cantico dei cantici, vennero raccolti dai suoi monaci, come le sue numerose epistole il cui metodo di catalogazione viene ancora oggi studiato dai sistemisti. I milanesi regalarono a Bernardo un candelabro, capolavoro orafo ancora oggi conservato nel Duomo di Milano, per convincerlo, ma lui rifiutò.

Sì, il chiostro e la strada, mai titolo fu più adatto per narrare la storia di Bernardo. Una storia dove, appunto, il mistero della vita nel chiostro non conduce all’oblio circa gli affanni dell’esistenza, le contraddizioni della storia, ma al contrario ti ci tuffa dentro.

In occasione della morte di Gerardo, il suo fratello più caro, gli altri monaci lo vedono piangere e si chiedono: ma come ci hai sempre insegnato che la morte è la liberazione che ci consente di andare a Dio ed ora piangi? Rimangono sconvolti. Bernardo risponde in modo geniale, Bernardo è un uomo e soffre per la morte del suo amico, ma come fa a risolvere il problema educativo nei confronti dei monaci, “io piango di gioia, di invidia, beato te che finalmente sei col Padre nostro”. Bernardo nasconde una cosa che è meravigliosa la debolezza degli uomini.

Da un siffatto chiostro sei inesorabilmente trascinato sulle strade. Il silenzio del Monastero si popola delle grida di angoscia, della domanda di senso dell’uomo della strada. E capisci, non con dotte argomentazioni, bensì mediante la testimonianza della vita di Bernardo e dei suoi compagni, che l’Europa ha queste radici. Ha radici nutrite alla linfa di grandi valori, grandi ideali, che affondano nel terreno fecondo della rivelazione ebraico-cristiana.

In Bernardo emerge la vivacità intelligente ed operosa della cultura religiosa medioevale. Una cultura dove fede e vita s’intrecciano, dove il santo era uomo più capace di umanità, più acuto nel guardare al mondo e ai problemi della società.

Il movimento benedettino cresce e diventa importantissimo anche sul piano economico e politico come mostra il monastero di Cluny. I benedettini diventano potenti. Questa ricchezza infastidisce e provoca sconcerto nei giovani che cercavano l’essenzialità della regola benedettina. Nasce la riforma Cistercense. Bernardo si unisce a loro, viene fatta la carta della carità, primo esempio di carta costituzionale di unità europea.

Si costituisce una rete tra i monasteri, i monaci non erano francesi, tedeschi, spagnoli, ma solo monaci. Ma come facevano a comunicare? Semplice avevano il latino. Bernardo insieme ai suoi confratelli comincia a costruire monasteri in tutta Europa. Anche i cistercensi cominciano ad accumulare grandi ricchezze. Col rischio di perdere di vista il vero messaggio cristiano che ha al centro la persona.

In questo periodo il movimento benedettino e quello cistercense incontrano il movimento francescano che richiama alla povertà e alla vicinanza ai poveri. Nascono nel movimento del monachesimo i Banchi di santo spirito e i Monti di pietà, cioè la possibilità di aiutare il bisognoso, di dare al piccolo imprenditore ciò di cui ha bisogno: nasce l’economia moderna.

Oggi la nostra cultura vuole negare le sue origini, con conseguenze devastanti. L’altro è profondamente convinto delle sue origini e disprezza che io non apprezzi le mie. La nostra cultura ha radici profonde di uguaglianza tra tutti gli uomini, uguaglianza tra donne e uomini, di lavoro che nobilita l’uomo, di libertà. Pamaprana ha spiegato tutto ciò citando un episodio evangelico: Un giorno un gruppo di uomini condanna a morte una donna fedigrafa, se fosse stato il contrario l’uomo fedigrafo non sarebbe stato condannato. Ma arriva Gesù e dice “scagli la prima pietra chi è senza peccato”. Gesù ristabilisce l’uguaglianza tra tutti gli uomini e tra l’uomo e la donna. Ci insegna ad amare il nostro prossimo. Questi elementi non ci sono in altre culture. Sono presenti nella nostra.

Il carisma di Bernardo era tale che si racconta che le mogli per evitare che i loro mariti lo seguissero li chiudevano in casa quando passava.

La nostra cultura ha sicuramente tra i suoi protagonisti anche Abelardo che dice ai suoi giovani: “per credere, devi capire, devi conoscere, devi sapere”. Con Abelardo cambia la storia dell’educazione, cambia la storia dello studio, nasce l’università secondo la moderna concezione. L’influenza di Abelardo fu immensa.

La fine del XII secolo - incautamente definito come un’epoca oscura ma che rifulse invece di formidabile luce - gli deve il gusto del rigore tecnico e della straordinaria capacità di spiegare e farsi capire. Migliaia di giovani lasciavano le proprie case e da tutta Europa si riversavano, dopo lunghi e perigliosi viaggi, nelle scuole di Parigi e di Francia in cui il grande maestro insegnava. Come scrisse il grande filosofo francese Etienne Gilson: “Abelardo ha imposto uno standard intellettuale al di sotto del quale, ormai, non si accetterà più di ridiscendere”.

Spirito lucido e cuore generoso, uomo e maestro dominato dalla passione. Amò e fu riamato da una donna, Eloisa, la cui vicenda personale di intellettuale e poi di abbadessa si è intrecciata fino alla morte col suo antico maestro, poi sposo e quindi fratello nella Chiesa. Abelardo divenne monaco dopo l’incontro e la storia di passione con Eloisa.

L’incontro con l’altro grande uomo del suo tempo, Bernardo di Chiaravalle, alimentò secoli di leggende e maldicenze. Erano due giganti, si confrontarono e Bernardo sconfisse il maestro Palatino, ma rappresentarono le due facce di una stessa medaglia rilucente di luce, saggezza e santità. Bernardo aveva ragione come uomo di Chiesa ma Abelardo aveva ragione che per credere bisogna prima capire. Abelardo e Bernardo hanno consentito alla cultura europea di fare un salto enorme.

IL MONASTERO DI SANTA CATERINA






Il Monastero di Santa Caterina o Monastero della Trasfigurazione è un monastero del VI secolo situato ai piedi del monte Sinai in Egitto, alla foce di un canyon inaccessibile. Dedicato a Santa Caterina d'Alessandria, è il più antico monastero cristiano ancora esistente. Nel 2002 è stato dichiarato Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO per la sua architettura bizantina e perché luogo sacro per tre grandi religioni: cristianesimo, Islam ed ebraismo. Il monastero conserva inoltre una vasta collezione di manoscritti e icone antichissimi. In particolare possiede la più vasta biblioteca di testi antichi bizantini dopo quella della Città del Vaticano: la più grande e la meglio conservata oggi. In esso si trovano più di 3.500 volumi in greco, copto, arabo, armeno, ebraico, georgiano, siriaco e altre lingue. Tra questi figura la Bibbia più antica conservata, datata al VI secolo a.C.. Inoltre in esso si trovano opere d'arte uniche, tra cui mosaici, icone russe e greche, paramenti religiosi, calici e reliquiari.

Il Papa: lo Spirito, eterna giovinezza della Chiesa faccia sentire ad ognuno l’urgenza di offrire una testimonianza coerente e coraggiosa del Vangelo

Udienza generale del 13 gennaio 2010


Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman. Questi due grandi santi ebbero la capacità di leggere con intelligenza “i segni dei tempi”, intuendo le sfide che doveva affrontare la Chiesa del loro tempo.
Questo stile personale e comunitario degli Ordini Mendicanti, unito alla totale adesione all’insegnamento della Chiesa e alla sua autorità, fu molto apprezzato dai Pontefici dell’epoca, come Innocenzo III e Onorio III, i quali offrirono il loro pieno sostegno a queste nuove esperienze ecclesiali, riconoscendo in esse la voce dello Spirito.



Cari fratelli e sorelle,

all'inizio del nuovo anno guardiamo alla storia del Cristianesimo, per vedere come si sviluppa una storia e come può essere rinnovata. In essa possiamo vedere che sono i santi, guidati dalla luce di Dio, gli autentici riformatori della vita della Chiesa e della società. Maestri con la parola e testimoni con l’esempio, essi sanno promuovere un rinnovamento ecclesiale stabile e profondo, perché essi stessi sono profondamente rinnovati, sono in contatto con la vera novità: la presenza di Dio nel mondo. Tale consolante realtà, che in ogni generazione cioè nascono santi e portano la creatività del rinnovamento, accompagna costantemente la storia della Chiesa in mezzo alle tristezze e agli aspetti negativi del suo cammino. Vediamo, infatti, secolo per secolo, nascere anche le forze della riforma e del rinnovamento, perché la novità di Dio è inesorabile e dà sempre nuova forza per andare avanti. Così accadde anche nel secolo tredicesimo, con la nascita e lo straordinario sviluppo degli Ordini Mendicanti: un modello di grande rinnovamento in una nuova epoca storica. Essi furono chiamati così per la loro caratteristica di “mendicare”, di ricorrere, cioè, umilmente al sostegno economico della gente per vivere il voto di povertà e svolgere la propria missione evangelizzatrice. Degli Ordini Mendicanti che sorsero in quel periodo, i più noti e i più importanti sono i Frati Minori e i Frati Predicatori, conosciuti come Francescani e Domenicani. Essi sono così chiamati dal nome dei loro Fondatori, rispettivamente Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman. Questi due grandi santi ebbero la capacità di leggere con intelligenza “i segni dei tempi”, intuendo le sfide che doveva affrontare la Chiesa del loro tempo.

Una prima sfida era rappresentata dall’espansione di vari gruppi e movimenti di fedeli che, sebbene ispirati da un legittimo desiderio di autentica vita cristiana, si ponevano spesso al di fuori della comunione ecclesiale. Erano in profonda opposizione alla Chiesa ricca e bella che si era sviluppata proprio con la fioritura del monachesimo. In recenti Catechesi mi sono soffermato sulla comunità monastica di Cluny, che aveva sempre più attirato giovani e quindi forze vitali, come pure beni e ricchezze. Si era così sviluppata, logicamente, in un primo momento, una Chiesa ricca di proprietà e anche immobile. Contro questa Chiesa si contrappose l'idea che Cristo venne in terra povero e che la vera Chiesa avrebbe dovuto essere proprio la Chiesa dei poveri; il desiderio di una vera autenticità cristiana si oppose così alla realtà della Chiesa empirica. Si tratta dei cosiddetti movimenti pauperistici del Medioevo. Essi contestavano aspramente il modo di vivere dei sacerdoti e dei monaci del tempo, accusati di aver tradito il Vangelo e di non praticare la povertà come i primi cristiani, e questi movimenti contrapposero al ministero dei Vescovi una propria “gerarchia parallela”. Inoltre, per giustificare le proprie scelte, diffusero dottrine incompatibili con la fede cattolica. Ad esempio, il movimento dei Catari o Albigesi ripropose antiche eresie, come la svalutazione e il disprezzo del mondo materiale – l’opposizione contro la ricchezza diventa velocemente opposizione contro la realtà materiale in quanto tale - la negazione della libera volontà, e poi il dualismo, l'esistenza di un secondo principio del male equiparato a Dio. Questi movimenti ebbero successo, specie in Francia e in Italia, non solo per la solida organizzazione, ma anche perché denunciavano un disordine reale nella Chiesa, causato dal comportamento poco esemplare di vari esponenti del clero.

I Francescani e i Domenicani, sulla scia dei loro Fondatori, mostrarono, invece, che era possibile vivere la povertà evangelica, la verità del Vangelo come tale, senza separarsi dalla Chiesa; mostrarono che la Chiesa rimane il vero, autentico luogo del Vangelo e della Scrittura. Anzi, Domenico e Francesco trassero proprio dall’intima comunione con la Chiesa e con il Papato la forza della loro testimonianza. Con una scelta del tutto originale nella storia della vita consacrata, i Membri di questi Ordini non solo rinunciavano al possesso di beni personali, come facevano i monaci sin dall’antichità, ma neppure volevano che fossero intestati alla comunità terreni e beni immobili. Intendevano così testimoniare una vita estremamente sobria, per essere solidali con i poveri e confidare solo nella Provvidenza, vivere ogni giorno della Provvidenza, della fiducia di mettersi nelle mani di Dio. Questo stile personale e comunitario degli Ordini Mendicanti, unito alla totale adesione all’insegnamento della Chiesa e alla sua autorità, fu molto apprezzato dai Pontefici dell’epoca, come Innocenzo III e Onorio III, i quali offrirono il loro pieno sostegno a queste nuove esperienze ecclesiali, riconoscendo in esse la voce dello Spirito. E i frutti non mancarono: i gruppi pauperistici che si erano separati dalla Chiesa rientrarono nella comunione ecclesiale o, lentamente, si ridimensionarono fino a scomparire. Anche oggi, pur vivendo in una società in cui spesso prevale l’“avere” sull’“essere”, si è molto sensibili agli esempi di povertà e di solidarietà, che i credenti offrono con scelte coraggiose. Anche oggi non mancano simili iniziative: i movimenti, che partono realmente dalla novità del Vangelo e lo vivono con radicalità nell’oggi, mettendosi nelle mani di Dio, per servire il prossimo. Il mondo, come ricordava Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi, ascolta volentieri i maestri, quando sono anche testimoni. È questa una lezione da non dimenticare mai nell’opera di diffusione del Vangelo: vivere per primi ciò che si annuncia, essere specchio della carità divina.

Francescani e Domenicani furono testimoni, ma anche maestri. Infatti, un’altra esigenza diffusa nella loro epoca era quella dell’istruzione religiosa. Non pochi fedeli laici, che abitavano nelle città in via di grande espansione, desideravano praticare una vita cristiana spiritualmente intensa. Cercavano dunque di approfondire la conoscenza della fede e di essere guidati nell’arduo, ma entusiasmante cammino della santità. Gli Ordini Mendicanti seppero felicemente venire incontro anche a questa necessità: l'annuncio del Vangelo nella semplicità e nella sua profondità e grandezza era uno scopo, forse lo scopo principale di questo movimento. Con grande zelo, infatti, si dedicarono alla predicazione. Erano molto numerosi i fedeli, spesso vere e proprie folle, che si radunavano per ascoltare i predicatori nelle chiese e nei luoghi all’aperto, pensiamo a sant'Antonio, per esempio. Venivano trattati argomenti vicini alla vita della gente, soprattutto la pratica delle virtù teologali e morali, con esempi concreti, facilmente comprensibili. Inoltre, si insegnavano forme per nutrire la vita di preghiera e la pietà. Ad esempio, i Francescani diffusero molto la devozione verso l’umanità di Cristo, con l’impegno di imitare il Signore. Non sorprende allora che fossero numerosi i fedeli, donne ed uomini, che sceglievano di farsi accompagnare nel cammino cristiano da frati Francescani e Domenicani, direttori spirituali e confessori ricercati e apprezzati. Nacquero, così, associazioni di fedeli laici che si ispiravano alla spiritualità di san Francesco e di san Domenico, adattata al loro stato di vita. Si tratta del Terzo Ordine, sia francescano che domenicano. In altri termini, la proposta di una “santità laicale” conquistò molte persone. Come ha ricordato il Concilio Ecumenico Vaticano II, la chiamata alla santità non è riservata ad alcuni, ma è universale (cfr Lumen gentium, 40). In tutti gli stati di vita, secondo le esigenze di ciascuno di essi, si trova la possibilità di vivere il Vangelo. Anche oggi ogni cristiano deve tendere alla “misura alta della vita cristiana”, a qualunque stato di vita appartenga!

L’importanza degli Ordini Mendicanti crebbe così tanto nel Medioevo che Istituzioni laicali, come le organizzazioni del lavoro, le antiche corporazioni e le stesse autorità civili, ricorrevano spesso alla consulenza spirituale dei Membri di tali Ordini per la stesura dei loro regolamenti e, a volte, per la soluzione di contrasti interni ed esterni. I Francescani e i Domenicani diventarono gli animatori spirituali della città medievale. Con grande intuito, essi misero in atto una strategia pastorale adatta alle trasformazioni della società. Poiché molte persone si spostavano dalle campagne nelle città, essi collocarono i loro conventi non più in zone rurali, ma urbane. Inoltre, per svolgere la loro attività a beneficio delle anime, era necessario spostarsi secondo le esigenze pastorali. Con un’altra scelta del tutto innovativa, gli Ordini mendicanti abbandonarono il principio di stabilità, classico del monachesimo antico, per scegliere un altro modo. Minori e Predicatori viaggiavano da un luogo all’altro, con fervore missionario. Di conseguenza, si diedero un’organizzazione diversa rispetto a quella della maggior parte degli Ordini monastici. Al posto della tradizionale autonomia di cui godeva ogni monastero, essi riservarono maggiore importanza all’Ordine in quanto tale e al Superiore Generale, come pure alla struttura delle provincie. Così i Mendicanti erano maggiormente disponibili per le esigenze della Chiesa Universale. Questa flessibilità rese possibile l’invio dei frati più adatti per lo svolgimento di specifiche missioni e gli Ordini Mendicanti raggiunsero l’Africa settentrionale, il Medio Oriente, il Nord Europa. Con questa flessibilità il dinamismo missionario venne rinnovato.
Un’altra grande sfida era rappresentata dalle trasformazioni culturali in atto in quel periodo. Nuove questioni rendevano vivace la discussione nelle università, che sono nate alla fine del XII secolo. Minori e Predicatori non esitarono ad assumere anche questo impegno e, come studenti e professori, entrarono nelle università più famose del tempo, eressero centri di studi, produssero testi di grande valore, diedero vita a vere e proprie scuole di pensiero, furono protagonisti della teologia scolastica nel suo periodo migliore, incisero significativamente nello sviluppo del pensiero. I più grandi pensatori, san Tommaso d'Aquino e san Bonaventura, erano mendicanti, operando proprio con questo dinamismo della nuova evangelizzazione, che ha rinnovato anche il coraggio del pensiero, del dialogo tra ragione e fede. Anche oggi c’è una “carità della e nella verità”, una “carità intellettuale” da esercitare, per illuminare le intelligenze e coniugare la fede con la cultura. L’impegno profuso dai Francescani e dai Domenicani nelle università medievali è un invito, cari fedeli, a rendersi presenti nei luoghi di elaborazione del sapere, per proporre, con rispetto e convinzione, la luce del Vangelo sulle questioni fondamentali che interessano l’uomo, la sua dignità, il suo destino eterno. Pensando al ruolo dei Francescani e Domenicani nel Medioevo, al rinnovamento spirituale che suscitarono, al soffio di vita nuova che comunicarono nel mondo, un monaco disse: “In quel tempo il mondo invecchiava. Due Ordini sorsero nella Chiesa, di cui rinnovarono la giovinezza come quella di un’aquila” (Burchard d’Ursperg, Chronicon).

Cari fratelli e sorelle, invochiamo proprio all'inizio di quest'anno lo Spirito Santo, eterna giovinezza della Chiesa: egli faccia sentire ad ognuno l’urgenza di offrire una testimonianza coerente e coraggiosa del Vangelo, affinché non manchino mai santi, che facciano risplendere la Chiesa come sposa sempre pura e bella, senza macchia e senza ruga, capace di attrarre irresistibilmente il mondo verso Cristo, verso la sua salvezza.

Per San Benedetto la prima "Regola" era la virtù dell'amicizia

martedì 5 gennaio 2010

Il tema dell’amicizia non è trattato in modo sistematico né nella Regola né nella Vita di san Benedetto scritta da Gregorio Magno, ma le due opere sono impregnate di amicizia, intesa come aiuto e compagnia offerta all’uomo per il compimento di sé in questo mondo e per la felicità eterna. Gregorio Magno racconta che san Benedetto «desiderando di piacere solo a Dio abitò con se stesso, perché, sempre vigilante alla custodia di se stesso, sentendosi sempre sotto lo sguardo del Creatore, sempre scrutandosi, non divagò fuor di se stesso l’occhio della sua anima».

Egli intende dire che la condizione dell’amicizia è la capacità di stare con se stessi. Il primo modo in cui si manifesta l’amicizia è la conversazione. A questo proposito san Gregorio narra l’ultimo incontro di Benedetto con la sorella Scolastica, nel quale avevano «passato l’intera giornata lodando Dio e in santi colloqui». Venuta la sera, Benedetto doveva tornare al suo monastero, ma la preghiera di Scolastica, desiderosa di stare ancora in compagnia di suo fratello, ottenne che si scatenasse una grande tempesta, impedendo così a chiunque di muoversi: così, al di là di ogni regola, «passarono tutta la notte vegliando, saziandosi di sacri colloqui col ridire l’uno all’altro le cose della vita spirituale».

Benedetto «si trovò di fronte a un miracolo ottenuto dall’affetto di una donna in virtù dell’onnipotenza di Dio, poiché, secondo la parola di Giovanni, “Dio è amore”, per giustissimo giudizio poté di più colei che amava di più». L’amicizia di san Benedetto per i suoi monaci si rivela nell’attenzione concreta alla loro situazione. San Gregorio racconta di un Goto entrato in monastero, che aveva perso un utensile mentre liberava dai roveti un terreno. Era dispiaciuto e temeva la penitenza che gli sarebbe stata prescritta. San Benedetto miracolosamente gli restituì il ferro, dicendogli: «Tieni, lavora, e sii contento».

L’amicizia non esclude, là dove si renda necessaria, la correzione. Questo tema percorre tutta la Regola fin dal prologo, in cui san Benedetto afferma di aver scritto la sua opera, affinché il discepolo «possa per la fatica dell’obbedienza tornare a colui dal quale si era allontanato per l’inerzia della disobbedienza». Un esempio del modo con cui egli intendeva e praticava la correzione è narrato ancora da san Gregorio. Il re goto Totila, dopo aver cercato di ingannarlo, si inginocchiò a terra davanti a san Benedetto. Egli gli disse di alzarsi, «ma quegli non osava dinanzi a lui levarsi da terra. Allora Benedetto, servo del Signore Gesù Cristo, si degnò recarsi egli stesso vicino al re prostrato e lo sollevò da terra; poi lo riprese delle sue male azioni», tanto che egli se ne andò «e da allora fu meno crudele».

La virtù dell’amicizia porta con sé l’ammirazione per la santità dell’altro. Nella Regola san Benedetto chiede ai monaci di rendersi onore reciprocamente. Egli prescriva all’abate che non usi preferenze in monastero. Non ami l’uno più dell’altro, a meno che non l’abbia trovato migliore nelle buone opere e nell’obbedienza».

Laura Cioni

http://www.ilsussidiario.net/

L'Europa convertita dei monaci. Bella intervista a Jean Leclercq

Jean Leclercq, il benedettino libero nell'obbedienza

L'Europa convertita dei monaci


È in libreria il libro di Massimo Borghesi, Maestri e testimoni. Profili filosofico-teologici del '900 (Padova, Messaggero, 2009, pagine 124, euro 13,90), che raccoglie una serie di articoli su figure di filosofi e teologi del Novecento; il volume si chiude con interviste ad Hans-Georg Gadamer, Augusto Del Noce e Jean Leclercq (1911-1993), autore più volte ricordato da Benedetto XVI, che in particolare lo ha citato a Parigi durante l'incontro con il mondo della cultura al Collège de Bernardins. Dell'intervista a Leclercq - svoltasi a Roma il 27 febbraio 1986 e in quell'anno uscita sulla rivista "30giorni" - pubblichiamo un'ampia sintesi.

di Massimo Borghesi e Paolo Vian

Studioso universalmente noto del monachesimo medievale e benedettino egli stesso, Jean Leclercq è l'emblema dell'uomo che coniuga la passione per l'indagine scientifica con la passione per la vita. A lui si devono l'edizione degli Opera omnia di san Bernardo e testi sul monachesimo medievale divenuti fondamentali per chiunque si occupi della storia culturale o religiosa del medioevo, tra cui il suo capolavoro, L'amour des lettres et le désir de Dieu, pubblicato a Parigi nel 1957 e che ha conosciuto molteplici traduzioni. Egli ha voluto intraprendere un cammino del tutto diverso da quello della grande tradizione erudita benedettina incarnata nel Novecento da Germain Morin, Henri Quentin, André Wilmart. In fondo, tutta la vasta opera di Leclercq può essere letta come una testimonianza della sua gioia di essere monaco. E questa testimonianza egli ha voluto renderla spesso personalmente, viaggiando per l'Europa, l'America, l'Asia, e offrendo in tal modo una concezione dinamica della stabilitas benedettina.

Negli anni Trenta la cultura cattolica francese ha avuto una grande stagione con Gilson, Marcel, Maritain, e poi ancora, tra gli altri, Mounier, Claudel, Bernanos. Come ha vissuto questa rinascita culturale? Che peso hanno avuto nella sua formazione quei poeti, romanzieri, pensatori che creavano e riflettevano a partire dalla fede?

Nella situazione di disorientamento dell'Europa e della Francia tra le due guerre questi grandi spiriti - Claudel! Ho letto molto di lui, e non solo la sua opera poetica ma anche il Claudel filosofo-teologo - ci confermavano nella fede: questo forse è il loro più grande contributo. Esprimevano cose che noi tutti pensavamo, ma il loro genio, letterario, artistico, dava espressione a ciò che in noi era solo intuizione e presentimento. Questo ci confermava nella fede e ciò era motivo di gioia profonda, poiché sapere perché si crede è fonte di grande gioia. Così, oggi abbiamo bisogno di maestri i quali non si limitino a mettere in questione e a creare problemi ma ci confermino nella fede.

Come è maturata la sua vocazione religiosa e intellettuale?

Avevo quindici anni quando decisi di farmi monaco. Clandestinamente, all'insaputa dei miei genitori, feci il mio primo soggiorno presso l'abbazia di Clervaux, in Lussemburgo, ove poi entrai a diciassette anni. Dopo il noviziato e il servizio militare, mi recai a Roma dove studiai per quattro anni a Sant'Anselmo, passando a Parigi per la tesi di laurea in teologia.

Su quale argomento?

Il tema riguardava un trattato di teologia politica della fine del XIII secolo, intorno alla controversia tra Bonifacio VIII e il re di Francia Filippo il Bello. La Chiesa, l'indagine ecclesiologica, mi aveva sempre attratto. Così, pubblicai poi il trattato di Giovanni di Parigi sulla teoria del Papa e del re, nonché vari articoli di ecclesiologia.

E dopo la tesi?

Ho passato quattro anni come addetto al reparto manoscritti della Bibliothèque Nationale di Parigi e ho potuto studiare manoscritti di grande interesse, che via via pubblicavo. Si è così aperta una parentesi di cultura umanistica che non si è più richiusa. È stato viaggiando per le biblioteche di mezza Europa che ho avuto la possibilità, in Svizzera, di scoprire testi inediti di san Bernardo, di cui in seguito curai l'edizione delle opere. Il mio riferimento in questo peregrinare nello studio è sempre rimasta la comunità di Clervaux.

Ci sono nella sua biografia persone che lei considera come maestri?

Certo. Ho avuto buoni maestri. Vorrei ricordare innanzitutto il mio professore di dogmatica a Sant'Anselmo, il benedettino Anselm Stolz, un vero pioniere che nello studio sul trattato de Ecclesia spalancava orizzonti che troveranno conferma nel concilio. E poi all'École de Études Supérieures e all'Institut Catholique di Parigi: Charles Samaran, paleografo, Louis Halphen, medievalista, Jules Lebreton, storico della Chiesa; e ancora, il gesuita Yves de Montcheuil, ucciso dalla Gestapo durante la Resistenza. Tra tutti, un ricordo particolare è per Étienne Gilson, di cui seguii i corsi a Parigi e con il quale poi divenimmo amici.

Che corso teneva Gilson quando lei seguiva le sue lezioni?

L'argomento riguardava lo svolgimento dell'idea agostiniana di "città di Dio" nel corso dei secoli. Il tema, tornerà poi nel suo studio Les métamorphoses de la Cité de Dieu (1952).

Gilson ha avuto una qualche influenza sulla sua attività storiografica?

Sul piano personale fu Gilson che mi incitò, quando ero ancora incerto fra varie direzioni di ricerca, a dedicarmi alla cultura monastica. Sul piano storico devo a lui non tanto delle conoscenze particolari quanto il senso della persona umana che egli sapeva comunicare nel suo insegnamento e nei suoi studi. Tanti storici studiano i testi, identificano il chi, il quando e così via, ma una volta fatto questo non si chiedono chi sia l'uomo che sta dietro i fatti descritti, come viveva, cosa pensava. Gilson invece ogni volta che trattava di Abelardo, Bernardo, Dante, Tommaso, aveva di mira la persona. Da questo punto di vista egli ha contribuito a fare maturare il mio interesse per l'umano. Mi sono ripromesso, dalla mia giovinezza, di non essere mai un intellettuale, uno di questi eruditi che sanno tutto, ma non cogliere l'umanità dell'uomo. Devo a Gilson questo senso dell'umano, questo "umanesimo" nella ricerca.

Altre figure, oltre ai suoi diretti maestri, hanno rivestito importanza per lei?

Certo. Una è sicuramente stata Jacques Maritain, che ci aiutava a cogliere la direzione di marcia della Chiesa dentro i problemi del tempo. Così, fu per me essenziale il suo chiarimento a proposito della posizione di Roma al tempo della condanna dell'Action Française da parte di Pio XI. Ancora, importanti furono le sue prese di posizione al tempo della persecuzione nazista contro gli ebrei. Sul tema della persecuzione devo molto anche a un grande studioso espulso dalla Germania: Erik Peterson. Sul piano filosofico la corrente speculativa che ho avvertito più vicina è stata quella della philosophie de l'Esprit, con Marcel, Lavelle, e via dicendo. In particolare Gabriel Marcel: seguivo le sue conferenze e ho soggiornato con lui in Marocco. Ricordo, tra le sue opere, Être et avoir e Position et approches concrètes du mystère ontologique. Mi colpiva della sua riflessione il nesso tra persona e comunione: quello che fa la persona è la capacità di comunione. Ciò che è autentico non è quindi l'individualismo, che radicalizzato porta all'assurdo (Sartre), ma l'esigenza di essere in comunione, di essere comunione, di creare legami. Qui mi si è chiarita, sul piano teorico, l'importanza dell'amicizia. Io ho sempre avuto molti amici, ho sempre creduto molto nell'amicizia perché creare dei gruppi di amicizia, incontrarsi, cambia la vita. Tra i grandi amici, voglio qui nominare in particolare padre Congar e padre de Lubac.

E Thomas Merton?

È un'altra delle grandi amicizie che ho avuto. L'ho conosciuto già prima di andare in America, mediante corrispondenza. Era molto curioso, pur non essendo uno storico. Era una personalità molto equilibrata, allegra, niente del Merton drammatico come oggi è di moda pensare. Era un grande monaco.

Veniamo alla sua attività di storico. Nel 1957 uscivano contemporaneamente in Francia due libri: la sua opera fondamentale, L'amour des lettres et le désir de Dieu, e La théologie comme science au xiiie siècle di padre Marie-Dominique Chenu. Lei sottolineava il valore autonomo della teologia "monastica", contemplativa ed esperienziale, diversa da quella "scolastica", tendenzialmente formale e metodica, mentre il maestro domenicano insisteva sulla positività del metodo scolastico, nonché sulla fecondità della rivoluzione mendicante di fronte all'incapacità monastica di cogliere la nuova civiltà urbana, e non più feudale, che si veniva profilando. Le due versioni allora apparvero come alternative. Lo sono realmente?

Direi di no, direi piuttosto che sono complementari. Aggiungo che personalmente, come storico, diffido di un uso troppo spinto delle categorie sociologiche come criteri esplicativi. Quindi, il contrasto tra mondo rurale e mondo cittadino, feudale e comunale, è vero, ma non sufficiente a chiarire la differenza tra l'esperienza monastica e quella dei nuovi ordini mendicanti. Per averne una singolare controprova basti osservare come oggi siano più letti gli autori monastici, in primis san Bernardo, che quelli scolastici, le cui opere pure apparterrebbero a una civiltà urbana analoga alla nostra. Questo non toglie nulla all'ammirazione e alla stima che personalmente nutro per l'opera del più grande scolastico: Tommaso d'Aquino. Voglio dire - per questo parlo di complementarità - che nella vita della Chiesa non tutti possono fare tutto: a ognuno secondo il suo carisma. Così la vita monastica non ha per compito primario quello di evangelizzare le città; essa è una vita di preghiera e di dedizione totale a Cristo che, in quanto tale, ha la sua legittimità. Detto ciò, è chiaro come l'identità monastica non sia tutto nella Chiesa e come gli ordini mendicanti, specialmente i domenicani, abbiano svolto una nuova e preziosa forma di servizio.

La sua nozione di "complementarità" vale anche per il rapporto tra vita "attiva" e vita "contemplativa"?

L'Europa è stata convertita da monaci che facevano vita contemplativa. Uno di loro che più ha contribuito a questo fatto, Beda il Venerabile, non è mai uscito dal suo monastero. In effetti, il problema del rapporto tra contemplazione e azione non può mai avere una soluzione definitiva; il nodo può sciogliersi solo nella vita di ognuno. Occorre essere attivi nella contemplazione, nel senso che fine della preghiera non è l'autogodimento personale bensì, in termini cristiani, il suo situarsi dentro il mistero della comunione ecclesiale. Questo non è fuggire la storia, come oggi si ama dire.

La distinzione, in L'amour des lettres et le désir de Dieu, tra una teologia affettiva e una tendenzialmente razionalistica pare avere una realtà, sia pure in una forma nuova, anche nell'epoca moderna. Von Balthasar, nel saggio "Teologia e santità" contenuto in Verbum Caro, accenna a un dualismo moderno tra una teologia dogmatica separata dall'esperienza di fede, da una parte, e una nozione sentimentale della fede (la devotio moderna), dall'altra. Ora, questa distinzione corrisponde solo formalmente a quella medievale, poiché sia la teologia monastica che quella scolastica coniugano assieme, sia pure con accentuazioni diverse, esperienza e dogma. Non le sembra che il compito attuale della teologia stia proprio nel ricomporre assieme questi due momenti divisi nell'arco della modernità?

Innanzitutto mi rallegro della citazione di von Balthasar, che per me è anche un grande amico. Certo, credo pure io che la meta stia nell'incontro di questi due fattori. I più grandi teologi sono stati, insieme, acuti pensatori e uomini per i quali la fede era una reale esperienza di vita. Oggi l'opera di de Lubac, Congar, Balthasar porta la chiara impronta di questa sintesi. Io penso che la teologia debba condurre alla contemplazione, alla preghiera, all'ammirazione. Una teologia così concepita non è iniziata certo nel XII secolo, è ben presente in tutta la tradizione della Chiesa. Nel medioevo le grandi personalità sono al contempo metafisici e mistici, basti pensare a sant'Anselmo, san Bernardo, san Bonaventura, san Tommaso. È dopo Tommaso - secondo quanto pensava anche Gilson - che il rapporto si incrina e il pensiero perde il contatto con la verità dogmatica.

Lei attribuisce molta importanza al momento dell'"esperienza" nella fede. In L'amour des lettres et le désir de Dieu, a proposito di san Bernardo lei afferma che "la grande parola non è più quaeritur ma desideratur; non è più sciendum ma experiendum".

Sì, questo concetto fa parte in modo particolare della tradizione monastica. Non si può intendere la teologia di san Bernardo senza il riferimento a un'esperienza che la sottende. Nel primo dei Sermoni sul Cantico egli asserisce esplicitamente che un "Cantico di questo genere solo l'unzione lo insegna, e solo l'esperienza lo apprende. Quelli che non ne hanno l'esperienza, ardano dal desiderio, non tanto di conoscere, quanto di esperimentare". Il cristianesimo non è, in primo luogo, una teoria. Cristo è una realtà per cui tutto sta nella partecipazione alla sua vita.

Veniamo ora alla realtà del monachesimo oggi. Oltre al monachesimo cristiano, ve n'è anche uno non cristiano. Cosa pensa del dialogo tra le due forme e di certe espressioni di inculturazione da parte cattolica?

Soprattutto le grandi religioni dell'estremo Oriente - per la cui comprensione molto si deve agli studi di de Lubac - sono quasi tutte monastiche. Perciò l'incontro con esse, da parte cristiana, sarà in primo luogo l'incontro dei monachesimi. Ciò però non implica mettersi alla loro scuola, come se noi non avessimo una grande tradizione di fede e di preghiera. Per cui nel dialogo occorre evitare ogni rischio di sincretismo. Non possiamo mettere Cristo tra parentesi. No, Cristo bisogna proclamarlo. Questo, come vuole Giovanni Paolo II, è il punto fermo su cui non possiamo fare concessioni. Dunque dialoghiamo e confrontiamoci, ma conserviamo la nostra identità poiché loro hanno il diritto di sapere ciò in cui noi crediamo.

Avrà il monachesimo un futuro nella moderna società degli affari, dominata dall'ideale dell'homo faber?

Se il monachesimo è passato attraverso quindici secoli di crisi successive, perché dovrebbe finire? Ma soprattutto se esso esprime una forma reale di servizio dentro la Chiesa, un suo momento essenziale nella misura in cui mantiene presente nel mondo un aspetto di Cristo, la sua fine non coinciderebbe forse con un grave impoverimento della stessa Chiesa?

Un'ultima domanda: qual è, a suo giudizio, l'essenza della libertà benedettina?

La libertà benedettina è la libertà cristiana. Essa consiste primariamente in un consenso all'essere, a Dio, così come fa Cristo nel Getsemani. La vita monastica, improntata alla Regola di san Benedetto, è una scuola di vita in cui si è educati a essere liberi. Liberi dentro un'obbedienza. Questo è infatti il mistero della vita cristiana: più si obbedisce più si è liberi.


(©L'Osservatore Romano - 30 dicembre 2009)

Il segreto di Cluny

Terminavo l’editoriale di quindici giorni fa con alcune frasi in cui Charles Péguy spiegava che cosa sia una vera rivoluzione, cioè un movimento di uomini che costruiscono per il benessere di tutti e che quindi segnano una svolta nel cammino della storia.

Lo scrittore francese diceva che una rivoluzione autentica è «l’effetto ben ordinato di una lunga e invincibile pazienza» ed è fatta da «grandi uomini di grande vita interiore». Un esempio luminosissimo è l’abbazia di Cluny, della quale sono iniziati lo scorso mese di settembre le celebrazioni per i mille e cento anni di fondazione.

Era infatti il 910 quando Guglielmo il Pio, duca d’Aquitania, firmava la carta di donazione di un terreno perché vi sorgesse un monastero che vivesse in pienezza e libertà la regola di san Benedetto. In pienezza, cioè senza nessuna edulcorazione degli impegni ascetici, altrove poco rispettati. In libertà, cioè senza intromissioni dei poteri esterni, né quelli civili, né quelli ecclesiastici a volte succubi dei primi.

A questo scopo Guglielmo pose il nascente monastero dei santi Pietro e Paolo di Cluny direttamente alle dipendenze del Papa. A dirigere la nuova impresa il duca chiamò un monaco deciso e di provata esperienza: Bernone.

Nessuno poteva allora immaginare che la piccola fondazione monastica situata nel cuore della Borgogna sarebbe stata l’inizio di una rivoluzione. Ma è quel che avvenne. Lo stile di vita dei monaci raccolti intorno a Bernone suscitò in molti il desiderio di imitarli.

Sorsero nuovi priorati e antiche abbazia si affiliarono a Cluny assumendone lo stile di vita, fondato sulla priorità assoluta data alla preghiera comune, intesa come anticipo della gloriosa liturgia del cielo. Nel giro di pochi decenni Cluny si trovò a capo di una rete impressionante: circa duemila monasteri diffusi in tutta la cristianità e, secondo le stime meno azzardate, ventimila monaci.

Gli storici si sono chiesti quale fosse il motivo di un simile straordinario sviluppo. Le risposte sono state tante, ma quella che mi pare più convincente è quella offerta da Raymond Oursel nel suo splendido Il segreto di Cluny. Certo è stato decisivo che l’abbazia fosse slegata dal potere locale; è stata importante la saggia amministrazione di chi l’ha guidata e la forma della rete di monasteri legati ad un unico abate.

Ma il vero segreto di Cluny è stata la santità dei suoi abati. Sì, proprio la santità personale di uomini che hanno vissuto, coi differenti temperamenti e coi diversi doni loro dati dalla natura, l’ideale monastico ha reso possibile costruire un luogo dove regnava, per usare le parole di Oursel, «reciproca concordia, vicendevole aiuto, gioia quotidiana», che «sfociavano nell’indulgenza e nella compassione verso gli altri».

Il luogo di una civiltà autenticamente umana, di una rivoluzione compiuta. Vale proprio la pena di elencare i nomi di questi primi grandi abati di Cluny, che furono in gran parte canonizzati: Bernone, Odone, Aimardo, Maiolo, Odilone, Ugo, Pietro.

La chiesa di Cluny all’apice del suo splendore era la più grande di tutta la cristianità; sarebbe stata superata solo dalla rinascimentale basilica vaticana. Il turista che ci andasse oggi troverebbe però solo dei resti: un campanile e mozziconi di colonne. I fanatici di un’altra “rivoluzione”, quella “francese” del 1789, stabilirono che quell’imponente edificio doveva essere considerato come una cava di pietra e tutti potevano estrarne materiale per le proprie costruzioni.

Cluny moriva così. Ma era già morta da quando invece della santità era subentrato il calcolo politico, invece della preghiera l’amministrazione, al posto della concordia l’equilibrismo sociale. Anche la più autentica delle rivoluzioni può spegnersi. Ma non si spegne il messaggio e la ricchezza esemplare del suo originale sgorgare.


Pigi Colognesi

http://www.ilsussidiario.net

Il Papa: Grazie al “grande movimento monastico” di Cluny si formò “un’Europa dello Spirito”

Benedetto XVI e il contributo dell'Ordine di Cluny alla vita monastica


Catechesi per l'Udienza generale del mercoledì


CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 11 novembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI nell'incontrare i fedeli e i pellegrini nell'Aula Paolo VI per la tradizionale Udienza generale.

Nella sua catechesi, il Papa, continuando a parlare dello sviluppo della teologia nel XII secolo, si è soffermato sul contributo al rinnovamento della vita monastica dato dall’Ordine di Cluny.




* * *

Cari fratelli e sorelle,

questa mattina vorrei parlarvi di un movimento monastico che ebbe grande importanza nei secoli del Medioevo, e di cui ho già fatto cenno in precedenti catechesi. Si tratta dell’Ordine di Cluny, che, all’inizio del XII secolo, momento della sua massima espansione, contava quasi 1200 monasteri: una cifra veramente impressionante! A Cluny, proprio 1100 anni fa, nel 910, fu fondato un monastero posto sotto la guida dell’abate Bernone, in seguito alla donazione di Guglielmo il Pio, Duca di Aquitania. In quel momento il monachesimo occidentale, fiorito qualche secolo prima con san Benedetto, era molto decaduto per diverse cause: le instabili condizioni politiche e sociali dovute alle continue invasioni e devastazioni di popoli non integrati nel tessuto europeo, la povertà diffusa e soprattutto la dipendenza delle abbazie dai signori locali, che controllavano tutto ciò che apparteneva ai territori di loro competenza. In tale contesto, Cluny rappresentò l’anima di un profondo rinnovamento della vita monastica, per ricondurla alla sua ispirazione originaria.

A Cluny venne ripristinata l’osservanza della Regola di san Benedetto con alcuni adattamenti già introdotti da altri riformatori. Soprattutto si volle garantire il ruolo centrale che deve occupare la Liturgia nella vita cristiana. I monaci cluniacensi si dedicavano con amore e grande cura alla celebrazione delle Ore liturgiche, al canto dei Salmi, a processioni tanto devote quanto solenni e, soprattutto, alla celebrazione della Santa Messa. Promossero la musica sacra; vollero che l’architettura e l’arte contribuissero alla bellezza e alla solennità dei riti; arricchirono il calendario liturgico di celebrazioni speciali come, ad esempio, all’inizio di novembre, la Commemorazione dei fedeli defunti, che anche noi abbiamo da poco celebrato; incrementarono il culto della Vergine Maria. Fu riservata tanta importanza alla liturgia, perché i monaci di Cluny erano convinti che essa fosse partecipazione alla liturgia del Cielo. Ed i monaci si sentivano responsabili di intercedere presso l’altare di Dio per i vivi e per i defunti, dato che moltissimi fedeli chiedevano loro con insistenza di essere ricordati nella preghiera. Del resto, proprio con questo scopo Guglielmo il Pio aveva voluto la nascita dell’Abbazia di Cluny. Nell’antico documento, che ne attesta la fondazione, leggiamo: "Stabilisco con questo dono che a Cluny sia costruito un monastero di regolari in onore dei santi apostoli Pietro e Paolo, e che ivi si raccolgano monaci che vivono secondo la Regola di san Benedetto (…) che lì un venerabile asilo di preghiera con voti e suppliche sia frequentato, e si ricerchi e si brami con ogni desiderio e intimo ardore la vita celeste, e assiduamente orazioni, invocazioni e suppliche siano dirette al Signore". Per custodire ed alimentare questo clima di preghiera, la regola cluniancense accentuò l’importanza del silenzio, alla cui disciplina i monaci si sottoponevano volentieri, convinti che la purezza delle virtù, a cui aspiravano, richiedeva un intimo e costante raccoglimento. Non meraviglia che ben presto una fama di santità avvolse il monastero di Cluny, e che molte altre comunità monastiche decisero di seguire le sue consuetudini. Molti principi e Papi chiesero agli abati di Cluny di diffondere la loro riforma, sicché in poco tempo si estese una fitta rete di monasteri legati a Cluny o con veri e propri vincoli giuridici o con una sorta di affiliazione carismatica. Si andava così delineando un’Europa dello spirito nelle varie regioni della Francia, in Italia, in Spagna, in Germania, in Ungheria.

Il successo di Cluny fu assicurato anzitutto dalla spiritualità elevata che vi si coltivava, ma anche da alcune altre condizioni che ne favorirono lo sviluppo. A differenza di quanto era avvenuto fino ad allora, il monastero di Cluny e le comunità da esso dipendenti furono riconosciuti esenti dalla giurisdizione dei Vescovi locali e sottoposti direttamente a quella del Romano Pontefice. Ciò comportava un legame speciale con la sede di Pietro e, grazie proprio alla protezione e all’incoraggiamento dei Pontefici, gli ideali di purezza e di fedeltà, che la riforma cluniacense intendeva perseguire, poterono diffondersi rapidamente. Inoltre, gli abati venivano eletti senza alcuna ingerenza da parte delle autorità civili, diversamente da quello che avveniva in altri luoghi. Persone veramente degne si succedettero alla guida di Cluny e delle numerose comunità monastiche dipendenti: l’abate Oddone di Cluny, di cui ho parlato in una Catechesi di due mesi fa, e altre grandi personalità, come Emardo, Maiolo, Odilone e soprattutto Ugo il Grande, i quali svolsero il loro servizio per lunghi periodi, assicurando stabilità alla riforma intrapresa e alla sua diffusione. Oltre a Oddone, sono venerati come santi Maiolo, Odilone e Ugo.

La riforma cluniacense ebbe effetti positivi non solo nella purificazione e nel risveglio della vita monastica, bensì anche nella vita della Chiesa universale. Infatti, l’aspirazione alla perfezione evangelica rappresentò uno stimolo a combattere due gravi mali che affliggevano la Chiesa di quel periodo: la simonia, cioè l’acquisizione di cariche pastorali dietro compenso, e l’immoralità del clero secolare. Gli abati di Cluny con la loro autorevolezza spirituale, i monaci cluniacensi che divennero Vescovi, alcuni di loro persino Papi, furono protagonisti di tale imponente azione di rinnovamento spirituale. E i frutti non mancarono: il celibato dei sacerdoti tornò a essere stimato e vissuto, e nell’assunzione degli uffici ecclesiastici vennero introdotte procedure più trasparenti.

Significativi pure i benefici apportati alla società dai monasteri ispirati alla riforma cluniacense. In un’epoca in cui solo le istituzioni ecclesiastiche provvedevano agli indigenti fu praticata con impegno la carità. In tutte le case, l’elemosiniere era tenuto a ospitare i viandanti e i pellegrini bisognosi, i preti e i religiosi in viaggio, e soprattutto i poveri che venivano a chiedere cibo e tetto per qualche giorno. Non meno importanti furono altre due istituzioni, tipiche della civiltà medioevale, promosse da Cluny: le cosiddette "tregue di Dio" e la "pace di Dio". In un’epoca fortemente segnata dalla violenza e dallo spirito di vendetta, con le "tregue di Dio" venivano assicurati lunghi periodi di non belligeranza, in occasione di determinate feste religiose e di alcuni giorni della settimana. Con "la pace di Dio" si chiedeva, sotto la pena di una censura canonica, di rispettare le persone inermi e i luoghi sacri.

Nella coscienza dei popoli dell’Europa si incrementava così quel processo di lunga gestazione, che avrebbe portato a riconoscere, in modo sempre più chiaro, due elementi fondamentali per la costruzione della società, e cioè il valore della persona umana e il bene primario della pace. Inoltre, come accadeva per le altre fondazioni monastiche, i monasteri cluniacensi disponevano di ampie proprietà che, messe diligentemente a frutto, contribuirono allo sviluppo dell’economia. Accanto al lavoro manuale, non mancarono neppure alcune tipiche attività culturali del monachesimo medioevale come le scuole per i bambini, l’allestimento delle biblioteche, gli scriptoria per la trascrizione dei libri.

In tal modo, mille anni fa, quando era in pieno svolgimento il processo di formazione dell’identità europea, l’esperienza cluniacense, diffusa in vaste regioni del continente europeo, ha apportato il suo contributo importante e prezioso. Ha richiamato il primato dei beni dello spirito; ha tenuto desta la tensione verso le cose di Dio; ha ispirato e favorito iniziative e istituzioni per la promozione dei valori umani; ha educato ad uno spirito di pace. Cari fratelli e sorelle, preghiamo perché tutti coloro che hanno a cuore un autentico umanesimo e il futuro dell’Europa sappiano riscoprire, apprezzare e difendere il ricco patrimonio culturale e religioso di questi secoli.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i partecipanti al pellegrinaggio promosso dalla Famiglia dei Discepoli e delle Ancelle del Signore, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte del loro fondatore padre Giovanni Minozzi. Umile e tenace apostolo dell’amore di Dio tra i poveri delle regioni meridionali d’Italia, egli seppe rinnovare i cuori con la luce del Vangelo e la forza dell’Eucaristia, dalla quale attinse quell’ardore di carità che lo fece attento specialmente alle necessità dei giovani, divenendo per loro amico, fratello e padre. Cari amici, imitate l’esempio del Servo di Dio Giovanni Minozzi e siate anche voi, come lui, segni luminosi della presenza di Cristo tra i fratelli. Saluto con particolare affetto gli Ufficiale e gli allievi della Guardia di Finanza, provenienti dalla Caserma di Coppito (L’Aquila). Cari amici, la vostra sede è diventata il punto di riferimento della popolazione aquilana, così duramente provata. La medaglia più bella di cui il vostro reparto possa fregiarsi è quella della solidarietà, della quale in questi mesi la vostra struttura è stata protagonista e testimone. Ciò impegna anche voi a svolgere il vostro lavoro con autentico spirito di servizio.

Il mio saluto va, ora, ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Cari giovani, specialmente voi cari alunni della scuola "Santa Teresa del Bambino Gesù" di Santa Marinella, guardate l'esempio di san Martino, di cui oggi celebriamo la festa, per un impegno di generosa testimonianza evangelica. Voi, cari malati, come lui confidate nel Signore, che non ci abbandona nel momento della prova. E voi, cari sposi novelli, animati dalla fede che contraddistinse san Martino, sappiate rispettare e servire sempre la vita, che è dono di Dio.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]

La "tenace" adesione a Cristo


"Non è alimentato dallo Spirito di Cristo chi non sente le ferite del corpo di Cristo"

Riflessione di Benedetto XVI su Pietro il Venerabile, Abate di Cluny



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La basilica di Vezelay può dare un'idea della bellezza della liturgia cluniacense: al solstizio d'estate il sole crea un sentiero luminoso nella navata che porta dall'ingresso all'altare. (http://centroculturalelugano.blogspot.com)


CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI nell'incontrare i fedeli e i pellegrini in piazza San Pietro per la tradizionale Udienza generale.

Nel discorso in lingua italiana, il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui grandi Scrittori della Chiesa di Oriente e di Occidente del Medioevo, si è soffermato su Pietro il Venerabile (1094-1156).

* * *

Cari fratelli e sorelle,

la figura di Pietro il Venerabile, che vorrei presentare nell’odierna catechesi, ci riconduce alla celebre abbazia di Cluny, al suo «decoro» (decor) e al suo «nitore» (nitor) – per usare termini ricorrenti nei testi cluniacensi – decoro e splendore, che si ammirano soprattutto nella bellezza della liturgia, via privilegiata per giungere a Dio. Più ancora che questi aspetti, però, la personalità di Pietro richiama la santità dei grandi abati cluniacensi: a Cluny "non ci fu un solo abate che non sia stato un santo", affermava nel 1080 il Papa Gregorio VII. Tra questi si colloca Pietro il Venerabile, il quale raccoglie in sé un po’ tutte le virtù dei suoi predecessori, sebbene già con lui Cluny, di fronte agli Ordini nuovi come quello di Cîteaux, inizi a risentire qualche sintomo di crisi. Pietro è un esempio mirabile di asceta rigoroso con se stesso e comprensivo con gli altri. Nato attorno al 1094 nella regione francese dell’Alvernia, entrò bambino nel monastero di Sauxillanges, ove divenne monaco professo e poi priore. Nel 1122 fu eletto Abate di Cluny, e in tale carica rimase fino alla morte, avvenuta nel giorno di Natale del 1156, come egli aveva desiderato. "Amante della pace – scrive il suo biografo Rodolfo – ottenne la pace nella gloria di Dio il giorno della pace" (Vita, I,17; PL 189,28).

Quanti lo conobbero ne esaltarono la signorile mitezza, il sereno equilibrio, il dominio di sé, la rettitudine, la lealtà, la lucidità e la speciale attitudine a mediare. "È nella mia stessa natura – scriveva - di essere alquanto portato all’indulgenza; a ciò mi incita la mia abitudine a perdonare. Sono assuefatto a sopportare e a perdonare" (Ep. 192, in: The Letters of Peter the Venerable, Harvard University Press, 1967, p. 446). Diceva ancora: "Con quelli che odiano la pace vorremmo, possibilmente, sempre essere pacifici" (Ep. 100, l.c., p. 261). E scriveva di sé: "Non sono di quelli che non sono contenti della loro sorte, … il cui spirito è sempre nell’ansia o nel dubbio, e che si lamentano perché tutti gli altri si riposano e loro sono i soli a lavorare" (Ep. 182, p. 425). Di indole sensibile e affettuosa, sapeva congiungere l’amore per il Signore con la tenerezza verso i familiari, particolarmente verso la madre, e verso gli amici. Fu un cultore dell’amicizia, in modo speciale nei confronti dei suoi monaci, che abitualmente si confidavano con lui, sicuri di essere accolti e compresi. Secondo la testimonianza del biografo, "non disprezzava e non respingeva nessuno" (Vita, I,3: PL 189,19); "appariva a tutti amabile; nella sua bontà innata era aperto a tutti" (ibid., I,1: PL, 189,17).

Potremmo dire che questo santo Abate costituisce un esempio anche per i monaci e i cristiani di questo nostro tempo, segnato da un ritmo di vita frenetico, dove non rari sono gli episodi di intolleranza e di incomunicabilità, le divisioni e i conflitti. La sua testimonianza ci invita a saper unire l’amore a Dio con l’amore al prossimo, e a non stancarci nel riannodare rapporti di fraternità e di riconciliazione. Così in effetti agiva Pietro il Venerabile, che si trovò a guidare il monastero di Cluny in anni non molto tranquilli per varie ragioni esterne e interne all’Abbazia, riuscendo ad essere al tempo stesso severo e dotato di profonda umanità. Soleva dire: "Da un uomo si potrà ottenere di più tollerandolo, che non irritandolo con le lamentele" (Ep. 172, l.c., p. 409). In ragione del suo ufficio dovette affrontare frequenti viaggi in Italia, in Inghilterra, in Germania, in Spagna. L’abbandono forzato della quiete contemplativa gli pesava. Confessava: "Vado da un luogo all’altro, mi affanno, mi inquieto, mi tormento, trascinato qua e là; ho la mente rivolta ora agli affari miei ora a quelli degli altri, non senza grande agitazione del mio animo" (Ep. 91, l.c., p. 233). Pur dovendosi destreggiare tra poteri e signorie che circondavano Cluny, riuscì comunque, grazie al suo senso della misura, alla sua magnanimità e al suo realismo, a conservare un’abituale tranquillità. Tra le personalità con cui entrò in relazione ci fu Bernardo di Clairvaux con il quale intrattenne un rapporto di crescente amicizia, pur nella diversità del temperamento e delle prospettive. Bernardo lo definiva: "uomo importante, occupato in faccende importanti" e aveva grande stima di lui (Ep. 147, ed. Scriptorium Claravallense, Milano 1986, VI/1, pp. 658-660), mentre Pietro il Venerabile definiva Bernardo "lucerna della Chiesa" (Ep. 164, p. 396), "forte e splendida colonna dell’ordine monastico e di tutta la Chiesa" (Ep. 175, p. 418).

Con vivo senso ecclesiale, Pietro il Venerabile affermava che le vicende del popolo cristiano devono essere sentite nell’"intimo del cuore" da quanti si annoverano "tra i membri del corpo di Cristo" (Ep. 164, l.c., p. 397). E aggiungeva: "Non è alimentato dallo spirito di Cristo chi non sente le ferite del corpo di Cristo", ovunque esse si producano (ibid.). Mostrava inoltre cura e sollecitudine anche per chi era al di fuori della Chiesa, in particolare per gli ebrei e i musulmani: per favorire la conoscenza di questi ultimi provvide a far tradurre il Corano. Osserva al riguardo uno storico recente: "In mezzo all’intransigenza degli uomini del Medioevo – anche dei più grandi tra essi –, noi ammiriamo qui un esempio sublime della delicatezza a cui conduce la carità cristiana" (J. Leclercq, Pietro il Venerabile, Jaca Book, 1991, p. 189). Altri aspetti della vita cristiana a lui cari erano l’amore per l’Eucaristia e la devozione verso la Vergine Maria. Sul Santissimo Sacramento ci ha lasciato pagine che costituiscono "uno dei capolavori della letteratura eucaristica di tutti i tempi" (ibid., p. 267), e sulla Madre di Dio ha scritto riflessioni illuminanti, contemplandola sempre in stretta relazione con Gesù Redentore e con la sua opera di salvezza. Basti riportare questa sua ispirata elevazione: "Salve, Vergine benedetta, che hai messo in fuga la maledizione. Salve, madre dell’Altissimo, sposa dell’Agnello mitissimo. Tu hai vinto il serpente, gli hai schiacciato il capo, quando il Dio da te generato lo ha annientato… Stella fulgente dell’oriente, che metti in fuga le ombre dell’occidente. Aurora che precede il sole, giorno che ignora la notte… Prega il Dio che da te è nato, perché sciolga il nostro peccato e, dopo il perdono, ci conceda la grazia e la gloria" (Carmina, PL 189, 1018-1019).

Pietro il Venerabile nutriva anche una predilezione per l’attività letteraria e ne possedeva il talento. Annotava le sue riflessioni, persuaso dell’importanza di usare la penna quasi come un aratro per "spargere nella carta il seme del Verbo" (Ep. 20, p. 38). Anche se non fu un teologo sistematico, fu un grande indagatore del mistero di Dio. La sua teologia affonda le radici nella preghiera, specie in quella liturgica e tra i misteri di Cristo, egli prediligeva quello della Trasfigurazione, nel quale già si prefigura la Risurrezione. Fu proprio lui ad introdurre a Cluny tale festa, componendone uno speciale ufficio, in cui si riflette la caratteristica pietà teologica di Pietro e dell’Ordine cluniacense, tesa tutta alla contemplazione del volto glorioso (gloriosa facies) di Cristo, trovandovi le ragioni di quell’ardente gioia che contrassegnava il suo spirito e si irradiava nella liturgia del monastero.

Cari fratelli e sorelle, questo santo monaco è certamente un grande esempio di santità monastica, alimentata alle sorgenti della tradizione benedettina. Per lui l’ideale del monaco consiste nell’"aderire tenacemente a Cristo" (Ep. 53, l.c., p. 161), in una vita claustrale contraddistinta dalla "umiltà monastica" (ibid.) e dalla laboriosità (Ep. 77, l.c., p. 211), come pure da un clima di silenziosa contemplazione e di costante lode a Dio. La prima e più importante occupazione del monaco, secondo Pietro di Cluny, è la celebrazione solenne dell’ufficio divino – "opera celeste e di tutte la più utile" (Statuta, I, 1026) – da accompagnare con la lettura, la meditazione, l’orazione personale e la penitenza osservata con discrezione (cfr Ep. 20, l.c., p. 40). In questo modo tutta la vita risulta pervasa di amore profondo per Dio e di amore per gli altri, un amore che si esprime nella sincera apertura al prossimo, nel perdono e nella ricerca della pace. Potremmo dire, concludendo, che se questo stile di vita unito al lavoro quotidiano, costituisce, per san Benedetto, l’ideale del monaco, esso concerne anche tutti noi, può essere, in grande misura, lo stile di vita del cristiano che vuole diventare autentico discepolo di Cristo, caratterizzato proprio dall’adesione tenace a Lui, dall’umiltà, dalla laboriosità e dalla capacità di perdono e di pace.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i delegati della Famiglia di Radio Maria, provenienti dai vari Continenti e li incoraggio a proseguire la loro importante opera a servizio della diffusione del Vangelo. Saluto i rappresentanti del Villaggio don Bosco di Tivoli, accompagnati dal Vescovo Mons. Mauro Parmeggiani; cari amici, il centenario della nascita del vostro fondatore, il compianto don Nello Del Raso, sia occasione propizia per continuare fedelmente la sua intuizione educativa. Saluto il gruppo dei Consoli di Milano e della Lombardia e li incoraggio ad operare con rinnovato impegno in favore dell’uomo e della sua dignità.

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. Carissimi, celebreremo domani la festa di santa Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa. Questa grande Santa testimoni a voi, cari giovani, che l’amore autentico non può essere scisso dalla verità; aiuti a voi, cari malati, a comprendere che la croce di Cristo è mistero di amore che redime l’umana sofferenza. Per voi, cari sposi novelli, sia modello di fedeltà a Dio, che affida ad ognuno una speciale missione.

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