DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
TERRA SANTA. DA GENNAIO 2020 TORNERA' VISITABILE IL LUOGO DEL BATTESIMO DI GESU'
La primavera di Gerusalemme. Se la botanica studia la Sindone
Oltre un milione e settecentomila pellegrini hanno già prenotato la visita all'ostensione pubblica della sacra Sindone. E mentre la fede induce a pregare di fronte a quel "misterioso volto che silenziosamente parla al cuore degli uomini invitandoli a riconoscervi il volto di Dio" (Benedetto XVI, 2 giugno 2008), scienziati e studiosi continuano a interrogarsi sulla sua storia. Sebbene molti abbiano messo in dubbio le origini dell'antico telo, il piccolo libro di un illustre botanico oggi fornisce a tale riguardo indizi concreti.
In sole cento pagine illustrate, Avinoam Danin, professore emerito del Dipartimento di Evoluzione sistematica ed ecologia della Università Ebraica di Gerusalemme affronta il compito ambizioso di rispondere a ogni domanda che si è posto in quattordici anni di ricerca sulla Sindone. Il libro Botany of the Shroud: The Story of Floral Images on the Shroud of Turin (Gerusalemme, Danin Publishing, 2010, pagine 104, dollari 25) descrive con chiarezza gli elementi dai quali deriva un insieme di importanti conclusioni.
Come spiega Danin, quanto è avvenuto sulla Sindone somiglia al processo dell'essiccamento dei fiori fra le pagine di un libro. Centinaia di immagini di piante sono rimaste impresse sul tessuto. Queste immagini, quindi, contribuiscono a determinare dove e quando quei fiori sono stati posti sul lenzuolo. Sono decifrabili anche le immagini di nove spine, per la maggior parte intorno al capo e alle spalle, di una canna posta lungo il corpo dell'Uomo della Sindone, e di circa 2.600 frutti sparsi su tutto il corpo. Sono inoltre visibili immagini parziali di una corda.
Danin cominciò a fare ricerche sulla Sindone nel 1995, quando vide alcune sue fotografie ingrandite. Riconobbe subito, al primo sguardo, immagini di piante dell'area di Gerusalemme. La lista dei successi di questo studioso, ampiamente pubblicati nel campo della botanica, specie a proposito di piante del Medio Oriente, è molto lunga. Basti dire che nei suoi quarantaquattro anni di carriera ha scoperto specie di piante mai rinvenute prima in Israele, sul Sinai e in Giordania e che la sua opera ha permesso la creazione di un database da cui si è potuta ricavare una mappa fitogeografica di Israele.
La prima conclusione che Danin ha tratto dalla sua ricerca botanica è che, apparendo negli stessi punti le immagini delle piante, sia sulle fotografie ricavate da differenti tecniche fotografiche, sia sul lino della Sindone, esse devono necessariamente essere vere e non sono state create artificiosamente dall'uno o dall'altro metodo fotografico. Fra le centinaia di immagini di fiori, Danin ha scelto per la propria ricerca quelle più utili come indicatori geografici nonché quelle di piante dai periodi di fioritura più specifici. Ha così concluso che "l'area in cui le tre piante fresche scelte come indicatori avrebbero potuto essere raccolte e poste sulla Sindone accanto al corpo dell'uomo crocifisso è quella compresa fra Gerusalemme e Hebron". Quanto ai periodi di fioritura, egli osserva che "marzo e aprile sono i mesi dell'anno in cui fioriscono dieci delle piante identificate sulla sindone".
A proposito delle spine, Danin presume che appartengano alle piante Ziziphus spina-christi e Rhamnus lycioides, che sono "importanti indicatori storici". Entrambe sono considerate fra le piante "più feroci" in Israele e le spine della seconda furono "utilizzate dagli agricoltori arabi come lame per l'aratro".
Le immagini della corda sulla Sindone mostrano che le funi erano fatte di fibre vegetali secondo un antico metodo utilizzato per migliaia di anni a Gerusalemme. Si ritiene che questa corda sia stata quella con cui l'Uomo della Sindone venne legato sulla croce. La sindonologia, ovvero lo studio della sindone, ha sempre affascinato da un punto di vista botanico Danin, che afferma di non essere minimamente interessato a un suo eventuale significato religioso.
Riferendo la conversazione avuta nel 2000 con l'allora nunzio apostolico di Gerusalemme, Danin scrive: "Gli dimostrai il mio entusiasmo per aver visto sulla sindone le immagini delle piante che avevo visto anche sulle fotografie. Gli dissi che non provavo alcuna emozione particolare verso quell'oggetto venerato da milioni di persone(...) e nel dire questo mi sentii quasi in dovere di giustificarmi. Mi rispose di proseguire le mie ricerche perché se non fossi stato ebreo, ma cristiano, pochi mi avrebbero creduto".
Da allora, gli anni di ricerca di Danin come sindonologo lo hanno portato a concludere che il lenzuolo per la sepoltura esisteva già nell'viii secolo e anche che "la grande somiglianza del volto dell'Uomo della Sindone con un'icona del Pantocrator nel monastero di Santa Caterina, sul Sinai" rivela la conoscenza della Sindone già intorno al 550.
Quella che il botanico definisce "era olografica" della sindonologia cominciò nel 2007 e implicò la collaborazione del dottor Petrus Soons, creatore, insieme con i suoi collaboratori del Dutch Holographic Laboratory, a Eindhoven, di ologrammi tridimensionali della sindone. Durante quel periodo Danin poté osservare "un tappeto quasi omogeneo" di più di trecento corolle di fiori poste ordinatamente intorno al capo dell'Uomo della Sindone.
Un'altra scoperta, scaturita dalla collaborazione con Soons, è la presenza di un elmetto di spine, quindi non di una corona, utilizzato per torturare l'uomo. Soons ha spiegato che "quando ha creato ologrammi a grandezza naturale e li ha esposti presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, a Roma, hanno dovuto prendere una scala per vedere la sommità del capo. Questa parte del corpo dell'Uomo della Sindone prima non era mai stata vista da nessuno". Lì Soons osservò tante piccole ferite che avevano sanguinato e che sulla fronte non erano visibili.
Il valore di queste conclusioni è di fatto immenso. Ognuna di queste osservazioni scientifiche ricorda una sofferenza analoga a quella di Cristo: alla sua passione e alla sua crocifissione così come sono state commemorate nei giorni di Pasqua dalla Chiesa in tutto il mondo. La ricerca di Danin, accompagnata da quella di altri sindonologi, può dunque contribuire a rivelare solo una realtà fisica mentre il credente è spinto a meditare su una verità trascendente: la morte e la resurrezione di Cristo. Con le parole di Papa Giovanni Paolo ii: "La Sindone ci presenta Gesù al momento della sua massima impotenza, e ci ricorda che nell'annullamento di quella morte sta la salvezza del mondo intero" (cfr. Discorso in occasione della visita pastorale a Vercelli e a Torino, 24 maggio 1998). Infatti quando i cristiani parlano della Sindone, parlano del lenzuolo autentico in cui fu avvolto l'unico essere umano che abbia mai spezzato le catene della morte. È un reperto concreto del suo straordinario stato temporaneo di morte - "il mistero del Sabato Santo", ha detto Benedetto XVI nella sua visita del 2 maggio. Così "La Sindone - proseguiva Papa Wojtyla - diventa un invito a vivere ogni esperienza, compresa quella della sofferenza e della suprema impotenza, nell'atteggiamento di chi crede che l'amore misericordioso di Dio vince ogni povertà, ogni condizionamento, ogni tentazione di disperazione".
(©L'Osservatore Romano - 12 maggio 2010)
Per amore di Sion
Quando l’imperatore Guglielmo II nel 1898, durante il suo viaggio in Oriente, visitò la città santa di Gerusalemme, il terreno sul Monte Sion dove ora sorge l’imponente abbazia dei benedettini tedeschi, la chiesa della Dormizione, non era ancora utilizzato. Sin dall’antichità il Monte Sion è legato al luogo della memoria dell’ultima cena di Gesù, dell’effusione dello Spirito Santo sui discepoli e della dormizione di Maria, madre di Dio. La chiesa, che dall’età bizantina ha fatto memoria di questa tradizione, è stata però edificata solo nel tardo Medioevo.
Dopo l’espulsione dei francescani dal Cenacolo nel XVI secolo, anche l’area circostante venne abbandonata. Durante la sua visita, l’imperatore Guglielmo II trovò il Sion, così ricco di tradizione cristiana, desolato e trascurato.
Il 31 ottobre 1898 Guglielmo II inaugurò la chiesa evangelica del Redentore che sorge nei pressi della basilica del Santo Sepolcro. Il pomeriggio dello stesso giorno ottenne dal sultano il terreno confinante con il Cenacolo sul Monte Sion e lo concesse all’Unione tedesca per la Terra Santa con lo scopo di costruirvi una Chiesa destinata ai suoi sudditi cattolici.
Il 7 ottobre 1900 fu posta la prima pietra della chiesa della Dormizione di Maria; il 10 aprile 1910, giusto cent’anni fa, l’edificio venne consacrato. Guglielmo II affidò il luogo ai benedettini della Congregazione di Beuron e il 21 marzo 1906 arrivarono i primi monaci.

Una veduta della basilica della Dormizione, appena fuori le mura di Gerusalemme vecchia, sul colle di Sion. (foto M. Gottardo)
Oggi l’abbazia, contando la comunità di Tabgha sul Lago di Galilea, nel luogo dove si fa memoria della moltiplicazione dei pani e dei pesci, e a Hildesheim (Germania) conta quasi due dozzine di monaci.
Dal 1995 a capo della piccola comunità è l’abate Benedikt Maria Lindemann. «La scelta di servire come abate qui alla Dormizione – racconta – l’ho sentita come chiamata. Quando arrivai qui a Gerusalemme, le speranze di pace erano molto concrete. Il giorno dopo la mia elezione, però, fu assassinato Yitzak Rabin e l’euforia per la pace crollò. Tuttavia vivere qui è una grazia particolare, anche se in questa terra il dolore e l’amore sono intrecciati in maniera inestricabile. Eppure proprio qui siamo chiamati a vivere il nostro carisma di benedettini: diventare benedetti per benedire. Questa è la più grande sfida della nostra vita qui in Terra Santa».
La storia della presenza dei monaci benedettini al Sion ha risentito fin dall’inizio delle vicende belliche legate a Gerusalemme e al Medio Oriente. In un secolo i monaci sono stati cacciati dalla Dormizione ben tre volte.
Dopo la proclamazione dello Stato d’Israele e lo scoppio della guerra arabo-israeliana, i monaci benedettini per un paio di anni hanno vissuto in un quartiere di Gerusalemme chiamato German Colony. In quel periodo il Sion si trovava nella terra di nessuno, al confine tra la zona israeliana e la zona sotto il controllo giordano.
La pace per la Terra Santa è una richiesta costante nelle preghiere e nel lavoro dei benedettini. «Il fatto di vivere vicino alla sala del Cenacolo per noi significa anche assumerci la missione di pregare per la pace, oltre all’impegno di rafforzarla attraverso iniziative concrete: a Tabgha con incontri per i giovani a cui invitiamo israeliani e palestinesi; qui al Sion con concerti di musica sacra, ai quali partecipano molti ebrei e grazie ai quali viviamo l’ospitalità benedettina. Ogni due anni con il conferimento del Premio Monte Sion, che vuol essere un segno di riconciliazione. Come abitanti neutrali in questa terra, sentiamo di poter aiutare gli uomini ad incontrarsi, a far crollare i pregiudizi. Per questa ragione desideriamo costruire qui sul Sion anche un’accademia della pace, la Beit Benedikt».
Nel corso della loro presenza in Terra Santa i benedettini del Sion hanno voluto fin dall’inizio mettersi al servizio delle esigenze della Chiesa locale. Negli anni Venti assunsero la guida del seminario diocesano di Beit Jala. Negli anni Trenta fu loro affidata la cura del santuario di Tabgha, nel luogo del miracolo della moltiplicazione dei pani.
Oltre a lavorare per la pace e il dialogo interreligioso, anche l’impegno ecumenico costituisce un punto forte del lavoro dei benedettini della Dormizione. Durante il superiorato dell’abate Laurentius Klein fu fondata l’Ecumenical Research Fraternity di Gerusalemme, una realtà di dialogo e ascolto con le Chiese sorelle ancor oggi esistente. Ancora grazie all’abate Laurentius, nel 1973, nacque l’anno di studi teologici. Da allora sul Sion, ogni anno, studenti tedeschi protestanti e cattolici, si dedicano a studi intensivi di teologia ed ecumenismo.
A cent’anni dalla sua consacrazione, l’abbazia benedettina del Sion è particolarmente impegnata per la riconciliazione tra le confessioni cristiane e nel dialogo tra le tre religioni monoteiste. «In questo giubileo – dice l’Abate Lindemann – mi auguro che la nostra comunità possa riconoscere in modo sempre più chiaro la chiamata del Signore, il nostro compito qui, in questo luogo. Alla Chiesa in Terra Santa, una Chiesa che patisce costantemente la croce, auguro che possa godere di pace e libertà. E che possa fortificarsi spiritualmente e ed essere luce per la Chiesa di tutto il mondo anche sul versante dell’ecumenismo. Le “dispute” tra i discepoli continuano a offrire una cattiva testimonianza, che ci riempie di tristezza. Ma non dobbiamo scoraggiarci».
Un ultimo aspetto preoccupa l’abate: «A causa della situazione politica crescono anche a Gerusalemme spinte fondamentaliste che mi preoccupano. Le ricerche demoscopiche ci dicono che cresce l’ignoranza e con essa l’intolleranza tra gli giovani ebrei nei confronti del cristianesimo. Io spero di essere una guida coraggiosa e capace di offrire a tutti gli uomini e donne di buona volontà spazi di riconciliazione e dialogo».
(traduzione dal tedesco di Barbara Zonato)
Tra i cristiani di Terra Santa La fede degli inizi alla prova
LUIGI GENINAZZI | |||
![]() Il custode di terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa Avvenire | |||
I cristiani in Terra Santa, testimoni coraggiosi del perdono Intervista a fra Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 17 dicembre 2009 (ZENIT.org).- La piccola comunità cristiana di Terra Santa, circa 120 mila in Israele e 40 mila nell’Autonomia palestinese (pari all’1% della popolazione complessiva), resiste tra mille difficoltà nei luoghi che hanno visto l’Incarnazione e l’esperienza umana di Gesù, offrendo una testimonianza non scontata di coraggio e di fede.
Per saperne di più ZENIT ha intervistato il Custode di Terra Santa, fra Pierbattista Pizzaballa ofm, in occasione della sua presenza al convegno nazionale degli educatori dell’Azione cattolica ragazzi italiana “Come vasi di creta. La qualità della relazione educativa per dare forma alla vita”, svoltosi a Roma dal 6 all’8 dicembre scorsi.
Una domanda non nuova: qual è il senso della presenza cristiana in Terra Santa?
Pizzaballa: E’ una domanda che ci facciamo e dobbiamo farci sempre perché la risposta non è mai la stessa. Cambia, infatti, la mia percezione personale rispetto ad essa, la nostra di Chiesa, cambiano le dinamiche, le situazioni e ogni volta è una questione da porre. A partire dall’interrogativo di Gesù: “voi chi dite che io sia?”. Cosa ci dice Gesù oggi? Le riposte possono essere diverse.
Io so cosa concretamente “non” possiamo essere: non possiamo essere ponte tra la società israeliana e quella palestinese. Il Papa ha detto: non di muri, ma di ponti ha bisogno la Terra Santa ed è verissimo. Ma la comunità cristiana non può svolgere una funzione di ponte tra le due società, perché è composta prevalentemente di arabo-palestinesi. Il ponte invece deve stare un po’ di qua e un po’ di là, altrimenti non può unire. La comunità cristiana esprime quindi una realtà sola, però ha un compito alto di testimonianza. Innanzitutto è una comunità pacifica, non violenta, propositiva. Non costituisce una minaccia per nessuno e questo è un segno molto importante. Grazie alla presenza della comunità cristiana arrivano milioni di pellegrini che recano benessere economico e sociale e anche questo è positivo. La nostra testimonianza, tuttavia, si esprime innanzitutto stando lì, semplicemente, come cristiani, cercando di vivere il Vangelo e il valore che ci viene chiesto di offrire è quello del perdono. Gesù sulla croce - dal punto di vista puramente umano -, è morto per una terribile ingiustizia, a causa di un processo falsato; eppure da quel luogo e da quell’ingiustizia, lui ha perdonato.
Questo è l’ambito nel quale muoverci. Il perdono non si può regalare, nemmeno imporre, è un percorso da fare. Non si presta a semplificazioni; prima di perdonare bisogna capire e guardare in faccia il male, definirlo con molta verità. Bisogna avere rispetto della sofferenza delle persone a cui è stata inferta una ferita. Allo stesso tempo, dobbiamo essere consapevoli che la capacità di perdonare deve orientare il nostro sguardo sulla realtà.
Questo è anche il senso della presenza della Custodia di Terra Santa. Siamo una piccola comunità di 300 frati, di 32 nazioni diverse - una specie di Babele !- che cerca di volersi bene, recando proprio la testimonianza che nonostante la diversità è possibile stare insieme. Vorremmo aiutare la gente, senza la presunzione di rivoluzionare o di cambiare il mondo, ma ponendo un piccolo segno di condivisione e perdono.
Quali rapporti intercorrono con i musulmani e gli ebrei?
Pizzaballa: Sono due mondi molto diversi tra loro. Con i musulmani il rapporto è plurisecolare; i cristiani sono arabi palestinesi e vivono con i musulmani che sono arabi palestinesi: fedi diverse ma un unico popolo che vive nelle stesse zone. Si tratta di un rapporto che passa attraverso le istituzioni, in primo luogo la scuola.
Uno degli aspetti fondamentali della comunità cristiana di Terra Santa infatti – che sebbene piccola è molto vivace e attiva -, è proprio la scuola. Le circa 80 scuole cristiane esistenti, sono frequentate sia da cristiani che da musulmani e svolgono quindi un ruolo di mediazione sociale molto importante. Dove opera la scuola cristiana, il rapporto tra musulmani e cristiani è armonico, c’è un riflesso importante nella vita pubblica perché le famiglie si incontrano grazie alle attività scolastiche e si crea relazione e fiducia tra i due gruppi. Abbiamo constatato che dove la scuola cristiana non c’è, i rapporti sono più difficili da costruire, mancano le occasioni pubbliche. Ciò che definiamo dialogo interreligioso, in Terra Santa passa attraverso la vita di tutti i giorni, le attività della Chiesa e in particolare la scuola.
Con l’ebraismo è il rapporto è diverso: non c’è possibilità di incontro attraverso le istituzioni della Chiesa perché Israele ha le proprie. L’unica forma di dialogo, anche se non facile, è quello di tipo culturale. Recentemente, ad esempio, abbiamo ricevuto in dono dalla Provincia di Padova una riproduzione della cappella degli Scrovegni che adesso è in mostra al museo di Tel Aviv. L’iniziativa sta attirando ogni giorno migliaia di persone che, con l’ausilio di una visita guidata, leggono la storia della salvezza dal punto di vista cristiano.
Non va dimenticato che il conflitto in corso ha il suo peso: un cristiano palestinese, quando dice Israele, non pensa all’Israele biblico di Gesù, ma ai check point.
E’ possibile intravedere una prospettiva politica di pace in Terra Santa?
Pizzaballa: In questo momento non sembrano vedersene molte, per più ragioni. Innanzitutto, perché c’è una grande stanchezza da parte di tutti e due i popoli; il secondo motivo è che non ci sono - né dall’una né dall’altra parte - leader carismatici forti con una chiara visione della pace, capaci di trascinare la popolazione a fare anche i necessari compromessi. La società palestinese è a sua volta divisa in due parti tra le quali esiste una profonda frattura. La comunità internazionale, infine, al di là di tanti discorsi non sembra ancora intenzionata a passi concreti di pressione sulle due autorità politiche per spingerle alla pace. Siamo ancora nella fase lunghissima, che sembra non finire mai, di tattiche, di dichiarazioni, ma nulla di tangibile che possa far intuire che ci possa essere un cambiamento a breve.
La visita del Papa dello scorso maggio ha lasciato degli echi positivi di dialogo?
Pizzaballa: La visita di Benedetto XVI è servita molto a chiarire le relazioni sia con la comunità ebraica che con quella islamica. Tuttavia l’impatto maggiore lo ha avuto sulla comunità cristiana che ne parla ancora oggi con accenti molto positivi, per i discorsi e i gesti che il Papa ha posto in essere e per le messe pubbliche celebrate con la partecipazione di migliaia di persone. E’ stato un momento forte che ha incoraggiato molto e ha unito la comunità cristiana, notoriamente divisa.
La Terra Santa è l’unico paese al mondo dove vivono insieme tutte le confessioni cristiane, dalle più grandi alle più piccole, e rimanere ben distinte fa un po’ parte del ruolo di custodi di luoghi e tradizioni, anche se c’è modo e modo di custodire. Tuttavia, nonostante parentesi incresciose che si sono viste anche in televisione, i rapporti sono abbastanza cordiali. Anzi proprio dopo quegli episodi che hanno fatto il giro del mondo, forse un po’ per la vergogna che ha scosso la coscienza di molti, c’è stato un impulso maggiore a cambiare registro.
Lei era a Betlemme per l’inizio delle celebrazioni di Avvento: come viene vissuto questo tempo nella città stretta dal muro di separazione con Israele?
Pizzaballa: E’ toccante constatare ogni volta la fede della gente. In queste situazioni così difficili, ci si ritrova sempre nella preghiera. C’è molta partecipazione alle celebrazioni e ai riti tradizionali che preparano al Natale e così pure alle stazioni che si fanno in tutta la città per ricordare i diversi episodi evangelici. Pregare diventa un altro modo per stare insieme e ritrovarsi.
C’è un messaggio che ci viene da Betlemme, il luogo dell’Incarnazione, per Natale?
Pizzaballa: Il messaggio è ancora quello di sempre: Dio continua a visitarci attraverso Gesù che continua a nascere e a essere fonte di novità. Anche se le cose restano sempre le stesse, può cambiare il nostro modo di vederle. Nonostante tante violenze e segni di morte, ci sono ancora molte persone che hanno desiderio di mettersi in gioco e spendersi per la loro terra, per la loro gente, per la Chiesa. Esse sono segno di forza, di novità e di speranza per la Terra santa e spero anche per gli altri. La Terra Santa ci appartiene, noi apparteniamo alla Terra Santa, la nostra fede è nata lì e continua a nascervi. Per questo ciò che accade in Terra Santa ci riguarda tutti da vicino.
Una «figlia della Terra Santa» oggi beata
Durante l'Eucaristia a Nazareth con Fouad Twal e Amato, Maria Alfonsina Danil Ghattas, fondatrice delle Suore del Rosario, salirà agli onori degli altari • Pizzaballa: «Un evento che ci dona coraggio»
di Giuseppe Caffulli
Tratto da Avvenire del 22 novembre 2009
Un evento «atteso con grande gioia. Una celebrazione che richiamerà da tutta la Terra Santa migliaia di fedeli». Padre Amjad Sabbara, il parroco francescano della basilica dell’Annunciazione non nasconde la sua emozione. Oggi, infatti, nella basilica di Nazareth verrà beatificata Maria Alfonsina Danil Ghattas, fondatrice, insieme a don Giuseppe Tannus, della Congregazione delle Suore del Rosario di Gerusalemme. Per la prima beatificazione a tenersi in Terra Santa, «migliaia di persone prenderanno parte alla Messa presieduta dal patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal», spiega padre Amjad. Sono attesi fedeli da Betlemme, da Gerusalemme, da Ramallah e dalle molte comunità cristiane presso le quali le suore del Rosario sono inserite. «Le autorità israeliane hanno concesso dei visti appositi per i fedeli che giungeranno dai Territori palestinesi. Dopo la visita di Benedetto XVI del maggio scorso – aggiunge Amjad – vivremo un altro esaltante momento di comunione ecclesiale». Alla Messa, oltre a una quindicina di vescovi provenienti dalle diocesi del Medio Oriente, sarà presente come inviato del Papa l’arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi. Non poteva che essere Nazareth, la città di Maria, il luogo più appropriato per elevare alla gloria degli altari madre Maria Alfonsina, la cui vita è stata segnata da un rapporto speciale con la Vergine. Nata il 4 ottobre 1843 a Gerusalemme, Sultaneh (Regina) Danil Ghattas si presenta quattordicenne al postulandato delle Suo- re di San Giuseppe dell’Apparizione, di cui veste l’abito religioso nel 1860. Con la professione religiosa emessa sul Calvario, nel 1862, la giovane riceve il nome di suor Maria Alfonsina. Destinata all’insegnamento, intesse un rapporto profondo con le ragazze sue alunne, che riunisce nella Confraternita dell’Immacolata Concezione. Dietro suo impulso nasce anche un’associazione di mamme cristiane attiva ancora oggi a Gerusalemme. Zelante nel suo servizio ma umile nel carattere, le sue giornate sono ritmate dalla preghiera e dall’impegno soprattutto per le ragazze cristiane arabe.
Dal 6 gennaio 1874, un fatto straordinario cambia la sua vita. Mentre sta recitando il Rosario nell’oratorio delle suore, le appare la Vergine in una nube luminosa, con le mani aperte. Sul petto una croce, da cui pende un rosario aperto a cerchio, il capo attorniato da quindici stelle; sotto i suoi piedi due nubi, su ciascuna delle quali brillano due serie di sette stelle. Il 31 maggio dello stesso anno, nello stesso oratorio e sempre durante la preghiera del Rosario, Maria Alfonsina ha una seconda visione della Vergine, durante la quale avverte per la prima volta l’ispirazione interiore che la porterà a fondare le Suore del Rosario. Un cammino lungo, non facile.
Decisivo l’incontro con padre Joseph Tannus, che diviene suo direttore spirituale e si interessa in prima persona alla fondazione della nuova congregazione. Convinto dell’autenticità delle apparizioni a suor Maria Alfonsina, le chiede di redigere la narrazione completa delle richieste della Vergine riguardanti la nuova famiglia religiosa e di stendere un progetto di Costituzioni. Era l’8 novembre 1879. Il 24 luglio 1880, in una modesta casa del quartiere cristiano di Gerusalemme, non lontano dalla parrocchia di San Salvatore, nasceva con 5 ragazze il primo nucleo di quella che diventerà la prima congregazione autoctona della Chiesa latina di Gerusalemme, oggi diffusa oltre i confini della diocesi. Il 25 marzo 1927, mentre recita i quindici misteri del Rosario, pronunciando distintamente le parole «prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte», Maria Alfonsina muore nella casa di Ain Karem. È sepolta a Gerusalemme, in quella che nel 1937 diventa la chiesa del Rosario.
«La sua elevazione alla gloria degli altari è per noi cristiani di Terra Santa un grande dono – fa notare monsignor Giacinto Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale per Israele – perché ci dona coraggio in un momento non certo facile e ci spinge ad assumere una missione evangelizzatrice ancora più incisiva nella Chiesa e nella società». «La beatificazione di Madre Maria Alfonsina – afferma il Custode di Terra Santa padre Pierbattista Pizzaballa – consegna ai cristiani locali un simbolo e un esempio spirituale in un tempo difficile in cui il loro numero diminuisce, con tante sfide quali la secolarizzazione, la formazione. E con i problemi politici che stentano a risolversi. Maria Alfonsina è una figlia della Palestina che ha vissuto in Terra Santa e che ha capito l’importanza dell’istruzione e della formazione soprattutto delle ragazze come necessaria al percorso di radicamento e di testimonianza cristiana in questa tormentata regione».
Quel «segreto» ben custodito
Le apparizioni della Vergine alla religiosa del 1874, narrate in un diario, rimasero segrete fino alla sua morte
Del rapporto tutto speciale di Maria Alfonsina con la Madonna non si seppe mai nulla durante la sua vita. Fu un segreto custodito con cura in un diario redatto per ordine del suo direttore spirituale padre Joseph Tannus. Solo dopo la morte della religiosa, la sorella Giovanna recuperò i due quaderni del diario; il primo ben sigillato con cera rossa conteneva i racconti delle apparizioni della Vergine. Li consegnò al patriarca latino di Gerusalemme Luigi Barlassina. Questi, non conoscendo l’arabo, se li fece tradurre e poi li consegnò a sua volta alla superiora generale delle Suore del Rosario. Solo allora venne svelato il segreto: era stata la Santa Vergine a volere Congregazione del Rosario con il carisma della promozione della donna nel contesto della società araba.
È la seconda volta che la Terra Santa vede salire all’onore degli altari una sua figlia. Il 13 novembre 1983 Giovanni Paolo II aveva beatificato Maria del Crocifisso (la «piccola araba» Mariam Bawardy, nata a Abellin in Galilea nel 1846 e morta a Betlemme nel 1878). Ambedue le beate in Terra Santa sono il «frutto» della restaurazione del patriarcato latino di Gerusalemme ad opera di Pio IX nel 1847.
Oggi le Suore del Rosario (280, con 63 comunità) sono presenti in Palestina, Israele, Giordania, Libano, Egitto, Emirati Arabi, Kuwait e Siria. È l’unica congregazione che, sulla base delle proprie costituzioni, accoglie nella vita religiosa solo ragazze di origine araba. Oltre all’impegno nella scuola, le religiose curano l’apostolato parrocchiale, gruppi mariani, la pastorale familiare e sanitaria.
(G. Caf. )
