
DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
E se lo dice Carlo Rubbia… I cambiamenti climatici spiegati con serietà

Il vulcano ha eruttato gli apocalittici-integrati
Gli apocalittici sono spariti? Magari. Si sono moltiplicati e siamo invasi dai loro Ogm, i loro replicanti mutanti, gli apocalitticintegrati, che sono poi gli stessi di prima arrivati al potere della comunicazione (non dovevano portarci la fantasia al potere? Perché ne hanno così poca?). E se non timbri il cartellino dell’apocalittico non sei integrato, non sei assumibile in alcuna redazione impegnata, non solo a Repubblica o all’Unità o al Fatto quotidiano ma neppure nei blog seri, e cioè alternativi, anche se leggendoli sono tutti uguali. Come la vecchia parodia morettiana dei giovani comunisti in Palombella Rossa: «Siamo diversi ma siamo uguali ma siamo diversi ma siamo uguali...». Infatti ciascuno ha il suo catastrofismo specifico, l’importante è farsi paladini della natura. Oh natura natura,/ perché non rendi poi/ Quel che prometti allor? Perché di tanto/ Inganni i figli tuoi?
Mai li ha ingannati come oggi, a Leopardi prenderebbe un infarto. Il catastrofismo deve essere sempre globale, planetario, cosmico, e sempre e comunque colpa dell’uomo moderno, alla fine stringi stringi è la trama di Avatar. Tanto per dirne una, questi mutanti dei vecchi marxisti ortodossi sono contrari all’inquinamento energetico ma anche al nucleare, tornato recentemente di moda come uno spauracchio. Le centrali nucleari cattivissime e artificialissime, che però, osservano gli scienziati tra cui il premio Nobel per la medicina Christian De Duve, sono al momento l’unica forma di energia pulita.
Sul web, tra i tanti, il top del marxismo apocalittico orfano di Marx e del Pci e del Muro di Berlino è il sito Il primo amore, che come scenari supera perfino Beppe Grillo, Al Gore e LifeGate, lì persino le eruzioni vulcaniche - come il recente caso islandese - sono causate dall’uomo. Se ci entrate dentro non ne uscite vivi. Per esempio, scrive Carla Benedetti: «Il riscaldamento globale non provoca solo lo scioglimento dei ghiacci in superficie, ma ha anche conseguenze profonde sulle attività vulcaniche, che aumentano e aumenteranno di conseguenza». Secondo Tarabbia si va verso la «disintegrazione dell’umano», mentre per fortuna Maria Pace Ottieri, tornando dall’India, ci ricorda che «siamo una specie e che la natura non ci appartiene, siamo noi ad appartenerle. E non sarà la natura a venire distrutta, ma la specie umana». Interviene anche Antonio Moresco con una lucida analisi su «cosa succederà di qui a pochi decenni se anche solo la quarta parte di quanto è purtroppo previsto si avvererà: migrazioni umane, esplosione delle strutture politiche e sociali, ingovernabilità, satrapie e concentrazione ulteriore del potere economico, politico e militare per riuscire a far fronte alla situazione senza arretrare di un pollice, per contenere masse umane atterrite prive di riferimento, prospettiva e governo». Sono diversi ma sono uguali ma sono diversi ma sono uguali ma al contempo non si capisce perché non li assumano a Hollywood come sceneggiatori dei film di Roland Emmerich.
Il bello è che gli apocalitticintegrati dicono di opporsi all’antropocentrismo ma ne sono inconsapevoli sostenitori, perché considerano l’uomo non in quanto parte della natura ma portatore di una missione speciale: distruggere il pianeta. Dimenticandosi oltretutto di essere, gli apocalitticintegrati, solo esseri umani, e che l’uomo e qualsiasi altro animale costituiscono solo l’1% delle specie sopravvissute da 570 milioni di anni a oggi, e cominciando a contare dagli eucarioti in poi, perché diventano tre miliardi e mezzo di anni se prendiamo anche i procarioti.
Gli apocalitticintegrati, a proposito, sono marxisti Ogm eppure sono contrari agli Ogm, sono favorevoli piuttosto a tutto quello che accade in natura, come se la natura fosse buona e non l’immane campo cosmico di sterminio che è.
Sono in genere vegetariani, antifarmacologici (sebbene la vita media delle civiltà prefarmacologiche fosse la metà della nostra e sebbene gli stessi apocalitticintegrati in stato di emergency combattano contro le multinazionali per mandare i farmaci nei Paesi in via di sviluppo o Paesi Emergenti o Paesi Poveri o Terzo Mondo o come preferiscono chiamarli) e dividono il mondo in naturale e artificiale. Per calmarsi prendono ogni tipo di intruglio o tisana o boccetta omeopatica e ti guardano male se ti scappano nomi di molecole a te familiarissime come alprazolam o citalopram o rizatriptan, come se ogni nostra cellula non fosse un mostruoso, spaventoso laboratorio chimico.
Si potrebbe, a scopo educativo, e non nelle scuole bensì tra gli adulti apocalitticintegrati naturalisti antiscientifici, riproporre il test che Nathan Zohner, uno studente americano quattordicenne, propose ai suoi compagni di classe di Eagle Rock. Un giorno del 1997 li invitò a firmare una petizione per bandire il monossido di di-idrogeno dal mondo, con le seguenti gravissime motivazioni: 1) è uno dei componenti principali delle piogge acide; 2) finisce per sciogliere quasi tutto quello con cui entra in contatto; 3) se inalato accidentalmente può uccidere; 4) allo stato gassoso può produrre ustioni gravi e 5) è stato trovato nei tumori di malati terminali di cancro. Tutte cose verissime. Il giovane Zohner ottenne 43 firme su cinquanta interpellati. Gli altri non si fecero fregare e trovarono al contrario molto pericoloso abolire l’acqua dall’ambiente.
«Il Giornale» del 7 maggio 2010
Per l’Onu le donne sono sì delle vittime, ma del riscaldamento globale
fretta. Ma, più che invecchiato, sembra appartenere
a un’altra era geologica il rapporto
dell’Unpfa (United nations population
fund) sullo “Stato della popolazione
nel mondo 2009”, dedicato a “donne, popolazione
e clima”. Eppure, sono passati
solo quattro mesi dalla sua uscita, programmata
in occasione della conferenza
internazionale sul clima tenutasi a dicembre
a Copenaghen. Una kermesse tanto
pletorica quanto fallimentare, oltre che,
come si ricorderà, segnata dall’imbarazzo
per la scoperta dei taroccamenti operati
in seno al Gruppo intergovernativo di
esperti sui cambiamenti climatici (Ipcc)
allo scopo di accreditare, insieme con l’allarme
sul riscaldamento globale, la tesi
che a provocarlo siano soprattutto le attività
umane.
Una responsabilità per niente dimostrata
(così come non è affatto dimostrato
il riscaldamento globale stesso) ma ovviamente
data per scontata nell’introduzione
al rapporto Unpfa (pubblicato in Italia
dall’associazione non governativa Aidos),
che porta l’autorevole firma di Ban Kimoon:
“Prove sempre più evidenti mostrano
come i recenti cambiamenti climatici
siano principalmente il risultato dell’attività
umana”, scrive arditamente il
segretario dell’Onu. “Gli esseri umani
provocano il cambiamento climatico.
Questo li colpisce. Hanno bisogno di adattarvisi.
E solo gli esseri umani hanno il
potere di fermarlo”. Addirittura. “I gas
serra non si sarebbero accumulati così
drammaticamente se il numero degli abitanti
della terra non fosse cresciuto così
rapidamente, se cioè fosse rimasto a 300
milioni di persone, ossia la popolazione
mondiale di mille anni fa, anziché raggiungere
gli attuali 6,8 miliardi”. Per questo,
“gli scienziati, inclusi gli autori dei
rapporti del Gruppo intergovernativo di
esperti sui cambiamenti climatici, riconoscono
che l’importanza della velocità e
della portata della recente crescita demografica
inciderà sull’aumento delle future
emissioni di gas serra”.
Affermazioni davvero spericolate, quelle
del segretario delle Nazioni Unite, soprattutto
alla luce delle dimissioni a catena
nell’Ipcc dopo la scoperta della manipolazione
dei dati sul riscaldamento, e ridicolizzate
da studi come quello, recentissimo,
del National Oceanic and Atmospheric
Administration statunitense (pubblicato
da Science), che dimostra come
negli ultimi dieci anni la temperatura globale
non sia affatto aumentata ma semmai
diminuita. Ma la cosa che vale la pena sottolineare,
al di là dell’effetto patetico di
affermazioni “scientifiche”, è la morale
della favoletta raccontata dall’Unpfa, in
particolare sul ruolo che le donne avrebbero
negli scenari di cambiamento climatico,
come vittime dello stesso ma anche
come possibili agenti dei rimedi e delle
inversioni di rotta.
E allora, al di là dei catastrofismi presentati
come verità rivelate (“Non c’è tempo
da perdere, siamo già sull’orlo del precipizio”,
pag. 19), il rapporto non fa altro
che ripetere il solito, vecchio ritornello
della crescita demografica da arginare.
Le donne, da brave, sono pregate di farsene
carico, e gli stati di intervenire, con opportuni
programmi di “salute riproduttiva”,
per ottenere una crescita meno veloce.
Per premio, “se si concretizzasse lo
scenario con crescita bassa previsto dalla
Divisione per la popolazione delle Nazioni
Unite (circa 8 miliardi di persone entro
il 2050), potrebbero esserci tra 1 e 2 miliardi
di tonnellate in meno di emissioni
di carbonio rispetto allo scenario di crescita
media (un po’ più di 9 miliardi di
persone entro il 2050)”. Si riesuma addirittura
un rapporto del 1992 del comitato
dell’Accademia nazionale delle scienze
degli Stati Uniti, secondo il quale “gli effetti
della pianificazione familiare sulle
emissioni di gas serra sono importanti a
tutti i livelli di sviluppo”, vale a dire nel
primo come nel terzo mondo.
Anche la Nobel per la Pace Wangari
Maathai dice la sua, tra “empowerment”,
“sostenibilità ambientale” e “programmi
contraccettivi”. Auspica che si prendano
“in considerazione le differenze di genere
nell’impegno mondiale per la riduzione
del cambiamento climatico e per l’adattamento
a esso”. Ma non aspettatevi, né da
lei né da altri, nelle quasi cento pagine
molto patinate del rapporto Unpfa, una sola
parola sui cento milioni di bambine
scomparse in Asia (abortite, lasciate morire,
non curate) alle quali l’Economist ha
dedicato la sua storia di copertina due settimane
fa. Una catastrofe reale e senza
precedenti, contro la quale le diplomazie
onusiane non hanno mai mostrato una
gran voglia di intervenire. Preferiscono, si
sa, occuparsi di aria calda (anzi, fritta).
Nicoletta Tiliacos
© Copyright Il Foglio 17 marzo 2010
La prima vittima del profetismo climatico è il principio di verità Lo dice anche il prof. Cicerone
Tratto da Il Foglio del 23 febbraio 2010
Roma. Commentando l’ultimo sondaggio che in America dà sempre meno persone preoccupate per il riscaldamento globale causato dall’uomo, Ralph Cicerone, presidente dell’Accademia nazionale delle scienze negli Stati Uniti, ha lamentato come la sempre più scarsa fiducia della gente nella climatologia si stia trasformando in sfiducia nella scienza in generale.
Quando a novembre scoppiò il Climategate (la pubblicazione su Internet di e-mail in cui alcuni studiosi del clima si accordavano per truccare i dati delle temperature), ci fu chi scrisse che da quella storia non sarebbero usciti sconfitti né gli scettici né i catastrofisti, ma appunto la scienza tout court. Così è stato, complici anche alcune recenti gaffe quale l’errata previsione dello scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya fatta dagli scienziati dell’Onu (l’Ipcc). Ieri il Financial Times riportava le dichiarazioni di Cicerone a pagina due, e domenica il Corriere della Sera metteva in prima un editoriale di Giulio Giorello che spiegava come gli allarmi “mandano in crisi la fiducia della gente” e che il clima è un sistema troppo complesso per vendere come certezze le previsioni fatte al computer: meno di un anno fa invece si leggeva che il discorso sul clima era chiuso e che gli scienziati erano concordi sul fatto che l’uomo provocasse il riscaldamento globale. “Che non ci fossero certezze lo sapevamo da tempo – dice al Foglio Luigi Mariani, professore di Agrometeorologia all’Università di Milano – Quelle scientifiche sono verità provvisorie, troppo spesso ce lo dimentichiamo: la scienza dovrebbe essere confronto continuo con la realtà. Per questo diffido sia di chi mi dice che tra cento anni farà caldissimo sia di chi mi assicura che tra trenta comincerà l’era glaciale”.
Punita per la sua hybris, la climatologia moderna come una Cassandra all’incontrario fa i conti con previsioni che non si avverano e temperature che non aumentano da un decennio. I dogmi scientifici resi celluloide da Al Gore non hanno retto: il Polo Nord è ancora lì, l’Antartide cresce, in buona parte del mondo fa molto freddo. Assuefatta agli allarmi, l’opinione pubblica si è destata dal torpore mediatico tutto d’un colpo e la politica ha abbandonato il carro del global warming. Giovedì scorso si è dimesso Yvo De Boer, eminenza grigia dell’Onu per le questioni climatiche e padrone di casa durante il fallimento della conferenza di Copenaghen; il direttore dell’Ipcc è a rischio dimissioni e molti chiedono di ristrutturare questo organismo: “Forse bisognerebbe abolirlo – dice Guido Guidi, meteorologo e autore del blog Climate Monitor – non servono organismi burocratici e politici che raccolgano e guidino gli scienziati”. Basterebbe che la scienza ricominciasse a fare la scienza per tornare a essere credibile.
Da santo della scienza a cialtrone, parabola di un guru del global warming
un mese esatto, appena prima che scoppiassero
le polemiche sullo sciogliemento
dei ghiacciai dell’Himalaya che invece
adesso non si sciolgono più. Nel suo ultimo
post Rajendra Pachauri si lamentava
degli scarsi risultati prodotti dal vertice
sul clima di Copenaghen, da lui fortemente
voluto e sostenuto e nei fatti miseramente
fallito. Occhio spiritato, fare da guru
e un riporto di capelli che sfida le leggi
della fisica, l’indiano Pachauri è il presidente
dell’Ipcc, il panel di scienziati dell’Onu
che studia i cambiamenti climatici.
Come scritto dal New York Times, Pachauri
sembrava destinato alla santità scientifica,
dopo che i report del suo Ipcc erano
diventati il libro sacro del catastrofismo
climatico, quando qualcosa si è rotto. La
questione himalayana è stato l’ultimo atto
di una rappresentazione tragicomica finita
male, quella dell’infallibilità della climatologia
applicata alla fine del mondo
per autocombustione causata dalle emissioni
umane di CO2. Ora in molti da tutto il
mondo chiedono le sue dimissioni, vista
l’imprecisione di troppe previsioni. Pachauri
resiste, però, e grida al complotto
degli scettici ai suoi danni. Perché se al
complotto gridano i “negazionisti”, sono
dei paranoici, se lo fai lui è perché le compagnie
petrolifere vogliono rovinarlo.
Il bello è che Pachauri non è nemmeno
uno scienziato. Ex ingegnere ferroviario,
pare che il vincitore a metà con Al Gore
del Nobel per la Pace del 2007 abbia messo
insieme uno grosso portfolio di interessi
affaristici con realtà che investono miliardi
di dollari in organismi che dipendono
dalle decisioni e dalle politiche dell’Ipcc.
Una lunga inchiesta del Daily Telegraph
di qualche settimana fa avrebbe
svelato la rete costruita da Pachauri in
questi anni grazie a Teri, un istituto di ricerca
sull’energia di cui lui è presidente
dagli anni Ottanta, politicamente molto
potente in India e nel mondo. Questo Teri,
che all’inizio faceva affari grazie al petrolio
e al carbone, starebbe portando avanti
alcuni progetti finanziati da Onu e Ue per
combattere il riscaldamento globale. Quel
riscaldamento globale agitato da tempo
come spauracchio proprio dall’Ipcc. Non
si contano poi le poltrone occupate da Pachauri
negli istituti più disparati, ha scritto
sempre il Telegraph, non ultima la Banca
del clima di Chicago, quella che gestisce
lucrosi scambi di diritti di emissioni
dei gas serra tra paesi. Pachauri ha negato
tutto, e per questo non vuole dimettersi
dall’organismo delle Nazioni Unite che
determina la principale corrente di pensiero
sul clima a livello mediatico e politico.
“Senza l’Ipcc nessuno sarebbe preoccupato
del cambiamento climatico”, ha
detto, così chiarendo involontariamente la
funzione del panel che fa le previsioni sui
ghiacciai basandosi su tesi di laurea e ricordi
di qualche alpinista: preoccupare la
gente intorno a una cosa che c’è sempre
stata e di cui l’uomo non si è mai preoccupato,
perché abituato a conviverci dall’inizio
del mondo, il clima che cambia.
In uno dei rari commenti al suo blog, un
lettore lo paragona a Cristo, Gandhi, Socrate
ed Edgar Allan Poe per le critiche e
le persecuzioni che sta subendo in questi
giorni. Lui prosegue la sua missione salvifica
e ha già pronti “nuovi strumenti” da
usare contro il global warming: “I bambini”,
come ha detto in un’intervista ad Al
Jazeera. Più facili da indottrinare (quando
non già indottrinati da programmi e libri
per l’infanzia iper ambientalisti), i bambini
sono la speranza della lotta alla CO2.
Forse perché i suoi vecchi strumenti, i media,
gli credono sempre di meno.
Piero Vietti
© Copyright Il Foglio 19 febbraio 2010
Riscaldamento surreale. Ora lo scienziato ha perso i dati che confermano il global warming
di decine di e-mail nelle quali
diversi climatologi si accordavano
su come truccare i dati delle temperature
per meglio sostenere la teoria
del riscaldamento globale causato
dall’uomo, la ritirata dei catastrofisti
non manca di consegnare alla storia
capitoli surreali. Così dopo la notizia
che le previsioni fatte dagli scienziati
dell’Onu sullo scioglimento dei ghiacciai
aveva come base scientifica un articolo
apparso su una rivista per alpinisti,
torna a far parlare di sé Phil Jones,
ex direttore del centro di ricerche
sul clima dal cui server sono fuoriuscite
le famose e-mail. Dopo lo
scoppio del “Climategate” buona parte
della comunità scientifica ha chiesto
a Jones di avere i dati con cui si
provava l’aumento inusuale delle temperature.
I dati non si sono però visti,
questo perché lo scienziato inglese ha
“difficoltà a starci dietro”, come ha
candidamente ammesso alla Bbc: la
sua stanza è nel caos, sommersa da pile
di fogli e documenti accumulati negli
anni, e quei dati proprio non si riescono
a trovare.
Alla Bbc Jones ha però detto anche
altro, tornando a parlare di clima, e
ha stupito tutti ammettendo che “dal
1995 non c’è traccia di un aumento significativo
delle temperature globali”.
Il professore ha aggiunto poi che nel
medioevo le temperature erano più
alte delle attuali e che nel passato recente
ci sono stati anni in cui il riscaldamento
è stato simile a quello del
periodo 1975-1998: precisamente tra il
1860 e il 1880 e tra il 1910 e il 1940.
Quando l’uomo non produceva CO2.
Jones rimane ovviamente della sua
idea, pensa cioè che il global warming
ci sia e sia causato dall’uomo, ma è costretto
ad ammettere che “il dibattito
sul clima non è chiuso”. La storia dei
documenti persi nel disordine dell’ufficio
è poi il definitivo suggello (comico)
a una vicenda che ha mostrato all’opinione
pubblica come il motore
che ha mosso in malafede per anni la
macchina della climatologia poco aveva
a che fare con la scienza.
Il Foglio 17 febbraio 2010
Disonestà intellettuale e bugie nella corrispondenza dei climatologi sollevano pesanti dubbi sulla credibilità delle loro tesi
di Carlo Stagnaro
Tratto da cronache di Liberal del 24 novembre 2009
Tramite il sito dell'Istituto Bruno Leoni
Potessero tornare indietro nel tempo, forse i climatologi vorrebbero un lodo Alfano globale.
Almeno potrebbero salvarsi dal fango che sta schizzando ovunque, dopo essere entrato nel ventilatore della rete. Un hacker ha messo a disposizione la corrispondenza privata di molti di loro, saccheggiando i server dell’Hadley Centre, il centro di ricerca sul clima dell’Università della East Anglia. Nelle centinaia di email, c’era di tutto: discussioni scientifiche, scambi di idee sulle tattiche da utilizzare e tanta, tanta disonestà intellettuale. Del tipo che uno, quando sprofondato in poltrona si gusta una spy-story in tv, si aspetta dai cattivi. Solo che, nella percezione mondiale, i chierici del global warming sono i buoni più buoni, gli onesti più onesti, i ricercatori più disinteressati del pianeta Terra.
Intendiamoci: la violazione delle mailbox private degli scienziati è una vergogna. La magistratura britannica si è messa a caccia del responsabile e bisogna sperare che lo trovi e lo punisca in modo esemplare (come andrebbe fatto con chiunque irrompa nella privacy altrui). Detto questo, non possiamo far finta di non aver visto. L’indignazione per quello che è accaduto non può cancellare quello che abbiamo letto. Non possiamo ignorare che la percezione di integrità degli scienziati ne esce con le ossa rotta. Non tutti hanno perso la verginità intellettuale, beninteso: ma molti, sì. Per esempio, Kevin Trenberth si lamenta che “in questo momento non possiamo dare una spiegazione alla mancanza di riscaldamento ed è una finzione che non possiamo permetterci” (negli ultimi anni le temperature globali sembrano aver smesso di crescere). Phil Jones parla con leggerezza del “trucchetto di Mann” (l’autore del grafico “a mazza da hockey”, su cui si basano tutti gli scenari più catastrofisti) “per nascondere il declino [delle temperature] in alcune serie a partire dal 1981”. Un loro collega spiega che “taglierò gli ultimi punti dalla curva prima del mio prossimo discorso, in modo che quel trend verso il basso sembri l’effetto della fine della serie, piuttosto che il risultato dei recenti anni freddi”. E poi dibattiti su come rafforzare il “clan” degli allarmisti e ripulire le riviste scientifiche dai contributi degli scettici, e addirittura esortazioni a cancellare dati scomodi. Se non è un complotto, è almeno un comportamento sospetto e sospettosamente diffuso. I testi di altre lettere sono disponibili, tra l’altro, sui blog “ClimateMonitor” e “Cambi di stagione”.
Questo significa che dobbiamo riavvolgere il nastro della storia, mettere in dubbio il riscaldamento globale o la sua componente antropica? Non necessariamente. L’approccio politico che molti protagonisti dell’allarmismo hanno dimostrato di avere ne compromette, almeno in parte, la credibilità, ma di per sé non ne confuta le tesi. E tuttavia fa suonare un campanello d’allarme. Perché significa che la comunità di cui il mondo si fidava ciecamente, non è in realtà né santa né pura. Dunque, le indicazioni che da essa giungono non vanno prese per oro colato, ma vanno valutate alla luce da un lato della posizione della comunità scientifica nel suo complesso, inclusi i settori meno compiacenti, dall’altro delle implicazioni economiche e politiche. In altre parole, quello che le email rubate rivelano è che i climatologi non sono i dodici apostoli: e, nella misura in cui lo sono, sono un po’ Pietro prima che il gallo canti, un po’ Giuda. Bisognerebbe riprendere in mano oggi, dopo l’esplosione di questo scandalo, il romanzo “Stato di paura” del compianto Michael Crichton, in cui una setta di fanatici ambientalisti è disposta a tutto, perfino a uccidere e causare disastri di ogni sorta, pur di trascinare il mondo dalla sua parte. Pur nell’estremizzazione narrativa, quelle pagine appaiono meno fantasiose e più profetiche.
Sul piano politico, una vicenda del genere avrà delle ripercussioni. Se email simili fossero state sottratte agli scettici, lo scandalo sarebbe anzi esploso con ben maggiore attenzione ed effetti più devastanti (invece i giornali l’hanno presa comoda). Di certo, il prossimo vertice di Copenhagen – già dato per semimorto – non ne gioverà. Se gli individui che più di tutti strepitano perché si faccia qualcosa si dimostrano dei disonesti o, nella più benevola delle interpretazioni, degli onesti demagoghi, necessariamente il senso di urgenza per le azioni da essi invocate si riduce. E la questione climatica passa, come in parte è già accaduto e come sarebbe naturale, in secondo piano rispetto a temi più urgenti, a partire dalla recessione. Ma c’è anche un altro e più duraturo risultato: improvvisamente, la statua equestre che le chiacchiere internazionali hanno eretto al catastrofismo ondeggia sul suo piedistallo. I fautori della certezza sono meno affidabili, e quindi diventano più credibili i difensori dell’incertezza. Se la scienza è meno solida, anche la politica lo deve diventare. Se non siamo così sicuri della componente antropogenica del riscaldamento globale, dei suoi drammatici effetti ambientali, della sua inevitabilità e dell’assoluta urgenza della riduzione delle emissioni, allora possiamo valutare le scelte politiche che stiamo per compiere con più calma. Inoltre, le scelte devono essere costruite in modo tale da incorporare l’incertezza: altrimenti rischiamo di partire per una crociata al termine della quale non c’è alcun beneficio ambientale.
Da ultimo, c’è un’implicazione più vasta, che prescinde dal dato climatico. Come ha scritto Guido Guidi, “registriamo il definitivo sorpasso della blogosfera sull’informazione di tipo tradizionale”. I blog si sono subito accorti dello scoop, e hanno saputo distinguere in modo corretto il peccato originale (il furto di corrispondenza) dal contenuto delle email. La grande stampa vi ha dedicato poca attenzione e per dovere, senza il gusto della notizia. E’ sempre difficile, abbattere gli idoli venerati fino al giorno prima.