DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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DOPO LO SCHIAFFO DI VIENNA. Qual è l’agenda Schönborn? Che cattolicità vogliono? Inchiesta su un potere in crisi

di Paolo Rodari

Roma. Una drastica riforma dell’organizzazione
del potere della curia
romana in chiave collegiale. Rivedere
l’obbligo del celibato per il clero.
Più considerazione per le coppie
omosessuali stabili. Rivisitare la dottrina
sui divorziati risposati. Non si
tratta dell’agenda che il teologo ribelle
Hans Küng vorrebbe imporre alla
chiesa di Ratzinger, quanto di alcune
delle richieste di riforma avanzate in
queste settimane dal cardinale arcivescovo
di Vienna Christoph Schönborn.
Richieste molto simili a quelle
che il cardinale Carlo Maria Martini
espose nel 1999 in un suo celebre discorso
intitolato “Verso l’indizione di
un Concilio Vaticano III”. Martini fu
più dettagliato di Schönborn. La sua
agenda prevedeva anche gli ordini sacri
per le donne, la partecipazione
dei laici ai ministeri, una nuova morale
sessuale, la rivisitazione del sacramento
della penitenza e del concetto
di ecumenismo. Ma anche per
lui, alla base di tutto, prima d’ogni altra
azione di rinnovamento, c’era la
madre di tutte le riforme, quella dell’organizzazione
del potere della chiesa:
più collegialità meno monarchia,
più orizzontalità meno assolutismo.
Che chiesa vuole Schönborn? Sta
superando “a sinistra” il maestro Joseph
Ratzinger spingendosi su una visione
di fatto conciliante con le istanze
del mondo? Oppure sta interpretando
in profondità il pontificato di
Benedetto XVI aprendo il dibattito su
temi solitamente ad esclusivo appannaggio
della sola ala progressista della
chiesa? Il vaticanista Giancarlo Zizola
non ha dubbi: “Schönborn è tra i
cardinali più vicini a Ratzinger. La solidarietà
teologica tra i due è evidente.
E si è palesata in queste ore.
Schönborn ha attaccato chi nella curia
romana ha insabbiato i peccati
carnali dei preti cattolici. E Ratzinger
sull’aereo per Fatima ha elevato il tono
dell’accusa, dicendo che oggi ‘in
modo terrificante’ la persecuzione
della chiesa viene ‘dall’interno’, ‘dai
peccati che ci sono dentro la chiesa
stessa e non dai nemici fuori’”. Anche
se, poche ore dopo, nell’omelia nella
piazza del Palazzo di Lisbona, ha detto
che non è coi programmi e l’organizzazione
che si risolvono le cose:
“Si è messa una fiducia forse eccessiva
nelle strutture e nei programmi ecclesiali,
nella distribuzione di poteri
e funzioni; ma cosa accadrà se il sale
diventa insipido?”. E’ la Weltanschauung
di Ratzinger: “Governare
non è semplicemente un fare, ma è
soprattutto pensare e pregare” ha
detto il 10 marzo scorso prendendo in
prestito parole di san Bonaventura.
Parole che in parte risuonano in
quanto dice Schönborn. Ma in parte
no: quello di Ratzinger è un ritorno
alle origini, alle radici della tradizione
cattolica, più che un salto nelle
braccia della modernità.
L’agenda progressista per il papato
ha diversi estensori. Prima di Schönborn
e dopo Martini, c’è stato il padre
cappuccino Raniero Cantalamessa.
Ma il “lodo Cantalamessa”, come lo
definisce Alberto Melloni nel saggio
del 2006 “L’inizio di Papa Ratzinger”,
non ha avuto fortuna. Redatto per una
meditazione pronunciata appena prima
del Conclave del 2005, espone sette
tesi sulle quali il Papa “chiamato
da Dio” avrebbe dovuto lavorare. Il
cuore del “lodo” sono il ritorno della
chiesa a una minoranza esemplare,
una chiesa che non imponga, soprattutto
nel campo etico, i propri dettami
ma che si limiti all’esempio, alla testimonianza.
Perché questa chiesa possa
predominare occorrono alcune
riforme. La prima, la più importante,
il riordino in chiave collegiale del governo.
Scrive Cantalamessa: “Pietro
esercita il suo ruolo in modo collegiale.
La formula canonica attuale del
rapporto tra il Papa e i vescovi è ‘cum
Petro e sub Petro’. Finora, non si può
negare, è stato accentuato soprattutto
il ‘sub Petro’. I tempi forse sono maturi
per ridare tutto il significato al
‘cum Petro’. Si tratta di creare organismi
opportuni per attuare questo.
Non possiamo più ragionare in termini
di antichi patriarcati”. “Cosa chiedono
in sintesi Schönborn, Martini,
Cantalamessa?”, si chiede ancora Zizola.
“La fine della solitudine del Papa
in favore di un esercizio del potere
più equilibrato”.
Cosa significa tutto ciò? Come si
concretizza la proposta d’una maggiore
collegialità? Per molti occorre tornare
al 1978, al primo libro in cui un
programma di riforma della chiesa in
chiave progressista venne sintetizzato.
S’intitola “L’officina bolognese,
1953-2003” ed è curato da Giuseppe
Alberigo. Descrive i cinquant’anni di
vita del “Centro di Documentazione”
fondato a Bologna
da Giuseppe Dossetti,
l’uomo che ha
messo in campo
quell’“ermeneutica
della riforma”
del Vaticano II che
ancora oggi gode di
una fortuna universale.
Tra i documenti
spicca un
lungo promemoria,
datato agosto 1978,
e “inviato ai partecipanti
all’imminente
Conclave”,
quello da cui uscì
eletto Giovanni
Paolo I, seguito poco
dopo dall’altro
Conclave in cui fu
eletto Giovanni
Paolo II. Il promemoria
s’intitola
“Per un rinnovamento
del servizio
papale nella chiesa alla fine del XX
secolo”. Dossetti chiede tante cose.
Tra queste che il Papa incida sulla
macchina di governo della chiesa fin
dai primi “cento giorni” del suo pontificato,
passando da una gestione monarchica
a una più collegiale. E cosa
Dossetti intende per “gestione collegiale”
è esplicitato in sette punti. Anzitutto
il Papa deve fare il vescovo di
Roma, “diffidando dalle formule vicariali
che hanno ormai un significato
di sgravio di responsabilità
e di
disimpegno”. Deve,
in analogia con
il concistoro medievale
e con il sinodo
permanente
orientale, creare
“un organo collegiale
che, sotto la
sua presidenza
personale ed effettiva,
tratti almeno
bisettimanalmente
i problemi che si
pongono alla chiesa
nel suo insieme,
prendendo le decisioni
relative”. Deve
“riconoscere al
sinodo dei vescovi
una capacità legislativa
vera e propria,
sempre sotto
la sua presidenza
e direzione”. Deve
snellire la curia romana “dislocandola
in altre aree cristiane”. Deve valorizzare
maggiormente le chiese locali
interpretando fino in fondo il principio
di sussidiarietà. Deve lasciare
che i vescovi siano eletti in loco e non
a Roma. Deve abolire le nunziature
apostoliche: in questo modo, dice
Dossetti, “si supererebbe una delle
sopravvivenze più sconcertanti della
concezione della chiesa come potenza
tra le potenze e del papato come
monarchia”. Infine deve abbandonare
“il convincimento di dovere decidere
da solo, di non potere rinunciare
ai simboli monarchici del potere e
dell’autorità”.
Dossetti parla della necessità di un
sinodo permanente. Marco Politi, saggista,
vaticanista e commentatore per
il Fatto, ricorda che in questi anni né
è stato rafforzato il ruolo del sinodo
né è stata realmente valorizzata la
funzione consultiva del collegio cardinalizio.
Dice: “Il collegio cardinalizio,
dove sono presenti i vescovi residenziali
di tanta parte del mondo, è un
luogo dove si potrebbero prendere insieme
decisioni importanti. Cosa che
non è avvenuta. Al contrario, quando
Benedetto XVI qualche anno fa convocò
a Roma i cardinali per esaminare
i rapporti con il movimento lefebvriano,
la maggioranza dei porporati
chiese che prima gli scismatici dovevano
accettare i documenti del Concilio.
Poi, però, il Papa ha preso un’altra
decisione, revocando senza condizioni
la scomunica ai quattro vescovi.
E adesso la trattativa si trascina senza
un reale chiarimento da parte dei
seguaci di Lefebvre. Certamente dopo
la stagione di non-decisione di questo
pontificato molti vescovi si aspettano
in futuro un cantiere di vere riforme”.
Che si eserciti per mezzo del sinodo,
tramite i cardinali, o attraverso
un collegio di saggi come ha chiesto
recentemente Küng, l’agenda progressista
per la chiesa dell’oggi ha un
nemico principale. Quello che gli
stessi progressisti chiamano “l’assolutismo
monarchico romano”. Ne ha
parlato recentemente il sociologo
cattolico Franco Garelli. Per lui la soluzione
è la collegialità la quale, ricorda,
“ha un valore teologico e sociale”.
Dice: “Il cardinale Martini
l’ha richiamata spesso come punto
qualificante. E’ necessario creare le
condizioni affinché nella chiesa vi sia
circolarità di idee”.
La “riflessione assieme”, appunto
la circolarità delle idee, è indicata come
una terapia adeguata per risolvere
i mali interni alla chiesa. Più parole,
maggiore confronto, avrebbero
permesso una migliore prevenzione
dei peccati dei ministri di Dio. Massimo
Faggioli, discepolo della dossettiana
scuola bolognese e oggi docente
di Storia del cristianesimo moderno
all’Università San Tommaso nel Minnesota,
afferma: “Se cambiasse il sistema
con il quale la chiesa esercita
il potere ci sarebbero meno guai. In
fondo è quello che sta chiedendo la
‘mosca bianca’ Schönborn: che Roma
ascolti quanto hanno da dire le chiese
locali. Perché è dal basso che molti
problemi possono emergere in modo
più chiaro e essere risolti”. Certo,
dice, “la stessa divisione del potere a
Roma non aiuta. Con la riforma della
curia voluta da Paolo VI nemmeno i
cardinali capi congregazione vedono
il Papa e parlano con lui. Tutto è accentrato
nelle mani del segretario di
stato. E’ lui il terminale di un cono di
bottiglia sempre più stretto. Al contrario
servirebbe più orizzontalità,
più respiro, più dialogo. E’ questo che
certi vescovi e molte conferenze episcopali
chiedono: le chiese si svuotano,
i fedeli lasciano e i presuli non
sanno più che fare”.
Non c’è ovviamente soltanto Schönborn.
Ci sono anche altri vescovi e
cardinali a chiedere le medesime cose:
più collegialità in scia a quella sinodalità
già pienamente accettata
dalle chiese ortodosse. In Germania
ne ha parlato spesso il cardinale Karl
Lehmann. Anche in Italia c’è chi insiste
su questo punto. E finisce anche
sull’Osservatore Romano. L’ultimo in
ordine di tempo è il vescovo di Ivrea
Luigi Bettazzi, allievo del cardinal
Lercaro a Bologna. Il 25 aprile scorso
scrive sull’Osservatore che la Costituzione
sulla chiesa del Vaticano II parla
prima del “popolo di Dio” e poi
“della gerarchia della chiesa”. Perché
la gerarchia è al servizio del popolo,
non il contrario. La gerarchia
deve cogliere “sempre più l’invito
conciliare alla collegialità che, se si
esprime compiutamente nella collaborazione
dei vescovi col Papa e dei
vescovi tra di loro, si ritrova a ogni livello
della chiesa nello spirito e nella
prassi della comunione. La ‘Lumen
gentium’ ci invita peraltro a considerare
quanti ‘semi del Verbo’ ci sono
nel mondo, quanta diffusione di grazia
ci sia nel creato anche al di fuori
delle strutture ecclesiali”.

© Copyright Il Foglio 13 maggio 2010

Dopo lo schiaffo di Vienna, perentorie richieste di repulisti nella gerarchia

Roma. “Sodano deve essere rimosso e gli si
deve dire di servire la chiesa con la preghiera.
Tutti devono sapere che ci sono delle conseguenze
per errori così scandalosi”. E’ nettissima
e definitiva la presa di distanza dal decano
del collegio cardinalizio, il cardinale Angelo Sodano,
messa in campo da Joseph Bottum, direttore
di First Things, la rivista punto di riferimento
dell’area theocon americana fondata dall’ex
luterano, poi sacerdote cattolico, Richard
John Neuhaus. Dopo lo schiaffo a Sodano dell’arcivescovo
di Vienna, Christoph Schönborn,
perché a suo dire quindici anni fa insabbiò il
“caso Hans Hermann Groër”, è la rivista attorno
alla quale ruota uno dei gruppi di intellettuali
più influenti d’America ad aprire il fuoco
contro un principe della chiesa che per anni,
nell’era Wojtyla, ha tenuto le redini del governo
della curia romana. La colpa attribuita a Sodano
è esplicita: ha coperto, ottenendo anche diversi
favori finanziari, le malefatte di Marcial
Maciel Degollado, “il corrotto truffatore che ha
fondato la Legione di Cristo e l’associazione laica
Regnum Christi”.
Attorno a First Things ci sono personalità
ascoltate non solo nel mondo cattolico americano
ma anche in Vaticano: c’è Michael Novak, il
profeta del capitalismo democratico, e George
Weigel, biografo di Papa Giovanni Paolo II e di
Benedetto XVI, senior fellow all’Ethics and Public
Policy Center di Washington. C’è Mary Ann
Glendon, ex ambasciatore americana presso la
Santa Sede e docente di legge nella facoltà di
Giurisprudenza di Harvard. Insieme a loro, c’è
Robert Royal, presidente del Faith & Reason
Institute della capitale federale.
Nella critica veemente a come la curia romana
ha gestito il “caso Maciel”, First Things si accoda
al National Catholic Reporter, il settimanale
leader dei cattolici progressisti degli Stati
Uniti nel quale scrive la stella del vaticanismo
americano John Allen. E’ stato il National
Catholic Reporter qualche giorno fa a scrivere
un articolo in due parti sulle spericolate operazioni
finanziarie portate avanti dai Legionari
sotto la guida Maciel. Ma, scrive Bottum, “l’articolo
ha ricevuto scarsa attenzione forse perché
i legami della Legione con Carlos Slim non sono
stati dimostrati”. Il miliardario messicano
Carlos Slim, assieme ad altri supporter di peso,
è stato indicato in questi giorni da alcuni giornali
tra i principali finanziatori della Legione.
Si sono anche letti i nomi del produttore cinematografico
Steve McEveety, di Thomas Monaghan,
fondatore di Domino’s Pizza e dell’Ave
Maria University in Florida, dell’ex governatore
della Florida Jeb Bush e dell’ex senatore
della Pennsylvania Rick Santorum.
Tra i finanziatori più volte si è anche fatto il
nome di Neuhaus. Del resto fu lui nel 2002 a
scrivere che le accuse contro Maciel erano “false
e malevole”. Ma, spiega Bottum con tono
amaro e malinconico, “Maciel ha ingannato
molte persone, tra cui il fondatore di questa rivista”.
Scrive ancora Bottum: “L’ironia della sorte
fu che Neuhaus non fece questa difesa su richiesta
di Maciel, che tra l’altro non conosceva
bene, ma l’ha fatta perché giovani sacerdoti della
Legione gli chiesero di farla e gli dissero che
Maciel era sotto un attacco falso e sleale”.
Qualcuno per il caso Maciel deve pagare. Per
Bottum è Sodano il capro espiatorio: “Deve andarsene”
scrive. “E’ tutto molto triste. Una lunga
carriera nella chiesa non sta finendo bene.
Senz’altro sarebbe più gentile proteggere Sodano
e lasciare che tutto scivoli via così. Ma è lo
stesso Sodano che non sembra disposto a lasciare
il campo in questo modo”. E una dimostrazione
di ciò, secondo Bottum, si è vista nella difesa
di Benedetto XVI che Sodano ha fatto il giorno
di Pasqua: “E’ con lei il popolo di Dio, che
non si lascia impressionare dal ‘chiacchiericcio’
del momento” ha detto il cardinale. E poi
l’affondo più duro: “Stando così le cose (Dio non
voglia) se Benedetto XVI dovesse morire, le esequie
funebri sarebbero guidate dal cardinale
Sodano e così i telegiornali, ora dopo ora, tirerebbero
fuori tutto quello che adesso viene associato
al suo nome”.

Paolo Rodari

© Copyright Il Foglio 14 maggio 2010

PAPA: SCHOENBORN, CONOSCE DEBOLEZZE CURIA, SA CHE RIFORMA E' NECESSARIA

(ASCA) - Roma, 20 apr

Papa Benedetto XVI sa bene che e' necessaria una riforma della Curia, anche sulla scorta dello scandalo pedofilia, ma non prendera' misure drastiche perche' non e' nel suo stile. ''Credo che non ci sia praticamente nessuno, nella Chiesa - ha detto, in un'intervista all'agenza cattolica austriaca Kathpress, il card. Christoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna, in occasione del quinto anniversario di pontificato di papa Ratzinger. -, con una percezione cosi' articolata e precisa di tutto cio' che accade nella Chiesa mondiale. Il papa sa anche bene quali sono i punti deboli della Curia e nel circolo di coloro che gli sono piu' vicini, e che e' necessaria una riforma della Curia''. ''Ma - ha aggiunto - non e' una persona che agisce drasticamente. E' stato sempre cosi', sceglie sempre una strada molto prudente, non prende misure drastiche, se non in casi drammatici'', come lo scandalo pedofilia o il caso Maciel.

© Copyright Asca

Le due facce di un papabile. Conservatore, riformatore: Schönborn, il vescovo che maltratta la curia

Conservatore, riformatore: Schönborn, il vescovo che maltratta la curia

E’ il cardinale arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn che si è distinto per le iniziative prese per arginare la grande crisi nata dalla campagna sulla pedofilia del clero. L’ha fatto chiedendo scusa per le colpe dei sacerdoti davanti a tutti. Facendo parlare nella cattedrale di Vienna le vittime. E nominando una donna, l’ex governatore della Stiria, Waltraud Klasnic, alla testa di una commissione indipendente sugli abusi sessuali dei preti nel paese. Chi lo conosce bene dice che è tutto merito di quanto gli ha insegnato il suo maestro, Franz König, arcivescovo di Vienna dal 1956 al 1985, dunque prima di Hans Hermann Groër, il discusso predecessore di Schönborn. Fu König a ordinare nel 1970 Schönborn.

Fu König, primate d’Austria e uno dei pilastri del Vaticano II
, a trasmettere a Schönborn una sua inconfondibile caratteristica: il saper andare sempre oltre lo scontato, l’ovvio, a volte il consentito. Idealizzava l’impegno sociale e, insieme, il coraggio di esprimersi apertamente su temi controversi. Come König così anche Schönborn. Il quale non a caso ha scelto come motto episcopale quel versetto di Giovanni che dice: “Vos autem dixi amicos”, ma io vi ho chiamati amici. Parole che, se lette in profondità, dicono tanto di lui: “Un uomo di mondo che sa conciliare il rispetto del dogma con la comprensione di chi devia”, scrisse di lui sul Corriere della Sera il 9 aprile del 2005 Paolo Valentino, indicandolo tra i papabili nella corsa alla successione di Woityla.

Schönborn ama stare nel mondo, tra la gente, cercando sempre la giusta calibratura, il giusto equilibrio, tra ciò che il dogma, la dottrina della chiesa, dice ed esige, e l’uomo in quanto essere finito, limitato, peccatore: “Non è facile per la chiesa trovare la giusta via tra la protezione del matrimonio e della famiglia da un lato, e la compassione per le debolezze umane dall’altro”, disse Schönborn durante l’omelia per i funerali dell’ex presidente austriaco Thomas Klestil mentre ad ascoltarlo c’erano la vedova e la moglie divorziata di quest’ultimo. Parole che suggeriscono come sia qui, in questo difficile esercizio tra pesi diversi, che Schönborn mostra chi è. E, insieme, offre il fianco alle critiche, a chi non lo capisce, a chi (a volte a ragione altre volte meno) ritiene che le sue aperture siano un tradimento della dottrina, del dogma, della tradizione, e un ammiccamento eccessivo alla mentalità dominante, ai media, alle esigenze del mondo laico. Critiche a tratti aspre, “perché da uno che è stato allievo di Joseph Ratzinger (a Ratisbona, nel 1972-1973) e di questo se ne fa un vanto, c’è chi si aspetterebbe un altro comportamento” dice un ritornello in voga nella curia romana.
Schönborn ha estimatori ma anche critici in Vaticano.

Del resto, è stato lui a descrivere la curia romana
come spaccata in due. Da una parte coloro che dai tempi di Karol Wojtyla fino a oggi hanno lavorato per insabbiare i casi di abusi su minori commessi da preti. Dall’altra quelli che si sono dati da fare per la totale trasparenza. Schönborn ha sostenuto la sua tesi due giorni fa sulla Stampa e quindici giorni fa sulla tv austriaca Orf: “Ratzinger, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nel 1995, avrebbe voluto una commissione d’inchiesta incaricata di fare chiarezza sulle accuse di pedofilia rivolte all’arcivescovo Groër ma fu fermato dall’ala della curia romana favorevole all’insabbiamento”.

Difficile fare nomi e cognomi delle persone a cui Schönborn
si riferisce. Difficile dire quale sia “quella parte” che all’interno della curia “ha vinto”, come ha detto il cardinale ancora su Orf-tv. Si può scandagliare l’organigramma della curia romana quando nel settembre del 1995 Schönborn venne chiamato a sostituire Groër senza che le accuse di pedofilia a carico di quest’ultimo, mai accertate in modo indiscutibile, venissero pubblicizzate. Ma azzardare chi siano gli insabbiatori rimane difficile. Dice un monsignore di curia: “Pontefice era Giovanni Paolo II che per primo chiese di far test psicologici sui candidati al sacerdozio. Suo segretario era Stanislaw Dziwisz che se è vero che aveva un rapporto di amicizia coi vertici dei Legionari di Cristo, il cui fondatore abusò di minori, rimaneva pur sempre un segretario e quindi, al di là delle dietrologie, il suo potere era limitato. Segretario di stato era Angelo Sodano: in questi giorni è stato scritto che sapeva tutto di Marcial Maciel Degollado (ancora i Legionari) e ha fatto poco. Ma cosa significa? Anche Paolo VI sapeva tutto di Degollado. Ha insabbiato pure lui? Altri cardinali di punta della curia erano Bernardin Gantin, Achille Silvestrini, Jozef Tomko, José Tomás Sánchez… tutti uniti contro il prefetto della Dottrina della fede Joseph Ratzinger? Non credo. Secondo me occorre valutare le parole di Schönborn in altro modo. Alle pressioni di una chiesa austriaca, dai vescovi ai fedeli, appiattita su una posizione giustizialista nei confronti dei preti pedofili, una posizione che piace tanto anche ai media e che usa della pedofilia nel clero per avanzare innovazioni che nulla c’entrano con la chiesa e le sue tradizioni (quanto pesa il parere di un movimento come ‘Noi siamo chiesa’ in Austria?), Schönborn ha deciso di reagire incolpando Roma. E’ una sua scelta. Una sorta di exit strategy. E questo è tutto”.

Tutto o quasi tutto. Perché se non è possibile dire a chi Schönborn si riferisca quando parla di una parte della curia che si oppose e si oppone a Ratzinger, resta il dato che fu lui che un anno fa, a Castel Gandolfo assieme ad altri tre cardinali, andò a discutere col Papa del futuro e, insieme, del governo della chiesa e delle capacità governative del segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone. Tra gli estimatori di Schönborn c’è senz’altro lo storico progressista del Concilio Vaticano II Alberto Melloni: “Quello di Schönborn è oggettivamente un momento di grazia”, dice. Cioè? “Decidere di chiedere scusa, di chiedere a tutta la chiesa di fare penitenza, non è cosa di poco conto. Non so a chi Schönborn si riferisca quando parla degli insabbiatori nella curia di Roma, ma noto che in queste settimane si sta muovendo benissimo. Del resto già dai primordi, dai suoi inizi, prometteva bene. Lo ricordo giovane studente dell’ordine dei frati predicatori (domenicani). Era una promessa in scia a Jean-Marie Tillard, l’ecumenista domenicano tra i più importanti del post Concilio. Conservatore come può esserlo il discendente di un’antichissima famiglia nobile cattolica dell’Europa centrale, è un teologo che guarda sempre avanti. La statura è alta, come quella di Ratzinger, dieci gradini sopra un Hans Küng qualsiasi. Ma la sua eredità resta quella di König”.

Da König a Schönborn, dunque. Senza però dimenticare chi c’è stato in mezzo, ovvero Groër. Guido Horst dirige in Germania Vatican Magazine. Racconta: “Quando si avvicinava il tempo della sostituzione di Groër, Schönborn era vescovo ausiliare a Vienna. L’altro ausiliare era monsignor Kurt Krenn. Il candidato preferito da Wojtyla era Krenn. I due, infatti, erano amici fin dai tempi in cui Wojtyla stava a Cracovia. Ma Schönborn iniziò a distinguersi, anche sui media, per attacchi importanti a Groër e ai suoi problemi con la pedofilia. Aprì in diocesi un’inchiesta sul suo vescovo e, anche grazie a questa operazione, riuscì a prevalere su Krenn. Divenne lui la star in Austria. Nel paese divenne in poco tempo il punto di riferimento di una parte considerevole di fedeli. E la nomina arrivò di conseguenza. Da quel momento è divenuto il capo indiscusso dell’episcopato del paese e, nel bene o nel male, ha deciso le sorti di tutta la chiesa fino a oggi”.
I media amano Schönborn. E lui ama loro e, spesso, ne fa buon uso. Nel 2004 uscì un suo articolo sul New York Times nel quale, a sorpresa, scagliò una dura critica all’evoluzionismo darwiniano aprendo anche alla teoria del “disegno intelligente”. “L’evoluzione nel senso di una ascendenza comune può essere vera, ma l’evoluzione nel senso neodarwiniano, come processo non pianificato, non guidato, di variazione a caso e selezione naturale, non lo è”, scrisse ricevendo apprezzamenti e critiche equamente distribuiti anche nella chiesa. Lo scorso primo gennaio si è recato in visita a Medjugorje, una televisione al proprio seguito. Da qui ha lanciato un messaggio a tutta la chiesa: “Bisogna chiudere gli occhi per dubitare che a Medjugorje scorrano fiumi di grazia”. L’uscita ha provocato diversi malumori in Vaticano dove proprio in quelle settimane si stava approntando una commissione d’inchiesta sulle apparizioni guidata dal cardinale Camillo Ruini. “Schönborn sapeva che era ardito andare a Medjugorje con una troupe televisiva” dice ancora Guido Horst. “Ma ci è andato lo stesso perché lui è fatto così. Va oltre il consuetudinario sentendosi di poterlo fare. Del resto, non solo può dire di essere stato allievo di Ratzinger, ma anche di aver scritto con lui la nuova edizione del catechismo. Mica poco”.

Un altro gesto molto apprezzato dai media è stata la revoca della nomina di Gerhard Maria Wagner quale vescovo ausiliare di Linz avvenuta nel febbraio di un anno fa. La nomina era di seconda fascia ma scatenò in tutto il paese una ridda di proteste incontrollabili. Wagner era ritenuto un “ultraconservatore” per delle dichiarazioni non felici fatte precedentemente: da Harry Potter, giudicato “satanico”, alle catastrofi naturali di New Orleans, dallo tsunami scatenato dall’“inquinamento spirituale” fino alle opinioni sull’omosessualità “malattia curabile”. La nomina era stata voluta principalmente dal nunzio vaticano nel paese, Peter Stephan Zurbriggen, e dal suo predecessore, l’arcivescovo libanese Edmond Farhat. La “base” progressista incarnata da movimenti come “Noi siamo chiesa” o “Iniziativa parrocchiale” chiese le dimissioni di Wagner alle quali il Papa, su suggerimento di Schönborn, si piegò. Vi fu chi lesse questo adeguamento di Schönborn come la volontà, già altre volte manifestata, di non ledere le richieste della parte più progressista della chiesa d’Austria. Di non andare al muro contro muro con la stampa, i media, l’intellighenzia laica del paese. E così sono state spesso lette altre sue parole, ad esempio quelle riguardanti l’abolizione dell’obbligo del celibato per i preti o una certa insistenza circa la partecipazione delle donne alla liturgia. Ma va anche detto che sono in molti a giustificarlo: le pressioni in Austria sono tante, terribili a volte, e probabilmente c’è una sorta di forzatura ambientale dietro alcune dichiarazioni di Schönborn.

Umberto Mazzone è professore di Storia della chiesa e dei movimenti religiosi all’Università di Bologna. In passato ha conosciuto da vicino Schönborn grazie a un periodo trascorso alla Kathpress, l’agenzia di stampa della diocesi viennese. “Schönborn mi sembra una figura sui generis”, dice. “E’ sempre alla ricerca di una via genuina di rinnovamento della chiesa. Una via che significa tornare a diffondere il Vangelo, una via missionaria. Ha iniziato con lo studio dei padri ai tempi in cui era a Parigi. Mi ricorda Girolamo Seritondo, un agostiniano che morì a Trento prima che il Concilio finisse. Era un grande riformatore anche se non vide la riforma prendere corpo. Anche Schönborn lancia idee interessanti e coraggiose ma chissà se le vedrà mai realizzate. Recentemente, ad esempio, si è reso protagonista di un’iniziativa dirompente che però in pochi hanno notato. Nel giorno in cui ha fatto una sorta di mea culpa per i casi di pedofilia nel clero, ha usato volutamente lo stesso termine che usò il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer quando nel 1944 chiese scusa per il silenzio della chiesa protestante durante il nazismo”.

Chissà, forse è anche a motivo di questo suo essere sempre sul limite, posizionato tra il dogma e ciò che c’è oltre il dogma, che anni fa quando Wojtyla ancora era Papa, Schönborn venne indicato dal cardinale Angelo Scola come “l’uomo del futuro”. Durante il concistoro del 2003 Scola guardò Schönborn e disse: “E’ lui l’uomo del futuro. E lo dico in ogni senso”. E in effetti, prima e durante l’ultimo Conclave, Schönborn, nonostante la giovane età, era un papabile (nel 2003 aveva 58 anni). Schönborn ha una vasta cultura. Studioso appassionato di filosofia e psicologia, oltre al suo tedesco, parla molte lingue, fra cui l’italiano, l’inglese e il francese. Quando predica è elegante e immaginifico. Viaggia tantissimo. Ama il rigore monacale tanto che quando risiede a Roma, nella canonica adiacente la basilica dei Santi Quattro coronati, dorme sul legno.

Le sue origini sono nobili, quelle di una famiglia aristocratica boema che nel corso dei secoli ha dato alla chiesa cattolica diciannove fra preti, monsignori e arcivescovi. König non influì su di lui soltanto per la spinta a non avere paura dei temi controversi, delle tematiche teologiche anche scottanti, ma anche per i continui richiami circa la necessità di lanciare ponti verso tutti. König li lanciò verso l’est comunista negli anni 60. E in Austria, dove la guerra civile del ’34 aveva creato un fronte irriconciliabile tra cattolici e socialisti. Ma soprattutto li lanciò verso ogni frontiera dell’uomo, anche le più controverse per la chiesa. Schönborn ebbe Ratzinger come professore per un anno, nel 1972-1973. Prima era stato a Parigi. Nel 1975 ottenne la cattedra di Dogmatica cattolica all’Università di Friburgo in Svizzera. E di lì la carriera ecclesiastica procedette senza intoppi. L’amicizia con Ratzinger gli valse, per anni, l’etichetta di teologo conservatore, nemico di ogni apertura. Non è mai stato così. E, probabilmente, così non sarà in futuro, sebbene la sua robustezza teologica sia considerata di gran lunga superiore a quella pastorale.

di Paolo Rodari



© Copyright Il Foglio 15 aprile 2010

Card. Schönborn: Il Santo Padre è sempre stato di una chiarezza senza nessun dubbio. Lo testimonia il suo comportamento nel caso del card. Groer

MARIA TERESA MARTINENGO

TORINO
Il cardinale Christoph Schönborn, il carismatico arcivescovo di Vienna che ha dato voce alle vittime dei preti pedofili, che ha chiesto loro scusa a nome della Chiesa, che con la Conferenza episcopale austriaca ha invocato «verità e giustizia sugli abusi sessuali», perché spesso «i colpevoli sono stati protetti più delle vittime», è senza dubbio una delle personalità che hanno ispirato il documento pubblicato ieri dal Vaticano. Schön-born ieri era a Torino per guidare il pellegrinaggio di duecento fedeli della sua diocesi alla Sindone e per tenere una meditazione davanti al Telo. Lo abbiamo incontrato nel pomeriggio, in Arcivescovado, in una pausa della visita. Sul documento non ha voluto fare commenti. «Non posso, non parlo di un testo che non ho letto nella sua interezza». Ma ha accettato di parlare della «ferita» della pedofilia e delle iniziative adottate a Vienna.

Eminenza, i passi fatti da lei e dai vescovi austriaci nelle scorse settimane - la dichiarazione dei vescovi alla stampa, la celebrazione nel Duomo di Santo Stefano con le vittime degli abusi e l’incarico a una donna come avvocato indipendente delle vittime - hanno portato a una svolta?

«È stato un momento importante fare la liturgia penitenziale nel Duomo il mercoledì della Settimana santa, prima dei grandi giorni della Pasqua. Quella sera abbiamo pregato davanti a Dio per chiedere il perdono per la Chiesa, per noi tutti, perché la Chiesa è una. È stato giusto chiedere perdono a Dio e alle vittime a nome di tutta la Chiesa d’Austria».

Fino a ieri esponenti della gerarchia ecclesiastica hanno continuato a minimizzare, ricordando che il peggio accade in famiglia, a scuola. Perché?

«È vero che esistono statistiche, soprattutto in Germania, che confermano una minima percentuale di abusi sessuali in ambito ecclesiale se paragonati al totale. Ma la gravità di questi abusi, e il Santo Padre lo ha detto molto chiaramente alla Chiesa d’Irlanda, è che sono commessi da persone che rappresentano la bontà, la vicinanza, l’amore di Dio. Certo, si può dire che i mass media hanno un’attenzione esagerata a questi fenomeni in ambito ecclesiale. Forse. Ma per noi Chiesa ciò che conta è di dire la verità. E se la verità è grave, di dire la gravità della verità».

Sul fronte opposto, il Papa è stato accusato di non essere intervenuto con sufficiente fermezza...

«Il Santo Padre è sempre stato di una chiarezza senza nessun dubbio. Lo testimonia il suo comportamento nel caso del mio predecessore: Ratzinger, da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, nel ’95, avrebbe voluto una commissione d’inchiesta uincaricata di fare chiarezza sulle accuse di pedofilia rivolte all’arcivescovo Hans Hermann Groer, ma fu fermato dall’ala della Curia romana favorevole all’insabbiamento. Poi, c’è anche un’altra intepretazione. Quella che dice che ad attaccare sono i nemici della Chiesa. Ma questa non è una ragione per dire che i fatti non sono i fatti».

Il mercoledì della Settimana Santa, nel Duomo di Vienna, la celebrazione è culminata nel suo atto di contrizione. Fra le tante espressioni forti, qual è quella che le riassume meglio?

«Io ho parlato di “Vergiftung”, cioè del fatto che l’immagine di Dio possa essere “avvelenata” per tutta una vita. Per questo l’abuso in ambito ecclesiale è senza dubbio più grave di altri abusi».

Quella celebrazione è stata preceduta da altre iniziative di grande impatto nella direzione della trasparenza: la dichiarazione dei vescovi, la commissione d’inchiesta...

«Nella dichiarazione, come vescovi austriaci abbiamo ringraziato le vittime di aver parlato, le abbiamo ringraziate per il coraggio di rompere il silenzio, abbiamo chiesto anche ad altri di manifestarsi perché siamo convinti che solo la verità rende libere le vittime, ma anche noi. Poi, abbiamo dotato ogni diocesi austriaca di responsabili per le vittime che vogliono parlare».

Avete anche incaricato una personalità politica di istituire una commissione d’inchiesta...

«Abbiamo istituito un avvocato delle vittime indipendente dalla Chiesa nella persona di Waltraud Klassnic, governatrice della Stiria per molti anni. Questa donna molto conosciuta e apprezzata in Austria ora sta creando una commissione. Noi abbiamo incaricato questa commissione indipendente di esaminare tutto ciò che viene a sua conoscenza. Anche a proposito di eventuali sussidi, di aiuti finanziari alle vittime».

Lei è stato allievo del cardinale Ratzinger, gli è molto vicino. Gli ha parlato dell’esperienza della Settimana Santa?

«Non ho avuto occasione, ma il Santo Padre ha incontrato delle vittime. Io ero testimone alle Gmg di Sydney. È un uomo che ha una grande sensibilità per queste ferite, l’ha sempre avuta. È un uomo che ama la verità, io l’ho sempre visto così, con questo coraggio della verità. Che ci piaccia o no, che ci faccia male o no. La verità rende liberi».

La pubblicazione del documento avvenuta ieri è una tappa fondamentale in questa direzione. Davvero lei non può dirlo?

«Forse lo dirò. Ma quando avrò letto il testo».

La Sindone, alla quale lei ha voluto venire pellegrino, aiuta a riflettere anche su queste ferite?

«La Sindone ci dice: “Convertitevi”. O, come ha detto San Francesco, “Perché l’amore non è amato?”».

© Copyright La Stampa, 13 aprile 2010

Card. Schönborn: la Sindone ci parla del silenzio del Sabato Santo Meditazione dell'arcivescovo di Vienna nel duomo di Torino

ROMA, lunedì, 12 aprile 2010 (ZENIT.org).- “Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine”: è iniziata con una citazione dall’omelia per “il grande e Santo Sabato, attribuita a Epifanio di Salamina, che si legge nell’Ufficio delle letture del Sabato Santo”, la meditazione che il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, ha tenuto lunedì sera nel duomo di Torino in occasione dell’Ostensione della Sindone 2010 sul tema “Passio Christi – Passio hominis. Il mistero del Sabato santo”.

“Quest’omelia – ha affermato Schönborn - parla di un contenuto di fede che confessiamo nella breve frase del Credo: …discese agli inferi (‘discendit ad inferos’)”. Per la redenzione dell’uomo era necessario “anche che Gesù Cristo ‘assaggiasse’ la morte, che sperimentasse davvero lo stato di morte, come vediamo in maniera così sconvolgente nella Sindone”.

“Non risulta facile oggi – ha commentato l’arcivescovo di Vienna - comprendere questo articolo di fede. La verità di fede vi è formulata in concetti provenienti da un immaginario che ci è estraneo. L’idea di un ‘regno della morte’, di un ‘mondo inferiore’ al di sotto del mondo in cui viviamo, di un ‘inferno’ che contiene le anime dei morti, sembra totalmente lontana dalla nostra moderna coscienza razionale”.

“Non sarebbe quindi meglio rinunciarci?”, ha chiesto ai numerosi presenti lo stesso cardinale. Ma “la Chiesa dai tempi più antichi ha tenuto ferma questa confessione. Non dovrebbe essere questo, per noi, uno stimolo a sforzarci di capire, proprio quando la questione appare difficile ed oscura? Proprio in considerazione degli eventi del ventesimo secolo, occuparsi del Sabato Santo, del giorno in cui Dio tace, sembra oggi più attuale che mai”.

“Regno della morte”, “mondo inferiore” ed “inferno”, ha spiegato Schönborn “non indicano il luogo di eterna condanna, bensì la dimora dei morti, chiamata in ebreo lo Sheol, in greco l’Ade (At 2,31). È il luogo dove le anime dei defunti si trovano imprigioniate dopo la morte”.

“Le testimonianze bibliche – ha proseguito Schönborn, citando Giovanni Paolo II - confermano la discesa di Cristo ai morti come vera esperienza di morte, come l’espressione di più profonda solidarietà con gli uomini. Durante quei tre giorni, dalla sua morte fino alla resurrezione, Gesù ha sperimentato ‘lo stato di morte’, cioè la separazione dell’anima dal corpo, nello stato e condizione di tutti gli uomini”.

D’altra parte “Gesù stesso lo aveva preannunciato, paragonando il proprio cammino con la storia del profeta Giona: 'Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra (Mt 12, 40)'”.

“Teresia Benedita a Cruce, Edith Stein, la filosofa e carmelitana uccisa ad Auschwitz – ha ricordato l’arcivescovo di Vienna -, ha descritto questa scena a modo di visione, in un piccolo pezzo teatrale dal titolo 'Dialogo notturno'. Lo scrisse nel giugno del 1941 per l’onomastico della sua priora, Madre Antonia a Spiritu Sancto, nel convento olandese di Echt”.

La meditazione del cardinale nel duomo di Torino, che è stata inframmezzata da intervalli musicali, ha quindi lasciato spazio alla citazione dei versi composti dalla Stein.

“Il silenzio del Sabato Santo, di cui la Sindone ci parla in maniera così imponente – ha ripreso Schönborn -, è l’atteggiamento di attesa di tutta la terra. Esso ricorda il silenzio che precede la creazione del mondo (Gen 1,2), quando tutto attende che Dio agisca con potenza”.

“Ed è così anche qui – ha affermato il cardinale -. Cristo è venuto nel mondo e la sua opera terrena, la vita fra gli uomini e la morte per il peccato, è compiuta. Egli si è inserito nella genealogia del genere umano peccatore, per redimere tutti, fino ad Adamo, il progenitore di tutti gli uomini. Ora, il Sabato Santo, nella morte, fattosi solidale anche con i morti, egli va come in trionfo nel mondo degli inferi, per chiamare fuori tutti coloro che la morte tiene ancora prigionieri”.

L’arcivescovo di Vienna ha, quindi ricordato la visione sostenuta dal teologo Hans Urs von Balthasar che “mette in evidenza un aspetto che nei Padri fu poco sviluppato. Il Sabato Santo, la morte di Cristo non reca in sé, in un primo momento, nessun trionfalismo. Uno sguardo alla Sindone ce lo conferma, lo sperimentiamo nella liturgia del Sabato Santo che è estremamente semplice, senza alcuna celebrazione eucaristica”.

Questa visione ricorda che “la morte di Cristo lascia in un primo momento i suoi discepoli e la Chiesa tutta nello sgomento, nell’afflizione e nel timore. Il credente è invitato al silenzio, al raccoglimento e all’adorazione. La salvezza che si realizza nella discesa agli inferi nel Sabato Santo è ancora nascosta, la morte ha ancora il suo potere, che poi le verrà tolto”.

Da un lato c’è “l’abbassamento di Gesù Cristo, la sua solidarietà con noi fino alla prova della più profonda amarezza della morte” ma dall’altro “la gloria; Gesù Cristo è morto veramente, ma in questa morte egli è già il Beato che chiama alla beata comunione tutti i giusti che sono morti con lui. Dio si reca nell’abbassamento per strappare gli uomini alla morte e condurli in alto”.

“Disceso agli inferi – ha proseguito l’arcivescovo di Vienna citando le 'Meditazioni sulla Settimana Santa' scritte dall’allora cardinale Ratzinger - significa che Cristo ha varcato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo insuperabile, irraggiungibile del nostro essere abbandonati”.

Significa, ha concluso, che “anche nell’ultima notte nella quale nessuna parola penetra, nella quale noi tutti siamo come bambini che piangono, abbandonati, c’è una voce che ci chiama, c’è una mano che ci prende e che ci guida. La solitudine insuperabile dell’uomo è superata da quando Lui vi è entrato”.

Il Card. Schönborn non ha messo in dubbio il celibato nella Chiesa

Chiarisce il portavoce dell’arcidiocesi di Vienna


VIENNA, venerdì, 12 marzo 2010 (ZENIT.org).- Il Cardinale Christoph Schönborn, OP, “non ha messo in dubbio in alcun modo il celibato nella Chiesa cattolica di rito latino”, ha dichiarato Erich Leitenberger, portavoce dell’arcidiocesi di Vienna, smentendo le interpretazioni dei media su alcune dichiarazioni del porporato.

Secondo l’agenzia di stampa cattolica Kathpress, nell’ultima edizione di “thema kirche”, periodico dei collaboratori dell’arcidiocesi, il Cardinale Schönborn aveva affermato che sugli abusi “deve esserci solo la via della verità ed è assolutamente necessario mettere al primo posto le vittime". La sua smentita è stata anche ripresa dalla Radio Vaticana.

Riprendendo le parole esatte dell'Arcivescovo, l'agenzia di stampa precisa che il porporato aveva auspicato un esame delle cause di abuso, tra cui: “la questione della formazione dei sacerdoti, così come la questione di quanto è accaduto con la 'rivoluzione sessuale' della generazione del '68. Ne fanno parte il tema del celibato, così come il tema dello sviluppo della personalità. E ci vuole anche una buona porzione di sincerità, nella Chiesa, ma anche nella società”.

Schönborn chiedeva inoltre un “cambiamento”: “per ogni nuovo caso di abuso, avvenuto nella Chiesa o altrove, mi chiedo: 'E tu, hai davvero fatto qualcosa per il cambiamento?”.

Riallacciandosi alle parole del Cardinale Schönborn, Leitenberger ha concluso: “La sincerità è auspicabile anche nei resoconti sulle dichiarazioni di personalità della Chiesa".

Cardinale Schönborn: la doppia cittadinanza del cristianesimo

Conferenza all'Università Cattolica d'America


di Kirsten Evans

WASHINGTON, mercoledì, 10 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Il ghiaccio e la neve non gli hanno impedito di andare. Nonostante le sferzate della tempesta di neve, il Cardinale Christoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna, è intervenuto davanti a un uditorio gremito di studenti, docenti, ecclesiastici e laici alla Catholic University of America (CUA).

La conferenza, organizzata congiuntamente dalle Facoltà di Teologia e Studi Religiosi, di Filosofia e di Diritto Canonico dell'Università, era aperta al pubblico. E il pubblico si è presentato. L'affluenza è stata così copiosa che alcuni studenti hanno dovuto rinunciare per mancanza anche di posti in piedi.

Il Cardinale Schönborn, religioso domenicano, è stato ordinato sacerdote nel 1970. Prima di essere nominato Arcivescovo di Vienna nel 1995, è stato docente di Teologia dogmatica a Friburgo, in Svizzera. È stato creato Cardinale nel 1998. Nella sua conferenza del 3 febbraio scorso, il porporato ha trattato il tema "Cristianesimo: presenza estranea o fondamento dell'Occidente?".

Un'alternativa affascinante

Il Cardinale Schönborn ha iniziato il suo intervento delineando tre legati, che ritiene essenziali, che l'Occidente ha ereditato dalla cultura cristiana: un senso di integrità morale, per il quale i cristiani sono spesso riconosciuti non solo per ciò che fanno, ma anche per ciò che non fanno; il concetto di umanità intesa come famiglia unitaria universale; l'idea che la libertà sia ciò che rende l'uomo più simile a Dio e costituisca la più grande ricchezza dell'uomo.

Il Cardinale ha poi proseguito con la domanda: "E' vero che l'uomo moderno ha conquistato la sua libertà lottando aspramente contro la Chiesa? È vero che è stato l'Illuminismo e non il cristianesimo a dare libertà e dignità all'uomo?". Questa, a suo avviso, è la grande ipotesi della storia moderna.

Un'ipotesi che non lo convince.

Secondo il porporato, gran parte della Chiesa primitiva nacque ed emerse dal mondo pluralistico greco-romano, 2.000 anni fa, e oggi il cristianesimo si propone ad un mondo secolarizzato come un'alternativa affascinante.

"La posizione del cristianesimo nell'Europa moderna è paradossale", ha osservato. "È al contempo un corpo estraneo e una radice per l'Europa. Sebbene sia visto come un'entità estranea, comunque evoca un sentimento di casa e di nostalgia per molte persone in Europa."

"In Europa vi è un numero crescente di persone che, dopo aver vissuto una vita pienamente secolarizzata, si incamminano consapevolmente verso la fede cristiana. E queste persone descrivono la loro scoperta del cristianesimo come un ‘ritorno a casa', come aver ‘trovato casa'".

Del cielo e della terra

Alludendo a Sant'Agostino, il Cardinale Schönborn ha poi spiegato che "in questo si trova la caratteristica e inequivocabile forza del cristianesimo: la sua doppia cittadinanza. Ad un tempo terreno e celeste, esso invita ad una leale partecipazione nella società, a prendersi la responsabilità della città dell'uomo, senza volerla rovesciare per creare una sorta di società utopistica. Questo impegno nel mondo temporale si fonda sul fatto di avere un'incrollabile cittadinanza nella città di Dio".

La convinzione cristiana di essere cittadino sia della terra che del cielo è ciò che rende il Cristianesimo odioso ai sistemi totalitari, in particolare a quelli del XX secolo. "Il cristiano è libero", ha affermato. "Libero rispetto allo Stato, perché non è mai solo cittadino dello Stato. Questa libertà del cristiano ha avuto la sua più chiara espressione durante il periodo del fascismo, del comunismo e del nazismo del secolo scorso, in cui l'autentica testimonianza cristiana ha portato a milioni e milioni di martiri".

Secondo il Cardinale, proprio questo fondamento di libertà è ciò che il cristianesimo è in grado di offrire all'Europa moderna. "È una libertà dalle pretese della maggioranza, dal politicamente corretto, o semplicemente dalle pressioni dell'ultima moda. Libertà cristiana", ha commentato.

Una libertà radicale

A testimonianza della forza della libertà cristiana, il Cardinale Schönborn ha ricordato i grandi movimenti spirituali che sono diventati movimenti culturali nella storia occidentale. "Quest'anno segna esattamente 1.100 anni dalla riforma monastica di Cluny", ha ricordato.

"Questa riforma monastica porto i monasteri in Europa a più di 4.000, nell'arco di 200 anni. Una fantastica rete in tutta Europa, con enormi potenziali economici, sociali, artistici e spirituali".

Il porporato ha spiegato che con l'inizio del declino di Cluny iniziò a sorgere un altro grande rinnovamento, quello innescato da Bernardo di Chiaravalle, e poi ancora con i cistercensi. E la storia si è poi ripetuta con gli ordini mendicanti di San Francesco e San Domenico. Ognuno di questi rinnovamenti spirituali ha dato enormi contributi alle società culturali e civili dell'epoca.

"È stata data una considerazione sufficiente all'apporto di libertà proveniente da questi movimenti di rinnovamento e a quanto l'Europa sia stata influenzata da questi?", ha domandato.

"Sin dal suo inizio, il Cristianesimo ha consentito alle persone di fare un passo al di fuori dell'ordine temporale e politico. L'idea che l'uomo debba obbedire a Dio prima che all'uomo ha contribuito enormemente alla libertà nella società".

Il Cardinale ha quindi sostenuto che nel corso dei secoli la libertà di poter seguire Cristo in modo radicale ha sciolto enormi energie creative in tutto il mondo occidentale, e rappresenta "una delle fonti permanenti della vitalità europea".

Allo stesso modo, ha manifestato la sua gioia per il risorgere di movimenti spirituali nella Chiesa di oggi. "Perché la storia non dovrebbe ripetersi?", ha chiesto. "Perché non dovremmo anche noi avere quella sorta di sorpresa, che non ci si sogna nemmeno, che Francesco d'Assisi portò all'Europa 800 anni fa?".

I movimenti laici della Chiesa di oggi sono "un segno molto vitale", secondo il Cardinale, e puntano allo stesso Spirito creativo che nei secoli precedenti diede vita ai rinnovamenti cristiani, spirituali e culturali. In particolare l'Opus Dei, i Neocatecumenali e Comunione e Liberazione.

Chiamata alla purificazione

Il porporato non ha mancato di sottolineare che il moderno rapporto tra secolarismo e cristianesimo si pone come un necessario processo di purificazione e maturazione del cristianesimo stesso: "Anche il Cristianesimo ha bisogno della voce critica dell'Europa laica, che faccia domande difficili, talvolta sgradevoli, domande che non dovremmo cercare di evitare o di sfuggire".

"È bene per il cristianesimo ascoltare le domande della società secolare e accogliere la sfida a darvi risposta. Serve a svegliare i cristiani e a stimolarli. Serve a riconfermare la credibilità del cristianesimo. E il cristianesimo ha bisogno di essere riconfermato."

"È un bene per noi dover dare conto".

L'analisi critica del mondo laico, ha spiegato, stimola il cristianesimo ad essere ciò che dovrebbe, e aiuta a purificare le incoerenze tra il dire e il fare. "Perché?", ha chiesto. "Perché nel profondo, l'Occidente laico desidera un cristianesimo autentico e auspica un cristianesimo che sia credibile nella sua vita".

Il Cardinale Schönborn ha quindi concluso con un appello alla fede. "La libertà cristiana è una fonte inesauribile. ‘Ecco, io sono con voi fino alla fine del mondo'. Queste parole di Gesù Cristo sono la più potente risorsa del Cristianesimo!", ha esclamato.

"Solo questo spiega l'inesauribile forza rigeneratrice del cristianesimo, il quale vive ripetutamente la propria risurrezione, nella potenza di Colui che è risorto".

Card. Shönborn: Medjugorje, come Lourdes, una scuola della fede quotidiana

Dal 28 al 31 dicembre l’arcivescovo di Vienna ha compiuto un viaggio nel luogo dove appare la Madonna dal 1981. In un’intervista al Tagesblatt, spiega il senso delle apparizioni. Senza voler anticipare il giudizio definitivo della Chiesa, domanda a tutti di guardare ai frutti positivi di preghiera e carità che scorrono da Medjugorje.

Vienna (AsiaNews/Agenzie) – Secondo il card. Christoph Shönborn di Vienna, “i fenomeni testimoniati a Medjugorje dal 1981 hanno forti similitudini con altre apparizioni mariane”, in particolare Lourdes e Fatima.
L’arcivescovo di Vienna, grande amico di papa Benedetto XVI, ha compiuto un viaggio nella cittadina della Bosnia Erzegovina dove da decenni la Madonna appare quasi quotidianamente ad alcuni veggenti. L’attuale vescovo di Mostar, come pure il suo predecessore, rimane molto scettico sulle apparizioni.
Il card. Shönborn si è recato a Medjugorje dal 28 al 31 dicembre, precisando che la sua era una “visita privata”, che il suo viaggio era teso a “vedere il luogo all’origine di molti frutti positivi” e a pregare.
In una lunga intervista al Tagesblatt (dell’8/1/2010), il porporato precisa che egli non vuole “anticipare alcun giudizio definitivo della Chiesa” sulle apparizioni, ma che i fenomeni lì rilevati “hanno forti similitudini con altre apparizioni mariane”.
Nella lunga intervista in lingua tedesca, il cardinale afferma che ancora più importante dei messaggi di Medjugorje sono la preghiera vissuta in quel luogo, compresa l’adorazione eucaristica, la Via crucis, la confessione, ecc. praticati da decine di migliaia di pellegrini ogni anno.
“Per dubitare che a Medjugorje scorre una corrente di grazia – ha detto il card. Shönborn – uno dovrebbe chiudere gli occhi per non vedere”.
L’arcivescovo di Vienna sottolinea pure “la personale credibilità” dei testimoni, il senso di fede dei fedeli e tutto il lavoro caritativo che si svolge a partire da Medjugorje come dei segnali positivi. Le stesse dichiarazioni dei vescovi locali – confermate due volte dalla Congregazione per la dottrina della fede – secondo cui “non è certo che [i fenomeni di Medjugorje] siano soprannaturali”, per il cardinale lasciano aperta la possibilità che invece lo siano.
Secondo il card. Shönborn, ciò che si impara dalla Madre di Dio è “la fede nella vita quotidiana. Per me Medjugorje è una scuola di normale vita cristiana”. Dal 1981, almeno 30 milioni di pellegrini hanno visitato Medjugorje.