DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Vittorio MESSORI Leggenda nera - La Corona spagnola e le Americhe

tratto da Vittorio MESSORI, Pensare la storia. Una lettura cattolica dell'avventura umana, Paoline, Milano 1992, p. 637-660.

Ben sette Oscar per «Dance with wolves», «Balla coi lupi», il film americano "dalla parte degli indiani". Fu attorno alla metà degli anni Sessanta che il western procedette alla svolta: fu messo in crisi lo schema "bianco buono - pellerossa cattivo", con i primi dubbi sulla bontà della causa dei pionieri anglosassoni. Da allora quella crisi è andata sempre aumentando, sino al rovesciamento completo: ora, le nuove categorie esigono di vedere nell'indiano sempre un puro eroe e nel pioniere sempre un brutale invasore.

Nauralmente, anche questo rischia di diventare una sorta di nuovo conformismo dell'uomo occidentale P.C., Political Correct, come si dice per indicare chi rispetta i canoni e i tabù della mentalità corrente.

Mentre prima era socialmente scomunicato chi non vedesse un martire della civiltà e un campione del patriottismo "bianco" nel colonnello George A. Custer, ora incappa nella stessa scomunica chi parlasse male di Toro Seduto e dei suoi Sioux che, quel mattino del 25 giugno 1876, a Little Big Horn, massacrarono il Custer stesso con gli yankees del 7° cavalleggeri.

Malgrado il rischio di nuovi slogan conformistici, non si può non accogliere con soddisfazione l'attuale scoprimento degli altarini dell’'altra" America, quella protestante, che diede (e dà) tante sdegnose lezioni di morale all'America cattolica. Già dal Cinquecento le potenze nordiche riformate - Gran Bretagna e Olanda in primis - diedero inizio alla guerra psicologica, inventando la "leggenda nera" della barbarie e dell'oppressione, nei suoi domini oltreoceano, di quella Spagna con cui erano in lotta per il predominio marittimo.

"Leggenda nera" che - come accade puntualmente per tutto ciò che è fuori moda nel mondo laico - viene ora scoperta golosamente da preti, frati e cattolici "adulti" in genere i quali, protestando con toni virulenti contro le celebrazioni del quinto centenario del «descubrimiento» non sanno di essere succubi, con qualche secolo di ritardo, di una fortunata campagna dei servizi di propaganda britannici e olandesi.

Ha scritto uno storico di oggi, insospettabile in quanto calvinista, Pierre Chaunu: «La leggenda antispanica, nella sua versione americana (in quella europea punta soprattutto sull'Inquisizione) ha giocato un ruolo salutare di valvola di sfogo. Il preteso massacro degli indios da parte degli spagnoli nel XVI secolo ha coperto il massacro americano sulla frontiera dell'Ovest nel XIX secolo. L'America protestante ha così potuto liberarsi del suo crimine rigettandolo sull'America cattolica».

Intendiamoci: prima di occuparsi di simili temi occorrerebbe liberarsi da certi attuali moralismi irreali che non vogliono riconoscere che la storia è una inquietante, spesso terribile signora. Nella prospettiva realistica da ritrovare, bisognerebbe condannare, ovviamente, errori ed atrocità (da qualunque parte vengano) senza però maledire, quasi fosse stato cosa mostruosa, il fatto in sé dell'arrivo degli europei nelle Americhe e del loro installarsi in quelle terre, organizzandovi un nuovo habitat.

Nella storia non è praticabile l'edificante esortazione a "restare ciascuno nella sua terra, senza invadere quella di altri". Non è praticabile non soltanto perché così si negherebbe ogni dinamismo alla vicenda umana; ma soprattutto perché ogni civiltà è frutto di un rimescolamento che mai fu pacifico. Senza scomodare la Storia Sacra stessa (la terra che fu promessa agli ebrei da Dio non era loro, ma fu da essi strappata a forza agli abitatori precedenti), le anime belle che inveiscono contro i malvagi usurpatori nelle Americhe dimenticano (tra l'altro) che, al loro arrivo, quegli europei trovarono ben altri usurpatori. L'impero azteco e quello inca erano stati creati con la violenza ed erano mantenuti con sanguinaria oppressione da popoli invasori che avevano ridotto in schiavitù i nativi.

E si fa spesso finta di ignorare che le sbalorditive vittorie di poche decine di spagnoli contro migliaia di guerrieri non furono determinate né dagli archibugi né dai pochissimi cannoni (tra l'altro, spesso inutilizzabili, in quei climi, perché l'umidità neutralizzava le polveri) né dai cavalli (che non potevano essere lanciati alla carica nella foresta).

Quei trionfi furono dovuti innanzitutto all'appoggio degli indigeni oppressi dagli incas e dagli aztechi. Dunque, più che come "usurpatori", gli iberici furono salutati in molti luoghi come liberatori. E aspettiamo ancora che gli storici "illuminati" ci spieghino come mai non ci furono, negli oltre tre secoli ispanici, rivolte contro i nuovi dominatori, pur ridottissimi di numero ed esposti, quindi, al pericolo di essere spazzati via al minimo moto. L'immagine dell'invasione dell'America del Sud svanisce subito a contatto con le cifre: nei cinquant'anni tra il 1509 e il 1559, dunque nel periodo di una conquista dalla Florida allo stretto di Magellano, gli spagnoli che raggiunsero le Indie Occidentali furono poco più di 500 (ma sì: cinquecento!) l'anno. In totale, 27.787 persone in tutto, in quel mezzo secolo.

Per tornare ai rimescolamenti di popoli con i quali bisogna fare realisticamente i conti, non va dimenticato ad esempio - che i colonizzatori del Nord America venivano da un'isola che a noi sembra naturale definire "anglo-sassone". In realtà, era dei Britanni, che prima furono assoggettati dai Romani e poi da barbari germanici - gli Angli e i Sassoni, appunto - che massacrarono buona parte degli indigeni e l'altra parte la fecero fuggire sulle coste della Gallia dove, cacciati a loro volta gli abitanti originari, crearono quella che fu detta Bretagna. Del resto, nessuna delle grandi civiltà (né quella egizia, né quella romana, né quella greca, senza mai dimenticare quella ebraica) fu creata senza invasioni e relative cacciate dei primi abitatori.

Dunque, nel giudicare la conquista europea delle Americhe, occorrerà guardarsi dall'utopismo moralistico che vorrebbe una storia fatta tutta di inchini, di buone maniere, e di "prego, prima Lei".

Chiarito questo, andrà pur anche detto che c'è "conquista" e "conquista": è certo (e anche film come il premiatissimo Balla coi lupi cominciano a farlo capire) che quella "cattolica" è stata ampiamente preferibile a quella "protestante".

Come ha scritto un altro storico contemporaneo, Jean Dumont: "Se, per disgrazia, la Spagna (con il Portogallo) fosse passata alla Riforma, fosse divenuta puritana e avesse dunque applicato gli stessi principi del Nord America ("lo dice la Bibbia: l'indiano è un essere inferiore, anzi è un figlio di Satana"), un immenso genocidio avrebbe spazzato via dal Sud America la totalità dei popoli indigeni. Oggi, i turisti, visitando poche "riserve" dal Messico alla Terra del Fuoco, scatterebbero fotografie di sopravvissuti, testimoni del massacro razziale, compiuto per giunta in base a motivazioni «bibliche»".

In effetti, le cifre parlano: mentre i "pellerossa" superstiti nel Nord America si contano a poche migliaia, nell'America ex-spagnola ed ex-portoghese la maggioranza della popolazione o è ancora di origine india o è il frutto di incroci di precolombiani con europei e (soprattutto in Brasile) con africani.

Il discorso sulle diverse colonizzazioni (iberica e anglosassone) delle Americhe è talmente vasto - e tanti sono i pregiudizi accumulatisi - che non possiamo che allineare qualche appunto. Per restare alla popolazione indigena, questa (lo ricordammo) è quasi scomparsa negli attuali Stati Uniti, dove sono registrati come "membri di tribù indiana" circa un milione e mezzo di persone. In realtà, la cifra, già assai esigua, si riduce di molto se si considera che, per quella registrazione, basta un quarto di sangue indiano.

Situazione rovesciata a Sud, dove - nella zona messicana, in quella andina, in molti territori brasiliani - quasi il 90 per cento della popolazione o discende direttamente dagli antichi abitanti o è il frutto di incroci tra indigeni e nuovi arrivati. Inoltre, mentre la cultura degli Stati Uniti non deve a quella indiana che qualche parola, essendosi sviluppata dalle sue origini europee senza quasi scambi con le popolazioni autoctone, non così nell'America ispanoportoghese, dove l'incrocio non è stato certo solo demografico, ma ha creato una cultura e una società nuove, dalle caratteristiche inconfondibili.

Certo: questo è dovuto anche al diverso stadio di sviluppo dei popoli che anglosassoni e iberici trovarono in quei continenti; ma è dovuto anche, se non soprattutto, alla diversa impostazione religiosa. A differenza di spagnoli e portoghesi cattolici che non esitavano a sposare indigene, nelle quali vedevano persone umane alla pari di loro, i protestanti (seguendo la logica di cui già parlammo e che tende a far tornare indietro, verso l'Antico Testamento, il cristianesimo riformato) erano animati da quella sorta di "razzismo" o, almeno, di senso di superiorità da "stirpe eletta", che aveva contrassegnato Israele. Questo, unito alla teologia della predestinazione (l'indiano è arretrato perché "predestinato" alla dannazione, il bianco è progredito come segno di elezione divina), portava a considerare come una violazione del piano provvidenziale divino il rimescolamento etnico o anche solo culturale.

Così è avvenuto non solo in America e con gli inglesi, ma in tutte le altre zone del mondo dove giunsero europei di tradizione protestante: l'apartheid sudafricano, per fare l'esempio più clamoroso, è tipica creazione - e teologicamente del tutto coerente - del calvinismo olandese. (Sorprende, dunque, quella sorta di masochismo che ha spinto di recente la Conferenza dei vescovi cattolici sudafricani a unirsi, senza alcuna precisazione o distinguo, alla "Dichiarazione di pentimento" dei cristiani bianchi verso i neri di quel Paese. Sorprende perché, se qualche comportamento condannabile può esserci stato anche da parte cattolica, questo - al contrario di quanto verificatosi da parte protestante - è avvenuto in pieno contrasto sia con la teoria sia con la prassi cattoliche. Ma tant'è: sembra che, oggi, ci siano non pochi clericali ben lieti di addossare alla loro Chiesa anche colpe che non ha).

E' proprio dalle diverse teologie che traggono origine i diversi modi di "conquista" delle Americhe: gli spagnoli non considerarono la popolazione dei loro territori come una sorta di spazzatura da eliminare per installarvisi da soli padroni. Si riflette poco sul fatto che la Spagna (a differenza della Gran Bretagna) non organizzò mai il suo impero americano in "colonie" ma in "province". E che il re di Spagna non assunse mai la corona di "Imperatore delle Indie", anche qui a differenza di quanto farà, e ormai alle soglie del XX secolo, la monarchia inglese. Sin dall'inizio (e poi, con costanza implacabile, per tutta la storia seguente) i coloni protestanti considerarono loro diritto fondato sulla Bibbia stessa – il possedere senza problemi né limiti tutta la terra che riuscivano ad occupare, cacciandone o sterminandone gli abitanti. I quali, in quanto non facenti parte del "nuovo Israele" e in quanto marchiati dai segni di una predestinazione negativa, erano in completa balia dei nuovi padroni.

Il regime dei suoli instaurato nelle diverse parti americane conferma queste diverse prospettive e spiega i diversi esiti: al Sud si ricorse al sistema della «encomienda» che era un istituto di derivazione feudale, era la concessione fatta dal sovrano a un privato di una porzione di territorio tenendo conto della popolazione già presente, i cui diritti erano tutelati dalla Corona, che restava la vera proprietaria. Non così al Nord, dove prima gli inglesi e poi il governo federale degli Stati Uniti dichiareranno la loro proprietà assoluta sui territori occupati e da occupare: tutta la terra è ceduta a chi lo desideri al prezzo che verrà poi fissato, in media, in un dollaro ad acro. Quanto agli indigeni eventualmente presenti su quelle terre sarà cura dei coloni (se necessario con l'aiuto dell'esercito) di allontanarli o, meglio, di sterminarli.

Il termine sterminio non è esagerato e rispetta la realtà concreta. Molti, ad esempio, non sanno che la tecnica della scotennatura era conosciuta dagli indiani del Nord come del Sud. Ma tra questi ultimi scomparve subito, vietata dagli spagnoli. Non così al Nord. Per citare, ad esempio, la voce relativa su una enciclopedia insospettabile come la Larousse: «La pratica dello scotennamento sì diffuse nel territorio degli attuali Stati Uniti a partire dal XVII secolo, quando i coloni bianchi presero ad offrire grosse ricompense a chi portava la capigliatura (o scalpo) di un indiano: uomo, donna o bambino che fosse».

Nel 1703 il governo del Massachusetts pagava 12 sterline per scalpo, tanto che la caccia all'indiano (organizzata con tanto di cavalli e mute di cani) diventò presto una sorta di sport nazionale, per giunta molto redditizio. Il motto «il miglior indiano è l'indiano morto», sempre messo in pratica negli Stati Uniti, nasce non solo dal fatto che ogni indiano soppresso era un fastidio in meno per i nuovi proprietari, ma pure dal fatto che il suo scalpo era ben pagato dalle autorità. Usanza che nell'America "cattolica" non era solo sconosciuta ma che avrebbe suscitato - se qualcuno, abusivamente, avesse cercato di introdurla - non soltanto lo sdegno dei religiosi, sempre presenti accanto ai colonizzatori, ma anche le severe pene stabilite dai re a tutela del diritto alla vita degli indigeni.

Ma questi, si dice, morirono a milioni anche nel Centro e Sud America. Certo, morirono: ma non al punto di quasi scomparire come nel Nord. Il loro sterminio non fu determinato soprattutto dalle spade d'acciaio dì Toledo e dalle armi da fuoco (che, come vedemmo, tra l'altro facevano quasi sempre cilecca), bensì dagli invisibili quanto micidiali virus portati dal Vecchio Mondo.

Lo choc microbico e virale che causò in pochi anni il dimezzamento delle popolazioni nell'America iberica è stato studiato dal "Gruppo di Berkeley", formato da studiosi di quella università. Fu qualcosa di paragonabile alla peste nera che, nel Trecento, aveva desolato l'Europa provenendo dall'India e dalla Cina. Tubercolosi, polmonite, influenza, morbillo, vaiolo: mali che, nella loro isolata nicchia ecologica, gli indios non conoscevano, per i quali non avevano dunque difese immunitarie e che furono portati dagli europei. I quali non possono, evidentemente, essere considerati responsabili per questo: anzi, furono falcidiati a loro volta da malattie tropicali alle quali gli indigeni resistevano assai meglio. Giustizia vuole che si ricordi (cosa che si fa assai di rado), che l'espansione dell'uomo bianco al di fuori dell'Europa assunse spesso l'aspetto tragico di un'ecatombe, con una mortalità che - con certe navi, incerti climi, con certi autoctoni - raggiunse percentuali impressionanti.

Ignorando i meccanismi del contagio (Pasteur era ancora ben lontano...) anche uomini come Bartolomé de Las Casas - figura controversa della quale bisognerà parlare al di là degli schemi semplificatori - caddero nell'equivoco: vedendo quei popoli diminuire drasticamente, gettarono il sospetto sulle armi dei connazionali, mentre non erano, spesso, che i virus di costoro. E' un fenomeno di contagio micidiale osservato anche molto di recente tra tribù restate isolate nella Guyana francese e nell'Amazzonia brasiliana.

L'usanza spagnola di un «Jesùs!» detto come augurio a chi starnutisce nasce dal fatto che anche un semplice raffreddore (di cui lo starnuto è segnale) era spesso mortale per gli indigeni che non lo avevano mai conosciuto e per il quale, dunque, non avevano difese biologiche.

«Le pressioni ebraiche attraverso i media e le proteste di cattolici impegnati nel dialogo con l'ebraismo hanno avuto successo. La causa di beatificazione della regina di Castiglia, Isabella la Cattolica, ha ricevuto in questi giorni uno stop improvviso (...). La preoccupazione di non scatenare le reazioni degli israeliti, già irritati per la beatificazione dell'ebrea convertita Edith Stein e per la presenza di un monastero ad Auschwitz, ha favorito la decisione di una "pausa di riflessione" circa il prosieguo della causa della Serva di Dio, titolo cui Isabella I di Castiglia ha già diritto».

Così, in un articolo su il «Nostro Tempo», Orazio Petrosillo, informatore religioso de «il Messaggero». Petrosillo ricorda che lo stop vaticano è giunto malgrado ci sia già stato il giudizio positivo degli storici, basato su un lavoro di vent'anni che ha prodotto un totale di 27 volumi. «In tutto questo immenso materiale» dice il postulatore della causa, Anastasio Gutiérrez «non si è trovato un solo atto o detto della regina, sia pubblico che privato, che si possa dire in contrasto con la santità cristiana». Padre Gutiérrez non esita a definire «codardi quegli ecclesiastici che, intimoriti dalle polemiche, rinunciassero a riconoscere la santità della regina». Eppure, conclude Petrosillo, «l'impressione è che difficilmente la causa arriverà in porto».

Non si tratta di una notizia confortante: ancora una volta (per restare alla Spagna, Paolo VI - lo vedemmo - aveva bloccato la beatificazione dei martiri della guerra civile) si è creduto che le ragioni del quieto vivere fossero in contrasto con quelle della verità. La quale, in questo caso, è attaccata, con una virulenza che non rifugge dalla diffamazione, non solo dagli ebrei (cui, negli anni di Isabella, fu revocato il diritto di soggiorno nel Paese), ma anche dai musulmani (scacciati dal loro ultimo possesso in terra spagnola, a Granada), e infine da tutti i protestanti e gli anticattolici in genere, da sempre imbestialiti quando si parla di quella vecchia Spagna i cui sovrani avevano diritto al titolo ufficiale di Reyes católicos. Titolo che presero talmente sul serio che una secolare polemica identificò ispanismo e cattolicesimo, Toledo e Madrid con Roma.

Per quanto riguarda l'espulsione degli ebrei, sempre si dimenticano alcuni fatti: come quello che, già ben prima di Isabella, i sovrani di Inghilterra, Francia, Portogallo avevano preso la stessa misura, e tanti altri Paesi la prenderanno, per giunta senza quelle giustificazioni politiche che spiegano il decreto spagnolo, che pur fu un dramma per entrambe le parti.

Occorre ricordare (e già ne parlammo), che la Spagna musulmana non era affatto quel paradiso di tolleranza che hanno voluto dipingerci e che, assieme ai cristiani, anche gli ebrei subirono in quei luoghi periodici massacri. E' però più che provato che, dovendo scegliere tra due mali - Cristo o Maometto - gli israeliti parteggiarono sempre per quest'ultimo, agendo da quinta colonna a svantaggio dell'elemento cattolico. Da qui, un odio popolare che, unendosi al sospetto per coloro che avevano formalmente accettato il cristianesimo pur continuando in segreto a praticare l'ebraismo (los marranos), portò a tensioni che spesso degenerarono sanguinosamente in «matanzas» spontanee e continue alle quali le autorità cercavano invano di opporsi. L'ancora malfermo Regno, appena nato da un'unione matrimoniale tra Castiglia e Aragona, non era in grado di sopportare né di controllare una simile, esplosiva situazione, minacciato com'era - per giunta - da una controffensiva degli arabi che contavano sui musulmani, a loro volta spesso fintamente convertiti.

Alla pari di quanto avveniva in tutti i Regni dell'epoca, anche in Spagna la condizione giuridica degli ebrei era quella di "stranieri", temporaneamente ospitati senza diritto di cittadinanza. E di ciò anche gli israeliti erano perfettamente consapevoli: la loro permanenza era possibile sino a quando non avessero messo in pericolo lo Stato. Ciò che a parere non solo dei sovrani, ma anche del popolo e dei suoi rappresentanti si sarebbe a un certo punto verificato, a causa delle violazioni della legalità sia degli ebrei restati tali che di quelli solo formalmente convertiti e per i quali Isabella ebbe a lungo «una speciale tenerezza», tanto da mettere nelle loro mani quasi tutta l'amministrazione finanziaria, militare e persino ecclesiastica. Pare però che i casi di "tradimento" fossero divenuti così diffusi da non potere più permettere una simile situazione.

In ogni caso, come scrive la Postulazione della causa di santità di Isabella, «il decreto di revoca del permesso di soggiorno agli ebrei fu strettamente politico, di ordine pubblico e di sicurezza dello Stato: non ci si consultò affatto con il papa, né interessa alla Chiesa il giudizio che si voglia emettere al proposito. Un eventuale errore politico può essere perfettamente compatibile con la santità. Quindi, se la comunità israelitica di oggi volesse fare qualche querela, dovrà presentarla alle autorità politiche, ammesso che quelle attuali siano responsabili dei predecessori di cinque secoli fa».

Aggiunge la Postulazione (la quale, non si dimentichi, ha lavorato con metodi scientifici, con l'aiuto di una quindicina di ricercatori che, in venti anni, hanno esaminato oltre 100.000 documenti negli archivi di mezzo mondo): «L'alternativa, l'aut-aut "o convertirsi o uscire dal Regno", che sarebbe stata imposta dai Re Cattolici è una formula semplicistica, uno slogan volgare: nelle conversioni non ci si credeva più. L'alternativa proposta durante i molti anni di violazioni politiche della stabilità del Regno fu: "O cessate dai vostri crimini o dovrete uscire dal Regno"». A ulteriore conferma sta la precedente attività di Isabella in difesa della libertà di culto ebraica contro le autorità locali, con l'emanazione di un «seguro real» nonché con l'aiuto nell'edificazione di molte sinagoghe.

Significativo, comunque, che l'espulsione sia stata particolarmente consigliata dal confessore reale, quel diffamatissimo Tomàs de Torquemada, primo organizzatore dell'Inquisizione, il quale era però di origine ebraica. E significativo pure (a mostrare quanto la storia sia sempre complessa) che, allontanati dai ''Re cattolici'', seppure sotto la spinta popolare e per ragioni politiche anche di legittima difesa, le più ricche e influenti famiglie ebraiche chiesero e ottennero ospitalità al solo che gliela concedesse volentieri, sistemandoli nei suoi territori: il Papa... E può sorprendersi di ciò solo chi ignori che la Roma pontificia è la sola città del Vecchio Continente dove la comunità ebraica abbia avuto alti e bassi a seconda dei papi ma non sia mai stata espulsa, anche solo per breve tempo. Occorrerà attendere il 1944 e l'occupazione tedesca per vedere - più di 1600 anni dopo Costantino - gli israeliti dell'Urbe razziati e costretti alla clandestinità: e coloro che scamparono lo dovettero in maggioranza all'ospitalità concessa da istituzioni cattoliche, Vaticano in prima linea.

Ma la strada verso gli altari è preclusa a Isabella anche da coloro (numerosi, oggi, anche tra i cattolici) che hanno finito per accettare acriticamente quella «Leyenda negra» di cui abbiamo cominciato a parlare e che ci impegnerà ancora. Alla sovrana e al consorte, Ferdinando di Aragona, non si perdona di avere dato inizio a quel Patronado, negoziato col Papa, con cui si impegnavano all'evangelizzazione delle terre scoperte da Cristoforo Colombo, la cui spedizione avevano finanziato. Sarebbero i due «Reyes católicos», insomma, gli iniziatori del genocidio degli indios, compiuto brandendo da una parte una croce e dall'altra una spada. E coloro che sfuggirono al massacro sarebbero stati ridotti in schiavitù. Ma, anche qui, la storia vera ha cose diverse da dire rispetto alla leggenda.

Sentiamo, ad esempio, Jean Dumont: «La schiavitù per gli indiani è esistita, ma per iniziativa personale di Colombo, quando aveva i poteri effettivi di vice-re delle terre scoperte: dunque nei soli, primissimi stanziamenti nelle Antille, prima del 1500. Contro questa schiavitù degli indigeni (Colombo ne inviò molti in Spagna, nel 1496) Isabella la Cattolica reagì come aveva reagito facendo liberare, sin dal 1478, gli schiavi dei coloni nelle Canarie. Fece dunque riportare nelle Antille gli indios e li fece liberare dal suo inviato speciale, Francisco de Bobadilla il quale, per contro, destituì Colombo e l'inviò prigioniero in Spagna per i suoi abusi. Da allora, la politica adottata fu ben chiara: gli indiani sono uomini liberi, soggetti come gli altri alla Corona e devono essere rispettati come tali, nei loro beni come nelle loro persone».

E chi sospettasse che il quadro sia troppo idillico, leggerà utilmente il "codicillo" che, tre giorni prima di morire, nel novembre del 1504, Isabella aggiunse di suo pugno al testamento e che così, testualmente, dice: «Poiché, dal tempo in cui ci furono concesse dalla Santa Sede Apostolica le isole e terra ferma del mare Oceano, scoperte e da scoprire, la nostra principale intenzione fu di cercare di indurre i popoli di esse alla nostra santa fede cattolica e inviare là religiosi e altre persone dotte e timorose di Dio per istruire gli abitanti nella fede e dotarli di buoni costumi e porre in ciò lo zelo dovuto; per questo supplico il Re, mio signore, molto affettuosamente, e raccomando e ordino alla principessa mia figlia e al principe suo marito, che così facciano e compiano e che questo sia il loro principale fine e che in esso impieghino molta diligenza e che non consentano che i nativi e gli abitanti di dette terre acquistate e da acquistare ricevano danno alcuno nelle loro persone o beni, ma facciano in modo che siano trattati con giustizia e umanità e se alcun danno hanno ricevuto lo riparino».

E' un documento straordinario, che non trova alcun riscontro nella storia "coloniale" di alcun Paese. Eppure, nessuna storia è diffamata come questa che inizia da Isabella la Cattolica.

Bartolomé de Las Casas: è il nome che sembra inchiodare alle sue responsabilità la colonizzazione spagnola nelle Americhe. Un nome sempre tirato in campo, assieme alla più fortunata delle sue opere che ha un titolo che è già un programma: «Brevssima relaciòn de la destrucciòn de las Indias». Una "distruzione": se così uno spagnolo stesso, un frate domenicano, definisce la Conquista del Nuovo Mondo, come trovare argomenti che difendano quella impresa? Il processo non è forse chiuso, con definitivo verdetto negativo, per la colonizzazione iberica?

E, invece, no: non è affatto chiuso. Anzi, verità e giustizia impongono di non accettare acriticamente le invettive di Las Casas; per dirla con gli storici più aggiornati, è giunto il momento di farlo anche a lui una sorta dì "processo", a lui così furibondo nell'imbastirne ad altri.

Chi era, innanzitutto, Las Casas? Nacque a Siviglia nel 1474 dal ricco Francisco Casaus, il cui nome denuncia una origine ebraica. Alcuni studiosi, analizzando dal punto di vista psicologico la personalità complessa, ossessiva, "urlante", sempre bisognosa di puntare il dito contro dei "cattivi" di Bartolomé Casaus, divenuto padre Las Casas, si sono spinti addirittura a parlare di uno «stato paranoico di allucinazione», di una «esaltazione mistica con conseguente perdita del senso della realtà». Giudizi severi, difesi però da grandi storici, come Ramòn Menéndez Pidal.

E', questo, uno studioso spagnolo e, quindi, potrebbe essere sospettato di parzialità. Ma non è spagnolo, bensì statunitense di origini anglosassoni, docente di storia sudamericana in una università Usa, William S. Maltby che, nel 1971, ha pubblicato uno studio sulla "Leggenda nera", sulle origini del mito della crudeltà dei "papisti" spagnoli. Maltby, scrivendo tra l'altro che «nessuno storico che si rispetti può oggi prendere sul serio le denunce ingiuste e forsennate di Las Casas», conclude: «Tirando le somme, si deve dire che l'amore di questo religioso per la carità fu quantomeno maggiore del suo rispetto della verità».

Davanti a questo frate che, con le sue accuse, è all'origine della diffamazione della gigantesca epopea spagnola nel Nuovo Mondo, qualcuno ha pensato che (certo inconsciamente) giocassero anche le origini ebraiche. Quasi un emergere, insomma, dell'ostilità ancestrale contro il cattolicesimo, soprattutto di quello spagnolo, reo di avere allontanato gli israeliti dalla penisola iberica. Troppo spesso si fa storia dando per scontato che i suoi protagonisti si comportino sempre e solo in maniera razionale, non volendo ammettere (e proprio nel secolo della psicoanalisi!) l'influenza oscura dell'irrazionale, delle pulsioni nascoste ai protagonisti stessi. Può dunque ben darsi che neppure Las Casas sia sfuggito a un inconscio che (attraverso l'ossessivo diffamare i suoi connazionali, confratelli religiosi compresi) rispondesse a una sorta di occulta "vendetta".

Comunque sia, il padre di Bartolomé, quel Francisco Casaus, accompagnò Colombo nel suo secondo viaggio oltre Atlantico, fermandosi nelle Antille e dando conferma delle doti di abilità e di intraprendenza semitiche col crearsi una grande piantagione dove praticò quella schiavitù degli indios che, come abbiamo già visto, aveva contrassegnato il primissimo periodo della Conquista. E, almeno ufficialmente, quel periodo soltanto. Dopo gli studi all'università di Salamanca, anche il giovane Bartolomé parti per le Indie, dove raccolse la pingue eredità paterna, impiegando, sino ai 35 anni e oltre, quegli stessi metodi brutali che con tanto sdegno denuncerà in seguito.

Supererà, grazie a una conversione, questa fase, facendosi partigiano intransigente degli indios e dei loro diritti. Ascoltato dalle autorità della Madrepatria che, su sua insistenza, approveranno severe leggi di tutela degli indigeni, provocherà però un imprevisto "effetto perverso". Succederà infatti che i proprietari spagnoli, bisognosi di numerosa mano d'opera, non troveranno più conveniente utilizzare le popolazioni autoctone che qualche autore definisce oggi (rovesciando il luogo comune di crudeltà e arbitri) addirittura «sin troppo protette» e cominciarono a dar retta a quegli olandesi, inglesi, portoghesi, francesi che offrivano schiavi importati dall'Africa e catturati da arabi musulmani.

La tratta dei negri (colossale affare quasi interamente in mani islamiche e protestanti) interessò però solo marginalmente, quasi solo nelle isole dei Caraibi, le zone sotto dominio spagnolo. Basta viaggiare anche oggi in quelle regioni, restate, nella zona centrale e andina, a grande maggioranza india e, nella zona meridionale, tra Cile e Argentina, di popolamento quasi esclusivamente europeo: rari i neri, a differenza del Sud degli Stati Uniti, del Brasile, delle Antille inglesi e francesi.

Ma, seppure in numero ridotto rispetto alle zone sotto dominio di altri popoli, gli spagnoli cominciarono a importare africani anche perché ad essi non fu estesa subito la protezione degli indios, adottata sin da Isabella la Cattolica e poi sempre perfezionata. Quei neri potevano essere sfruttati (almeno nei primi tempi, ché anche per essi giungerà una legge spagnola di tutela, mentre nei territori inglesi non giungerà mai), mentre farlo con gli indios era illegale (e le audiencias, i tribunali dei vice-re spagnoli, spesso non scherzavano). Un effetto imprevisto e, dicemmo, "perverso", dell'accanita lotta condotta da Las Casas; il quale, va pur detto, se nobilmente si batté per gli indios, non altrettanto fece coi negri, per i quali, quando cominciarono ad affluire, catturati sulle coste africane dai musulmani e portati dai mercanti del Nord Europa, non sembra abbia avuto particolari attenzioni.

Per tornare alla sua conversione, determinata dalle prediche di denuncia degli arbitri dei coloni (tra i quali era egli stesso) pronunciate da religiosi - e ciò conferma la vigilanza evangelica esercitata dal clero regolare - fattosi prima prete e poi domenicano, Bartolomé dedicò il resto della sua lunga vita a perorare presso le autorità di Spagna la causa degli indigeni.

Occorre, anche qui, riflettere. Innanzitutto, sul fatto che il focoso religioso abbia potuto impunemente attaccare, e con espressioni terribili, il comportamento non solo dei privati ma pure delle autorità. Per dirla con l'insospettabile americano Maltby, critiche anche ben più blande non sarebbero state di certo tollerate dalla monarchia inglese, la quale avrebbe subito ridotto al silenzio l'imprudente contestatore. E questo perché (continua lo storico yankee, rovesciando un altro luogo comune) «a parte le questioni di fede, la libertà di parola fu prerogativa degli spagnoli durante il loro Secolo d'oro, come dimostra il fatto che gli archivi ci restituiscono tutta una gamma di accuse pronunciate in pubblico - e non represse - contro le autorità».

Ma, poi, si riflette ancor meno sul fatto che questo furibondo "contestatore" non solo non fu neutralizzato, ma divenne intimo dell'imperatore Carlo V, fu da lui nominato ufficialmente Protector General de todos los indios, fu invitato a presentare progetti che, discussi e approvati malgrado le forti pressioni contrarie, divennero legge nelle Americhe spagnole.

Mai, nella storia, un "profeta" (come Las Casas stesso si considerava) fu tanto preso sul serio da un sistema politico che invece ci dipingono tra i più oscuri e terribili.

Le denunce di Bartolomé de Las Casas, dunque, sono state prese radicalmente sul serio dalla Corona spagnola e l'hanno spinta a promulgare leggi severe a difesa degli indios e poi addirittura ad abolire l'encomienda, la concessione temporanea delle terre ai privati, con grave danno dei coloni.

Sentiamo Jean Dumont: «Il fenomeno Las Casas è esemplare in quanto porta una conferma del carattere fondamentale e sistematico della politica spagnola di protezione degli indiani. Il governo iberico, sin dal reggente Jiménez de Cisneros, nel 1516, non si mostra affatto offeso per le denunce - pur talvolta ingiuste e quasi sempre forsennate del domenicano. Non solo il padre Bartolomé non è fatto oggetto di alcuna censura, ma i monarchi e i loro ministri, con una straordinaria pazienza, lo ricevono, lo ascoltano, riuniscono delle giunte per studiare le sue critiche e le sue proposte e anche per varare, sulle sue indicazioni e raccomandazioni, l'importante provvedimento delle "Leggi Nuove". Ancor più: sono gli avversari di Las Casas e delle sue idee che la Corona riduce al silenzio».

L'imperatore, Carlo V, per dare maggiore autorità a questo protetto che pure diffama i suoi sudditi e funzionari, lo fa fare vescovo. E anche in base alle denunce del domenicano e di altri religiosi che, all'università di Salamanca, si crea una scuola di giuristi che elaboreranno il diritto internazionale moderno, sulla base fondamentale dell"'eguaglianza naturale di tutti i popoli" e dell'aiuto reciproco tra le genti.

Un aiuto del quale gli indios avevano particolarmente bisogno; come ricordavamo (ma come spesso non si ricorda) i popoli dell'America Centrale erano caduti sotto l'orribile dominio degli invasori aztechi, una delle genti più feroci della storia, con una fosca religione basata sui sacrifici umani di massa. Nelle solennità, che duravano ancora quando giunsero i Conquistadores a sbaragliarli, sulle grandi piramidi che servivano da altare si giunse a sacrificare agli dei aztechi sino a 80.000 giovani per volta. Le guerre erano determinate dalla necessità di procurarsi sempre nuove vittime.

Si accusano gli spagnoli di avere provocato un tracollo demografico che abbiamo visto essere dovuto in gran parte allo "choc virale". In realtà, senza il loro arrivo, la popolazione si sarebbe ridotta ancor più ai minimi termini, vista l'ecatombe che i dominatori facevano della gioventù delle popolazioni soggiogate. L'intransigenza, talvolta il furore dei primi cattolici sbarcati, sono ben spiegabili davanti a questa oscura idolatria nei cui templi scorreva sempre sangue umano.

Di recente, l'attrice americana Jane Fonda che tenta, dai tempi del Vietnam, di presentarsi come "politicamente impegnata" schierandosi a difesa di cause sbagliate, ha voluto adeguarsi al conformismo denigratorio che ha travolto anche non pochi cattolici. Se questi ultimi lamentano (incredibilmente, per chi un poco conosca che cosa fossero i "culti" aztechi) quella che chiamano «la distruzione delle grandi religioni precolombiane», la Fonda si è spinta ancora più in là, affermando che quegli oppressori «avevano una migliore religione e un migliore sistema sociale di quello imposto con la violenza dai cristiani».

Le ha replicato, su uno dei maggiori quotidiani, uno studioso anch'egli americano, ricordando all'attrice (e magari ai cattolici che piangono il "crimine culturale" della distruzione del sistema religioso azteco) quale fosse il rituale delle continue mattanze sulle piramidi messicane.

Eccolo: «Quattro preti afferravano la vittima scaraventandola sulla pietra sacrificale. Quindi, il Gran Sacerdote piantava il coltello sotto il capezzolo sinistro facendosi largo attraverso la cassa toracica, finché, rovistando a mani nude, non riusciva a strappare il cuore ancora pulsante e a metterlo in una coppa per offrirlo agli dèi. Dopodiché, i corpi venivano fatti precipitare dalle scale della piramide. Ad attenderli, al fondo, c'erano altri preti che incidevano ogni corpo sulla schiena, dalla nuca ai talloni, e ne strappavano la pelle in un unico pezzo. Il corpo scuoiato era preso da un guerriero che lo portava a casa e lo faceva a pezzi. I quali erano offerti agli amici, oppure questi erano invitati a casa per festeggiare con le carni della vittima. Le pelli, invece, conciate, servivano di abbigliamento alla casta sacerdotale».

Mentre così erano sacrificati i giovani e le giovani (a decine di migliaia ogni anno: il principio era che i cuori umani dovevano essere offerti senza interruzione alle divinità), i bambini erano precipitati nella voragine di Pantilàn, le donne non vergini erano decapitate, gli uomini adulti scorticati vivi e finiti poi con le frecce. E così via, con altre piacevolezze che verrebbe voglia di augurare a Jane Fonda (e a certi frati e clericali vari, oggi così virulenti contro i "fanatici" spagnoli) perché, provatele, ci dicano poi se davvero "il cristianesimo è peggio".

Solo un po' meno sanguinari erano gli incas, gli altri invasori che avevano ridotto in schiavitù gli indigeni più a Sud, lungo le Ande. Come ricorda uno storico: «I sacrifici umani erano praticati dagli incas per allontanare un pericolo, una carestia, un'epidemia. Le vittime erano di solito dei bambini, a volte degli uomini e delle vergini. Le vittime erano strangolate o sgozzate, a volte si strappava loro il cuore alla maniera azteca».

Tra l'altro, il regime imposto dai dominatori incas agli indios era un chiaro precursore del "socialismo reale" alla marxista. E, naturalmente, come ogni sistema di questo tipo, non funzionava, tanto che gli oppressi diedero una mano entusiasta per liberarsene ai pochi spagnoli giunti provvidenzialmente. Come nell'Europa Orientale del XX secolo, sulle Ande del XVI era vietata la proprietà privata; denaro e commercio non esistevano; l'iniziativa dei singoli era vietata; la vita privata era sottoposta a un duro regolamento di stato. E, tanto per dare un ulteriore tocco ideologico "moderno", precedendo in questo caso non solo il marxismo ma anche il nazismo, il matrimonio era permesso solo seguendo le leggi eugenetiche di stato, per evitare "contaminazioni razziali" e assicurare un razionale "allevamento umano".

A questo terribile scenario sociale, si aggiunga che nessuno, nell'America precolombiana, conosceva l'uso della ruota (se non per impieghi religiosi), né il ferro, né sapeva impiegare il cavallo. Il quale pare non fosse assente all'arrivo degli spagnoli, forse viveva in alcune zone allo stato brado, ma gli indigeni non conoscevano il modo di domarlo né avevano inventato i finimenti. Niente cavallo significava assenza anche di muli e di asini, così che - aggiungendovi la mancanza delle ruote - tutti i trasporti, in quelle zone montagnose, anche per la costruzione degli enormi palazzi e templi dei dominatori, erano fatti a spalle da torme di schiavi.

E' su queste basi che i giuristi spagnoli, nel quadro della "eguaglianza naturale di tutti i popoli", riconoscevano agli europei il diritto oltre che il dovere di aiutare genti che ne avessero bisogno. E non si può dire che non avessero bisogno d'aiuto gli indigeni precolombiani. Non si dimentichi che, per la prima volta nella storia, degli europei si confrontavano con culture tanto diverse e lontane. A differenza dì quanto faranno gli anglosassoni, che si limiteranno a sterminare quegli "alieni" che trovavano nel Nuovo Mondo, gli iberici raccolsero la sfida culturale e religiosa con una serietà che è una delle loro glorie.

Sulla colonizzazione spagnola nelle Americhe e su denunce come quelle di Las Casas (continuiamo il nostro discorso), è significativo quanto scrive il protestante Pierre Chaunu: «Ciò che deve stupirci non sono gli abusi iniziali, è semmai il fatto che siano stati tanto contrastati da una resistenza che veniva, a tutti i livelli - quelli della Chiesa, ma anche quelli dello Stato - da una profonda coscienza cristiana».

Così, opere come la «Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie» di fra Bartolomè furono utilizzate senza scrupoli dalla propaganda protestante e poi illuminista, mentre sono - per dirla ancora con Chaunu - «il più bel titolo di gloria della Spagna». Testimoniano, in effetti, della sensibilità al problema dell'incontro con un mondo del tutto nuovo e inatteso, sensibilità che sarà a lungo assente nel colonialismo prima protestante e poi "laico", gestito dalla brutale borghesia europea dell'Ottocento, ormai secolarizzata.

Abbiamo visto come, dalla Corona in giù, non solo non si prendano provvedimenti contro una contestazione come quella di Las Casas, ma si tenti di correre ai ripari con leggi che tutelino quegli indios dei quali il "contestatore" stesso sarà proclamato Protector General. Per dodici volte il frate varcherà l'Oceano per perorare presso il governo della Madrepatria la causa dei suoi protetti: e, sempre, sarà onorato e ascoltato e i suoi cahiers de doléances saranno passati a commissioni che ne trarranno leggi, oltre che a professori che daranno vita al moderno "diritto delle genti".

Siamo di fronte a un fatto inedito, che non ha esempi nella storia dell'Occidente: ed è tanto più sorprendente se si aggiunge che Las Casas non fu solo preso sul serio ma - probabilmente - fu persino preso troppo sul serio.

Dicemmo già, in effetti, di un sospetto - avanzato da chi ne ha indagato la psicologia - addirittura di uno "stato di allucinazione", di una "esaltazione mistica" in questo convertito. Per dirla con l'insospettabile americano William S. Maltby, «le esagerazioni di Las Casas lo espongono a un giusto e indignato ridicolo». O, per citare Jean Dumont: «Nessuno studioso che si rispetti può prendere sul serio le sue denunce estreme». Scegliendo ancora, ecco qui, tra i mille, il laicissimo Celestino Capasso: «Trascinato dalla sua tesi, il domenicano non esita a inventare notizie, precisando persino a 20 milioni il numero degli indios massacrati, o accogliendo per fondate notizie fantastiche, come l'uso dei conquistatori di farsi accompagnare da schiavi per il pasto dei cani da combattimento...».

Come dice Luciano Perena, dell'Università di Salamanca: «Las Casas si perde sempre in cose vaghe e imprecise. Non dice mai quando né dove si consumarono gli orrori che denuncia, né si cura di stabilire se costituiscano l'eccezione. Al contrario: contro ogni verità, lascia intendere che le atrocità sarebbero state il modo unico e abituale della Conquista». Per lui, personalità pessimista e ossessiva, il mondo è in bianco e nero. Da una parte i suoi malvagi connazionali, quasi belve scatenate; dall'altra parte gli indigeni, visti, testualmente, come «gente che non conosce sedizioni o tumulti», che è «del tutto sprovvista di rancore, di odio, di desiderio di vendetta». In questo senso, è tra i predecessori del mito del "buon selvaggio", caro agli illuministi del Settecento come Rousseau, e che continua ad agire in certo attuale, ingenuo terzomondismo secondo il quale tutti gli uomini sono santi, purché non siano europei o nordamericani: i soli, ovviamente, che nascano marchiati da una colpa imperdonabile.

Stupisce, in un frate, questa negazione del peccato originale, questa mancanza di realismo e anche di giustizia: da una parte starebbero degli angeli indifesi e dall'altra dei demoni spietati. Tra l'altro, quell'Hernán Cortés che mise fine al grande impero degli aztechi e che è presentato da Las Casas a tinte fosche (che pare non meritasse del tutto) era anche colui che dalle piramidi vide scendere il fiume di sangue umano delle vittime sacrificate. Mai un'impresa come quella di simili Conquistadores avrebbe potuto realizzarsi con le buone maniere: qui, poi, la durezza era considerata sacrosanta dagli spagnoli perché di quelle popolazioni "mitissime", secondo Las Casas, facevano pur parte gli aztechi - e poi gli incas, di cui si occuperà Francisco Pizarro - con quel loro "vizietto" di strappare il cuore a decine di migliaia di giovani.

Come tutti gli utopisti, Las Casas non superò la prova della realtà: tra i molti altri privilegi, il governo gli concesse di provare a mettere in pratica, in appositi territori messigli a disposizione, il suo progetto di evangelizzazione tutto "dialogo" e scuse. Ogni volta, finì col massacro dei missionari o nella loro fuga, incalzati dai cosiddetti "buoni selvaggi" muniti di temibili frecce avvelenate. Come sempre, i sogni, messi in pratica, si rovesciano in incubi.

Così, per dirla con il suo più recente biografo, Pedro Borgés, docente alla Complutense di Madrid, Bartolomé si rifugiò di nuovo nell'irrealismo, «predicando sempre non ciò che si poteva, ma ciò che si sarebbe dovuto fare». E comunque lo stesso Borgés che mette in guardia dal pensare che Las Casas sia il precursore di certa marxisteggiante "teologia della liberazione": da buon convertito, ciò che gli interessava era la salvezza eterna. La sua ossessione per gli indios non era per mettere al riparo i loro corpi, bensì per salvare le loro anime. Solo se presi nel verso giusto avrebbero accettato il battesimo, senza il quale sarebbero andati all'inferno sia essi che gli spagnoli. Siamo, dunque, all'opposto di chi oggi non vede che la dimensione orizzontale e che, quindi, nulla ha a che fare con il mistico Las Casas.

Comunque, come riconosce Maltby, «quali che fossero i difetti del suo governo, nessuna nazione della storia eguagliò la Spagna nella preoccupazione per la salvezza delle anime dei suoi nuovi sudditi». Fino a quando la corte di Madrid non fu inquinata da massoni e "illuminati", non si badò né a spese né a difficoltà per onorare gli accordi con il Papa, che aveva concesso i diritti del Patronato contro precisi doveri di evangelizzazione. I risultati parlano: grazie al sacrificio e al martirio di generazioni di religiosi mantenuti con larghezza dalla Corona, nelle Americhe si creò una cristianità che è ora la più numerosa della Chiesa cattolica e che, malgrado i limiti di ogni cosa umana, ha dato vita a una vivace fede "meticcia", incarnata nell'incontro vitale di diverse culture. Lo straordinario barocco del cattolicesimo latino-americano è il segno più evidente di come (malgrado gli errori e gli orrori) sia felicemente riuscita una delle più grandi avventure religiose e culturali. A differenza che nel Nord America, qui cristianesimo e culture precolombiane hanno dato vita a un uomo e a una società davvero nuovi rispetto alla situazione precolombiana.

Pur nelle sue esagerazioni, generalizzazioni illecite, invenzioni e diffamazioni, Las Casas è testimone importante di un Occidente non dimentico dei moniti evangelici. Abusivo fu isolarlo dal dibattito in corso allora nella penisola iberica, per strumentalizzarlo come arma da guerra contro il "papismo". Fingendo oltretutto di ignorare che, contro la Spagna, si utilizzava la voce di uno spagnolo (membro, tra l'altro, di un ordine nato in Spagna), ascoltato e protetto dal governo e dalla Corona di quella Spagna stessa.

«Arma cinica di una guerra psicologica», così Pierre Chaunu definisce l'uso che le potenze protestanti fecero dell'opera di Las Casas. Le redini dell'operazione antispagnola furono prese innanzitutto dall'Inghilterra; per ragioni politiche ma anche religiose, poiché in quell'isola il distacco da Roma di Enrico VIII aveva creato una Chiesa di Stato abbastanza potente e strutturata da porsi come capofila delle altre comunità riformate in Europa. La lotta inglese contro la Spagna fu vista così come la lotta del "puro Evangelo" contro "la superstizione papista".

Una parte importante in questa operazione di "guerra psicologica" fu giocata anche dai Paesi Bassi e dalle Fiandre, impegnati contro gli spagnoli. Fu proprio un fiammingo, Theodor De Bry, che disegnò le incisioni per accompagnare una delle tante edizioni fatte in terra protestante della «Brevissima Relazione»: disegni truculenti, dove gli iberici sono rappresentati mentre si danno a ogni sorta di sadiche efferatezze contro i poveri indigeni. Poiché queste del De Bry (il quale, naturalmente, lavorò di fantasia) sono praticamente le sole immagini antiche della Conquista, esse furono continuamente riprodotte e ancora adesso stanno, ad esempio, su molti manuali scolastici. Inutile dire quanto abbiano contribuito al formarsi della "Leggenda nera".

A proposito della quale - tanto per dare qualche altro elemento ai molti già elencati - va anche osservato che sempre si dimentica di riflettere su ciò che avvenne dopo il dominio spagnolo. Il Paese iberico, si sa, fu invaso da Napoleone e (malgrado quella tenace, invincibile resistenza popolare che fu il primo segno della fine per l'impero francese), dovette abbandonare a se stessi gli immensi territori americani.

Quando la stella napoleonica si eclissò e la Spagna riebbe il suo governo, era ormai troppo tardi per ristabilire oltre Oceano lo statu quo: furono inutili i tentativi di domare la rivolta dei "creoli", cioè della borghesia bianca ormai radicata in quei luoghi. Quei borghesi benestanti erano coloro che da sempre avevano relazioni tese con la Corona e il governo della Madrepatria, accusati di "difendere troppo" gli indigeni e di impedirne lo sfruttamento. Soprattutto, l'ostilità creola si dirigeva contro la Chiesa e in particolare contro gli ordini religiosi perché non solo vegliavano affinché fossero rispettate le leggi di Madrid a tutela degli indios ma anche perché (a partire da subito, prima ancora di Las Casas: la prima denuncia contro i Conquistadores risuonò nell'Avvento del 1511 in una chiesa dal tetto di paglia a Santo Domingo e la pronunciò padre Antonio de Montesinos) sempre si erano battuti affinché quella legislazione fosse continuamente migliorata. Si è forse dimenticato che le spedizioni armate per distruggere le reducciones dei gesuiti erano state organizzate dai proprietari spagnoli e portoghesi, quegli stessi che fecero pesanti pressioni sulle rispettive Corti e governi perché la Compagnia di Gesù fosse definitivamente soppressa?

Anche a causa di questa opposizione alla Chiesa, vista come alleata degli indigeni, l'élite creola che guidò la rivolta contro la Madrepatria era inquinata in profondità dal Credo massonico che diede ai moti di indipendenza il carattere di duro anticlericalismo - se non di anticristianesimo - che è continuato sino ai giorni nostri. Sino - ad esempio - al martirio dei cattolici nel Messico della prima metà del nostro secolo. I «Libertadores», i capi della insurrezione contro la Spagna, furono tutti alti esponenti delle Logge: del resto, proprio da quelle parti si formò alla ideologia liberomuratoria Giuseppe Garibaldi, destinato a diventare Gran Maestro di tutte le massonerie. Un'occhiata alle bandiere e ai simboli statali dell'America Latina rivela l'abbondanza di stelle a cinque punte, triangoli, piramidi, squadre e di tutto l'armamentario del simbolismo dei "fratelli".

Sta di fatto che, proprio in nome dei principi di fratellanza universale massonica e dei "diritti dell'uomo" di giacobina memoria, i creoli, non appena liberati dall'impaccio delle autorità spagnole e della Chiesa, poterono disfarsi anche dell'impaccio delle leggi di tutela per gli indios. Quasi nessuno dice l'amara verità: dopo il primissimo periodo (fatalmente duro per l'incontro-scontro di culture tanto diverse) della colonizzazione iberica, nessun altro periodo fu tanto disastroso per gli autoctoni sudamericani come quello che inizia agli albori del XIX secolo, con l'assunzione del potere da parte della borghesia sedicente "illuminata".

Al contrario di quanto vuol far credere la "leggenda nera" protestante e illuminista, l'oppressione senza limiti, il tentativo di distruzione delle culture indigene inizia con l'uscita di scena della Corona e della Chiesa. E' da allora, ad esempio (già ne parlammo nel frammento 205), che si inizia un'opera sistematica di distruzione delle lingue locali, per sostituirle con il castigliano, idioma dei nuovi dominatori che pur proclamavano di avere assunto il potere "in nome del popolo". Ma era un "popolo" costituito in realtà solo dalla esigua classe dei proprietari terrieri di origine europea.

Fu da allora che spuntarono quei provvedimenti, che mai erano stati presi durante il periodo "coloniale", per impedire il "meticciamento", la mescolanza razziale e culturale. Mentre la Chiesa approvava e incoraggiava i matrimoni misti, i governi "liberali" li contrastarono e spesso li vietarono del tutto. Si cominciò, cioè, a seguire l'esempio così poco evangelico delle colonie anglosassoni al Nord: anche qui, non a caso, era stata la massoneria a guidare la lotta per l'indipendenza. Si crea allora un fronte comune tra Logge dell'America Settentrionale e di quella Meridionale, prima per battere la Corona di Spagna e poi la Chiesa cattolica. Nasce anche così la dipendenza - che contrassegnerà tutta la storia che continua sino ad ora - del Sud nei riguardi del Nord. E' curioso: quei "progressisti" che inveiscono contro le colpe della colonizzazione cattolica spagnola e denunciano al contempo la sudditanza dell'America latina verso quella yankee, non sono evidentemente consapevoli che questa loro duplice protesta è contraddittoria: re di Spagna e papi furono, finché poterono, i grandi difensori dell'identità religiosa, sociale, economica delle zone "cattoliche". Il "protettorato" nordamericano è stato determinato anche dai criollos, i creoli, «i ricchi coloni che vollero scrollarsi di dosso autorità spagnole e religiosi per poter far meglio i loro comodi e i loro affari». Così Franco Cardini, il quale, a proposito dei nordamericani chiamati a soccorso (spesso occulto) dei "fratelli" in lotta contro Corona e Chiesa, aggiunge: «Si pensi alle porcherie che hanno accompagnato l'egemonizzazione dell'area panamense e la guerra di Cuba alla fine del XIX secolo; si pensi al costante appoggio americano offerto al governo laicista messicano, che da decenni mantiene una Costituzione che, nel suo dettato più che anticlericale, anticattolico, umilia e offende i sentimenti della maggior parte del popolo del Messico: e gli Usa hanno appoggiato banditi come Venustiano Carranza quando si è profilata la possibilità che qualcosa potesse cambiare. E non hanno mosso un dito durante la sanguinosa persecuzione anticattolica degli anni Venti». Oggi, si sa, il governo americano favorisce e finanzia il proselitismo di sette protestanti che, sradicando il popolo dalle sue tradizioni di quasi mezzo millennio, costituisce una grave violenza anche culturale.

Gli sforzi "razzisti" del dopo Spagna sono tragicamente simboleggiati dall'arte: mentre le due culture, prima, si erano meravigliosamente intrecciate, dando vita al capolavoro del barroco mestizo, il "barocco meticcio", si divisero di nuovo con l'arrivo al potere degli illuministi. Alla architettura straordinaria delle città coloniali e delle missioni si sostituì l'architettura solo di imitazione europea delle nuove città borghesi, dove per i poveri indios non c'era più alcun posto.

Distruttore o liberatore? Il cristianesimo in America Latina. Angela Pellicciari

Il Foglio 18 nov. 2004

"La distruzione culturale operata dal cristianesimo non è
stata seconda a nessuno. Se oggi il Sud America è un
continente integralmente cristiano, è perché i mores maiorum
degli incas o degli aztechi sono stati fatti a pezzi". Così
Galli della Loggia nell'incontro col Cardinal Ratzinger
organizzato a Roma dal Centro di orientamento politico
(pubblicato sul Foglio del 26 e 27 ottobre). L'espressione
non poteva essere più dura.
Quali mores maiorum sono stati "fatti a pezzi" dalla Chiesa
cattolica?
Per capire le caratteristiche della colonizzazione
dell'America latina conviene partire da una considerazione
banale: gli spagnoli arrivavano via mare non conoscendo
nulla del territorio e delle popolazioni che avrebbero
incontrato. Erano pochissimi (si parla di 27.787 uomini nei
cinquant'anni che vanno dal 1509 al 1559) a fronte di un
continente abitato da milioni di persone. Ma, si dice,
avevano i cavalli e gli archibugi. E allora? Come poteva un
pugno di uomini con qualche cavallo e qualche archibugio
conquistare un continente? Questa domanda la storiografia
dell'Ottocento e del Novecento non se l'è posta. La crudeltà
dei cattolici spagnoli (e della Chiesa che li benediceva e
accompagnava) è stata considerata una spiegazione necessaria
e sufficiente. Forse, per capire, conviene dare un'occhiata
al tipo di cultura in cui gli spagnoli si sono imbattuti.
Per farlo ricordiamo cosa scriveva sulla Stampa del 25
novembre 1998 il professor Aldo Rullini. In un articolo a
tutta pagina dal titolo "Maya, cannibali per necessità",
leggiamo che in Messico e dintorni "mancavano le proteine"
dal momento che "c'erano pochi animali domestici e
commestibili". E maya e aztechi "per soddisfare il loro
bisogno fisiologico dovevano immolare moltissimi prigionieri
e per far ciò dovevano organizzare incursioni e guerre [...]
La fine di ogni razzia veniva celebrata con grandi feste
popolari che prevedevano l'uccisione di centinaia o anche
migliaia di prigionieri sugli altari posti in cima alle
piramidi". Strappato alle decine di migliaia di vittime il
cuore ancora palpitante, i corpi, decapitati, venivano
"smembrati per essere distribuiti e mangiati". Rullini
scrive che "questi sacrifici di massa per quanto numerosi e
frequenti, non potevano far fronte al fabbisogno proteico di
tutto il popolo". Ma, aggiunge, "conta invece che la classe
dirigente, i sacerdoti e i militari, potessero usufruire di
queste proteine". In un altro articolo (settembre 1998, sul
domenicale del Sole 24 ore), Eduardo Matos Moctezuma si
chiedeva a proposito del frate Diego de Landa, se fosse
stato "angelo o demonio". "Propendo per la seconda ipotesi,
senza dimenticare che, in fin dei conti, anche i diavoli
furono angeli", scriveva l'articolista. Veniamo ai fatti:
frate Diego arriva nello Yucatan nel 1549 e nel 1556 diventa
Custode, ovvero massima autorità religiosa della provincia.
Nel 1562 i francescani si macchiano di "eccessi francamente
riprovevoli": torturano alcuni indios colpevoli di aver
compiuto sacrifici in onore di divinità autoctone e bruciano
un buon numero di "codici e oggetti antichi". Un simile
crimine viene condannato dal francescano Francisco de Toral,
nel frattempo nominato vescovo dello Yucatán. De Landa parte
per la Spagna dove, per far valere le proprie ragioni,
compila una "Relación de las cosas de Yucatán", strumento
"indispensabile per comprendere molte delle caratteristiche
di quei popoli". Quasi per inciso, e solo dopo aver
descritto il riprovevole comportamento del Custode dello
Yucatán, il direttore del museo del Templo Mayor di Città
del Messico, dottor Moctezuma, ci informa del dettaglio che
aveva scatenato la crudeltà di padre Landa: "Si seppe che
non solo venivano seguiti certi rituali, ma si continuava a
praticare anche il sacrificio umano come si faceva prima
dell'arrivo degli spagnoli, ma ora in un modo che era il
prodotto dell'influenza cristiana: giovani e bambini
venivano crocifissi nelle chiese alla presenza delle antiche
divinità".
Chi ha visitato l'interessante mostra organizzata lo scorso
anno a Roma sulla civiltà messicana precolombiana, ha potuto
constatare come la vulgata anticattolica abbia permeato di
sé la psicopatologia della nostra vita quotidiana. Secondo
la brava guida che accompagnava gli ammirati visitatori, la
qualità delle opere d'arte messe in mostra a palazzo Ruspoli
(fra l'altro coltelli sacrificali e un'interessantissima
statuetta in terracotta dipinta raffigurante la divinità
Xipe Totec, rivestita della vera pelle di una vera vittima
sacrificale), provava nel modo più inconfutabile la barbarie
della cattolica Spagna che tanti ne aveva distrutti. La
stessa cosa scriveva sulla Stampa del 18 marzo 2004 Maurizio
Assalto. Dopo aver descritto i rituali degli aztechi (appena
estratto, il cuore della vittima era parzialmente divorato
dal sacerdote, mentre la pelle dell'immolato "veniva
riposta, dopo essere stata indossata per venti giorni
dall'officiante", in speciali contenitori), dopo aver
lamentato le dure condizioni di vita degli abitanti
dell'America centrale "circondati da vulcani, minacciati
dalla siccità, dagli uragani, dai terremoti", termina con
l'amaro rimpianto per quella cultura distrutta: "Ecco la
fine [si riferisce alla fusione di oggetti d'oro per
trasportarli in Europa più agevolmente] di quei tesori,
dell'arte atzeca, della loro cultura. La fine (una delle
tante) della civiltà".
Ho citato alcuni articoli di giornale perché mi sembra il
modo più semplice e più evidente insieme per provare a quale
scarso uso della razionalità siamo stati educati. Per vedere
la differenza fra l'America precolombiana e quella
cattolica, ha ragione l'Arnold Toynbee di "An historian's
approach to religion" (1956), basta dare un'occhiata
all'arte. Basta guardare i colori e i soggetti delle
raffigurazioni. Tanto il sangue, le stragi, gli
squartamenti, l'orrore, la crudeltà dominano nella prima,
quanto i colori pastello, la luce, l'oro, la delicatezza,
l'allegria dominano nella seconda. Per vedere se è vero
basta fare un giretto in Sud America ed entrare nelle
chiese, nelle cattedrali e nei conventi (quelli che non sono
stati distrutti dalla furia illuminata dei libertadores di
inizio Ottocento). Basta vedere l'arte popolare. Basta
guardare quelle oasi di cultura, operosità, religione e
pietà che sono le missioni francescane della costa
californiana.
Non riuscendo più a distinguere il bene dal male, diamo al
crimine il nome di cultura.
E' vero che grazie agli spagnoli e alla predicazione
cattolica in America Latina sono scomparsi i sacrifici umani
che al ritmo di decine di migliaia all'anno sconvolgevano la
vita delle popolazioni indigene.
E' vero che grazie alla cattolica Spagna tanta povera gente
è stata liberata da un incubo (e questo contribuisce a
spiegare la facilità della conquista spagnola).


Qual'è stata la vera storia del Vangelo nelle Americhe?

Molti conquistadores si macchiarono di gravi colpe e ci furono anche preti e vescovi complici di diverse nefandezze. Non bisogna dimenticare che la colonizzazione del Sud America è una storia di uomini e ogni storia di uomini è fatta di luci e d ombre. Tuttavia gli aspetti positivi superarono quelli negativi. Scrive Giovanni Paolo II: «senza dubbio in questa evangelizzazione, come in ogni opera dell'uomo, vi sono stati esiti e sbagli, - luci ed ombre -, però, - più luci che ombre» (2).

Nel medioevo, per più di mille anni, non esiste il fenomeno della caccia alle streghe.

La credenza nella stregoneria come attività collettiva e cospirativa, cioè la paura per il potere sovrannaturale del diavolo e dei suoi adoratori, nasce nel 1200 e nel 1300 in seguito alla violente eresie sociali dei càtari.

Gli spagnoli, pur con tutti i loro difetti umani, hanno liberato gli indios da regimi che si possono considerare fra i più sanguinari e schiavistici della storia. Innanzi tutto bisogna sapere che gli Aztechi e gli Incas non erano pacifiche popolazioni locali ma erano essi stessi degli invasori che provenivano da altre terre.

I toltechi erano una sanguinaria popolazione, proveniente dal Nord, che aveva distrutto i Maya - nella regione del Messico -. Gli aztechi erano una tribù nomade del popolo nahua, provenienti dalle regioni della california settentrionale. Gli aztechi erano un popolo bellicoso e crudele che aveva a sua volta distrutto la popolazione dei toltechi, degli zapotechi e quanto rimaneva dei maya. Gli aztechi tennero sempre in schiavitù gli indios dell' america centrale, essi avevano una macabra religione che si basava sui sacrifici umani di massa. Per gli aztechi il sangue umano era il nutrimento che bisognava offrire agli dei per continuare a garantire il funzionamento del mondo.

Erano sempre in guerra perché avevano necessità di procurarsi nuovi schiavi da sacrificare agli dei. Un codice azteco racconta che nel 1487 furono sacrificati 20.000 prigionieri in occasione dell'inaugurazione di un nuovo tempio dedicato al dio colibrì. Ogni primo mese dell'anno uccidevano moltissimi lattanti e poi li divoravano. Il rito sacrificale tipico consisteva nel portare le vittime in cima alle piramidi. Qui veniva strappato il cuore ancora pulsante e i corpi venivano precipitati dalle piramidi. I corpi venivano scuoiati, con le pelli venivano fatti abiti per la casta sacerdotale mentre le altre parti del corpo venivano mangiate: dopo il pasto si ubriacavano.

I Maya, in quanto a crudeltà, non sono stati da meno: essi praticavano sacrifici umani in relazione con i cicli del calendario, anche loro strappavano il cuore e procedevano allo scorticamento del cadavere come atto magico per appropriarsi dell'anima.

Gli Incas erano amerindi di stirpe Quechua della regione di Cuzco. Essi avevano invaso e sottomesso tutti i popoli delle Ande - l'attuale Perù, la Bolivia, l'Ecuador, il Cile, l'Argentina - e per ragioni economiche avevano deportato intere popolazioni in luoghi lontani.

Per invocare l'aiuto degli dei, nei pericoli, sacrificavano bambini e donne vergini. Gli Incas avevano instaurato un regime di tipo collettivista e razzista. Tutta la vita privata era strettamente controllata dallo Stato - compreso i vestiti -, il matrimonio era controllato dalle autorità per evitare contaminazioni razziali e per assicurare la purezza del popolo. La posizione della donna nell'impero Incas era ancora più tragica. Ogni anno le bambine di nove anni di età venivano valutate dai funzionari imperiali: quelle scelte - chiamate elette - erano prelevate ed educate in case speciali. Esse venivano divise in tre categorie. Un primo gruppo: dovevano restare vergini, impiegate nel culto del dio sole - vergini del sole -. Un secondo gruppo: donne che venivano divise tra i funzionari imperiali in qualità di prostitute. Il terzo gruppo era destinato ai sacrifici umani. Questa umiliante e tragica posizione delle donne nell'impero incas era particolarmente in contrasto con quello che accadeva nelle tribù indie circostanti, dove la donna godeva di indipendenza

Nessuno si chiede come fecero gli spagnoli a far crollare degli imperi consolidati, potenti e sanguinari - come quelli degli aztechi e degli incas - dato che in 50 anni - tra il 1509 e il 1559 - gli spagnoli che raggiunsero le indie furono in tutto poco più di 500. Come poterono poche decine di soldati far crollare degli imperi ? Le poche armi non funzionarono quasi mai a causa del clima umido che neutralizzava le polveri, i cavalli non potevano essere utilizzati nell'assalto a causa delle foreste. La verità è che gli spagnoli ebbero l'appoggio determinante degli indios che li accolsero come liberatori e si unirono a loro per rovesciare la schiavitù azteca e incas.

Lo storico degli aztechi, Jacques Soustelle, scrive che la vittoria degli spagnoli sugli aztechi fu determinata da tre fattori. Il primo fattore fu quello religioso: Montezuma fu convinto per molto tempo che Cortès fosse un Dio azteco «Quetzalcòatl». Il secondo fattore fu una terribile epidemia di vaiolo che colpì gli aztechi. Il terzo fattore consiste nel fatto che la guerra degli spagnoli non fu soltanto la loro guerra ma quella di numerosi popoli e stati coalizzati contro gli aztechi a cui gli spagnoli fecero da guida: le tribù del Sud, i totonachi, gli otomi, gli abitanti di Tlaxcala e Uexotzinco. Quando Francesco Pizzarro arrivò presso gli Incas, già questi erano dilaniati da una sanguinosa guerra civile combattuta fra Huàscar e Atahualpa.

Questi avvenimenti culturali si incontrarono con un altro fenomeno sociale: verso la fine del medioevo il numero di donne non sposate era aumentato dal 10 al 20 per cento, prive di una loro autonomia, in condizioni di povertà e di emarginazione. Si trattava di soggetti che non rientravano nei criteri tradizionali di comportamento delle comunità in cui si trovavano a vivere e non bisogna dimenticare che, in questo periodo di psicosi collettiva, i bambini, con la loro immaginazione, rappresentarono una delle principali fonti di accuse nei processi per stregoneria.

Un altro fatto indiscutibile è che nei tre secoli di presenza spagnola mai ci furono rivolte contro gli spagnoli da parte degli indios. La morte di milioni di persone nella popolazione indigena ci fu ma non fu dovuta alle armi degli spagnoli ma alle nuove malattie infettive portate dagli spagnoli: il morbillo e il vaiolo. Nella zona messicana, andina e in molti territori brasiliani il 90% della popolazione è meticcio, frutto di incroci razziali fra spagnoli e indigeni. Infatti i cattolici spagnoli non esitavano a sposare le indigene perché la teologia cattolica le riteneva esseri umani a pieno titolo. Nel Nord America, invece, la colonizzazione protestante aborriva le unioni miste e i frutti degli incroci razziali venivano emarginati: la teologia protestante, infatti, considerava l'indiano inferiore in quanto predestinato ad esserlo (è lo stesso meccanismo che ha portato nel Sudafrica all'apartheid e in Australia alla quasi estinzione degli indigeni). Inoltre, nel Nord America la colonizzazione protestante ha effettivamente sterminato le popolazioni locali (il massacro sulla frontiera dell'Ovest nel XIX secolo).

Dice lo storico della Sorbona, Pierre Chaunu, che è calvinista e liberale, che l'America protestante ha cercato di liberarsi dal suo crimine creando la leggenda nera della conquista spagnola dell'America del Sud. Il primo scritto utilizzato in funzione strumentale dagli olandesi e dagli inglesi, per costruire il mito del massacro degli indios da parte degli spagnoli, fu quello del frate cattolico Bartolomeo de Las Casas. Bartolomeo fino a 35 anni aveva praticato, prima della conversione, la schavitù degli indios nei suoi possedimenti delle Antille. Lo scritto di Bartolomeo è frutto di un'esaltazione mistica e di un desiderio di espiazione. Bartolomeo, in modo del tutto ingenuo e infantile, dice che tutti i popoli delle Indie sono naturalmente buoni e pacifici, addirittura privi di ogni forma di aggressività. Le civiltà costruite da questi popoli sarebbero tutte perfette e paradisiache, comprese quelle sanguinarie degli aztechi e degli Incas.

Il male non esisterebbe presso quei popoli ma solo nell'animo degli europei. Bartolomeo, con il suo scritto, è il primo a gettare le premesse di quella favola illuminista che darà origine al mito del buon selvaggio.

I re cattolici di Spagna erano talmente sensibili ai diritti degli indios che le esaltazioni mistiche di frate Bartolomeo furono tenute ugualmente in considerazione e Bartolomeo fu nominato protettore generale degli indios. Le visioni utopistiche di Bartolomeo sugli indigeni sono talmente ingenue che egli stesso viene immediatamente contraddetto dai fatti: il popolo dei lacandoni, poco dopo la sua partenza, massacra, nel Chiapas- Guatemala, la civiltà cristiana che Bartolomeo vi aveva stabilito.

Gli indigeni delle Antille che, per iniziativa personale di Cristoforo Colombo (quale vice-re delle nuove terre) erano stati ridotti in schiavitù e mandati in Spagna, furono liberati per volontà di Isabella detta la Cattolica, Regina di Castiglia, e riportati nelle Antille. L'inviato speciale della regina, Francisco de Bobadilla, fece liberare gli indios, destituì Colombo e lo inviò prigioniero in Spagna per i suoi abusi. Isabella scrisse nel suo testamento una supplica al Re e alla principessa sua figlia affinché gli indios fossero sempre trattati con umanità, rispettati nelle loro persone e nei loro beni e affinché fosse riparato ogni eventuale danno che avessero ricevuto.

Lo storico protestante nord-americano William Malty ha scritto che nessuna nazione eguagliò la Spagna cattolica nella preoccupazione per le anime dei suoi sudditi. Altra falsità di cui sono stati accusati i cattolici è quella del genocidio culturale dei popoli indigeni, genocidio culturale che sarebbe iniziato con la distruzione delle loro lingue. In realtà, per conservare e capire le lingue dei popoli indigeni, nel più importante vicereame, quello del Perù, all'università di Lima fu stabilita nel 1596 una cattedra di lingua quechua (la lingua andina imposta dagli Incas).

Nessuno poteva essere ordinato sacerdote se non conosceva bene la lingua quechua e anche altri linguaggi come il nahuatl e il guaranì. In realtà, nelle repubbliche dell'America latina non furono i cattolici ma gli illuministi della Rivoluzione francese che portarono avanti un piano sistematico di eliminazione delle lingue locali per imporre la lingua democratica ed egualitaria per eccellenza: il francese. Sempre all'inizio del XIX secolo, cacciati gli spagnoli, presero il potere le borghesie ispirate alla filosofia dell'illuminismo e della massoneria e furono queste che eliminarono tutte le leggi sulla tutela degli indios emanate dagli spagnoli.

NOTE

(1) Commissione teologica internazionale, Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, «L'Osservatore Romano», Documenti, supplemento a «L'Osservatore Romano» n.10, 10 marzo 2000, p.5, n.4.

(2) Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica I cammini del Vangelo, 29 giugno 1990, n.8

Bibliografia

Cfr: Jean Dumont, Il Vangelo nelle Americhe, dalla barbarie alla civiltà, Effedieffe, Milano 1992; Piero Gheddo, Nel nome del Padre, la conquista cristiana sopruso o missione, Bompiani, Milano 1992, pp.67-82; Enciclopedia Italiana, vol. V, p.720, vol. XXII p.634, vol. XVIII p. 954, vol. XXVI p.888; Jacques Soustelle, Gli Aztechi, Newton Compton, Roma 1994, pp. 61-72 e pp. 94-96; Alberto Caturelli, Il Nuovo Mondo riscoperto, ed. Ares, Milano 1992, pp. 90 -106; Igor Safarevic, Il Socialismo come fenomeno storico mondiale, cooperativa editoriale - La casa di Matriona-Milano 1980, pp. 182-184


La Chiesa: “inconcepibile” il livello di violenza a El Salvador

Secondo monsignor Escobar, l'aumento delle pene per i minori non basta


SAN SALVADOR, giovedì, 18 febbraio 2010 (ZENIT.org).- L'Arcivescovo di San Salvador, monsignor José Luis Escobar Alas, ha definito questa domenica “inconcepibile” il livello di violenza che sta vivendo El Salvador.

Nel corso di una conferenza stampa, l'Arcivescovo ha affermato che è “inconcepibile, incredibile” che avvengano mattanze come quelle di Suchitoto e Tonacatepeque e che si smembrino le persone, riferendosi al ritrovamento di sacchi con resti umani in vari punti della capitale.

Il 2 febbraio scorso, sette presunti membri della gang “Mara 18” sono stati crivellati da un gruppo di sconosciuti in un fiume vicino alla città di Suchitoto (nel nord del Paese), mentre la notte del 6 febbraio un altro gruppo armato ha assassinato cinque persone in un ristorante della località di Tonacatepeque (nel centro).

“Come cristiani non possiamo permetterlo, lo rifiutiamo, e questo è il motivo per cui è necessario che tutta la società, unita al Governo, cerchi la soluzione al problema della violenza”, ha dichiarato.

“Altrimenti – ha aggiunto –, che Dio non voglia, soccomberemo a questa società”.

Monsignor Escobar Alas ha riconosciuto che la Chiesa è preoccupata per gli alti indici di delinquenza, soprattutto per il modo in cui si sono verificate le ultime mattanze.

Per l'Arcivescovo, il decreto approvato giovedì scorso dall'Assemblea Legislativa per aumentare le pene per i minori tra i 7 e i 15 anni che infrangono le regole non basta.

“Non direi che sia positivo o negativo. Lascerei il giudizio agli analisti tecnici, ma penso che pur essendo una misura positiva non basti. A questo provvedimento vanno uniti anche piani di promozione dei giovani, di aiuto e di riabilitazione che presentino un'alternativa positiva”, ha osservato il presule. Per questo, ha raccomandato al Parlamento di conoscere le esperienze di altri Paesi in materia.

El Salvador ha chiuso il 2009 con un totale di 4.365 omicidi, con una media di 12 al giorno, e un indice di violenza sociale non registrato almeno dagli anni successivi alla guerra civile, terminata nel 1992. Quest'anno, secondo i dati della polizia, la media delle morti violente quotidiane è salita a 13.



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Bolivia: si diffonde la coltivazione della coca

- Le Figaro - Traduzione Hurricane 53

Il presidente Morales incoraggia la produzione dell' “erba sacra”

Morales: alla guida di uno dei più importanti sindacati

di cocalero (produttori di coca) del paese

Sono saliti da un piccolo sentiero fangoso che attraversa la lussureggiante vegetazione delle Yungas boliviane, portando grandi borse bianche piene di foglie di coca raccolte la vigilia. Giunti alla piattaforma per l'essiccazione, nel mezzo di un campo di coca, imitando i gesti dei seminatori, spargono le foglie sul suolo di pietra affinché il sole estragga la naturale umidità. L'atmosfera è serena, il sole appena si è appena levato. Nelle vallli circostanti la nebbia inizia a dissolversi. Siamo nella comunità di Tocana, che appartiene ad una delle principali regioni boliviane di produzione delle foglie di coca. “Facciamo quattro raccolti l'anno, spieghiamo Pablo. Le piantagioni producono per quindici, vent'anni. Poi, dobbiamo cambiare zona perché la terra non rende più nulla”.
In questa regione a Nord-est di La Paz, dove la foresta amazzonica sembra voler aggredire i ripidi contrafforti dell'Altiplano, la produzione della coca è una vecchia tradizione. Ma in questi ultimi anni le superfici per la coltivazione sono aumentate considerevolmente. Secondo una relazione dell'ONU, nel 2008 sono aumentate del 6% fino a raggiungere i 30.500 ettari. La legislazione boliviana ne autorizza 12.000 ettari per rispondere al tradizionale consumo (la masticazione per lottare contro gli effetti dell'altitudine, tisane e doni a Pachamama). Dunque 18.000 ettari sarebbero fuori legge da quando, agli inizi degli anni 2000, i campi di coca coprivano soltanto 14.000 ettari.
“L'ONU sottovaluta la realtà, critica uno specialista boliviano nella produzione di coca che preferisce mantenere l'anonimato. Tutti i dati, raccolti sul posto, mostrano che la produzione clandestina guadagna terreno. Prima, le superfici si estendevano nel Chapare. Ora le produzioni illegali si sviluppano nello Yungas. In queste nuove zone di produzione, le mafie sono molto attive e proibiscono l'accesso ai ricercatori, si che si tratti di giornalisti o di organismi internazionali”.
L'azione repressiva condotta in Colombia contro la coca sembra infatti aver indirizzato i gruppi mafiosi verso la Bolivia. “L'interesse delle mafie messicane e colombiane per la Bolivia è che si tratta di è un territorio quasi vergine, spiega Alain Labrousse dell'Istituto delle Americhe. Installarvisi risulta quindi molto più facile”.
Una dimensione culturale
Molti attribuiscono lo sviluppo delle foglie di coca al sostegno dimostrato dal presidente boliviano. Egli stesso alla guida di uno dei più importanti sindacati di cocalero (produttori di coca), senza tregua Evo Morales promuove la cultura “dell'erba sacra” degli indiani dell'Altiplano, sostenendone la dimensione culturale e legata alla tradizione. “Qui la foglia di coca viene coltivata da oltre cinque mille anni - ha spiegato alla tribuna delle Nazioni Unite nel marzo 2009, prima di masticare una foglia - Se si tratta di una droga, allora arrestatemi!” Evo Morales è stato rieletto alla guida della Bolivia.
L' importanza della foglia di coca nell’antica cultura degli Aymaras e dei Quechua è rimessa in discussione da alcuni storici, che ricordano che il consumo della foglia di coca prima della colonizzazione era spesso riservato ad usi religiosi. Il consumo ne è diventato comune tra la popolazione quando la colonizzazione spagnola si rese conto che favoriva il rendimento dei lavoratori nelle miniere d'argento di Potosi.
Al mercato di Villa Fatima a La Paz, ogni giorno, i camoin fanno la fila per scaricare tonnellate di foglie di coca. Dei 4×4 nuovi fiammanti ripartono con enormi quantità di foglie. Secondo alcuni osservatori, le consegneranno nei rioni popolari di El alto, dove dei laboratori clandestini trasformano le foglie in pasta base che verrà esportata in Brasile per produrre cocaina. Brasilia ha già dato l'allarme sulla recrudescenza dei movimenti di droga alla frontiera fra i due paesi.
Le Figaro ha potuto procurarsi una relazione non ancora pubblicata, redatta dall'Adepcoca (Associazione dei produttori di coca) che denuncia le disfunzioni nella regolamentazione del commercio delle foglie di coca, in cui acquisto e vendita sono strettamente regolamentati. Mostra che 30 al 40% delle foglie raccolte ufficialmente sono deviati. “Il potere boliviano lotta contro il traffico di cocaina, smorza i toni Alain Labrousse. Nel 2008 e 2009 i controlli in Bolivia sono aumentati, nonostante la DEA (l'amministrazione americana di lotta contro il traffico di droga) se ne sia andata. I grandi problemi che il Brasile lamenta a causa del traffico di cocaina sul suo territorio non sono dovuti alla Bolivia„ ma ai gruppi di delinquenti brasiliani.
Patrick Bèle Le Figaro Traduzione Hurricane 53

“L'unico modo di sistemare il mondo è sistemare la famiglia” Parole del Cardinale López Rodríguez, Primate d'America

SANTO DOMINGO, giovedì, 7 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Con una toccante celebrazione eucaristica, l'Arcidiocesi di Santo Domingo (Repubblica Dominicana) ha celebrato il giorno della Sacra Famiglia domenica 27 dicembre nella Cattedrale primaziale d'America.

La celebrazione è stata presieduta dal Cardinale Arcivescovo di Santo Domingo, Nicolás de Jesús López Rodríguez, e dal vicario episcopale di Famiglia e Vita, padre Vladymir Pérez, così come da altri sacerdoti e diaconi.

Nella sua omelia, il Cardinale ha chiesto con insistenza che i genitori recuperino la tradizione di dare la benedizione ai propri figli come facevano i loro genitori, sottolineando come questo aiuti a mantenere una vita di fede ancorata ai valori familiari.

“Dobbiamo affrontare questa corrente moderna che arriva anche alle barbarie, agli spropositi e alle perversioni peggiori. Dobbiamo vedere come presentiamo al XXI secolo un modello di famiglia che è ciò che è stato sempre conservato nella tradizione giudaico-cristiana”, ha affermato.

La famiglia, ha aggiunto, deve essere ciò che è, non quello che gli altri vogliono che sia. In questo senso, il porporato ha dichiarato: “Crediamo nella famiglia, la difendiamo e la promuoviamo”.

“Se vogliamo ricostruire la famiglia che si sta deteriorando, non possiamo saltare le cose fondamentali. Ci sono già Paesi che sono un completo disastro perché i genitori non hanno ricevuto un'educazione familiare, sono cresciuti come meglio volevano e ora hanno una famiglia che è una banderuola”.

Allo stesso modo, il Cardinale ha sottolineato il lavoro svolto dai gruppi che operano per la famiglia.

“Invito le famiglie a sentirsi convocate, esortate sempre a vivere tutto ciò che questi gruppi possono offrirci. L'unico modo di sistemare il mondo è sistemare la famiglia. Non ci sono altre vie, tutto il problema si gioca in questa sede”.

Concludendo la sua omelia, il porporato ha invitato i cattolici a recuperare le tradizioni familiari cristiane. “Non voglio che si continui a permettere che il paganesimo si insinui ovunque. Bisogna salvare e riscattare la famiglia cristiana; spetta a voi e a me, a tutti”, ha dichiarato.

Dalla Galilea, impulso alla nuova evangelizzazione dell'America Latina Più di 150 Vescovi presenti a un Congresso del Cammino Neocatecumenale

di Sara Fornari

KORAZIM, martedì, 24 novembre 2009 (ZENIT.org).- Più di 150 Arcivescovi e Vescovi provenienti dall'America Latina si sono riuniti la settimana scorsa nel centro internazionale “Domus Galilaeae”, gestito dal Cammino Neocatecumenale, per un Congresso sulla nuova evangelizzazione nei rispettivi Paesi.

L'incontro con l'équipe responsabile del Cammino Neocatecumenale, formata da Kiko Argüello, Carmen Hernández e padre Mario Pezzi, ha trattato la situazione della Chiesa e del mondo, e i Vescovi hanno condiviso le proprie esperienze pastorali.

Si tratta del primo incontro di questo tipo celebrato con i Vescovi dell'America Latina, anche se non il primo che si svolge nella “Domus Galilaeae”. Nella primavera del 2008, se ne è svolto uno simile con 170 Vescovi europei; nel 2007 la stessa riunione si è celebrata con i Vescovi dell'Africa, e nel 2006 con quelli di Asia e Oceania.

Tra gli altri, hanno partecipato i Cardinali Pedro Rubiano Saenz, Arcivescovo di Bogotá, e Nicolás de Jesús López Rodríguez, Arcivescovo di Santo Domingo. Erano presenti anche molti Vescovi delle Diocesi di Colombia, Brasile e Venezuela; per poter partecipare all'appuntamento, la Conferenza Episcopale Boliviana ha cambiato la data della propria riunione.

I presuli hanno incontrato anche le autorità civili e i pastori delle Chiese locali, tra cui l'Arcivescovo Elias Chacour di Akka dei greco-melkiti, il vicario generale del Patriarcato Latino, monsignor Giacinto Boulos Marcuzzo, il Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, e il Nunzio Apostolico, monsignor Antonio Franco.

Per il Cardinale López Rodríguez, l'incontro “è stato molto interessante, perché il Cammino Neocatecumenale continua a crescere in tutta l’America Latina, in alcuni Paesi di più. È importante che tutti i Vescovi possano conoscere quest’esperienza”.

“In questo convegno abbiamo condiviso le nostre difficoltà pastorali, e questo è stato molto importante… Santo Domingo fu la prima terra nelle Americhe a ricevere l’annuncio del Vangelo. Ci prepariamo per l’anno 2011 in cui celebreremo l’anniversario di 500 anni dalla fondazione della prima Diocesi d’America da parte di Papa Giulio II”.

Giovanni Paolo II, ha detto, “ha parlato molte volte di nuova evangelizzazione, la prima fu in occasione dell’Assemblea Generale del CELAM ad Haiti, nel 1984. Il Papa allora parlò di quanto fosse necessario cominciare a evangelizzare di nuovo, perché quella prima evangelizzazione senz’altro aveva impiantato nel continente americano le radici cristiane, ma in seguito erano nate tante persone, nuove generazioni alle quali bisognava presentare nuovamente la realtà del Vangelo”.

Per questo, ha aggiunto, “oggi dobbiamo predicare con molto ardore… dobbiamo affrontare con nuove espressioni le sfide che la realtà attuale del continente americano ci presenta”.

Sfide e difficoltà

Al centro dell'incontro ci sono stati alcuni fenomeni preoccupanti, come la diffusione delle sette e delle utopie ingannevoli, fondate su antropologie che negano l'anima e il peccato originale, oltre al ritorno all'indigenismo.

Da questi fenomeni e dalle stesse parole dei presuli, è sorta chiaramente – anche in un continente giovane come quello americano – l'urgenza della nuova evangelizzazione, di una pastorale missionaria che ponga in un movimento dinamico e virtuoso tutta la Chiesa.

Come molti dei Vescovi presenti hanno testimoniato, la sfida della nuova evangelizzazione è stata raccolta concretamente dal Cammino Neocatecumenale, che si offre come iniziazione cristiana e itinerario di formazione cattolica per i nostri tempi.

Di fronte alla situazione generale della Chiesa e del mondo, in cui si constatano ovunque una crisi delle vocazioni, la preoccupante diminuzione della frequenza ai sacramenti e l'attacco alla famiglia e al matrimonio, molti presuli hanno sperimentato personalmente nelle proprie Diocesi i frutti del Cammino Neocatecumenale, un'iniziazione cristiana vissuta in piccole comunità che rappresentano un ambiente idoneo alla maturazione di una fede che sappia rispondere alle sfide attuali.

Per monsignor Víctor Manuel López Forero, Arcivescovo emerito di Bucaramanga (Santander, Colombia), la nuova evangelizzazione “deve essere la caratteristica fondamentale della nostra missione pastorale”, con “nuovo ardore, con nuova ispirazione mistica, e cercando un nuovo volto di Chiesa, proprio secondo quanto ci ha mostrato l’apostolo Giovanni Paolo II”.

“Abbiamo partecipato a questo convegno per prendere ancora più coscienza di questa nostra responsabilità di pastori”, ha aggiunto.

Monsignor López Forero ha spiegato che nella sua Diocesi ci sono otto grandi comunità del Cammino Neocatecumenale, e che attualmente esiste un progetto di rinnovamento e di evangelizzazione, che in vari aspetti coincide con il Cammino.

“Innanzitutto la Chiesa è mistero di comunione con Dio, di comunione con gli uomini e con la natura. Essa deve nutrirsi costantemente della Parola di Dio e della vita sacramentale. Dunque la spiritualità che dobbiamo avere in questa nuova evangelizzazione è una spiritualità di comunione: la comunione nella Chiesa è una cosa fondamentale, ed è proprio ciò che i pontefici degli ultimi tempi, a partire dal Concilio Vaticano II, ci hanno chiesto”.

“Credo che il Cammino Neocatecumenale abbia molto chiara questa linea. Sappiamo che dobbiamo lavorare con metodi diversi, ma per una sola causa, quella di costruire la Chiesa che Dio vuole, con una evangelizzazione decisa”, ha sottolineato il presule.

Nuovo ardore

Per monsignor José Luis Escobar Alas, Arcivescovo di San Salvador, “è evidente che la nostra società in genere sta perdendo la fede e diventa progressivamente più atea, un po’ come in Europa: lo stesso processo sta arrivando, gradualmente, anche in America Latina. Le vocazioni diminuiscono e la famiglia viene attaccata nei suoi principi, nei suoi valori. C’è poi il flagello delle sette protestanti, che sono un vero e proprio cumulo di eresie, un sistema che minaccia di distruggere la fede cattolica”.

Per il presule, è quindi “estremamente necessaria una risposta, e questa deve essere l’evangelizzazione, la missione, come ha detto il documento di Aparecida”.

“Questa riunione ha voluto animarci nella fede, per poter prendere la decisione migliore, così che possiamo annunciare Cristo, come la vera opzione in un mondo sempre più materializzato, carente di fede”. L'incontro con gli iniziatori del Cammino, ha affermato, è stato “di grande aiuto, una grande ricchezza, e per me, una grazia speciale”.

Per monsignor Angelo Pignoli, Vescovo di Quixadá (Brasil), le grandi sfide della sua Diocesi “riguardano la famiglia e la gioventù, ma anche la formazione del popolo; direi, in un certo senso, l’evangelizzazione più profonda, per arrivare alle coscienze delle persone e avere un cristianesimo più autentico e vivace”.

Il presule, che prima di diventare Vescovo ha compiuto tutto il Cammino Neocatecumenale nel suo paese, nello Stato di San Paolo, ha affermato che “questo itinerario è un’esperienza unica e davvero necessaria, oggi, nella chiesa”.

“Penso che questa iniziazione cristiana sia utile anche per avere dei sacerdoti che sentano nella loro vita la presenza del Signore, così da portarLo agli altri. La mia preoccupazione attuale, nella mia Diocesi, è proprio come formare presbiteri con questa esperienza più concreta del Signore, perché altrimenti si tratta soltanto di parole che diciamo, e non della vita”, ha commentato.

“La vita, invece, è consegnarsi totalmente, come ha fatto la Madonna, nelle mani del Signore. Questa precisa esperienza della famiglia di Nazareth è necessaria nel Brasile, e in tutto il mondo. La nostra chiesa ha visto una forte diminuzione delle frequenze ai sacramenti, ma ora abbiamo dei piccoli gruppi che vivono concretamente la fede”.

Di fronte alle accuse per cui le comunità neocatecumenali vivono “al margine” della parrocchia, monsignor Pignoli ha osservato che è vero il contrario: “Sono stato parroco di una Diocesi con 300 comunità; ho visto personalmente che nel cammino neocatecumenale le persone si mettono al servizio della parrocchia con la loro vita, con la loro testimonianza”.

“Certo questo dipende anche dalla capacità del parroco di creare la comunione tra i gruppi e farli lavorare insieme”, ha sottolineato.

Famiglia

Per monsignor Hugo Barrantes, Arcivescovo di San José e presidente della Conferenza Episcopale del Costa Rica, in questo Paese caraibico si constata “l’anti-cultura della morte: la gente non vuole avere figli, vuole il matrimonio omosessuale, la famiglia viene osteggiata”.

“Noi vescovi del Costa Rica (siamo otto) stiamo lavorando moltissimo per difendere la famiglia – ha confessato –. In questo mese di novembre faremo una marcia per le strade di San Josè con questo scopo; prevediamo la partecipazione di 200.000 persone. Vogliamo dire ai governanti che siamo con la famiglia, non ne vogliamo la morte, vogliamo che nascano bambini, vogliamo il futuro della patria. È questa la sfida più importante per noi oggi”.

Per il presule, che ha affermato di conoscere il Cammino da 30 anni e di averlo compiuto, questo itinerario è “una risposta per il nostro tempo, senza dubbio”.

Quanto alle sfide poste dalle sette, monsignor Barrantes ha commentato che nel suo Paese “ci sono sette, sì, ma più che altro la gente lascia la religione, e non aderisce a nulla”.

“Questa indifferenza, secondo me, è un fenomeno ancora più pericoloso – ha concluso –. Per questo vogliamo evangelizzare. Vogliamo mettere la Diocesi in stato di missione permanente”.