DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Visualizzazione post con etichetta Terra Santa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Terra Santa. Mostra tutti i post

TERRA SANTA. DA GENNAIO 2020 TORNERA' VISITABILE IL LUOGO DEL BATTESIMO DI GESU'


Alessandro Di Bussolo / Silvonei Protz – Città del Vaticano
“Vorremmo accogliere qui i pellegrini per la celebrazione della festa del Battesimo di Gesù, il prossimo gennaio. Così quello che per quasi 50 anni è stato un campo minato, diventerà un campo di pace, di preghiera, di ritrovo dei pellegrini”. E’ un sogno che si realizza, quello che padre Francesco Patton, custode francescano di Terra Santa, racconta durante la visita del sito di Qasr Al-Yahud, (in arabo “Il castello degli Ebrei”) con il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, in occasione delle celebrazioni per gli 800 anni dell’incontro tra san Francesco e il sultano d’Egitto Al-Kamil.

Sulle rive del Giordano, i resti di una cappella del IX secolo

Qui, sulla riva occidentale del fiume Giordano, nei Territori Palestinesi ora occupati dallo stato d'Israele, si fa memoria del Battesimo di Gesù, e nel 1950 sono state scoperte le rovine di una cappella del IX secolo. All'interno del sito si trova il piccolo convento francescano, circondato dal 1967, durante la Guerra dei sei giorni, da un campo minato che è stato bonificato solo negli ultimi anni. Il cardinal Sandri e il custode padre Patton lo visitano con il nunzio apostolico in Israele e Palestina monsignor Leopoldo Girelli e una delegazione di frati francescani. A fare da guida padre Eugenio Alliata, archeologo dello Studium Biblicum Franciscanum e direttore del Terra Sancta Museum. Dopo la visita al convento e alla chiesa della Custodia di Terra Santa, il cardinale ha guidato un breve momento di preghiera concluso sulla riva del Giordano, presenti anche alcuni funzionari israeliani e alcuni soldati dell'esercito. 

Padre Patton: custodire, ma anche restaurare, i luoghi sacri 

Per padre Patton tornare a celebrare la Messa in questo luogo significa ristabilire il filo della tradizione. “In questi anni –sottolinea - abbiamo sempre festeggiato in un altro luogo sulle rive del fiume Giordano. Chiaramente per noi sarà molto significativo poter tornare dove tradizionalmente i francescani accoglievano i pellegrini. Il recupero di questo Santuario sarà un ulteriore passo a compimento della missione che la Chiesa ci ha affidato. Missione non solo di custodire i santuari, ma anche di recuperarli, di restaurarli e renderli accessibili". Ecco come ne parla a “Vatican News”:
Ascolta l'intervista a padre Patton
R. – Questo luogo, che è il sito del battesimo, è stato per 50 anni un campo minato: dal 1967 fino all’anno scorso. Poi, dopo che è stato svolto questo lavoro di pulizia, adesso può tornare ad essere un luogo d’accoglienza dei fedeli e dei pellegrini. Ma quando si smina un terreno, per me è sempre un avvenimento, perché un luogo che stava ad indicare il conflitto – le mine sono qualcosa di terribile – un campo minato, può diventare un campo di pace, un campo di preghiera, un campo di ritrovo dei pellegrini. Ed è molto bello anche che venga qui il cardinale Sandri, in questa nostra visita nell’VIII centenario dell’Incontro tra san Francesco e Al-Malik Al-Kamil: in fondo, è un sogno che si realizza. Questo luogo probabilmente già il prossimo gennaio sarà in grado di accogliere i pellegrini per la celebrazione della festa del Battesimo di Gesù, e da qui i pellegrini vedranno la riva giordana e la riva cisgiordana della Terra Santa.
Su quale riva del Giordano battezzava Gesù?
R. – Secondo il racconto di Giovanni, battezzava al di là del Giordano e probabilmente questo aveva anche un significato simbolico: il purificarsi per potere poi entrare con una dignità nuova nella Terra promessa – era un po’ come rifare il cammino dell’Esodo. Per noi, al di là dell’essere sull’una o sull’altra riva, è chiaro che questo luogo nell’insieme richiama questo momento iniziale del ministero pubblico di Gesù che è un momento nel quale Gesù si manifesta di fatto come il Figlio di Dio ma anche, nel Vangelo di Giovanni, come l’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo, quindi è il momento in cui comprendiamo che il mistero dell’Incarnazione è un mistero di solidarietà: il Figlio di Dio che si è fatto uomo per prendere su di sé tutto quello che rende meno umana la nostra vita.

Nel 2000 la visita di san Giovanni Paolo II

Il terreno di Qasr Al-Yahud, frequentato dai pellegrini sin dal 1641, venne acquistato dalla Custodia nel 1932. Nel 1956 fu costruita una chiesetta, affidata ai frati di Gerico. A causa della guerra del 1967 tra Israele e Giordania, che toccò molto da vicino l’area, i frati furono costretti a scappare in fretta dal convento, abbandonando il sito che non fu più recuperato e divenne un campo minato di 55 ettari. Nel 2000 si aprì un accesso in occasione della visita di san Giovanni Paolo II in Terra Santa. Nel 2011 c’è stato un primo risanamento da parte delle autorità israeliane, che hanno reso il sito accessibile ai pellegrini, ma è solo nel gennaio 2018 che l’associazione “Halo Trust” ha concentrato il suo interesse su questo territorio. Grazie agli accordi e alla collaborazione delle autorità israeliane e ai finanziamenti di alcuni benefattori, l’area è stata bonificata.

Padre Alliata: Costantino avrebbe voluto essere battezzato qui

Padre Eugenio Alliata, docente di Archeologia biblica e Escursioni allo Studio Biblico Francescano di Gerusalemme, dal 2009 direttore del Museo della Flagellazione, descrive così la storia del sito:
Ascolta l'intervista a padre Alliata
R. – Questo luogo è menzionato già dai più antichi pellegrini. Il pellegrino di Bordeaux che viene nel 333 dopo Cristo, dice che si trova a cinque miglia dalla foce del Giordano, una distanza che porta questo punto. Si dice – come scrivono alcuni autori antichi – che l’imperatore Costantino avrebbe desiderato essere battezzato nel luogo stesso dove anche Gesù era stato battezzato: il Giordano. Quindi era un luogo molto famoso, molto noto. Si tratta di continuare questa memoria che risale ai primi tempi della Chiesa e che non è mai stata realmente dimenticata. La frequentazione al luogo è stata sospesa solo quando è diventato troppo rischioso poter continuare questa tradizione. Se si può riprendere, lo faremo subito. È anche un segno dei tempi, perché il movimento verso una riconciliazione non è mai stato così forte come in questo tempo: almeno a parole il movimento è molto forte. Bisogna che si trasformi anche in fatti.
Quindi, quando questo luogo potrà tornare ad essere un luogo di accoglienza per i pellegrini?
R. - Dipende dalla velocità con la quale verranno fatti lavori. La decisione di massima è già stata presa - la Custodia ha deciso di riaprire il sito ai pellegrini - ma naturalmente bisogna che si faccia un progetto significativo e che questo trovi finanziamenti adeguati. Il luogo è pronto. Il primo passo è stato quello di liberarlo dai segni della guerra, soprattutto dalle mine, che abbondavano lungo il confine. Il secondo passo deve essere quello di attrezzarlo in maniera conveniente come luogo di sosta per i pellegrini, di preghiera …
Altri progetti in questo momento in Terra Santa?
R. - Ad esempio, sul Monte Tabor sono stati creati nuovi spazi per la preghiera, presso la chiesa di San Giovanni a Ain Karem si vogliono fare dei lavori importanti, a Betlemme è state restaurata tutta la basilica. Questo è stato più un fatto ecumenico, comune. Anche ciò che è stato fatto al Santo Sepolcro è importante. Si è partiti dall’Edicola, adesso si vogliono estendere i lavori a un po’ tutta la basilica, per dare una presentazione dignitosa ad uno dei luoghi più importanti della cristianità.
Il monte Nebo, che notizie ci dà?
R. - Sul Monte Nebo sono stati fatti dei lavori importanti, perché dove c’era una semplice copertura anche un po’ danneggiata dal tempo, è stata costruita una nuova che di fatto serve anche come basilica, come chiesa. questo luogo è frequentato molto dai pellegrini che amano fermarsi a pregare in questo posto, così pieno della memoria della Bibbia.
Aumenta il numero dei pellegrini. Perché questo incremento? È un desiderio di confermare veramente la fede, di toccare con la mano le pietre che videro la storia di Gesù?
R. - La Terra Santa è sempre stata una grande attrazione. Bisogna dire che anche nel tempo il viaggio diventa in un certo senso più facile, meno costoso, le attrezzature più adeguate e quindi i viaggi sono facilitati. Bisogna che anche la parte ecclesiastica sia all’altezza di questo incremento del numero dei pellegrini.

La primavera di Gerusalemme. Se la botanica studia la Sindone

i Tania Mann

Oltre un milione e settecentomila pellegrini hanno già prenotato la visita all'ostensione pubblica della sacra Sindone. E mentre la fede induce a pregare di fronte a quel "misterioso volto che silenziosamente parla al cuore degli uomini invitandoli a riconoscervi il volto di Dio" (Benedetto XVI, 2 giugno 2008), scienziati e studiosi continuano a interrogarsi sulla sua storia. Sebbene molti abbiano messo in dubbio le origini dell'antico telo, il piccolo libro di un illustre botanico oggi fornisce a tale riguardo indizi concreti.
In sole cento pagine illustrate, Avinoam Danin, professore emerito del Dipartimento di Evoluzione sistematica ed ecologia della Università Ebraica di Gerusalemme affronta il compito ambizioso di rispondere a ogni domanda che si è posto in quattordici anni di ricerca sulla Sindone. Il libro Botany of the Shroud: The Story of Floral Images on the Shroud of Turin (Gerusalemme, Danin Publishing, 2010, pagine 104, dollari 25) descrive con chiarezza gli elementi dai quali deriva un insieme di importanti conclusioni.
Come spiega Danin, quanto è avvenuto sulla Sindone somiglia al processo dell'essiccamento dei fiori fra le pagine di un libro. Centinaia di immagini di piante sono rimaste impresse sul tessuto. Queste immagini, quindi, contribuiscono a determinare dove e quando quei fiori sono stati posti sul lenzuolo. Sono decifrabili anche le immagini di nove spine, per la maggior parte intorno al capo e alle spalle, di una canna posta lungo il corpo dell'Uomo della Sindone, e di circa 2.600 frutti sparsi su tutto il corpo. Sono inoltre visibili immagini parziali di una corda.
Danin cominciò a fare ricerche sulla Sindone nel 1995, quando vide alcune sue fotografie ingrandite. Riconobbe subito, al primo sguardo, immagini di piante dell'area di Gerusalemme. La lista dei successi di questo studioso, ampiamente pubblicati nel campo della botanica, specie a proposito di piante del Medio Oriente, è molto lunga. Basti dire che nei suoi quarantaquattro anni di carriera ha scoperto specie di piante mai rinvenute prima in Israele, sul Sinai e in Giordania e che la sua opera ha permesso la creazione di un database da cui si è potuta ricavare una mappa fitogeografica di Israele.
La prima conclusione che Danin ha tratto dalla sua ricerca botanica è che, apparendo negli stessi punti le immagini delle piante, sia sulle fotografie ricavate da differenti tecniche fotografiche, sia sul lino della Sindone, esse devono necessariamente essere vere e non sono state create artificiosamente dall'uno o dall'altro metodo fotografico. Fra le centinaia di immagini di fiori, Danin ha scelto per la propria ricerca quelle più utili come indicatori geografici nonché quelle di piante dai periodi di fioritura più specifici. Ha così concluso che "l'area in cui le tre piante fresche scelte come indicatori avrebbero potuto essere raccolte e poste sulla Sindone accanto al corpo dell'uomo crocifisso è quella compresa fra Gerusalemme e Hebron". Quanto ai periodi di fioritura, egli osserva che "marzo e aprile sono i mesi dell'anno in cui fioriscono dieci delle piante identificate sulla sindone".
A proposito delle spine, Danin presume che appartengano alle piante Ziziphus spina-christi e Rhamnus lycioides, che sono "importanti indicatori storici". Entrambe sono considerate fra le piante "più feroci" in Israele e le spine della seconda furono "utilizzate dagli agricoltori arabi come lame per l'aratro".
Le immagini della corda sulla Sindone mostrano che le funi erano fatte di fibre vegetali secondo un antico metodo utilizzato per migliaia di anni a Gerusalemme. Si ritiene che questa corda sia stata quella con cui l'Uomo della Sindone venne legato sulla croce. La sindonologia, ovvero lo studio della sindone, ha sempre affascinato da un punto di vista botanico Danin, che afferma di non essere minimamente interessato a un suo eventuale significato religioso.
Riferendo la conversazione avuta nel 2000 con l'allora nunzio apostolico di Gerusalemme, Danin scrive: "Gli dimostrai il mio entusiasmo per aver visto sulla sindone le immagini delle piante che avevo visto anche sulle fotografie. Gli dissi che non provavo alcuna emozione particolare verso quell'oggetto venerato da milioni di persone(...) e nel dire questo mi sentii quasi in dovere di giustificarmi. Mi rispose di proseguire le mie ricerche perché se non fossi stato ebreo, ma cristiano, pochi mi avrebbero creduto".
Da allora, gli anni di ricerca di Danin come sindonologo lo hanno portato a concludere che il lenzuolo per la sepoltura esisteva già nell'viii secolo e anche che "la grande somiglianza del volto dell'Uomo della Sindone con un'icona del Pantocrator nel monastero di Santa Caterina, sul Sinai" rivela la conoscenza della Sindone già intorno al 550.
Quella che il botanico definisce "era olografica" della sindonologia cominciò nel 2007 e implicò la collaborazione del dottor Petrus Soons, creatore, insieme con i suoi collaboratori del Dutch Holographic Laboratory, a Eindhoven, di ologrammi tridimensionali della sindone. Durante quel periodo Danin poté osservare "un tappeto quasi omogeneo" di più di trecento corolle di fiori poste ordinatamente intorno al capo dell'Uomo della Sindone.
Un'altra scoperta, scaturita dalla collaborazione con Soons, è la presenza di un elmetto di spine, quindi non di una corona, utilizzato per torturare l'uomo. Soons ha spiegato che "quando ha creato ologrammi a grandezza naturale e li ha esposti presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, a Roma, hanno dovuto prendere una scala per vedere la sommità del capo. Questa parte del corpo dell'Uomo della Sindone prima non era mai stata vista da nessuno". Lì Soons osservò tante piccole ferite che avevano sanguinato e che sulla fronte non erano visibili.
Il valore di queste conclusioni è di fatto immenso. Ognuna di queste osservazioni scientifiche ricorda una sofferenza analoga a quella di Cristo: alla sua passione e alla sua crocifissione così come sono state commemorate nei giorni di Pasqua dalla Chiesa in tutto il mondo. La ricerca di Danin, accompagnata da quella di altri sindonologi, può dunque contribuire a rivelare solo una realtà fisica mentre il credente è spinto a meditare su una verità trascendente: la morte e la resurrezione di Cristo. Con le parole di Papa Giovanni Paolo ii: "La Sindone ci presenta Gesù al momento della sua massima impotenza, e ci ricorda che nell'annullamento di quella morte sta la salvezza del mondo intero" (cfr. Discorso in occasione della visita pastorale a Vercelli e a Torino, 24 maggio 1998). Infatti quando i cristiani parlano della Sindone, parlano del lenzuolo autentico in cui fu avvolto l'unico essere umano che abbia mai spezzato le catene della morte. È un reperto concreto del suo straordinario stato temporaneo di morte - "il mistero del Sabato Santo", ha detto Benedetto XVI nella sua visita del 2 maggio. Così "La Sindone - proseguiva Papa Wojtyla - diventa un invito a vivere ogni esperienza, compresa quella della sofferenza e della suprema impotenza, nell'atteggiamento di chi crede che l'amore misericordioso di Dio vince ogni povertà, ogni condizionamento, ogni tentazione di disperazione".


(©L'Osservatore Romano - 12 maggio 2010)

Per amore di Sion

Quando l’imperatore Guglielmo II nel 1898, durante il suo viaggio in Oriente, visitò la città santa di Gerusalemme, il terreno sul Monte Sion dove ora sorge l’imponente abbazia dei benedettini tedeschi, la chiesa della Dormizione, non era ancora utilizzato. Sin dall’antichità il Monte Sion è legato al luogo della memoria dell’ultima cena di Gesù, dell’effusione dello Spirito Santo sui discepoli e della dormizione di Maria, madre di Dio. La chiesa, che dall’età bizantina ha fatto memoria di questa tradizione, è stata però edificata solo nel tardo Medioevo.

Dopo l’espulsione dei francescani dal Cenacolo nel XVI secolo, anche l’area circostante venne abbandonata. Durante la sua visita, l’imperatore Guglielmo II trovò il Sion, così ricco di tradizione cristiana, desolato e trascurato.

Il 31 ottobre 1898 Guglielmo II inaugurò la chiesa evangelica del Redentore che sorge nei pressi della basilica del Santo Sepolcro. Il pomeriggio dello stesso giorno ottenne dal sultano il terreno confinante con il Cenacolo sul Monte Sion e lo concesse all’Unione tedesca per la Terra Santa con lo scopo di costruirvi una Chiesa destinata ai suoi sudditi cattolici.

Il 7 ottobre 1900 fu posta la prima pietra della chiesa della Dormizione di Maria; il 10 aprile 1910, giusto cent’anni fa, l’edificio venne consacrato. Guglielmo II affidò il luogo ai benedettini della Congregazione di Beuron e il 21 marzo 1906 arrivarono i primi monaci.

Una veduta della basilica della Dormizione, appena fuori le mura di Gerusalemme vecchia, sul colle di Sion. (foto M. Gottardo)

Oggi l’abbazia, contando la comunità di Tabgha sul Lago di Galilea, nel luogo dove si fa memoria della moltiplicazione dei pani e dei pesci, e a Hildesheim (Germania) conta quasi due dozzine di monaci.

Dal 1995 a capo della piccola comunità è l’abate Benedikt Maria Lindemann. «La scelta di servire come abate qui alla Dormizione – racconta – l’ho sentita come chiamata. Quando arrivai qui a Gerusalemme, le speranze di pace erano molto concrete. Il giorno dopo la mia elezione, però, fu assassinato Yitzak Rabin e l’euforia per la pace crollò. Tuttavia vivere qui è una grazia particolare, anche se in questa terra il dolore e l’amore sono intrecciati in maniera inestricabile. Eppure proprio qui siamo chiamati a vivere il nostro carisma di benedettini: diventare benedetti per benedire. Questa è la più grande sfida della nostra vita qui in Terra Santa».

La storia della presenza dei monaci benedettini al Sion ha risentito fin dall’inizio delle vicende belliche legate a Gerusalemme e al Medio Oriente. In un secolo i monaci sono stati cacciati dalla Dormizione ben tre volte.

Dopo la proclamazione dello Stato d’Israele e lo scoppio della guerra arabo-israeliana, i monaci benedettini per un paio di anni hanno vissuto in un quartiere di Gerusalemme chiamato German Colony. In quel periodo il Sion si trovava nella terra di nessuno, al confine tra la zona israeliana e la zona sotto il controllo giordano.

La pace per la Terra Santa è una richiesta costante nelle preghiere e nel lavoro dei benedettini. «Il fatto di vivere vicino alla sala del Cenacolo per noi significa anche assumerci la missione di pregare per la pace, oltre all’impegno di rafforzarla attraverso iniziative concrete: a Tabgha con incontri per i giovani a cui invitiamo israeliani e palestinesi; qui al Sion con concerti di musica sacra, ai quali partecipano molti ebrei e grazie ai quali viviamo l’ospitalità benedettina. Ogni due anni con il conferimento del Premio Monte Sion, che vuol essere un segno di riconciliazione. Come abitanti neutrali in questa terra, sentiamo di poter aiutare gli uomini ad incontrarsi, a far crollare i pregiudizi. Per questa ragione desideriamo costruire qui sul Sion anche un’accademia della pace, la Beit Benedikt».

Nel corso della loro presenza in Terra Santa i benedettini del Sion hanno voluto fin dall’inizio mettersi al servizio delle esigenze della Chiesa locale. Negli anni Venti assunsero la guida del seminario diocesano di Beit Jala. Negli anni Trenta fu loro affidata la cura del santuario di Tabgha, nel luogo del miracolo della moltiplicazione dei pani.

Oltre a lavorare per la pace e il dialogo interreligioso, anche l’impegno ecumenico costituisce un punto forte del lavoro dei benedettini della Dormizione. Durante il superiorato dell’abate Laurentius Klein fu fondata l’Ecumenical Research Fraternity di Gerusalemme, una realtà di dialogo e ascolto con le Chiese sorelle ancor oggi esistente. Ancora grazie all’abate Laurentius, nel 1973, nacque l’anno di studi teologici. Da allora sul Sion, ogni anno, studenti tedeschi protestanti e cattolici, si dedicano a studi intensivi di teologia ed ecumenismo.

A cent’anni dalla sua consacrazione, l’abbazia benedettina del Sion è particolarmente impegnata per la riconciliazione tra le confessioni cristiane e nel dialogo tra le tre religioni monoteiste. «In questo giubileo – dice l’Abate Lindemann – mi auguro che la nostra comunità possa riconoscere in modo sempre più chiaro la chiamata del Signore, il nostro compito qui, in questo luogo. Alla Chiesa in Terra Santa, una Chiesa che patisce costantemente la croce, auguro che possa godere di pace e libertà. E che possa fortificarsi spiritualmente e ed essere luce per la Chiesa di tutto il mondo anche sul versante dell’ecumenismo. Le “dispute” tra i discepoli continuano a offrire una cattiva testimonianza, che ci riempie di tristezza. Ma non dobbiamo scoraggiarci».

Un ultimo aspetto preoccupa l’abate: «A causa della situazione politica crescono anche a Gerusalemme spinte fondamentaliste che mi preoccupano. Le ricerche demoscopiche ci dicono che cresce l’ignoranza e con essa l’intolleranza tra gli giovani ebrei nei confronti del cristianesimo. Io spero di essere una guida coraggiosa e capace di offrire a tutti gli uomini e donne di buona volontà spazi di riconciliazione e dialogo».

(traduzione dal tedesco di Barbara Zonato)

Tra i cristiani di Terra Santa La fede degli inizi alla prova

LUIGI GENINAZZI
S
i fa la fila per scendere giù tra gli in­cavi rocciosi della Grotta. La stella d’argento che ricorda il punto esat­to dov’è nato Gesù sembra lampeggiare sotto i continui flash di fotocamere e te­lefonini, maneggiati da una piccola ba­bele vociante e rumorosa. Arrivano sem­pre più numerosi i pellegrini, ma a vol­te si comportano come turisti. Provo un’inconfessabile nostalgia per i primi anni Duemila, quando l’Inti­fada svuotava Betlemme e ci si poteva raccogliere in pre­ghiera, alla luce fioca delle candele, inginocchiati da­vanti alla nicchia dove tutto ha avuto inizio. Ed oggi che ne è del cristianesimo in que­sta terra che chiamiamo san­ta ed è lacerata da mille con­traddizioni?
C’è un presepio vivente non lontano dalla Grotta della Na­tività. È ' La Crèche', un nido d’infanzia dove i bimbi ven­gono strappati alla morte in­sieme con la madre. È l’orfa­natrofio molto speciale di suor Sophie, missionaria della Carità che ormai tutti conoscono. Vi trovano acco­glienza i ' figli del peccato' che per la mentalità islamica sono indegni di vive­re, al pari delle ragazze- madri che li por­tano in grembo. Vengono aiutate a par­torire di nascosto, sfuggendo così ad un sicuro destino di morte per mano di un loro familiare ( un delitto d’onore che il codice non punisce). Pochi giorni fa è successo un fatto incredibile che la pic­cola suora considera un miracolo. « Una ragazza incinta è arrivata da noi insie­me con i suoi genitori – racconta –. Do­po una drammatica discussione il padre ha rinunciato ad ucciderla solo perché gli abbiamo garantito che tutta la vicen­da sarebbe rimasta segreta e la neonata cresciuta da noi » . Dina, un batuffolo bianco dagli occhi nerissimi, è l’ultima arrivata a La Crèche, un luogo dove il Na­tale si rivela più forte dei nuovi Erode e la salvezza non è una parola vuota.
« Quel che ci sorregge è il desiderio di te­stimoniare Cristo, non abbiamo altro scopo » , dice senza troppi giri di parole suor Donatella, italiana di Bassano del Grappa, da cinque anni in servizio al ' Caritas Baby Hospital', l’unico istituto pediatrico di tutta la Cisgiordania. Ri­corda con emozione il recente incontro con Benedetto XVI che, durante la sua visita a Betlemme nel maggio scorso, vol­le recarsi da loro. « Ci disse che stare vi­cino ai bambini malati, e proprio qui a Betlemme, dovevamo considerarlo un duplice privilegio. Non siamo qui tanto per dare una mano...». Difficile privilegio quello della testimonianza cristiana in mezzo ad una società prevalentemente islamica. Ribatte pronta suor Donatella: « Molte mamme si confidano con noi, ci parlano di problemi che non racconta­no a nessun altro. Non ci vedono in­somma come delle semplici infermiere » . Il Baby Hospital sorge a due passi dal muro, quel che gli israeliani definiscono ' barriera di sicurezza' e taglia le colline circostanti fino ad entrare come una fe­rita nel cuore di Betlemme. Suor Dona­tella il muro l’ha visto costruire, « con u­na tale angoscia che di notte non riusci­vo a dormire » . Ci abitavano molte fami­glie cristiane in queste case che ora non possono più spalancare le finestre, bloc­cate da lastroni di cemento. Airin è una credente e un giorno, mentre spiegava il catechismo, si è sentita chiedere da un bambino: « Anche Gesù aveva bisogno di un permesso per andare a Gerusalem-
me? » . Airin fa parte di un gruppo di don­ne che si ritrovano per discutere, canta­re, pregare. « Un modo per vincere la de­pressione » , ci scherza su. La sede è quel­la dell’Arab Educational Institut, il cui presidente, Fuad Giacaman, ci dice con grande fierezza: « Io resto un uomo libe­ro, nonostante le pesanti limitazioni del­la vita quotidiana. Pensi che non sono riuscito ad avere il permesso per recar­mi a Gerusalemme dov’ero invitato ad un incontro con il Papa! Ho provato tan­ta rabbia. Ma non odio: cerco di cam­biare le cose senza violenza » .
Fragile e nascosta, la presenza cristiana ha un significato che va oltre i numeri ( il 2 % della popolazione). « Siamo pochi, divisi in tante Chiese e in vari riti, e stia­mo diventando sempre di meno a cau­sa dell’emigrazione. Ma chi rimane, so­litamente ha forti motivazioni. Siamo gente che non nuoce a nessuno e fa del bene a tutti » , è la definizione concisa e perfetta del Custode di Terra Santa, pa­dre Piero Pizzaballa secondo cui « vivere qui è davvero una grazia » . Anche se non è facile. Ce lo conferma Yousef Zaknoun, direttore del ' Cardinal Martini leader­ship Institut' per la formazione della classe dirigente palestinese. « A differen­za che in Europa qui da noi la religione costituisce un forte elemento identita­rio, sia per gli ebrei che per i musulma­ni. Ma un cristiano non può agire nel lo­ro stesso modo, deve seguire il coman­damento dell’amore anche verso i ne­mici. In questa terra è qualcosa di eroi­co » . Non tutti ci riescono. « Abbiamo bi­sogno di nuove infrastrutture spirituali. È il messaggio che ci ha rivolto Bene­detto XVI quando è venuto tra noi. Ma te­mo che pochi l’abbiano capito – dice con rammarico il professor Sami Basha, do­cente di pedagogia al­l’Università cattolica di Betlemme –. Vivia­mo nella confusione, dominati dall’analisi politica. Ci manca un luogo da cui trarre for­za e consistenza » . Un giudizio duro che qualcuno s’incarica di smentire con i fatti. Come Samar Sahhar, un donnone traboc­cante d’energia e di dolcezza che a Betania ha dato vita alla ' Casa di Lazzaro' dove una trentina di ragazze, or­fane o con una famiglia disastrata alle spalle, hanno trovato accoglienza e pro­tezione. O meglio, hanno trovato una stabilità materiale e una certezza spiri­tuale. È quella di una comunità dove si vive l’amore cristiano anche se tutti i suoi membri, ad eccezione della direttrice Sa­mar, sono musulmani. Quando le chie­do come sia possibile mi risponde con un’altra domanda: « In che lingua pian­ge un bimbo? » . È convinta che il mondo, anche quello arabo, sarà cambiato dalle donne. Lei ha già iniziato. Invece di lamentarsi per le sofferenze del passato e le privazioni del presente ci sono dei cristiani che costruiscono un futuro diverso. E lo fanno insieme con i musulmani, in decine di realtà educati­ve che rappresentano il miglior antido­to al fanatismo ed all’estremismo isla­mico. Arriva il Natale e nelle scuole ' Ter­ra Sancta' dei frati francescani anche i ragazzi musulmani sono in prima fila nell’allestire il presepe. « E ne sono or­gogliosi, perchè considerano Gesù un grande profeta – osserva padre Ibrahim Faltas, già direttore della scuola france­scana presso la Basi­lica della Natività ed ora parroco di Geru­salemme –. Altro che rinunciare ai simboli natalizi per timore d’offendere la sensi­bilità degli islamici, come succede da voi in Europa! » , conclu­de con una battuta polemica. Forse c’è qualcosa che dobbia­mo ancora imparare dai cristiani di Terra Santa.
Nelle scuole gestite dai francescani anche i ragazzi musulmani sono in prima fila quando si deve allestire il presepe. «Ne sono orgogliosi, perché considerano Gesù un grande profeta. Altro che rinunciare ai simboli natalizi per timore di offendere la sensibilità degli islamici, come succede da voi in Europa!»
Il Custode Pizzaballa: «Siamo qui, divisi in tante Chiese e in vari riti. Stiamo diventando sempre meno a causa dell’emigrazione, ma chi rimane solitamente ha motivazioni forti. Siamo gente che non nuoce a nessuno e fa del bene a tutti. E vivere qui è davvero una grazia» «Quello che ci sorregge è il desiderio di testimoniare Cristo, non abbiamo altro scopo», dicono al Caritas Baby Hospital, l’unico istituto pediatrico di tutta la Cisgiordania «Quando venne il Papa, in maggio, ci disse che stare vicino ai bambini, e proprio qui a Betlemme, dovevamo considerarlo un duplice privilegio»




Il custode di terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa

Avvenire

I cristiani in Terra Santa, testimoni coraggiosi del perdono Intervista a fra Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa

i Chiara Santomiero

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 17 dicembre 2009 (ZENIT.org).- La piccola comunità cristiana di Terra Santa, circa 120 mila in Israele e 40 mila nell’Autonomia palestinese (pari all’1% della popolazione complessiva), resiste tra mille difficoltà nei luoghi che hanno visto l’Incarnazione e l’esperienza umana di Gesù, offrendo una testimonianza non scontata di coraggio e di fede.

Per saperne di più ZENIT ha intervistato il Custode di Terra Santa, fra Pierbattista Pizzaballa ofm, in occasione della sua presenza al convegno nazionale degli educatori dell’Azione cattolica ragazzi italiana “Come vasi di creta. La qualità della relazione educativa per dare forma alla vita”, svoltosi a Roma dal 6 all’8 dicembre scorsi.

Una domanda non nuova: qual è il senso della presenza cristiana in Terra Santa?

Pizzaballa: E’ una domanda che ci facciamo e dobbiamo farci sempre perché la risposta non è mai la stessa. Cambia, infatti, la mia percezione personale rispetto ad essa, la nostra di Chiesa, cambiano le dinamiche, le situazioni e ogni volta è una questione da porre. A partire dall’interrogativo di Gesù: “voi chi dite che io sia?”. Cosa ci dice Gesù oggi? Le riposte possono essere diverse.

Io so cosa concretamente “non” possiamo essere: non possiamo essere ponte tra la società israeliana e quella palestinese. Il Papa ha detto: non di muri, ma di ponti ha bisogno la Terra Santa ed è verissimo. Ma la comunità cristiana non può svolgere una funzione di ponte tra le due società, perché è composta prevalentemente di arabo-palestinesi. Il ponte invece deve stare un po’ di qua e un po’ di là, altrimenti non può unire. La comunità cristiana esprime quindi una realtà sola, però ha un compito alto di testimonianza. Innanzitutto è una comunità pacifica, non violenta, propositiva. Non costituisce una minaccia per nessuno e questo è un segno molto importante. Grazie alla presenza della comunità cristiana arrivano milioni di pellegrini che recano benessere economico e sociale e anche questo è positivo. La nostra testimonianza, tuttavia, si esprime innanzitutto stando lì, semplicemente, come cristiani, cercando di vivere il Vangelo e il valore che ci viene chiesto di offrire è quello del perdono. Gesù sulla croce - dal punto di vista puramente umano -, è morto per una terribile ingiustizia, a causa di un processo falsato; eppure da quel luogo e da quell’ingiustizia, lui ha perdonato.

Questo è l’ambito nel quale muoverci. Il perdono non si può regalare, nemmeno imporre, è un percorso da fare. Non si presta a semplificazioni; prima di perdonare bisogna capire e guardare in faccia il male, definirlo con molta verità. Bisogna avere rispetto della sofferenza delle persone a cui è stata inferta una ferita. Allo stesso tempo, dobbiamo essere consapevoli che la capacità di perdonare deve orientare il nostro sguardo sulla realtà.

Questo è anche il senso della presenza della Custodia di Terra Santa. Siamo una piccola comunità di 300 frati, di 32 nazioni diverse - una specie di Babele !- che cerca di volersi bene, recando proprio la testimonianza che nonostante la diversità è possibile stare insieme. Vorremmo aiutare la gente, senza la presunzione di rivoluzionare o di cambiare il mondo, ma ponendo un piccolo segno di condivisione e perdono.

Quali rapporti intercorrono con i musulmani e gli ebrei?

Pizzaballa: Sono due mondi molto diversi tra loro. Con i musulmani il rapporto è plurisecolare; i cristiani sono arabi palestinesi e vivono con i musulmani che sono arabi palestinesi: fedi diverse ma un unico popolo che vive nelle stesse zone. Si tratta di un rapporto che passa attraverso le istituzioni, in primo luogo la scuola.

Uno degli aspetti fondamentali della comunità cristiana di Terra Santa infatti – che sebbene piccola è molto vivace e attiva -, è proprio la scuola. Le circa 80 scuole cristiane esistenti, sono frequentate sia da cristiani che da musulmani e svolgono quindi un ruolo di mediazione sociale molto importante. Dove opera la scuola cristiana, il rapporto tra musulmani e cristiani è armonico, c’è un riflesso importante nella vita pubblica perché le famiglie si incontrano grazie alle attività scolastiche e si crea relazione e fiducia tra i due gruppi. Abbiamo constatato che dove la scuola cristiana non c’è, i rapporti sono più difficili da costruire, mancano le occasioni pubbliche. Ciò che definiamo dialogo interreligioso, in Terra Santa passa attraverso la vita di tutti i giorni, le attività della Chiesa e in particolare la scuola.

Con l’ebraismo è il rapporto è diverso: non c’è possibilità di incontro attraverso le istituzioni della Chiesa perché Israele ha le proprie. L’unica forma di dialogo, anche se non facile, è quello di tipo culturale. Recentemente, ad esempio, abbiamo ricevuto in dono dalla Provincia di Padova una riproduzione della cappella degli Scrovegni che adesso è in mostra al museo di Tel Aviv. L’iniziativa sta attirando ogni giorno migliaia di persone che, con l’ausilio di una visita guidata, leggono la storia della salvezza dal punto di vista cristiano.

Non va dimenticato che il conflitto in corso ha il suo peso: un cristiano palestinese, quando dice Israele, non pensa all’Israele biblico di Gesù, ma ai check point.

E’ possibile intravedere una prospettiva politica di pace in Terra Santa?

Pizzaballa: In questo momento non sembrano vedersene molte, per più ragioni. Innanzitutto, perché c’è una grande stanchezza da parte di tutti e due i popoli; il secondo motivo è che non ci sono - né dall’una né dall’altra parte - leader carismatici forti con una chiara visione della pace, capaci di trascinare la popolazione a fare anche i necessari compromessi. La società palestinese è a sua volta divisa in due parti tra le quali esiste una profonda frattura. La comunità internazionale, infine, al di là di tanti discorsi non sembra ancora intenzionata a passi concreti di pressione sulle due autorità politiche per spingerle alla pace. Siamo ancora nella fase lunghissima, che sembra non finire mai, di tattiche, di dichiarazioni, ma nulla di tangibile che possa far intuire che ci possa essere un cambiamento a breve.

La visita del Papa dello scorso maggio ha lasciato degli echi positivi di dialogo?

Pizzaballa: La visita di Benedetto XVI è servita molto a chiarire le relazioni sia con la comunità ebraica che con quella islamica. Tuttavia l’impatto maggiore lo ha avuto sulla comunità cristiana che ne parla ancora oggi con accenti molto positivi, per i discorsi e i gesti che il Papa ha posto in essere e per le messe pubbliche celebrate con la partecipazione di migliaia di persone. E’ stato un momento forte che ha incoraggiato molto e ha unito la comunità cristiana, notoriamente divisa.

La Terra Santa è l’unico paese al mondo dove vivono insieme tutte le confessioni cristiane, dalle più grandi alle più piccole, e rimanere ben distinte fa un po’ parte del ruolo di custodi di luoghi e tradizioni, anche se c’è modo e modo di custodire. Tuttavia, nonostante parentesi incresciose che si sono viste anche in televisione, i rapporti sono abbastanza cordiali. Anzi proprio dopo quegli episodi che hanno fatto il giro del mondo, forse un po’ per la vergogna che ha scosso la coscienza di molti, c’è stato un impulso maggiore a cambiare registro.

Lei era a Betlemme per l’inizio delle celebrazioni di Avvento: come viene vissuto questo tempo nella città stretta dal muro di separazione con Israele?

Pizzaballa: E’ toccante constatare ogni volta la fede della gente. In queste situazioni così difficili, ci si ritrova sempre nella preghiera. C’è molta partecipazione alle celebrazioni e ai riti tradizionali che preparano al Natale e così pure alle stazioni che si fanno in tutta la città per ricordare i diversi episodi evangelici. Pregare diventa un altro modo per stare insieme e ritrovarsi.

C’è un messaggio che ci viene da Betlemme, il luogo dell’Incarnazione, per Natale?

Pizzaballa: Il messaggio è ancora quello di sempre: Dio continua a visitarci attraverso Gesù che continua a nascere e a essere fonte di novità. Anche se le cose restano sempre le stesse, può cambiare il nostro modo di vederle. Nonostante tante violenze e segni di morte, ci sono ancora molte persone che hanno desiderio di mettersi in gioco e spendersi per la loro terra, per la loro gente, per la Chiesa. Esse sono segno di forza, di novità e di speranza per la Terra santa e spero anche per gli altri. La Terra Santa ci appartiene, noi apparteniamo alla Terra Santa, la nostra fede è nata lì e continua a nascervi. Per questo ciò che accade in Terra Santa ci riguarda tutti da vicino.

Una «figlia della Terra Santa» oggi beata

Durante l'Eucaristia a Nazareth con Fouad Twal e Amato, Maria Alfonsina Danil Ghattas, fondatrice delle Suore del Rosario, salirà agli onori degli altari • Pizzaballa: «Un evento che ci dona coraggio»
di Giuseppe Caffulli
Tratto da Avvenire del 22 novembre 2009

Un evento «atteso con grande gioia. Una celebrazione che richiamerà da tutta la Terra Santa migliaia di fedeli». Padre Amjad Sabbara, il parroco francescano del­la basilica dell’Annunciazione non nasconde la sua emozione. Oggi, in­fatti, nella basilica di Nazareth verrà beatificata Maria Alfonsina Danil Ghattas, fondatrice, insieme a don Giuseppe Tannus, della Congrega­zione delle Suore del Rosario di Ge­rusalemme. Per la prima beatifica­zione a tenersi in Terra Santa, «mi­gliaia di persone prenderanno parte alla Messa presieduta dal patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal», spiega padre Amjad. Sono attesi fe­deli da Betlemme, da Gerusalemme, da Ramallah e dalle molte comunità cristiane presso le quali le suore del Rosario sono inserite. «Le autorità i­sraeliane hanno concesso dei visti ap­positi per i fedeli che giungeranno dai Territori palestinesi. Dopo la visita di Benedetto XVI del maggio scorso – aggiunge Amjad – vivremo un altro esaltante momento di comunione ecclesiale». Alla Messa, oltre a una quindicina di vescovi provenienti dal­le diocesi del Medio Oriente, sarà pre­sente come inviato del Papa l’arcive­scovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi. Non poteva che essere Nazareth, la città di Maria, il luogo più appro­priato per elevare alla gloria degli al­tari madre Maria Alfonsina, la cui vi­ta è stata segnata da un rapporto spe­ciale con la Vergine. Nata il 4 ottobre 1843 a Gerusalemme, Sultaneh (Re­gina) Danil Ghattas si presenta quat­tordicenne al postulandato delle Suo- re di San Giuseppe dell’Apparizione, di cui veste l’abito religioso nel 1860. Con la professione religiosa emessa sul Calvario, nel 1862, la giovane ri­ceve il nome di suor Maria Alfonsina. Destinata all’insegnamento, intesse un rapporto profondo con le ragaz­ze sue alunne, che riunisce nella Con­fraternita dell’Immacolata Conce­zione. Dietro suo impulso nasce an­che un’associazione di mamme cri­stiane attiva ancora oggi a Gerusa­lemme. Zelante nel suo servizio ma umile nel carattere, le sue giornate sono ritmate dalla preghiera e dal­l’impegno soprattutto per le ragazze cristiane arabe.

Dal 6 gennaio 1874, un fatto straor­dinario cambia la sua vita. Mentre sta recitando il Rosario nell’orato­rio delle suore, le appare la Vergine in una nube luminosa, con le mani aperte. Sul petto una croce, da cui pende un rosario aperto a cerchio, il capo attorniato da quindici stelle; sotto i suoi piedi due nubi, su cia­scuna delle quali brillano due serie di sette stelle. Il 31 maggio dello stes­so anno, nello stesso oratorio e sem­pre durante la preghiera del Rosario, Maria Alfonsina ha una seconda vi­sione della Vergine, durante la qua­le avverte per la prima volta l’ispi­razione interiore che la porterà a fondare le Suore del Rosario. Un cammino lungo, non facile.

Decisivo l’incontro con padre Joseph Tannus, che diviene suo direttore spi­rituale e si interessa in prima perso­na alla fondazione della nuova con­gregazione. Convinto dell’autenticità delle apparizioni a suor Maria Alfon­sina, le chiede di redigere la narra­zione completa delle richieste della Vergine riguardanti la nuova famiglia religiosa e di stendere un progetto di Costituzioni. Era l’8 novembre 1879. Il 24 luglio 1880, in una modesta ca­sa del quartiere cristiano di Gerusa­lemme, non lontano dalla parrocchia di San Salvatore, nasceva con 5 ra­gazze il primo nucleo di quella che diventerà la prima congregazione au­toctona della Chiesa latina di Geru­salemme, oggi diffusa oltre i confini della diocesi. Il 25 marzo 1927, men­tre recita i quindici misteri del Rosa­rio, pronunciando distintamente le parole «prega per noi adesso e nel­l’ora della nostra morte», Maria Alfonsina muore nella casa di Ain Ka­rem. È sepolta a Gerusalemme, in quella che nel 1937 diventa la chiesa del Rosario.

«La sua elevazione alla gloria degli altari è per noi cristiani di Terra San­ta un grande dono – fa notare mon­signor Giacinto Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale per Israele – per­ché ci dona coraggio in un momen­to non certo facile e ci spinge ad as­sumere una missione evangelizza­trice ancora più incisiva nella Chie­sa e nella società». «La beatificazione di Madre Maria Alfonsina – afferma il Custode di Ter­ra Santa padre Pierbattista Pizzabal­la – consegna ai cristiani locali un simbolo e un esempio spirituale in un tempo difficile in cui il loro nu­mero diminuisce, con tante sfide quali la secolarizzazione, la forma­zione. E con i problemi politici che stentano a risolversi. Maria Alfonsi­na è una figlia della Palestina che ha vissuto in Terra Santa e che ha capi­to l’importanza dell’istruzione e del­la formazione soprattutto delle ra­gazze come necessaria al percorso di radicamento e di testimonianza cri­stiana in questa tormentata regione».

Quel «segreto» ben custodito

Le apparizioni della Vergine alla religiosa del 1874, narrate in un diario, rimasero segrete fino alla sua morte

Del rapporto tutto speciale di Maria Alfonsina con la Ma­donna non si seppe mai nulla durante la sua vita. Fu un se­greto custodito con cura in un dia­rio redatto per ordine del suo di­rettore spirituale padre Joseph Tan­nus. Solo dopo la morte della reli­giosa, la sorella Giovanna recuperò i due quaderni del diario; il primo ben sigillato con cera rossa conte­neva i racconti delle apparizioni della Vergine. Li consegnò al pa­triarca latino di Gerusalemme Lui­gi Barlassina. Questi, non cono­scendo l’arabo, se li fece tradurre e poi li consegnò a sua volta alla su­periora generale delle Suore del Ro­sario. Solo allora venne svelato il segreto: era stata la Santa Vergine a volere Congregazione del Rosa­rio con il carisma della promozio­ne della donna nel contesto della società araba.

È la seconda volta che la Terra San­ta vede salire all’onore degli altari una sua figlia. Il 13 novembre 1983 Giovanni Paolo II aveva beatifica­to Maria del Crocifisso (la «picco­la araba» Mariam Bawardy, nata a Abellin in Galilea nel 1846 e morta a Betlemme nel 1878). Ambedue le beate in Terra Santa sono il «frut­to» della restaurazione del patriar­cato latino di Gerusalemme ad o­pera di Pio IX nel 1847.

Oggi le Suore del Rosario (280, con 63 comunità) sono presenti in Pa­lestina, Israele, Giordania, Libano, Egitto, Emirati Arabi, Kuwait e Si­ria. È l’unica congregazione che, sulla base delle proprie costituzio­ni, accoglie nella vita religiosa so­lo ragazze di origine araba. Oltre all’impegno nella scuola, le reli­giose curano l’apostolato parroc­chiale, gruppi mariani, la pastora­le familiare e sanitaria.
(G. Caf. )