DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Visualizzazione post con etichetta razzismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta razzismo. Mostra tutti i post

Siamo tutti xenofobi, e la scienza triste della politica serve ad arginarci

Piccola glossa a un concetto che già decide il futuro d’Europa
di Alfonso Berardinelli
Tratto da Il Foglio del 30 settembre 2010

Glossa sulla xenofobia. Si potrebbe cominciare dai greci antichi: che trovarono normale definire “barbari”, cioè balbuzienti e incapaci di parlare come si deve, tutti gli stranieri che non conoscevano la loro lingua. La parola barbaro ci appartiene tuttora e anzi oggi è usata spesso dalla sinistra perbene, che trova barbara sempre la parte avversa e mai se stessa, nonché barbaro tutto ciò che, a torto o a ragione, non approva.

Le società umane sono fatte (si sa) di classi, ceti, corporazioni, schieramenti, bande, club, tifoserie e in genere gruppi che reciprocamente si guardano storto. I gruppi sono fatti per sentirsi diversi gli uni dagli altri. Desiderano distinguersi e non confondersi. Spesso si osteggiano o si combattono apertamente con mezzi legali o illegali, corretti e più spesso scorretti. Il fatto di dover convivere nello stesso spazio sociale e nello stesso territorio geografico costituisce comunque un problema, più o meno come convivere nella stessa casa. Si sa per esempio che il vero scoglio del matrimonio e della famiglia non è l’amore, è la convivenza dentro i cinquanta o i duecento metri quadrati dello stesso appartamento. La cosa sicura è che quanto più lo spazio è limitato tanto più difficile è sopportarsi. Una volta, nei tempi preistorici nei quali non esistevano i cellulari, si litigava per l’uso del telefono fisso e per la lunghezza delle telefonate dell’uno o dell’altro membro della famiglia. Lo stesso avveniva e avviene tuttora per l’uso del televisore, della radio, del bagno, della cucina, degli armadi, ecc.

Mia sorella (si fa per dire) ha buttato fuori di casa sua figlia e suo genero, provvisoriamente ospiti, perché occupavano e usavano male, secondo lei, lo spazio domestico: si sedevano nelle sedie sbagliate all’ora sbagliata, tanto per dirne una. La gatta dei miei vicini di casa, riservata di carattere e molto signorile, non appena la bambina di un anno e mezzo ha cominciato a eccedere con lei in carezze, ha giudicato persecutorio questo slancio affettivo e per rappresaglia, un bel giorno, ha pisciato con metodo su tutti i materassi, cuscini e pigiami di casa, per significare nel modo più chiaro che era stufa della cara bambina e non ne poteva più delle sue carezze. Tempo fa, a casa di certi amici, una avvenente canarina è stata infilata, a fin di bene, dentro la gabbia abitata da tempo da un maturo e serio canarino. L’idea era che i due si sarebbero amati e fatti una piacevole compagnia; il canarino scapolo avrebbe avuto una felice vita di coppia, uscendo dalla sua deprimente solitudine. Errore. Il canarino solitario è diventato crudele, un vero mostro, con la graziosa canarina, l’ha odiata subito trattandola come un’intollerabile intrusa: non le permetteva di mangiare né di bere né di dormire, in quello spazio di gabbia che considerava assolutamente suo e da non condividere con nessun estraneo.

Qualche anno fa è stato fatto un test a un gruppo di rinoceronti nello zoo di Londra. I cinque rinoceronti mangiavano tutti insieme, in cerchio, da un unico mucchio d’erba collocato al centro. Dai campioni di saliva prelevati nelle loro bocche durante questi banchetti comunitari, risultò che tutti i rinoceronti erano piuttosto stressati. Perché? Da cosa? Si fece una prova: invece di farli mangiare tutti dallo stesso mucchio d’erba si divise il pasto in piccoli mucchi, in modo che ogni rinoceronte avesse davanti un pasto tutto per sé, lontano dai suoi colleghi di zoo. Si rifece il test della saliva e si vide che ora, ognuno per conto proprio, i rinoceronti erano più felici …

Oltre alla decadenza economica e politica, credo che l’Europa degli ultimi due decenni soffra molto a causa di grandi e incontrollabili ondate migratorie da est (Europa ex comunista, Asia) e da sud (Africa). Se l’Europa, se le sue popolazioni si sono spostate politicamente a destra è soprattutto, credo, perché lo spazio europeo, che è piccolo, stipato, gremito e carico di storia, sopporta male una tale massa migratoria, nonostante la liberalità dei suoi ordinamenti costituzionali e nonostante l’alto livello di vita, che per altro non può essere giudicato al riparo da minacce e regressioni. L’Europa, gli europei, così sensibili e sensibilizzati ai problemi del razzismo classico per averlo praticato a lungo, si sono trovati così, quasi da un anno all’altro, a nutrire sentimenti e idee che non condividevano: sono cioè, molto istintivamente, divenuti più o meno apertamente xenofobi.

La xenofobia è una reazione primaria e naturale in ogni gruppo umano che senta minacciato l’assetto, l’identità del proprio territorio. Il comportamento di un corpo sociale è molto simile a quello di un “grosso animale” e andrebbe studiato secondo etologia oltre che secondo sociologia. Siamo dunque come gli animali? In quanto società, direi che siamo più vicini agli animali (tanto da noi amati) che agli angeli. Sarebbe bene che questo elementare materialismo antropologico non venisse dimenticato dagli idealisti né occultato da chi recita da idealista. Marx e Brecht lo sapevano e lo dicevano: “Erst kommt das Fressen, dann kommt die Moral”, prima viene il mangiare e poi viene la morale. Quante famiglie italiane accetterebbero di prendersi in casa uno o due emigrati homeless? E seppure sì, per quanto tempo? A che condizioni? Trattandoli in che modo? Qui il problema non è di Aprirsi all’Altro, ma di vivere con persone concrete. Va fatta, fra le tante possibili, almeno un’altra considerazione. L’Europa è un continente abitato da un’alta percentuale di anziani. E’ vero che senza “badanti” che provengono da altri paesi i nostri vecchi vivrebbero male. Ma è anche vero che quelli che non hanno ancora bisogno di un’assistenza quotidiana, sono socialmente ansiosi, si sentono fragili e a disagio, se non impauriti, in un ambiente e in uno spazio urbano che stentano a riconoscere, abitato da una quantità (il problema è proprio questo: la quantità) di immigrati, regolari o clandestini, con i quali non è semplice comunicare.

La xenofobia perciò è diffusa, cresce, esiste anche quando ci si vergogna ad ammetterla. E’ sotto pelle e dietro l’angolo. Le competizioni elettorali future verranno probabilmente vinte da chi saprà interpretare e neutralizzare meglio la xenofobia. La politica è una scienza non gaia, ma triste.

Il razzismo radical chic è come Gomorra di Marcello Veneziani

Egregio Adriano Sofri, ho letto il suo editoriale di ieri su la Repubblica e mi ha sorpreso la violenza verbale nei confronti di Berlusconi. Lo definisce lupo spelacchiato, lo accusa di non pensare, gli attribuisce una visione cosmetica del mondo, lo tira per i capelli, gioca perfino tra lezioni e lozioni. E gli contrappone, in un corpo a corpo che ricorda gli anni di piombo, l’immagine e la persona di Saviano, l’autore di Gomorra. Giochino facile e un po’ demagogico, lievemente fascista - e glielo dice uno che di fascismo se ne intende - perché oppone la gagliarda giovinezza del «lupacchiotto» Saviano all’età grave e assai provata del «lupo spelacchiato» Silvio. Fu Pasolini - ricorda? - a vedere in lei e in Lotta continua di cui lei era leader, qualcosa che gli ricordava il primo squadrismo.
Curiosamente lei adotta a rovescio la stessa distinzione manichea usata da Berlusconi nel dividere le forze del Bene dalle forze del Male, opponendo, in una forma di implicito razzismo, l’antropologia di Saviano all’antropologia, anzi all’antropofagia, di Berlusconi. Deprecabile manicheismo in ambo i casi, con l’attenuante per Berlusconi che lo ha usato nella guerra politica ed elettorale, mentre lei, Sofri, è un fine intellettuale e lo usa in tempo di pace, fuori dalle urne. Il tema è noto. Berlusconi ha criticato - com’è suo diritto e lo ha ben ricordato la figlia Marina - la riduzione del nostro Paese alla criminalità organizzata; è un’immagine falsa che nuoce all’Italia. La malavita è una delle facce dell’Italia, ma non si identifica con l’Italia. E invece da qualche tempo si tende a vendere, soprattutto fuori d’Italia, l’immagine di un Paese dominato, anzi diciamo pure, governato dalla malavita. Salvo una minoranza di antitaliani puri, puliti e pensanti.
Prima che lo dicesse Berlusconi, in un mio libro di un anno fa avevo criticato anch’io che l’Italia fosse rappresentata con un solo film a Hollywood, il Gomorra tratto da Saviano. E avevo scritto e detto a Napoli che quel film andava proiettato nelle scuole del napoletano e del casertano, a scopo educativo; ma non poteva diventare l’unica sintesi dell’Italia da esportare nella principale vetrina del mondo. È chiaro anche ai cretini che non facevo solo una questione d’immagine, di finzione o di cosmesi. Ma contestavo una falsa rappresentazione dell’Italia, che non corrisponde alla realtà e nuoce agli italiani, soprattutto a coloro che lavorano e studiano all’estero. Invece lei ha ridotto la tesi di Berlusconi a una pura questione di ipocrisia facciale, dicendo che il premier avrebbe esortato Saviano a dire il falso. È vero proprio il contrario, ha respinto la falsa riduzione dell’Italia alla criminalità. Anche per lei Berlusconi ha censurato Saviano e la verità.
Ora si dà il caso che Saviano abbia pubblicato il suo Gomorra proprio da Mondadori, riconducibile a Berlusconi. Non mi pare che Berlusconi abbia soppresso il libro o esortato a boicottarlo. Ha solo criticato l’uso improprio di una piaga verissima del nostro Paese. Non è suo diritto divergere dall’opinione di Saviano o è vilipendio della Repubblica, intesa come quotidiano? Mi pare legittimo dire che la malavita alberga dentro l’Italia a partire dal sud, ma mi pare falso e masochista dire che l’Italia sia dentro la malavita. Non è vero e non è giusto per la grande maggioranza degli italiani. Berlusconi non ha peraltro invocato censure e killeraggi, come accadeva negli anni ’70, ma ha dissentito da una tesi, e lo ha fatto alla luce del sole.
Ammiro Saviano, ha scritto un libro coraggioso e forte, e perciò vive pericolosamente. E anche se non sopporto il suo uso da madonna pellegrina nei manifesti, in tv, in politica e nei giornali, a cui peraltro lui si concede, so distinguere la buccia sgradevole dalla polpa meritevole.
Ma lei, Sofri, si rivela molto più simile all’icona di Berlusconi che lei stesso dipinge e dileggia, quando si sofferma sull’immagine e sulle parole di Berlusconi e non sui fatti e sulle azioni di governo del medesimo: ma è qui che va giudicato un uomo di governo. Lei può fare tutti i paragoni gobbi con Andreotti, ma non può mistificare la realtà. Il governo Berlusconi ha fatto di più contro la malavita rispetto ai governi precedenti. Ha messo in galera più mafiosi e camorristi, ha sgominato più bande, ha minato i racket della monnezza e fermato appalti alla malavita, ha confiscato beni rilevanti. Da una parte ci sono gli ideologi dell’antimafia, dall’altra ci sono arresti, espropri, confische. Se tutto questo per lei non conta, allora è lei a ritenere che conti più la parola, la vetrina, il pregiudizio ideologico, la retorica che la realtà dei fatti. E questo non è un caso, perché lei proviene da un radicalismo che opponeva l’immagine di un mondo migliore alla realtà della storia, che ha sempre anteposto l’utopia ai fatti, che ha sempre preferito i parolai e i professionisti dell’antimafia a chi sul serio l’ha combattuta e magari è morto.
E tra questi ci sono molti uomini «di destra», come lei stesso cita. E i Borsellino che lei ricorda erano della stessa pasta dei Calabresi, che lei non ricorda: ambedue furono uccisi perché servitori dello Stato da criminali comuni o da criminali ideologici (sul piano degli effetti si equivalgono; sul piano delle intenzioni no, riconosco ai secondi un perverso idealismo). Se il paragone non fosse irriverente, direi che la stessa cosa accade con Ratzinger: lui che più di ogni altro papa ha denunciato e condannato i pedofili, e ha sofferto di queste ferite della Chiesa fino alle lacrime, passa per il papa della pedofilia. Così il governo che più ha colpito la malavita passa per un governo mafioso. Perché l’immagine che vi siete costruiti prevale sulla realtà.
Penserà che ho difeso il premier perché scrivo sul Giornale di Berlusconi. No, Sofri, scrivo sul Giornale perché penso queste cose. E converrà con me che è più coerente chi scrive sul Giornale perché preferisce Berlusconi ai suoi avversari interni ed esterni, rispetto a chi, come lei, scriveva su una rivista «di Berlusconi», Panorama - senza peraltro subire censure neanche lei, mi pare - ma poi lo detestava intimamente. E ora che non ci scrive più lo detesta in questo modo plateale e un po’ volgare. Ma siamo abituati allo snobismo incivile, versione aggiornata del vecchio radicalismo chic. Sapendola sprezzante, confido in una sua non risposta. A differenza sua, io invece, le esprimo la mia stima per la sua qualità di scrittura, di lettura e di intelligenza, unita al mio dissenso e al mio civilissimo disprezzo per la sua cecità ideologica e il suo torvo manicheismo che in altra epoca dettero, come lei ben sa, atroci frutti.

«Il Giornale» del 21 aprile 2010


PICCOLA POSTA Di Adriano Sofri

Marcello Veneziani, sul Giornale,
mi dichiara “sprezzante”:
non in questa o quella circostanza,
ma così, in generale. E avverte, anzi “confida”,
che, sprezzante come sono, non gli risponderò.
L’articolo mi addebita testualmente,
nell’ordine: razzismo radical-chic (è
il titolo); violenza verbale; echeggiamento
degli anni di piombo; corrività, demagogia
e fascismo; squadrismo delle origini secondo
Pasolini; manicheismo da tempo di pace;
superbia da antitaliano; riduzione di B.
a ipocrisia facciale, e falsificazione delle
sue opinioni; affinità con l’icona di B. da
me stesso dileggiata; mistificazione della
realtà; cedimento alla retorica e disprezzo
per i fatti; provenienza da un radicalismo
di cattivo utopismo; preferenza per l’antimafia
parolaia e professionista rispetto a
quella fattiva e sacrificale; di citare Borsellino
e non Calabresi; di denigrare B. al modo
in cui contemporaneamente si denigra
Ratzinger; di aver scritto per Panorama detestandolo
intimamente; di non scriverci
più detestandolo platealmente e un po’ volgarmente;
di snobismo incivile; di cecità
ideologica; di torvo manicheismo; e, finalmente,
del retaggio di atroci frutti. Gentile
Marcello Veneziani, nel caso che io non
fossi naturalmente sprezzante, come sono
di mediocre altezza e di voce nasale, e provassi
l’impulso di risponderle, prenderei il
suo come un augurio – berlusconiano, diciamo
– a vivere almeno centovent’anni.
Abbia pazienza, dunque. Qualche tempo fa
lei – salvo errore – mi inviò un libriccino di
poesia con dedica, cui risposi
ringraziando.
Ammetterà che era più facile.

Il Foglio 22 aprile 2010


Condividi

Aborto e razza, un intreccio complicato Il 40% degli aborti negli Stati Uniti riguarda donne di colore

di Carl Anderson*

NEW HAVEN, martedì, 2 marzo 2010 (ZENIT.org).- Essendo stato per quasi un decennio membro della Commissione statunitense per i Diritti Umani, so che nella società americana ci sono poche questioni tanto controverse come quelle che riguardano i rapporti razziali.

Nonostante ciò, un articolo apparso questo fine settimana sul New York Times - intitolato “To Court Blacks, Foes of Abortion Make Racial Case” (“Per strizzare l'occhio ai neri, i nemici dell'aborto creano un caso razziale”) - merita di essere preso in considerazione.

Senza entrare nella controversia circa la ben documentata filosofia eugenetica di Margaret Sanger (fondatrice di Planned Parenthood), o nel dibattito sul fatto che gli afroamericani siano o meno deliberatamente etichettati come coloro che usufruiscono maggiormente dell'aborto, restano molti elementi su cui riflettere.

Come ha sottolineato il New York Times, le donne di colore effettuano circa il 40% degli aborti realizzati negli Stati Uniti, anche se costituiscono solo il 13% della popolazione.

Indipendentemente dalla causa di questo tasso così alto, l'aborto è una tragedia particolarmente diffusa tra gli afroamericani. Nell'aborto non ci sono vincitori. Ci sono solo morti e feriti, e tutte le persone coinvolte devono essere accolte con compassione e amore.

Alle persone della comunità nera maggiormente a rischio di abortire devono essere offerte alternative concrete. Chi ha sperimentato un aborto deve ricevere un messaggio di guarigione e speranza.

Cercando di costruire un sostegno di compassione, dovremmo anche ricordarci dell'ultima Enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in Veritate. Come parte della nostra carità, dobbiamo riconoscere le menzogne che portano milioni di persone ad accettare delle ingiustizie come necessità sociali, decidere di far sì che la verità guidi la nostra carità e lasciare che la nostra carità sia la portavoce della verità.

Limbo legale

Il mese scorso, gli Stati Uniti hanno celebrato il Mese della Storia Nera. Ci sono purtroppo dei paralleli legali tra la terribile eredità della negazione dei diritti dei neri – e il loro trattamento disumano – e l'attuale limbo legale circa i diritti dei concepiti in questo Paese.

Sia i concepiti che la comunità nera sono stati vittime di una giurisprudenza tremenda. Le decisioni della Corte Suprema che hanno permesso un accesso illimitato all'aborto (Roe v. Wade) e hanno sancito il principio segregazionista del “separati ma uguali” (Plessy v. Ferguson) sono state infatti basate sulla falsità in entrambi i casi.

Nella sentenza Plessy v. Ferguson, l'opinione prevalente ha affermato che la segregazione poteva permettere il trattamento egualitario degli americani bianchi e neri. Secondo la Corte, gli americani neri che consideravano la separazione “un segno di inferiorità” hanno creato una realtà propria, non quella stabilita dalla legge. La Corte ha insistito sul fatto che ogni parvenza di inferiorità non era “in alcun modo basata sulla disposizione, ma solo dovuta al fatto che i neri scelgono di collegarvi questa costruzione”.

Come ha tuttavia notato il giudice John Marshal Harlan nel suo dissenso nei confronti di questa decisione, “ognuno sa che la legge in questione ha origine nell'obiettivo non tanto di escludere i bianchi dalle carrozze ferroviarie occupate dai neri, quanto di escludere i neri dalle carrozze occupate dai bianchi o assegnate loro”.

Scardinamento

Anche nella sentenza Roe v. Wade è stato permesso che una finzione diventasse legge. In questo caso, la Corte ha affermato di non poter stabilire quando inizia la vita umana.

Ad ogni modo, tutti sapevano – e la scienza da allora lo ha soltanto reso più chiaro – che il bambino prima della nascita è proprio questo, un bambino.

Ciò che colpisce nelle sentenze Plessy e Roe è che in ognuno dei due casi la maggioranza ha ritenuto necessario ignorare l'ovvio per legiferare come poi ha fatto. E purtroppo, indipendentemente dalle motivazioni dei singoli giudici, la comunità nera colpita dalla sentenza Plessy è stata anche colpita in modo sproporzionato dalla Roe.

La decisione della maggioranza nel caso Roe avrebbe potuto non valere in ogni circostanza, ma la controversia attuale è un altro esempio di quanto decisioni prese malamente tendano ad avere conseguenze involontarie – spesso terribili – al di là di quelle chiaramente visibili.

Ovviamente negli anni Cinquanta molti esperti legali, docenti di Giurisprudenza e politici insistevano sul fatto che la segregazione permessa dalla sentenza Plessy era “legge stabilita”. Oggi “esperti” e politici affermano lo stesso sull'eredità relativa all'aborto della sentenza Roe.

La Plessy, però, è stata scardinata dalla realtà, e il coraggio di uomini e donne di valore come Martin Luther King, Jr., e Rosa Parks ha turbato questa “legge stabilita” guadagnando il rispetto del giudizio della storia.

Anche la sentenza Roe è estrapolata dalla realtà che tutti conoscono. Servono più uomini e donne coraggiosi che vogliano chiedere che la legge di una Nazione sull'aborto non sia mai stabilita fino a quando non diventa conforme alla realtà.

---------
*Carl Anderson è il Cavaliere Supremo dei Cavalieri di Colombo e autore best-seller del New York Times.

Aborto uguale razzismo

To Court Blacks, Foes of Abortion Make Racial Case

Negli USA le persone di colore sono il 13% della popolazione, ma fanno il 40% degli aborti. Inoltre circa il 40% delle gravidanze di donne di colore finisce in aborto. Questo ha fatto scattare l'accusa di razzismo: l'aborto sarebbe un mezzo per far sparire i "neri" dagli USA. Può sembrare un eccesso, ma riflettiamo: se le politiche sociali non aumentano e invece aumentano le facilitazioni ad abortire quando si è in difficoltà, cos'altro si può pensare?

postato da: carlobellieni

Tutti i razzisti si somigliano Dal Sudafrica all’Italia di oggi, la paura del diverso genera intolleranza

«A l centro del mondo», dicono certi vecchi di Rialto, «ghe semo noialtri: i venessiani de Venessia. Al de là del ponte de la Libertà, che porta in terraferma, ghe xè i campagnoli, che i dise de esser venessiani e de parlar venessian, ma no i xè venessiani: i xè campagnoli».

«Al de là dei campagnoli ghe xè i foresti: coma­schi, bergamaschi, canadesi, parigini, polacchi, in­glesi, valdostani... Tuti foresti. Al de là dell’Adriati­co, sotto Trieste, ghe xè i sciavi: gli slavi. E i xinga­ni: gli zingari. Sotto el Po ghe xè i napo’etani. Più sotto ancora dei napo’etani ghe xè i mori: neri, arabi, meticci... Tutti mori». Finché a Venezia, re­stituendo la visita compiuta secoli prima da Mar­co Polo, hanno cominciato ad arrivare i turisti orientali. Prima i giapponesi, poi i coreani e infi­ne i cinesi. A quel punto, i vecchi veneziani non sapevano più come chiamare questa nuova gente. Finché hanno avuto l’illuminazione. E li hanno chiamati: «i sfogi». Le sogliole. Per la faccia gialla e schiacciata.

Questa idea di essere al centro del mondo, in realtà, l’abbiamo dentro tutti. Da sempre. Ed è in qualche mo­do alla base, quando viene stravolta e forzata, di ogni teoria xenofoba. Tutti hanno teorizzato la loro centralità.

Tutti. A partire da quelli che per i ve­neziani vivono all’estrema periferia del pianeta: i cinesi. I quali, al contra­rio, come dicono le parole stesse «Im­pero di mezzo», sono assolutamente convinti, spiega l’etnografo russo Mikhail Kryukov, da anni residente a Pechino e autore del saggio Le origini delle idee razziste nell’antichità e nel Medioevo, non ancora tradotto in Italia, che il loro mondo sia «al centro del Cielo e della Terra, dove le forze cosmiche sono in piena armonia».

È una fissazione, la pretesa di essere il cuore dell’«ecumene», cioè della terra abitata. Gli ebrei si considerano «il popolo eletto», gli egiziani so­stengono che l’Egitto è «Um ad-Dunia» cioè «la madre del mondo», gli indiani sono convinti che il cuore del pianeta sia il Gange, i musulmani che sia la Ka’ba alla Mecca, gli africani occidentali che sia il Kilimangiaro. Ed è così da sempre. I romani vedevano la loro grande capitale come caput mundi e gli antichi greci immaginavano il mon­do abitato come un cerchio al centro del quale, «a metà strada tra il sorgere e il tramontare del sole», si trovava l’Ellade e al centro dell’Ellade Del­fi e al centro di Delfi la pietra dell’ omphalos , l’om­belico del mondo.

Il guaio è quando questa prospettiva in qual­che modo naturale si traduce in una pretesa di egemonia. Di superiorità. Di eccellenza razziale. Quando pretende di scegliersi i vicini. O di distri­buire patenti di «purezza» etnica. Mario Borghe­zio, ad esempio, ha detto al Parlamento europeo, dove è da anni la punta di diamante della Lega Nord, di avere una spina nel cuore: «L’utopia di Orania, il piccolo fazzoletto di terra prescelto da un pugno di afrikaner come nuova patria indipen­dente dal Sudafrica multirazziale, ormai reso invi­vibile dal razzismo e dalla criminalità dei neri, è un esempio straordinario di amore per la libertà di preservazione dell’identità etnoculturale».

Anche in Europa, ha suggerito, «si potrebbe se­guire l’esempio di questi straordinari figli degli antichi coloni boeri e 'ricolonizzare' i nostri terri­tori ormai invasi da gente di tutte le provenienze, creando isole di libertà e di civiltà con il ritorno integrale ai nostri usi e costumi e alle nostre tradi­zioni, calpestati e cancellati dall’omologazione mondialista. Ho già preso contatti con questi 'co­struttori di libertà' perché il loro sogno di libertà è certo nel cuore di molti, anche in Padania, che come me non si rassegneranno a vivere nel clima alienante e degradato della società multirazziale». La «società multirazziale»? Ma chi l’ha creata, in Sudafrica, la «società multirazziale»? I neri che sono sopravvissuti alla decimazione dei coloniali­sti bianchi e sono tornati da un paio di decenni a governare (parzialmente) quelle che erano da mi­gliaia di anni le loro terre? O i bianchi arrivati nel 1652, cioè poco meno di due millenni più tardi rispetto allo sfondamen­to nella Pianura Padana dei roma­ni che quelli come Borghezio riten­gono ancora oggi degli intrusi colo­nizzatori, al punto che Umberto Bos­si vorrebbe che il «mondo celtico ri­cordasse con un cippo, a Capo Tala­mone » la battaglia che «rese i padani schiavi dei romani»? Niente sintetizza meglio un punto: il razzismo è una que­stione di prospettiva. (...) Non si capiscono i cori negli stadi con­tro i giocatori neri, il dilagare di ostilità e disprezzo su Internet, il risveglio del de­mone antisemita, le spedizioni squadristiche con­tro gli omosessuali, i rimpianti di troppi politici per «i metodi di Hitler», le avanzate in tutta Euro­pa dei partiti xenofobi, le milizie in divisa parana­zista, i pestaggi di disabili, le rivolte veneziane contro gli «zingari» anche se sono veneti da seco­li e fanno di cognome Pavan, gli omicidi di clo­chard bruciati per «ripulire» le città e gli inni im­mondi alla purezza del sangue, se non si parte dall’idea che sta manifestandosi una cosa insie­me nuovissima e vecchissima. Dove l’urlo «Anda­te tutti a ’fanculo: negri, froci, zingari, giudei co!», come capita di leggere sui muri delle città italiane e non solo, è lo spurgo di una società in crisi. Che ha paura di tutto e nel calderone delle sue insicurezze mette insieme tutto: la crisi eco­nomica, i marocchini, i licenziamenti, gli scippi, i banchieri ebrei, i campi rom, gli stupri, le nuove povertà, i negri, i pidocchi e la tubercolosi che «era sparita prima che arrivassero tutti quegli ex­tracomunitari ». Una società dove i più fragili, i più angosciati, e quelli che spudoratamente caval­cano le paure dei più fragili e dei più angosciati, sospirano sognando ognuno la propria Orania. Una meravigliosa Orania ungherese fatta solo di ungheresi, una meravigliosa Orania slovacca fat­ta solo di slovacchi, una meravigliosa Orania fiamminga fatta solo di fiamminghi, una meravi­gliosa Orania padana fatta solo di padani.

Ma che cos’è, Orania? È una specie di repubbli­china privata fondata nel 1990, mentre Nelson Mandela usciva dalla galera in cui era stato caccia­to oltre un quarto di secolo prima, da un po’ di famiglie boere che non volevano saperne di vive­re nella società che si sarebbe affermata dopo la caduta dell’apartheid. Niente più panchine nei parchi vietate ai neri, niente più cinema vietati ai neri, niente più autobus vietati ai neri, nien­te più ascensori vietati ai neri e così via. (...) «Il genocidio dei boeri»: tito­lano oggi molti siti olandesi de­nunciando le aggressioni ai bianchi da parte di bande crimi­nali di colore gonfie di odio raz­ziale che da Durban a Johanne­sburg sono responsabili dal 1994 al 2009, secondo il quoti­diano «Reformatorisch Dag­blad », di oltre tremila omicidi. Il grande paradosso sudafrica­no, quello che mostra come la bestia razzista possa presentar­si sotto mille forme, è qui. I boe­ri, protagonisti di tante brutali­tà contro le popolazioni indige­ne e oggi vittime di troppe ven­dette, sono gli stessi boeri che furono vittime del primo vero genocidio del XX secolo. Perpe­trato dagli inglesi che volevano liberarsi di quei bianchi africa­ni nati da un miscuglio di olan­desi, francesi, tedeschi... (...) È tutto, la memoria: tutto. È impossibile parlare del razzismo di oggi se non si ricorda il razzi­smo di ieri. Sull’uno e sull’altro fronte. Non puoi raccontare gli assalti ai campi rom se non ricordi secoli di po­grom, massacri ed editti da Genova allo Jutland, dove l’11 novembre 1835 organizzarono addirittu­ra, come si trattasse di fagiani, una grande caccia al gitano. Caccia che, come scrivono Donald Kenri­ck e Grattan Puxon ne Il destino degli zingari, «fruttò complessivamente un 'carniere' di oltre duecentosessanta uomini, donne e bambini». Non puoi raccontare della ripresa di un crescente odio antiebraico, spesso mascherato da critica al governo israeliano (critica, questa sì, legittima) senza ricordare quanto disse Primo Levi in una lontana intervista al «Manifesto»: «L’antisemiti­smo è un Proteo». Può assumere come Proteo una forma o un’altra, ma alla fine si ripresenta. E va riconosciuto sotto le sue nuove spoglie. Così co­m’è impossibile capire il razzismo se non si ricor­da che ci sono tanti razzismi. Anche tra bianchi e bianchi, tra neri e neri, tra gialli e gialli...

Gian Antonio Stella
Corriere della sera 25 novembre 2009

Smemorie finiane. Divorzio e memoria. Rileggere Dino Grandi per capire certe passioni da divorzio breve. Rileggere Claretta sulla razza

La prima: da tempo alcuni
parlamentari che furono di An si
battono per il divorzio breve. Tra costoro
Maria Ida Germontani, i cui disegni di
legge sono applauditi dall’associazione
radicale per il divorzio breve. I dati sono
questi: i divorzi crescono ogni anno e con
essi le problematiche connesse
all’equilibrato sviluppo psicologico di
figli che possiedono un solo o più di due
genitori. Quanto a quest’ultimi, secondo il
presidente nazionale dell’Ami,
l’associazione matrimonialisti italiani,
“ogni anno in Italia si separano circa 160
mila persone e centomila sono i nuovi
divorziati. “E’ un fenomeno che riguarda
per lo più operai, impiegati ed insegnanti.
Le separazioni e i divorzi, dati gli
obblighi economici e le spese che
determinano, trasformano questi
lavoratori in veri e propri ‘clochard’”
Secondo l’Ami il 25 per cento degli ospiti
delle mense dei poveri sono separati e
divorziate. Nell’80 per cento dei casi si
tratta di padri separati, obbligati a
mantenere moglie e figli e senza più
risorse per sopravvivere. Molti di questi
dormono in auto e i più fortunati (circa
500 mila) sono tornati nelle loro famiglie
d’origine (fonte Apcom).
Di fronte a questo disastro non sarebbe
meglio, piuttosto che facilitare ancora il
divorzio, puntare su una rinascita del
senso della famiglia, che renda
quantomeno meno frequenti certi
drammi umani? In verità le battaglie
della Germontani rammentano quanto
racconta il vaticanista Benny Lai nel suo
“Il mio Vaticano” (Rubbettino).
All’indomani della consultazione
referendaria sul divorzio del 1974, l’ex
ministro degli Esteri e Guardasigilli
fascista Dino Grandi espresse a Benny
Lai la sua soddisfazione per l’esito,
spiegandogli che si era giunti finalmente
a quello che anche lui e Mussolini
avrebbero voluto, tanti anni prima:
“Mussolini pretendeva che la Santa Sede,
la quale aveva rafforzato la sua stretta
neutralità dopo l’intervento dell’Italia in
guerra, si schierasse a favore delle
potenze dell’Asse. A sua volta Hitler
insisteva, con la sua nota stupidità, che
l’Italia rompesse con la Santa Sede. A
quel tempo… toccava a me provvedere
alla redazione del nuovo codice civile.
Ebbene, ricevetti ordini perentori da
Mussolini di stendere gli articoli relativi
al matrimonio in modo che fossero in
contrasto all’articolo 34 del concordato…
Allora mi ribellai, mi ribellai per ragioni
tattiche”, così che alla fine Mussolini
disse: “Questi preti mi hanno fregato.
Forse tu hai ragione (a dire che non è
questo il momento opportuno, ndr) ma la
prima cosa che farò dopo la guerra sarà
la denuncia del concordato”.
Seconda riflessione: non molto tempo
fa Gianfranco Fini ebbe a spiegare che la
chiesa non aveva fatto abbastanza contro
le leggi razziali del 1938. Un’accusa
singolare. Ancora più singolare vista
l’idea di Fini, ripetuta più volte, sulla
necessità che la chiesa non invada spazi
che non le appartengono. Recentemente
è uscito il diario di Claretta Petacci,
“Mussolini segreto”, a cura di Mauro
Suttora (Rizzoli). Ne consiglio la lettura al
presidente della Camera. Potrà trovarci
ad esempio queste frasi: “8 ottobre 1938.
Mussolini è indignato con Pio XI, che ha
dichiarato ‘spiritualmente siamo tutti
semiti’ e chiede di riconoscere la validità
dei matrimoni religiosi misti tra ebrei e
cattolici. ‘Tu non sai il male che fa questo
Papa alla chiesa. Mai Papa fu tanto
nefasto alla religione come questo. Ci
sono cattolici profondi che lo ripudiano.
Ha perduto quasi tutto il mondo. La
Germania completamente… E lui fa cose
indegne. Come quella di dire che noi
siamo simili ai semiti. Come, li abbiamo
combattuti per secoli, li odiamo, e siamo
come loro. Abbiamo lo stesso sangue! Ah!
Credi, è nefasto’. ‘Adesso sta facendo una
campagna contraria per questa cosa dei
matrimoni. Vorrei vedere che un italiano
si sposasse con un negro… Lui dia pure il
permesso, io non darò mai il consenso…
Ha scontentato tutti i cattolici, fa discorsi
cattivi e sciocchi. Quello dice:
‘Compiangere gli ebrei’, e dice: ‘Io mi
sento simile a loro’… E’ il colmo’”. 10
novembre 1938. Il governo approva il
decreto legge sulla razza che entrerà in
vigore una settimana dopo. Benito ne
parla a Claretta: “‘Oggi abbiamo trattato
la questione degli ebrei. Certamente sua
santità solleverà delle proteste, perché
non riconosceremo i matrimoni misti. Se
la Chiesa vorrà farne, faccia pure’”.
“16 novembre 1938. Nuovo sfogo contro
Pio XI. ‘Ah no! Qui il Vaticano vuole la
rottura. Ed io romperò, se continuano
così. Troncherò ogni rapporto, torno
indietro, distruggo il patto. Sono dei
miserabili ipocriti. Ho proibito i
matrimoni misti, e il Papa mi chiede di
far sposare un italiano con una negra’”.
Per la storia: il Mussolini socialista,
prima di divenire il duce, spiegava che la
chiesa era contro la scienza: scrisse
infiniti articoli su Galilei e Giordano
Bruno, e si dilettò nel confermare il
materialismo di Marx alla luce di Darwin
in un articolo intitolato “Centenario
darwiniano”. Si riteneva molto
scientifico. Infatti volle che il Manifesto
della Razza del 1938 avesse il crisma
della scienza: fu firmato non dai
“pipistrelli” che hanno paura della
scienza, dalle “pallide ombre del
medioevo”, come il giovane Benito
chiamava i sacerdoti, ma da dieci
scienziati-scientisti, tra i più “in”
dell’epoca: antropologi, medici e zoologi.

Francesco Agnoli

Il Foglio 28 gennaio 2010

E gli africani dissero: «Per favore, non aiutateci più!»

Il Fatto Quotidiano, mercoledì 13 gennaio
Sui fattacci di Rosarno anche la stampa più bieca e razzista
è stata costretta a prendere le parti degli immigrati
(«Hanno ragione i negri», ha titolato il Giornale, 9/1),
sfruttati fino all’osso per i famosi lavori che «gli italiani
non vogliono più fare», costretti a vivere in case di cartone
e, come se non bastasse, presi anche a pallettoni.
Ed è assolutamente ipocrita chiamarli “neri”, in linguaggio
politically correct, come fa la sinistra se poi li si
tratta da “negri” che è il senso ironico del titolo di Feltri.
Quando però si analizzano le cause di queste migrazioni
ormai bibliche, che portano a situazioni tipo Rosarno
in Europa e negli Stati Uniti, la stampa occidentale
resta sempre, e non innocentemente, in superficie. Si
dice che costoro sono attratti dalle bellurie del nostro
modello di sviluppo. Ora, non c’è immigrato che non possegga
almeno un cellulare e che non sia in grado di avvertire
chi è rimasto a casa di che «lacrime grondi e di
che sangue» questo modello, per tutti e in particolare per
chi, come l’immigrato, è l’ultima ruota del carro.
Si dice allora che costoro sono costretti a venire qui a
fare una vita da schiavi a causa della povertà e della fame
che strazia i loro Paesi. E questo è vero. Ma non si
spiega come mai queste migrazioni di massa sono cominciate
solo da qualche decennio e vanno aumentando
in modo esponenziale. In fondo le navi esistevano anche
prima e pure i gommoni. Il fatto che gli immigrati di Rosarno
siano prevalentemente provenienti dall’Africa nera
ci dà l’opportunità di spiegarlo.
L’opinione pubblica occidentale, anche a causa della
disinformazione sistematica dei suoi media, è convinta
che la fame in Africa sia endemica, che esista da sempre.
Non è così. Ai primi del Novecento l’Africa nera era alimentarmente
autosufficiente. Lo era ancora, in buona sostanza
(al 98%), nel 1961. Ma da quando ha cominciato ad
essere aggredita dalla pervasività del modello di sviluppo
industriale alla ricerca di sempre nuovi mercati, per
quanto poveri, perché i suoi sono saturi, la situazione è
precipitata. L’autosufficienza è scesa all’89% nel 1971, al
78% nel 1978. Per sapere quello che è successo dopo non
sono necessarie le statistiche, basta guardare le drammatiche
immagini che ci giungono dal Continente Nero o
anche osservare a cosa siano disposti i neri africani, Rosarno
docet, pur di venir via.
Cos’è successo? L’integrazione nel mercato mondiale
ha distrutto le economie di sussistenza (autoproduzione
e autoconsumo) su cui quelle popolazioni avevano vissuto,
e a volte prosperato, per secoli e millenni, oltre al tessuto
sociale che teneva in equilibrio quel mondo (come è
avvenuto in Europa agli albori della Rivoluzione industriale
quando il regime parlamentare di Cromwell, preludio
della democrazia, decretò la fine del regime dei
“campi aperti” (open fields), cosa a cui le case regnanti
dei Tudor e degli Stuart si erano opposte per un secolo e
mezzo, buttando così milioni di contadini alla fame pronti
per andare a farsi massacrare nelle filande e nelle fabbriche
così ben descritte da Marx ed Engels).
Oggi, nell’integrazione mondiale del mercato, nella globalizzazione,
i Paesi africani esportano qualcosa ma queste
esportazioni sono ben lontane dal colmare il deficit
alimentare che si è venuto così a creare. E quindi la fame.
Senza per questo volerlo giustificare, il colonialismo
classico è stato molto meno devastante dell’attuale colonialismo
economico. Fra i due c’è una differenza sostanziale,
di qualità. Il colonialismo classico si limitava a conquistare
territori e a rapinare materie prime di cui spesso
gli indigeni non sapevano che farsi, ma poiché le due
comunità rimanevano separate e distinte poco cambiava
per i colonizzati che, a parte il fatto di avere sulla testa
quegli stronzi, continuavano a vivere come avevano sempre
vissuto, secondo la loro storia, tradizioni, costumi, socialità,
economia.
Il colonialismo economico, invece, ha bisogno di conquistare
mercati e per farlo deve omologare le popolazioni
africane (come del resto le altre del cosiddetto Terzo
Mondo) alla nostra way of life, ai nostri costumi, possibilmente
anche alle nostre istituzioni (la creazione dello
Stato, per soprammercato democratico o fintamente
democratico, ha avuto un impatto disgregante sulle società
tribali), per piegarle ai nostri consumi. In Africa si
vedono neri con i RayBan (con quegli occhi!) e il cellulare,
che costano niente, ma manca il cibo. Perché il cibo
non va dove ce n’è bisogno, va dove c’è il denaro per comprarlo.
Va ai maiali dei ricchi americani e, in generale,
al bestiame dei Paesi industrializzati, se è vero che il 66%
della produzione mondiale di cereali è destinato alla alimentazione
degli animali dei Paesi ricchi (dato Fao).
E adesso ci si è messa anche la Cina, new entry in questo
gioco assassino, che compra, con la complicità dei governanti
corrotti, intere regioni dell’Africa nera la cui
produzione, alimentare e non, non va ai locali, sfruttati
peggio degli immigrati di Rosarno, ma finisce a Pechino
e dintorni.
Ma l’invasione del modello di sviluppo egemone ha anche
ulteriori conseguenze, quasi altrettanto gravi della
fame. Sradicati, resi eccentrici rispetto alla propria stessa
cultura che è finita nell’angolo, scontano una pesantissima
perdita di identità. A ciò si devono le feroci guerre
intertribali cui abbiamo assistito, con ipocrita orrore,
negli ultimi decenni. Perché le guerre in Africa, sia pur
con le ovvie eccezioni di una storia millenaria, avevano
sempre avuto una parte minoritaria rispetto alla composizione
pacifica fra le sue mille etnie (J.Reader, Africa,
Mondadori, 2001).
E così fra fame, miseria, guerre, sradicamento, distruzione
del loro habitat, costretti a vivere con i materiali di
risulta del mondo industrializzato (si vada a Lagos, a Nairobi
o in qualsiasi altra capitale africana) i neri migrano
verso il centro dell’Impero cercandovi una vita migliore.
O semplicemente una vita.
E i nostri “aiuti”, anche quando non sono pelosi, non
solo non sono riusciti a tamponare il fenomeno della fame
e della miseria, in Africa e altrove, come è emerso
dal recente vertice della Fao tenuto a Roma, ma l’hanno
aggravato perché tendono ad integrare ulteriormente
le popolazioni del Terzo Mondo nel mercato unico
mondiale, stringendo così ancor di più il cappio intorno
al loro collo.
Alcuni Paesi e intellettuali del Terzo Mondo lo avevano
capito per tempo. Una ventina di anni fa, in contemporanea
con una delle periodiche riunioni del G7 (allora
c’era ancora il G7), i sette Paesi più poveri del mondo,
con alla testa l’africano Benin, organizzarono un polemico
controsummit al grido: «Per favore non aiutateci più!».
Ma non vennero ascoltati.
Massimo Fini

SEI NERO? ALLORA TI LINCIO Rosarno prima della rivolta: la caccia all’immigrato è praticata soprattutto dai ragazzi. Che fanno a gara a chi ne prende

La sezione è ancora quella
del Pci. Uno stanzone con
materiale vario accatastato
in fondo, vicino alla
porta, dall’altro lato un
vecchio tavolo, alla sua sinistra
una bandiera del Pci, dispiegata,
e a destra una televisione. Davanti
alla televisione, o meglio sotto, ché la
televisione è poggiata su un ripiano a
due metri da terra, è seduto un vecchio
iscritto al partito. Gli siedo accanto, ai
piedi una stufetta elettrica, e lui smette
di guardare la tv, ci mettiamo a parlare,
e mi racconta di quando il suo
maestro se ne andò a Varese: lui aveva
quattordici anni, il maestro gli lasciò la
forgia, e il compito di provvedere alla
clientela contadina della zona, e di fare
falci, zappe e roncole per tutti.
La casa del popolo di Rosarno è intitolata
a Peppe Valarioti, che ne era
segretario nel 1980, quando fu ammazzato
dalla ’ndrangheta. A cinquanta
metri c’è anche una piazza dedicata a
lui: non lontano un paio d’anni fa hanno
ucciso un ucraino che ripartiva per
il suo paese con un pulmino, come d’uso
i suoi connazionali gli avevano affidato
i soldi da portare alle famiglie, i
soldi guadagnati nelle campagne raccogliendo
arance e mandarini, conviene
mandarli con il pulmino perché la
commissione della Western Union è
più alta e il pulmino i soldi li porta direttamente
a casa, ma le voci corrono,
e in questa zona sono velocissime, al
punto che le cose qui si sanno prima
che accadano, così hanno aspettato
che facesse buio e che l’ucraino stesse
per partire.
Dev’essere andata che gli si sono
presentati davanti con una pistola e
lui ha fatto resistenza, così la pistola
ha declinato il suo verbo e lui è caduto
al suolo, accanto al nome di Peppe
Valarioti, crepato anche lui per una pistola
mafiosa, in un ristorante, accanto
al suo compagno sindaco Peppino
Lavorato, che per festeggiarlo, la notte
di Capodanno dopo il suo insediamento,
gli avevano regalato una pioggia di
fuoco, cinquantanove attentati in una
notte, fucili mitragliatori che sparavano
contro le serrande dei negozi, contro
i vetri del comune, contro i portoni
delle case, e poi il botto finale, con
Peppe Valarioti, giovane intellettuale,
crepatogli in faccia, al tavolo di un ristorante,
un’altra pietanza da offrire
sull’altare del sacrificio. «Io ho paura»,
mi dice Giuseppe (c’è un’eccedenza di
Giuseppi qui, almeno nei nomi la tradizione
ancora resta). «Ho paura perché
non sono da solo, perché c’è la mia
famiglia con me. Un giorno davanti alla
sezione hanno appeso delle teste di
vitello mozzate, e qui il senso di queste
cose ce l’abbiamo chiaro».
Quando hanno ucciso Valarioti la
gente aveva paura anche di pensare.
C’erano trecentocinquanta iscritti alla
sezione, allora, dopo l’omicidio in questo
stanzone erano in quattro. Uno di
loro era il vecchio compagno che guarda
la televisione, il vecchio compagno
che tutti chiamano “Mastro Melo”.
«Avevo quattordici anni», dice Mastro
Melo. «Non un mese in più, non un
mese in meno. E oggi a quello di
trent’anni, anche di quaranta, lo chiamano
“’u figghiolu”. Ma quale figghiolu,
figghiolu ero io a quattordici anni,
quello a trent’anni è vecchio! Oggi c’è
corruzione. Non mi piace affatto».
Rosarno, dove la famiglia Pesce,
che è la cosca più potente del luogo,
ha fatto pure l’impianto di condizionamento
in chiesa, comincia da qui, dalla
casa del popolo Peppe Valarioti, e
proprio dietro l’angolo, affacciato su
piazza Valarioti, c’è l’ambulatorio di
Medici senza frontiere, dove forse era
andato a farsi visitare anche l’ucraino
ammazzato lì vicino. «Quelli di Msf,
prima, stavano nel palazzo dell’Azienda
sanitaria locale, ma poi li hanno
cacciati. La cittadinanza non li vuole
qui», dicevano. «Hanno paura per l’igiene,
le mamme vengono con i bambini
e si trovano tutti questi neri, non
è igienico, loro hanno paura, giustamente
hanno paura». La paura è reciproca,
signora mia. Solo che per i neri
è elevata alla milionesima potenza.
Lo sport più praticato dai giovani di
Rosarno è la caccia al nero. Dove “nero”
non designa un subsahariano, ma
indica indistintamente - senza discriminazione
- un africano: di pelle scura
o chiara è lo stesso. Il lunedì mattina,
sugli autobus che portano a scuola, i
ragazzi si fanno il reportage dei rispettivi
pestaggi, sono motivi di vanto, di
onore; a misurare il valore il numero
delle croci sul petto. Ci sono tecniche,
per linciare un nero. Anzitutto, evidentemente,
essere in gruppo. Poi appostarsi
nei luoghi strategici, dove sei obbligato
a passare se vuoi andare da un
punto all’altro del paese. Luoghi come
via Carrara, via Roma, via Convento. Su
via Convento, per esempio, c’è un muraglione
da dove si ha a portata di sasso
chiunque passi di sotto. Ma anche
sul corso (il corso, nei paesi come Rosarno,
non ha un nome: è il corso e basta)
- ci sono i presìdi, si aspetta che
passi un nero per dargli la caccia.
«Appena due mattine fa», dice Antonino
(ha i capelli alle spalle, un maglione
colorato, un giubbotto di pelle
scamosciato - «Pure io quando cammino,
mi sento dire “drogato, frocio, come
sei combinato...”»), «un ragazzino
maghrebino correva, terrorizzato, lo
rincorrevano in tre, con delle verghe
in mano, l’ho fatto salire in macchina e
l’ho portato via. E lo stesso ha fatto
qualche tempo prima Giuseppe con un
ragazzo algerino, a inseguirlo erano
dei ragazzi più giovani di lui, avranno
avuto dodici o tredici anni».
«Io, quando li vedo passare, mi metto
sul ciglio della strada, e lancio un
sasso in aria, un bel sasso grosso, così
gli faccio vedere che non ho paura, che
sono pronto a reagire». Così mi dice
Michael James, liberiano, quello che
ho incontrato all’ex zuccherificio di
Rignano, vicino a Foggia, dove raccoglieva
i pomodori, e che incontro di
nuovo all’ex cartiera di via Spinoza, un
posto che il miglior scenografo hollywoodiano
saprebbe difficilmente restituire
in tutto il suo scenario apocalittico,
entri e ti trovi in mezzo a una
cortina di fumo, e l’abbaglio di fuochi
in mezzo a questo lucore tagliato da fasci
di luce che entrano dalle feritoie
del tetto coperte da plastica gialla ondulata,
come se fosse una cattedrale
della desolazione, questa è la vera,
realissima waste land che nessuno
spettacolo illumina, fuochi per cucinare
accanto alle baracche di assi di legno
inchiodate, con pareti di cartone e
plastica e ancora cartoni a far da tetto,
fissati da scarpe, sassi e stivali. Cumuli
di terra. Rifiuti. Ethernit. Detriti. Laterizi.
Sul grande muro in fondo al capannone
ci sono scritte, e numeri di telefono.
Tra le scritte: «Procrastination
is a thief of time», «By Goding King,
Prisoner of conscience mess».
A giugno dell’anno scorso sono entrati
nella cartiera, hanno bruciato le
baracche, le fiamme sono arrivate fino
al tetto. Un’altra volta dei ragazzini,
“bad guys”, a detta dei ragazzi della
cartiera, sono entrati in macchina nel
cortile. «Ve ne dovete andare», hanno
gridato, agitando le pistole, e anche stavolta
le pistole hanno declinato il loro
verbo ad altezza d’uomo, nessuno però
stavolta è caduto sui detriti. E se qualcuno
fosse caduto, si sarebbe trattato di
un regolamento di conti tra questa gente
clandestina, e dunque portatrice di
colpa, gente che la propria innocenza
deve sempre e solo dimostrarla.
Come è successo quando hanno fatto
in piazza la festa per la fine del Ramadan,
un vero e proprio gesto politico,
un gesto forte, una manifestazione
d’esistenza. A notte se ne sono andati
a gruppetti, per non restare soli, ma
qualcuno è stato costretto a fare un
tratto di strada da solo, gli pareva che
non ci fosse nessuno alle spalle, e invece
sono sbucati all'improvviso, loro
sì davvero uomini neri, gli si sono parati
davanti e gli hanno detto: «Negro
di merda devi andartene di qua», e giù
botte, il ragazzo (anche lui un nero di
quelli chiari) è rimasto a terra, il viso
coperto di sangue, qualcuno ha chiamato
la polizia, e la polizia al nero
chiaro gli ha detto: «Ma tu che ci facevi
in giro a quest’ora?».
Il terzo giorno d’ospedale, appena
ha avuto un po’ di forze per alzarsi dal
letto, il ragazzo è scappato. Perché il
clandestino, per la legge, è lui.
Mi inoltro nella cartiera, cammino
tra le baracche. Luogo di
fantasmi. Fantasmi
realissimi, però. Che
stanno attorno a un
fuoco e si cucinano
un pezzo di carne. È
tarda mattinata, e oggi
non si lavora, perché
fino a poco fa
pioveva. Mi avvicino
al fuoco, per
scaldarmi. Un
ragazzo mi saluta,
ci presentiamo.
Lui si chiama Charles,
è liberiano. È arrivato
l’anno scorso
con il barcone, non
parla ancora italiano.
Qui aveva
degli amici. I
suoi venticinque
euro a
giornata, a cui
vanno sottratti
i due e cinquanta
da dare all’autista
del pulmino, non riesce a guadagnarseli
tutti i giorni. A volte sono solo tre
giorni in una settimana, a volte cinque.
Dice di non volerci tornare in Liberia,
in Italia ormai si sta ambientando, ha
da lavorare. Finita la raccolta delle
arance, tornerà a Castelvolturno, nel
Casertano, dove fa base. E dove ogni
tanto riesce pure a trovare qualcosa da
fare, nella campagna. Il suo amico che
sta cuocendo la carne, invece, è togolese,
è qui da un anno e mezzo, e anche
lui fa base a Castelvolturno. [...]
Qualche settimana fa nella cartiera
c’era anche Philip, un ragazzo ghanese.
Me lo racconta Antonino. Al Nord
aveva avuto problemi con lo spaccio,
mentre qui lavorava nei campi.
Stava andando dal padrone a riscuotere
la paga, lo accompagnava un
amico in macchina. Un trattore esce
da una stradina laterale d’improvviso
e colpisce l’auto, che resta danneggiata.
Che facciamo adesso? Il signore del
trattore sembra disponibile, venite
cinquanta metri più avanti, lì sulla destra
c’è la mia campagna, ci fermiamo
e parliamo. Ma all’ingresso del fondo,
quello prende un badile e li colpisce
sulla testa. L’amico riesce a scappare,
Philip resta tramortito a terra, sul bordo
della strada, finché una macchina
passa e, guardandosi bene dallo scendere
per aiutarlo vedendolo tutto sanguinante
con uno squarcio sulla testa,
chiama la polizia. Un’ambulanza lo
porta in ospedale, dove gli danno dei
punti di sutura, e insieme la polizia gli
consegna il foglio dell’espulsione.
Philip non ha voluto far denuncia,
per paura di quello che l’aveva picchiato.
Non si sentiva protetto per farlo,
né sentiva di avere qualche chance
per ottenere giustizia. Del resto la polizia
non aveva proceduto nemmeno
alla denuncia d’ufficio. La polizia, dagli
abitanti della cartiera, si era fatta
conoscere nel gennaio 2006 arrivando
con le camionette, facendo uscire tutti
e disponendoli in fila sul ciglio
della strada. Trattati con i
guanti, nel senso che tutti i
poliziotti avevano i guantini
da infermieri, come gli
appestati. Quando all’indomani
del blitz Antonino
era entrato nella cartiera,
aveva incontrato
chi aveva la macchina
spaccata e gli erano state
portate via le chiavi, chi
diceva che i poliziotti gli
avevano preso le borse
con dentro telefonino e
documenti, chi diceva
che gli avevano preso
cento euro. Tutto era
stato sfondato: le baracche
dove dormivano,
le porte del bagno,
un televisore con la parabola
come unica ricchezza,
i due piccoli
chioschi interni al
luogo, e anche le
stanze dove si
esercitava la prostituzione.
Perché questi
sono come eserciti di uomini, e come
in tutti gli eserciti di uomini non manca
mai il battaglione delle donne che
vendono piacere.
La cartiera non è l’unico luogo abitato
da questi braccianti. Ce ne sono
almeno altri cinque. L’ex fabbrica della
Rognetta, il ponte dei maghrebini, il
ponte dei neri, il casolare della Fabiana,
il casolare in collina dei senegalesi.
Ci vado con Antonino e Giuseppe,
che distribuiscono vestiti. Se alla cartiera
ci sono solo subsahariani, alla
Rognetta ci sono anche egiziani, marocchini,
tunisini. Mi fermo a parlare
con un egiziano di Alessandria che è
stato due anni e mezzo a Milano, abitando
in un appartamento con molti
amici in zona Loreto, facendo il carpentiere.
Dopo l’obbligo del cartellino
voluto dal decreto Bersani ha avuto
grosse difficoltà per lavorare, finché è
stato trovato in metropolitana, dove oltre
alla multa gli hanno dato il foglio
di via. Così ha deciso di scendere. Solo
che se lavorando tanto a Milano, con
il padrone che aveva, riusciva a guadagnare
anche centoventi euro al giorno,
adesso non supera i venticinque. E
in Egitto ha una moglie e due figli da
mantenere.
Alla Fabiana c’è un casolare isolato
dove ci stanno dei regolari. Lui si chiama
Michael, è del Burkina Faso dove
ha moglie e tre figli, e quando gli nomino
Marcella della Campagna Tre Titoli
si stupisce: «Come fai a conoscerla?
». Poi condividiamo anche un altro
nome - onorato non solo dai burkinabé:
quello del presidente Thomas
Sankara, rivoluzionario e martire.
Ci sono quelli più fortunati che stanno
in affitto, per la maggior parte dell’Europa
dell’Est, otto per stanza, anche
cento euro a persona. Una manna per i
padroni di casa di qui, dove gli affitti
sono molto bassi. Gli europei dell’Est
tendono spesso a risiedere sul territorio
per tutto l’anno, un po’ meno i maghrebini:
negli ultimi tempi sono rimasti
in meno ad abitare in queste zone, e
qualcuno dice che dietro al decremento
ci sia la mano della ’ndrangheta. Si
tratta di due tipi di migrazioni differenti,
del resto: la maggior parte degli
europei dell’Est viene con la famiglia,
le donne cercano posto come badanti,
ma lavorano anche nella raccolta (non
solo arance, ma anche fragole nelle serre
di Lamezia, o cipolle a Tropea); i maghrebini,
le cui case si riempiono a rotazione,
per far festa con tè alla menta,
violino e tamburello, invece sono giovani
soli. I subsahariani, poi, sono legati
al circuito della stagionalità, e arrivano
a Rosarno tra ottobre e novembre.
Come Michael, come Charles.
Rosarno veniva chiamata “Americanicchia”,
una volta, quando i braccianti
della Jonica ci andavano a lavorare,
e i grandi commercianti amalfitani e
napoletani aprivano negozi, empori.
Oggi la ’ndrangheta si è mangiata tutto,
si sta comprando le terre stabilendo i
prezzi con minacce e intimidazioni, il
mercato delle arance e dei mandarini
è in mano a un oligopolio criminale, le
cooperative dei produttori a cui i singoli
agricoltori devono rivolgersi sono
legate alle mafie, e sono loro a gestire
il denaro dell’integrazione dell’Ue il
cui sostegno non era indirizzato alle
strutture o alla qualità del prodotto,
ma al prezzo: questo ha favorito truffe
organizzate su vasta scala (le cosiddette
“arance di carta”). Così, si trovano
agrumeti ovunque, a Rosarno, anche
laddove dovrebbero esserci gli alvei di
fiume, riempiti apposta per strappare
incentivi europei.
Come mi racconta Peppino Lavorato,
l’ex sindaco che era al ristorante
con Valarioti quando venne ucciso, i
nuovi agrari, soppiantando i baroni,
sono diventate le cosche, che si sono
arricchite con il traffico di droga e di
armi, e hanno fatto investimenti in attività
immobiliari al Nord sia d’Italia
sia d’Europa. Gli investigatori stimano
che l’ottanta per cento della cocaina
d’Europa arriva dalla Colombia attraverso
il porto di Gioia Tauro, insieme
a consegne di kalashnikov e uzi, e il
commercio è controllato dal centinaio
di famiglie delle cosche.
I capitali accumulati, poi, vengono
reinvestiti. Immobiliare e finanza innanzitutto.
Ma anche gli anelli più bassi
della catena mafiosa riescono a reinvestire:
don Giuseppe Demasi, referente
dell’associazione Libera in questa
zona, mi racconta, quando lo vado a
trovare a Polistena nella sua canonica,
che molte persone legate alla ’ndrangheta
e che lavorano nell’edilizia si sono
spostate al Nord, tra Reggio Emilia
e Modena, una zona piena di affiliati.
Hanno un piccolo capitale accumulato
che reinvestono in quel modo, utilizzando
manodopera e distribuendo lavoro,
e possono farlo in territori dove
godono di una sostanziale anonimità.
I migranti sono l’anello debole di
questa catena: è anzitutto su di loro
che si riversa la crisi generalizzata
prodotta sul territorio dall’egemonia
criminale (che ovviamente non esita a
usarli al gradino più basso della catena,
per spaccio o prostituzione). Un latifondista
ha raccontato a don Giuseppe
che la ’ndrangheta stabilisce anche
la paga giornaliera dei migranti, che
impone una sorta di calmiere: «Tu non
puoi dare più di questi soldi», dice all’agricoltore.
La crisi generale del settore
ha aumentato la concorrenza sul
mercato del lavoro per i braccianti immigrati,
dell’Est Europa o africani. I
subsahariani - i neri più neri - sono
quelli che ci hanno rimesso di più, e
trovano meno lavoro.
La cifra normale per una giornata di
lavoro è di venticinque euro, ma trattandosi
di clandestini capita più o meno
regolarmente che qualche caporale
non paghi. C’è chi fa parte di una squadra
in maniera continuativa facendo riferimento
a un caporale “compaesano”
e - per la maggior parte - c’è chi cerca
lavoro giorno per giorno, trovandosi
prima dell’alba sulla strada principale
di Rosarno, radunandosi per gruppi
“etnici”: i maghrebini, i rumeni e i bulgari,
i rom (rumeni anche loro, ma a distanza),
i subsahariani. Come Michael.
Sono le cinque di mattina, sul lungoviale.
Davanti all’International Phone
Center c’è un gruppo numeroso di
marocchini. Sono quelli che, per la
pelle chiara, hanno più facilità a trovare
lavoro.
Più avanti un gruppo di Craiova, Romania.
Un signore anziano, con un berretto
tipico, è in Italia con la moglie da
un anno e mezzo: dice che sono in Calabria
da tre mesi ma lavorano poco,
una giornata a settimana per venticinque
euro. Ho già conosciuto diverse
persone di Craiova, e sono rom. Gli
chiedo se anche lui lo è. Risponde con
un sì sottovoce, come se fosse sorpreso
di essere stato scoperto, e in quella voce
che si abbassa risuona la paura. I
suoi connazionali sono a distanza.
Più avanti parlo con un tunisino che
è qui da diciassette anni, ed è regolare.
Dice con orgoglio di gestire una
squadra di sessanta persone. Io do di
più degli altri, dice, trentadue euro al
giorno. I miei sono solo marocchini, tunisini,
algerini - gli altri non mi piacciono.
Ma oggi la mia squadra non lavora
perché piove, per me va bene, allora
vengo a reclutare altri lavoratori.
Incontro anche dei nigeriani, abitano
a Napoli e mi chiedono notizie sulle
leggi sull’immigrazione, vogliono sapere
se una sanatoria la faranno o no.
«Macché nuova legge!» gli rispondo.
I pulmini arrivano, si sale in fretta e
in fretta si riparte. La donna che sta
seduta davanti è rumena, ma ha l’accento
napoletano. «Che cazzo guardi
guaglio’?». Sul parabrezza una busta di
pane e il giornale Business. Sui sedili
di dietro, giovanissimi maghrebini.
Sono clandestini, senza di loro le
arance resterebbero sugli alberi. Di
loro hanno bisogno i padri nei campi,
ma di loro hanno bisogno anche i figli
per prenderli a sassate, che nelle loro
figure espiatorie trovano il bersaglio
ideale della loro cultura modellata
dalla mafiosità, che di sacrifici si nutre,
come Peppe Valarioti sacrificato
su un tavolo di ristorante, quella mafiosità
che fa cultura, che sempre più
spesso fa rispondere alla domanda
«Cosa vuoi fare da grande?», «Il boss».

Marco Rovelli
(da Servi - Il paese sommerso dei clandestini
al lavoro, Feltrinelli 2009

Questo razzismo figlio di Satana. L'allora Card. Ratzinger: gli immigrati danno fastidio al benessere. La Chiesa deve educare ad aprire i cuori

Il nostro dovere e' aiutare questa gente a tornare in patria e a costruire li' una vita degna. Questa dev'essere la prospettiva. Ma oggi, in attesa di questo rientro, bisogna offrire loro accoglienza... E non vogliamo essere "disturbati". Manca questa capacita' di dividere con l'altro, di accettarlo, di aiutarlo. E' una cosa che difficilmente l'uomo impara. Credo che l'autodifesa di un certo egoismo contro la presenza di fattori che disturbano il ritmo quotidiano della vita sia profondamente innata nell'uomo. E che abbiamo bisogno di una educazione permanente al superamento dell'egoismo per essere preparati a casi come questo.... Ripeto: e' molto naturale avere come prima reazione la difesa della propria normalita' di vita. Ci vuole pazienza. E' un grande mandato per la Chiesa: educare le persone ad aprire i cuori.... Ecco. Ma in realta' c'e' una forza distruttiva che esiste, opera ed e' molto evidente. E si esprime anche attraverso questa frammentazione... Certo delle mancanze ci devono essere state. Questi tre anni di preparazione all'Anno Santo servono anche, secondo la volonta' del Papa, a un esame di coscienza: perche' siamo cosi' incapaci di rispondere alla sete del mondo?".


L'INTERVISTA /
Il cardinale che guida la Congregazione per la Dottrina della Fede rilancia la sfida cattolica: "Il crollo del comunismo non conferma la bonta' del capitalismo"
"Questo razzismo figlio di Satana" Ratzinger accusa l'egoismo dell'Italia: gli immigrati danno fastidio al vostro benessere

ROMA - Questa Italia dove una cattolica come Irene Pivetti arriva a dire "ributtiamo in mare gli albanesi" non mette i brividi? Joseph Ratzinger sbatte gli occhi stupefatto: "In mare?" Cosi' ha detto... Silenzio. "Non oso giudicare la signora Pivetti, ho avuto pochi contatti... Ma sarebbe inumano ributtare in mare questo popolo in fuga. Il nostro dovere e' aiutare questa gente a tornare in patria e a costruire li' una vita degna. Questa dev'essere la prospettiva. Ma oggi, in attesa di questo rientro, bisogna offrire loro accoglienza". Il settantenne cardinale bavarese che il Papa ha voluto alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede, quello che fu il Santo Uffizio, sara' anche un "mastino" come dicono, ma di tutto ha voglia meno che di far la guardia, tanto piu' dopo la tragedia di venerdi' ("Un episodio tristissimo"), a un certo egoismo che non gli piace per niente. "Il punto e' che qui ci sara' anche un po' di crisi ma rispetto agli albanesi viviamo in un certo benessere. E non vogliamo essere "disturbati". Manca questa capacita' di dividere con l'altro, di accettarlo, di aiutarlo. E' una cosa che difficilmente l'uomo impara. Credo che l'autodifesa di un certo egoismo contro la presenza di fattori che disturbano il ritmo quotidiano della vita sia profondamente innata nell'uomo. E che abbiamo bisogno di una educazione permanente al superamento dell'egoismo per essere preparati a casi come questo". Quindi e' d'accordo con Cacciari ed altri che dicono: fin che di la' sparano, gli albanesi vanno accolti tutti. "Si'. Dobbiamo accoglierli. Spiegando che appena possibile dovranno ricostruire con l'aiuto internazionale il loro Paese. Ma finche' fuggono davanti a un pericolo immediato di vita...". ... chiudere le frontiere sarebbe un gesto d'egoismo. "Non si puo' fare. Certo, c'e' da distinguere la posizione degli elementi criminali, che poi sono proprio quelli che hanno scatenato questa situazione. Ma chiudere semplicemente le frontiere non si puo". Tornando ai rigurgiti di egoismo... "Sono fenomeni molto umani. Mi ricordo in Germania, dopo la guerra, quando arrivarono milioni di tedeschi espulsi dall'Est. Erano tedeschi come noi, era normale accoglierli. Tuttavia l'ospitalita', nei primi tempi, non fu cosi' generosa. E loro soffrirono, nel vedere questi cuori duri. D'altra parte la mia gente diceva: siamo gia' cosi' poveri...". Ma voi allora eravate alla fame, noi no. "E' vero. Ma la febbre e' la stessa. Ripeto: e' molto naturale avere come prima reazione la difesa della propria normalita' di vita. Ci vuole pazienza. E' un grande mandato per la Chiesa: educare le persone ad aprire i cuori". La pazienza vale solo per le pecorelle del gregge o anche per politici leghisti come il sindaco di Milano che dicono "qui non passera' un solo albanese"?. "Per un tedesco e' difficile entrare nella politica italiana. Ma la politica dev'essere governata da valori e partecipare all'educazione ai valori. Si puo' difendere il patrimonio di un popolo ma non si puo' vivere in un'isola che si separa, oggi poi, dal resto del mondo. Un chiusura del tipo "noi stiamo bene, non vogliamo quelli che stanno male" e', per me, una politica immorale". Bossi va piu' in la', al congresso della Lega ha urlato che il governo vuole portare quindici milioni di immigrati in Padania per snaturare "la razza padana, razza pura, razza eletta". "Sono cose che fanno male. Questa ideologia di una razza pura che non deve essere inquinata da altre e' una malattia del cuore. La razza pura non esiste. La convivenza di diverse provenienze umane da' ricchezza culturale. Questa idea di una razza che si deve difendere mi fa pensare troppo al passato". Da tedesco cresciuto col nazismo sente una ferita in piu'? "Si". Giovanni Paolo II riconduce spesso tutto a un egoismo della ricca societa' occidentale nei confronti di chi non ha. "E' un modello che si riproduce a piramide su diversi livelli. Comincia dall'egoismo tra l'uno e l'altro individuo, poi si allarga tra un Paese e un altro, una regione e un'altra, uno Stato e un altro. Ma e' la stessa struttura che si afferma su diversi livelli e si presenta con argomenti apparentemente, solo apparentemente, ragionevoli". Sbaglio o torniamo alla vostra battaglia contro il mercato, il liberalismo, il profitto come "pensiero unico"? "Certo. Non puo' essere questa la chiave del pensiero. Senno' cadiamo in un materialismo e un egoismo che distruggono la stessa convivenza. E' un capovolgimento. Se i valori materiali diventano dominanti siamo dentro a una cultura inferiore". C'e' chi ogni tanto, come La Malfa l'altro giorno, ribatte: "Mi stupisco che il Papa faccia certi discorsi dopo il crollo del comunismo". "Ma il crollo del comunismo non ha confermato la bonta' del capitalismo in tutte le sue forme. Al contrario, oggi vediamo che anche il capitalismo non risolve i problemi dell'umanita' e che dobbiamo trovare forme nelle quali la liberta' del mercato si combini con il senso di responsabilita' dell'uno verso l'altro. Un'"economia sociale del mercato": questa sarebbe la sfida del post - comunismo. Trovare la sintesi tra liberta' e responsabilita' sociale. Che poi darebbe vita alla vera liberta'. Derivare dal crollo del comunismo che oggi valga solo l'illimitata liberta' del mercato e' un malinteso assoluto. La critica e' sempre la stessa: non dimenticate l'uomo". Non e' che siate in tanti, oggi, a dirlo. "Le forze innate dell'egoismo si esprimono anche in strutture economiche che hanno una grande forza e l'argomento etico e' spesso debole. Non riesce a rompere certi meccanismi. La ricerca di nuovi modelli, per trasformare la pura legge crudele del mercato in una struttura di collaborazione e di condivisione tra ricchi e poveri, comincia pero' a farsi strada anche nel mondo del capitale. Si avverte che cosi' non si puo' andare avanti. In fondo il problema dell'ideologia del mercato e quello degli albanesi sono la stessa cosa. Si sta creando una divisione nell'umanita' che potrebbe essere mortale". C'entra qualcosa, questo egoismo di fine millennio, col millenarismo? "Non mi pare che nelle masse occidentali il millenarismo e la tentazione mitologica siano oggi cosi' forti. Ma certo l'accelerazione della storia, che crea strutture sempre piu' potenti le quali eliminano i posti di lavoro e la centralita' dell'uomo, fa nascere una paura: quale sara' il nostro futuro? Direi che l'uomo comincia ad avere paura di se stesso e del proprio potere che diventa dominante sull'uomo stesso". Umberto Eco, sul tema, tira fuori la patente e dice: "Scade nel 2004, come posso aver paura dell'anno 2000?"... "Felice lui! Ma si', il Duemila in quanto tale non fa paura. E' lo sviluppo incalcolabile che crea la paura". C'e' qualcosa che collega questo egoismo e i suicidi di massa come quello della setta di Marshall Applewhite? "Sono cose un po' diverse. Li' c'era la chiusura in se stesso di un gruppo che si separa da tutto e vive nelle sue promesse e nelle sue visioni fino ad arrivare al parossismo della distruzione di se stesso. Tuttavia...". C'e' un filo che unisce ricchezza, paura, egoismo e sette. "Si'. Da una parte non esistono piu' valori convincenti. Le grandi religioni non sono piu' riconosciute come "casa del mio essere". Dall'altra parte avendo perso una patria spirituale, com'era e dovrebbe essere la Chiesa, le persone non possono vivere senza un'esperienza di speranza ulteriore. E cercano risposte alle grandi domande frantumate in una coscienza che non ha piu' una visione comune di Dio, dei valori, dell'uomo. E' tutto spezzettato in tanti pezzetti. L'"uniformizzazione" del mercato lascia un vuoto spirituale. All'uniformita' materiale corrisponde una totale frantumazione spirituale". Lo dica: secondo lei c'e' lo zampino del Diavolo. (ride) "Ogni credente le dira' di si'. Io non risponderei cosi' di getto perche' e' una risposta che rischia d'apparire mitologica". Le corna, la coda, le orecchie a punta... "Ecco. Ma in realta' c'e' una forza distruttiva che esiste, opera ed e' molto evidente. E si esprime anche attraverso questa frammentazione". Se le sette dilagano, qualcosa avrete sbagliato anche voi. "Certo delle mancanze ci devono essere state. Questi tre anni di preparazione all'Anno Santo servono anche, secondo la volonta' del Papa, a un esame di coscienza: perche' siamo cosi' incapaci di rispondere alla sete del mondo?".

Stella Gian Antonio


(30 marzo 1997) - Corriere della Sera