DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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DOPO LO SCHIAFFO DI VIENNA. Qual è l’agenda Schönborn? Che cattolicità vogliono? Inchiesta su un potere in crisi

di Paolo Rodari

Roma. Una drastica riforma dell’organizzazione
del potere della curia
romana in chiave collegiale. Rivedere
l’obbligo del celibato per il clero.
Più considerazione per le coppie
omosessuali stabili. Rivisitare la dottrina
sui divorziati risposati. Non si
tratta dell’agenda che il teologo ribelle
Hans Küng vorrebbe imporre alla
chiesa di Ratzinger, quanto di alcune
delle richieste di riforma avanzate in
queste settimane dal cardinale arcivescovo
di Vienna Christoph Schönborn.
Richieste molto simili a quelle
che il cardinale Carlo Maria Martini
espose nel 1999 in un suo celebre discorso
intitolato “Verso l’indizione di
un Concilio Vaticano III”. Martini fu
più dettagliato di Schönborn. La sua
agenda prevedeva anche gli ordini sacri
per le donne, la partecipazione
dei laici ai ministeri, una nuova morale
sessuale, la rivisitazione del sacramento
della penitenza e del concetto
di ecumenismo. Ma anche per
lui, alla base di tutto, prima d’ogni altra
azione di rinnovamento, c’era la
madre di tutte le riforme, quella dell’organizzazione
del potere della chiesa:
più collegialità meno monarchia,
più orizzontalità meno assolutismo.
Che chiesa vuole Schönborn? Sta
superando “a sinistra” il maestro Joseph
Ratzinger spingendosi su una visione
di fatto conciliante con le istanze
del mondo? Oppure sta interpretando
in profondità il pontificato di
Benedetto XVI aprendo il dibattito su
temi solitamente ad esclusivo appannaggio
della sola ala progressista della
chiesa? Il vaticanista Giancarlo Zizola
non ha dubbi: “Schönborn è tra i
cardinali più vicini a Ratzinger. La solidarietà
teologica tra i due è evidente.
E si è palesata in queste ore.
Schönborn ha attaccato chi nella curia
romana ha insabbiato i peccati
carnali dei preti cattolici. E Ratzinger
sull’aereo per Fatima ha elevato il tono
dell’accusa, dicendo che oggi ‘in
modo terrificante’ la persecuzione
della chiesa viene ‘dall’interno’, ‘dai
peccati che ci sono dentro la chiesa
stessa e non dai nemici fuori’”. Anche
se, poche ore dopo, nell’omelia nella
piazza del Palazzo di Lisbona, ha detto
che non è coi programmi e l’organizzazione
che si risolvono le cose:
“Si è messa una fiducia forse eccessiva
nelle strutture e nei programmi ecclesiali,
nella distribuzione di poteri
e funzioni; ma cosa accadrà se il sale
diventa insipido?”. E’ la Weltanschauung
di Ratzinger: “Governare
non è semplicemente un fare, ma è
soprattutto pensare e pregare” ha
detto il 10 marzo scorso prendendo in
prestito parole di san Bonaventura.
Parole che in parte risuonano in
quanto dice Schönborn. Ma in parte
no: quello di Ratzinger è un ritorno
alle origini, alle radici della tradizione
cattolica, più che un salto nelle
braccia della modernità.
L’agenda progressista per il papato
ha diversi estensori. Prima di Schönborn
e dopo Martini, c’è stato il padre
cappuccino Raniero Cantalamessa.
Ma il “lodo Cantalamessa”, come lo
definisce Alberto Melloni nel saggio
del 2006 “L’inizio di Papa Ratzinger”,
non ha avuto fortuna. Redatto per una
meditazione pronunciata appena prima
del Conclave del 2005, espone sette
tesi sulle quali il Papa “chiamato
da Dio” avrebbe dovuto lavorare. Il
cuore del “lodo” sono il ritorno della
chiesa a una minoranza esemplare,
una chiesa che non imponga, soprattutto
nel campo etico, i propri dettami
ma che si limiti all’esempio, alla testimonianza.
Perché questa chiesa possa
predominare occorrono alcune
riforme. La prima, la più importante,
il riordino in chiave collegiale del governo.
Scrive Cantalamessa: “Pietro
esercita il suo ruolo in modo collegiale.
La formula canonica attuale del
rapporto tra il Papa e i vescovi è ‘cum
Petro e sub Petro’. Finora, non si può
negare, è stato accentuato soprattutto
il ‘sub Petro’. I tempi forse sono maturi
per ridare tutto il significato al
‘cum Petro’. Si tratta di creare organismi
opportuni per attuare questo.
Non possiamo più ragionare in termini
di antichi patriarcati”. “Cosa chiedono
in sintesi Schönborn, Martini,
Cantalamessa?”, si chiede ancora Zizola.
“La fine della solitudine del Papa
in favore di un esercizio del potere
più equilibrato”.
Cosa significa tutto ciò? Come si
concretizza la proposta d’una maggiore
collegialità? Per molti occorre tornare
al 1978, al primo libro in cui un
programma di riforma della chiesa in
chiave progressista venne sintetizzato.
S’intitola “L’officina bolognese,
1953-2003” ed è curato da Giuseppe
Alberigo. Descrive i cinquant’anni di
vita del “Centro di Documentazione”
fondato a Bologna
da Giuseppe Dossetti,
l’uomo che ha
messo in campo
quell’“ermeneutica
della riforma”
del Vaticano II che
ancora oggi gode di
una fortuna universale.
Tra i documenti
spicca un
lungo promemoria,
datato agosto 1978,
e “inviato ai partecipanti
all’imminente
Conclave”,
quello da cui uscì
eletto Giovanni
Paolo I, seguito poco
dopo dall’altro
Conclave in cui fu
eletto Giovanni
Paolo II. Il promemoria
s’intitola
“Per un rinnovamento
del servizio
papale nella chiesa alla fine del XX
secolo”. Dossetti chiede tante cose.
Tra queste che il Papa incida sulla
macchina di governo della chiesa fin
dai primi “cento giorni” del suo pontificato,
passando da una gestione monarchica
a una più collegiale. E cosa
Dossetti intende per “gestione collegiale”
è esplicitato in sette punti. Anzitutto
il Papa deve fare il vescovo di
Roma, “diffidando dalle formule vicariali
che hanno ormai un significato
di sgravio di responsabilità
e di
disimpegno”. Deve,
in analogia con
il concistoro medievale
e con il sinodo
permanente
orientale, creare
“un organo collegiale
che, sotto la
sua presidenza
personale ed effettiva,
tratti almeno
bisettimanalmente
i problemi che si
pongono alla chiesa
nel suo insieme,
prendendo le decisioni
relative”. Deve
“riconoscere al
sinodo dei vescovi
una capacità legislativa
vera e propria,
sempre sotto
la sua presidenza
e direzione”. Deve
snellire la curia romana “dislocandola
in altre aree cristiane”. Deve valorizzare
maggiormente le chiese locali
interpretando fino in fondo il principio
di sussidiarietà. Deve lasciare
che i vescovi siano eletti in loco e non
a Roma. Deve abolire le nunziature
apostoliche: in questo modo, dice
Dossetti, “si supererebbe una delle
sopravvivenze più sconcertanti della
concezione della chiesa come potenza
tra le potenze e del papato come
monarchia”. Infine deve abbandonare
“il convincimento di dovere decidere
da solo, di non potere rinunciare
ai simboli monarchici del potere e
dell’autorità”.
Dossetti parla della necessità di un
sinodo permanente. Marco Politi, saggista,
vaticanista e commentatore per
il Fatto, ricorda che in questi anni né
è stato rafforzato il ruolo del sinodo
né è stata realmente valorizzata la
funzione consultiva del collegio cardinalizio.
Dice: “Il collegio cardinalizio,
dove sono presenti i vescovi residenziali
di tanta parte del mondo, è un
luogo dove si potrebbero prendere insieme
decisioni importanti. Cosa che
non è avvenuta. Al contrario, quando
Benedetto XVI qualche anno fa convocò
a Roma i cardinali per esaminare
i rapporti con il movimento lefebvriano,
la maggioranza dei porporati
chiese che prima gli scismatici dovevano
accettare i documenti del Concilio.
Poi, però, il Papa ha preso un’altra
decisione, revocando senza condizioni
la scomunica ai quattro vescovi.
E adesso la trattativa si trascina senza
un reale chiarimento da parte dei
seguaci di Lefebvre. Certamente dopo
la stagione di non-decisione di questo
pontificato molti vescovi si aspettano
in futuro un cantiere di vere riforme”.
Che si eserciti per mezzo del sinodo,
tramite i cardinali, o attraverso
un collegio di saggi come ha chiesto
recentemente Küng, l’agenda progressista
per la chiesa dell’oggi ha un
nemico principale. Quello che gli
stessi progressisti chiamano “l’assolutismo
monarchico romano”. Ne ha
parlato recentemente il sociologo
cattolico Franco Garelli. Per lui la soluzione
è la collegialità la quale, ricorda,
“ha un valore teologico e sociale”.
Dice: “Il cardinale Martini
l’ha richiamata spesso come punto
qualificante. E’ necessario creare le
condizioni affinché nella chiesa vi sia
circolarità di idee”.
La “riflessione assieme”, appunto
la circolarità delle idee, è indicata come
una terapia adeguata per risolvere
i mali interni alla chiesa. Più parole,
maggiore confronto, avrebbero
permesso una migliore prevenzione
dei peccati dei ministri di Dio. Massimo
Faggioli, discepolo della dossettiana
scuola bolognese e oggi docente
di Storia del cristianesimo moderno
all’Università San Tommaso nel Minnesota,
afferma: “Se cambiasse il sistema
con il quale la chiesa esercita
il potere ci sarebbero meno guai. In
fondo è quello che sta chiedendo la
‘mosca bianca’ Schönborn: che Roma
ascolti quanto hanno da dire le chiese
locali. Perché è dal basso che molti
problemi possono emergere in modo
più chiaro e essere risolti”. Certo,
dice, “la stessa divisione del potere a
Roma non aiuta. Con la riforma della
curia voluta da Paolo VI nemmeno i
cardinali capi congregazione vedono
il Papa e parlano con lui. Tutto è accentrato
nelle mani del segretario di
stato. E’ lui il terminale di un cono di
bottiglia sempre più stretto. Al contrario
servirebbe più orizzontalità,
più respiro, più dialogo. E’ questo che
certi vescovi e molte conferenze episcopali
chiedono: le chiese si svuotano,
i fedeli lasciano e i presuli non
sanno più che fare”.
Non c’è ovviamente soltanto Schönborn.
Ci sono anche altri vescovi e
cardinali a chiedere le medesime cose:
più collegialità in scia a quella sinodalità
già pienamente accettata
dalle chiese ortodosse. In Germania
ne ha parlato spesso il cardinale Karl
Lehmann. Anche in Italia c’è chi insiste
su questo punto. E finisce anche
sull’Osservatore Romano. L’ultimo in
ordine di tempo è il vescovo di Ivrea
Luigi Bettazzi, allievo del cardinal
Lercaro a Bologna. Il 25 aprile scorso
scrive sull’Osservatore che la Costituzione
sulla chiesa del Vaticano II parla
prima del “popolo di Dio” e poi
“della gerarchia della chiesa”. Perché
la gerarchia è al servizio del popolo,
non il contrario. La gerarchia
deve cogliere “sempre più l’invito
conciliare alla collegialità che, se si
esprime compiutamente nella collaborazione
dei vescovi col Papa e dei
vescovi tra di loro, si ritrova a ogni livello
della chiesa nello spirito e nella
prassi della comunione. La ‘Lumen
gentium’ ci invita peraltro a considerare
quanti ‘semi del Verbo’ ci sono
nel mondo, quanta diffusione di grazia
ci sia nel creato anche al di fuori
delle strutture ecclesiali”.

© Copyright Il Foglio 13 maggio 2010

Dopo lo schiaffo di Vienna, perentorie richieste di repulisti nella gerarchia

Roma. “Sodano deve essere rimosso e gli si
deve dire di servire la chiesa con la preghiera.
Tutti devono sapere che ci sono delle conseguenze
per errori così scandalosi”. E’ nettissima
e definitiva la presa di distanza dal decano
del collegio cardinalizio, il cardinale Angelo Sodano,
messa in campo da Joseph Bottum, direttore
di First Things, la rivista punto di riferimento
dell’area theocon americana fondata dall’ex
luterano, poi sacerdote cattolico, Richard
John Neuhaus. Dopo lo schiaffo a Sodano dell’arcivescovo
di Vienna, Christoph Schönborn,
perché a suo dire quindici anni fa insabbiò il
“caso Hans Hermann Groër”, è la rivista attorno
alla quale ruota uno dei gruppi di intellettuali
più influenti d’America ad aprire il fuoco
contro un principe della chiesa che per anni,
nell’era Wojtyla, ha tenuto le redini del governo
della curia romana. La colpa attribuita a Sodano
è esplicita: ha coperto, ottenendo anche diversi
favori finanziari, le malefatte di Marcial
Maciel Degollado, “il corrotto truffatore che ha
fondato la Legione di Cristo e l’associazione laica
Regnum Christi”.
Attorno a First Things ci sono personalità
ascoltate non solo nel mondo cattolico americano
ma anche in Vaticano: c’è Michael Novak, il
profeta del capitalismo democratico, e George
Weigel, biografo di Papa Giovanni Paolo II e di
Benedetto XVI, senior fellow all’Ethics and Public
Policy Center di Washington. C’è Mary Ann
Glendon, ex ambasciatore americana presso la
Santa Sede e docente di legge nella facoltà di
Giurisprudenza di Harvard. Insieme a loro, c’è
Robert Royal, presidente del Faith & Reason
Institute della capitale federale.
Nella critica veemente a come la curia romana
ha gestito il “caso Maciel”, First Things si accoda
al National Catholic Reporter, il settimanale
leader dei cattolici progressisti degli Stati
Uniti nel quale scrive la stella del vaticanismo
americano John Allen. E’ stato il National
Catholic Reporter qualche giorno fa a scrivere
un articolo in due parti sulle spericolate operazioni
finanziarie portate avanti dai Legionari
sotto la guida Maciel. Ma, scrive Bottum, “l’articolo
ha ricevuto scarsa attenzione forse perché
i legami della Legione con Carlos Slim non sono
stati dimostrati”. Il miliardario messicano
Carlos Slim, assieme ad altri supporter di peso,
è stato indicato in questi giorni da alcuni giornali
tra i principali finanziatori della Legione.
Si sono anche letti i nomi del produttore cinematografico
Steve McEveety, di Thomas Monaghan,
fondatore di Domino’s Pizza e dell’Ave
Maria University in Florida, dell’ex governatore
della Florida Jeb Bush e dell’ex senatore
della Pennsylvania Rick Santorum.
Tra i finanziatori più volte si è anche fatto il
nome di Neuhaus. Del resto fu lui nel 2002 a
scrivere che le accuse contro Maciel erano “false
e malevole”. Ma, spiega Bottum con tono
amaro e malinconico, “Maciel ha ingannato
molte persone, tra cui il fondatore di questa rivista”.
Scrive ancora Bottum: “L’ironia della sorte
fu che Neuhaus non fece questa difesa su richiesta
di Maciel, che tra l’altro non conosceva
bene, ma l’ha fatta perché giovani sacerdoti della
Legione gli chiesero di farla e gli dissero che
Maciel era sotto un attacco falso e sleale”.
Qualcuno per il caso Maciel deve pagare. Per
Bottum è Sodano il capro espiatorio: “Deve andarsene”
scrive. “E’ tutto molto triste. Una lunga
carriera nella chiesa non sta finendo bene.
Senz’altro sarebbe più gentile proteggere Sodano
e lasciare che tutto scivoli via così. Ma è lo
stesso Sodano che non sembra disposto a lasciare
il campo in questo modo”. E una dimostrazione
di ciò, secondo Bottum, si è vista nella difesa
di Benedetto XVI che Sodano ha fatto il giorno
di Pasqua: “E’ con lei il popolo di Dio, che
non si lascia impressionare dal ‘chiacchiericcio’
del momento” ha detto il cardinale. E poi
l’affondo più duro: “Stando così le cose (Dio non
voglia) se Benedetto XVI dovesse morire, le esequie
funebri sarebbero guidate dal cardinale
Sodano e così i telegiornali, ora dopo ora, tirerebbero
fuori tutto quello che adesso viene associato
al suo nome”.

Paolo Rodari

© Copyright Il Foglio 14 maggio 2010

Le divisioni del Papa Un corso per diplomatici che vogliano capire come funziona la macchina vaticana

Roma. “E’ come se tornasse ogni volta la
curiosità di Stalin: quante divisioni ha il
Papa?”, dice sorridendo il gesuita Franco
Imoda. Pochi anni fa, quando era rettore
dell’Università Gregoriana, ebbe l’idea di
organizzare un corso per diplomatici che
spiegasse come funziona il Vaticano e le
strutture ecclesiastiche in generale. In effetti
gli interna corporis della Santa Sede
sono piuttosto imperscrutabili anche per
gli addetti ai lavori e l’iniziativa, in collaborazione
con l’Istituto Jacques Maritain,
è stata accolta con grande favore nelle
cancellerie di tutto il mondo. “L’anno scorso
la Cina fu tentata fino all’ultimo di partecipare;
gli apprezzamenti sono venuti da
ogni parte, Iran compreso”, dice Imoda. La
prima edizione del corso era dedicata ai
paesi del Maghreb e del medio oriente, la
seconda a quelli dell’Africa nera e la terza
all’Asia. Quest’anno è la volta dell’America
latina. Una ventina di persone, selezionate
dai vari stati, si sottoporranno a
una full immersion grazie alla quale il Vaticano
(che non potendo gestire direttamente
l’iniziativa manda avanti i gesuiti,
maestri di relazioni diplomatiche fin dai
tempi di Matteo Ricci) spera di avere nel
prossimo futuro interlocutori avveduti.
Anche la Farnesina sostiene il corso che
verrà inaugurato dopodomani alla presenza,
tra gli altri, di Óscar Andrés Rodríguez
Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, e
Jean-Louis Tauran, capo del pontificio
consiglio per il Dialogo interreligioso. I
due cardinali saranno tra i docenti del
corso (oltre ad accademici, ambasciatori,
giornalisti specializzati) che avrà un primo
modulo teorico a Roma e un secondo di taglio
pastorale a Torino. La chiesa non rinuncia
quindi al suo ruolo di potenza politica.
“Ai tempi del Concilio si ipotizzò di
abolire i nunzi ma non se ne fece nulla
perché in fondo sono i rappresentanti di
un potere disarmato che a volte ottiene
dei risultati, come i negoziati di pace tra
Cile e Argentina”, nota padre Imoda.
Quella della Santa Sede è una diplomazia
un po’ particolare. Lo sottolinea anche
l’altro ideatore del corso, il segretario generale
dell’Istituto Maritain Roberto Papini:
“Oggi nelle relazioni internazionali si
punta molto sul soft power, la capacità di
regolare i conflitti grazie alle mediazioni
culturali. La chiesa cattolica è sempre stata
una grande figura di mediazione sullo
scacchiere internazionale, lo diceva anche
Henry Kissinger. Per il fatto stesso del suo
messaggio, dei valori di cui si fa portatrice,
per come è strutturata capillarmente,
ha un’influenza reale in molti paesi”. Che
magari gli stessi diplomatici non percepiscono.
Da qui la necessità di un corso di
aggiornamento. “L’America latina vive una
stagione di disincanto. I diplomatici di
quei paesi in realtà già conoscono le chiese
locali, noi cerchiamo di offrire loro una
visione globale”. (mb)

© Copyright Il Foglio 8 maggio 2010

Le grandi manovre della curia lasciano lo Ior senza prelato. Il Papa non ha ancora indicato il nome del successore di mons. Pioppo, ex segr. di Sodano

Roma. Nell’annuario pontificio del
2010, alla voce “prelato dello Ior” c’è ancora
il nome di monsignor Piero Pioppo.
Ma in realtà oggi il posto è vacante perché
Benedetto XVI, pochi giorni dopo che
l’annuario era stato stampato, ha elevato
Pioppo al rango di arcivescovo nominandolo
nunzio in Camerun. Il Papa non ha
ancora indicato il nome di un successore
e, secondo quanto trapela da oltre il Tevere,
potrebbe anche non indicarlo più.
Per far funzionare la macchina, infatti,
l’incarico che era di Pioppo non è strettamente
indispensabile.
La prelatura dello Ior è comunque un
incarico importante. Chi la occupa, anche
se non interviene direttamente nelle decisioni
della dirigenza della banca vaticana,
ha il privilegio di poter monitorare tutto
ciò che avviene al suo interno: per statuto
ha accesso a tutti i documenti bancari. Ma
per tanti anni il posto è rimasto vacante.
Dopo la stagione dei Paul Marcinkus, Luigi
Mennini, Pellegrino de Strobel e Donato
De Bonis, quindi dal 1993, nessuno è stato
più nominato prelato. E la banca ha funzionato
comunque bene. Così fino al 2006
quando, a sorpresa, fu il cardinale Angelo
Sodano a nominare prelato dello Ior il suo
segretario particolare, appunto monsignor
Pioppo. La nomina fece molto discutere
perché arrivò poche settimane prima che
il cardinale Tarcisio Bertone gli succedesse
come segretario di stato e come presidente
della commissione di vigilanza dello
Ior. E fu letta da molti come la volontà
di Sodano di lasciare un proprio uomo
dentro la banca vaticana. Ma in realtà
Pioppo non ha svolto la funzione di watchdog
che molti avevano paventato. E anche
la sintonia con il nuovo presidente Ettore
Gotti Tedeschi è stata infatti totale.
Adesso sono attese le eventuali decisioni
del Papa. Settimana scorsa qualcosa si
è mosso. Ha fatto molto discutere, infatti,
un breve trafiletto uscito sul Mondo. Si
legge che ci sarebbero “grandi manovre”
attorno allo Ior. E cioè che la corsa per la
successione di Pioppo è aperta. Scrive il
Mondo: “Sodano non sembra rassegnarsi a
lasciare definitivamente il controllo dello
Ior. L’ex segretario di stato è riuscito a far
assegnare a un altro suo fiduciario, Antonio
Filippazzi, il delicato dossier sull’inserimento
dello Ior nella ‘white list’ delle
banche che non trafficano con i paradisi
fiscali. Filippazzi è considerato molto vicino
al cardinale Bagnasco e rafforzerebbe
la linea dei prelati genovesi che fanno
capo a Bagnasco e di quelli piemontesi
che si riconoscono in Sodano, con l’obiettivo
di impedire a Bertone di esercitare la
sua influenza sullo Ior”.
Non è semplice dire se questa ricostruzione
corrisponde in tutto al vero. Di certo
c’è un fatto. Che l’indiscrezione attorno a
Filippazzi difficilmente può essere giunta
alla stampa da ambienti esterni alle Mura
leonine. Qualcuno, da dentro il Vaticano,
ha probabilmente voluto dire qualcosa.
Tanto che c’è chi sostiene che, al di là del
dossier sulla “white list”, il nome di Filippazzi
sia stato fatto uscire non tanto per avversione
al candidato in questione – il quale
tra l’altro non ha particolari legami con
Sodano – ma per far sapere che nessun
candidato è gradito. Dice un ex dirigente
vaticano ben informato: “Forse dopo l’addio
di Pioppo e l’istituzione del nuovo consiglio
di sovrintendenza dello Ior qualcuno
dentro il Vaticano non gradisce nuove nomine”.
E il Papa, che in qualsiasi momento
può decidere qualunque cosa, potrebbe
anche adeguarsi allo status quo.

© Copyright Il Foglio 7 maggio 2010

Le procedure della Chiesa sugli abusi: i casi denunciati alle autorità civili, per i più gravi laicizzazione senza processo. Revisione di alcune norme

E’ stata pubblicata oggi sul sito della Santa Sede, www.vatican.va, nell'apposito Focus dedicato alla risposta della Chiesa alla questione degli abusi sui minori, una Guida alla comprensione delle procedure di base della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) relative alle accuse di abusi sessuali. Non si tratta di un nuovo documento ma di una scheda riassuntiva di procedure operative già definite che possa essere di aiuto per laici e non canonisti. Le procedure si rifanno al Motu Proprio di Giovanni Paolo II "Sacramentorum sanctitatis tutela" del 30 aprile 2001 e al Codice di Diritto Canonico del 1983. Per quanto riguarda le procedure preliminari, la diocesi indaga su qualsiasi sospetto di abusi sessuali da parte di un religioso nei riguardi di un minore. Qualora il sospetto risulti verosimile, il caso viene deferito alla CDF. Il vescovo locale trasmette ogni informazione necessaria alla CDF ed esprime la propria opinione sulle procedure da seguire e le misure da adottare a breve e a lungo termine. Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda la denuncia di tali crimini alle autorità civili. Nella fase preliminare e fino a quando il caso sia concluso, il vescovo può imporre misure precauzionali per la salvaguardia della comunità, comprese le vittime. In realtà, al vescovo locale è sempre conferito il potere di tutelare i bambini limitando le attività di qualsiasi sacerdote nella sua diocesi. Questo rientra nella sua autorità ordinaria, che è chiamato ad esercitare in qualsiasi misura necessaria per garantire che i bambini non ricevano danno, e questo potere può essere esercitato a discrezione del vescovo prima, durante e dopo qualsiasi procedimento canonico. Per quanto riguarda le procedure autorizzate dalla CDF, il dicastero studia il caso presentato dal vescovo locale e, dove necessario, richiede informazioni supplementari. La CDF può autorizzare il vescovo locale a istruire un processo penale giudiziario davanti a un Tribunale ecclesiale locale. Qualsiasi appello in casi simili dovrà essere eventualmente presentato ad un tribunale della CDF. La CDF può anche autorizzare il vescovo locale a istruire un processo penale amministrativo davanti ad un delegato del vescovo locale, assistito da due assessori. Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e ha il diritto di presentare ricorso alla CDF contro un decreto che lo condanni ad una pena canonica. La decisione dei cardinali membri della CDF è definitiva. Qualora il sacerdote venga giudicato colpevole, i due procedimenti, giudiziario e amministrativo penale, possono condannarlo ad un certo numero di pene canoniche, fino alla dimissione dallo stato clericale. Anche la questione dei danni subiti può essere trattata direttamente durante queste procedure. In casi particolarmente gravi, in cui un religioso durante un processo è ritenuto colpevole di abusi sessuali su minori o in cui le prove siano schiaccianti, la CDF può scegliere di portare questo caso direttamente al Santo Padre con la richiesta che il Papa emetta un decreto di dimissione dallo stato clericale “ex officio”. Non esiste ricorso canonico dopo un simile decreto papale. La CDF porta al Santo Padre anche richieste di sacerdoti accusati che, consapevoli dei crimini commessi, chiedano di essere dispensati dagli obblighi del sacerdozio e chiedano di tornare allo stato laicale. Il Santo Padre concede tale richiesta per il bene della Chiesa (“pro bono Ecclesiae”). In quei casi in cui il sacerdote accusato abbia ammesso i propri crimini ed abbia accettato di vivere una vita di preghiera e penitenza, la CDF autorizza il vescovo locale ad emettere un decreto che proibisce o limita il ministero pubblico di tale sacerdote. Nel caso di violazione delle condizioni del decreto, non è esclusa la dimissione dallo stato clericale. Contro questi decreti è possibile il ricorso alla CDF. La decisione della CDF è definitiva. Infine, la Guida ricorda che la CDF ha in corso una revisione di alcuni articoli del "Motu Proprio Sacramentorum sanctitatis" tutela del 2001, al fine di aggiornarlo alla luce delle speciali facoltà riconosciute alla CDF dai Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Le modifiche proposte e sotto discussione non cambieranno le suddette procedure.

Radio Vaticana

GUIDA PROCEDIMENTI CDF NEI CASI DI ABUSO SESSUALE


CITTA' DEL VATICANO, 12 APR. 2010 (VIS). Questa mattina è stata pubblicata sulla pagina web del Vaticano, nella sezione "Focus", una guida alla comprensione dei procedimenti adottati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nei supposti casi di abusi sessuali su minori.

La legge applicabile è il Motu Proprio "Sacramentorum sanctitatis tutela" del 30 aprile 2001, corredata dal Codice di Diritto Canonico 1983. È una guida introduttiva che può essere utile per laici e non canonisti.

A: Procedure preliminari.

La diocesi locale indaga ogni accusa di abuso sessuale su un minore da parte di un chierico.

Se l'accusa ha una parvenza di verità, il caso è rinviato alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il Vescovo locale trasmette tutte le necessarie informazioni alla Congregazione per la Dottrina della Fede ed esprime il suo parere sulle procedure da seguire e le misure da adottare nel breve e lungo termine.

Si deve sempre seguire il diritto civile in materia di notifica di crimini alle autorità competenti.

Durante la fase preliminare e fino a quando il caso è concluso, il Vescovo può imporre misure cautelative per salvaguardare la comunità, comprese le vittime. Infatti, il Vescovo locale conserva sempre il potere di proteggere i bambini limitando le attività di un sacerdote nella sua diocesi. Questo fa parte della sua autorità ordinaria, che egli è incoraggiato ad esercitare in qualunque misura necessaria per assicurare che i bambini non subiscano danno. Tale potere può essere esercitato a discrezione del Vescovo, prima, durante e dopo ogni procedimento canonico.

B: Procedura autorizzata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede

La Congregazione per la Dottrina della Fede esamina il caso presentato dal Vescovo locale e chiede anche informazioni supplementari, se necessario.

La Congregazione per la Dottrina della Fede ha un certo numero di opzioni:

B1 Processi penali

La Congregazione per la Dottrina della Fede può autorizzare il Vescovo locale a condurre un processo penale giudiziario dinanzi ad un tribunale della Chiesa locale. I ricorsi in tal caso sono presentati ad un Tribunale della Congregazione per la Dottrina della Fede.

La Congregazione per la Dottrina della Fede può autorizzare il Vescovo locale a procedere ad un processo penale amministrativo davanti ad un delegato del Vescovo locale, assistito da due assistenti. Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e al riesame delle prove. L'imputato ha il diritto di presentare ricorso alla Congregazione per la Dottrina della Fede contro un decreto di condanna ad una pena canonica. La decisione dei Cardinali membri della Congregazione per la Dottrina della Fede è definitiva.

Se il chierico è giudicato colpevole, i processi penali giudiziari ed amministrativi possono condannare un chierico a una serie di pene canoniche, la più grave delle quali è la dimissione dallo stato clericale. La questione del risarcimento dei danni può anche essere trattata direttamente durante questi procedimenti.

Casi B2 presentati direttamente al Santo Padre

In casi molto gravi in cui un processo civile penale ha trovato il chierico colpevole di abusi sessuali su minori o quando le prove sono schiaccianti, la Congregazione per la Dottrina della Fede può scegliere di portare il caso direttamente al Santo Padre con la richiesta che il Papa emani un decreto "ex officio" di dimissione dallo stato clericale. Non vi è alcun rimedio canonico contro tale decreto papale.

La Congregazione per la Dottrina della Fede porta anche al Santo Padre richieste da parte dei sacerdoti accusati che, consapevoli dei propri crimini, chiedono di essere dispensati dall'obbligo del sacerdozio e di tornare alla stato laicale. Il Santo Padre concede tali richieste per il bene della Chiesa ("Pro bono Ecclesiae").

B3 Provvedimenti Disciplinari

Nei casi in cui il sacerdote accusato ha ammesso i suoi crimini e ha accettato di vivere una vita di preghiera e di penitenza, la Congregazione per la Dottrina della Fede autorizza il Vescovo locale ad emettere un decreto che vieti o limiti il ministero pubblico di un tale sacerdote. Tali decreti sono imposti con un precetto penale che comporta una pena canonica per la violazione delle condizioni del decreto, non esclusa la dimissione dallo stato clericale. Il ricorso amministrativo alla Congregazione per la Dottrina della Fede è possibile contro decreti del genere. La decisione della Congregazione per la Dottrina della Fede è definitiva.

Revisione del Motu proprio

Da qualche tempo la Congregazione per la Dottrina della Fede ha intrapreso una revisione di alcuni articoli del Motu proprio "Sacramentorum Sanctitatis Tutela", al fine di aggiornare detto Motu Proprio del 2001, alla luce della facoltà speciali concesse alla Congregazione per la Dottrina della Fede dai Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Le modifiche proposte in discussione non cambieranno le modalità di cui sopra (A, B1-B3).

Ora il Vaticano ammetta gli errori nella comunicazione. Le accuse alla Chiesa. di Vittorio Messori

Dopo le reazioni del mondo ebraico all’inciso dedicato alla «lettera dell’amico israelita»
Il più diplomatico è stato il rabbino responsabile dei rapporti con le altre religioni del Jewish Committee americano: «Quello del Predicatore Pontificio è stato probabilmente solo un uso sfortunato del linguaggio». Ben altre, lo sappiamo, le reazioni del mondo ebraico all’inciso dedicato alla «lettera dell’amico israelita» nell’omelia pronunciata davanti al Papa da padre Raniero Cantalamessa.
Un cappuccino che conosciamo dai tempi in cui era giovane, brillante docente di Nuovo Testamento alla Cattolica di Milano. Religioso non solo di grande cultura ma anche di autentica vocazione francescana, stupì tutti, dimettendosi da quella cattedra prestigiosa per consacrarsi interamente all’apostolato. Anche per l'equilibrio mostrato nelle pagine dei suoi molti best seller, padre Raniero fu chiamato al ruolo delicato e influente di Predicatore della Casa Pontificia.


Come aspettarsi un infortunio come quello del Venerdì Santo, da parte di uomo che allo zelo pastorale unisce la lunga esperienza e la prudenza, la prima delle virtù cristiane? Ma, innanzitutto: proprio di infortunio si è trattato? Completando la lettura «innocentista» del rabbino americano, ci pare che si debba parlare di inopportunità, considerate anche la sede e l'occasione liturgica, ma che le parole di padre Cantalamessa siano per qualcuno opinabili ma non condannabili. La consueta semplificazione giornalistica ha fatto credere che la persecuzione degli ebrei sia stata, scandalosamente, equiparata alla doverosa severità per la pederastia clericale. In realtà, se si va al testo, il Predicatore Pontificio ha precisato che non intendeva parlare della «sciagurata macchia della pedofilia che ha coinvolto anche elementi del clero», visto che «di questa già si è parlato e si parla molto fuori di qui». Ciò cui padre Raniero intendeva alludere era «l'attacco violento e concentrico contro la Chiesa, il Papa e tutti i fedeli cattolici in molte parti del mondo». L'oggetto era, insomma, quel crescente «complesso anticristiano» (e, in particolare, anticattolico) di cui su questo giornale parlava di recente anche Ernesto Galli della Loggia (Corriere del 21 marzo, ndr). Secondo Cantalamessa, ci sarebbero i segni di una persecuzione della Chiesa e dei suoi membri già in atto, ma che potrebbe peggiorare. Si tratta di segni che l'amico israelita, di cui ha letto la lettera, sarebbe in grado di identificare per dura esperienza, «sapendo, come ebreo, che cosa significhi essere vittime della violenza collettiva».
Quei segnali allarmanti sarebbero «l'uso dello stereotipo» e «il passaggio dalla responsabilità personale a quella collettiva». Per stare alla questione pedofilia, lo stereotipo starebbe in quelle rappresentazioni, che diventano luoghi comuni, che identificano vita religiosa e pederastia. O che vedono nella prospettiva cattolica solo il moralismo ipocrita di chi, in segreto, è assai peggio degli altri, praticando vizi inconfessabili.
Da qui, il passaggio a generalizzazioni, come se ogni battezzato fosse, in quanto tale, un potenziale maniaco sessuale; così come, per l'antisemitismo, ogni ebreo era tacciato di essere un cittadino infido e una sanguisuga dei popoli. Una denuncia, insomma, della gravità della persecuzione che colpì gli ebrei e, insieme, della possibilità che anche i cristiani diventino perseguitati. È una prospettiva, peraltro, che già si è fatta realtà: se in Occidente qualcuno vorrebbe respingere il cattolico in una riserva, chiudendolo in una sorta di apartheid, in altre parti del mondo non scorre inchiostro ma sangue. Stando anche alle statistiche della insospettabile Amnesty International, da almeno due decenni il cristianesimo è, nel mondo, la religione più perseguitata. Il martirologio dei credenti nel Vangelo giustifica la denuncia di una persecuzione sempre crescente. Non solo ogni anno Ordini e Congregazioni missionarie stilano un elenco impressionante di vittime, ma le Chiese locali stesse piangono i loro defunti, spesso massacrati nei modi più crudeli.
È a questo scenario di vastità mondiale e di lunga durata, non all’attuale cronaca nera a sfondo sessuale, che voleva riferirsi padre Cantalamessa. Per questo non ha avuto torto il portavoce vaticano, padre Lombardi, nel rassicurare il mondo ebraico che non vi era alcuna intenzione di equiparare le campagne antisemite alle campagne contro la pedofilia. Come se si volesse mettere sullo stesso piano la persecuzione degli innocenti ebrei e la giustizia verso dei religiosi colpevoli non solo di un peccato contro i comandamenti di Dio ma anche contro la legge degli uomini. E ha avuto ragione, il padre Lombardi, anche nel rinviare al testo autentico, per constatare come il padre Cantalamessa non solo non avesse proceduto a cinici confronti, ma desiderasse, anzi, dire la sua gratitudine a un israelita amico e solidale.
Se lette in questo modo, le affermazioni «scandalose» del Predicatore Pontificio non sono più tali: anzi, meritano riflessione perché, mentre deprecano un passato di violenza, denunciano un presente e un possibile futuro segnati essi pure dalla violenza. Questo riconosciuto, non ha torto neppure il pacato rabbino del Jewish Committee nel deprecare «un uso sfortunato del linguaggio» da parte dell'autorevole cappuccino. Più che di «sfortuna » parleremmo, lo si diceva, di inopportunità: come ha ricordato il rabbino capo di Roma, il momento per rischiare equivoci su questi temi non è certo il venerdì santo, ricorrenza di una morte in croce a Gerusalemme. Il malinteso di cui è stato vittima il buon francescano padre Raniero ricorda quello che provocò la sollevazione dell'altro monoteismo, l'islamico. La citazione, fatta da Benedetto XVI nella sua Ratisbona, di una frase ingiuriosa verso Maometto scritta da un imperatore bizantino del XIII secolo, fu «lanciata» dalle consuete agenzie come se rispecchiasse il pensiero del Papa. Al contrario: era stata fatta da papa Ratzinger per dissentirne. Altri, troppo numerosi, infortuni mediatici hanno coinvolto in questi anni la Gerarchia. Le cause? Innanzitutto, forse, l'eccesso di parole dette e scritte; poi, la minor qualità della «macchina» ecclesiale chiamata al controllo dei testi; infine, una certa ingenuità degli uomini di Chiesa. Abituati a discorsi complessi e articolati, non mettono in conto la necessità dei media di sintesi, spesso brutali se non deformanti, che facciano titolo. Educati, poi, alla lealtà, confidano in quella del «mondo» dove, invece, non pochi li attendono al varco per danneggiare quella Chiesa che considerano avversaria. Da qui una «modesta proposta per prevenire»: affiancare, cioè, ai severi corsi di aggiornamento biblico e teologico, anche l'incontro con qualche vecchio, scafato cronista che, ai troppo fiduciosi pastori, riveli trappole e agguati del media-system e gli onesti, ma furbi, trucchi per evitarli.

«Il Corriere della Sera» del 4 aprile 2010

Il Vaticano mette on-line documenti sulla II Guerra Mondiale Su iniziativa della Fondazione "Pave The Way"

di Inma Álvarez

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 25 marzo 2010 (ZENIT.org).- La Santa Sede ha annunciato questo giovedì la pubblicazione di importanti documenti pontifici di questo secolo, soprattutto quelli riferiti alla II Guerra Mondiale, digitalizzati e disponibili su Internet.

Si tratta degli Acta Sanctae Sedis (ASS) e degli Acta Apostolicae Sedis (AAS), cioè degli Atti ufficiali della Santa Sede dal 1865 al 2007, così come dei dodici tomi della collezione Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale.

"Questi testi costituiscono una miniera di documentazione d'inestimabile valore che ora è messa gratuitamente a disposizione di tutti gli studiosi e delle persone interessate. Un grande contributo per la ricerca e l'informazione sulla Santa Sede, la sua storia e la sua attività", afferma il comunicato.

La pubblicazione su Internet dei documenti ufficiali relativi alla II Guerra Mondiale, già disponibili in formato cartaceo dal 1981, è stata sollecitata dalla Fondazione "Pave the Way" (PTWF), che si dedica a lavorare per "rimuovere gli ostacoli" che impediscono il dialogo tra le religioni.

L'11 febbraio scorso, la Fondazione ha ringraziato la Segreteria di Stato e la Libreria Editrice Vaticana per "la sua fiducia in noi nel concederci questo privilegio senza precedenti".

In un nuovo comunicato al quale ha avuto accesso ZENIT, la PTWF spiega che il lavoro di digitalizzazione è stato portato avanti grazie a uno dei migliori fotografi digitali del mondo, l'israeliano Ardon Bar-Hama.

Bar-Hama è noto per aver digitalizzato i Rotoli del Mar Morto e il Codex Vaticanus, tra gli altri lavori.

Gary Krupp, presidente della Fondazione, ha espresso l'orgoglio dell'istituzione che rappresenta "di aver aiutato a rendere possibile questa ricerca estremamente importante".

"Finora, gran parte delle ricerche svolte in questo settore era selettiva per natura. Aprendo questi documenti per il loro studio in tutto il mondo, speriamo di portare alla luce la verità su questo periodo controverso".

La Fondazione è impegnata da molti anni nella ricerca sulle azioni di Papa Pio XII nei confronti degli ebrei durante la II Guerra Mondiale, visto che l'immagine di questo papato era "motivo di frizione, il che ha un impatto su più di mille milioni di persone in tutto il mondo".

La collezione Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale consiste in circa 9.000 pagine che raccolgono 5.125 documenti, una piccola parte della documentazione su quest'epoca contenuta nell'Archivio Segreto Vaticano (circa 16 milioni di documenti), la cui catalogazione non è ancora terminata.

Elliot Hershberg, presidente del Consiglio d'Amministrazione della PTWF, ha affermato: "Sentivamo che era necessario aprire questi archivi, che sicuramente non sono un sostituto della piena apertura degli archivi degli anni della guerra. Ad ogni modo, insieme all'ordine di Papa Benedetto XVI di aprire gli Archivi Segreti fino al 1939, abbiamo ora un quadro storico più chiaro delle azioni segrete di Papa Pio XII e del suo atteggiamento nei confronti del popolo ebraico, della sua avversione a Hitler e del suo lavoro segreto per sconfiggere il regime nazista".

La collezione è accessibile, senza alcun costo, sulla pagina ufficiale della Santa Sede (www.vatican.va), al link Acta Santae Sedis (http://www.vatican.va/archive/actes/index_it.htm).

Lettera del card. Bertone con le indicazioni del Papa sul caso del vescovo cinese uscito dalla clandestinità: proseguire verso la riconciliazione

Il Papa interviene nella controversia relativa ad un vescovo cinese che sta portando alla luce la spaccatura dei cattolici del Paese asiatico tra fedeli a Roma, clandestini, e cattolici riconosciuti dal governo di Pechino. Mons. Francesco An Shuxin, vescovo coadiutore di Baoding, è accusato di tradimento da alcuni sacerdoti della sua diocesi per aver deciso di uscire dalla condizione di clandestinità. Un gesto percepito come voltafaccia sul quale, ora, è intervenuto Benedetto XVI. A raccontare la vicenda è il prossimo numero di 30Giorni, la rivista diretta da Giulio Andreotti. La lettera, scritta per conto del Papa dal segretario di Stato Tarcisio Bertone, porta la data del 10 febbraio 2010. Si tratta di una risposta alla missiva inviata a Benedetto XVI dallo stesso Francesco An il 12 novembre 2009, con la quale il vescovo aveva sottoposto il suo caso al Papa chiedendogli indicazioni concrete sul da farsi. "Con una sfumatura non irrilevante, il testo non cita alcuna 'iscrizione' di An all'organismo patriottico, visto che il vescovo si è limitato ad accettare verbalmente l'incarico che gli era stato proposto. Nel messaggio arrivato da Roma si fa sapere che le questioni e le difficoltà 'delicate e complesse' suscitate da tale vicenda sono note alla Santa Sede. Le linee-guida fornite dal testo inviato dal Vaticano sono chiare e concrete: 'Nella vostra specifica situazione', scrive Bertone a nome del Papa, 'una simile decisione si sarebbe dovuta evitare. Nondimeno, nelle circostanze presenti sembra preferibile che sua eccellenza non rinunci di propria iniziativa alla possibilità che lei attualmente ha di agire in forma ufficiale per accompagnare e guidare tutti i vostri preti, sia ufficiali che clandestini'". Per desiderio del Papa di dare a queste indicazioni la giusta pubblicità, dalla seconda settimana di marzo la versione integrale del testo è apparsa in cinese e in inglese sul sito web della diocesi. La rivista 30Giorni chiosa sottolineando che "con le suddette indicazioni, si fa intravedere a tutti la potenziale efficacia e congruità pastorale dei criteri esposti nella Lettera ai cattolici cinesi del 2007" del Papa.

Apcom


Litterae communionis tra Roma e Baoding

Una lettera del cardinale Tarcisio Bertone rende note le indicazioni e i suggerimenti del Papa riguardo il caso di Francesco An Shuxin, il vescovo coadiutore di Baoding accusato di tradimento da alcuni sacerdoti della sua diocesi per aver deciso di uscire dalla condizione di clandestinità. Benedetto XVI invita tutti a camminare sulla via della riconciliazione. E intanto conferma monsignor An alla guida della diocesi. Anche se il vescovo ha accettato un incarico nella locale Associazione patriottica dei cattolici cinesi, strumento della politica religiosa del governo

di Gianni Valente

Quando sorgono liti e questioni tra i figli della Chiesa, accade spesso che tutti rivolgano il loro sguardo al vescovo di Roma, anche se è fisicamente lontano. Magari cercano soltanto il verdetto del giudice imparziale, che sappia dividere torti e ragioni secondo giustizia, e invece capita loro di trovare anche qualcosa di meglio.
È successo di recente anche ai sacerdoti, ai religiosi e ai fedeli laici della comunità cattolica cinese di Baoding, nella provincia dell’Hebei.
Lì, da qualche anno, i cuori si dividevano intorno al caso di Francesco An Shuxin, il vescovo ordinato clandestinamente (cioè senza il placet della politica religiosa del regime cinese) che dal 2006, dopo dieci anni di detenzione e isolamento, ha scelto di uscire dalla condizione di clandestinità ed esercitare il proprio ministero pastorale in fedeltà al Papa e anche nel rispetto delle procedure e dei vincoli imposti dal governo. Il tutto mentre l’altro vescovo “clandestino” Giacomo Su Zhimin, primo titolare della diocesi, risulta a tutt’oggi inavvicinabile, dopo essere stato prelevato dagli apparati di polizia nel 1996.
Fin dall’inizio, una parte dei sacerdoti dell’area clandestina aveva considerato la decisione del vescovo An alla stregua di un voltafaccia, arrivando a mettere in dubbio la legittimità della sua autorità episcopale. Le polemiche e i rinfacci hanno toccato la fase più virulenta nella seconda metà del 2009, quando gli oppositori di monsignor An hanno pubblicizzato come una prova del presunto “tradimento” la sua disponibilità ad accettare un incarico nelle strutture diocesane dell’Associazione patriottica.
Nel montare della controversia, alla comunità cattolica dell’Hebei sono arrivati a più riprese indicazioni e suggerimenti provenienti dalla Sede apostolica, sempre volti ad arginare il contagio velenoso della lacerazione e del dubbio. L’ultimo, più recente e più autorevole invito alla riconciliazione è venuto dal Papa: una lettera inviata dal Vaticano alla diocesi di Baoding con cui Benedetto XVI conferma l’autorità episcopale di Francesco An e auspica che tutti i sacerdoti diocesani la riconoscano, nonostante l’incarico assunto dal vescovo nell’Associazione patriottica.

«Caro fratello vescovo»
La lettera, scritta per conto del Papa dal segretario di Stato Tarcisio Bertone, porta la data del 10 febbraio 2010 e il numero di protocollo 696/10/RS. Si tratta di una risposta alla missiva inviata a Benedetto XVI dallo stesso Francesco An il 12 novembre 2009, con la quale il vescovo aveva sottoposto il suo caso al Papa chiedendogli indicazioni concrete sul da farsi. Nelle prime righe Bertone riferisce l’apprezzamento del Papa per i «sentimenti di fedeltà a Cristo e alla Chiesa e la devozione filiale al successore di Pietro» espressi dal vescovo An nella sua lettera. Poi, di seguito, vengono trasmesse le indicazioni papali in merito alle vicende tormentate della diocesi.
Benedetto XVI, attraverso Bertone, rende nota la «grande attenzione» con cui segue la vita della Chiesa in Cina, con riguardo specifico per le comunità diocesane «che vivono in situazioni particolarmente difficili». Il Papa si dice «spiritualmente vicino» al vescovo An e invia una benedizione speciale al vescovo Su Zhimin (citato ben tre volte nel nuovo messaggio papale), del quale si ricorda la condizione di segregazione che gli impedisce di esercitare il proprio ministero episcopale a vantaggio del popolo affidato alla sua cura pastorale.
Nella parte centrale, la lettera si sofferma direttamente sulle scelte del vescovo An che più hanno suscitato contestatazioni da una parte del clero della diocesi, e con parole inequivocabili scioglie i nodi ancora irrisolti.
Uno dei principali capi d'accusa mossi verso An era stata la sua scelta di concelebrare una messa insieme a Giovanni Su Changshan, vescovo “ufficiale” di Baoding, riconosciuto tale dal governo ma non dalla Sede apostolica. Riguardo a quell’episodio, la lettera afferma che «adesso ognuno è in grado di sapere che ciò avvenne perché sua eccellenza era consapevole che il vescovo Su Changshan desiderava ardentemente e aveva richiesto con insistenza la piena comunione con il Santo Padre». Si accenna anche alle lettere inviate da Su Changshan alla Santa Sede con le quali – si spiega – il vescovo illegittimo assicurava che la sua ordinazione episcopale senza mandato apostolico era avvenuta contro la sua volontà, e raccontava la sua afflizione per la condizione in cui si era venuto a trovare. «Questo caso», fa sapere il segretario di Stato a nome del Papa, «si deve considerare chiuso».
Di seguito, la lettera pontificia tocca il punto dolente del ruolo di vicepresidente dell’Associazione patriottica diocesana che il vescovo An ha accettato di assumere. Con una sfumatura non irrilevante, il testo non cita alcuna «iscrizione» di An all’organismo patriottico, visto che il vescovo si è limitato ad accettare verbalmente l’incarico che gli era stato proposto. Nel messaggio arrivato da Roma si fa sapere che le questioni e le difficoltà «delicate e complesse» suscitate da tale vicenda sono note alla Santa Sede. Le linee-guida fornite dal testo inviato dal Vaticano sono chiare e concrete: «Nella vostra specifica situazione», scrive Bertone a nome del Papa, «una simile decisione si sarebbe dovuta evitare. Nondimeno, nelle circostanze presenti sembra preferibile che sua eccellenza non rinunci di propria iniziativa alla possibilità che lei attualmente ha di agire in forma ufficiale per accompagnare e guidare tutti i vostri preti, sia ufficiali che clandestini». Nella lettera inviata dal Vaticano si assicura che la Sede apostolica continuerà a seguire la situazione di Baoding, e davanti a ulteriori sviluppi significativi non farà mancare al vescovo An criteri pratici di orientamento. «Nel frattempo», si raccomanda nell’epistola, con un accenno implicitamente rivolto all’intera diocesi dell’Hebei, «la Santa Sede conta sull’obbedienza che tutto il clero di Baoding deve a lei, in assenza del vescovo Su Zhimin». Nella parte finale della lettera, il cardinale Bertone chiede di rendere note alla comunità cattolica di Baoding le indicazioni giunte dal Papa, «nel modo che voi considerate più opportuno». Per questo, dalla seconda settimana di marzo, la versione integrale del testo è apparsa in cinese e in inglese sul sito web della diocesi.

Né vincitori né vinti
Con i suggerimenti e le indicazioni contenuti nella lettera del 10 febbraio al vescovo e alla diocesi di Baoding, si sono applicate a quel caso specifico – divenuto emblematico e rilevante per tutta la Cina – alcuni dei criteri guida che Benedetto XVI aveva esposto nella Lettera ai cattolici cinesi del giugno 2007.
In quel documento magisteriale si riconosceva che le procedure per il riconoscimento delle comunità locali da parte delle autorità civili – necessario per operare pubblicamente – possono comportare scelte difficili e controverse per la coscienza dei cattolici, essendo ancora gestite da quegli organismi “patriottici” ispirati dal Partito ed estranei alla struttura della Chiesa che pure pretendono di esercitare un ruolo-guida nella vita della compagine ecclesiale. Per questo, nei singoli casi concreti, e «dopo avere riaffermato i principi», si lasciavano le decisioni operative «al singolo vescovo che, sentito il suo presbiterio, è meglio in grado di conoscere la situazione locale, di soppesare le concrete possibilità di scelta e di valutare le eventuali conseguenze all'interno della comunità diocesana» (Lettera di Benedetto XVI ai vescovi, ai presbiteri, alle persone consacrate e ai fedeli laici della Chiesa cattolica nella Repubblica Popolare Cinese, cap. 7). Il Papa aveva messo anche in conto che le scelte opinabili del singolo vescovo potessero non trovare il consenso di tutti i sacerdoti e i fedeli. In tal caso, si augurava che tali decisioni fossero comunque accolte, «anche se con sofferenza», per mantenere l’unità della comunità diocesana col proprio pastore.
Proprio il dato controverso dei rapporti del vescovo An con l’Associazione patriottica dà occasione anche alla Santa Sede di attenersi agli orientamenti esposti dal Papa stesso nella Lettera del giugno 2007. Nella complessa situazione pastorale di Baoding il coinvolgimento diretto del vescovo nell’organismo patriottico ha riacceso il malessere e le contestazioni tra quei preti e fedeli clandestini che già criticavano la sua scelta di uscire dalla condizione di clandestinità, e nella lettera del 10 febbraio c’è scritto che tale coinvolgimento «si sarebbe dovuto evitare». Ma una volta che il vescovo ha deciso di accettare la carica di vicepresidente dell’Associazione patriottica diocesana, la Sede apostolica prende atto della sua decisione e non gli chiede di tornare indietro. La «presenza» del vescovo An negli organismi patriottici non delegittima la sua autorità episcopale agli occhi della Santa Sede. Non vengono sollevate artificiose contrapposizioni dialettiche tra i principi dottrinali e le scelte pastorali che qualcuno si ostina a presentare come codarde e riprovevoli forme di cedimento rispetto alle illegittime pretese del regime. Piuttosto, nella lettera stesa da Bertone a nome del Papa si suggerisce ad An di non uscire di propria iniziativa dalla condizione in cui si è messo, che ora gli consente di esercitare pubblicamente il suo ruolo di guida e di accompagnatore per tutti i preti della diocesi, «sia ufficiali che clandestini».
Con le suddette indicazioni, si fa intravedere a tutti la potenziale efficacia e congruità pastorale dei criteri esposti nella Lettera ai cattolici cinesi del 2007, quando essi vengono applicati operativamente alle condizioni date. Quel testo affidava ai vescovi il discernimento su come muoversi nelle situazioni locali, tenendo conto dei contesti e delle circostanze. Il vescovo An si è mosso entro i criteri e le possibilità contemplate nella Lettera papale del 2007. E la Santa Sede, attenendosi nei fatti a quella collegialità apostolica che è anche assunzione di condivise responsabilità, gli rinnova la propria fiducia, lo conferma nella sua autorità episcopale e invita tutti a seguirlo, anche quelli che a tutt’oggi non condividono le scelte compiute dal vescovo.
La stessa delicata e cordiale fiducia viene riservata anche a loro: i critici che finora hanno manifestato con più energia il proprio dissenso nei confronti del vescovo An, fino quasi a rifiutarlo come pastore della diocesi. Nella lettera di febbraio non c’è per loro traccia di rimprovero, non c’è alcun diktat. Il Papa fa soltanto sapere che lui stesso fa conto sul loro sensus Ecclesiae: anche quelli che in passato hanno sofferto più persecuzioni a causa della propria fede, e magari ora fanno più fatica ad accogliere le scelte del vescovo, saranno aiutati dalla loro stessa fede ad accettare col tempo la nuova situazione.
Così, per accenni, le indicazioni riproposte nella lettera spedita a Baoding dalla Sede apostolica lasciano trasparire anche da dove può venire un possibile nuovo inizio per la tormentata diocesi dell’Hebei. Non si tratta di tentare fallaci bilanci dei torti e delle ragioni, per stabilire chi ha vinto e chi ha perso, come succede nelle dispute del mondo: anche perché non ci sono mai vincitori ma solo sconfitti nelle derive settarie che magari in nome dell’intransigente attaccamento alle proprie convinzioni finiscono per lacerare la comunione e complicare l’accesso dei fedeli ai mezzi della vita di grazia. Invece è proprio la natura sacramentale della Chiesa che può trasparire nei rapporti tra i suoi membri, compresi i rapporti tra il vescovo e i suoi sacerdoti. E può favorire nel tempo, con pazienza, senza inutili pressioni esterne, quel miracolo della riconciliazione che può passare solo attraverso i cuori e le coscienze dei singoli, abbracciando tutti e perdonando tutto. Così che sia più facile per tutti i cristiani di Baoding «vivere una vita calma e tranquilla, con tutta pietà e dignità», come scrisse san Paolo nella sua prima Lettera all’amico Timoteo.


Lettera al vescovo
Francesco An Shuxin


del cardinale Tarcisio Bertone
Segretario di Stato

A sua eccellenza reverendissima Francesco An Shuxin
vescovo coadiutore di Baoding
Baoding, Repubblica Popolare Cinese

N. 696/10/RS

Dal Vaticano, 10 febbraio 2010

Caro fratello vescovo,
sua santità Benedetto XVI è stato lieto di leggere la lettera che lei gli aveva scritto il 12 novembre 2009, nella quale Lei ha espresso i propri sentimenti di fedeltà a Cristo e alla Chiesa e la propria filiale devozione per il Successore di Pietro.
A questo riguardo, sua santità mi ha richiesto di comunicare a sua eccellenza ciò che segue:

1) Il Santo Padre è spiritualmente vicino a lei, al vescovo diocesano Giacomo Su Zhimin e all’intera comunità diocesana. Egli segue la vita della Chiesa in Cina con grande attenzione, mostrando una speciale sollecitudine per quelle comunità diocesane che vivono in situazioni particolarmente difficili.

2) Il Sommo Pontefice invia una benedizione speciale al vostro vescovo diocesano Giacomo Su Zhimin, che per molti anni è stato privato della libertà e della possibilità di esercitare il proprio ministero episcopale nei riguardi del popolo affidato alla sua cura pastorale.

3) Riguardo alla vostra concelebrazione eucaristica con il vescovo Giovanni Su Changshan, adesso ognuno è in grado di sapere che questo avvenne perché sua eccellenza era consapevole che il vescovo Su Changshan desiderava ardentemente e aveva richiesto con insistenza la piena comunione con il Santo Padre. Il vescovo Su fu turbato da tale situazione che gli provocò molta sofferenza, e ha atteso la risposta della Santa Sede alle proprie lettere, nelle quali egli ha dato assicurazioni sul fatto che la propria ordinazione episcopale senza mandato papale è avvenuta contro la propria volontà. Questo caso si deve considerare chiuso.

4) La Santa Sede è consapevole che la vostra presenza nell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi provoca difficoltà e questioni che sono delicate e complesse. Nella vostra specifica situazione, una simile decisione si sarebbe dovuta evitare. Nondimeno, nelle circostanze presenti sembra preferibile che sua eccellenza non rinunci di propria iniziativa alla possibilità che lei attualmente ha di agire in forma ufficiale per accompagnare e guidare tutti i vostri preti, sia ufficiali che clandestini. La Santa Sede continuerà a seguire la questione e se ci saranno sviluppi significativi essa non mancherà di fornire aiuto a sua eccellenza con orientamenti appropriati.

5) Nel frattempo, la Santa Sede conta sull’obbedienza che tutto il clero di Baoding deve a lei, in assenza del vescovo Su Zhimin.

6) Con questi sentimenti, il Sommo Pontefice invoca la divina protezione su sua eccellenza e sui sacerdoti, i religiosi e tutti i fedeli laici della diocesi di Baoding, e impartisce la sua benedizione apostolica.

Mentre ci avviciniamo alla celebrazione del Capodanno cinese, mi consenta di associarmi alla preghiera e agli auguri del Santo Padre che l’imminente tempo di Quaresima possa fornire un’opportunità per un nuovo impegno e un rinnovamento da parte dell’intera comunità diocesana di Baoding in fedele servizio a Cristo e alla Chiesa.
Chiedendovi di portare quanto sopra all’attenzione della diocesi di Baoding nel modo che voi considerate più opportuno, io affido il vescovo Su Zhimin, come anche sua eccellenza e tutti i sacerdoti, religiosi e fedeli laici all’intercessione della Beata Vergine Maria, venerata a Donglu con il titolo di nostra Signora della Cina. Assicurandovi le mie preghiere e i fraterni auguri, rimango
vostro in Cristo

cardinale Tarcisio Bertone
segretario di Stato


© 30Giorni nella Chiesa e nel mondo.


Nessuna lettera al Papa per le dimissioni di mons. Fisichella La dichiarazione del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 19 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Né il Santo Padre né il Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone hanno ricevuto la dichiarazione firmata da alcuni membri della Pontificia Accademia per la Vita, in cui si critica il Presidente di questa stessa Accademia, mons. Rino Fisichella.

E' quanto ha riferito la Radio Vaticana riportando la risposta del Direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, alle domande di alcuni giornalisti.

Secondo quanto riferito da alcuni organi di stampa nel documento – tra i cui firmatari comparirebbe anche il prof. Michael Schooyans – diffuso al termine della recente Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, che si è tenuta in Vaticano dall'11 al 13 febbraio, si chiederebbe la rimozione dal suo incarico dell'Arcivescovo Fisichella.

Dal canto suo, riporta l'emittente pontificia, padre Lombardi ha fatto notare che il prof. Schooyans non era presente alla recente Assemblea plenaria dell’Accademia per la Vita, che sarebbe stata il luogo naturale per affrontare l’argomento.

Il tutto sarebbe nato da un articolo di mons. Fisichella pubblicato su “L'Osservatore Romano” il 15 marzo 2009 e riguardante il caso di un bambina brasiliana fatta abortire, a Recife, dei due gemelli che portava in grembo, frutto delle ripetute violenze subite dal giovane patrigno.

La vicenda aveva da subito infiammato l'opinione pubblica e non solo in Brasile, tanto che molti giornali francesi si erano scagliati contro la Chiesa, e in particolare contro l'Arcivescovo di Olinda e Recife, mons. José Cardoso Sobrinho, che aveva condannato il duplice aborto.

Nel suo articolo – che in seguito genererà numerose proteste – mons. Fisichella aveva giudicato inappropriata la decisione dell'Arcivescovo di Olinda e Recife di annunciare in modo pubblico e rapido la scomunica - "un fatto - osservava Fisichella - che si attua in maniera automatica" - delle persone coinvolte, perché in questo modo non si aiuta a mostrare il volto materno della Chiesa.

Successivamente la Congregazione per la Dottrina della Fede era stata costretta a intervenire sulla questione pubblicando una "Chiarificazione" apparsa l'11 luglio 2009 nell'edizione quotidiana italiana de "L'Osservatore Romano".


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Così il Vaticano pressa il Ppe su gay e aborto

La notizia è di questo pomeriggio ed è destinata a fare parecchio rumore: il Vaticano fa pressing sui deputati del Partito popolare europeo per fermare la risoluzione sulle discriminazioni “in base all’orientamento sessuale e alla identità di genere” e la risoluzione sul “programma di azione della Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo”. L’ha rivelato l’agenzia spagnola Efe, che ha avuto accesso a una lettera dell’8 gennaio, a firma del nunzio apostolico in Francia, monsignor Luigi Ventura, inviata ai 201 esponenti del Ppe. Nel documento – a motivo del quale c’è già chi parla d’ingerenze vaticane nelle vicende europee – si partecipa “la preoccupazione della Santa Sede – è questa la parte che maggiormente ha dato fastidio, ndr – su due progetti di risoluzione, il cui testo è in aperta opposizione con la legge naturale e i valori promossi dalla chiesa cattolica”, motivo per cui “è necessario partecipare attivamente al voto”. Proprio questa mattina il Consiglio d’Europa ha dibattuto sul fascicolo delle discriminazioni su base sessuale, e ha rinviato ad aprile il voto sulla risoluzione e i 78 emendamenti.

Se gli emendamenti non passeranno e il testo resterà “inaccettabile” – scrive monsignor Ventura –, i parlamentari “dovranno opporsi alla sua approvazione”. E raccomanda di rivolgersi a “Volontè, che coordina gli emendamenti in accordo con la posizione della Santa Sede”. Sono, infatti, a firma del deputato Udc, fresco di nomina a capogruppo del Ppe, la maggior parte degli emendamenti presentati alla risoluzione sulla discriminazione su base sessuale. Il testo prevede, tra l’altro, il riconoscimento legale alle coppie dello stesso sesso. Capitolo che la chiesa non vuole aprire, e su cui il nunzio ribadisce che nel diritto europeo “non esiste il ‘diritto’ al matrimonio o all’unione di persone dello stesso sesso”. Quanto al secondo progetto, il nunzio esprime preoccupazione perché nel documento “si presenta l’aborto come un diritto della donna e come un metodo di pianificazione familiare” e chiede di sostenere gli emendamenti dei parlamentari Volontè e Marco Gatti. La lettera – secondo quanto rivelato da Efe – si sbilancerebbe inoltre a favore di Riccardo Ventre per il posto di giudice nel Tribunale europeo dei diritti umani, in rappresentanza dell’Italia.

Infine, monsignor Ventura avrebbe indicato proprio Volontè per l’incarico di presidente del Ppe, cosa che si è realizzata. Il senatore Vannino Chiti ha espresso “incredulità, stupore, sincera amarezza” e ha annunciato la richiesta all’assemblea del Consiglio d’Europa di un “chiarimento istituzionale”. Il gesto inoltre, ha aggiunto, “non fa bene alla chiesa e non giova ai suoi rapporti con le istituzioni europee”. Il capogruppo della delegazione italiana, Luigi Vitali, si dichiara stupito per un’iniziativa di cui non era a conoscenza. È una cosa “imbarazzante” che comunque non rispecchierebbe l’andamento delle votazioni. “Sono basito e spero che il nunzio chiarisca” ha concluso. All’oscuro sembra essere anche il nunzio apostolico a Strasburgo monsignor Aldo Giordano. No comment invece da monsignor Ventura e dalla segreteria di stato vaticana. Ma la vicenda pare destinata a non finire qui.

di Paolo Rodari

Roma e i suoi significati . La peculiare natura dei rapporti tra Chiesa e Stato in Italia. Studio e intervista audio a Luigi Amicone

di Giuseppe Dalla Torre

"Siamo in un momento in cui noi costituenti della Repubblica italiana dobbiamo votare nell'interesse della Nazione e nell'interesse della Repubblica. Dobbiamo votare in modo che sia fatto appello al mondo libero degli Stati, al mondo che anche io so e dico che ci guarda. Il mondo che ci guarda si preoccupa che qui si crei una Costituzione di uomini liberi; il grande mondo cattolico si preoccupa che qui la Repubblica nasca in pace e in amicizia col Pontefice romano". Così Alcide De Gasperi, che pur aveva a suo tempo mosso critiche alla stipula dei Patti Lateranensi, il 25 marzo 1947, nel suo primo e unico intervento in Assemblea Costituente a favore dell'articolo 7 della Costituzione in fase di elaborazione.
Nelle espressioni stringate e prive d'ogni retorica dell'uomo politico democristiano si coglie, tra le altre, la lucida percezione della peculiarità dei rapporti tra Stato e Chiesa in Italia, data da una dimensione al tempo stesso nazionale e internazionale.
I rapporti con la Chiesa cattolica sono, per ogni Stato, una "questione nazionale", per il semplicissimo fatto che la Chiesa si incarna in Chiese particolari, che vivono nel territorio di ciascuno Stato e operano a vantaggio di soggetti che si trovano su quel dato territorio e sono destinatari dei comandi del relativo ordinamento. Nel caso italiano peraltro tale questione nazionale assume un rilievo e dei connotati del tutto diversi per il fatto che in Italia, e solo in Italia, essa si pone sotto un duplice profilo: alla disciplina, secondo quanto avviene altrove, della porzione di popolo di Dio che è in Italia, si aggiunge la disciplina - e questo è invece un unicum - dei rapporti con la Santa Sede, cioè con l'ufficio del Pontefice, che è vescovo di Roma ma che ha la responsabilità del governo della Chiesa universale.
C'è, dunque, una "questione" tutta italiana e solo italiana dei rapporti tra Chiesa e Stato: in ragione - come dice l'articolo 2 dell'accordo di revisione del Concordato del 1984 - del "particolare significato che Roma, sede vescovile del Sommo Pontefice, ha per la cattolicità"; ma anche in ragione del fatto che la Santa Sede è colta, nel concerto delle potenze statuali, come una "potenza morale" la cui esistenza non può essere da loro ignorata.
A ben vedere, però, la peculiarità della situazione italiana non è data solo dal fatto dello sdoppiamento di piani sui quali si pone il problema dei rapporti fra la Chiesa e lo Stato, vale a dire la disciplina giuridica della Chiesa che è in Italia e la disciplina giuridica della condizione della Santa Sede; essa è data anche dal fatto che la condizione giuridica riservata alla Santa Sede non è una questione esclusivamente interna allo Stato italiano, ma è una questione di intuibile e ben nota rilevanza internazionale. In qualche modo paradossalmente la "questione" dei rapporti tra Chiesa e Stato in Italia è, per dir così, una "questione nazionale" anche e proprio perché riveste una dimensione che trascende i confini del Paese.
Come bene mostra un volume di Roberto Pertici presentato nei giorni scorsi al Senato - Chiesa e Stato in Italia. Dalla Grande Guerra al nuovo Concordato (1914-1984) (Bologna, il Mulino, 2009, pagine 896, euro 55) - questa "nazionalità" della questione, o se si vuole la volontà politica di trovare una soluzione nazionale ai peculiari problemi internazionali posti dalla presenza della Santa Sede in Italia, fu un dato lucidamente avvertito già all'indomani del 20 settembre 1870 dai politici liberali, che cercarono conseguentemente una soluzione con la legge delle Guarentigie del 1871. Così come la necessità di una soluzione nazionale, quindi raggiunta per autonoma determinazione dello Stato e non per imposizione straniera, fu l'elemento ispiratore sia dei tentativi di conciliazione degli ultimi governi liberali, in particolare dei rapporti tra Vittorio Emanuele Orlando e monsignor Bonaventura Cerretti a Parigi nel 1919, sia della composizione escogitata con i Patti Lateranensi da un fascismo ben consapevole del carattere nazionale ma al tempo stesso internazionale della questione, e determinato a non farsene espropriare la soluzione. In definitiva anche la soluzione costituzionale delineata nel 1946-47, e sfociata nell'articolo 7, è riprova della continuità di una linea di politica ecclesiastica diretta a far sì che, pur rivestendo una innegabile rilevanza internazionale, la questione dei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica dovesse essere risolta per iniziativa propriamente italiana. Lo fa capire il passo, sopra citato, di De Gasperi; lo dimostrano diversi interventi, sia della maggioranza che della opposizione, in sede di Assemblea Costituente.
Bisogna riconoscere che a tale linea di politica ecclesiastica seguita con indubbia costanza dal 1870 al 1948, nonostante le differenti soluzioni prospettate o raggiunte nei diversi momenti storici da distinte posizioni politiche, ha risposto, quasi specularmente, una analoga linea di politica ecclesiastica della Santa Sede. Basti pensare alle dichiarazioni autorizzate fatte dal presidente dell'Unione popolare, nel 1913, a conclusione della viii Settimana sociale dei cattolici italiani, in cui si auspicava tra l'altro la soluzione della Questione romana "per costituzionale volontà del Paese, da parte dello Stato, senza che la sua civile sovranità ne sia compromessa"; concetto poi ripreso ufficialmente, due anni dopo, dal segretario di Stato di Benedetto xv, il cardinale Pietro Gasparri. Ma si pensi anche all'atteggiamento tenuto dalla Santa Sede nel non lasciarsi sedurre, durante i difficili anni della prima guerra mondiale, da proposte tese a espropriare l'Italia di una questione propriamente sua come il piano Mulert-Eners, per la internazionalizzazione della Questione romana, o il progetto di Mattia Erzberger, per la ricostituzione di uno Stato della Chiesa.
Lo stesso atteggiamento fu tenuto dalla Santa Sede alla fine del secondo conflitto mondiale, quando con l'articolo 15 del Trattato di pace del 1947 e l'articolo XI del Trattato di amicizia, commercio e navigazione tra Italia e Stati Uniti del 1948, furono imposte all'Italia precise garanzie in materia di libertà religiosa. Giova ricordare al riguardo le preoccupazioni che, negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, agitavano ambienti politici italiani non solo per l'emergere, nel mondo politico americano e irlandese, di generici orientamenti diretti a una internazionalizzazione delle garanzie da assicurarsi alla Santa Sede; ma soprattutto in relazione a più precisi e corposi progetti, come quello presentato dal neoambasciatore di Francia presso la Santa Sede Jacques Maritain al ministro degli Esteri del suo governo, Bidault, prevedente sia un eventuale allargamento territoriale dello Stato della Città del Vaticano, sia anche, e innanzitutto, la sostituzione del Trattato Lateranense con uno Statut vraiment international che garantisse gli interessi della comunità internazionale a una "disitalianizzazione" della questione della libertà e indipendenza della Santa Sede.
Se è pensabile che la Santa Sede si possa essere allora riferita a tali orientamenti di esponenti delle potenze vincitrici - diretti a una internazionalizzazione della questione della propria indipendenza - per premere sull'Italia ai fini di una recezione in Costituzione dei Patti Lateranensi, è certo tuttavia che non era questo l'obbiettivo politico cui mirava. Anche questa volta, infatti, la Santa Sede non intese far espropriare all'Italia una questione propriamente italiana e spinse di nuovo per quella soluzione nazionale, che fu raggiunta con l'inserimento in Costituzione dei Patti Lateranensi.
Dunque con l'approvazione, col voto significativo del Partito comunista, dell'articolo 7 della Costituzione, contenente il riconoscimento della sovranità della Chiesa nel proprio ordine e il richiamo ai Patti Lateranensi, l'Italia confermava di voler continuare a risolvere con un atto di sovrana deliberazione le peculiarità dei suoi rapporti con la Chiesa cattolica, che pure hanno una intrinseca rilevanza internazionale. Di qui il significato politico della larghissima maggioranza con cui l'articolo 7 venne approvato; larghissima maggioranza che di nuovo tornò, oltre trent'anni dopo, con l'approvazione parlamentare dell'Accordo di Villa Madama del 1984, con cui si apportarono modifiche al Concordato del Laterano.
Ma quell'ampio consenso sull'articolo 7, col suo disposto riguardante la duplice prospettiva delle relazioni dello Stato con la Chiesa, manifestava al tempo stesso consapevolezza e condivisione della inseparabilità della duplice questione soggiacente: come aveva detto Pio XI quasi all'indomani dell'11 febbraio 1929, Trattato e Concordato simul stabunt, simul cadent.


(©L'Osservatore Romano - 22 gennaio 2010)


Craxi e i cattolici, storia di un confronto - intervista a Luigi Amicone

Da Radio Formigoni:


In questi giorni di rievocazioni, polemiche e riflessioni, riguardo la figura di Bettino Craxi nella storia politica italiana, a dieci anni dalla sua scomparsa, nessuno ha ancora parlato del rapporto della politica craxiana con il mondo cattolico, in special modo con quella espressione che aveva come megafono comunicativo il settimanale "Il Sabato".
Furono polemiche, e non di poco conto, a cavallo tra gli anni '80 e '90, all'interno anche del variegato mondo ecclesiale.
Ne parliamo con Luigi Amicone, allora giovane giornalista, oggi direttore del settimanale Tempi:


Le questioni in sospeso tra Santa Sede e Israele, e il futuro di Gerusalemme. Intervista a Padre Jaeger

di Mariaelena Finessi

ROMA, lunedì, 18 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Frate francescano della Custodia di Terra Santa, docente di diritto canonico a Roma, padre David-Maria A. Jaeger è un noto esperto dei rapporti giuridici Chiesa-Stato in Terra Santa e da più di trent'anni studia la "questione di Gerusalemme" sul piano del diritto internazionale.

In questa intervista a ZENIT, padre Jaeger spiega il complesso percorso che Santa Sede ed Israele hanno avviato, in seguito alla firma dell'Accordo fondamentale del 1993, per l'attuazione dei punti riguardanti il regime tributario della Chiesa e le questioni di proprietà sui Luoghi Santi.

Tutto questo proprio mentre il rabbino David Rosen spiega al quotidiano Haaretz che l'atteggiamento di Israele verso il Vaticano è "oltraggioso" e che "ogni [altra] nazione avrebbe minacciato il ritiro del suo ambasciatore molto tempo prima, per il modo in cui Israele non onora gli accordi".

Benedetto XVI è tornato la settimana scorsa sul tema del Medio Oriente, ribadendo il diritto di Israele ad esistere e a godere di pace, ed un uguale diritto del popolo palestinese ad una patria sovrana, a vivere con dignità oltre che a potersi spostare liberamente. «Mi preme inoltre - ha aggiunto il Pontefice - sollecitare il sostegno di tutti perché siano protetti l'identità e il carattere sacro di Gerusalemme, la sua eredità culturale e religiosa, il cui valore è universale». Padre David-Maria A. Jaeger, come si può proteggere nella pratica il carattere sacro di questa città?

Padre Jaeger: Verso la fine del passato decennio, e più precisamente nel 1999, un "Gruppo di lavoro" messo insieme da diversi governi europei ha preso in esame, tra l'altro, un progetto, di matrice cristiana, che prevedeva a tale scopo un trattato multilaterale, al quale avrebbero aderito diversi Stati tradizionalmente interessati alla Terra Santa, oltreché Israele e l'erigendo Stato palestinese, denominato "The Jerusalem and Environs Multilateral Treaty". Il trattato sarebbe stato fatto valere da un'apposita organizzazione multilaterale, che si sarebbe chiamata "The Jerusalem and Environs Multilateral Treaty Organisation". I valori fondamentali che tale Trattato e relativa Organizzazione avrebbero salvaguardato sarebbero poi sostanzialmente gli stessi successivamente proclamati nel Preambolo dell'«Accordo di base» tra la Santa Sede e l'Olp (PLO), l'organismo che rappresenta il popolo palestinese sul piano internazionale. Essenzialmente si tratterebbe di garantire a tutti la libertà di coscienza e di religione; di assicurare la parità giuridica delle tre grandi religioni monoteistiche, delle loro istituzioni e dei loro seguaci; di rispettare il carattere particolare della Città di Gerusalemme e dintorni; di salvaguardare i Luoghi Santi e il regime giuridico detto di "Statu quo" che si applica ad alcuni di essi. Per quel che possa valere un mio parere, credo che tale Trattato multilaterale, garnatito dall'apposita Organizzazione, potrebbe davvero essere la miglior via e dovrebbe non aver alcuna difficoltà ad essere abbracciato sia dagli israeliani che dai palestinesi, oltreché dalla Comunità internazionale, perché a vantaggio di tutti.

Ancora nessuna soluzione tra Israele e Santa Sede per l'Accordo fondamentale del 1993. Le trattative per l'attuazione dei punti riguardanti il regime tributario della Chiesa e le questioni di proprietà si sarebbero arenate proprio sui Luoghi Santi. Quali sono i reali motivi che da 17 anni impediscono la soluzione della controversia?

Padre Jaeger: Come si sa, l'Accordo fondamentale è stato firmato il 30 dicembre 1993 ed è entrato in vigore il 10 marzo 1994. Ne è seguito l'Accordo sul riconoscimento agli effetti civili delle persone giuridiche ecclesiastiche, firmato il 10 novembre 1997 ed entrato in vigore il 3 febbraio 1999. Manca sempre l'iscrizione dei due Accordi nella legislazione israeliana interna, il che vuol dire che entrambi valgono certamente sul piano del diritto internazionale, ma si incontrerebbero inevitabilmente delle difficoltà nel farli valere nelle sedi giudiziarie israeliane. Si sa pure che i negoziati sull'attuazione dell'art. 10.2 dell'Accordo fondamentale, con un accordo globale su tutte le questioni fiscali e di proprietà pendenti tra Chiesa e Stato sono state avviate l'11 marzo 1999. Durano oramai da ben più dei due anni previsti dall'Accordo fondamentale, ma non si può dire che siano "arenate". Anzi, il più recente comunicato congiunto al termine della seduta è stato emesso proprio in questo mese, il 7 gennaio. Quanto ai contenuti dettagliati dei lavori, la Commissione bilaterale - "luogo" e "veicolo" dei negoziati - non suole dare informazioni, anche perché tali informazioni non avrebbero senso: sarebbe del tutto inutile dire se su questa o quell'altra questione ci sia "accordo", perché in trattative di questo genere vale il principio "niente concordato finché non sia stato tutto concordato". Così, tra l'altro, si tutelano meglio i diritti sui quali le Parti fanno affidamento. E' evidente infatti che finché non ci sia l'auspicato Accordo, la Chiesa non rinuncia, e non mette neppure in discussione, i diritti acquisiti prima della creazione dello Stato (nello 1948), e che lo Stato ha più volte e in tanti modi promesso di osservare.

In merito a tale mancato accordo, al termine della plenaria della commissione bilaterale di lavoro tra Santa Sede e Israele - riunitasi in dicembre in Vaticano - il capodelegazione israeliano, Daniel Alayon, vice ministro degli Esteri, avrebbe parlato di "crisi" delle trattative e di "passo indietro" tanto che "tutte le conclusioni raggiunte prima della riunione sono state di fatto annullate". Cosa vuol dire questo e qual è dunque la situazione oggi?

Padre Jaeger: Non si può parlare di "mancato accordo", perchè si sarebbe trattato in ogni caso di riunione solo interlocutoria, semplicemente un'altra tappa dei negoziati. Nessuna persona informata - anche solo genericamente - pensava che potesse essere quella la riunione conclusiva! Quanto alle asserite dichiarazioni attribuite da un quotidiano israeliano al vice ministro, era subito evidente che erano ad uso e consumo interno, per tranquillizzare gli ambienti fondamentalisti che, non informati dei fatti, paventavano un qualche patto con "il Vaticano" che sarebbe stato contrario a quello che riterrebbero essere principi ed interessi dello Stato ebraico. Chi era presente all'inizio dei lavori della Commissione bilaterale Santa Sede-Israele, nel 1992, sa raccontare che c'era una specie di "accordo da gentlemen" che ogni tanto una o l'altra Parte avrebbe avvertito il bisogno di fare qualche dichiarazione pubblica per soddisfare le proprie esigenze "politiche", senza con ciò incidere sul rapporto bilaterale. Poi, ci sono state anche dichiarazioni pubbliche da parte israeliana in senso ben diverso. Così il noto rabbino David Rosen, già membro importante della delegazione isrealiana ai negoziati - proprio nella fase "costituente" - ha asserito, in una recentissima intervista pubblicata sulla versione inglese online del più influente quotidiano israeliano, HaAretz, il 17 gennaio [giorno della visita del S. Padre alla Grande Sinagoga di Roma], che Israele - è sempre lui che parla - non è stato fedele ai patti del 1993, nel non aver ancora accettato di riconfermare in blocco tutti i diritti acquisiti alla Chiesa in materia fiscale, come invece - dice - Israele avrebbe promesso di fare in relazione all'allacciamento (già nel 1994) dei rapporti diplomatici con la Santa Sede.

Sempre Daniel Alayon avrebbe tuttavia confermato un chiaro "interesse a dialogare" con la Santa Sede, soprattutto su temi come "antisemitismo, terrorismo, radicalismo islamico". In che modo la Chiesa può aiutare Israele in merito a tali fenomeni?

Padre Jaeger: Il reciproco impegno "cooperazione appropriata nella lotta contro ogni forma di antisemitismo e ogni tipo di razzismo e di intolleranza religiosa" è iscritta nello sesso Accordo fondamentale (1993), all'articolo 2.1, e infatti i cattolici e gli ebrei ovunque si vedono uniti in tale lotta pacifica. Parimenti, lo stesso Accordo, all'Articolo 11.1, contiene la dichiarazione del rispettivo impegno di entrambe le Parti, Santa Sede e Stato di Israele, "alla promozione della risoluzione pacifica dei conflitti fra gli Stati e le Nazioni, con l'esclusione della violenza e del terrore dalla vita internazionale".

Per Gerusalemme lei ha rimesso sul tavolo recentemente l'idea di uno "statuto speciale internazionalmente riconosciuto", sostenendo che Israele e Palestina non sono abilitati a disporre di Gerusalemme, fino a quando le Nazioni Unite non avranno constatato il rispetto delle finalita' indicate dalla comunita' internazionale. Perché, ancora oggi, la Santa Sede ritiene che sia questa la migliore soluzione per Gerusalemme?

Padre Jaeger: Questa non è minimamente un'idea "mia" che israeliani e palestinesi non possono attualmente disporre di Gerusalemme, né disgiuntamente e neppure congiutamente. Piuttosto questa è la condizione del territorio secondo il diritto internazionale, come manifestato oggettivamente, tra l'altro, dalla continua presenza a Gerusalemme dei Consolati generali di "corpus separatum", mai accreditati a nessuno Stato, ma testimoni eloquenti della situazione de iure, mai cambiata dopo la Risoluzione ONU (la 181 del 29 novembre 1947, la stessa che ha autorizzato la creazione dello Stato Ebraico e dell'ancor futuro Stato palestinese), che destinava Gerusalemme ad amministrazione internazionale, come "luogo" di diritti e legittimi interessi che appartengno a grandi comunità mondiali e non rilevano semplicemente dalle due nazioni confinanti. Ora, nel contesto della ricerca di una risoluzione complessiva delle situazioni in Terra Santa che non risultano attualmente conformi al diritto internazionale, è evidente che anche - e innanzitutto - la condizione del territorio gerosolimitano dovrà essere regolarizzata. Le molte dichiarazioni al riguardo da parte della Santa Sede, nel corso di decenni, farebbero pensare - e questa, sì, che è una mia interpretazione da giurista - a far aderire isreliani e palestinesi a un trattato multilaterale - forse più o meno simile al progetto descritto sopra - che garantisse i valori universali rappresentati a Gerusalemme, e conseguentemente, con l'avallo delle Nazioni Unite, autorizzasse israeliani e palestinesi di disporre, mediante trattato di pace bilaterale, del territorio medesimo. I palestinesi sembrano essersi già impegnati ad accettare di seguire una simile strada, o almeno questa sarebbe la lettura che faccio del Preambolo dell'«Accordo di base» che hanno firmato con la Santa Sede il 15 febbraio 2000. Non ci sarebbe poi motivo per cui non lo possa accettare ugualmente Israele, qualora sia invitato a farlo, concretamente. Sarebbe infatti a favore di tutti e contro nessuno. Un classico "win-win", dove cioè tutte le parti "vincono", come si dice nel mondo degli affari.

Uno statuto speciale per la città, implica - come lei stesso ha ricordato - l'entrata in vigore di strumento giuridico internazionale che superi qualsiasi accordo bilaterale israeliano-palestinese. Nello specifico, come pensa che tale strumento possa salvaguardare il regime dello Status Quo dei Luoghi Santi? In che modo dovrebbe funzionare?

Padre Jaeger: Questa sarebbe infatti la parte più semplice di tale "statuto speciale internanzionalment garantito" per Gerusalemme e dintorni, specie se segue la traccia del ricordato progetto di Trattato Multilaterale con rispettiva Organizzazioe per farlo valere. Infatti il regime giuridico di "Statu quo" che vige per determinati Luoghi Santi prevede che sia il Governo civile pro tempore a vigilare sulla sua regolare osservanza, incaricandosi di sicurezza e ordine pubblico in quei Luoghi Santi particolari. Così, oltre alla riconferma nel Trattao del valore legale internazionale di questo regime giudico, sarebbe in tal caso la rispettiva Organizzazione multlaterale ad assumersi questi oneri "laici" mediante i propri dipendenti, muniti anche dei poteri necessari per mantenere l'odine pubblico. Così si sottrarebbero questi pochi ma importantissimi Luoghi Santi (pensi al Santo Sepolcro di Gerusalemme) agli interessi e ai calcoli politici degli Stati locali o di qualsiasi singolo Stato.