DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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La primavera di Gerusalemme. Se la botanica studia la Sindone

i Tania Mann

Oltre un milione e settecentomila pellegrini hanno già prenotato la visita all'ostensione pubblica della sacra Sindone. E mentre la fede induce a pregare di fronte a quel "misterioso volto che silenziosamente parla al cuore degli uomini invitandoli a riconoscervi il volto di Dio" (Benedetto XVI, 2 giugno 2008), scienziati e studiosi continuano a interrogarsi sulla sua storia. Sebbene molti abbiano messo in dubbio le origini dell'antico telo, il piccolo libro di un illustre botanico oggi fornisce a tale riguardo indizi concreti.
In sole cento pagine illustrate, Avinoam Danin, professore emerito del Dipartimento di Evoluzione sistematica ed ecologia della Università Ebraica di Gerusalemme affronta il compito ambizioso di rispondere a ogni domanda che si è posto in quattordici anni di ricerca sulla Sindone. Il libro Botany of the Shroud: The Story of Floral Images on the Shroud of Turin (Gerusalemme, Danin Publishing, 2010, pagine 104, dollari 25) descrive con chiarezza gli elementi dai quali deriva un insieme di importanti conclusioni.
Come spiega Danin, quanto è avvenuto sulla Sindone somiglia al processo dell'essiccamento dei fiori fra le pagine di un libro. Centinaia di immagini di piante sono rimaste impresse sul tessuto. Queste immagini, quindi, contribuiscono a determinare dove e quando quei fiori sono stati posti sul lenzuolo. Sono decifrabili anche le immagini di nove spine, per la maggior parte intorno al capo e alle spalle, di una canna posta lungo il corpo dell'Uomo della Sindone, e di circa 2.600 frutti sparsi su tutto il corpo. Sono inoltre visibili immagini parziali di una corda.
Danin cominciò a fare ricerche sulla Sindone nel 1995, quando vide alcune sue fotografie ingrandite. Riconobbe subito, al primo sguardo, immagini di piante dell'area di Gerusalemme. La lista dei successi di questo studioso, ampiamente pubblicati nel campo della botanica, specie a proposito di piante del Medio Oriente, è molto lunga. Basti dire che nei suoi quarantaquattro anni di carriera ha scoperto specie di piante mai rinvenute prima in Israele, sul Sinai e in Giordania e che la sua opera ha permesso la creazione di un database da cui si è potuta ricavare una mappa fitogeografica di Israele.
La prima conclusione che Danin ha tratto dalla sua ricerca botanica è che, apparendo negli stessi punti le immagini delle piante, sia sulle fotografie ricavate da differenti tecniche fotografiche, sia sul lino della Sindone, esse devono necessariamente essere vere e non sono state create artificiosamente dall'uno o dall'altro metodo fotografico. Fra le centinaia di immagini di fiori, Danin ha scelto per la propria ricerca quelle più utili come indicatori geografici nonché quelle di piante dai periodi di fioritura più specifici. Ha così concluso che "l'area in cui le tre piante fresche scelte come indicatori avrebbero potuto essere raccolte e poste sulla Sindone accanto al corpo dell'uomo crocifisso è quella compresa fra Gerusalemme e Hebron". Quanto ai periodi di fioritura, egli osserva che "marzo e aprile sono i mesi dell'anno in cui fioriscono dieci delle piante identificate sulla sindone".
A proposito delle spine, Danin presume che appartengano alle piante Ziziphus spina-christi e Rhamnus lycioides, che sono "importanti indicatori storici". Entrambe sono considerate fra le piante "più feroci" in Israele e le spine della seconda furono "utilizzate dagli agricoltori arabi come lame per l'aratro".
Le immagini della corda sulla Sindone mostrano che le funi erano fatte di fibre vegetali secondo un antico metodo utilizzato per migliaia di anni a Gerusalemme. Si ritiene che questa corda sia stata quella con cui l'Uomo della Sindone venne legato sulla croce. La sindonologia, ovvero lo studio della sindone, ha sempre affascinato da un punto di vista botanico Danin, che afferma di non essere minimamente interessato a un suo eventuale significato religioso.
Riferendo la conversazione avuta nel 2000 con l'allora nunzio apostolico di Gerusalemme, Danin scrive: "Gli dimostrai il mio entusiasmo per aver visto sulla sindone le immagini delle piante che avevo visto anche sulle fotografie. Gli dissi che non provavo alcuna emozione particolare verso quell'oggetto venerato da milioni di persone(...) e nel dire questo mi sentii quasi in dovere di giustificarmi. Mi rispose di proseguire le mie ricerche perché se non fossi stato ebreo, ma cristiano, pochi mi avrebbero creduto".
Da allora, gli anni di ricerca di Danin come sindonologo lo hanno portato a concludere che il lenzuolo per la sepoltura esisteva già nell'viii secolo e anche che "la grande somiglianza del volto dell'Uomo della Sindone con un'icona del Pantocrator nel monastero di Santa Caterina, sul Sinai" rivela la conoscenza della Sindone già intorno al 550.
Quella che il botanico definisce "era olografica" della sindonologia cominciò nel 2007 e implicò la collaborazione del dottor Petrus Soons, creatore, insieme con i suoi collaboratori del Dutch Holographic Laboratory, a Eindhoven, di ologrammi tridimensionali della sindone. Durante quel periodo Danin poté osservare "un tappeto quasi omogeneo" di più di trecento corolle di fiori poste ordinatamente intorno al capo dell'Uomo della Sindone.
Un'altra scoperta, scaturita dalla collaborazione con Soons, è la presenza di un elmetto di spine, quindi non di una corona, utilizzato per torturare l'uomo. Soons ha spiegato che "quando ha creato ologrammi a grandezza naturale e li ha esposti presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, a Roma, hanno dovuto prendere una scala per vedere la sommità del capo. Questa parte del corpo dell'Uomo della Sindone prima non era mai stata vista da nessuno". Lì Soons osservò tante piccole ferite che avevano sanguinato e che sulla fronte non erano visibili.
Il valore di queste conclusioni è di fatto immenso. Ognuna di queste osservazioni scientifiche ricorda una sofferenza analoga a quella di Cristo: alla sua passione e alla sua crocifissione così come sono state commemorate nei giorni di Pasqua dalla Chiesa in tutto il mondo. La ricerca di Danin, accompagnata da quella di altri sindonologi, può dunque contribuire a rivelare solo una realtà fisica mentre il credente è spinto a meditare su una verità trascendente: la morte e la resurrezione di Cristo. Con le parole di Papa Giovanni Paolo ii: "La Sindone ci presenta Gesù al momento della sua massima impotenza, e ci ricorda che nell'annullamento di quella morte sta la salvezza del mondo intero" (cfr. Discorso in occasione della visita pastorale a Vercelli e a Torino, 24 maggio 1998). Infatti quando i cristiani parlano della Sindone, parlano del lenzuolo autentico in cui fu avvolto l'unico essere umano che abbia mai spezzato le catene della morte. È un reperto concreto del suo straordinario stato temporaneo di morte - "il mistero del Sabato Santo", ha detto Benedetto XVI nella sua visita del 2 maggio. Così "La Sindone - proseguiva Papa Wojtyla - diventa un invito a vivere ogni esperienza, compresa quella della sofferenza e della suprema impotenza, nell'atteggiamento di chi crede che l'amore misericordioso di Dio vince ogni povertà, ogni condizionamento, ogni tentazione di disperazione".


(©L'Osservatore Romano - 12 maggio 2010)

La Sindone e Nietzsche. Di Gian Maria Vian

Anche a Torino il Papa è andato, come successore di Pietro, a confermare i suoi fratelli nella fede. Portando nel cuore tutta la Chiesa, anzi tutta l'umanità, come ha voluto dire esplicitamente dopo avere pregato davanti alla Sindone. Di fronte a questo oggetto sacro e misterioso - che è forse l'immagine più celebre del volto e del corpo di Cristo - Benedetto XVI ha sostato a lungo, avvolto da quel silenzio quasi irreale che colpisce ogni visitatore, pellegrino o solo curioso, nonostante l'imponente e incessante scorrere quotidiano di migliaia di persone.
Nella meditazione il Papa ha ricordato i racconti evangelici e una riflessione tratta dall'antica tradizione cristiana, perché il silenzio che promana dal telo - anche tra le centinaia di classi di bimbi stupiti portate dai loro insegnanti che in queste settimane sfilano nel duomo torinese - è lo stesso che avvolse la terra dopo la sepoltura del Signore: "Grande silenzio perché il Re dorme", morto nella carne per scendere "a scuotere il regno degli inferi".
Sono bastate queste parole di un'omelia dei primi secoli per muovere le parole di Benedetto XVI, fattosi ancora più sensibile al messaggio della Sindone - ha voluto confidare - per il passare degli anni. Parole che il Papa ha accostato a quelle di Nietzsche, tanto ripetute quanto stravolte: "Dio è morto! E noi l'abbiamo ucciso!". Il grido del pensatore si alza quasi da una moderna via crucis, anticipando nella sua disperata lucidità gli orrori del Novecento, che invece molti ancora si ostinano a ignorare, nascondere, giustificare.
Ecco il vero mistero del segno racchiuso nell'enigmatico telo sepolcrale di cui Torino va orgogliosa: e cioè l'inaudita novità di colui che ha attraversato l'oscurità della morte ed è sceso negli inferi - là "dove regna l'abbandono totale" - per farvi risuonare la voce di Dio che ha vinto per sempre il male e la morte. Una realtà che anche i più piccoli e i più semplici possono capire: come la paura del buio provata da bambini che viene dissolta dalla presenza di chi li ama, ha spiegato Benedetto XVI, che ha il dono umano e spirituale di farsi capire da tutti.
E dal mistero della Sindone che parla con il sangue discende il suo potere, perché - ha detto il Papa con tutta la tradizione biblica - il sangue è la vita: l'immagine sul lenzuolo è infatti "quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita". E di questa vita ha ancora una volta parlato Benedetto XVI nei suoi incontri con i torinesi: annunciando colui che ha mostrato come bisogna amare e offerto "la certezza che non siamo soli". Dio infatti "è vicino a ciascuno con il suo amore": un amore, certo non confinato nel passato, che sa di dovere affrontare ogni giorno difficoltà e tribolazioni.
Sta allora a ciascuno - donne e uomini, giovani e anziani - imitare Cristo. Per "vivere e non vivacchiare", secondo un'espressione di Pier Giorgio Frassati, caro non solo ai torinesi, che il Papa ha voluto ricordare ai giovani, ma parlando a tutti. È questo il messaggio che discende dal segno silenzioso della Sindone, da quella immagine drammatica ma serena che rappresenta la morte di Dio denunciata da Nietzsche. Di quel Dio che è sceso negli inferi per liberare dal laccio della morte ogni creatura umana.

g. m. v.


(©L'Osservatore Romano - 3-4 maggio 2010)

Perché il papa chiama icona e non reliquia la sindone

Benedetto XVI a Torino per l’ostensione della Sindone ha parlato di icona e non di reliquia. Nel celebre lenzuolo il Papa vede riflessa la vicenda di Cristo; anzi il telo permette di osservare, come specchiati, i nostri patimenti nelle sue sofferenze. Sono state così lasciate in un canto le diatribe sulla datazione. Inoltre, il richiamo a Maria, all’inizio del mese a lei dedicato, reca una riflessione di fede.

Fu proprio Maria, del resto, la prima a riconoscere con certezza, oltre ogni prova, nel volto umano di suo figlio quello di Dio. Viene ora da chiedersi se la distinzione avrà un seguito e se si scriveranno altri capitoli per questa storia millenaria. La «reliquia» (da reliquus, resto, residuo) è quel che rimane di un corpo umano o di parte di esso (in tal caso era detta ex ossibus). In senso lato, la tradizione cattolica così chiamò anche gli oggetti che furono a contatto di una persona, giacché avevano quasi assorbito le sue «preclare virtù». Vi è un’antica prassi, nata nelle catacombe, che faceva porre delle reliquie entro l’altare, nell’atto della sua dedicazione al culto. Successivamente esse diventeranno oggetto di abusi e commerci, tanto che il Concilio Lateranense del 1215 comminò gravi pene contro i trafficanti. Quasi superfluo aggiungere che prosperavano ovunque e a Roma si ricordava ancora un falsificatore, il diacono Deusdona (prima metà del IX secolo), che spediva corpi di gente comune sino in Germania, trafugando i cadaveri dai cimiteri dell’Urbe e spacciandoli per martiri. Finite in mille dispute e in altrettante opere letterarie, le reliquie si ritrovano in quasi tutte le religioni, come prova il culto tributato al pelo della barba di Maometto a Bijapur o il fatto che le ceneri del corpo del Buddha furono divise in otto parti e conservate in santuari.

È poi pratica antichissima. Diversamente non si spiegherebbe il perché gli egizi nel Serapeo di Alessandria meditassero sulla mummia del bue Api, considerata reliquia dell’Osiride ultramondano, né perché i greci conservassero la testa di Orfeo a Lesbo (in verità ce n’era una anche a Smirne, mentre la sua lira era ovunque), né perché i romani si recassero in pellegrinaggio alla tomba di Romolo nel Foro e venerassero i sandali e la conocchia di Tanaquilla (la moglie, secondo la tradizione, di re Tarquinio Prisco). E c’è dell’altro. Le reliquie laiche dei personaggi del nostro tempo, più o meno trasformati in miti, vengono disputate sulla rete. Si va dalla biancheria intima di Marylin Monroe al pettine di Elvis Presley, dalle magliette dei calciatori a qualcosa che non è il caso di segnalare. «Icona», invece, dal greco eikón, ci porta al significato di immagine, anche se la tradizione bizantina ne ha fatto qualcosa di più (e di meno di una reliquia). Nel libro dell’Esodo (20,4) si legge la proibizione: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra»; tuttavia qualche eccezione ci fu, come provano i cherubini dell’arca dell’alleanza (Esodo 25,18) o il serpente di bronzo (Numeri 21, 8-9). Di certo agli inizi del cristianesimo vi sono le molteplici pitture delle catacombe, le sculture dei sarcofagi; nel IV e V secolo l’uso si rileva ovunque, anche se, in un primo tempo, il culto era rivolto alla Croce.

Tra gli altri, Eusebio di Cesarea nella sua Storia ecclesiastica (7,18), dice di aver visto con i propri occhi dipinti dei santi Pietro e Paolo e dello stesso Gesù. L’inizio della libertà portò con sé casi di idolatria verso talune rappresentazioni: se così non fosse, sarebbe difficile spiegare i discorsi di Leonzio, vescovo a Cipro alla fine del VI secolo, che appunto difende dall’accusa i cristiani e traccia le prime linee di una teologia del culto della Croce e delle immagini. Poi, si sa, nel 726 l’imperatore bizantino Leone III Isaurico fece rimuovere un’icona venerata del Cristo, dando avvio al movimento degli iconoclasti. Da allora, anche se le figure sacre popolano buona parte dell’arte occidentale, la tentazione di abolirle non si è spenta e periodicamente invoca il versetto dell’Esodo. Nell’epoca delle immagini digitali e delle icone mediatiche papa Benedetto XVI è andato oltre. Anzi, forse ha ripreso in chiave teologica la Teoria estetica di Theodor W. Adorno. In essa il loro compito, più che di riprodurre il mondo, è quello di offrire il «contenuto di verità » che si è sedimentato nella forma stessa dell’immagine o dell’icona. E ne costituisce la storicità immanente.

Armando Torno
03 maggio 2010

© Copyright Corriere della Sera

Tornielli: ecco perché credere che quel telo ha coperto Gesù è ragionevole

giovedì 22 aprile 2010


Nella confusione del dibattito scientifico sull'autenticità o meno della Sindone interviene Andrea Tornielli, vaticanista del Giornale. «In ogni caso è necessario un approccio multidisciplinare. Altrimenti si finisce per affermare che la scienza ha dimostrato che la Sindone è un falso medievale a partire dal risultato del radiocarbonio». L’uomo della Sindone, dice Tornielli, è realmente Gesù di Nazareth.

Tornielli, quando comincia l’interesse scientifico attorno alla Sindone?

Sul finire del 1800, quando un fotografo dilettante, che di mestiere faceva l’avvocato, fotografa la reliquia che fino a quel momento era esclusivamente un oggetto di culto venerato dai cristiani. L’improvvisato fotografo si accorge che sopra la lastra negativa c’è l’immagine in positivo. Tanto è vero che sono quelle nere le raffigurazioni in cui si vede il volto bianco. Da questo momento si avvia l’interesse, cui seguono le ricerche negli anni ’70. È il periodo in cui si crea un pool di scienziati. Scattano i prelevamenti dei campioni e le analisi. La Sindone viene addirittura lasciata due giorni nelle loro mani affinché possano esaminarla.

Da questi esami emergono dubbi e scetticismi sull’autenticità del lenzuolo. Si parla addirittura di falso medievale.

Il discrimine della grande polemica è la datazione a radiocarbonio del 1988. Commissionata a tre differenti laboratori: Oxford, Zurigo e Tucson in Arizona. Secondo i loro risultati si stabilisce un’età compresa tra il 1260 e il 1390, dunque una datazione medievale. Giusto per chiarezza ricordo l’ultima pubblicazione del Sis Magazine (rivista scientifica di statistica, ndr), dove quattro docenti universitari, tre italiani e un inglese, dimostrano la non-attendibilità del risultato del 1988. Individuano un trend lineare secondo il quale trasferendo questi dati (la datazione emersa da quei 4 cm di lenzuolo) a tutto il lenzuolo ne risulta una variazione di data che va dall’anno 33 d.C. al 20000 d.C. Evidentemente il risultato del 1988 è sballato.

Si tratta di un errore?

I laboratori hanno operato abbastanza bene, almeno nella fase di campionatura vera e propria. Mentre nella fase di rielaborazione dei dati qualcosa è successo di certo.

In che senso?

Fu prelevato un pezzo dall’angolo superiore a sinistra in prossimità dell’impronta frontale dei piedi di Gesù. E venne sezionato in almeno 6 pezzi, a ciascuno dei laboratori ne venne consegnato uno. Al termine della prima fase di esami i tre laboratori, causa problemi matematici nei risultati, si consultarono fra loro. Sta di fatto che il risultato, ormai inquinato, venne alterato. La cosa interessante, però, è che non sono stati presi tre campioni da punti diversi del lenzuolo, ma da un unico angolo. Ricerche del chimico americano Raymond Rogers (quello che aveva bombardato la Sindone con gli ultravioletti) dimostrano come proprio quell’angolo lì sia uno dei più contaminati.

Per quale motivo quello è l’angolo più contaminato?

Siamo nel campo delle spiegazioni possibili. Willard Frank Libby, premio Nobel 1960 per la chimica grazie all’invenzione del carbonio 14, diceva che era impossibile datare qualcosa di cui

non si poteva ricostruire la storia delle contaminazioni. In più per il telo di lino è particolarmente difficile: se poi è stato esposto a ostensioni, al fuoco delle candele, se è stato toccato dai fedeli e sottoposto a un incendio (nel 1532 a Chambéry) la situazione si complica. Non possiamo sapere a che livello è arrivata la contaminazione.

Il chimico Raymond Rogers ha scoperto le zone di rammendo invisibile…

Ha individuato proprio nella zona del campione prelevata per il radiocarbonio del 1988 delle inserzioni di rammendo invisibile con filo di cotone. I medievali erano in grado di fare rammendi e cucire un buco che si fosse aperto senza lasciarne traccia. Il cosiddetto rammendo invisibile, che si otteneva attorcigliando parte del filo della stoffa preesistente con quello che veniva aggiunto per creare la toppa o il rammendo. Rogers ha dimostrato che esistono tracce di filo di cotone sulla Sindone (tessuta con filo di lino), quindi il rammendo è datato molto dopo. Al tempo in cui le suore clarisse del monastero di Chambéry, in seguito all’incendio del 1532, mettono le toppe a tutti i buchi. Toppe che oggi non ci sono più, perché tolte nel corso della restauro del 2002. L’ effetto (hanno messo un telo bianco come fondo) l’ha resa più chiara e meno visibile.

Si parla molto di manipolazioni ad opera di lobby sul sacro lenzuolo. Cosa c’è di vero?

Sulle lobby non dico niente. Certo è che ci sono forti dubbi su come sono stati lavorati quei dati. Perché, comunque, c’è un problema dimostrato dagli statistici del Sis Magazine e da altri professori della “Sapienza” di Roma un paio di anni fa. Che hanno dimostrato che è stato cambiato un numero per fare arrivare la soglia di attendibilità di tutto il ragionamento dall’1 al 5%, vale a dire la soglia minima per poter presentare l’esame scientificamente.

Tirando le somme, come bisogna lavorare su questa reliquia?

In ogni caso è necessario un approccio multidisciplinare. Altrimenti si finisce per affermare che la scienza ha dimostrato che la Sindone è un falso medievale a partire dal risultato del radiocarbonio. E poi non si riesce a spiegare come si sia prodotta l’immagine, come questo falsario avrebbe riprodotto nell’immagine, non si sa come, le caratteristiche storico-archeologiche della crocifissione non di un uomo qualsiasi ma di Gesù con delle modalità diverse da quelle conosciute nel Medioevo e dall’iconografia classica.

Ovvero?

Parlo di chiodi sui polsi, invece che sul palmo. Della corona di spine, un casco completo, invece di un “serto” che è una striscia.

In uno dei suoi articoli sul Giornale lei paragona questo pseudo-falsario medievale a Superman...

Sì. Perché il falsario medievale avrebbe dovuto cospargere la Sindone di pollini che per tre quarti appartengono all’area mediorientale e in alcuni casi reperibili solo nella zona di Gerusalemme. E poi il falsario medievale avrebbe dovuto saper distinguere tre tipi di sangue: venoso, arterioso e post-mortem, che sono quelli individuati sul lenzuolo. A parte gli scherzi, checché ne dicano Garlaschelli e il Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) la scienza non è mai riuscita a riprodurne una copia. Quelle di Garlaschelli non sono solo brutte, sono pessime. Non reggono il confronto a occhio nudo, figurarsi al microscopio. Garlaschelli ha ottenuto la sua copia, usando un modello e strofinando poi dall’esterno con dell’ocra. L’immagine che si è formata è stata costruita dall’esterno.

Mentre l’immagine della Sindone…

…è formata da dentro, quasi fosse un’impronta o un’irradiazione al lenzuolo. In più, secondo la copia di Garlaschelli, il volto restituito dal color ocra è deforme. Ed è inevitabile, dato che si è avvolto un volto con un lenzuolo e dopo averlo disteso il risultato era un’oscenità. Al contrario nella Sindone il volto ha caratteristiche tridimensionali al pari di una proiezione sul lenzuolo. Non contento Garlaschelli ha tentato anche di rifare le macchie di sangue mettendole al posto giusto. Peccato che nel sacro lenzuolo, ed è provato scientificamente, le macchie si sono trasferite prima dell’immagine.

Può spiegarsi?

I decalchi di sangue sono trasferiti prima sul lenzuolo. E lo sappiamo perché sotto le macchie non c’è immagine. Il sangue ha fatto da schermo. Dunque prima si è trasferito il sangue che si è mescolato al lino e ha incollato i fili, poi c’è stata l’immagine, non con una pittura, bensì un’ossidazione, una disidratazione in ogni singola fibra di lino ma a un livello totalmente superficiale, nell’ordine dei millimetri). Per darne un’idea fisica: se lo spessore del lino fosse il mio braccio l’immagine interessa solo i peli. I fisici dell’Enea di Frascati hanno ottenuto qualcosa di simile, bombardando con un laser a eccimeri, per cui con raggi di luce potentissimi e velocissimi, del tessuto. Solo così sono riusciti a ottenere una colorazione simile a quella dell’immagine della Sindone.

Un’«esplosione di luce» all’origine dell’immagine, giusto?

È un’ipotesi, quella che si avvicina di più alla verità. Gli scienziati fanno le loro prove. Nessuno, comunque, è riuscito a ottenere una copia della Sindone. Che la scienza non sia ancora in grado di spiegare come si sia formata l’immagine, pone un problema alla stessa radiazione del radiocarbonio. Perché si data un fenomeno che ancora non si è riusciti a riprodurre in laboratorio? Torno a ripetere che l’approccio necessario è quello multidisciplinare. E, anche solo per un calcolo di probabilità, la Sindone è al 99,9% autentica. Quello è il lenzuolo che nel primo secolo d.C. ha avvolto il corpo di Gesù Cristo.

Come spiega le posizioni del Cicap, oltre a tutte le altre riserve che fanno leva sulla discordanza dei dati, o si appoggiano alla parzialità di alcuni dati scientifici - come Wikipedia quando cita le analisi al Carbonio 14 - per negare l’autenticità del lenzuolo?

Strumentalizzazioni. Avevo molta stima del Cicap per la loro attività nello smascherare il paranormale. Ma vedendo come hanno lavorato sulla Sindone, con quel trionfalismo tronfio e scientista con cui sbandierano risultati che sono ridicoli, quando ho visto questo ho messo in dubbio tutto il loro lavoro. Finiranno per farmi credere anche nei fantasmi e negli astrologi se vanno avanti così. Quelli che si battono contro l’autenticità della Sindone sono un gruppo di persone finanziate dall’Unione Atei e razionalisti italiani. Il problema è che non svolgono questi studi con l’ipotesi di un aiuto alla ricerca. Li sbandierano come risultati. Che in realtà non dimostrano niente. Perché, riproducendo la Sindone, che cosa si dimostra? Solo che l’hai riprodotta, non che è falsa.

Lei ha scritto Inchiesta sul Mistero. Come nasce il suo libro?

Parto dalla Sindone. Un telo di lino, un tessuto a spina di pesce con un filo a torcitura “Z” da un telaio antico rudimentale. Un tipo di tessitura pregiato, ricercato, quasi regale. Che studi su tessuti hanno affermato che si suppone sia la stoffa usata per le vesti del sommo sacerdote. Fatto sta che Giuseppe d’Arimatea porta non un lenzuolo funebre ma una stoffa pregiata e Gesù ha una sepoltura regale. Altra caratteristica: sempre in queste tessiture manuali la successiva tessitura contiene, tra la trama e l’ordito della nuova, tracce e microtracce della precedente. Se hai tessuto una tunica di lana, poi tessi la Sindone di lino, sicuramente nel lino rimane una microtraccia di lana. La curiosità è che il lino della Sindone presenta microtracce di cotone (che risale alla Palestina del I sec d.C.), ma non ha neanche un micron di lana, e questa è una stranezza perché la lana era il tessuto più usato all’epoca. Una stranezza, se non ipotizziamo che la Sindone sia stata tessuta in area mediorientale, di preciso in area ebraica. Come dice il Deuteronomio (22,11) “non porterai una veste tessuta di lana e lino insieme”. Perché la lana proviene da un animale mentre il lino è un vegetale. Ed è per questo che gli ebrei usavano telai diversi, in uno potevano tessere il lino e il cotone, nell’altro la lana. Poi le grandi striature, le bruciature, i fori dovuti all’incendio di Chambéry e anche a danneggiamenti precedenti. Tre forellini che si ripetono simmetrici, che noi ritroviamo nel Pray, il manoscritto del 1191 conservato a Budapest, dove c’è una miniatura della resurrezione di Gesù e si vede la Sindone con tessuto a spina di pesce e questi forellini. Significa che era un danneggiamento avvenuto prima di quelle date con cui si vorrebbe provare la non autenticità.

Dove vediamo le macchie di sangue? A quali ferite corrispondono?

C’è un “tre” rovesciato che corrisponde esattamente alla vena frontale con una colatura di sangue abbondante ma che scende lentamente; c’è una macchia sui capelli, uno schizzo sottile (di sangue arterioso). Infine c’è la ferita sul costato destro, abbondantissima fuoriuscita di sangue già coagulato e separato dal siero (sangue post-mortem). La ferita è stata procurata da un oggetto appuntito: un’asta (ellisse maggiore di 4 cm e minore di 3 cm). Una ferita i cui lembi sono rimasti aperti. Sangue e siero,come dice il vangelo di Giovanni: “Ne uscì sangue e acqua”. Inoltre l’uomo della Sindone ha circa 30 fori dovuti alle spine e ha i segni di almeno 120 colpi di flagello (composto da un pezzo di bastone e cuoio da cui si dipartivano due o tre strisce di cuoio all’estremità delle quali c’erano una coppia di sfere di metallo oppure una punta di osso. Uno strumento dolorosissimo. I colpi sono stati dati da due direzioni diverse con Gesù al centro).

Come si è visto nel film The Passion…

…esatto. Il minimo è 120 colpi, almeno quelli che riusciamo a contare davanti e sul retro. Ma dell’impronta della Sindone ci manca la parte laterale. Quindi ne dobbiamo ipotizzare di più. Inoltre nell’impronta dell’uomo della Sindone ci sono tracce anche di terriccio nella zona dei piedi, delle ginocchia e sulla punta del naso (analisi di un cristallografo americano) e questo terriccio contiene una quantità di aragonite che ha le stesse caratteristiche di impurità, in percentuale identica, di quella contenuta nel terriccio delle grotte di Gerusalemme. Il fatto che ci sia del terriccio sul naso fa capire che Gesù, l’uomo della Sindone, è caduto durante il percorso che portava al patibolo.

(Stefano Regondi)



© Copyright Il Sussidiario

Il Volto Santo di Manoppello, l’altro viso di Gesù che sfida la scienza (e combacia con la Sindone). Di Heinrich Pfeiffer


«La Sindone e il Volto Santo di Manoppello sono una sfida alla ragione umana». Il gesuita padre Heinrich Pfeiffer è cordiale e sorridente come sempre. Ricorda, nei suoi modi di fare, Benedetto XVI, di cui è amico da tempo: il docente della Pontificia Università Gregoriana, dove insegna Storia dell’Arte cristiana, ascolta in silenzio, parla lentamente, argomenta in modo lineare e razionale.

Specie, poi, se si tratta di dedicare un po’ di tempo all’argomento sul quale ha speso la sua vita di studioso: il volto di Gesù. In particolare, padre Pfeiffer è diventato uno dei massimi esperti mondiali della riproduzione del viso di Cristo nell’arte cristiana, a partire dai due oggetti considerati “originali”: la sacra Sindone di Torino, la cui ostensione in questi giorni sta richiamando centinaia di migliaia di fedeli, e il meno noto - almeno per il grande pubblico - Volto Santo di Manoppello, il panno con l’immagine di Gesù custodito nel piccolo paesino in provincia di Pescara, dove papa Ratzinger si è recato in pellegrinaggio il 1° settembre del 2006.

Se la Sindone è il telo che ha avvolto interamente il corpo di Gesù nel Sepolcro, il panno di Manoppello, secondo gli studi cui ha contribuito lo stesso padre Pfeiffer, è il fazzoletto posto sopra la Sindone: un’usanza antica riservata a personalità importanti, considerato anche il fatto che è un panno di bisso, un tessuto particolarmente prezioso, che si utilizzava in situazioni del tutto speciali. Si tratta di due immagini di cui la trappista tedesca suor Blandina Paschalis Schloemer, che attualmente vive proprio a Manoppello in eremitaggio, ha dimostrato la perfetta sovrapponibilità, convincendo nel tempo lo stesso Pfeiffer, il cui contributo alla conoscenza del Volto Santo nel mondo è stato decisivo.

Padre Pfeiffer, i due volti sono gli stessi? «Sono assolutamente identici, combaciano perfettamente, come ha dimostrato suor Blandina: la sovrapposizione è di 1 a 1. Dirò di più: i due reperti si leggono insieme: dalla loro sovrapposizione sono stati riconosciuti particolari importanti del volto di Gesù, come la barba, i capelli, le ferite e via dicendo. L’uno, in altri termini, ha bisogno dell’altro per essere letto».

Suor Blandina, in particolare, ha individuato almeno dieci punti di perfetta sovrapposizione: «In realtà - spiega il gesuita - sono molti di più, quelli indicati da suor Blandina sono probabilmente i più evidenti. Ma nei lavori di sovrapposizione, vengono a galla sempre nuovi punti di identità».

I due reperti sono mai stati accostati fisicamente? «No, in quanto si tratta di oggetti particolarmente delicati, e ogni manipolazione è sempre molto rischiosa. Le sovrapposizioni sono state fatte mediante immagini fotografiche fedeli».

In che anno lei è venuto a conoscenza del Volto Santo di Manoppello? «Era il 1986 quando organizzammo un piccolo pellegrinaggio in Abruzzo insieme ad alcuni amici e colleghi, dopo aver sentito parlare di questo panno. Giunto al santuario, sono rimasto semplicemente impressionato, e ho riconosciuto in quel volto quello della famosa “Veronica”, il panno conservato a San Pietro per secoli, scomparso durante il sacco di Roma nel 1527. Com’è noto, da quando è sparito, viene esposto ogni quinta domenica di Quaresima nella basilica petrina un panno completamente sbiadito, in cui non si vede assolutamente nulla, e questo perché i custodi della basilica, e gli stessi pontefici, avevano l’interesse a non interrompere il flusso di pellegrini che da sempre transitava a Roma per adorare quel volto».

Come questo panno sia arrivato a Manoppello è ancora oggetto di studio, e non mancano ipotesi accreditate come quelle del giornalista Saverio Gaeta, che ha ricostruito i vari passaggi e i colpi di scena legati ad una sparizione e una riapparizione del velo che assumono i contorni di un vero e proprio giallo.

Ma che cosa rappresenta il volto di Manoppello? «Si tratta del volto di Gesù al momento della sua resurrezione, mentre quello della Sindone ritrae Cristo sofferente dopo la sua passione. Entrambi i reperti sono un vero e proprio miracolo che sfida gli studiosi, in quanto sono fatti come se la luce avesse impressionato un supporto ma con due effetti diversi: nel caso della Sindone, come se avesse impressionato un negativo fotografico, in quello del Volto Santo, un positivo».

«Come sia stato possibile, nel caso della Sindone - spiega padre Pfeiffer - lo studio più accreditato rimane quello del professor Sebastiano Rodante, di Siracusa, il quale nel 1978 iniziò una serie di significativi esperimenti, a partire dal sudore di sangue. Le prove furono condotte su calchi, modellati a similitudine del volto sindonico, spruzzati di sudore di sangue, cosparsi di una miscela di aloe e mirra. La presenza di una soluzione di aloe e mirra ha poi liquefatto i coaguli di sangue sulla fronte del calco».

«L’osservazione che i coaguli sulla Sindone - continua lo studioso - non potevano lasciare nessuna traccia sulla Sindone stessa, portò Rodante ad adoperare un telo imbevuto della soluzione acquosa di aloe e mirra. I risultati ottenuti si avvicinavano in modo suggestivo all’impronta sindonica, in quanto fornivano una impronta simile ai coaguli della Sindone. Poi, durante esperimenti fatti anni più tardi utilizzando un negativo fotografico del telo torinese, si sono riprodotte le tracce dell’immagine del negativo sindonico».

«Insomma, la Sindone evidenzia al tempo stesso la natura umana e divina di Cristo, grazie alle macchie di sangue e all’immagine negativa. Quest’ultima, in particolare, per essere realizzata necessita di una fonte di energia, qualcosa che dirige i raggi e, infine, un supporto tipo una diapositiva.

«Stesso discorso vale per Manoppello: si tratta di un’immagine creata in modo anomalo, nel senso che gli studi hanno dimostrato che il Volto Santo non è un dipinto, ma un’immagine fatta con una tecnica assolutamente sconosciuta in tutta la storia dell’arte. Solo con la fede, allora, è possibile spiegare questa energia dentro un corpo morto. Ecco perché i due reperti sfidano la ragione, dimostrando i limiti della scienza».

Una delle cose che colpisce di più guardando i due volti è che la Sindone ha gli occhi chiusi, il Volto Santo li ha aperti: «In realtà - spiega Pfeiffer - non possiamo dire con certezza se la Sindone ha gli occhi aperti perché dipende dalle aspettative che noi abbiamo guardando quel volto: se pensiamo che sia di un morto, li vediamo chiusi, se pensiamo che sia di un vivente, li possiamo anche vedere aperti. È solo una nostra interpretazione».

La Sindone e il Volto Santo di Manoppello sono gli unici panni che hanno avvolto il corpo di Gesù? «No, c’è anche il sudario di Oviedo, in Spagna, e la cuffia conservata a Cahors, in Francia». Il secondo cingeva il volto di Gesù nel Sepolcro mentre il primo, secondo suor Blandina, era il panno utilizzato da qualcuno per asciugare il volto di Gesù ancora sanguinante, come dimostrano le impronte esterne di chi fece pressione sul naso per pulire il sangue e il siero fuoriusciti dal setto nasale.

La cosa sensazionale, al riguardo, è rivelata ancora da padre Pfeiffer: «Su tutti, e non escludo anche Manoppello come potrebbero dimostrare studi ulteriori, è stato rintracciato sangue del gruppo AB positivo, dunque con grande probabilità della stessa persona».

Il papa è stato a Manoppello nel 2006, e molti si aspettavano una sorta di “via libera” definitiva nell’identificazione del Volto Santo con la Veronica, ma così non è stato. Perché secondo lei? «Va detto che i due reperti ancora oggi non mettono del tutto d’accordo l’intera comunità ecclesiale. Penso che Benedetto XVI, da padre di tutta la Chiesa, abbia evitato di alimentare dibattiti interni anche nell’episcopato».

Padre Pfeiffer, un’ultima domanda: lei studia da sempre il volto di Gesù. Quali sono i caratteri di questo volto? «Il Volto Santo di Manoppello non è solo identico con la Veronica romana, ed esso non costituisce solo un’unica immagine con la Sindone, ma è anche uno dei due modelli fondamentali, rappresenta un prototipo per l’immagine di Cristo. Esiste un tipo classico dell’immagine del volto di Cristo così chiaramente delineato che, se visto anche solo una volta, lo si può riconoscere immediatamente in qualsiasi altra opera. Esso è caratterizzato da una testa alta con un naso lungo, da due bande di cappelli che cadono fino sulle spalle, da baffi e da una barba spesso bipartita. Gli occhi guardano leggermente in alto così da mostrare il bianco del globo oculare sotto la pupilla. Dobbiamo concludere, in contrasto con tanta ricerca degli studiosi dell’arte, che l’immagine di Cristo così individuale deve avere il suo modello. Per la struttura fortemente asimmetrica, il modello è la Sindone, o la Sindone insieme con il Volto Santo di Manoppello. Per gli occhi e tutti gli aspetti più vitali, l’unico modello è costituito dal Volto Santo”.

(Piergiorgio Greco)


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La Sindone "icona". Il Papa ha scelto un'espressione "alta" ma rispettosa delle opinioni di tutti

Clicca qui per leggere l'articolo di Gian Guido Vecchi

Il Papa: Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui

Meditazione del Papa dopo l’atto di venerazione della Sindone


Icona del mistero del Sabato Santo


TORINO, domenica, 2 maggio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la meditazione pronunciata questa domenica da Benedetto XVI dopo l’atto di venerazione della Sindone nel Duomo di Torino, nel salutare le monache di clausura di diversi monasteri della diocesi e i membri del Comitato della Sindone presenti.


* * *

Cari amici,

questo è per me un momento molto atteso. In un’altra occasione mi sono trovato davanti alla sacra Sindone, ma questa volta vivo questo pellegrinaggio e questa sosta con particolare intensità: forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straordinaria Icona; forse, e direi soprattutto, perché sono qui come Successore di Pietro, e porto nel mio cuore tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità. Ringrazio Dio per il dono di questo pellegrinaggio, e anche per l’opportunità di condividere con voi una breve meditazione, che mi è stata suggerita dal sottotitolo di questa solenne Ostensione: “Il mistero del Sabato Santo”. Si può dire che la Sindone sia l’Icona di questo mistero, l’Icona del Sabato Santo. Infatti essa è un telo sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di Gesù, il quale, crocifisso verso mezzogiorno, spirò verso le tre del pomeriggio.

Venuta la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato solenne di Pasqua, Giuseppe d’Arimatea, un ricco e autorevole membro del Sinedrio, chiese coraggiosamente a Ponzio Pilato di poter seppellire Gesù nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia a poca distanza dal Golgota. Ottenuto il permesso, comprò un lenzuolo e, deposto il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolse con quel lenzuolo e lo mise in quella tomba (cfr Mc 15,42-46). Così riferisce il Vangelo di San Marco, e con lui concordano gli altri Evangelisti. Da quel momento, Gesù rimase nel sepolcro fino all’alba del giorno dopo il sabato, e la Sindone di Torino ci offre l’immagine di com’era il suo corpo disteso nella tomba durante quel tempo, che fu breve cronologicamente (circa un giorno e mezzo), ma fu immenso, infinito nel suo valore e nel suo significato.

Il Sabato Santo è il giorno del nascondimento di Dio, come si legge in un’antica Omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Omelia sul Sabato Santo, PG 43, 439). Nel Credo, noi professiamo che Gesù Cristo “fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, e il terzo giorno risuscitò da morte”.

Cari fratelli e sorelle, nel nostro tempo, specialmente dopo aver attraversato il secolo scorso, l’umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento, Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.

E tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento “fotografico”, dotato di un “positivo” e di un “negativo”. E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini. Il Sabato Santo è la “terra di nessuno” tra la morte e la risurrezione, ma in questa “terra di nessuno” è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua Passione per l’uomo: “Passio Christi. Passio hominis”. E la Sindone ci parla esattamente di quel momento, sta a testimoniare precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale. In quel “tempo-oltre-il-tempo” Gesù Cristo è “disceso agli inferi”. Che cosa significa questa espressione? Vuole dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: “gli inferi”. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui.

Tutti abbiamo sentito qualche volta una sensazione spaventosa di abbandono, e ciò che della morte ci fa più paura è proprio questo, come da bambini abbiamo paura di stare da soli nel buio e solo la presenza di una persona che ci ama ci può rassicurare. Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. E’ successo l’impensabile: che cioè l’Amore è penetrato “negli inferi”: anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare; e se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli: “Passio Christi. Passio hominis”.

Questo è il mistero del Sabato Santo! Proprio di là, dal buio della morte del Figlio di Dio, è spuntata la luce di una speranza nuova: la luce della Risurrezione. Ed ecco, mi sembra che guardando questo sacro Telo con gli occhi della fede si percepisca qualcosa di questa luce. In effetti, la Sindone è stata immersa in quel buio profondo, ma è al tempo stesso luminosa; e io penso che se migliaia e migliaia di persone vengono a venerarla – senza contare quanti la contemplano mediante le immagini – è perché in essa non vedono solo il buio, ma anche la luce; non tanto la sconfitta della vita e dell’amore, ma piuttosto la vittoria, la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio; vedono sì la morte di Gesù, ma intravedono la sua Risurrezione; in seno alla morte pulsa ora la vita, in quanto vi inabita l’amore. Questo è il potere della Sindone: dal volto di questo “Uomo dei dolori”, che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati - “Passio Christi. Passio hominis” - promana una solenne maestà, una signoria paradossale. Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio. Come parla la Sindone? Parla con il sangue, e il sangue è la vita! La Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al costato destro. L’immagine impressa sulla Sindone è quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita. Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita. Specialmente quella macchia abbondante vicina al costato, fatta di sangue ed acqua usciti copiosamente da una grande ferita procurata da un colpo di lancia romana, quel sangue e quell’acqua parlano di vita. E’ come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo.

Cari amici, lodiamo sempre il Signore per il suo amore fedele e misericordioso. Partendo da questo luogo santo, portiamo negli occhi l’immagine della Sindone, portiamo nel cuore questa parola d’amore, e lodiamo Dio con una vita piena di fede, di speranza e di carità. Grazie.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

Ostensione della Sindone: l’editoriale di padre Lombardi

Centinaia di migliaia di pellegrini affluiscono in queste settimane a Torino per passare pochi minuti in raccoglimento silenzioso davanti alla Sacra Sindone, contemplando l’immagine del corpo martoriato di un uomo crocifisso. Il fatto si ripete ogni volta che il grande antico lenzuolo viene esposto al pubblico; e anche gli ultimi Papi si sono uniti ai pellegrini devoti. Non è tanto l’origine misteriosa di questa immagine ad attrarre, quanto la sua rispondenza impressionante, in numerosissimi particolari, al racconto della Passione di Cristo dei Vangeli: le piaghe, il sangue colato, le ferite della corona di spine, i colpi dei flagelli. “Ecco l’uomo!” diceva Pilato presentando Gesù alla folla. Ecco l’uomo morto in croce per noi, ripetiamo a noi stessi sostando turbati e infine ammirati e di fronte all’immagine più concreta della Passione. E al centro il volto solenne del crocifisso, un volto che corrisponde agli schemi più antichi dell’iconografia cristiana e a sua volta la conferma e la ispira. Desideriamo conoscere Dio e lo possiamo conoscere attraverso il volto di Cristo, ci ricorda continuamente Benedetto XVI. Per questo amiamo le immagini che la tradizione accredita come vie preziose per intravvedere quel volto, sia a Manoppello, sia a Torino. Sappiamo che dobbiamo guardare oltre l’immagine, desiderare di vedere faccia a faccia il volto del Risorto. Ma siamo umilmente grati dell’aiuto offerto ai nostri occhi terreni per contemplare l’amore senza riserve per noi, fino alla morte di croce.

La Sindone, il business e le reazioni degli oppositori. da Il Blog di Andrea Tornielli

Ieri sono andato a Torino con la mia famiglia in visita alla Sindone. Ho compiuto il percorso, e dopo circa un’ora di cammino e di coda (composta e silenziosa) ho potuto sostare per qualche minuto davanti a quell’immagine misteriosa e potente. In questi giorni è uscito in edicola un numero speciale di MicroMega dove sono pubblicati articoli contro l’autenticità della Sindone. Uno di questi è dedicato al “sacro business”, un’altro al “Medioevo televisivo della sacra sindone”. In quest’ultimo vengo citato anch’io in quanto ospite della trasmissione Top Secret condotta da Claudio Brachino: MicroMega ironizza su di me (e sul mio essere “aziendalista”, in quanto dipendente del Giornale che partecipa a una trasmissione Mediaset), e scrive nelle tre righe che mi dedica, che io ripeto “il solito refrain”. La rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais se la prende con conduttori e programmi TV, rei di dare poco spazio al dissenso che sarebbe in grado di smontare (?) in pochi minuti tutte le tesi dei poveretti (non importa se scienziati…) che invece propendono per l’autenticità. A proposito di “sacro business”, vorrei rivelare un piccolo particolare: partecipando di recente a una delle trasmissione televisive dedicate alla Sindone, mi è stato confidato che l’unico ospite a pretendere un adeguato cachet in denaro, era proprio colui che doveva dimostrare la falsità della Sindone. Forse, se gli oppositori si abbassassero a partecipare gratis, come fanno gli altri, riceverebbero qualche invito di più. Ma almeno non abbiano la faccia tosta di parlare di “sacro business”…
Questa mattina ho visto lo spazio dedicato ieri da Pomeriggio Cinque al caso Sindone. Era presente Antonio Lombatti, del Cicap, il quale, oltre a parlare in modo piuttosto alterato, è arrivato a mettere in discussione le ricerche fatte sulla Sindone perché alcuni degli scienziati che fecero i prelivi nel 1978 “avevano la croce al collo”. Ecco, finalmente arriviamo al punto: comincino allora a buttare a mare le scoperte di Newton, Keplero, Galilei… Tutti scienziati credenti! Scriveva Alfred North Whitehead (La scienza e il mondo moderno): “La scienza ebbe origine in Europa a causa della diffusa fede nelle sue possibilità, essa è un derivato della teologia medievale. Non può provenire che dalla concezione medioevale, la quale insisteva sulla razionalità di Dio”.

La Sacra Sindone, un mistero affascinante. Video e documentazione









































DOCUMENTAZIONE





La Sindone in 3D, anzi in AS3D (autostereoscopico) è realtà ed è una novità tutta italiana. Abbiamo avuto il privilegio di poter filmare e osservare da vicino in esclusiva una tecnologia che potrà davvero cambiare il mondo hitech.
Il 3D, quello vero, senza tramiti come i fastidiosi occhialini è stato ottenuto dalla JUMA Communication di Max Judica Cordiglia e una delle sue prime applicazioni è proprio quella della riproduzione in AS3D della Sindone, che sarà presto esposta a Torino ad Aprile e Maggio.

Sindone, formazione dell’immagine

Intervista esclusiva a G.B. Judica Cordiglia da Tecnocino.it







Come si è formata l’immagine della Sindone? Il Sacro Lino, conservato a Torino e prossimo all’Ostensione dal 10 Aprile al 23 Maggio, ha da sempre riscaldato le coscienze di studiosi, religiosi e scettici (tre insiemi con svariate intersezioni) tanto che ancora oggi, nel 2010, il mistero è quantomai attuale. Siamo andati a intervistare Giovanni Battista Judica Cordiglia, proprio nel capoluogo piemontese, a pochi giorni dall’esposizione del telo.
Giovanni Battista ha avuto il privilegio di trascorrere 72 ore a stretto contatto con la Sindone, col compito di fotografarla per la prima volta a colori, all’infrarosso e agli ultravioletti. Correva l’anno 1969 ed era dal 1931 che nessuno puntava l’obiettivo di una macchina fotografica sulla reliquia. In quei tre giorni e tre notti vissuti di un fiato, senza dormire, è lentamente emersa la sua teoria sulla formazione dell’immagine, un’ipotesi ancora oggi tra le più valide e considerate.




Dal figlio al padre: vi abbiamo mostrato le splendide immagini della Sindone in 3D Autostereoscopico, esclusiva della Juma Communication di Max Judica Cordiglia e ora spostiamo la data dal 2010 al 1969. Un salto indietro per soffermarci su una perizia di valore assoluto, quella di Giovanni Battista Judica Cordiglia, effettuata quarantuno anni fa dietro commissione della Santa Sede. Mistero, fascino, scienza e fede che si rincorrono e si confondono, inseguendo un traguardo che diventa sempre più luminoso e allo stesso tempo sempre più impalpabile e indecifrabile.






Ci racconta la perizia del 1969?


Ho fatto parte della commissione nominata dal Cardinal Pellegrino, formata da periti e esperti che dovevano verificare lo stato di conservazione della Sindone perché dal 1931 non era stata più aperta. E’ stato un incarico di grande responsabilità che ovviamente mi ha messo in agitazione, io avevo una trentina d’anni, ma soprattutto perché dovevo fotografare un reperto che non avevo mai visto, infatti nel ‘31 non ero nato, c’erano alcune indicazioni di chi l’aveva vista ma in generale non erano in grado di darmi riferimenti 

precisi. Si diceva fosse un’immagine intensa o diafana, quindi li mio problema era quello di disporre di tutto quello che la tecnologia in quegli anni offriva per ottenere delle fotografie che non dovevano essere inferiori a quelle del ‘31, da un maestro dell’arte fotografica come Giuseppe Enrie che si era fermato al bianco e nero. Io volevo spingermi oltre con i colori, negativi, colore diapositivo, con radiazioni ultraviolette sia per fluorescenza sia per riflessione e all’infrarosso. Tutto questo richiedeva altro rispetto al materiale di cui già disponevo, perché non sapevo cosa avrei incontrato. Senza dimenticare che si tratta di un reperto di dimensioni importanti 4.36 x 1.10 metri e che si tratta una stoffa non di un solido, ma di un oggetto che doveva essere disposto in condizioni tali da poter essere fotografato senza deformazioni. Ho provveduto a munirmi di due supporti in metallo verticali più un braccio orizzontale, la Sindone la fermai attraverso due bastoni lunghi 45metri pinzati in mezzo alla tela, in questo modo la tela per gravità si stese perpendicolare al pavimento che doveva essere perfettamente orizzontale. Cosa che non era, si trovava a Palazzo Reale nella Cappella del Crocifisso. Quindi ho provveduto a bascuolare il piano della lastra con un’inclinazione che compensasse la mancata planeità del pavimento così che la Sindone e la lastra fotografica fossero perfettamente paralleli.

Che emozioni ha provato durante la perizia e anche dopo durante lo sviluppo della foto?


E’ stato straordinario. Preciso subito che l’ho avuta a disposizione per 72 ore e ovviamente non ho dormito perché a 30 anni queste cose si possono fare! Le riprese in bianco e nero mi hanno dato dei problemi al momento dello sviluppo e mi chiedevo come mai nel 


‘31 Enrie avesse ricavato delle foto molto molto belle. La parte più impressionante e sconvolgente è stata durante la ripresa tramite radiazioni ultraviolette sia per fluorescenza sia per riflessione. La tela era illuminata con due lampade a vapore di mercurio che fornivano radiazioni ultraviolette idonee alla ripresa fotografica. Voglio ricordare questo momento: ero immerso nel buio perché gli occhi si potessero abituare, tutti gli ori zecchini della Cappella del Crocifisso erano stati coperti da teli neri per evitare eventuali riflessi, mi ero seduto a terra sotto il banco ottico ossia sotto la macchina da ripresa fotografica e guardavo la Sindone appesa, immobile e aspettavo che i miei occhi si abituassero all’oscurità e a questa luce azzurrina tipica delle radiazioni ultraviolette. Man mano che gli occhi si abituavano – e qui è stato un momento davvero sconvolgente – io notavo che il fondo della tela, al di sotto della figura, assumeva un colore grigio come la cenere della sigaretta, mentre la figura – che è una negativo fotografica – diventava un positivo. Come se ci fosse stato un uomo, nella sua parte dorsale e ventrale, disteso sopra il lenzuolo, come sollevato di una trentina di centimetri. La cosa straordinaria era questo gioco di luci e di ombre, di chiaroscuri, che davano l’impressione veramente di un corpo, non la stampa, ma un corpo in tre dimensioni. E’ stato un momento sconvolgente, mi sono detto “Speriamo che sulle lastre questa sensazione si possa ricreare”, in realtà così non si è ricreato, però è successa un’alra cosa importante. Enrie aveva utilizzato materiale ortocromatico ad altissimo contrasto che mangiava i dettagli, con pochi grigi. Io usavo pancromatico che permette di registrare tutti i colori portandoli al grigio. Con le radiazioni ultaviolette c’è stata una sollecitazione tale che tutti, moltissimi, dettagli sono emersi. Ad esempio le palpebre. Una morbidezza straordinaria della figura, che dà una sensazione di rotondità e di tridimensionalità veramente notevole.

E’ stato incaricato dalla Santa Sede, proseguendo una tradizione di famiglia iniziata col papà che effettuava perizie sulle reliquie dei santi. Anche suo figlio sta continuando il lavoro sulla Sindone


A partire dall’Ostensione del 1931 mio papà che era medico legale, docente all’Università di Milano, si è appassionato a questa straordinaria figura di quest’uomo che lui definiva “Dormiente nel sonno della morte”. Ha compiuto numerosi studi di carattere medico legale, ha scritto 14 libri, estendendo una perizia sulle torture di questa figura, di quel che ha patito in vita quest’uomo. E’ una perizia ancora attuale oggi, anche nel resto del mondo. Io a un certo punto ho iniziato a seguirlo, con l’incarico di effettuare queste riprese. Io dico sempre che sono nato succhiando latte e Sindone, perché nello studio di mio padre erano esposte due grandi riproduzioni, andavano e venivano dall’istituto di medicina legale ossa, teschi che lui utilizzava per la genesi dell’impronta. 


Conclusioni 


Quando lui è mancato tutto il suo lavoro è passato a me, perché specialmente con le fotografie mi ero appassionato, poi lui si avvaleva di me per fotografare alcuni esperimenti e prove che effettuava. Oggi sto per passare, anzi ho già passato il testimone a mio figlio visto che uno dei due per fortuna è appassionatissimo di Sindone, che mi ha seguito in questi anni, molto attivamente e insieme abbiamo messo su una teoria sulla formazione dell’immagine che ancora oggi rimane il grande mistero. La nostra teoria è stata confermata recentemente dal professor Jackson capo storico delle ricerche americane sulla Sindone. E così io passo il testimone a mio figlio e vediamo se lui a sua volta lo passerà al suo

Se potesse rimettere mano sulla Sindone utlizzerebbe altre tecnologie magari più moderne?



Lettera del   Papa 


Certamente, mi appoggerei sempre alla fotografia tradizionale, perché ho acquisito una notevole esperienza. In più a differenza del ‘69 saprei cosa devo fotografare, come attrezzarmi in modo più evoluto e giusto. Tuttavia le mie fotografie sono state autenticate nel ‘73 dal prof. Max Fraj, direttore della Polizia Criminale di Zurigo, uno svizzero tedesco… non poteva esserci persona migliore, le ha giudicate realizzate con una tecnica adeguata e molto valida.

Cosa ne pensa delle teorie emerse nel secolo scorso sulla creazione delle immagini? Si è parlato di un dipinto, di un’impressione a caldo, addirittura della prima fotografia della storia.


Quando si avanza una teoria dev’esserci qualche paletto sul quale appoggiarla. La teoria del dipinto è stata assolutamente scartata, sono state effettuate analisi e non c’è traccia. Il dipinto ha una pennellata invece sulla sindone non esiste direzionalità. Esiste questa strinatura dei fili, delle fibrille della Sindone che sono nettamente evidenti e là dove ci sono le macchie di sangue io sono anche riuscito a fotografare dei coaguli. Che si sia formata a caldo d’accordo, ma bisogna anche spiegare come. Bisogna sempre tenere in conto che rappresenta un soggetto molto grande, un corpo umano nella sua parte dorsale e ventrale, senza sproporzioni, con giochi di luce e ombra tali che al negativo fotografico appaia più distintamente l’uomo. Avrebbero potuto utilizzare una statua, ma non sarebbe stato semplice, a mio avviso, soprattutto lasciando qualche elemento sulla Sindone che lo lasciasse intendere.


Shroud


Mio padre e altri hanno pensato potessero essere stati gli aromi a lasciare questa impronta, ma non sono molto d’accordo perché esiste una trasmissione di liquidi per capillarità nel tessuto che avrebbe provocato qualche deformazione. Io resto convinto che è stato un violento lampo di luce o al limite, andando di fantasia, un fulmine che abbia colpito il corpo abbia dato origine alla figura. Sulla tesi della fotografia, c’è tutta una documentazione sui viaggi della Sindone che esclude questa tesi, la fotografia poi è stata scoperta molto tempo più tardi e non si vede perché allora nei seccoli precedenti alla nascita della fotografia non ci sia stata un’evoluzione.

Cosa ne pensa della datazione al carbonio 14?


Gli esami sulla datazione al carbonio 14 effettuati nell’88 sono ritenuti del tutto inesatti perché da un lato non si sono rispettate determinate procedure, dall’altro il materiale sottoposto alla radiodatazione era inquinato. A differenza di alcuni rotoli di Qumran, la Sindone invece ha sopportato cinque incendi, ha avuto più di mille ostensioni, quindi milioni di mani che l’hanno toccata, di bocche che l’hanno baciata… è un tessuto troppo inquinato per esami così delicati. Ma gli incendi e le bruciature sono gli elementi che portano un’alterazione netta su una radiodatazione corretta.

La sua teoria sulla formazione dell’immagine è quella di “Una violenta quanto improvvisa scarica elettrica”.


Io ho questa convinzione: l’impronta della Sindone è netta, precisa, senza deformazioni, ritengo che una situazione del genere si possa verificare in seguito a un fenomeno elettrico in quanto le cariche elettriche viaggiano parallele le une alle altre, per cui non porta deformazioni ma viene trasferita l’intensità dell’immagine a seconda della distanza che c’è tra il corpo e il telo.


. Hiroshima   Gradini


Insomma minore è la distanza, maggiore è l’intensità. La punta del naso è intensa visto che poggiava sul telo, meno gli zigomi. E’ un’idea che mi ero fatto durante le foto, con mio figlio abbiamo condotto delle esperienze a dimostrazione. Abbiamo trovato una foto di Hiroshima: su dei gradini è impressa l’impronta di un cadavere: si è formata durante l’esplosione della bomba atomica, una violentissima generazione di energia per un fenomeno che ha interessato diversi stabili, altre impronte del genere sono state trovate. 


Ragazzo impressione aghi di pino


Un’altra foto è curiosa e significativa: un ramo di pino impresso sul petto di un ragazzino che stava giocando senza maglietta all’aperto. E’ stato colpito da un fulmine ed è caduto a terra proprio su un rametto di pino. Sul suo petto è rimasta la stampa del ramo: un’immagine incredibile,senza deformazioni dove si possono distinguere gli aghi e i rametti più piccoli, con senso di profondità. E’ la dimostrazione che una situazione del genere può generare un’impronta compatibile a quella della Sindone. 


Test   Judica Cordiglia


Con mio figlio siamo andati avanti nelle esperienze: ho realizzato un generatore di corrente da 90000 volt; abbiamo collocato una tela sulla maschera funebre di mio padre in bronzo e abbiamo utilizzato l’olio di oliva come aroma (tipico di 2000 anni fa) che è un ottimo dielettrico visto che è stato utilizzato anche nei condensatori a olio nell’antichità. Sottoposto alla scarica vedeva impressi i lineamenti del volto, che se venivano ripresi agli ultravioletti generavano un effetto molto simile a quello della Sindone, con lo stesso colore. Successivamente siamo passati a delle prove… direttamente su di noi, ho abbassato il voltaggio a 15.000 per cercare di avere l’impronta di una mano, prima io poi mio figlio Max.



Sindone   Maschera


Il risultato, in positivo e negativo è ben definito e senza deformazioni. Illuminato con gli ultravioletti, la mano è uscita ancora di più ed è straordinaria la somiglianza con la Sindone, con la stessa intensità. Come verifica finale abbiamo stampato l’impronta su una pellicola trasparente e l’abbiamo sovrapposta a una foto della maschera con la stessa proporzione e abbiamo notato che non erano presenti deformazioni, collimavano perfettamente.

Andrà a fare visita alla Sindone?


Certamente sì, oramai io e la Sindone siamo un tutt’uno. Non posso perdere quest’occasione anche perché può darsi che sia l’ultima volta che io la possa vedere. Vado con la stessa emozione, anzi per certi versi ancora superiore, perché dopo le mie fotografie mi piace vedere l’originale e osservare quali errori ho commesso e immaginare che cosa farei per non commettere più quegli errori
Il 1969 per la famiglia Judica Cordiglia fu un anno emblematico perché coincise anche con la straordinaria esperienza della diretta dello sbarco sulla Luna: Giovanni Battista e il fratello Achille erano già saliti agli onori della cronaca negli anni precedenti con l’ascolto delle comunicazioni tra i cosmonauti russi e americani con le stazioni a Terra e con la conseguente scoperta inquietante dei lanci falliti a causa dei quali diversi astronauti sovietici non fecero ritorno. Tutt’Italia seguiva le gesta dei fratelli alla radio con dirette e servizi dedicati. Vi abbiamo raccontato della storia dei radioascolti in occasione dell’intervista a Achille Judica Cordiglia per il quarantennale dello sbarco sulla Luna, presto ritorneremo da lui per una nuova videointervista. State collegati!