DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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La famiglia è anarchica Perché è diventato più semplice spiegare che l’uomo discende dalla scimmia piuttosto che un figlio da un uomo e una donna. L’ultimo libro di Fabrice Hadjadj



Che cos’è una famiglia? Dalla risposta che daremo a questa domanda dipende il futuro dell’umano e dell’umanità. E’ questo il senso dell’ultimo libro del filosofo francese Fabrice Hadjadj, che in “Qu’est-ce qu’une famille? Suivi de ‘La Transcendance en culottes’ et autres propos ultra-sexistes” (Salvator) ha raccolto, ampliati, i suoi interventi pubblici più importanti dell’ultimo anno sui temi della famiglia, della filiazione, dei loro rapporti con la tecnoscienza. Nato a Nanterre nel 1971, sposato con l’attrice Siffreine Michel, con la quale ha avuto sei figli (undici anni la più grande, due il più piccolo), Hadjadj è figlio di ebrei tunisini. Dopo una giovinezza che egli stesso definisce “atea e anarchica”, a ventisette anni si è convertito al cattolicesimo, e ora dirige l’istituto europeo di studi Philanthropos di Friburgo, in Svizzera, fondato dieci anni fa con lo scopo di studiare e far conoscere l’antropologia cristiana. Ed è rimarchevole e visibile in tutta l’opera di Hadjadj – ricordiamo, tradotto in italiano, “Mistica della carne. La profondità dei sessi”, Medusa – la presenza di entrambe le radici, ebraica e cristiana.


La questione di “che cos’è una famiglia” può sembrare “così elementare da farci chiedere se è il caso di porsela”, scrive il filosofo, ed è forte il pericolo di ripetere banalità o di complicare ciò che è semplice. Ma è diventato necessario riscoprire l’evidenza, come aveva profetizzato lo scrittore inglese Gilbert K. Chesterton, da che siamo passati dall’avvenimento della nascita come conseguenza dell’incontro amoroso tra un uomo e una donna, come portato “logico e genealogico” della differenza sessuale, a un’impostazione di tipo aziendal-tecnologico di “produzione del figlio”. Tutti noi proveniamo da una famiglia, e la famiglia è un fondamento che “si situa al principio delle nostre vite concrete” al punto che “diventa impossibile giustificarla o spiegarla, perché bisognerebbe ricorrere a un principio anteriore, e allora la famiglia non sarebbe che una realtà secondaria e derivata, e non più una matrice”. Per questo, dice Hadjadj, spiegare che l’uomo discende da una scimmia è diventato più facile “che spiegare che un bambino discende da un uomo e da una donna”, perché nel primo caso la tesi reclama delle lunghe e laboriose argomentazioni, mentre nel secondo non c’è niente da capire e niente da rivelare, ma un dato iniziale di cui prendere atto, come quello dell’esistenza del mondo esterno. Per questo, rispondere alla domanda “che cos’è una famiglia” diventa, ammesso che non lo sia sempre stata, “la questione filosofica per eccellenza”, in quanto ricerca dell’essenza della realtà. L’essenza della famiglia sfugge tuttavia a ogni ambizione descrittiva, perché rinvia a qualcosa che non può essere “fabbricato”, che non può nemmeno essere “scelto”, e che “sfugge alla premeditazione come all’ideologia”. E’ per questo che “decostruire” la famiglia – come pretende chi oggi parla di molte forme intercambiabili, dove all’artificio si attribuisce lo stesso rango della filiazione naturale – significa in realtà distruggerla. Hadjadj fa notare che “stiamo assistendo da qualche decennio, da parte degli stessi che volevano sbarazzarsi della famiglia, a uno strano ritorno del rimosso famigliare”. Coloro che la denunciavano come luogo di tutte le oppressioni e nefandezze “ora vogliono fare dei figli il prodotto di una manipolazione genetica (poiché l’égalité reclama che due uomini o due donne possano averli con i loro gameti); il che va ben al di là dell’oppressione e della repressione”, perché si traduce in fabbricazione pura e semplice.

Questa contraddizione è però la prova “che non si può decostruire il dato naturale, ma solo costruirgli accanto un suo simulacro”. In questa logica di fabbricazione – e non di attesa del mistero che è il “dono” del figlio all’interno della relazione carnale tra uomo e donna – vediamo esaltate come caratteristiche della “vera” famiglia quelle che richiamano all’amore, all’educazione, al “progetto genitoriale responsabile”, al rispetto della libertà e dell’autonomia del figlio: chi si sentirebbe di negare tutto questo? E quanti cattolici, sottolinea Hadjadj, in perfetta buona fede, ripetono le stesse cose? Eppure, mettendo l’accento sui citati e lodevoli aspetti “noi manchiamo ancora l’essenza della famiglia”, perché quegli elementi, “amore, educazione, libertà, dicono tutto salvo l’essenziale, e cioè che i genitori sono i genitori e il figlio è il figlio”. Pretendendo di fondare “la famiglia perfetta sull’amore, l’educazione e la libertà, quello che si fonda, in realtà, non è la perfezione della famiglia ma l’eccellenza dell’orfanotrofio. Non c’è dubbio: in un eccellente orfanotrofio si amano i bambini, li si educa e si rispetta la loro libertà”, ma nessun orfanotrofio modello è una famiglia. Non siamo molto lontani dall’utopia-incubo del “Mondo Nuovo” di Aldous Huxley, dove “non basta far l’amore per essere ‘abilitati’ ad avere un figlio”, ed eccoci in un attimo (ci siamo già, ve ne siete accorti?), al “regno delle incubatrici e dei pedagoghi, e alla svalutazione dei veri genitori. Il padre è rimpiazzato dall’esperto, la famiglia dalla firma professionale”. E’ la “famiglia già defamiliarizzata”, perché sempre più spesso sentiamo dire che “un padre e una madre possono essere meno amorevoli, meno competenti e meno rispettosi di due uomini o due donne, e certamente meno efficaci di un’organizzazione composta dai migliori specialisti. Questa organizzazione potrà passare per la migliore delle famiglie, che si identificherà con il miglior orfanotrofio”. La grande rimozione e l’inganno alla base della teoria della famiglia che possiamo riassumere con “basta l’amore”, hanno a che fare con la sostituzione del sesso con la tecnica. “Il principio della famiglia è troppo umile, troppo elementare, in apparenza troppo animale, e dunque vergognoso… Avete capito, il principio della famiglia è nel sesso. Anche quando si tratta di una famiglia adottiva, o di una famiglia spirituale, dove il padre è un Padre abate, e i fratelli sono monaci, le pure e alte denominazioni che si usano vengono all’inizio dalla sessualità… e si enunciano a partire da quel fondamento sensibile che è la nostra fecondità carnale. E’ perché un uomo ha conosciuto una donna e dal loro abbraccio, per sovrappiù, sono stati generati dei figli, che esiste il nome di padre, di madre, di figlio, di figlia, di sorelle e di fratelli”. La famiglia è dunque, prima di tutto, il luogo dove si articolano la differenza dei sessi e la differenza delle generazioni. Sarà pure una banalità, dice Hadjadj, ma è la realtà. La famiglia naturale può anche essere il luogo dove “tutto va male”, ma ciò che si pensa di poterle sostituire (surrogati dove il figlio è fabbricato attraverso tecniche sempre più parcellizzate e sofisticate di procreazione artificiale) è l’anticamenra del totalitarismo, esercitato sull’essere che si vuole privo di ancoraggio alla differenza dei sessi e delle generazioni.

Che cosa è, allora, una famiglia? Hadjadj risponde che è “il fondamento carnale dell’apertura alla trascendenza. La differenza sessuale, la differenza generazionale e la differenza di queste due differenze ci insegnano a volgerci verso l’altro. E’ il luogo del dono e dell’accoglienza incalcolabile di una vita che si sviluppa con noi ma anche malgrado noi, e che ci spinge sempre più avanti nel mistero dell’esistenza”. La famiglia non è un orfanotrofio eccellente, né un club di incontri tra affini né una fabbrica di androidi. Ed è attraversata “senza tregua, come ogni avventura, da conflitti, sconfitte, offese che suscitano rancore e che esigono il perdono”. Ma è anche “l’avventura della nostra umanità e l’esercizio della nostra carità”. Primo luogo di esistenza e quindi “di resistenza: all’ideologia, al conformismo, alla programmazione”. In quanto fondata sulla carnalità e sulla differenza sessuale, è anche l’istituzione anarchica per eccellenza, come spiegava Chesterton. Lo è, conclude Hadjadj, perché si tratta “di un’istituzione senza istitutori, fondata nelle nostre mutande, nel nostro desiderio, in un congiungimento anteriore a ogni contratto, in uno slancio naturale che precede le nostre prospettive e che le oltrepassa: la famiglia è anarchica anche per gli stessi genitori. Il figlio che nasce dalla loro unione non è né il risultato del loro calcolo né la realizzazione dei loro sogni, ma un dono oscuro che li attraversa e li trascende”. Fare del figlio un prodotto slegato dall’unione sessuale e dal mistero della differenza, ridurlo a oggetto (fabbricabile) di un diritto, significa puntare a un’umanità meno libera, manipolata e manipolabile.

 Nicoletta Tiliacos | Il Foglio 20 Novembre 2014


Hadjadj: Elogio della famiglia selvaggia e preistorica



Il secondo tempo del Sinodo straordinario sulla famiglia si giocherà fra il 4 e il 25 ottobre dell’anno prossimo, quando l’argomento sarà ripreso dal Sinodo ordinario sotto il titolo “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”. E visto come è andata la prima metà della partita, sarà meglio allenarsi di più e prepararsi a dare ciascuno il proprio contributo al gioco di squadra. Molto utile a questo proposito può rivelarsi la lettura approfondita di Qu’est-ce qu’une famille?, l’ultimo libro scritto da Fabrice Hadjadj (foto a destra, Meeting Rimini), il pensatore cattolico francese direttore della Fondazione Anthropos a Losanna.

Autore sempre geniale, sorprendente e provocatorio, come anche stavolta si evince sin dal sottotitolo, che suona così: suivi de La Transcendance en culottes et autres propos ultra-sexistes. Cioè “risultato de La Trascendenza nelle mutande e altre proposizioni ultrasessiste”. La famiglia per Hadjadj è a livello umano quello che a livello cosmico è l’acqua per Talete o l’aria per Anassimandro: il principio anteriore a tutto il resto, il fondamento che non può essere spiegato proprio perché è un fondamento. Solo se ne può prendere atto, constatando che a dargli forma è la differenza sessuale che si manifesta come attrazione fra l’uomo e la donna. La famiglia è anzitutto natura, ma sempre ordinata e presa in mano dalla cultura. Perché il nascere, proprio di ogni forma naturale, presso gli umani è sempre circondato da un “far nascere”. E dal far nascere della levatrice alla maieutica di Socrate (non a caso figlio di una levatrice), che aiuta a far nascere la verità che è dentro ad ogni uomo, il passo è breve e necessario.

Nel libro, di cui si attende presto una traduzione in lingua italiana, Hadjadj individua principalmente tre nemici della famiglia nelle società occidentali: le ultime tecnologie elettroniche, la trasformazione della procreazione in produzione ingegneristica di esseri umani, e le derive fallocentriche (proprio così) della maggior parte dei femminismi odierni. Su questi argomenti Tempi lo ha intervistato.

Il suo libro è apparso alla vigilia del Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Le pare che i lavori e il documento finale del Sinodo riflettano alcune delle sue preoccupazioni?

Il problema di un Sinodo è che deve parlare per la Chiesa universale, mentre le situazioni che la famiglia vive possono essere molto differenti da un paese all’altro, addirittura radicalmente opposte. Per quello che mi riguarda, si tratta di pensare quello che succede alla famiglia nelle società post-industriali, contrassegnate dall’economia liberale. La Relatio Synodi, nella sua diagnosi si accontenta di evocare una volta di più l’«individualismo» e l’«edonismo», mentre i dibattiti si sono cristallizzati attorno alla questione dei «divorziati risposati» o alla benedizione delle persone omosessuali. In questo modo mi sembra si manchi completamente ciò che è assolutamente proprio della nostra epoca, intendo dire la rivoluzione antropologica che si sta operando: il passaggio dalla famiglia all’azienda, e dalla nascita alla fabbricazione – o se preferite dal concepimento oscuro nel ventre di una madre, al concepimento trasparente nello spirito dell’ingegnere… La famiglia è attaccata sul piano ideologico fin dagli inizi del cristianesimo. Per esempio dagli gnostici. Ma oggi l’attacco è più radicale: esso non proviene tanto dall’ideologia, quanto dal dispositivo tecnologico. Non è più questione di teoria, ma di pratica, di mezzi efficaci per produrre al di fuori dei rapporti sessuali degli individui più adatti, più performanti.

Lei oppone la tavola in legno, attorno alla quale si riunisce la famiglia, al tablet elettronico, che ne separa e isola i membri, e la sua conclusione è che la tecnologia ha fatto collassare la famiglia e che assistiamo alla sua «distruzione tecnologica». Siamo davanti al più grande nemico della famiglia?

Qual è il luogo dove si tesse il tessuto familiare? Qual è il luogo dove le generazioni si incontrano, conversano, talvolta litigano e tuttavia, attraverso l’atto molto primitivo di mangiare insieme, continuano a condividere e ad essere in comunione? Questo luogo è tradizionalmente la tavola. Oggi invece sempre di più ciascuno mangia davanti alla porta del frigorifero per tornare più rapidamente al proprio schermo individuale. Non si tratta nemmeno più di individualismo, ma di «dividualismo», perché su quello schermo ciascuno apre più finestre e si divide, si frammenta, si disperde, perde il suo volto per diventare una moltitudine di «profili», perde la sua filiazione per avere un «prefisso». La tavola implica il raggrupparsi, entro una trasmissione genealogica e carnale. Il tablet implica la disgregazione, entro un divertimento tecnologico e disincarnato. D’altra parte l’innovazione tecnologica fa sì che ciò che è più recente sia migliore di ciò che è antico, e dunque distrugge il carattere venerabile di ciò che è antico e dell’esperienza. Se la tavola scompare, è anche perché l’adolescente diventa capofamiglia: è lui che sa maneggiare meglio gli ultimi gadget elettronici, e né il nonno né il papà hanno niente da insegnargli.

Lei scrive, molto provocatoriamente, che se davvero pensiamo che tutto ciò di cui hanno bisogno i figli siano l’amore e l’educazione, allora non soltanto una coppia di persone dello stesso sesso può assolvere alla bisogna, ma pure un orfanotrofio di qualità. Se l’essenziale sono l’amore e l’educazione, non è detto che una famiglia sia necessariamente il posto migliore per un bambino. Allora perché la famiglia padre-madre merita di essere privilegiata?

È la questione posta nel Mondo nuovo di Aldous Huxley: se avete un figlio per la via sessuale, è semplicemente perché siete andati a letto con una donna. Ciò non offre garanzie sulle vostre qualità riproduttive né sulle vostre competenze di educatore. Ecco perché sarebbe meglio, per il benessere del nuovo essere creato, che sia messo a punto dentro a un’incubatrice ed educato da degli specialisti. Questa argomentazione è molto forte. Fino a quando i cristiani continueranno a definire la famiglia come il luogo dell’educazione e dell’amore, essi non la contraddiranno, daranno anzi delle armi ai loro avversari, che potranno concludere che due uomini capaci di affetto e specializzati in pedagogia sono molto più adatti di un padre e di una madre. Ma il problema è che è ancora il primato del tecnologico sul genealogico che presiede a questa idea e ci spinge a sostituire la madre con la matrice e il padre con l’esperto.

Dietro a tutto questo c’è l’errore di cercare il bene del bambino e di non considerare più il suo essere. Ora, l’essere del bambino è di essere il figlio o la figlia di un uomo e di una donna, attraverso l’unione sessuale. Attraverso questa unione, il bambino arriva come un sovrappiù dell’amore: non è il prodotto di un fantasma né il risultato di un progetto, ma un’altra persona che sorge, singolare, incalcolabile, che supera i nostri piani. Quanto al padre, dal semplice fatto che ha trasmesso la vita riceve un’autorità senza competenza, e ciò è molto meglio di qualunque competenza professionale. Perché il padre è anzitutto là per manifestare al bambino il fatto che esistere è cosa buona, mentre gli esperti sono là per mostrare che è cosa buona riuscire. E poi la sua autorità senza competenza lo spinge a riconoscere davanti al bambino che lui non è il Padre assoluto, e dunque a rivolgersi insieme al suo bambino verso questo Padre dal quale ogni paternità trae il suo nome.

L’altra causa di distruzione della famiglia che lei cita è il rifiuto della nascita come nascita, cioè come qualcosa di naturale e imprevisto. Chi è favorevole alla tecnologizzazione della nascita dice che bisogna vigilare per un’utilizzazione delle biotecnologie vantaggiosa per il bambino che deve nascere, ma che comunque queste tecniche sono buone. Che cosa risponderebbe loro?

Se le biotecnologie vengono utilizzate per accompagnare o restaurare una fertilità naturale, sono favorevole ad esse: è il senso stesso della medicina. Ma se consistono nel farci entrare in una produzione artificiale, non si tratta più di medicina, ma di ingegneria. Quel che allora succede, è che il bambino diventa un diritto che viene rivendicato, e non più un dono di cui ci si sente indegni. A partire da ciò, voi potete immaginare le influenze che subirà. Ma la cosa più grave sta in un altro fatto, in quella che chiamerei la confusione fra novità e innovazione. Se il nuovo nato rinnova il mondo, è perché egli in qualche modo viene fuori preistorico: non ci sono differenze fondamentali fra il bebè dell’italiano di oggi e quello dell’uomo delle caverne. È sempre un piccolo primitivo, un piccolo selvaggio che sbarca nella famiglia, e che porta con sé un inizio assoluto, la promessa rinnovata dell’aurora. Se in futuro la nascita sarà misurata sul metro dell’innovazione, se si fabbricheranno principalmente dei bebè transumani, essi saranno vecchi già prima di nascere, perché riproporranno la logica del progresso e quindi anche della fatale obsolescenza degli oggetti tecnici. Corrisponderanno agli obiettivi di chi li commissiona, alle attese della loro società. Ci ritroviamo di fronte a un’inversione delle formule del Credo: si vuole un essere che sia «nato dal secolo prima di tutti i padri, creato e non generato».

Lei scrive: «Grazie alla tecnologia, la dominazione fallica è assicurata principalmente da donne isteriche prodotto di uomini castrati». Cosa intendete dire?

Il proprio del femminile, nella maternità, è di accogliere dentro di sé un processo oscuro, quello della vita che si dona da sé. Creare degli uteri artificiali può apparire come un’emancipazione della donna, ma in realtà è una confisca dei poteri che le sono più propri. Da una parte per far sì che la donna, non essendo più madre, diventi un’impiegata o una padrona (come se fosse una liberazione); dall’altra perché il processo vitale oscuro diventi una procedura tecnica trasparente, quella di un lavoro esterno e controllato, che è ciò a cui si limita l’operazione dell’uomo, che non ha un utero e fabbrica con le proprie mani. Ed eccoci di fronte al paradosso della maggior parte dei femminismi: essi non sono che un machismo della donna, un rivendicare l’eguaglianza ma sulla scala dei valori maschili, un volere una promozione in pieno accordo con la visione fallica del mondo. Perché la fecondazione e la gestazione in vitro sono quanto di più prossimo ci sia a un dominio fallico sulla fecondità: non avere più bisogno del femminile, fare entrare la procreazione nel gioco della fabbricazione, della trasparenza e della concorrenza. Come ho già parlato di un’inversione del Credo, potrei parlare in questo caso di una Contro-Annunciazione. Nell’Annunciazione evangelica, Maria accetta una gravidanza che la supera due volte, dal punto di vista naturale e da quello sovrannaturale. Nella Contro-Annunciazione tecnologica, la donna rifiuta ogni gravidanza, ed esige che la procreazione sia una pianificazione integrale, che non la supera più, ma s’inserisce nel suo progetto di carriera.

Lei è d’accordo con Chesterton che la famiglia è «l’istituzione anarchica per eccellenza». Che cosa significa? La famiglia ancora oggi è accusata di autoritarismo, o di essere un residuo dell’epoca del potere patriarcale.

La famiglia è un’istituzione anarchica nel senso che è anteriore allo Stato, al diritto e al mercato. Dipende dalla natura prima di essere ordinata dalla cultura, poichè naturalmente l’uomo nasce dall’unione di un uomo e di una donna. In poche parole, ha il suo fondamento nelle nostre mutande. È qualcosa di animale – il maschio e la femmina – e nello stesso tempo noi crediamo che questa animalità sia molto spirituale, di una spiritualità divina, iscritta nella carne: «Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò». C’è qualcosa che è donato, e non costruito. Tanto che anche il patriarca, come si vede nella Bibbia, è sempre sorpreso e pure esasperato dai suoi figli. Pensate alla storia di Giacobbe. Pensate a Giuseppe, il padre di Gesù. Non si può certo dire che tengono sotto controllo la situazione. L’autorità del padre si trasforma in autoritarismo quando finge di avere tutto sotto controllo e di essere perfettamente competente. Ma come ho detto prima, la sua vera e più profonda autorità sta nel riconoscere che non è all’altezza, e che è obbligato a volgersi verso il Padre eterno.





Tempi.it 



BREVE RIFLESSIONE SUL "TRANSUMANO" di Fabrice Hadjadj


[...] Possiamo riprendere una parola inventata da Dante e dire che l'uomo è fatto per "trasumanar". Ma come "trasumanar"? E che cosa intendere per "transumanesimo"? Questa parola deve risuonare in modo speciale tra queste mura. Perché il sostantivo, "transumanesimo", è stato coniato nel 1957 dal biologo Julian Huxley, che fu il primo direttore generale dell'UNESCO. Ciò che è interessante è che questo primo direttore generale dell'UNESCO non intendeva affatto il "transumanesimo" alla maniera di Dante. Il suo pensiero va anzi radicalmente contro quello della "Divina Commedia". Ma ha il vantaggio di rendere manifesta la sola alternativa che si pone oggi nel mondo moderno.

Fratello di Aldous Huxley, l'autore del "Mondo nuovo [A Brave New World]", ci si potrebbe aspettare che Julian Huxley fosse vaccinato contro ogni tentazione eugenista. Invece è tutto il contrario. Non che Julian Huxley fosse incoerente, no, egli era di una coerenza estrema. Nel 1941, nel momento stesso in cui i nazisti gasavano i malati mentali, Julian Huxley scriveva con una certa audacia: "Una volta pienamente assicurate le conseguenze che implica la biologia evoluzionista, l'eugenetica diventerà inevitabilmente una parte integrante della religione del futuro, o del complesso di sentimenti, quale che sia, che potrà nel futuro prendere il posto della religione organizzata". Queste affermazioni sono state scritte nel 1941. Ma è nel 1947 che sono pubblicate in francese, quando lui è già direttore generale dell'UNESCO. Non una riga fu cambiata nell'occasione. Certo, Huxley era antinazista, socialdemocratico e soprattutto antirazzista (il che comunque non gli impediva di scrivere nel testo già citato: "Considero come assolutamente probabile che i negri autentici hanno una intelligenza media leggermente inferiore a quella dei bianchi o dei gialli"), ma Huxley pretendeva sostituire le religioni tradizionali con le biotecnologie.

Certo, non si tratta qui di fare il processo a Julian Huxley. Vorrei solo mettere in evidenza una ideologia così diffusa che non ha risparmiato questo luogo e che ha anche avuto come illustre rappresentante il suo primo direttore generale. Se, nel 1957, questo primo direttore generale dell'UNESCO inventa il sostantivo "transumanesimo", lo fa per non parlare più di "eugenismo", parola diventata difficile da utilizzare dopo l'eugenismo nazista. Tuttavia, è la stessa cosa che si vuole: la redenzione dell'uomo attraverso la tecnica. Cito il testo del 1957 che inventa il termine; esso pone questo "nuovo principio": "La qualità delle persone, e non la sola quantità, è ciò che dobbiamo ottenere: di conseguenza, una politica concertata è necessaria per impedire all'ondata crescente della popolazione di sommergere tutte le nostre speranze di un mondo migliore". Il "mondo migliore" di Julian non è così lontano dal "Nuovo mondo" di Aldous. Si tratta appunto di migliorare la "qualità" degli individui, come si migliora la "qualità" dei prodotti, e dunque, probabilmente, di eliminare o di impedire la nascita di tutto ciò che apparirebbe come anormale o deficiente.

Capite che è la definizione stessa dell'uomo che è in gioco nel nostro incontro. E dunque l'avvenire stesso dell'uomo. L'uomo cerca un aldilà. È per essenza transumano. Ma come si realizza il "trans" del transumano? Con la cultura e l'apertura al trascendente? O con la tecnica e la manipolazione genetica? [...] Certo, l'UNESCO è un'organizzazione mondiale votata alla protezione e allo sviluppo delle culture. Ma come ogni organizzazione attuale è anche divorata dalla logica tecnocratica, cioè dal desiderio di risolvere dei problemi invece che di riconoscere il mistero. Prova ne è l'ambiguità di cui testimonia il suo primo direttore generale.

Ebbene, ecco la mia semplice domanda: dobbiamo prendere come direttore Julian Huxley o dobbiamo prendere Dante? La grandezza dell'uomo è nella facilità tecnica di vivere? Oppure è in questa lacerazione, in questa apertura che è come un grido verso il Cielo, in questo appello verso ciò che ci trascende realmente? [...]

Questa è l'opportunità del Cortile dei gentili: prendere atto di questa situazione nuova. Non si tratta solo di "dialogo tra credenti e non credenti". Si tratta di porre la questione dell'uomo, di riconoscere che ciò che fa la sua specificità non è di essere un super-animale più potente degli altri, ma di essere questo ricettacolo che raccoglie ogni creatura con amore, per rivolgerla, con la parola, con la preghiera, con la poesia, verso la sua sorgente misteriosa.

Por qué nuestro “terrible” deseo de felicidad no es inútil. Fabrice Hadjadj

01/09/2010

“Basta presionar con los dedos en la garganta para sentir la pulsación de la sangre en nuestras arterias, signo de que nuestra vida fluye como un río: entra en relación con la fuente a través de todos los arroyos de nuestra historia”. Entrevista con el filósofo francés Fabrice Hadjadj, que ha presentado en el Meeting de Rimini el libro de don Giussani El yo renace en un encuentro.

“Esa naturaleza que nos empuja a desear cosas grandes es el corazón”. En su opinión, ¿en qué sentido el lema del Meeting de este año nos desafía?
El desafío es reconocer en cada uno un deseo que no viene de uno mismo. El corazón es sorprendente, sobre todo para un individualista. No hablo a nivel espiritual o sentimental. Hablo del miocardio. Tenemos un órgano que late durante un tiempo que no decidimos nosotros, una especie de director de orquesta del que depende toda nuestra vida fisiológica. Se trata de oxigenar nuestra sangre, es “el poema de la respiración”, como dice Rilke. La inspiración y la expiración nos prodigan esta lección admirable: la vida no radica en la independencia, en el aislamiento, en la autonomía, sino que radica en un movimiento (un teólogo diría “pericoresis”) donde nunca se deja de dar y recibir. ¡Esto reduce inmediatamente a cero todas nuestras pretensiones de independencia!

Don Giussani afirma que la simple existencia de nuestro corazón es ya una provocación.
Y tiene toda la razón. Basta presionar con la mano en la garganta para sentir la pulsación de la sangre en nuestras arterias. Es el signo de que nuestra vida fluye como un río: entra en relación con la fuente a través de todos los arroyos de nuestra historia. La promesa que viene después la encontramos en Isaías: “He aquí que yo extiendo la paz sobre ella como un río” (Is 66, 12). Y en el Evangelio: “El que cree en mí, ríos de agua viva nacerán de su corazón” (Jn 7, 38). Una promesa que puede dar un poco de miedo, pues uno podría preferir quedarse con sus pequeños bidones de agua estancada, pero en cualquier caso lo cierto es que el cristianismo no es una serie de normas sofocantes sino, al contrario, “el deseo de cosas grandes”, tan grandes que superan la capacidad del hombre y para acogerlas es necesario dejarse ensanchar, casi desgarrar.

¿Hace falta reclamar a la “naturaleza” para definir el corazón del hombre?
El término “naturaleza” viene de “nacer”. Nacer es ser nacido, recibir la existencia, por tanto uno mismo no es origen de su propio ser. Tener una naturaleza es haber recibido por el nacimiento una cierta estructura existencial, un dinamismo, una tendencia que está en mí y de la que yo no soy artífice. Todo lo que estamos diciendo se da en el corazón: el centro de mi ser no está bajo mi control, lo más íntimo que tengo me remite a otro que no soy yo. Yo me despierto con mis deseos: tomar un café, leer el periódico, ganar más dinero, besar a la actriz Caterina Murino, pero en mí hay otra cosa más, este terrible deseo de felicidad.

Terrible, ¿por qué?
¿El dinero puede darme la felicidad? ¿Y Caterina? Si este deseo de felicidad no encuentra vías de salida, termina por destruir lo que en un principio deseaba. Si resulta que no es la “cosa grande”, no me vale y lo tiro. Y me destruye a mí mismo: si me contento con cosas pequeñas, les doy un valor que no tienen y apago mi corazón. Atención, no quiero decir que Caterina Murino, creada a imagen de Dios (¡y qué imagen!), sea poco. Sin embargo, para responder a mi corazón sería necesario que Caterina estuviera llena de gracia, de verdad, incluso de eternidad (tal como su frágil belleza deja entrever). Sería necesario que Caterina fuese divina. No lo puedo evitar, así es mi naturaleza (y la naturaleza de cada hombre, por poco que escuche a su corazón). Dante lo entendió muy bien. En nosotros hay un deseo de una Cosa Grande que es Dios mismo, pero este deseo de Dios no nos debe llevar a despreciar a sus criaturas (despreciar a sus criaturas implicaría necesariamente despreciar a su Creador). Al contrario, el deseo de Dios nos hace desear la divinización de las criaturas. Por tanto, desear “cosas grandes” no significa rechazar a una Beatriz pequeña ni idealizar a una Beatriz enorme, sino más bien desear a una Beatriz tal “que Dios parezca regocijarse en su rostro”.

Cada día estamos más seguros de que las ideas “fuertes” no tienen derecho alguno ni poder sobre nosotros. En todo caso, en el ámbito privado, no en el público. ¿Sucede lo mismo con el cristianismo?
Afirmar que las ideas fuertes no tienen poder alguno sobre nosotros puede ser una idea, pero es una idea débil. El hombre no es un animal gobernado por sus propios instintos. Lo que en el hombre juega el papel del instinto es su razón, y siempre le guían las ideas, buenas o malas. El hombre siempre empieza siendo un ideólogo (al menos desde el pecado original), utiliza términos abstractos y dice “todo va bien” en cualquier conversación, pero “todo va bien” es una expresión muy abstracta, es una cuestión inmensa y no se da cuenta porque es un ideólogo. De hecho, debería salir de la ideología y entrar en la realidad, es decir, preguntarse qué significa verdaderamente, realmente, que todo va “bien”. Se trata sencillamente de tomar conciencia de las palabras que están ahí, en nuestra lengua, en nuestro vocabulario habitual, y descubrir su peso.

¿Y cuál es ese peso?
A don Giussani le encantaba repetir estas palabras del salmista: “Tú, Señor, eres mi único bien” (Sal 16, 2). ¡Esto es concrección en lo que se dice! Traza un camino, afirma concretamente en qué consiste mi bien. Esta palabra va aún más allá, por eso don Giussani añadía: “Una frase así, tan plena y perentoria, tan definitiva y totalizante, ¿quién la puede repetir?” (L’io rinasce in un incontro).

Y en la esfera privada, ¿donde uno tiene el derecho absoluto?
Lo que concierte a las “convicciones privadas” se trata de una invención burguesa. El pequeño poseedor quiere afirmar que posee una propiedad que es sólo suya, que no pertenece a nadie más. Pero, al mismo tiempo, termina por darse cuenta de que esta propiedad muere a menos que él acepte a otro. Un espacio público sólo se realiza en la hospitalidad, sólo así se hace público. De otra manera, id a un parque público; adquiere todo su valor cuando, por ejemplo, estáis en un banco sentados con una chica, o con un viejo amigo, en una conversación íntima. Cualquier espacio público sólo se realiza en el encuentro entre personas, y así se hace privado. Con este ejemplo quiero mostrar hasta qué punto la separación entre público y privado es una ficción artificial. Es literalmente una mutilación, porque afirma que lo que lleváis en el corazón no lo podéis gritar en las plazas. Pero si no hay comunicación entre vuestro corazón y vuestras palabras, no seréis hombres, seréis un pez que pica en todos los anzuelos.

Usted ha escrito que la pretensión cristiana es “llevar tu corazón al poder, es decir, conquistarte sin dañar ni tu inteligencia ni tu voluntad sino, al contrario, reforzándolas”. ¿Cómo es posible vivir la “pretensión” total de la verdad encontrada sin renunciar a nosotros mismos?
La respuesta está ya en la pregunta. No hay encuentro si no es entre dos seres bien diferenciados. Por tanto, encontrar la verdad no es una alienación, sino un cumplimiento. Si yo digo a otro: “Dios quiere todo de ti”, el otro se asustará porque comparará el deseo de Dios y el suyo, que es más estrecho, más posesivo, más reducido. Yo se lo puede repetir: “Dios quiere todo de ti”, subrayando “todo de ti”, es decir, a ti mismo, completamente, sin mutilaciones, sin reducciones, sin alienaciones, con tu alma y con tu cuerpo, con tu inteligencia y tu voluntad, con toda tu libertad, incluso con una libertad infinitamente mayor, porque elimina todo lo que te estorba. Esto nos lleva a las palabras del salmo que se canta en las vísperas del domingo: “El Señor extenderá el poder de tu cetro, domina desde Sión el corazón de tus enemigos” (Sal 109, 2). Si someto al enemigo, aunque sea con una pequeña seducción psicológica, tal vez consiga dominar su cuerpo, pero no su corazón. Dominar hasta el corazón es la pretensión más terrible y al mismo tiempo la intención más dulce, porque no hay otra forma de dominar el corazón que hacerse amar libre e inteligentemente, respondiendo a las “exigencias del corazón”. El catecismo de la Iglesia católica lo dice claramente: “Vivir en el cielo es estar con Cristo. Los elegidos viven en él pero conservan, es más, encuentran su verdadera identidad”. ¿Por qué? Porque “el yo nace y renace en un encuentro”, porque yo soy yo mismo sólo en la relación con mi Creador y, a través de él, con las demás criaturas. Ser original no es ser excéntrico, es volver al origen.

El estupor parece ser la dimensión más adecuada a la forma original de nuestra razón, ¿cómo recuperar esta dimensión para salvar a la razón?
La grandeza de la inteligencia es efectivamente la de sentirse estúpida. Sentirse estúpida no significa ser estúpida. De hecho, el verdaderamente estúpido es precisamente el que cree saberlo todo, el que tiene respuesta para todo. Quien se siente estúpido escucha y aprende. Hay un proverbio judío que dice: “¿Quién es sabio? El que sabe aprender de cada cosa”. Existe por tanto un vínculo entre estupor y estupidez y es aquí –al sorprenderse, al sentirse estúpida- donde la razón se abre a lo que la supera, a un encuentro vivo, que está más allá de sus cálculos (pero no desprecia el cálculo, que es esa capacidad de sopesar la realidad y que es también un misterio). El problema no es lo que tenemos que hacer para recuperar esta dimensión.

¿Por qué?
Porque no se trata de hacer. Si nos limitamos a “hacer”, nos quedamos en el ámbito de nuestro poder, de nuestra capacidad, y nos cerramos al estupor. No se trata de hacer, sino de ser. El ser es, en el fondo, estupor y para darnos cuenta de esto es necesario abandonarse al reposo, vivir –al menos un día a la semana, un momento de la jornada- la bendición del shabbat. Dejarlo todo, como dice el salmo 45 (“¡Parad! Sabed que yo soy Dios”), y mirar una flor, dar un paseo, escuchar un cuarteto de Mozart (o de Haydn), contemplar el rostro de un niño... admirar incluso una botella, una simple botella, como sabe hacer el pintor italiano Morandi, no con una genialidad especial sino con un gran respiro, con el corazón abierto y disponible (esto es mucho mejor que la genialidad), y ahí aparece el misterio, la incomprensibilidad de la presencia de esa botella... Hasta la botella más pequeña es una botella lanzada al mar, que esconde un mensaje del creador de todas las cosas.

El año pasado, usted afirmaba en una entrevista: “Es necesario que las acciones comiencen con un gesto de gratuidad. Si esta gratuidad no está presente, no avanzará nunca en la dirección del ser”. ¿De dónde puede venir esta gratuidad?
No recuerdo haberlo dicho, quizás porque era precisamente un “gesto de gratuidad”… La gratuidad puede tener dos sentidos. Está la gratuidad del absurdo y está la gratuidad de la gracia. Todo lo que hacemos, todos nuestros cálculos, todos nuestros proyectos fluyen hacia una u otra. Encuentras un buen trabajo, ¿y luego? Te casas, ¿y después? Tienes niños, ¿y qué? O nada tiene sentido, y te encuentras en la gratuidad del absurdo, o todo tiene el sentido de un amor, un amor que da la vida, y te encuentras en la gratuidad de la gracia. O la una o la otra. Pero antes de entender la gratuidad, debemos mirar a la finalidad de la existencia, que se puede entender por su sola presencia: ¿cómo es posible que yo esté aquí? ¿De dónde me llega este don? ¿Es un regalo envenenado? También aquí, o reconozco la gracia del ser, o la existencia me parecerá absurda (aunque en este último caso me contradigo, porque disfruto de la existencia para despreciar la existencia – es mi propio absurdo). La acción de gracias es el fundamento de toda acción porque, si no reconozco la gracia del ser, todo lo que podré hacer será desprecio del ser, regresión, negación. Podrá asumir una apariencia humanista, presentarse como una utopía de sociedad perfecta; pero en realidad, si no veo la existencia como una gracia, esta utopía será al final el triunfo de la nada, su fundamento será el resentimiento. Bajo el pretexto de construir un superhombre o una super-sociedad, la empresa terminaría siendo la destrucción de la sociedad y del hombre.

¿Qué le ha sugerido la lectura del libro de don Giussani El yo renace en un encuentro? ¿Le parece acertado el título?
Si yo he encontrado a la gente de CL ha sido porque esas personas han encontrado una afinidad entre mi modo de abordar las cuestiones y el de don Giussani. Hace dos años yo no lo conocía para nada. Luego me pidieron hacer una presentación en París del libro ¿Se puede vivir así?, era abril de 2009. En aquel momento pude experimentar esa afinidad de pensamiento. Fue un verdadero encuentro. Me impresionó la sencillez, la fuerza, la concreción de sus palabras. La lectura de El yo renace en un encuentro ha sido la continuación de lo mismo. Cada vez que leo a don Giussani no es que encuentre ideas nuevas, porque partimos de lo mismo; lo que encuentro es algo mucho mejor, es la novedad de las ideas que yo ya tengo, una especie de energía, de empuje misionero, de ánimo para comunicarlas y vivirlas en la “dramaticidad y la leticia”. Respecto al título del libro, es una evidencia. Una evidencia que se sumerge en la profundidad de Dios. ¿Qué sabemos nosotros de esa profundidad? Dios es Trinidad, es único en tres Personas. El Padre genera al Hijo en la comunión con el Espíritu, de forma que Dios mismo es eternamente nacimiento y encuentro, un nacimiento y un encuentro infinito...

Publicado en Il Sussidiario

La purezza del diavolo Il primo avversario della Chiesa non è l’ateo, perché Satana non dubita di Dio. Intervista a Fabrice Hadjadj

di Rodolfo Casadei

Il primo avversario della Chiesa non è l’ateo», perché Satana non dubita di Dio né della sua dottrina. Intervista a Fabrice Hadjadj

Conosce alla perfezione le verità della dottrina cristiana e non ne dubita. È perfettamente casto e non ha mai commesso un peccato di lussuria in vita sua. Dona gratuitamente del suo senza esigere contropartite materiali. Eppure è il nemico assoluto di Dio e dell’uomo, menzognero, omicida e tessitore di inganni. È il diavolo, l’angelo ribelle. Questo ritratto geniale e sconcertante di Satana si trova nelle pagine di La fede dei demoni, l’ultimo libro di Fabrice Hadjadj tradotto in italiano (da Marietti).
Lo scrittore francese parte di qui per sviluppare una tesi suggestiva: l’ateismo e i peccati della carne, frutto dell’ignoranza e della debolezza umana, non sono i mali peggiori. Molto più gravi per le loro conseguenze sono gli spiritualissimi peccati propri del diavolo, soprattutto quando vengono compiuti dai cristiani: superbia, invidia, odio e disprezzo, vizi dello spirito, sono la base delle più grandi sciagure e di permanenti divisioni fra gli uomini. Per questo il diavolo li ispira continuamente. Dopo l’estate italiana dei giudizi sprezzanti distillati da tribune cristiane, delle gare di purezza e di sputtanamenti fra politici, difficile dare torto ad Hadjadj. Il quale indica anche la strategia per respingere l’assalto diabolico: affidarsi all’incarnazione, cioè alla carne di Cristo e alla carne di Maria, prefigurata nel Genesi come la donna che senza sforzo o paura schiaccia il serpente demoniaco sotto il proprio tallone. Contro ogni superbia, imparare da Maria l’apertura alla Grazia. Perché Maria è accoglienza della Parola di Dio che si fa carne, mentre il diavolo è il contrario dell’accoglienza. È orgoglioso, trae tutto da sé e non vuole ricevere.


Fabrice Hadjadj, il diavolo non è ateo, e perciò, lei dice, l’antitesi fondamentale non è quella fra teismo e ateismo, ma quella fra conoscenza e riconoscimento di Dio. Cosa vuol dire?
Anzitutto va notato che il primo riconoscimento di Gesù Cristo come figlio di Dio nel Vangelo non è quello di san Pietro o degli altri apostoli, ma dell’indemoniato di Cafarnao. Nella sinagoga di quella città un indemoniato incontra Gesù e il diavolo che possiede quell’uomo dice: «Io so chi sei tu, il Santo di Dio». Notare questo ci obbliga a rimetterci in discussione, perché forse non abbiamo le idee chiare sull’identità del nemico radicale e della natura della vera lotta: che non è quella contro l’ateo o il libertino, ma contro un’intelligentissima creatura spirituale. Un puro spirito, ovvero uno spirito impuro che è puro spirito. Pertanto non sarà appellandosi alla mera spiritualità che lo si potrà affrontare: quella è una specialità del demonio, che ha per progetto di ridurre il cristianesimo a uno spiritualismo. Lo scopo del mio libro non è soltanto di ricordare che la fede non è mera conoscenza, ma è riconoscimento che anima il cuore; è anche ricordare che la fede non è evasione in un mondo etereo, ma incarnazione. Dio ha voluto donarci la sua Grazia attraverso la carne, ed è nella carne e attraverso la carne che noi lo raggiungiamo. I grandi teologi ce l’hanno spiegato: il primo peccato del diavolo è stata l’invidia, scaturita dal fatto di sapere che il Verbo si sarebbe incarnato. Satana è inorridito all’idea che Colui che era spirito, e dunque aveva una connivenza speciale con gli angeli come lui, potesse farsi carne, e che gli angeli, puri spiriti, avrebbero dovuto adorare la carne, una carne umana.


Lei distingue fra la fede come dono di Grazia, che gli uomini sperimentano, e la fede come perspicacia dell’intelligenza naturale, che attribuisce ai demoni. In cosa sono differenti?
Gli angeli, compresi quelli caduti, hanno un’intelligenza più sviluppata della nostra. A loro i segni dell’agire di Cristo e della Chiesa sono sufficienti per ammettere che c’è qualcosa che viene da Dio. Per quanto attiene alla fede come dono di Dio, la fede che opera attraverso la carità, questa passa attraverso motivi di credibilità, perché l’atto di fede non annulla la ragione, non è un salto nell’assurdo. Ma i motivi ragionevoli non sono sufficienti a costringere l’intelligenza umana alla fede. L’uomo entra in essa attraverso una sorta d’umiltà, di abbandono. Al cuore della fede come dono c’è un atto di amore: non c’è semplicemente l’intelligenza che riconosce un fatto oggettivo, come nel caso dei demoni, ma un’intelligenza che chiama in causa il cuore e implica un atto di volontà. La volontà pone un atto di adesione, di fiducia, in una sorta di penombra. La fiducia, come ogni atto di amore, non si colloca né in piena luce né nelle tenebre, ma in una penombra. Nel Credo noi non diciamo: «Credo che Dio è così e cosà, è onnipotente e creatore». Noi diciamo: «Credo in Dio». Ed è l’“in” del modo accusativo del latino: «Credo in unum Deum». Cioè c’è un movimento per andare verso. Invece i demoni dicono: «Credo Deum», credo Dio. Cioè c’è l’intelligenza ma manca il cuore. E siccome è una fede prodotto delle sole forze del soggetto, è automaticamente orgogliosa. Lo si è visto a Cafarnao: il diavolo dice «io so chi se Tu». La prima parola è “io”.

Oggi succede un fatto curioso: la maggioranza della gente non crede nel diavolo come realtà teologica, ma allo stesso tempo è sedotta e intimorita dall’immagine della sua potenza. Film e telefilm propongono in continuazione il tema delle forze malefiche soprannaturali, e tanti si rivolgono a maghi e guaritori convinti di essere vittime di spiriti malvagi. Perché questa contraddizione?
Perché quando si abbandona il giusto rapporto con una realtà, immediatamente si manifestano due errori opposti. L’umanità è entrata nel razionalismo, ma il razionalismo non soddisfa il cuore umano. Di conseguenza si produce una reazione uguale e contraria: l’invasione dell’irrazionale. Il razionalismo ha detto: il Mistero è irrazionale, nessun rapporto con esso è possibile. La conseguenza è stata una reazione che instaura un rapporto ossessivo e anarchico con le forze delle tenebre. E che riconosce la potenza del diavolo, ma non la sua intelligenza: lo raffigura folcloristicamente come un caprone, lo associa ai sacrifici di animali. Ma il diavolo agisce più attraverso la sua intelligenza che attraverso la forza, la sua specialità è provocare due o più derive opposte, è orchestrare quelle che Giovanni Paolo II ha chiamato “strutture di peccato”: peccati che non sono in rapporto con un’intenzione umana univoca, ma che si creano per l’opposizione di due o più parti. Pensiamo alla Spagna, dove la reazione alle stragi anticristiane è stato il fascismo e da lì tre anni di guerra civile. Pensiamo al trionfo del nulla in tivù: nessuno l’ha deciso a tavolino, eppure si ha l’impressione che qualcuno l’abbia orchestrato. Il fatto è che il diavolo distingue perfettamente l’errore dalla verità, e moltiplica coscientemente gli errori per giocarci. Noi invece, anche quando siamo nell’errore, crediamo di essere nella verità, e ci teniamo. Il diavolo non ci tiene, ed è per questo che è capace di manovrare e di creare strutture che ci spingono a commettere cose che vanno al di là delle nostre intenzioni coscienti.

Lei semina il dubbio anche riguardo a parole feticcio sia del cristianesimo che della modernità come “dono” e “amore”. Lei dice che donare è cosa buona solo a condizione che il dono non nuoccia a chi lo riceve, e che il valore dell’amore dipende dal valore di ciò che si ama. Dunque anche il dono e l’amore possono essere astuzie diaboliche?
A don Luigi Giussani veniva rimproverato di usare poco la parola “amore”, e lui rispondeva che nella nostra cultura era diventata una parola equivoca. Aveva ragione. Oggi viviamo in un’eresia dell’amore. Il primato dell’amore è un’invenzione cristiana, ma il diavolo distorce la cosa così: purché sia amore, tutto è legittimo. Se una donna si innamora di un boa constrictor e desidera sposarlo, fa bene, perché è amore. Nel nome dell’amore, si perde di vista l’oggettività dell’amore. Perché amare non è semplicemente avere dei sentimenti per l’altro, è anche volere il bene dell’altro. Quando amo io debbo chiedermi: “Qual è il bene per l’altro?”. Ciò che conta di più è questa oggettività.

E per quanto riguarda il dono?
Intorno al dono effettivamente si è installata tutta una retorica moderna, dovuta soprattutto alla realtà dell’economia capitalista, per cui il dono appare come un argine alla logica del mercato. Ora, non è il dono in quanto tale ad essere una cosa cattiva, ovviamente, ma la logica del “dono di sé”, perché al centro mette il “sé”. Il punto non è dare se stessi all’altro, il punto è il bene dell’altro. Non devo donare me stesso all’altro, devo ridonare l’altro a se stesso. E ciò implica il Bene. L’ha detto perfettamente Heidegger: «L’amore predispone uno spazio affinché l’altro possa donarsi all’altro, non solo a me che lo amo. E affinché possa essere se stesso, e non è se stesso se non nella sua relazione col bene». La seconda cosa che va sottolineata è che il dono non è mai principio in una creatura. Il proprio di una creatura è di ricevere prima di donare. La creatura non ha l’iniziativa del dono, ce l’ha il Creatore. Come si legge nella lettera di san Giacomo: «Dio ci ha amato per primo». Se si dimentica questo, il dono entra in una logica demoniaca. Il diavolo è uno che vuole dare senza dover ricevere. Accetta la natura con cui Dio l’ha creato, ma rifiuta la Grazia, perché vuole dare da se stesso, con le sue proprie forze. La sua è una posizione di ebrezza e di orgoglio: io non ricevo, io do da me stesso, senza bisogno della Grazia. Il peccato del diavolo e di quanti sono sotto la sua influenza è di voler fare il bene con le sole proprie forze e secondo i propri piani. Pensiamo ai totalitarismi: hanno cercato di dare all’umanità una società perfetta, ma a partire dai propri piani, senza considerare il carattere irriducibile dell’altro, la singolarità di ogni essere umano. Il totalitarismo consiste nel voler dare all’uomo tutto, ma a partire da una teoria, da un’ideologia, e dunque in maniera totalmente riduttiva e soffocante, come si è visto nella storia.

Lei considera due errori opposti di ispirazione diabolica anche la riduzione del cristianesimo a cristianità, cioè a istituzione secolare, e l’opzione di una Chiesa dei pochi e dei puri, che rinuncia programmaticamente a influire politicamente. Cosa bisognerebbe fare per non cadere nella duplice trappola?
Che i due errori siano diabolici si vede da una cosa: un cristianesimo politicamente realizzato cadrebbe nell’orgoglio di sé, così come il ripiegamento su di sé di una piccola Chiesa di gente pura che ha rinunciato al potere provocherebbe un settario orgoglio spirituale. E l’orgoglio, lo sappiamo, è un caratteristico peccato del diavolo. Nel primo caso, la riduzione del cristianesimo a istituzione secolare ci impedirebbe di donare veramente il nostro cuore, ridurrebbe il paradosso cristiano a slogan, trasformerebbe la vocazione a essere martiri in vocazione a essere signori. Nel secondo caso, l’accontentarci di una piccola Chiesa di puri farebbe di noi una setta che guarda la società dall’alto in basso con disprezzo, e che dimentica che Cristo non è venuto per i cristiani, ma per tutti gli uomini.



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Hadjadj: contro i seminari del Nulla.

DI FABRICE HADJADJ
N
on appena il senso della contemplazione diminui­sce anche quello della politica viene meno, poiché essa finisce per mancare il suo scopo, o, più semplicemente, per smar­rire il senso della vita. Il buon go­verno, se non è subordinato alla vera Trascendenza, scompare.
L’iperpoliticizzazione anticristia­na della Rivoluzione francese alla fine ha condotto a una depoliti­cizzazione generalizzata. La
ci­toyenneté
chiusa all’Eterno dege­nera in «teatrocrazia», per ri­prendere un termine platonico.
In assenza di quella tensione ver­so il Cielo che la nobilita, la poli­tica è presto assorbita dall’eco­nomia, dalla spettacolarizzazio­ne, dagli interessi particolari, dal culto di Adone o quello di Mam­mona, e infine si tramuta in ti­rannide, che può assumere for­me diverse fino all’ultima che è
la tirannia dei diritti dell’uomo nell’oblio di quelli di Dio, cioè quella di un individuo tiranno di se stesso, ridotto a una bestia ci­nica, cieca e infelice, a una peco­ra senza pastore. La separazione tra Stato e Chiesa non è tanto un pericolo per la Chiesa, che detiene le promesse della vita eterna, quanto per lo Stato e la nazione, contro i quali possono invece prevalere le por­te degli inferi: «Riempile di spa­vento, Signore – canta il re Davi­de –, riconoscano le genti di es­sere mortali» (Sal 9,21). E papa Gregorio XVI ricorda benevol­mente: «Scosso per tal maniera il freno della santissima Religione, che è la sola sopra cui si reggono saldi i Regni e si mantengono fer­me la forza e l’autorità di ogni dominazione, si vedono aumen­tare la sovversione dell’ordine pubblico, la decadenza dei Prin­cipati e il disfacimento di ogni le­gittima potestà». L’autorità perde tutta la sua forza nel momento in cui non conduce più alla gioia ul­tima, perché è di tale gioia che abbiamo bisogno.
Tali osservazioni, tuttavia, non fanno appello a una confusione di Stato e Chiesa. Una teocrazia che confondesse la causa di Dio con una qualsivoglia causa parti­colare, e la saggezza dei principi con l’infallibilità del Papa, sareb-
be infatti non meno funesta. La Chiesa è cattolica, transnaziona­le e transculturale: essa intrattie­ne pertanto con i governi nazio­nali rapporti di sussidiarietà, che si traducono, in concreto, nella condivisione dello stesso territo­rio e nella vicinanza spaziale. E poiché sa che la coercizione non può produrre l’atto di fede, non lega l’esercizio del potere politico a una con­fessione religiosa, ma chie­de solo che quest’ultimo, per sua natura laico, dia a ogni individuo la possibilità di accogliere liberamente la Buona Novella della salvezza: «Chi non è contro di noi è per noi», dice il Signore (Mc 9,40).
Né separazione né confusione, quindi, ma distinzione e subordinazione. Bisogna rendere a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio, senza di­menticare che Cesare è di Dio, e che tutto ciò che gli diamo dev’essere utilizzato per il regno
di Dio. Eppure, le aberranti posi­zioni condivise anche da molti cristiani odierni tradiscono la mancata comprensione di que­st’ultima evidenza: secondo loro, infatti, la politica può essere a­gnostica e la religione circoscrivi­bile alla sola sfera privata. Così, per non parlare di cose che ri­schiano di irritare la gente, costo­ro si condannano alle conversa­zioni futili e alle storielle piccan­ti, divenendo in tal modo com­plici della società della dispera­zione.
Come può il legno che è stato sminuzzato in tanti piccoli stuz­zicadenti servire per la costruzio­ne di una nave? E le fibre di cellu­losa ridotte a carta igienica, co­me possono fornire un supporto adatto a una lettera d’amore? A­nalogamente una politica agno­stica, che degrada la ragione a mero strumento di calcolo utili­taristico, promuovendo il relati­vismo morale e l’estetismo mon­dano, non predispone alla piena realizzazione della persona. L’i­struzione pubblica, in particola­re, corrisponde esattamente a un massacro pianificato delle menti. In fin dei conti, poiché l’uomo, nonostante tutto, arde dal desi­derio dell’assoluto, e i giovani che essa stessa ha formato non hanno imparato a coltivare que­sta caccia con giustizia e rigore, essa favorisce un’irruzione del­l’irrazionale, con la sua triste se­quela di suicidi, sette rimbecil­lenti e violenze fanatiche. Le no­stre scuole, che con la scusa della laicità e della tolleranza ambi­scono a mostrarsi irreligiose, si tramutano surrettiziamente in scuole coraniche o buddiste, quando non in seminari del Nul­la. I nostri programmi di filoso­fia, che eludono sistematicamen­te le questioni dell’esistenza di un Principio Primo e dell’immor­talità dell’anima umana, invitano invece a sguazzare in credenze stupide quali la reincarnazione o gli omini verdi, o nella ridicola bigotteria dell’attuale scienti­smo, che consiste nell’immagi­nare che la materia sia intelligen­te, che si organizzi da sola e che il caso sia in grado di produrre un ordine che trascende la nostra stessa ragione... Con tutto questo come potrebbe il nostro regime non essere quello di una lotteria?
«Le nostre scuole che parlando di tolleranza si dimostrano irreligiose, finiscono per tramutarsi in scuole coraniche o buddhiste»
«La Rivoluzione ha chiuso le porte al Cielo ma così è degenerata in 'teatrocrazia' cedendo al culto di Mammona o a quello di Adone»

© Copyright Avvenire 29 aprile 2010

L'ultima beatitudine. Sugli attacchi a Benedetto XVI. di Fabrice Hadjadj

"Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli" (Matteo, 5, 10). Il credente non può dimenticarlo: la bufera che sta travolgendo la Chiesa si riferisce a una beatitudine, all'ultima beatitudine.
Certo, i crimini commessi da sacerdoti non possono che suscitare orrore. Benedetto XVI lo ha sottolineato con parole terribili, che purtroppo non hanno avuto grande eco: "Bisogna agire con urgenza per affrontare questi fattori, che hanno avuto conseguenze tanto tragiche per le vite delle vittime e delle loro famiglie e hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione" (Lettera ai cattolici d'Irlanda, n. 4). Dobbiamo dunque piangere sui nostri peccati, perché quando i cristiani non lottano contro le tenebre diventano i loro peggiori complici e cadono più in basso di un persecutore pagano. Tuttavia, secondo le sorprendenti parole del discorso della montagna, anche noi dobbiamo rallegraci della persecuzione, poiché essa non è un ostacolo, ma lo spazio stesso in cui si può realizzare la radicalità della testimonianza, vale a dire l'occasione di una carità soprannaturale nei confronti del persecutore.
Di seguito vorrei riportare altri motivi per rallegrarsi persino in questo linciaggio mediatico.
I media più antipapisti diventano loro malgrado apologeti della fede. Che siano obbligati a deformare i fatti, che si accaniscano a troncare e a falsificare l'informazione per attaccare il Papa e infangare tutto il clero, è la prova che in realtà non hanno molto da rimproverare loro. Se si fosse in una controversia lucida e razionale, gli attacchi potrebbero andare a segno. Ma l'irrazionalità della loro reazione gioca a loro sfavore e fornisce alla mente ragionevole motivi per credere alla verità del magistero pontificio.
Dopo tutto, quando il Papa parla, il non credente non si dovrebbe preoccupare. Dovrebbe dire che la cosa riguarda solo i cattolici, intrappolati nell'oscurantismo e nella rigidità. Ora, al contrario, eccolo che trema, s'innervosisce e non si quieta, come se la voce del Santo Padre lo toccasse personalmente. Da una simile reazione un osservatore esterno può facilmente dedurre quanto segue: questo non credente non lo è poi così tanto; anzi si direbbe che ha l'istinto del magistero, della paternità spirituale del Sommo Pontefice, del suo ruolo di testimone universale.
Se le violenze subite dai bambini ci appaiono tanto gravi, come non riconoscere in ciò l'impronta del Vangelo? In molte società il bambino appare come un essere imperfetto, senza grande importanza, che si può sottoporre al lavoro e di cui si può persino abusare. Ma Cristo ha queste straordinarie parole (ci sono voluti secoli di cristianità, fino a Francesco di Sales e a don Bosco per trarne le conseguenze): "Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Matteo, 18, 3). Il bambino non solo non è più un essere imperfetto, ma è anche il simbolo per eccellenza della perfezione della vita spirituale. Da qui il rispetto e l'attenzione profonda di cui ha beneficiato da parte degli adulti. Mostrandosi scandalizzati per il malconiato termine "pedofilia", i media dimostrano di essere ancora sotto il felice influsso della cristianità.
Se si scandalizzano specialmente del fatto che tali abusi siano commessi da sacerdoti è perché hanno in più l'istinto della dignità speciale del sacerdozio. I loro attacchi sono così un contributo involontario all'anno sacerdotale e un omaggio reso all'altissima vocazione di purezza del sacerdote.
Cosa favorisce oggi la tendenza ad abusare dei bambini? Il paternalismo? No, piuttosto una logica di società orizzontale, dove il senso della paternità si attenua, dove la gerarchia delle generazioni non è riconosciuta. Questa è la logica del "contratto sociale" dove la società non è un fatto naturale fondato sulla famiglia, ma un contratto sottoscritto da meri individui, senza appartenenza, sesso o filiazione. Tutti sembrano qui allo stesso livello. Perché quindi la relazione sessuale fra un adulto e un bambino non sarebbe possibile? Il contraente risponderà: perché il bambino non è capace di consenso. Sia pure! Ma allora questa è la prova che la società non si fonda solo sul consenso individuale: si fonda anche sulla famiglia naturale. Di conseguenza, per uscire da questa impasse, occorre restaurare il senso della paternità, a partire dalla paternità divina fino alla paternità umana, passando per la paternità spirituale del sacerdote. L'esistenza stessa di un "Santo Padre" indica l'esigenza di un amore radicale e verticale per i bambini, che proibisce tutti gli abusi dell'orizzontalità.
Come ha così ben mostrato Julián Carrón nella sua lettera a "la Repubblica", dietro lo scandalo e l'orrore, c'è il bisogno di giustizia, di una giustizia infinita. Ora, una simile giustizia non si dovrebbe ridurre a un linciare i colpevoli e a un compatire le vittime. Deve invece aprire un futuro di comunione e di felicità e non rinchiudersi quindi in un atteggiamento negativo di vendetta o di rimorso: una pseudo-giustizia sbrigativa e sterile, invece di far rifiorire la vita, ci renderebbe complici della distruzione. Si possono punire i colpevoli, ma a che pro, se la vita non ha alcun senso? La vera giustizia non può che essere ordinata alla speranza. Bisogna condannare gli abusi sessuali perpetrati sui bambini, ma se, allo stesso tempo, si rifiutano coloro che in mezzo a essi sono i testimoni della speranza e della riconciliazione, allora si commette a propria volta, su questi stessi bambini, un abuso spirituale. Li si consegna a un mondo consumistico, senza redenzione né futuro. Per questo abuso, per questo insidioso massacro delle anime, un giorno dovremo essere giudicati.
Il papato non è un'istituzione umana. È un articolo di fede, poiché è la conseguenza ultima dell'incarnazione. Il Verbo si è fatto carne: è dunque opportuno che i credenti non si riuniscano solo attorno a una serie di dogmi, ma anche attorno a un volto, a una persona ancorata alla loro storia, immagine di Cristo in mezzo ai suoi apostoli. Senza questo mistero di "vicarianza", il cristianesimo tende a disincarnarsi e a liquefarsi nell'onda dello spiritualismo. Ma c'è dell'altro: facendosi carne, il Verbo è divenuto capace di prendere su di sé le sofferenze degli uomini. Lo stesso accade con il papato: non si possono ferire né uccidere gli articoli della fede; li si può ferire e uccidere nel Papa. Questa vulnerabilità è necessaria per mostrare che il cristianesimo non si riduce all'intelligenza anonima di un sistema morale, ma nasce da un incontro libero e drammatico con una Persona. Così gli attacchi che Benedetto XVI sta subendo non fanno che conformarlo meglio a Cristo e permettono al credente di ammirarlo ancora di più come il suo insperato Vicario.


(©L'Osservatore Romano - 24 aprile 2010)

Il Paradiso che vi fa paura. Il filosofo Hadjadj spiega che, più del peccato, il male è la saccente indifferenza. Contro-idee sulla pedofilia

di Marina Valensise
Fabrice Hadjadj non ha niente del
bigotto. Scrittore, saggista, filosofo
impenitente della mistica della
carne, della violenza della fede, è
convinto che viviamo in una società
antisessuale, dove il sesso è ridotto a
un fatto di consumo, e pensa che per
rifondare la sessualità serva la fede,
anzi la vera fede, la fede nel Dio fatto
uomo, e nell’amore cristiano. Hadjadj
si dichiara un “ebreo di nome arabo
e di confessione cattolica”. E’ un quarantenne
che viene da una famiglia di
ebrei tunisini: suo padre, maoista militante
in gioventù, visse l’arrivo in
Francia all’insegna della ribellione
contro il patriarcalismo della comunità
d’origine. Il figlio, ragazzo esemplare,
ne ha voluto seguire le orme,
ma in modo paradossale: convertendosi
al cristianesimo dopo essersi impregnato
degli ideali politici rivoluzionari
e di quegli estetico-letterari
dei grandi nichilisti, come Friedrich
Nietzsche e Georges Bataille. Da allora
è diventato cattolico: credente, osservante,
praticante, purificato dalla
fede in Cristo e devoto sino al punto
da andare a messa in un semplice pomeriggio
di giovedì sfidando il deserto
spirituale del Quartiere Latino per
celebrare il mistero dell’Annunciazione.
Dopo la conversione al cristianesimo,
Hadjadj ha sposato una ragazza
del Midi, un’attrice che recita
volentieri le sue pièces di teatro, gli
ha dato quattro figlie e ora aspetta il
quinto: “Elles sont l’ostensoir de Dieu
dans ma vie”, scrive Hadjadj nel suo
ultimo libro, “sono loro, molto più che
i miei libri, il mio vero cammino di fede”.
E che sia convinto lo si vede dalla
luce che gli brilla negli occhi appena
lei lo raggiunge in un bar dell’Odéon.
Hadjadj è un padre felice, che parla
senza riserve dell’esperienza della
gioia che si dischiude come un regalo
inatteso ogni volta che la figlia
Marthe gli sorride. “E’ una bambina
solare, piena di energia” dice lo scrittore
sorseggiando un caffè. “Per me è
un’esperienza nuova, che sto imparando
a poco a poco”, confessa, e di
sicuro dev’essere anche molto coinvolgente
se Hadjadj ha deciso di dedicarle
un saggio ad hoc, dopo il successo
di “La profondeur des sexes
pour une mystique de la chair”, uscito
da Seuil nel 2008 e da poco tradotto
in italiano dalle Edizioni Medusa
(“Mistica della carne”). Considerato
una delle duecento personalità cattoliche
più influenti di Francia, il professor
Hadjadj (che oltre a scrivere
per il teatro insegna in un liceo di Tolone)
ha vinto nel 2010 il premio del
Sindacato degli editori di letteratura
religiosa per un libro semiautobiografico
sul tema della conversione,
“La Foi des démons ou l’athéisme dépassé”(
Editions Salvator), in cui la testimonianza
del neofita traduce la novità
teologica della dottrina cristiana
– una fede che presuppone l’amore e
l’abbandono – e identifica il vero nemico
non nell’ateo che nega l’esistenza
di Dio o la divinità di Gesù Cristo,
ma nell’indifferente apatico. Cioè in
colui che, pur proclamandosi fedele,
ha smesso di cercare la verità, nel
“cristiano demoniaco” che apre la
possibilità di perdizione nel cuore
stesso del cristianesimo: “Il principio
radicale della colpa non è nell’ignoranza
atea o nella debolezza della
carne, non spetta né ai libertini né ai
lussuriosi, ma agli stessi credenti, ai
puri spiriti, ai farisei capaci di perfezione
demoniaca, in nome della loro
fede orgogliosa, sicura della propria
salvezza e sprezzante verso gli altri
peccatori”.
Dopo l’inferno, Hadjadj adesso
pensa al paradiso. “Le paradis à la
porte” è il suo nuovo libro, atteso per
l’autunno, un saggio teologico e critico
al tempo stesso, in cui si parla di
Kafka, Proust, Baudelaire, Yves Bonnefoy.
Hadjadj è partito da una domanda
semplicissima: perché rifiutiamo
il paradiso e preferiamo l’inferno?
“Il diavolo rifiuta il paradiso non
perché non sappia cosa sia, ma perché
nella gioia c’è qualcosa che disturba.
La gioia rompe la contentezza,
aprendo una ferita radicale. Meglio
ripiegarsi in se stesso, allora, restando
entro i limiti della contentezza. Un
uomo contento di sé è quasi un insulto
in francese, eppure l’espressione fa
proseliti, perché la gioia del paradiso
è lacerante”.
Proust, spiega Hadjadj, racconta
l’incapacità di un’esperienza di presenza
totale nel presente. Bisogna
aver perso il presente, per trovare la
presenza delle cose. “I veri paradisi
sono tutti paradisi perduti, tant’è vero
che solo con la parola e la memoria
ciò che ho vissuto diventa presente
in una realtà spirituale superiore”.
Questa è la lezione della “Recherche”.
Ma la letteratura è un fallimento,
simula una presenza più intensa,
però finisce a sua volta per fallire
perché astratta, parziale, soggettiva,
tanto che per Proust il letterato migliore
è colui che coglie la relatività
della letteratura. Per spiegare tutto
questo, Hadjadj cita la scena del primo
bacio a Albertine, nel “Côté des
Guermantes”, dove il narratore descrive
la frammentazione dell’esperienza,
la confusione tra la pelle, la
bocca, la lingua, il paesaggio marino
di Balbec, e spiega che l’uomo, pur essendo
superiore alla scimmia, non ha
sviluppato l’organo del bacio.
Nella galleria di Hadjadj c’è anche
posto per Kafka, che parla esplicitamente
di paradiso, come accade attraverso
la parabola della legge nel
“Processo”. Lì c’è un uomo che vuole
entrare in questa legge radicalmente
trascendente, e un guardiano che gli
dice che non può farlo, non può varcare
quella porta. “L’uomo che pure è
un po’ perverso resta al suo posto e alla
fine viene condannato a morte, ma
prima di morire, insiste: avrei dovuto
varcare la porta delle legge, ma non
ho potuto, e che è successo a quelli
che ci sono riusciti? ‘Questa porta è
solo per te’, gli risponde il guardiano,
prima di chiuderla e condannarlo a
morte. Kafka non vuol dire che il paradiso
non esiste, ma descrive l’esperienza
lacerante del restare sulla soglia,
che presuppone la realtà della
trascendenza e al tempo stesso il suo
carattere inaccessibile”.
Perfetta metafora dell’uomo moderno?
“Sì”, ammette Hadjadj, con
“la differenza che l’inaccessibilità
per Kakfa non è agnostica, ma è vissuta
come qualcosa che ci chiama in
continuazione, che ci tiene in allerta
per una convocazione permanente e
senza scampo. Certo, poi c’è anche
l’altro esempio – in ‘America’ – dell’ingresso
in paradiso come ingresso
nella banalità. Ma l’essenza della
scrittura, diceva Kafka, è la preghiera
e la preghiera consiste proprio nell’esercizio
della soglia, perché risponde
alla posizione della parola che chiede
qualcosa che essa stessa non può
raggiungere”.
Da Kafka a Dante il passo è breve,
anche se all’apparenza inconsueto.
Hadjadj cita dal quinto canto dell’Inferno
la storia di Paolo e Francesca
che, presi dalle avventure di Lancillotto
e Ginevra, si lasciano conquistare
dall’amore e non lessero oltre:
“La bocca mi baciò tutto tremante
(…) quel giorno più non vi leggemmo
avante”. Lo stesso errore, non leggere
oltre, secondo Hadjadj avviene
per chi si ferma all’Inferno senza leggere
il Purgatorio, a dir suo “chiave
di volta della Divina Commedia, perché
tutto il percorso di Dante è un
Purgatorio, la discesa agli inferi è
una purificazione, mentre il Paradiso
è la cantica sua più eccessiva, con
la violenza della beatitudine di Beatrice
che (canto XXIV ndr) l’ammonisce:
se tu vedessi il mio volto, saresti
cenere, se tu sentissi il nostro canto,
saresti annientato…”.
Se questo è “il paradiso” che
Hadjadj ha in mente, un luogo di beatitudine
violenta, di vocazioni irraggiungibili,
di trascendenza inaccessibile,
corrisponde benissimo alle lacerazioni
dell’uomo contemporaneo,
conscio di un senso che lo soverchia,
ma ormai per lui inattingibile. Come
leggere allora la nostra indifferenza
verso la trascendenza? E quale eco
ritrovare nelle polemiche sulla pedofilia,
che molti interpretano come un
attacco contro l’ultimo baluardo della
vita spirituale e un tentativo di
strappare la chiesa alla sua gloria,
per gettarla nel fango delle umane
miserie? “Le questioni sono due” risponde
Hadjadj, che resta sempre un
sistematico. “La prima è quella del
paradiso. Ed è un problema impossibile
da schivare, perché se rifiuto il
paradiso di Dio, non posso evitare di
costruirmene un altro, e così arriviamo
ai paradisi artificiali di Baudelaire.
Non possiamo sfuggire alla sua vocazione,
e se pretendiamo di uscirne,
finiamo per costruirne un ersatz, un
sostituto. La seconda questione è la
pedofilia. L’uomo contemporaneo nega
la trascendenza, è vero. Oggi però
il problema è un altro, lo si è visto col
caso Polanski e in Francia soprattuto
col caso di Outreau, l’intero villaggio
del profondo nord accusato di pedofilia;
un’accusa diventata un fenomeno
di massa che travalica la chiesa. E’
considerato un reato orribile e anzi,
alcuni autori ci hanno spiegato che
provoca una sorta di panico morale,
che impedisce di riflettere spingendo
la gente a lanciare accuse, a inchiodare
i presunti responsabili sul banco
degli imputati, a linciarli mediaticamente.
Ma prima di parlare di indifferenza
verso la metafisica, io mi
domando perché di fronte a un reato
grave come la pedofilia viviamo questa
situazione di panico diffuso? Perché
questa risposta emotiva?”. La risposta?
“Ci sono due risposte possibili”,
dice Hadjadj con sapienza talmudica:
“La prima è la psicologia dell’irremissibile:
vale a dire, una violenza
subita da piccoli è un trauma
che distrugge per sempre. Infliggere
una sevizia sessuale su un bambino è
peggio che l’infanticidio, perché significa
devastare una psiche. Gli psicologi
parlano di resilienza, per dire
remissione: si tratta di un perdono
vero e proprio, che permette a chi ha
subito una violenza di vedere la ferita
convertirsi in cammino. E’ questo,
del resto, il mistero della passione di
Cristo, con la piaga della crocifissione
che diventa luminosa: in altri termini,
non si tratta di cancellare il
dramma che si è vissuto, ma di farlo
diventare luce”.
Eppure, il panico diffuso non si
può interpretare solo in chiave teologica.
“No, infatti la causa vera sta nella
nostra concezione della società
che non offre più argomenti razionali
per condannare la pedofilia”. Addirittura?
“La nostra concezione della
società si fonda infatti sul contratto
sociale: perciò, la comunità naturale,
le famiglie, i legami intragenerazionali,
la tradizione non hanno più
senso. Esiste infatti solo l’inidividuo
‘senza qualità’, che entra in società
attraverso la libertà di un contratto
puramente individuale. Così, siamo
arrivati a una sorta di immanenza e
di egalitarismo puro, con le madri
che vogliono essere amiche delle figlie
e loro concorrenti in fatto di giovinezza,
il che è un’altra forma di pedofilia.
Rifiutiamo ogni trascendenza,
non solo divina, ma umana. Sospettiamo
come inautentico ogni rapporto
di autorità. E il fatto che il padre
stia su un piano diverso dal figlio, e
l’adulto su un piano diverso dal bambino,
diventa intollerabile in questa
situazione di immanenza generalizzata.
Per questo, ci si può anche domandare:
in fondo perché un adulto non
dovrebbe poter andare a letto con un
bambino? Perché un padre non dovrebbe
portarsi a letto la propria figlia?
Dal momento in cui abbiamo
spezzato la gerarchia delle generazioni,
siamo entrati in una logica puramente
orizzontale; perduta la verticalità,
abbiamo svilito i padri e smarrito
persino il senso della paternità.
Ma a partire da questa logica in cui
tutti sono sullo stesso piano, non c’è
più alcun motivo razionale di vietare
la pedofilia. Tant’è vero che, negli anni
Ottanta, alcuni intellettuali francesi
di sinistra, fra i quali Daniel Cohn-
Bendit, firmarono su Libération un
manifesto in difesa della pedofilia.
Così, siamo passati da un estremo all’altro.
Dopo l’egalitarismo, la rivoluzione
culturale, la liberazione sessuale,
non sappiamo più come argomentare
contro la pedofilia”. Allora
perché tanto scandalo per i preti pedofili?
“Perché l’uomo sente che è un
peccato e un reato, ed entra nel panico,
scegliendo il linciaggio anziché la
risposta razionale, poiché non capisce
più perché sia impossibile. E’ un
punto radicale. La prima legge per
Sigmund Freud era il divieto dell’incesto.
Ma Freud non spiega perché: il
divieto dell’incesto è una legge indeducibile,
un’evidenza primaria fondata
su un principio primo assiomatico
e indimostrabile. Se così non fosse,
se ci fosse un’altra legge che la legittimasse,
il divieto di incesto non
sarebbe una legge primaria. Ma il fatto
è che l’uomo è una creatura con un
rapporto speciale nei confronti di
quella che Tommaso d’Aquino chiamava
la ‘ragione d’origine’, vale a dire
il padre suo creatore o genitore.
Solo che nel momento in cui l’uomo
diventa un demiurgo, rifiutando la dimensione
di creatura nei confronti di
un creatore, avrà tendenza a negare
la legge primaria del divieto di incesto,
uscendo dalla verticalità per entrare
nell’orizzontalità indifferenziata,
e ognuno finirà per andare a letto
con chiunque”.
La chiesa però resiste. Oggi è l’ultimo
baluardo della verticalità e della
ragione naturale. “A forza di affermare
la morale naturale, la chiesa rischia
di trascurare la misericordia soprannaturale.
E questo secondo me è
un pericolo in termini di fede e di mistica
cristiana. Certo, è giusto combattere
la liberalizzazione dell’aborto, e
oggi persino Simone Veil insiste per
dire che abortire non è un diritto. Ma
una cosa è lottare contro la deriva individualistica,
altra cosa è annunciare
la redenzione per le donne che
hanno abortito e per i medici abortisti.
Cristo è venuto anche per loro,
mentre ora corriamo il rischio che
l’annuncio della morale naturale si
trasformi in una durezza farisaica. La
chiesa è l’ultimo baluardo della trascendenza,
e ha anche rivelato la perfezione
dell’infanzia. E se la pedofilia
oggi ci scandalizza e ci getta nel panico
è perché noi continuiamo a essere
cristiani, la nostra società continua ad
essere impregnata di cristianesimo.
Nel mondo antico, come del resto ancora
oggi in Africa e in gran parte del
mondo non cristiano, i bambini erano
trattati come esseri inferiori, a volte
come schiavi, spesso come prede, perché
erano considerati incompiuti, imperfetti.
‘Lasciate che i bambini vengano
a me’, disse Gesù, e da allora è
accaduto qualcosa di rivoluzionario.
Nel Vangelo c’è anche scritto: se non
diventerete come bambini non entrerete
a far parte del regno dei cieli.
L’infanzia a quel punto diventa il simbolo
stesso della perfezione cristiana,
l’icona della verità. E’ questo il paradosso
del cristianesimo: una vita spiritualmente
piena e ancora incompiuta”.
Oggi però i cristiani hanno difficoltà
a sottrarre i loro figli ai costumi
dominanti e pure i preti confessano
di non saper sfuggire alle lusinghe di
un mondo senza Dio. “Per questo domina
il panico. L’ultimo rifugio per
noi cristiani erano i collegi religiosi,
e adesso scopriamo che sono diventanti
luoghi di perdizione…”

© Copyright Il Foglio 2 aprile 2010

Storie di conversione. Il sole in un bicchiere d'acqua. di Fabrice Hadjadj

Mi era stato chiesto di immergermi. Questo significa il battesimo, "immersione". Allora volli andare in un monastero, dove quelli che erano stati immersi non erano mai più riemersi in superficie. Un insieme di circostanze, tra cui il mio amore per Léon Bloy, mi condusse all'abbazia di Saint-Pierre a Solesmes. Mi era stato detto che là avrei potuto incontrare qualcuno che aveva conosciuto il suo figlioccio, Jacques Maritain, che fu oblato con il nome di frère Placide. Quando entrai nell'abbazia, fu uno choc improvviso. Quello che cercavo non era la tradizione, meno ancora il "progresso", ma la radicalità, qualcosa che avrebbe potuto essere sempre all'avanguardia. Ero soddisfatto nella mia ricerca. Giunse l'ora dei vespri.
Nel coro i monaci entrarono come due ali di grandi uccelli neri che si posano due a due davanti al tabernacolo prima di separarsi a destra e a sinistra, guadagnando dolcemente il loro posto. Mi sembrava di assistere ad una sorta di coreografia primordiale: la marcia lenta, la genuflessione profonda, subito il grande segno di croce come una cifra tracciata sul proprio corpo affinché il Verbo ci raggiunga in pieno petto! E d'altra parte i petti dei monaci si gonfiavano per intonare all'unisono: Deus, in adiutorium meum intende. Domine, ad adiuvandum me festina ("O Dio, vieni in mio aiuto. Signore, vieni presto a salvarmi").
L'ufficio divino inizia con questa ammissione impossibile da fare con le proprie forze. Il vecchio benedettino arriva a recitarla ogni giorno, sette volte al giorno, comincia ogni volta dichiarando che non sa pregare, che ciò a cui si eleva è assolutamente nuovo, improbabile ed esige il soccorso dell'Altissimo. Da lì sgorgò questo canto che chiamiamo "gregoriano". Esso si eleva, come un funambolo, sulla frontiera della parola e del silenzio. Nessuna musica più di questa rispetta il silenzio. Essa non lo rompe: lo esplora, ne sgombra l'interno, estende il suo dominio. Essa rivela, al di là dell'assenza di rumore, il raccoglimento di una presenza.
Ma questo canto possiede altre qualità d'avanguardia che non potevano lasciare indenne l'ebreo che sono. Mediante la sua antichità essa riuniva il passato e il futuro. Tramite il suo colore, si stende al punto di intersezione dell'Occidente e dell'Oriente; con le sue parole, soprattutto quelle dei salmi, spinge il Nuovo Testamento dentro l'Antico. E grazie alla sua disciplina del soffio, convoca i corpi intorno alla parola.
In breve: tutto quello che nel mondo mi è stato donato in frammenti sparsi, l'ho trovato riunito qui nell'epifania dell'unità cattolica. Ma c'è un'altra cosa che non dimentico e che si presenta come pendant del coro: il refettorio. Pure lì vi è il silenzio, intercalato dal tintinnio delle posate sui piatti, dal leggero rumore dei bicchieri sulla tavola di legno, tutto il brusio delle cose ordinarie e che, di solito, i ristoranti d'affari o i pasti famigliari interrompono con il loro impietoso bla bla. Dietro a me, nel refettorio, come l'accompagnamento di un basso continuo, un monaco fa la lettura recto tono, ovvero di voce tanto monocorde quanto priva di personalizzazione.
Proprio lì ho conosciuto alcuni dei più bei momenti di contemplazione: davanti ad un pezzo di pane, a piccoli piselli o una foglia di lattuga. In questo clima spirituale, grazie ad un'organizzazione scandita dalla liturgie delle ore, la caraffa e la cesta di frutta mi apparivano con lo stesso peso di mistero di un quadro di Chardin. Mi ricordo specialmente del sole che veniva a giocare con il mio bicchier d'acqua.
Questo bicchiere era lo stesso della mia infanzia, di marca Duralex. Ma lo vedevo come il segno di un'altra infanzia, quella che vede tutte le cose bagnate dalla tenerezza del Padre. Allora mi sono immerso in questo bicchier d'acqua. Due giorni dopo il mio arrivo a Solesmes, ho domandato di essere battezzato. Questo avvenne durante la Veglia pasquale, oramai 12 anni fa.


(©L'Osservatore Romano - 22-23 marzo 2010)