DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Visualizzazione post con etichetta Austria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Austria. Mostra tutti i post

NOI SIAMO SEXY, LA RIFORMA LIBERAL E’ dall’Austria del caso Groër che prende forma l’agenda progressista sui temi morali

L’area liberal, o se si vuole progressista,
sta ai margini della chiesa. Ha
pochi colloqui con le gerarchie. Anche
se, a onor del vero, cardinali o vescovi a
cui rifarsi e riferirsi ne ha, ma questi faticano
ad ammetterlo esplicitamente. E’
oggi una frangia un po’ borderline, la cui
agenda di riforme nelle scorse ore è stata
messa al centro del dibattito ecclesiale
grazie alla manovra del porporato boemo
a capo della chiesa di Vienna, Christoph
Schönborn. Il cardinale ha elencato
molti dei punti sui quali la chiesa, a
suo dire, dovrebbe ripensarsi e rinnovarsi:
l’organizzazione del potere al proprio
interno ma anche quei problemi che
hanno a che fare più direttamente con la
quotidiana vita di fede. E cioè l’abolizione
dell’obbligo del celibato per i preti e
quindi l’ammissione al sacerdozio dei
laici sposati, donne comprese. Una nuova
visione sulle coppie omosessuali stabili.
La piena accettazione dei divorziati
risposati (con le rispettive nuove famiglie).
Temi sui quali più volte Benedetto
XVI ha espresso pareri contrari e forse
definitivi. E con lui il Vaticano.
“Che sia stato Schönborn a riportare
certe tematiche all’attenzione di tutti non
è un caso” racconta Vittorio Bellavite,
leader della sezione italiana del movimento
Noi siamo chiesa. “Il nostro movimento,
infatti, è nato dalle ceneri del caso
di Hans Hermann Groër, il predecessore
di Schönborn a Vienna. Fu a seguito
delle accuse di pedofilia contro Groër
che a Innsbruck e a Vienna alcuni cattolici
vollero reagire e stilare il celebre
‘Appello dal popolo di Dio’. Appunto
un’agenda per le gerarchie della chiesa
fatta di punti precisi. Un’agenda che ritengo
Schönborn condivida. Altrimenti
non si spiegherebbe perché, pochi giorni
fa, l’arcivescovo di Vienna abbia tenuto
una celebrazione penitenziale in cattedrale
e al suo fianco abbia voluto Hans
Peter Hurka e Martha Heizer, i leader del
nostro movimento in Austria. La celebrazione
era in diretta televisiva. Il gesto di
Schönborn è stato un segnale voluto”.
Dal 1995 a oggi l’Appello è stato firmato
da oltre due milioni e mezzo di persone.
Inizialmente ci fu l’appoggio anche di
molti vescovi austriaci. Poi i presuli vennero
richiamati all’ordine dal Vaticano,
e ritirarono l’adesione. Da quel giorno,
con le gerarchie, almeno in forma ufficiale,
nessun contatto. Dice Bellavite:
“Un’eccezione è stata l’incontro del 2007
con il cardinale Angelo Bagnasco. Il presidente
della Cei ci ha ascoltato ma ci ha
anche detto che la strada della chiesa resta
un’altra rispetto alla nostra”.
L’Austria è sempre stata un terreno fecondo
per un episcopato conciliare con le
istanze del mondo. E per questo motivo è
stato più volte ripreso da Benedetto XVI.
Eppure, ancora oggi, è in Austria che un
certo leitmotiv va avanti. Pochi giorni fa è
stato Paul Iby, vescovo di Eisenstadt nel
Burgenland, a dirsi pubblicamente non
solo per l’abolizione del celibato ma anche
per l’apertura del sacerdozio alle
donne. Dice: “Per i preti sarebbe sicuramente
un sollievo se l’obbligo del celibato
venisse revocato”. E ancora: “Roma è
troppo timorosa, così non si va avanti”.
L’ala progressista chiede cose precise:
il superamento della separazione strutturale
tra chierici e laici per una corresponsabilità
nella chiesa; un aperto confronto
sulla sacra scrittura per raggiungere
la piena partecipazione delle donne
ai ministeri ecclesiali; la possibilità per
le singole comunità di celebrare l’eucaristia
e animare la propria fede in una
pluralità non delimitata da regole e canoni
storicamente condizionati; i preti
devono essere lasciati liberi di aderire al
celibato o meno; i divorziati devono poter
accedere all’eucaristia; nel campo
della regolazione delle nascite ci deve
essere libertà di coscienza; ogni discriminazione
nei confronti delle persone omosessuali
deve essere superata. Dice il
teologo Vito Mancuso: “In generale la
partita è chiara. Si tratta di tornare alla
leggerezza di fondo che caratterizzava
Gesù e le prime comunità cristiane. Si
tratta di tornare all’unico principio veramente
non negoziabile per la chiesa: l’amore
di Dio e per il mondo. Non c’è da
avere paura, non c’è da temere nulla. C’è
solo da ritrovarsi e dialogare. A mio avviso,
l’indizione di un Concilio Vaticano III
è quanto mai indispensabile. Il Vaticano
II non basta più”.
Il celibato dei preti è un nodo sul quale
ciclicamente i progressisti tornano a
dire la loro. E quest’anno, in concomitanza
con l’anno sacerdotale, l’attacco è stranamente
più veemente. Sostengono che il
celibato non abbia un fondamento teologico
e sussista semplicemente in virtù di
una legge canonica entrata in vigore col
Concilio di Trento. Mentre il Papa e la
maggioranza dei vescovi dicono altro, che
abbia radici nel Vangelo, sostanzialmente
nella scelta di Cristo dei dodici. Don
Paolo Farinella, prete ligure che non ha
mai nascosto un acerrimo antagonismo
nei confronti delle gerarchie e di Roma,
cita il cardinale Martini il quale “ha sempre
detto che il celibato non è un obbligo”.
Perché? “E’ semplice: i preti si scelgono
tra coloro che preventivamente dichiarano
di essere portati al celibato.
Quindi il celibato è una condizione previa
al sacerdozio ma non è collegata teologicamente
con esso. Tant’è che nelle
chiese orientali esistono i preti sposati. E
adesso ne arrivano nella chiesa cattolica
anche dalle comunità anglicane”. Secondo
don Farinella tutto si gioca nella lettura
che si fa del Vaticano II: “C’è poco da
fare. Ratzinger con l’ermeneutica del rinnovamento
nella continuità ha svuotato
di ogni contenuto il Concilio. Mentre invece
il Vaticano II, al contrario di quanto
sostiene il Papa, è del tutto incompatibile
con i pontificati precedenti. Tutti i pontificati,
da Gregorio XVI a Pio X, sono incompatibili
col Concilio. Del resto Pio XII
sosteneva che la chiesa deve tenere aperte
le sue porte e il mondo deve entrarvi
dentro. Che piaccia o no il Concilio ha
detto l’opposto: la chiesa sta nel mondo.
La visione del passato è morta”.
Tantissimi fedeli vivono situazioni familiari
non facili. I divorziati risposati
sono sempre più numerosi. Lo disse anche
Ratzinger dialogando con Peter
Seewald: “Non v’è dubbio che questo sia
un grave problema per la nostra società
in cui aumenta sempre più il numero dei
matrimoni che si rompono”. Ma disse anche:
“Occorre riconoscere che la sofferenza
e la rinuncia all’eucaristia possono
essere un qualcosa di positivo, con cui
dobbiamo trovare un nuovo rapporto. Si
può partecipare alla messa, all’eucaristia
in modo significativo e fruttuoso senza
che ogni volta si vada a fare la comunione”.
Mentre l’ala liberal incalza portando
altri contenuti: il Vaticano II ha sostenuto
che il fine del matrimonio è l’amore
dei due coniugi. Il Concilio di Trento ha
invece detto che il fine del matrimonio è
la procreazione. Occorre scegliere da che
parte stare: con Trento o con il Vaticano
II? Dice ancora don Farinella: “Se si sta
col Vaticano II si supera una concezione
preindustriale e contadina del matrimonio
e si ammette che il matrimonio è altro.
E’ amore. E l’amore può non essere
sempre perfetto e può rinascere in altri
luoghi. Del resto non capisco: ai divorziati
risposati non si concede l’eucaristia,
mentre invece i preti in stato di peccato
mortale possono celebrarla. Mi sembra
un enorme controsenso”.
Filippo Di Giacomo, canonista ed editorialista,
esce dai casi singoli per guardare
il problema in modo più ampio. Ha
assistito da spettatore allo “schiaffo” di
Schönborn alla curia romana. Dice: “E’ il
segno che oggi c’è una chiesa di base che
non ne può più di cardinali e vescovi ottantenni
che decidono tutto e pensano
soltanto alla carriera. Eppure i nodi toccati
da Schönborn sono già stati oggetto
di studio e di stesura di documenti in Vaticano.
Da tempo dentro le mura leonine
c’è chi ne parla. Magari il dibattito è a fari
spenti, ma comunque c’è. Basterebbe
riprendere le ipotesi di riforme già vagliate.
Tra queste la riforma del processo
matrimoniale. Il cardinale Mario Francesco
Pompedda, oggi scomparso, aveva
proposto una riforma che permetteva di
abbreviare i tempi dei processi di annullamento
ma poi non se ne fece nulla”.
I temi sono sempre gli stessi, da anni: il
celibato dei preti, la dottrina circa i divorziati
risposati, e poi l’ipotesi dell’ordinazione
femminile. Il Vaticano su questo
punto monitora ogni movimento e punisce.
Per la Santa Sede non si tratta di
chiusura preconcetta, ma di corretta interpretazione
del dettato evangelico. Due
sono le contromisure che il Vaticano ha
preso negli ultimi anni. La prima è un decreto
emesso dalla Congregazione per la
dottrina della fede “circa il delitto di tentata
ordinazione sacra di una donna”. La
seconda è l’interdetto spiccato da Raymond
Leo Burke, quando ancora era arcivescovo
di Saint Louis, contro una suora
della sua diocesi, Louise Lears, colpevole
di aver assistito e dato sostegno all’ordinazione
al sacerdozio di due donne.
Nella chiesa cattolica, una spinta all’ordinazione
femminile venne soprattutto
dopo la pubblicazione della Lettera
apostolica di Giovanni Paolo II “Ordinatio
Sacerdotalis” del 1994. Quaranta vescovi
degli Stati Uniti scrissero su Origins,
la rivista della Conferenza episcopale,
un articolo dove lamentavano che il
testo di Wojtyla era stato emanato “senza
alcuna previa discussione e consultazione”,
quando invece riguardava una materia
“che molti cattolici ritengono bisognosa
di studi più approfonditi”. I quaranta
chiedevano che le conferenze episcopali
rispondessero colpo su colpo “ai
testi di varia natura che vengono da Roma”,
a cominciare da quello sull’ammissione
delle donne al sacerdozio. Il principale
promotore del documento era l’allora
arcivescovo di Milwaukee, Rembert
Weakland, già presidente dei benedettini
confederati di tutto il mondo e star dei
liberal americani, ora protagonista del
caso Murphy-New York Times con le accuse
di omesso controllo a Ratzinger e
Bertone (al tempo del Sant’Uffizio).
Forse è soltanto una coincidenza. Ma
molti osservatori qualche anno dopo annotarono
stupiti come la chiamata alla rivolta
di Weakland fosse stata messa in
campo per la prima volta in Austria: ancora
la terra di Groër e poi di Schönborn,
la terra dove Noi siamo chiesa agisce con
maggiore presa. Il primo vero atto di rottura,
infatti, avvenne nel 2002 sul fiume
Danubio, non lontano da Passau, al confine
tra Austria e Germania. Lì, su un
battello, un vescovo scismatico argentino,
Romulo Braschi, ordinò al sacerdozio
sette donne, le prime del movimento denominato
Roman Catholic Womenpriests,
che conta oggi diverse decine di ordinate
prevalentemente degli Stati Uniti e
del Canada, tra le quali quattro donne
vescovo. Il 10 luglio 2002 il Vaticano reagì
alle ordinazioni del Danubio con un decreto
di scomunica.
Da Roma si teme che il numero delle
donne ordinate cresca. E che vi sia qualche
infedele: Patricia Fresen, l’ex suora
che è una dei quattro vescovi del Roman
Catholic Womenpriests, afferma d’essere
stata ordinata all’episcopato nel 2005 da
tre vescovi di cui tiene segreti i nomi.

© Copyright Il Foglio 15 maggio 2010

DOPO LO SCHIAFFO DI VIENNA. Qual è l’agenda Schönborn? Che cattolicità vogliono? Inchiesta su un potere in crisi

di Paolo Rodari

Roma. Una drastica riforma dell’organizzazione
del potere della curia
romana in chiave collegiale. Rivedere
l’obbligo del celibato per il clero.
Più considerazione per le coppie
omosessuali stabili. Rivisitare la dottrina
sui divorziati risposati. Non si
tratta dell’agenda che il teologo ribelle
Hans Küng vorrebbe imporre alla
chiesa di Ratzinger, quanto di alcune
delle richieste di riforma avanzate in
queste settimane dal cardinale arcivescovo
di Vienna Christoph Schönborn.
Richieste molto simili a quelle
che il cardinale Carlo Maria Martini
espose nel 1999 in un suo celebre discorso
intitolato “Verso l’indizione di
un Concilio Vaticano III”. Martini fu
più dettagliato di Schönborn. La sua
agenda prevedeva anche gli ordini sacri
per le donne, la partecipazione
dei laici ai ministeri, una nuova morale
sessuale, la rivisitazione del sacramento
della penitenza e del concetto
di ecumenismo. Ma anche per
lui, alla base di tutto, prima d’ogni altra
azione di rinnovamento, c’era la
madre di tutte le riforme, quella dell’organizzazione
del potere della chiesa:
più collegialità meno monarchia,
più orizzontalità meno assolutismo.
Che chiesa vuole Schönborn? Sta
superando “a sinistra” il maestro Joseph
Ratzinger spingendosi su una visione
di fatto conciliante con le istanze
del mondo? Oppure sta interpretando
in profondità il pontificato di
Benedetto XVI aprendo il dibattito su
temi solitamente ad esclusivo appannaggio
della sola ala progressista della
chiesa? Il vaticanista Giancarlo Zizola
non ha dubbi: “Schönborn è tra i
cardinali più vicini a Ratzinger. La solidarietà
teologica tra i due è evidente.
E si è palesata in queste ore.
Schönborn ha attaccato chi nella curia
romana ha insabbiato i peccati
carnali dei preti cattolici. E Ratzinger
sull’aereo per Fatima ha elevato il tono
dell’accusa, dicendo che oggi ‘in
modo terrificante’ la persecuzione
della chiesa viene ‘dall’interno’, ‘dai
peccati che ci sono dentro la chiesa
stessa e non dai nemici fuori’”. Anche
se, poche ore dopo, nell’omelia nella
piazza del Palazzo di Lisbona, ha detto
che non è coi programmi e l’organizzazione
che si risolvono le cose:
“Si è messa una fiducia forse eccessiva
nelle strutture e nei programmi ecclesiali,
nella distribuzione di poteri
e funzioni; ma cosa accadrà se il sale
diventa insipido?”. E’ la Weltanschauung
di Ratzinger: “Governare
non è semplicemente un fare, ma è
soprattutto pensare e pregare” ha
detto il 10 marzo scorso prendendo in
prestito parole di san Bonaventura.
Parole che in parte risuonano in
quanto dice Schönborn. Ma in parte
no: quello di Ratzinger è un ritorno
alle origini, alle radici della tradizione
cattolica, più che un salto nelle
braccia della modernità.
L’agenda progressista per il papato
ha diversi estensori. Prima di Schönborn
e dopo Martini, c’è stato il padre
cappuccino Raniero Cantalamessa.
Ma il “lodo Cantalamessa”, come lo
definisce Alberto Melloni nel saggio
del 2006 “L’inizio di Papa Ratzinger”,
non ha avuto fortuna. Redatto per una
meditazione pronunciata appena prima
del Conclave del 2005, espone sette
tesi sulle quali il Papa “chiamato
da Dio” avrebbe dovuto lavorare. Il
cuore del “lodo” sono il ritorno della
chiesa a una minoranza esemplare,
una chiesa che non imponga, soprattutto
nel campo etico, i propri dettami
ma che si limiti all’esempio, alla testimonianza.
Perché questa chiesa possa
predominare occorrono alcune
riforme. La prima, la più importante,
il riordino in chiave collegiale del governo.
Scrive Cantalamessa: “Pietro
esercita il suo ruolo in modo collegiale.
La formula canonica attuale del
rapporto tra il Papa e i vescovi è ‘cum
Petro e sub Petro’. Finora, non si può
negare, è stato accentuato soprattutto
il ‘sub Petro’. I tempi forse sono maturi
per ridare tutto il significato al
‘cum Petro’. Si tratta di creare organismi
opportuni per attuare questo.
Non possiamo più ragionare in termini
di antichi patriarcati”. “Cosa chiedono
in sintesi Schönborn, Martini,
Cantalamessa?”, si chiede ancora Zizola.
“La fine della solitudine del Papa
in favore di un esercizio del potere
più equilibrato”.
Cosa significa tutto ciò? Come si
concretizza la proposta d’una maggiore
collegialità? Per molti occorre tornare
al 1978, al primo libro in cui un
programma di riforma della chiesa in
chiave progressista venne sintetizzato.
S’intitola “L’officina bolognese,
1953-2003” ed è curato da Giuseppe
Alberigo. Descrive i cinquant’anni di
vita del “Centro di Documentazione”
fondato a Bologna
da Giuseppe Dossetti,
l’uomo che ha
messo in campo
quell’“ermeneutica
della riforma”
del Vaticano II che
ancora oggi gode di
una fortuna universale.
Tra i documenti
spicca un
lungo promemoria,
datato agosto 1978,
e “inviato ai partecipanti
all’imminente
Conclave”,
quello da cui uscì
eletto Giovanni
Paolo I, seguito poco
dopo dall’altro
Conclave in cui fu
eletto Giovanni
Paolo II. Il promemoria
s’intitola
“Per un rinnovamento
del servizio
papale nella chiesa alla fine del XX
secolo”. Dossetti chiede tante cose.
Tra queste che il Papa incida sulla
macchina di governo della chiesa fin
dai primi “cento giorni” del suo pontificato,
passando da una gestione monarchica
a una più collegiale. E cosa
Dossetti intende per “gestione collegiale”
è esplicitato in sette punti. Anzitutto
il Papa deve fare il vescovo di
Roma, “diffidando dalle formule vicariali
che hanno ormai un significato
di sgravio di responsabilità
e di
disimpegno”. Deve,
in analogia con
il concistoro medievale
e con il sinodo
permanente
orientale, creare
“un organo collegiale
che, sotto la
sua presidenza
personale ed effettiva,
tratti almeno
bisettimanalmente
i problemi che si
pongono alla chiesa
nel suo insieme,
prendendo le decisioni
relative”. Deve
“riconoscere al
sinodo dei vescovi
una capacità legislativa
vera e propria,
sempre sotto
la sua presidenza
e direzione”. Deve
snellire la curia romana “dislocandola
in altre aree cristiane”. Deve valorizzare
maggiormente le chiese locali
interpretando fino in fondo il principio
di sussidiarietà. Deve lasciare
che i vescovi siano eletti in loco e non
a Roma. Deve abolire le nunziature
apostoliche: in questo modo, dice
Dossetti, “si supererebbe una delle
sopravvivenze più sconcertanti della
concezione della chiesa come potenza
tra le potenze e del papato come
monarchia”. Infine deve abbandonare
“il convincimento di dovere decidere
da solo, di non potere rinunciare
ai simboli monarchici del potere e
dell’autorità”.
Dossetti parla della necessità di un
sinodo permanente. Marco Politi, saggista,
vaticanista e commentatore per
il Fatto, ricorda che in questi anni né
è stato rafforzato il ruolo del sinodo
né è stata realmente valorizzata la
funzione consultiva del collegio cardinalizio.
Dice: “Il collegio cardinalizio,
dove sono presenti i vescovi residenziali
di tanta parte del mondo, è un
luogo dove si potrebbero prendere insieme
decisioni importanti. Cosa che
non è avvenuta. Al contrario, quando
Benedetto XVI qualche anno fa convocò
a Roma i cardinali per esaminare
i rapporti con il movimento lefebvriano,
la maggioranza dei porporati
chiese che prima gli scismatici dovevano
accettare i documenti del Concilio.
Poi, però, il Papa ha preso un’altra
decisione, revocando senza condizioni
la scomunica ai quattro vescovi.
E adesso la trattativa si trascina senza
un reale chiarimento da parte dei
seguaci di Lefebvre. Certamente dopo
la stagione di non-decisione di questo
pontificato molti vescovi si aspettano
in futuro un cantiere di vere riforme”.
Che si eserciti per mezzo del sinodo,
tramite i cardinali, o attraverso
un collegio di saggi come ha chiesto
recentemente Küng, l’agenda progressista
per la chiesa dell’oggi ha un
nemico principale. Quello che gli
stessi progressisti chiamano “l’assolutismo
monarchico romano”. Ne ha
parlato recentemente il sociologo
cattolico Franco Garelli. Per lui la soluzione
è la collegialità la quale, ricorda,
“ha un valore teologico e sociale”.
Dice: “Il cardinale Martini
l’ha richiamata spesso come punto
qualificante. E’ necessario creare le
condizioni affinché nella chiesa vi sia
circolarità di idee”.
La “riflessione assieme”, appunto
la circolarità delle idee, è indicata come
una terapia adeguata per risolvere
i mali interni alla chiesa. Più parole,
maggiore confronto, avrebbero
permesso una migliore prevenzione
dei peccati dei ministri di Dio. Massimo
Faggioli, discepolo della dossettiana
scuola bolognese e oggi docente
di Storia del cristianesimo moderno
all’Università San Tommaso nel Minnesota,
afferma: “Se cambiasse il sistema
con il quale la chiesa esercita
il potere ci sarebbero meno guai. In
fondo è quello che sta chiedendo la
‘mosca bianca’ Schönborn: che Roma
ascolti quanto hanno da dire le chiese
locali. Perché è dal basso che molti
problemi possono emergere in modo
più chiaro e essere risolti”. Certo,
dice, “la stessa divisione del potere a
Roma non aiuta. Con la riforma della
curia voluta da Paolo VI nemmeno i
cardinali capi congregazione vedono
il Papa e parlano con lui. Tutto è accentrato
nelle mani del segretario di
stato. E’ lui il terminale di un cono di
bottiglia sempre più stretto. Al contrario
servirebbe più orizzontalità,
più respiro, più dialogo. E’ questo che
certi vescovi e molte conferenze episcopali
chiedono: le chiese si svuotano,
i fedeli lasciano e i presuli non
sanno più che fare”.
Non c’è ovviamente soltanto Schönborn.
Ci sono anche altri vescovi e
cardinali a chiedere le medesime cose:
più collegialità in scia a quella sinodalità
già pienamente accettata
dalle chiese ortodosse. In Germania
ne ha parlato spesso il cardinale Karl
Lehmann. Anche in Italia c’è chi insiste
su questo punto. E finisce anche
sull’Osservatore Romano. L’ultimo in
ordine di tempo è il vescovo di Ivrea
Luigi Bettazzi, allievo del cardinal
Lercaro a Bologna. Il 25 aprile scorso
scrive sull’Osservatore che la Costituzione
sulla chiesa del Vaticano II parla
prima del “popolo di Dio” e poi
“della gerarchia della chiesa”. Perché
la gerarchia è al servizio del popolo,
non il contrario. La gerarchia
deve cogliere “sempre più l’invito
conciliare alla collegialità che, se si
esprime compiutamente nella collaborazione
dei vescovi col Papa e dei
vescovi tra di loro, si ritrova a ogni livello
della chiesa nello spirito e nella
prassi della comunione. La ‘Lumen
gentium’ ci invita peraltro a considerare
quanti ‘semi del Verbo’ ci sono
nel mondo, quanta diffusione di grazia
ci sia nel creato anche al di fuori
delle strutture ecclesiali”.

© Copyright Il Foglio 13 maggio 2010

Dopo lo schiaffo di Vienna, perentorie richieste di repulisti nella gerarchia

Roma. “Sodano deve essere rimosso e gli si
deve dire di servire la chiesa con la preghiera.
Tutti devono sapere che ci sono delle conseguenze
per errori così scandalosi”. E’ nettissima
e definitiva la presa di distanza dal decano
del collegio cardinalizio, il cardinale Angelo Sodano,
messa in campo da Joseph Bottum, direttore
di First Things, la rivista punto di riferimento
dell’area theocon americana fondata dall’ex
luterano, poi sacerdote cattolico, Richard
John Neuhaus. Dopo lo schiaffo a Sodano dell’arcivescovo
di Vienna, Christoph Schönborn,
perché a suo dire quindici anni fa insabbiò il
“caso Hans Hermann Groër”, è la rivista attorno
alla quale ruota uno dei gruppi di intellettuali
più influenti d’America ad aprire il fuoco
contro un principe della chiesa che per anni,
nell’era Wojtyla, ha tenuto le redini del governo
della curia romana. La colpa attribuita a Sodano
è esplicita: ha coperto, ottenendo anche diversi
favori finanziari, le malefatte di Marcial
Maciel Degollado, “il corrotto truffatore che ha
fondato la Legione di Cristo e l’associazione laica
Regnum Christi”.
Attorno a First Things ci sono personalità
ascoltate non solo nel mondo cattolico americano
ma anche in Vaticano: c’è Michael Novak, il
profeta del capitalismo democratico, e George
Weigel, biografo di Papa Giovanni Paolo II e di
Benedetto XVI, senior fellow all’Ethics and Public
Policy Center di Washington. C’è Mary Ann
Glendon, ex ambasciatore americana presso la
Santa Sede e docente di legge nella facoltà di
Giurisprudenza di Harvard. Insieme a loro, c’è
Robert Royal, presidente del Faith & Reason
Institute della capitale federale.
Nella critica veemente a come la curia romana
ha gestito il “caso Maciel”, First Things si accoda
al National Catholic Reporter, il settimanale
leader dei cattolici progressisti degli Stati
Uniti nel quale scrive la stella del vaticanismo
americano John Allen. E’ stato il National
Catholic Reporter qualche giorno fa a scrivere
un articolo in due parti sulle spericolate operazioni
finanziarie portate avanti dai Legionari
sotto la guida Maciel. Ma, scrive Bottum, “l’articolo
ha ricevuto scarsa attenzione forse perché
i legami della Legione con Carlos Slim non sono
stati dimostrati”. Il miliardario messicano
Carlos Slim, assieme ad altri supporter di peso,
è stato indicato in questi giorni da alcuni giornali
tra i principali finanziatori della Legione.
Si sono anche letti i nomi del produttore cinematografico
Steve McEveety, di Thomas Monaghan,
fondatore di Domino’s Pizza e dell’Ave
Maria University in Florida, dell’ex governatore
della Florida Jeb Bush e dell’ex senatore
della Pennsylvania Rick Santorum.
Tra i finanziatori più volte si è anche fatto il
nome di Neuhaus. Del resto fu lui nel 2002 a
scrivere che le accuse contro Maciel erano “false
e malevole”. Ma, spiega Bottum con tono
amaro e malinconico, “Maciel ha ingannato
molte persone, tra cui il fondatore di questa rivista”.
Scrive ancora Bottum: “L’ironia della sorte
fu che Neuhaus non fece questa difesa su richiesta
di Maciel, che tra l’altro non conosceva
bene, ma l’ha fatta perché giovani sacerdoti della
Legione gli chiesero di farla e gli dissero che
Maciel era sotto un attacco falso e sleale”.
Qualcuno per il caso Maciel deve pagare. Per
Bottum è Sodano il capro espiatorio: “Deve andarsene”
scrive. “E’ tutto molto triste. Una lunga
carriera nella chiesa non sta finendo bene.
Senz’altro sarebbe più gentile proteggere Sodano
e lasciare che tutto scivoli via così. Ma è lo
stesso Sodano che non sembra disposto a lasciare
il campo in questo modo”. E una dimostrazione
di ciò, secondo Bottum, si è vista nella difesa
di Benedetto XVI che Sodano ha fatto il giorno
di Pasqua: “E’ con lei il popolo di Dio, che
non si lascia impressionare dal ‘chiacchiericcio’
del momento” ha detto il cardinale. E poi
l’affondo più duro: “Stando così le cose (Dio non
voglia) se Benedetto XVI dovesse morire, le esequie
funebri sarebbero guidate dal cardinale
Sodano e così i telegiornali, ora dopo ora, tirerebbero
fuori tutto quello che adesso viene associato
al suo nome”.

Paolo Rodari

© Copyright Il Foglio 14 maggio 2010

Chi è la donna austriaca che promette di sconvolgere la chiesa

Milano. Il cardinale di Vienna Christoph
Schönborn non è nuovo nel preparare
sorprese. E così domenica, nel più seguito
talk show del paese, ha fatto sapere
non solo che la chiesa austriaca intende
istituire una Commissione per far luce sugli
abusi commessi, ma anche che a guidare
la stessa sarebbe stata una donna, cioè
Waltraud Klasnic. Se all’estero il nome
non dice molto, gli austriaci sanno bene
chi è, non foss’altro perché il 23 gennaio
del 1996 fu eletta, per il Partito popolare
austriaco (Övp), come primo governatore
donna di un Land. Quando la chiesa è in
difficoltà si affida a una donna, scriveva ieri
il quotidiano Salzburger Nachrichten,
anche se, ammetteva, di alto profilo. E’ stata
anche in predicato di sfidare, per conto
dell’ Övp, il capo di stato uscente Heinz Fischer,
alle presidenziali dirette del 25
aprile. Donna piuttosto schiva, di lei si sa
che nasce il 27 ottobre del 1945, ultima di
cinque fratelli e che già due giorni dopo
veniva data in adozione. Ciò nonostante
Klasnic parla di un’infanzia serena. Negli
anni Settanta inizia a occuparsi della questione
femminile, per diventare poco dopo
presidente dell’Associazione donne, che fa
capo all’Övp. Nel 2004 finisce la sua esperienza
di governatore ma due anni dopo
viene eletta presidente del forum “Futuro
Austria” e contemporaneamente dell’Associazione
nazionale degli ospizi, che raggruppa
istituzioni religiose e non.
Quando sabato scorso il cardinale
Schönborn la chiama per proporle la presidenza
della Commissione lei, pur consapevole
del ruolo oneroso, risponde immediatamente
sì, trattandosi “di un dovere
morale”. Il primo incontro con Schönborn
è fissato per giovedì, Klasnic vorrebbe
mettere in piedi la Commissione entro
aprile. La diocesi conferma che avrà carta
bianca nel scegliere i componenti, mentre
la chiesa attingerà ai propri fondi (non
alla tassa ecclesiastica) per finanziare
l’assistenza psicologica alle vittime. Ma
perché, si chiedono molti, è stata scelta
proprio lei. A dare per primo una risposta
al Foglio è il portavoce del cardinale, Erich
Leitenberger, che spiega: “E’ un politico
molto stimato dalla popolazione, e proprio
per il suo incarico riguardante gli
ospizi coltiva da anni rapporti con noi e la
Caritas”.
Questi rapporti hanno però dato voce
anche al dissenso. Secondo il parroco Rudolf
Schermann affidare a Klasnic la commissione
è tipico della chiesa “per navigare
sicura”. Schermann forse allude anche
a quella donazione nell’estate del 2008,
quando la conferenza episcopale austriaca
devolveva 70 mila euro (i proventi di un
Cd realizzato in occasione della visita del
Papa) all’Associazione ospizi. Contrario a
questa dietrologia è però Herbert Kohlmaier,
compagno di partito di Klasnic e capo
della “Laieninitiative”. “E’ una persona
integerrima, come ha dimostrato durante
gli anni in cui è stata governatore
della Stiria” dice al Foglio. “E’ invece un
segnale importante che in una congregazione
prevalentemente maschile sia incaricata
una donna di una questione così delicata.
Infine, ha probabilmente giocato un
ruolo anche il fatto che Klasnic non è mai
intervenuta apertamente nel dibattito sull’ammodernamento
della chiesa in atto in
Austria. Questo garantisce una sua equidistanza”.

Andrea Affaticati

© Copyright Il Foglio 30 marzo 2010

I vescovi olandesi si riuniscono per affrontare i casi di abusi sessuali nei Paesi Bassi. Lo scandalo travolge anche la Chiesa in Austria

Si riunisce oggi la Conferenza Episcopale olandese per discutere dello scandalo pedofilia nei Paesi Bassi. Dopo l'appello lanciato alla fine di febbraio sono arrivate, ad oggi, 160 segnalazioni di possibili abusi sessuali all'interno di istituzioni della Chiesa Cattolica nei Paesi Bassi, secondo quanto afferma Maria ter Steed, segretaria di Hulp & Recht (Aiuto e Diritto), l'associazione istituita nel 1995 dai vescovi olandesi per fornire assistenza alle vittime di abusi sessuali di sacerdoti, suore e operatori pastorali. I casi di abuso accertati, invece, sono attualmente tre e hanno riguardato il periodo tra il 1950 e il 1970. Dopo le prime denunce di abuso sessuale da parte dei Padri salesiani in un collegio a Heerenberg, i media hanno riportato diversi nuovi casi di possibili abusi sessuali compiuti dal clero nella seconda metà del secolo scorso. Mons. Van Luyn, vescovo di Rotterdam, salesiano, si è detto scioccato dalla notizia dei possibili abusi e ha sollecitato un'inchiesta. Le segnalazioni all'associazione Hulp & Recht possono essere inviate via posta, via mail e via telefono.
Lo scandalo dei preti pedofili travolge anche la Chiesa Cattolica austriaca. Un uomo di 53 anni ha raccontato alla radio nazionale Oe1 di aver subito abusi sessuali all'età di 11 anni da parte di due sacerdoti e di un terzo, che adesso risulta abate del monastero di Sankt Peter a Salisburgo. I due sacerdoti (uno è deceduto e l'altro ha lasciato la Chiesa) furono arrestati nel 2005 in Marocco accusati di ''turismo sessuale''. L'uomo ha rivelato di aver taciuto per molti anni, ma che lo scorso novembre ha contattato l'abate che gli avrebbe offerto 5.000 euro in cambio del silenzio. Il monastero di Sankt Peter ha diffuso un comunicato in cui si annuncia che l'abate ha chiesto scusa per gli abusi commessi ed ha rassegnato le dimissioni. Ma non è il solo caso emerso in queste ore in Austria. Il direttore di una scuola cattolica di Mehrerau, nella provincia di Vorarlberg, ha raccontato di come negli anni ottanta fu nascosto un caso di violenza sessuale e il prete che aveva ammesso le accuse fu riassegnato alla provincia del Tirolo. Il vescovo del Tirolo, ha raccontato l'abate Anselm van der Linde al quotidiano Vorarlberger Nachrichten, fu informato del fatto e al prete fu fatta seguire una terapia.

Asca