DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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La bella e la bestia o dell’Ipazia di Amenàbar

di Luigi Copertino
Il media system ha ormai deciso! Il Cristianesimo è il «male assoluto» che deve essere deradicato dal cuore degli uomini. La Chiesa una piovra onnivora che deve essere schiacciata senza scrupoli per il bene dell’umanità. I cristiani, in particolare i cattolici, sono tutti brutti, sporchi e cattivi. Da rieducare o eliminare, moralmente e, laddove possibile, anche fisicamente.
Il clima di attacco al Katéchon, al Papato, che si respira in questi giorni, ne è la riprova, laddove qualcuno ne avesse ancora bisogno.
Ciononostante, nei mesi scorsi, le petulanti sirene della folta prole di quella famosa madre che, per sventura di noi tutti, è sempre proverbialmente incinta non si sono fatte remore ad inondare la rete web con farneticanti appelli/denunce contro lo strapotere della Chiesa in Italia che, a loro dire, impediva la programmazione nelle sale cinematografiche del Bel Paese dell’ultimo film di Amenàbar dedicato alla tragica vicenda della filosofa neoplatonica Ipazia, uccisa nel 415 in Alessandria d’Egitto da alcuni monaci fanatici, dietro istigazione - questa l’accusa - del Patriarca Cirillo di Alessandria, un «figuro»che solo la Chiesa poteva fare «santo» e proclamare «dottore» nonostante fosse un assassino e un mandante di assassini.
Dunque un «complotto» clericale stava impedendo, a sentire quei petulanti predicatori ed «appellatori» del web, al pubblico italiano di misurare, attraverso un «capolavoro cinematografico», l’intolleranza ed il fanatismo cristiano, quello stesso, si potrebbe oggi aggiungere, che ha cercato di occultare lo scandalo della pedofilia ecclesiastica.

Benedetto XVI «assassino morale» come e forse più di Cirillo!
La schiera dei detrattori che gridavano al «complotto» era affollata: massoni, liberi pensatori, docenti universitari liberal, radicali, liberali e libertari, comunisti e nazi-neopagani, ecologisti panteisti e sinagogali talmudisti. Tutti insieme appassionatamente! Perché costoro, quando si tratta di dare addosso al Cristianesimo, all’odiato nemico comune, sono capaci di mettere tranquillamente da parte le loro superficiali divisioni.
Ora, però, saranno finalmente contenti, tutti costoro! L’orrida «bestia ecclesiale», che nel film di Amenàbar è impersonata da Cirillo e dai suoi monaci fanatici, è stata sconfitta dalla «bella libertaria», che nel film è interpretata dall’incantevole Rachel Weisz. Il film, infatti, è di imminente uscita anche in Italia.
Alessandro Zaccuri in un’ottima recensione apparsa su Avvenire del 14 aprile scorso annotava: «Insomma, il film dalle nostre parti non si sarebbe potuto vedere perché sgradito alla Chiesa. Argomentazione speciosa, considerato che molte altre pellicole hanno faticato e faticano a trovare un distributore in Italia (‘La strada’, tratto dal capolavoro di Cormac McCarthy, ha avuto vita difficile, e di ‘The Blind Side’, per cui la sventurata Sandra Bullock ha appena ricevuto un Oscar, si sa già che non arriverà mai nelle sale: in entrambi i casi si tratta, tra l’altro, di film cristianamente ineccepibili…) (da parte nostra vogliamo aggiungere anche ‘Katin’, questo sì davvero un capolavoro, che non è mai stato proiettato in Italia, nda). Fatto sta che l’appello ha avuto esito più che positivo e adesso il debutto di ‘Agora’ è accompagnato da una serie di eventi culturali senza precedenti: un convegno oggi pomeriggio a Roma presso l’Enciclopedia Italiana, un altro il 20 aprile a Milano nella sede della Banca Popolare, un dibattito il 21 a Genova. Ogni volta, relatori di tutto rispetto, da Luciano Canfora a Silvia Ronchey, da Umberto Eco a Eva Cantarella, da Franco Cardini allo stesso Amenábar».
Come si vede, le celebrazioni sono partite a tutto spiano ed in pompa magna. E, statene sicuri!, saremo inondati di spot pubblicitari sul film. Gad Lerner, Santoro e, più moderatamente, Bruno Vespa ci ricameranno sopra con i loro talk show. Nelle scuole le maestrine dalla penna rossa o rosa organizzeranno conferenze e convegni di studi con tanto di proiezioni per le scolaresche. Non mancherà neanche il monsignore di turno o l’intellettuale da sacrestia che pontificherà di «colpe storiche» o che sarà chiamato nei predetti show a fare la parte del sacco con il quale si allena il pugile di turno. Sul Corsera e Repubblica, e su tutte le riviste patinate per «persone colte», appariranno paginate intere sul film con entusiastiche recensioni. Tutto secondo il noto copione affinché il fronte ululante di cui sopra possa continuare a ricoprirsi gli occhi con massicce dosi di buon stagionato prosciutto per non vedere chi, nel mondo attuale, ha davvero il potere e per poter continuare a sentirsi paladino della libertà e della tolleranza nonché vendicatore delle povere vittime dell’intolleranza cristiana come Ipazia.

Come si dice: fessi e contenti!
Finora abbiamo voluto fare un po’ di sarcasmo sull’ipocrisia della «somma cultura», sul nuovo «minculpop» (nel senso autenticamente democratico di «mi inc … il popolo»!) dei media e del luogo comune.
Affrontiamo ora la questione con serietà, perché essa va oltre la giusta ed onesta ricostruzione storica di un misfatto di sedici secoli fa, del quale è comunque innegabile, da un punto di vista storico, che la responsabilità ricade su quei monaci. Ma, appunto, su «quei» monaci, che tra l’altro agivano in un contesto infuocato come quello dell’Alessandria del IV secolo, e solo su di essi. Non sulla Chiesa nel suo complesso e nella sua essenza.
Osserva giustamente ancora lo Zaccuri, nella recensione sopra citata: «Ci sono due modi, però, di affrontare il passato, due criteri non necessariamente contraddittori, ma che chiedono almeno di essere riconosciuti e distinti. Il primo è lo sguardo che potremmo definire dell’esattezza (…). La sceneggiatura… è sufficientemente smaliziata da evitare le forzature più grossolane. Basti considerare la cautela con cui il vescovo Cirillo viene presentato quale mandante morale e non quale diretto responsabile dell’uccisione di Ipazia (…). Come se non bastasse, le circostanze dell’assassinio da parte dei fanatici cristiani sono addirittura edulcorate rispetto alla narrazione di Socrate Scolastico, l’autore ecclesiastico a cui si devono le informazioni sul terribile episodio. Ma c’è un altro criterio, un secondo punto di vista che si può adottare nei confronti del passato, ed è quello dell’analogia. Ecco, senza questo diverso inquadramento prospettico forse non ci sarebbe stata nessuna petizione per ‘Agora’. Anzi, forse non ci sarebbe stato neppure ‘Agora’. Dopo una prima parte tutto sommato equilibrata e coinvolgente nel descrivere il marasma dell’Alessandria tardo-antica, nella quale credenze vecchie e nuove si intrecciano in una rete pressoché inestricabile di conflitti, con la scena madre della distruzione della Biblioteca, il film cambia bruscamente di tono e il gioco delle analogie si fa più evidente. Cirillo e i suoi seguaci, i monaci parabolani, si presentano come una sorta di Gestapo, la Chiesa è una congrega oscurantista e misogina (ma perché anche qui, come già nel Codice Da Vinci, ci si dimentica sempre della Vergine Maria?), la fede appare di volta in volta come una scelta opportunistica, come una fuga dalla realtà, mai come un tormento. La stessa Ipazia lo afferma con chiarezza quando, invitata a battezzarsi, sostiene che non potrebbe mai smettere di revocare in dubbio ciò in cui crede. Illuminismo scientifico contro cieco fideismo, dunque, con tanti saluti alla complessa elaborazione teologica che, proprio nel IV secolo, comporta una continua riconsiderazione di una tradizione ancora recente. Del resto, è così che funziona l’analogia: prende quel che serve e respinge tutto il resto. Il risultato è che, al di là delle raffinatezze filologiche di cui ‘Agora’ è costellato, l’impressione generale che lo spettatore ne ricava è di una Chiesa arrogante e spietata, che si fa scudo del nome di Dio per compiere stragi e perseguitare innocenti».
Lo scrivente si è occupato del film di Amenàbar qualche mese fa, proprio su questo sito («L’Ipazia mistificata di Amenabar»). Se ne sono occupati anche alcuni recensori che fanno per professione gli storici, con giudizi divergenti dallo scrivente, che hanno ritenuto il film storicamente fededegno. Tuttavia, ci appare evidente che il recensore di Avvenire ha visto giusto ed ha messo il dito in quella piaga che molti noti e competenti storici, qualcuno persino cattolico, non sembrano aver colto.
Il film, che sarà pure storicamente fededegno, è però viziato da una retrospettiva di tipo illuminista. E dunque da un intento platealmente anacronistico. Il film si basa sulla «Storia Ecclesiastica» di Socrate Scolastico, un cristiano, ma anche su altre fonti, pagane e nestoriane, quindi di per sé impossibili da accreditare acriticamente perché provenienti dai nemici teologici di Cirillo. Il punto cruciale della questione sta nella responsabilità, riguardo al linciaggio di Ipazia, attribuita a Cirillo, patriarca di Alessandria, la sede vescovile dalla quale deriva la Chiesa copta, che, come detto, è santo e dottore anche per la Chiesa cattolica. Cirillo era, senza dubbio, un patriarca autoritario e per niente tenero ma dobbiamo proprio a lui la difesa dei fondamenti stessi del dogma cristologico cattolico (o, se si vuole, niceno) ai tempi della disputa mariologica con Nestorio.
Oggi alcuni storici del Cristianesimo ritengono che quest’ultimo, Nestorio, sia stato frainteso a causa della diversità di linguaggio filosofico e della diversità di approccio volto a mettere l’accento sulla Umanità di Cristo a fronte dell’eccesso di idealismo platonizzante della scuola alessandrina, alla quale apparteneva Cirillo, che rischiava, come in effetti poi fu, esiti monofisiti. Ma è fuor di dubbio che, se pure Nestorio non voleva essere «nestoriano», i suoi seguaci radicalizzavano un certo suo linguaggio teologico sino a mettere in dubbio l’integrale Divino-Umanità di Cristo. Dunque, se non a proposito della teologia di Nestorio, nei limiti in cui essa fu effettivamente fraintesa (sempre che lo fu veramente), Cirillo aveva certamente ragione, dal punto di vista dogmatico, sulle conseguenze che da tale teologia traevano i nestoriani del tempo.
Ma per tornare alla nostra questione principale, è forse anche vero che, nella vicenda relativa alla povera Ipazia, Cirillo nascose dietro motivazioni religiose quelli che erano i dissidi politici che lo opponevano al prefetto imperiale Oreste, intenzionato, quest’ultimo, a punire un cristiano che si era vendicato delle violenze anticristiane degli ebrei di Alessandria a loro volta causate dall’eccessiva foga predicatoria di un altro cristiano.
In realtà, in tutta la vicenda si andava profilando il conflitto, che sarà poi anche medioevale, tra la tendenza «teocratica», quella di Cirillo, e la tendenza «cesaropapista», quella di Oreste. Pare che Ipazia, forse inseguendo il sogno della «perfetta repubblica platonica», fosse diventata la consigliera di Oreste e che per questo fu ritenuta colpevole da alcuni monaci fanatici, che le attribuivano anche l’intenzione di riportare l’impero al paganesimo, della rottura tra il Patriarca ed il Prefetto.
Al clima di sospetto che si creò intorno alla filosofa alessandrina, probabilmente, contribuì anche Cirillo che, pur grande cristianizzatore della filosofia platonica, nelle sue omelie osteggiava con veemenza la corrente magico-teurgica del neoplatonismo, corrente però estranea al «magistero» filosofico di Ipazia.
Ciò che, dunque, dal punto di vista storico può, con qualche relativa certezza, attribuirsi a Cirillo è solo una preterintenzionale ed incauta veemenza polemica, che se si vuole può anche chiamarsi «responsabilità morale» (comunque sia lui che Oreste, dopo il linciaggio di Ipazia, tornarono, colti di sorpresa dalla piega che gli avvenimenti avevano preso, a toni più pacati nella loro contesa).
Non può, tuttavia, attribuirsi a Cirillo, come ha tentato di fare lo storico settecentesco, protestante ed illuminista, Edward Gibbon, la responsabilità giuridica di essere il mandante del linciaggio e quindi quella di essere un assassino.
Il film, stando alla recensione di cui sopra, sembra attenersi alla tesi della involontaria responsabilità morale, non senza però sottendere anche l’altra ipotesi. Ora, al di là di ogni discussione circa la veridicità storica del film (che sembra avere le sue pecche anche sotto questo profilo se è vero che Ipazia, quando fu assassinata, era vecchia, mentre nel film, interpretata dalla splendida Rachel Weisz, al momento del linciaggio appare giovane e bella, a rimarcare la misoginia cattolica) e circa le questioni teologiche e filosofiche, appare chiaro che l’intenzione del regista, Amenàbar, non è affatto quella di portare a conoscenza del pubblico, nei suoi giusti contorni storici, una storia, purtroppo, vera ma quella di mettere sul banco degli imputati, con un odioso criterio di responsabilità oggettiva e collettiva, la Chiesa ed i cristiani tutti.
Anzi, il Cristianesimo stesso che, per dirla con l’egittologo Jas Assmann e il «neopagano» Alain De Benoist, come tutte le fedi monoteistiche (compresi dunque anche ebraismo ed islam) sarebbe, per definizione, intollerante per via della sua pretesa di possedere l’unica Verità.
Chi ha letto l’entusiastica recensione al film apparsa su Il Messaggero del 13 aprile scorso, a firma di Giulio Giorello (1), si è reso conto del vizio «illuminista» e dunque anacronistico che rende il film, comunque lo si giudichi, solo un ulteriore attacco al Cattolicesimo. Un attacco che va ad aggiungersi a molti altri in atto, da ultimo la artatamente gonfiata, oltre la pur tragica ma minoritaria realtà del fenomeno, questione pedofilia.
Senza ammiccare al trionfalismo apologetico da «leggenda aurea», apologetica questa «cattiva», solitamente di marca cons e neocons, servirebbe un altro tipo di apologetica, che sappia affrontare, senza giustificarne i singoli ed autentici responsabili, fatti come quelli di Ipazia ma, al tempo stesso, pretendendo, chiaramente e con decisione, dai detrattori di non barare nel tentativo di far passare il messaggio, viziato sia storicamente che filosoficamente, «Cristianesimo = intolleranza».
Dovremmo forse noi cattolici per primi adoperarci in questo impegno storico e confrontarci con i casi dolorosi come quello di Ipazia, per non lasciare che altri lo facciano al posto nostro senza, però, la necessaria onestà intellettuale.
Lo scrivente rimane comunque convinto che l’episodio di Ipazia non sarebbe stato riesumato se non ci fosse stato di mezzo un patriarca che la Chiesa ha fatto santo e proclamato dottore. Nulla poi può toglierci la convinzione che nel regista, Amenàbar, abbia, poi, giocato molto la sua avversione di omosessuale verso la Chiesa.
Detto questo, lo scrivente resta in attesa, senza farsi tuttavia troppe illusioni sull’onestà intellettuale degli Amenàbar e dei Giorello, che qualcuno faccia un film anche sul massacro, che precede di qualche decennio quello di Ipazia, delle vergini cristiane di Eliopoli, in Siria, i cui resti furono gettati ai porci dopo essere state denudate, violentate ed uccise, insieme ad un diacono, da una folla, eccitata dal predicatore di turno, questa volta «pagano», durante il tentativo di restaurazione di Giuliano l’Apostata (2).
Perché alla fine, anche se cacciata dalla porta, ritorna sempre, dalla finestra, l’ineliminabile Verità del Vangelo: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra»!
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NOTE

1) Al professor Giorello qualcuno dovrebbe ricordare, a proposito di rispetto e tolleranza, che mentre il suo beniamino Giordano Bruno li considerava non umani ma animali fu la Chiesa,con la bolla papale «Veritas Ipsa» nel XVI secolo,a proclamare, urbi et orbi, che gli indios americani erano esseri dotati di ragione, dunque capaci di Dio, ossia, per natura, uomini a tutti gli effetti e che come tali dovevano essere trattati e rispettati nei loro diritti.
2) Confronta Angelo Paredi «Sant’Ambrogio - l’uomo, il politico, il vescovo», Rizzoli, Milano, 1985, pagina 51. L’autore, a fronte di chi rammenta soltanto le violenze con cui le frange più fanatiche, e spesso in odore di eresia, tra i cristiani depredavano, contro la volontà stessa di parte dei vescovi e dell’autorità imperiale, templi e sinagoghe, ricorda anche come, durante il governo di Giuliano, che per altro era uomo di grande cultura e che da giovane aveva persino ammirato l’immensa opera di carità che portavano avanti i cristiani, tanto che tentò di emularla inventando una sorta di «chiesa pagana» con tanto di gerarchia episcopale, giudei e pagani, convinti che era giunto il momento della rivincita e della vendetta, si abbandonavano a violente distruzioni delle basiliche cristiane. Spesso distruggendo quel che la stessa Chiesa aveva ereditato dal mondo antico, trattandosi in molti casi di templi pagani passati ai cristiani e da essi consacrati al culto di Cristo.


Fonte: http://www.effedieffe.com del 16 aprile 2010

IPAZIA/ Attenti ai falsi, non è stata la Chiesa a far fuori l’"illuminista" del V secolo



venerdì 7 maggio 2010


Ipazia, singolare figura di donna che si occupa di filosofia e di scienze, tenendo testa in modo autorevole ai leader culturali del suo tempo, e che incontra una morte tragica e cruenta a motivo delle sue idee e per avere osato, lei donna, mettersi sullo stesso piano degli uomini. Vi sono tutti gli elementi per fare di un personaggio del genere un simbolo, e non a caso a Ipazia sono stati dedicati libri, racconti, opere teatrali, anche da nomi illustri (come Mario Luzi col suo Libro di Ipazia). Ma qual è in realtà il rapporto tra l’Ipazia della storia e questa Ipazia idealizzata dalla letteratura e divulgata dai media?

Precisiamo innanzitutto che le notizie su Ipazia sono scarsissime. Abbiamo un’unica fonte storica contemporanea, Socrate Scolastico, e pochi altri riferimenti giungono da autori contemporanei o di poco posteriori. Ne emerge una figura di donna sicuramente dotata di grande cultura e di carisma, affascinante e ricca di temperamento, single per scelta. Figlia di un grande scienziato di Alessandria, Teone, nacque attorno al 370. Fu versata nella scienza dell’astronomia e della geometria e scrisse vari libri di commenti (tutti perduti) ad alcuni trattati fondamentali di quelle discipline e si occupò di filosofia, con insegnamenti pubblici e privati che attiravano un pubblico numeroso. Fu probabilmente seguace delle dottrine neoplatoniche allora molto diffuse, ma non può essere definita un filosofo nel senso stretto del termine. Rispetto a un filosofo suo contemporaneo, Isidoro di Pelusio, Ipazia era differente non «come un uomo è differente da una donna, ma come un matematico è differente da un vero filosofo», dice un autore antico (Damascio) negandole la qualifica di “filosofo”.

La sua vita ebbe una fine cruenta e crudele nel 415. L’episodio è descritto da Socrate Scolastico (Storia Ecclesiastica VII 15), la cui narrazione vale la pena riportare per esteso: «C’era una donna in Alessandria, di nome Ipazia: era la figlia del filosofo Teone. Questa progredì a un livello così elevato di cultura, da misurarsi coi filosofi del suo tempo e da poter essere considerata l’erede della filosofia platonica dopo Plotino e da spiegare tutte le scienze filosofiche a chi lo desiderava: perciò tutti quelli che amavano la filosofia convenivano da lei. Per la splendida capacità di parlare che le proveniva dalla sua cultura si presentava in modo assennato anche alle autorità, e non aveva alcuna remora a stare anche in mezzo a uomini: tutti la rispettavano per la sua scienza superiore e ne erano colpiti. Questo fece sorgere la gelosia. Poiché infatti era in confidenza con Oreste [il prefetto di Alessandria], si produsse nella gente della Chiesa contro di lei una calunnia, che fosse lei la causa per cui Oreste non poteva avere buoni rapporti col vescovo. E allora concordemente degli uomini esaltati, guidati da un certo Pietro il lettore, un giorno aspettarono la donna mentre tornava a casa e, tiratala giù dal carro, la trascinarono nella chiesa detta Cesareo, e strappatele le vesti la uccisero con dei cocci: e dopo averla fatta a pezzi presero le membra, le portarono al cosiddetto Cinarone e le bruciarono».

Le motivazioni dell’omicidio non sono chiare. Un filosofo vissuto un secolo dopo, Damascio, che aveva tutti i suoi buoni motivi per avere risentimenti verso il cristianesimo (era stato l’ultimo rettore dell’Accademia, la scuola filosofica di Atene quando questa era stata chiusa dall’imperatore Giustiniano, e aveva dovuto riparare in Persia), afferma che l’uccisione era stata ordinata dal vescovo della città, Cirillo: «Accadde che il vescovo Cirillo, passando davanti alla casa di Ipazia, vide che c’era molta folla presso la porta, con gente che entrava e usciva e alcuni che si fermavano. Chiese che cosa fosse quella folla e il motivo della confusione intorno alla casa, e venne a sapere dal suo séguito che c’era un discorso della filosofa Ipazia e che quella era la sua casa. Appreso questo il suo animo fu così contrariato, da ordire immediatamente la sua uccisione, più orrenda di tutte le uccisioni».

Il motivo del coinvolgimento del vescovo viene poi ripetuto acriticamente in tutte le riprese successive. Ma se si esaminano i fatti storici reali, basandoci unicamente sui documenti, si conclude che non vi è nessuna prova di questa affermazione. La morte di Ipazia si colloca nel quadro di un’età e di una zona in cui la confusione e le turbolenze sono al massimo grado e investono tanto l’autorità civile quanto la comunità cristiana. È un mondo di grandi contrasti l’Egitto di quell’epoca. Un mondo in cui si hanno documenti di sincretismo religioso quasi impensabili per noi e tensioni al limite dell’esplosione, fra ortodossi ed eretici, fra cristiani e pagani, fra cristiani e gnostici (lo gnosticismo aveva molti adepti in questa fase: e poiché gli gnostici amavano celebrare le loro festività nei giorni dedicati alle festività cristiane, i Cristiani intervennero perché si ponesse fine a questa indebita appropriazione). Più ancora che i testi degli storici, sono gli atti delle vita quotidiana (iscrizioni, papiri) a darci un quadro realistico di questa confusione. A ciò si aggiunga, come ricordano le fonti antiche, il temperamento naturalmente appassionato e veemente della popolazione in quel microcosmo multietnico e multiculturale che era la Alessandria dell’epoca.

Quando Ipazia fu uccisa, era vescovo da tre anni Cirillo, un personaggio di grande cultura ma di condotta tutt’altro che accorta nel reggere la sede vescovile, tanto da venire in contrasto con l’autorità civile (il prefetto Oreste), col Papa Celestino I, con altri vescovi e personalità dell’Oriente cristiano. Il racconto di Damascio è in ogni caso inverosimile quando presuppone che Cirillo non conoscesse la fama di Ipazia e fosse spinto da un impulso improvviso di gelosia. Neppure l’argomento femminista è ragionevole: anche nella comunità cristiana vi erano donne di elevata cultura e di grande operosità, quindi la condotta di Ipazia non era scandalosa da questo punto di vista. Anche il motivo religioso è da respingere. Per quel poco che sappiamo, Ipazia aderiva alle tesi neoplatoniche, che affascinarono molti pensatori cristiani e diedero un’ispirazione positiva a loro opere. Il suo discepolo Sinesio poté essere vescovo di Cirene e manifestare nelle sue lettere simpatia e devozione per la sua venerata maestra, definita theophilés, “amata da Dio”.

Più probabile il motivo politico: Ipazia venne identificata (a ragione o torto) come la causa principale dell’attrito tra autorità religiosa e autorità politica, e dei fanatici pensarono di eliminare alla radice la causa del dissidio: alcuni moderni chiamano in causa i parabolani, una confraternita di infermieri-becchini che anche in altre occasioni si era arrogata il compito di intervenire in controversie ecclesiastiche in modo rozzo e violento. Una loro responsabilità peraltro non risulta da alcuna fonte. Un anno dopo l’uccisione di Ipazia un decreto imperiale limitava il numero dei parabolani a 500 in tutta Alessandria. Mancano tuttavia connessioni esplicite fra l’uccisione di Ipazia e questo decreto. Un altro motivo appare in una Cronaca tarda scritta da Giovanni di Nicea (VII secolo): Ipazia è presentata come una incantatrice che aveva affascinato con le sue arti magiche Oreste e lo aveva allontanato dalla Chiesa. Sullo sfondo di questa narrazione stanno gli interessi astronomici di Ipazia: astronomia e astrologia avevano allora confini non bene definiti e la scienza degli astri era utilizzata per ricavare oroscopi e predizioni che creavano scandalo ai fedeli cristiani.

Comunque stessero le cose, l’uccisione crudele ed efferata di una donna è comunque evento da condannare, e questa condanna fu espressa chiaramente dalla comunità cristiana, come c’informa ancora lo storico Socrate bizantino: «Questo evento recò non poco biasimo a Cirillo e alla Chiesa di Alessandria: infatti sono atti del tutto estranei a chi professa i principi cristiani le uccisioni e le battaglie e azioni del genere».

La beatificazione laica di Ipazia comincia nel XVIII secolo, quando il filosofo razionalista irlandese John Toland pubblica un libello anticristiano intitolato Ipazia, e prosegue incessantemente fino ad oggi, annoverando titoli come quello di A. Agabiti (Ipazia: La prima martire della libertà di Pensiero, 1914). Ovvero, come fare passare per storia quello che storia non è.



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Ancora su Ipazia. Di Rino Cammilleri

Cito Ernesto Galli Della Loggia, in un editoriale sul Corsera: «Sempre più diffusi l’ignoranza della storia, dei contenuti reali delle questioni, e l’antistoricismo, l’applicazione dei criteri di oggi ai fatti di ieri: da cui la ridicola condanna di tutte le malefatte, le uccisioni e le incomprensioni addebitabili al Cristianesimo, a maggior gloria di un eticismo presuntuoso che pensa di avere l’ultima parola su tutto». Cito Giovanni Costa (http://www.enricopantalone.eu) e il suo documentatissimo «Ipazia figlia di Teone»: «Il fatto successivo è il far catturare e sottoporre a tortura, da parte del prefetto Orestes, il “maestro elementare” Gerace di cui alla Hist. Eccl. di Socrates Schol. VII, 13 – PG LXVII, 762B ed a quella di Nicephorus Call. XIV, 14 – PG CXLVI, 1101C. Questo maestro fu fatto catturare, frustare e, infine, torturare, perché accusato, senza alcuna formalità e garanzia, dagli Ebrei davanti al prefetto, di istigare la ribellione del popolo. Si deve rilevare, oltre all’illegalità ed illiceità del fatto, che Orestes non si premurò in alcun modo di acquisire prove della fondatezza dell’accusa, ma procedette per compiacere il furore popolare (…). A questo punto il Vescovo convocò i responsabili della comunità Ebraica di Alessandria per ammonirli ed invitarli a far desistere il popolo da loro guidato da ulteriori comportamenti analoghi a questo. Del resto Nicephorus Callistus (…) fa notare che, di sabato, i Giudei disertavano l’ascolto della legge, chiaramente letta e spiegata dai Rabbini, per recarsi, invece, agli spettacoli dei saltimbanchi nel teatro (…). Il tentativo di S. Cyrillus coi responsabili Giudei non riuscì (…). Gli Ebrei ordirono altre macchinazioni contro i Cristiani; convenuto tra di loro di porsi al braccio, quale segno di mutuo riconoscimento, un anello di germoglio di palma, di notte, mandarono per la città persone preparate ad annunciare che bruciava una Chiesa e, assalirono e trucidarono i Cristiani che accorrevano a spegnere il fuoco; si distinguevano l’un l’altro grazie al riconoscimento convenuto, massacravano tutti gli altri. Fatto giorno, apparve chiaramente tutta la grandezza del misfatto, evidentemente si videro i cadaveri dei trucidati giacere per le strade. Cyrillus, informato, prese i necessari provvedimenti, sottratte le Sinagoghe agli Ebrei, li espulse dalla città e permise che il popolo saccheggiasse i loro beni». Riguardo ai pagani, «si erano scoperte ad Alessandria, gravi ed abbondanti testimonianze di riti pagani con sacrifici umani». E adesso basta con Ipazia e Cirillo, perché sono stufo di fare da bersaglio ai nullafacenti del web. Ci sono centinaia di università cattoliche con storici di professione: ci pensino loro.

© Copyright http://www.rinocammilleri.com

Ipazia: la verità storica, l'odio anticristiano

Lacune creativamente riempite
mercoledì, 28 aprile 2010

Devo provvedere ad un post pubblicato l'altro ieri e tratto da un articolo di Rino Camilleri. Poiché questo autore è soggetto a diverse critiche e vi sono sospetti di alcuni errori storici mi sono messo a cercare in prima persona di risalire agli eventi.
Sappiate che l'intera vicenda ruota attorno alla "storia ecclesiastica" di Socrate Scolastico perché quelli che sono venuti dopo, di lui si sono fidati. Si dice fosse cristiano e avvocato; che avesse avuto due maestri pagani scacciati dalla città per questo; che però fosse libello dei nemici nestoriani del vescovo Cirillo e quindi non imparziale. Ho cercato in giro altre informazioni e non ho trovato nulla. Non si sa quando sia morto, non si sa nulla della sua biografia se non quello che trapela dal suo stesso scritto, non si sa quale fosse lo schema del suo pensiero, né moventi, né vicissitudini. Si può basare un attacco al Cristianesimo su lacune così enormi?

Poteva essere chiunque e nessuno, in buona sostanza. A questo punto meglio fidarsi della propria esperienza e la mia esperienza è quella di una Chiesa fondamentalmente buona, coerente al messaggio evangelico, rispettosa della vita, orientata alla pace, misericordiosa come il Cristo che adora. Va contro l'esperienza personale che la Chiesa abbia canonizzato il mandante di un omicidio: secoli dopo la vicenda di Ipazia qualcuno sospettò San Cirillo alessandrino come mandante; Socrate Scolastico dice che l'avvenimento non gli fece né caldo né freddo. Che i fanatici Parabolani fossero la guardia del corpo di Cirillo non lo trovo scritto da nessuna parte che non sia edita da qualche laicista odierno. Non dico che non ci sia un fondo di verità in questa storia, ma ormai è palese che le varie lacune sono state arbitrariamente riempite nei secoli e, dato che il cristianesimo è stato sempre perseguitato (anche quando pienamente diffuso, e lo vediamo anche oggi), mi sembra ragionevole che chi ha colmato le lacune lo abbia fatto con lo stesso intento della gente che difende il film dell'ameno Amenabar considerando Ipazia come una loro martire.

Come abbiamo visto, siamo in balia di ricostruzioni basate su pochi elementi. Ricostruzione per ricostruzione, allora, tanto vale prenderne una a caso e vedere se ha un buon accordo con l'esperienza perché il valore di una ricostruzione o un'altra sono equivalenti se basate sugli stessi frammenti di informazione.
Luigi Copertino, in una intervista, ha fornito una ricostruzione che mi sembra coerente:

Ipazia, figlia del filosofo e matematico plotiniano Teone, non era solo una grande esponente del neoplatonismo ma era diventata in Alessandria una sorta di eminenza grigia dei locali capi politici, che, ammirandola per la sua saggezza filosofica, praticamente pendevano dalle sue labbra. La sua filosofia poneva senza dubbio problemi nei suoi rapporti con la comunità cristiana locale che era già a sua volta in cattivi rapporti con gli ebrei di Alessandria. Le violenze tra le due comunità, cristiana ed ebraica, erano frequenti e reciproche. Nel 414 gli ebrei di Alessandria fecero strage dei cristiani provocando la reazione del Vescovo Cirillo che li cacciò dalla città. I cristiani, che stavano diventando la forza religiosa egemone nell’orbe romano, si trovavano in Alessandria stretti da una sorta di, non dichiarata, alleanza politica tra ebrei ed ellenisti pagani. Una situazione difficile da gestire, in un momento nel quale l’autorità imperiale, spesso ingerendosi nelle cose ecclesiali, spingeva, allo scopo di rafforzare il proprio potere, affinché i vescovi si occupassero assiduamente, e con metodi non sempre consoni alla “missio” cristiana, della conversione di ebrei e pagani. Oltretutto in quel momento la comunità cristiana era alle prese con la disputava teologica innescata da Nestorio, il Patriarca di Costantinopoli, al quale si era opposto proprio Cirillo, vescovo di Alessandria e uno tra i più grandi Padri della Chiesa, che riuscì, prima nel Concilio di Efeso del 431 e poi nel Concilio di Calcedonia del 451, a far riaffermare la Fede nella Divino-umanità di Cristo che la teologia di Nestorio aveva sminuito fino ad implicitamente negarla (a dimostrazione della sua tolleranza ed a confutazione di certe leggende nere sul suo conto, voglio ricordare che Cirillo prima di chiedere la condanna ecclesiale di Nestorio tentò ripetutamente di recuperarlo e, dopo la condanna, si prodigò con successo per ricostruire la comunione ecclesiale con Costantinopoli ed Antioca, sedi principali del nestorianesimo). All’origine dell’accusa, mai provata e tuttora affermata, come nel caso del film in questione, senza prove, rivolta a Cirillo di essere stato il mandante dell’assassinio di Ipazia, vi è il conflitto teologico tra il calunniato vescovo di Alessandria e Nestorio. Furono gli avversari ariani (i seguaci dell’eretico Ario) e nestoriani di Cirillo ad accusare il Vescovo di aver ordito l’assassinio della filosofa. Una diceria senza alcun sicuro fondamento storico, a parte la non proprio imparziale fonte costituita dai libelli dei nemici nestoriani ed ariani del Vescovo, come Socrate Scolastico e Filostorgio. Diceria altamente sospetta ripresa, a distanza di quasi un secolo dai fatti, dal filosofo pagano Damascio per infine giungere fino al XVIII secolo quando il protestante, accesamente anticattolico, Edward Gibbon iniziò a costruire il mito della “martire pagana” che ora il film “Agora” ripropone per lo scandalo degli schiocchi e l’astuzia degli infingardi. Gli accusatori odierni di Cirillo si appigliano al fatto che ad uccidere Ipazia sarebbe stato un gruppo di “parabalanoi”, che erano una sorta di “barellieri” ossia una milizia ecclesiastica, guidati da un certo Pietro.

[...]

Per quanto riguarda la pretesa invidia di Cirillo verso Ipazia, chi sostiene questa tesi non tiene conto del fatto che il Vescovo di Alessandria era egli stesso uno dei più noti ed ammirati teologi e filosofi del tempo, sicché non si capisce proprio da dove sarebbe nata la sua invidia per la collega. Sarebbe come dire che un grande teologo quale Joseph Ratzinger sia oggi invidioso di una qualche colta docente di filosofia di qualche notorietà. Del tutto risibile! In realtà, nel “santino” biografico di Ipazia elaborato da Damascio traspare un elemento tipico di un certo ambiente culturale del tempo, ossia il cosiddetto “femminino sacro” ovvero una spiritualità che faceva del sacro qualcosa di eminentemente femminile.

Ribadisco che la verità la sanno solo quelli che sono vissuti in quell'epoca e hanno visto con i loro occhi, noi possiamo fantasticare quanto vogliamo su questi fatti, ma farne bieche strumentalizzazioni in funzione di pochi appigli mi sembra sciocco. Altrettanto sciocco è il metodo con il quale oggi si presume di combattere il male: lo si spiaccica sullo schermo nel modo più brutto che si conosce e pensando che questo possa risolvere tutto. Questo modo di agire produce solo indignazione e, in buona sostanza, altro male, forse anche peggiore del primo perché non risolve nulla. Fare emergere storiacce ed estendere l'ignominia a tutta una categoria non ferma coloro che delle storiacce si rendono artefici, non risana il danno alle vittime e non soddisfa il senso di giustizia di nessuno (a parte la sete di sangue dei laicisti). Genera soltanto rancore, rancore dell'offeso ingiustamente, rancore di chi ha soddisfatto la propria sete di sangue, rancore di chi ha subito un danno e, invece di essere aiutato, si ritrova con un "film denuncia/inchiesta" che fomenta la polemica.
Non c'è nulla di sensato in tutto ciò, a parte la meschina soddisfazione di un odio anticattolico.


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Grande Ipazia: ma non era la nonna di Galileo. Franco Cardini

Tratto da cronache di Liberal del 29 aprile 2010

Parliamo di un film, Agora di Alejandro Amenábar, e di una donna del V secolo, Ipazia, una figura storica effettivamente esistita e il destino della quale è stato sotto molti aspetti esemplare.

Una donna che avrebbe meritato, per esser descritta in termini adeguati, il genio di Shakespeare; e che si è meritato quello del nostro Mario Luzi, il quale gli dedicò nel 1978 il suo intenso Libro di Ipazia, scegliendo per lei la misura appunto del dramma. Nessuno pensò allora, in tempi che pur non erano facili - era l'anno dell'assassinio di Moro -, a rimproverare al più grande esponente della cultura cattolica militante italiana il fatto di essersi inchinato con commozione sulla memoria di una martire pagana della ferocia d'una banda di cristiani fanatici.

Oggi, le cose appaiono diverse. Ma ci sono nel mezzo le polemiche accanite sul tema dei casi di pedofilia nella Chiesa cattolica, l'insorgere di numerosi fondamentalismi tra loro in guerra (compreso uno strisciante e insidioso fondamentalismo laicista) e soprattutto la caduta a picco del tono culturale medio della nostra società civile e la sua parallela regressione morale. Oggi, una discussione che non sia a gola spiegata e che non degeneri nella rissa volgare "non fa spettacolo": e, nella società dello spettacolo, si condanna a venir emarginata. Ecco perché bisogna rassegnarsi alle chiacchiere in libertà su un'importante vicenda storica e su un bel film. Sì, perché va detto che - alla faccia di "indiscrezioni" e di "rivelazioni" tutte abbastanza fasulle - non esiste lo straccio di una prova né che Amenábar abbia avuto sul serio l'intenzione di girare un film anticristiano o addirittura anticattolico, né che il suo film sia stato bloccato, in Italia, da una pregiudiziale censura ispirata da esponenti della Chiesa. Del resto, va detto che se anche così fosse - ed è strano che da noi arrivi soltanto adesso una pellicola che in altri paesi circola da mesi - ciò avrà potuto dipendere forse non tanto da un'ostilità da parte della Chiesa, ma dalla sua convinzione che il nostro pubblico è tutt'altro che maturo per accogliere e intendere correttamente un messaggio come quello. Il che è triste, ma è vero. Intanto, cominciamo con l'aspetto propriamente filmico del nostro oggetto di discussione. Amenábar è uno che prende una pupattola o una bellona, la schiaffa sul set e riesce a obbligarla ad esprimere (quando la stoffa c'è) la grande attrice che lei nasconde di solito dietro il bel faccino o le curve. Lo ha fatto magistralmente in The Others, con una Nicole Kidman nevrotica e allampanata signora ossessionata dai fantasmi che scopre poi - in un rovesciamento di piani degno di Lévi-Strauss e di Tzvetan Todorov - di esser lei il fantasma: con tutta la grande lezione antropologica e psicanalitica ma anche civile che se ne ricava, cioè che anche noi siamo "Altri". Ora prende Rachel Weisz, che ci aveva non filmicamente convinti, però certo sedotti come ragazzina sexy e svampita in un divertente fimaccio, La mummia, e ne fa una stella da Premio Oscar, scoprendo fra l'altro il suo purissimo profilo da statua greca che la rende tanto convincente nell'interpretazione della pura e virtuosa custode del tempio alessandrino della scienza.

Agora è un bel film, condotto con molta cura. La ricostruzione dell'Alessandria del V secolo, sospesa tra accurata ricerca archeologica ed heroic fantasy, una specie di kolossal degli Anni Cinquanta-Sessanta rivisitato dalle tecnologie digitali più sofisticate, è quasi commovente. Certo, gli errori e gli anacronismi si possono sempre trovare: ma insomma, un film è un film e - a meno che non lanci esso stesso la provocazio- ne di presentarsi come scrupolosamente aderente alla verità storica - non va certo giudicato come si giudicherebbe un seminario di filologia o di archeologia. Del resto, basta riprendere un istante in mano un saggio scritto ormai alcuni anni or sono da Silvia Ronchey, Ipazia l'intellettuale, pubblicato nel 1994 nel libro Roma al femminile (Laterza), per rendersi conto che si è dinanzi a una ricostruzione dei fatti attenta ed equilibrata, al centro della quale c'è tuttavia un grave equivoco, di cui riparleremo: e che costituisce il vero handicap della proposta di Amenábar. Quel che in questo tempo di opposte idiozie bisogna cercar di riuscire a capire è che, con Agora, non ci troviamo affatto di fronte a un prodotto di volgare propaganda o di bassa polemica, un film che voglia "scandalizzare" proponendo il contrasto tra i pagani saggi e buoni e i cristiani brutti, sporchi e cat- tivi. I soliti teocons e neocons, che hanno piagnucolato sul fatto che saremmo davanti al solito "ultimo pregiudizio legittimo", l'attacco anticristiano, in un mondo nel quale non è più politically correct dir male di ebrei o di musulmani mentre dei cristiani in genere e dei cattolici in particolare, possono aver anche qualche ragione sul piano generale: ma non in questo caso.

Il fatto è che bisogna uscire da un lungo equivoco storico. Secoli di censura, di storiografia più o meno eurocentrica o distratta e di pregiudizi propagandistici hanno indotto a ritenere che, poiché il cristianesimo è religione di pace e d'amore (a differenza di ebraismo e d'Islam, "religioni di legge"), anche la storia delle società cristiane concrete è stata di conseguenza tale. Nemmeno per idea. Ferme restando le splendide pagine di carità e di abnegazione scritte da legioni di martiri e di missionari, quella dell'affermazione della fede cristiana dal IV secolo (cioè da quando Teodosio la impose come unico culto legittimo nell'impero) in poi, è stata storia di una religione propagata con la violenza oppure scesa autoritariamente dall'alto: storia di conversioni coatte oppure decise dai principi e accettate dai popoli. Vi sfido formalmente a proporre un solo esempio di conversione d'intere comunità (i casi individuali sono ovviamente un'altra cosa) che si sia verificato sulla base di parametri differenti.

S'inquadra in questo contesto l'episodio che riguarda Ipazia. Una donna bella, giovane, virtuosa, colta e saggia, una scienziata e filosofa neoplatonica, la quale fu barbaramente massacrata nell'Alessandria del 415 d. C. da una banda di parabalani, i "chierici-pretoriani" al servizio del patriarca Cirillo, uno dei principali Padri della Chiesa del tempo, avversario inflessibile di eretici, di pagani e di ebrei.

Il film mostra in fondo bene che v'erano altre posizioni all'interno della Chiesa, per quanto proponga in termini romanzeschi il rapporto tra Sinesio di Cirene (altro padre della Chiesa) e Ipazia. Vero è altresì che essa aveva anche allievi cristiani, che gli erano molto cari; così com'è vero che anche tra i funzionari imperiali v'erano posizioni differenti in ordine all'applicazione dell'editto di Teodosio che introduceva il cristianesimo come unica religione ufficiale consentita; e com'è vero che a fanatici cristiani si era dovuta, nel 391, la distruzione del tempio-biblioteca alessandrino del "Serapeo". Su Ipazia e sulle violenze che accompagnarono la cristianizzazione dell'impero si è steso per molti secoli un velo d'oblìo. Era ridicolo e antistorico, in realtà, questo tentativo di far passare la storia del cristianesimo come un'ininterrotta storia di pace e d'amore, cosa regolarmente smentita dalla realtà obiettiva (e non solo con le crociate, l'inquisizione o la "notte di san Bartolomeo"). È ridicolo, oggi, assumere Ipazia come elemento di una polemica anticattolica insieme con le storie dei preti pedofili. Semmai, quel che va segnalato nel film è un equivoco antistorico. Ipazia non era una scienziata moderna, tutta dedita all'esperienza e alla ragione di tipo immanente: era appunto una neoplatonica, il che significa che la sua interpretazione dell'universo e della vita era a sua volta profondamente radicata in un messaggio cosmico. La lotta del tempo non era tra scienza e fede, ma semmai tra un sistema mitico- religioso e una fede radicata nel creazionismo biblico e nella Rivelazione cristica. Una lotta tra due visioni entrambe altamente e profondamente spirituali. È questo l'equivoco da chiarire. Sul tipo di scientificità perseguito da Ipazia, ha ragione senza dubbio Giulio Giorello: l'universo tolemaico era tutt'altro che un mondo chiuso, v'era senza dubbio spazio per studi alternativi, anche nel suo àmbito, all'ipotesi geocentrica. Quel che non torna, e non è credibile, è l'aver fatto di Ipazia una specie di nonna di Galileo e magari di bisnonna di Margherita Haack. Il cosmo neoplatonico era una realtà vivente, la scienza neoplatonica era un sistema razionale ma non razionalistico, nel quale c'era spazio per una mistica dello spazio e delle corrispondenze tra cielo e terra, tra stelle, natura, corpo umano e anima. Ipazia, sacerdotessa del cosmo e dell'armonia siderea, non poteva accettare quella che per lei era la follìa della morte e della resurrezione d'un Dio fatto Uomo. E ciò ben diverso del conflitto tra fede e scienza, tra fede e ragione, che permea di sé il dramma della modernità. Ipazia non era affatto più "moderna"di Cirillo d'Alessandria.

Quanto appunto alle responsabilità del patriarca nelle malefatte dei suoi squadristi, il discorso è ancora aperto. Le fonti non sono molte, ma ci sono: Socrate Scolastico, Malalas e altri storici che hanno parlato di quell'eccidio, che indignò molti cristiani non meno che molti pagani. Ma le violenze c'erano: ad Alessandria come a Roma come ad Antiochia; per lungo tempo l'atmosfera fu più distesa ad Atene, poi arrivarono anche là. Non dimentichiamo che monofisiti e nestoriani furono costretti a emigrare dall'impero chiedendo asilo al negus d'Etiopia e all'imperatore sasanide e zoroastriano di Persia, e che il grande Giustiniano fece chiudere la scuola filosofica di Atene. Ipazia non fu la sola martire uccisa dai seguaci di Gesù. Erano Suoi cattivi seguaci? Può darsi. Piantiamola comunque con la mistificazione del cristianesimo buonista. Goffredo di Buglione, Thomas de Torquemada ed Hernan Cortés non furono affatto delle sanguinarie eccezioni. Anzi, è mia ferma e non arbitraria convinzione che fossero migliori di molti altri.

Ipazia la «martire» usata come clava contro i cristiani. In barba alla storia. di Rino Cammilleri

Ricordate il film Le crociate di Ridley Scott? L'autore dichiarò di aver voluto fare un’opera contro tutti i fondamentalismi ma, guarda caso, nella trama solo i cristiani erano cattivi e infidi, mentre i musulmani erano buoni e generosi. Ora è il turno di Alejandro Amenábar, che - testuale - col suo film Agorà ha voluto denunciare, anche lui, i fondamentalismi. Ma, vedi un po’, anche qui i cattivi sono i cristiani. Naturalmente è vero che anche il cristianesimo ha avuto i suoi supporters a mano armata, ma Scott ha dovuto cercarli nel XII secolo e Amenábar nel V. Sì, perché a far problema oggi non è certo il cristianesimo, bensì altre religioni i cui fanatici la mano armata ce l’hanno ancora, e certi registi olandesi ne sanno qualcosa. Così, è più comodo «denunciare» chi non si difende, per cose avvenute mille e rotti anni fa, e pazienza se oggi non è certo la «scienza» ad essere perseguitata bensì il cristianesimo.
Ipazia, scienziata bella e giovine, trucidata dai cristiani su ordine del vescovo Cirillo ad Alessandria nell’anno 415: questo il mito politicamente corretto. Intanto avvertiamo che prima di Voltaire (1736) Ipazia non se la filava nessuno; sono i philosophes a trarla dall’armadio dei secoli per metterla in quello degli «scheletri» della Chiesa. Nel secolo dei romantici Ipazia diventa la rappresentante del mondo pagano (visto come dorato e tollerante, dove si viveva in armonia con la natura e i suoi dèi) uccisa dal fanatismo monoteista. Nel Novecento eccola proto-femminista contro la «misoginia» cattolica.
La verità? Innanzitutto, della sua beltà niente sappiamo: aveva sui sessant’anni quando morì. Scienziata? Suo padre, Teone, si dava da fare coi misteri ermetici e orfici. Lei era neoplatonica e la sua «scuola» era in realtà un cenacolo ristretto in cui si insegnavano «misteri» da non divulgare ai «profani» (infatti, non rimane alcuna sua opera, quel poco che si sa lo si deve ai discepoli). Come neoplatonica era molto vicina al cristianesimo di cui apprezzava le virtù stoiche, tant’è che Sinesio di Cirene, suo alunno e ammiratore, finì vescovo. Come quel Cirillo (santo e Padre della Chiesa) che, secondo alcuni, avrebbe ordinato il linciaggio di Ipazia per odio al paganesimo, alle donne e alla scienza. Macché. Cirillo non temeva affatto i pagani, ormai innocua minoranza, bensì gli eretici (cristiani), che non cessava di contrastare. Suo antagonista politico era il governatore (cristiano) Oreste, il quale, da buon funzionario bizantino e, dunque, cesaropapista, riteneva che la Chiesa dovesse essere sottomessa alla Stato. Il contrasto (ripetiamo: politico) tra i due aveva creato in città partiti contrapposti, fazioni politiche che nell’età bizantina erano la regola.
Ebbene, in Alessandria tutti sapevano che eminenza grigia di Oreste era la vecchia Ipazia. Nel partito favorevole a Cirillo c’era un gruppo che il santo a stento riusciva a tenere a bada, i famigerati «parabolani», così chiamati dal nome dei gladiatori contra leones aboliti molto tempo prima da Teodosio. Si aggiunga che nella testa del popolino - e nelle dicerie - gli insegnamenti misterici di Ipazia, di cui nulla trapelava, erano diventati chissà quali pratiche di magia nera. Finì che la lettiga con cui gli schiavi portavano Ipazia a spasso venne assalita e lei linciata. Cirillo e Oreste, che non pensavano che le cose sarebbero trascese a tal punto, rimasero così impressionati da affrettarsi a far pace. Oreste, cui l’ordine pubblico era sfuggito di mano, lasciò la città. Rimase san Cirillo con la patata bollente in mano.
Morale: se qualcuno si scandalizza del fanatismo di certi cristiani d'antan ricordi che anche Robespierre, Hitler e Stalin erano battezzati cristiani. Hitler era addirittura cattolico.

«Il Giornale» del 25 aprile 2010

Ipazia, uno sbadiglio seppellirà le polemiche. Agorà, il film costosissimo di Amenabar aveva un bisogno disperato di promozione

Adesso che “finalmente”, come ha titolato un importante quotidiano nazionale, il film “Agorà” di Alejandro Amenabar esce anche nelle sale italiane (dal 23 aprile), sarebbe “finalmente” arrivata l’occasione per fare il punto sul tema “laicità vs. spiritualità” e lanciare una seconda petizione online destinata però, questa volta, a lasciare in pace Ipazia. La filosofa neoplatonica vissuta ad Alessandria nel IV secolo e massacrata, ancora giovane, dalla setta fondamentalista dei cristiani parabalani, in questi ultimi sedici secoli, tutto sommato, aveva goduto di una certa tranquillità post mortem. Poi il regista spagnolo Amenabar (ingiustamente ignorato a Venezia per “The others” con Nicole Kidman, e premiato invece con l’Oscar per il film pro eutanasia “Mare dentro” con Javier Bardem), ha deciso di dedicarle un intero film che si intitola ambiziosamente “Agorà”. “Agorà – ha detto il regista – è la storia di una donna, di una città, di una civiltà, di un pianeta. L’Agorà è il pianeta su cui tutti dobbiamo imparare a vivere insieme”.
Il film è fastoso, ad alto budget (50 milioni di dollari), bene interpretato da un’attrice del calibro di Rachel Weisz (una che ha debuttato con Bertolucci in “Io ballo da sola”, poi è passata per il pop corn movie “La mummia” e, alla fine, ha anche vinto un Oscar per “The constant gardener”) ed è
arricchito da splendide e fedeli ricostruzioni storiche. Però non
ha avuto vita facile. Non gli giovano adesso, alla vigilia della sua uscita nelle sale italiane, le chiacchiere da bar sport che hanno inondato il web e i tre seriosissimi convegni che a Roma, Milano e Genova sono stati organizzati da alcuni studiosi del pensiero cosiddetto laicista. Quando “Agorà” venne presentato al Festival di Cannes, esattamente un anno fa, non furono pochi coloro che si stupirono per la prosopopea del lavoro di Amenabar. Qualcuno, con uno sbadiglio, abbandonò anche la sala prima della fine della proiezione.
Nacque, forse per questo, una polemica un po` strumentale. Siccome è un film che parla male della Chiesa cattolica, non sarà mai distribuito in Italia, cominciarono a strillare alcuni supporter del film sui social network. Così è cominciato tutto. Con una ciarliera quanta infondata accusa di censura da parte della Curia romana e con una petizione su Internet per convincere i distributori italiani a prendere in considerazione il film per la distribuzione nelle nostre sale. Il film, per una decina di mesi, però ha dovuto aspettare. Avete visto, hanno strillato sui social network, non arriva in Italia per una forma di censura preventiva. La verità, invece, è che il film costava troppo. I distributori italiani, in questi anni, hanno dimostrato di aver paura solo del fallimento al botteghino ma hanno sempre sistematicamente ignorato la critica cattolica. Anzi, spesso hanno addirittura provocato artatamente la polemica per avere pubblicità gratuita. Adesso che le quotazioni del film di Amenabar sono decisamente calate (scarsi incassi nel resto del mondo, nessun premio importante ai festival maggiori, ecc.), allora si è fatta avanti la Mikado. L’idea di marketing per il lancio, neanche a dirlo, è quella di cavalcare l’eterno conflitto fra coloro che credono e coloro che invece, per dirla con Giovanni Paolo II, “credono di non credere”.
Che noia. E che peccato! La storia e la testimonianza culturale della giovane Ipazia, libere dalla perversa attrazione della polemica ideologica, potrebbero essere illuminanti proprio per i laicisti del terzo millennio. È facile oggi essere laici, nella nuova omogeneizzazione del pensiero critico; allora, ai tempi di Ipazia, invece era un po` più complicato. Lo ha ben scritto anche Alessandro Zaccuri su Avvenire: sono poche le persone che conoscono veramente il fascino e la complessità del periodo storico in cui visse Ipazia.
Con somma indifferenza per l`intelligenza del pubblico, fra le altre cose, sui giornali si è letto che il film sarebbe "un manifesto contro ogni forma di intolleranza e di fondamentalismo religioso". Un`affermazione forse un po` esagerata e che ha fatto storcere la bocca anche alla massima studiosa italiana di Ipazia, Silvia Ronchey. In un`intervista ha detto che alcune cose del film non l`hanno convinta. "Agorà", secondo la Ronchey, "sfiora un settarismo uguale e contrario a quello che combatte". È anche sbagliato, secondo la studiosa, "dare alla setta dei parabalani un accento semitico e atteggiamenti che suggeriscono il paragone con certi estremisti islamici di oggi". Ma in nome del marketing si fa questo ed altro. Il momento, poi, sembra quello adatto. Gli attacchi alla Chiesa e al pontificato di Benedetto XVI sono particolarmente intensi e violenti in questo periodo. Anche un film ne potrebbe approfittare per vendere qualche biglietto in più.
Ma "per il Papa la prioritá è rendere Dio presente in questo mondo e aprire agli uomini l`accesso a Dio, mettendo così in luce il nodo decisivo dell`evangelizzazione oggi, nel contesto culturale dell`Occidente", ha detto recentemente il cardinale Camillo Ruini. Ed è proprio quello che anche questo Papa continua a fare ogni giorno insieme con tutti i laici, anche con quelli che ora, in chiave anticattolica, si sono improvvisati difensori del pomposo film sulla povera Ipazia.

Andrea Piersanti



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Da Péguy a Luzi, i credenti in difesa di Ipazia

di Carlo Carena
Ipazia è nella storiografia filosofica antica la filosofo. Figlia del matematico Teone, nata e vissuta ad Alessandria fra il 370 e il 415, coltivò anch’essa la matematica, la fisica, l’astronomia, la filosofia imparata ad Atene. I contemporanei ne testimoniano l’ardore nell’apprendere e nell’insegnare, la bravura nelle lezioni che dalle scienze ascendevano alla metafisica, il fascino anche fisico invano occultato davanti al suo uditorio maschile dalla mantellina degli antichi cinici che essa indossava. Il successo di questo insegnamento, che era tanto un sistema quanto un’ispirata iniziazione al sapere filosofico, le attraeva, come la devozione e l’ammirazione dei discepoli, così l’invidia e l’astio di nemici in un’epoca e in una particolare città dove si scontravano mortalmente due culture e due continenti, l’antico pensiero pagano e il nuovo cristiano. Il conflitto, teologico, politico e di potere, s’incentrava sul prefetto Oreste, ammiratore della filosofo, e il vescovo Cirillo – poi protagonista del Concilio di Efeso e santo. Nel 415 una folla di cristiani scatenati assaltò Ipazia e la linciò ferocemente.
Come istigatore della barbara operazione è indicato da alcune fonti il vescovo; la critica recente osserva più cauta e riflessiva degli sfoghi ottocenteschi che esse (lo storico costantinopolitano Socrate) non sono al di sopra di ogni sospetto e non garantiscono imparzialità assoluta. Certo rimane la tragedia del personaggio, una figura che sembra ancora intagliata, un po’ anacronisticamente, nello stampo degli alti spiriti dell’antichità. Tuttora, ai nostri giorni Mario Luzi introducendo e spiegando il suo testo teatrale Ipazia del ’72 si dichiarava suo prigioniero, preso da «una sorta di esaltazione» nei suoi riguardi, per la giovinezza? per la bellezza? per la scienza o per la fierezza? certamente assorbito dal carisma di colei che fu leader e anche enfant gâté del tardo neoplatonismo. C’è in questa donna, nella sua resistenza disperata, nel suo ascetismo monacale un che di romantico, e ne suscita nel tempo comparse e ricomparse sotto vari profili. Il suo discepolo e poi vescovo di Tolemaide, Sinesio, ne conserva ed esprime nella sua corrispondenza un ricordo devoto, guarda costantemente a lei come a una madre, a una sorella, alla maestra, a una benefattrice che lo ha introdotto nei «mistici festini» della filosofia. Un epigramma di Pallada di quegli stessi anni nell’ Antologia Palatina la «adora», lei e il suo «verbo», quale «stella immacolata» nel firmamento della cultura. In tempi moderni la sua popolarità fu rinverdita nell’Ottocento e non solo in Inghilterra da un romanzo di grande successo Ipazia o Nuovi nemici sotto un volto antico (1851) del reverendo Charles Kinsley, cappellano della regina Vittoria e professore di storia a Cambridge, esponente di quei «socialisti cristiani» e di quel «cristianesimo muscoloso» rigido e allora attivo in Inghilterra, a cui non piaceva nemmeno la conversione di Newman e che nella storia di Ipazia, nei suoi contorni e nei suoi personaggi trovava una vicenda metaforica ed esemplare. Su tutti si vada però a rileggere l’ispirato, profondo e inflessibile monito di Péguy con una sottile vena nostalgica, con l’ammirazione e la pietà per tutti i vinti espresse in un Cahier del 1907, e la sdegnata invettiva in una pagina di due anni prima contro i suoi carnefici, «sporchi monaci grossolani usciti dalla Tebaide come un branco notturno di scarni mastini…», eruzione della lebbra che si annida nella società e nell’animo umano, del fanatismo che si ritrova in ogni tempo e luogo.
Mentre il suo, quello di lei, è «lo spettacolo più bello che l’umanità pura abbia mai potuto presentare». Quale sia nel film Agora e nel battage che l’accompagna vedano e giudichino gli spettatori.
«Avvenire» del 18 aprile 2010

Una strana Ipazia illuminista

Fa sempre piacere dibattere del IV secolo. Significa che ci si trova in compagnia di persone istruite, capaci di distinguere il IV secolo dal III, o dal V. Il XXI, poi, risulta immediatamente fuori discussione, anche se questo comporta un indubbio sacrificio, perché sì, ammettiamolo: quell’epoca remota assomiglia al tempo in cui viviamo. Un’epoca di transizione, incerta e a tratti confusa, esposta al rischio della violenza, alla tentazione dello scontro frontale. Impossibile da iscrivere in un cerchio, la figura geometrica che, nella finzione cinematografica, risulta l’emblema ossessivo di Ipazia, la grande pensatrice neoplatonica protagonista di Agora, il film di Alejandro Amenábar in arrivo nelle sale italiane il 23 aprile.

Programmazione tormentata, questa della nuova pellicola del regista di The Others e Mare dentro, tanto da suscitare una petizione online alla quale hanno aderito intellettuali di grido, tutti egualmente preoccupati dal fatto che l’uscita di Agora in Italia fosse ostacolata dal suo contenuto potenzialmente anticristiano.

Insomma, il film dalle nostre parti non si sarebbe potuto vedere perché sgradito alla Chiesa. Argomentazione speciosa, considerato che molte altre pellicole hanno faticato e faticano a trovare un distributore in Italia (La strada, tratto dal capolavoro di Cormac McCarthy, ha avuto vita difficile, e di The Blind Side, per cui la sventurata Sandra Bullock ha appena ricevuto un Oscar, si sa già che non arriverà mai nelle sale: in entrambi i casi si tratta, tra l’altro, di film cristianamente ineccepibili…). Fatto sta che l’appello ha avuto esito più che positivo e adesso il debutto di Agora è accompagnato da una serie di eventi culturali senza precedenti: un convegno oggi pomeriggio a Roma presso l’Enciclopedia Italiana, un altro il 20 aprile a Milano nella sede della Banca Popolare, un dibattito il 21 a Genova. Ogni volta, relatori di tutto rispetto, da Luciano Canfora a Silvia Ronchey, da Umberto Eco a Eva Cantarella, da Franco Cardini allo stesso Amenábar.

Giusto, si dirà, perché il film si basa su un robusto lavoro di ricerca storica ed è opportuno riportare l’attenzione su una figura come quella di Ipazia, ancora ignorata da un’ampia parte del pubblico. Ci sono due modi, però, di affrontare il passato, due criteri non necessariamente contraddittori, ma che chiedono almeno di essere riconosciuti e distinti. Il primo è lo sguardo che potremmo definire dell’esattezza. Quanto è precisa, per esempio, la ricostruzione dell’Alessandria del IV secolo che fa da sfondo ad Agora? Altro che precisa è precisissima, in alcuni momenti addirittura ammirevole (l’impatto visivo, sia detto con chiarezza, risulta il pregio maggiore del film). Anche la sceneggiatura, inoltre, è sufficientemente smaliziata da evitare le forzature più grossolane. Basti considerare la cautela con cui il vescovo Cirillo viene presentato quale mandante morale e non quale diretto responsabile dell’uccisione di Ipazia, interpretata dall’attrice Rachel Weisz. Come se non bastasse, le circostanze dell’assassinio da parte dei fanatici cristiani sono addirittura edulcorate rispetto alla narrazione di Socrate Scolastico, l’autore ecclesiastico a cui si devono le informazioni sul terribile episodio.

Ma c’è un altro criterio, un secondo punto di vista che si può adottare nei confronti del passato, ed è quello dell’analogia. Ecco, senza questo diverso inquadramento prospettico forse non ci sarebbe stata nessuna petizione per Agora. Anzi, forse non ci sarebbe stato neppure Agora. Dopo una prima parte tutto sommato equilibrata e coinvolgente nel descrivere il marasma dell’Alessandria tardo-antica, nella quale credenze vecchie e nuove si intrecciano in una rete pressoché inestricabile di conflitti, con la scena madre della distruzione della Biblioteca da parte dei cristiani il film cambia bruscamente di tono e il gioco delle analogie si fa più evidente. Cirillo e i suoi seguaci, i monaci parabolani, si presentano come una sorta di Gestapo, la Chiesa è una congrega oscurantista e misogina (ma perché anche qui, come già nel Codice Da Vinci, ci si dimentica sempre della Vergine Maria?), la fede appare di volta in volta come una scelta opportunistica, come una fuga dalla realtà, mai come un tormento. La stessa Ipazia lo afferma con chiarezza quando, invitata a battezzarsi, sostiene che non potrebbe mai smettere di revocare in dubbio ciò in cui crede.

Illuminismo scientifico contro cieco fideismo, dunque, con tanti saluti alla complessa elaborazione teologica che, proprio nel IV secolo, comporta una continua riconsiderazione di una tradizione ancora recente. Del resto, è così che funziona l’analogia: prende quel che serve e respinge tutto il resto. Il risultato è che, al di là delle raffinatezze filologiche di cui Agora è costellato, l’impressione generale che lo spettatore ne ricava è di una Chiesa arrogante e spietata, che si fa scudo del nome di Dio per compiere stragi e perseguitare innocenti. Una tesi che, finalmente, rientra nel cerchio tanto amato da questa Ipazia cinematografica. D’accordo, l’intento di Amenábar sarà anche stato quello di mettere in guardia contro i fondamentalismi. Ma allora, petizione per petizione, non si potrebbe chiedere al regista di dedicare il suo prossimo film alle persecuzioni dei cristiani in Paesi come il Pakistan? Saremmo nel XXI secolo e non nel IV, saremmo quaggiù sulla Terra e non lassù, nel cielo stellato che occupa tanta parte di Agora. E potremmo, per una volta, accontentarci dell’esattezza senza più preoccuparci dell’analogia.

Alessandro Zaccuri


© Copyright Avvenire 14 aprile 2010

L’ I PAZIA DI LUZI E QUELLA DELL’IDEOLOGIA. DAVIDE RONDONI

Uno dei segni dell’ideologismo è che ha poca e confusa memoria. E non solo sui tempi andati ma anche sul recente. E quando suona le sue trombette, pensa di suscitare uragani e invece suonano un po’ come pernacchie. Questo e altro è venuto da pensare leggendo certe pre­recensioni entusiaste a un film di cui solo oggi c’è l’anteprima. È un film spagnolo dedicato alla splendida e tragica figura di Ipazia, la filosofa del 400 circa che fu uccisa da un gruppo di fanatici cristiani. Il film è stato salutato con clamore e sospironi.
Giornalisti e studiosi come Armando Massarenti su 'Il Sole 24 ore' e Luciano Canfora sul 'Corriere della Sera' hanno speso le loro migliori cartucce per confezionare a proposito della triste e confusa vicenda di Ipazia paragoni con l’epoca contemporanea, dove com’è evidente a tutti (secondo questi pensatori che vivono chissà dove) il libero pensiero è osteggiato da quei fanatici dei cristiani (sottinteso cattolici, in barba a qualsiasi distinzione storica tra oggi e quei secoli lontani).
Finalmente, secondo loro, si parla di Ipazia anche nella oscurata Italia. La ricostruzione nel film della vicenda, molto complessa dal punto di vista storico e filosofico tanto è che scrittori cristiani di quegli stessi secoli parlano con ammirazione della filosofa di cui non peraltro non ci è giunta l’opera, è stata dunque salutata con giubilo. E pur dovendo riconoscere nel film alcune evidenti 'forzature' antiscientifiche e antistoriche esse sono state – guarda un po’ – giudicate benevolmente da questi censori campioni dell’esattezza scientifica e storica. Il vizio ideologico di leggere in una vicenda così lontana nel tempo e molto complicata analogie con non si sa quali persecuzioni presenti mostra da sola le sue interne contraddizioni. Ma c’è un altro aspetto della mancanza di memoria che ferisce ulteriormente. È che entrambi gli intellettuali hanno dimenticato o fatto finta di dimenticare che un dramma teatrale dedicato a Ipazia fu scritto, e portato in scena con non poca importanza in Italia da una trentina di anni. Lo ha scritto un importante poeta, Mario Luzi.
Uno dei nostri massimi poeti, e un cristiano. Che non ebbe timore alcuno, in quel dramma fortissimo e affascinante, di mettere a nudo la tragedia che sempre incombe in ogni fanatismo. La tesi nemmeno velata sia di Canfora che di Massarenti è che il cristianesimo – come ogni fede – sia in se stesso una storia di fanatismo. Ma proprio l’episodio tragico e particolarmente cruento di Ipazia, non a caso maturato in ambienti orientali e in mezzo a certe complicazioni politiche, sta a mostrare proprio che l’esperienza più frequente della fede è lontana dalla degenerazione fanatica.
Quel triste episodio, insieme a non molti altri, mostra – pur tra chiaroscuri che l’indagine storica deve considerare per non diventare giornalismo politico – che il fanatismo è un male che fa notizia proprio quando perverte la fede. Forse né Canfora, né Massarenti hanno letto Luzi. Un poeta a volte può insegnare allo storico e al filosofo della scienza uno sguardo più vasto, più netto e meno viziato sulle vicende e la prospettiva con cui osservarle.
Una breve ricerca su Google avrebbe loro evitato la figura di far quelli che scoprono l’acqua calda, o che voglion far passare la storia per la dimostrazione di una tesi. E avrebbe loro impedito di far figurare ai loro lettori l’Italia come un paese in cui certi argomenti sono tabù. È una forma di scorrettezza intellettuale che si avvicina, come preludio e acidula guarnizione, al fanatismo sui cui pericoli proprio loro vorrebbero allertarci.


© Copyright Avvenire 13 aprile 2010

Ipazia, fra storia e mito anticattolico. .Ma la "verità" della pellicola non è la "verità storica". Di Rino Cammilleri

I cercatori professionisti di scheletri nell'armadio cri­stiano ogni tanto tirano fuori l'episodio e, ovviamen­te, lo adattano al politicamente corretto corrente. Fi­no all'Illuminismo nessuno sapeva neanche chi fosse, questa Ipazia. Poi, il positivista John Toland nel 1720 e il solito Voltaire nel 1736 aprono le danze sulla pro­gressista Ipazia vittima dell'oscurantismo clericale. Nel 1776 l'inglese Edward Gibbon consolida il mito nella sua celebre opera sulla caduta (per colpa del cristia­nesimo) dell'Impero romano. Nel secolo seguente toc­ca ai romantici: Ipazia è bellissima ed è l'ultima rappre­sentante dei mondo antico (dipinto come un'arcadia tutta ninfe, zefiri, pastorelle e satiri) trucidata dal fanati­smo papista. Naturalmente, nel Novecento, Ipazia, ve­terofemminista, diventa la preda della misoginia cattolica. L'unica voce un po' fuori coro è quella di Mario Lu­zi, che le dedica un dramma nel 1978. Adesso, il film (e il cinema, forma di arte totale, si imprime nelle menti con una forza che la parola scritta neanche si sogna la scienza contro la religione, la tolleranza contro il fideismo. E indovinate chi sono i buoni e chi i cattivi. Roba da Odifreddi. Dunque, rassegnamoci al solito minestrone politicamente corretto. E non contate su una cinematografia contraria perchè non esiste: Martinelli e il suo Barbarossa sono stati presentati come “leghisti” su tutti i media, così che il pubblico è rimasto a casa.

Coi nostri limitati mezzi, dunque, ecco la verità sul «caso, Ipazia». Innanzitutto bellissima lo sarà stata forse, da giovane, visto che nel 415 la filosofa ave­va sui sessant'anni (in un'epoca in cui già a quaran­ta pochi avevano ancora denti in bocca). Il suo fu un omicidio politico e la religione non c'entrava affatto. lpazia, figlia di un filosofo - Teone - molto addentro nell'ermetismo e nell'orfismo, era una neoplatonica che teneva scuola ad Alessandria. Una scuola tra le tante, in quella capitale della cultura antica. La parola “scuole” non deve trarre in inganno: si trattava di cenacoli per selezionati adepti. Di lei non è rimasta alcuna opera. Quel che si sa lo si deve ai suoi discepoli. Tra i quali c'erano pa­recchi cristiani. Uno di questi, Sinesio di Cirene, divenne addirittura vescovo. Secondo il metodo platonico (derivato a sua volta da quello pitagorico) i discepoli apprendevano «misteri» che non dovevano es­sere divulgati, perchè non tutti erano in grado di comprendere. Ipazia non era affatto pagana nel senso di adoratrice di Giove, Giunone e Mercurio; anzi, come neoplatoni­ca era più vicina al cristianesimo che al pa­ganesimo. Infatti, lodava virtù come la verginità (non si sposò mai) e la modestia nel vestire. Ma, come i pitagorici e i platonici, sosteneva che i filosofi, essendo i più sapienti, Dovevano occuparsi di politica, anche solo come consiglieri del principe. Infatti, ai suoi consigli ricorreva spesso il cristiano Oreste, prefetto di Alessandria. Oreste, da buon funzionario bizantino, aveva la classica visione cesaropapista dei rapporti con l'autorità religiosa, mentre il patriarca Cirillo cercava di salvaguardare l'in­- pendenza della Chiesa rispetto al potere politico. Nel 414 il contrasto tra i due divenne plateale; Cirillo cercò un compromesso ma Oreste rimase fermo sulle sue posizioni. Si formarono, al solito, due partiti (cosa nor­malissima nell'antichità; S. Ambrogio di Milano ne sapeva qualcosa). Tra i partigiani del patriarca, però, c'erano i cosiddetti parabolani, cristiani in odore di eresia per la loro ricerca fanatica del martirio: si consacravano con giuramento alla cura degli appestati, sperando in tal modo di morire per Cristo. Li chiamavano così in ricordo degli antichi gla­diatori (aboliti da Teodosio) che affrontavano i leoni nel circo. Cirillo cercava di tenerli sot­to il suo controllo ma la città era turbolenta: nel 361 un vescovo imposto da Costantinopoli, Giorgio di Cappadocia, era stato lincia­to; sette anni dopo la morte di lpazia stessa sorte era toccata al nuovo prefetto; nel 457 venne ucciso a furor di popolo un altro ve­scovo di nomina imperiale, Proterio. Fu in questo ambiente e in questo clima che la colpa dell'intransigenza di Oreste venne at­tribuita a lpazia e ai suoi consigli. Si sparse la voce che i «misteri» della sua scuola riguarda­vano pratiche magiche e negromantiche. La donna venne assalita da un gruppo di esagita­ti mentre gli schiavi la portavano a passeggio in lettiga, tirata giù e trucidata. Oreste e Cirillo, messi di fronte al fatto compiuto (e impressio­nati dalla piega che aveva preso la loro dispu­ta), si riconciliarono. Il prefetto lasciò Alessan­dria, forse per fare rapporto alla capitale; co­munque, forse sostituito, non tornò più. Un'altra cosa da chiarire: Cirillo non ave­va niente contro il paganesimo, sia perchè ormai minoritario e praticamente ininfluen­te, sia perchè la sua preoccupazione princi­pale era costituita, semmai, dalle eresie cri­stiane, che a quel tempo spuntavano al rit­mo di quasi una al giorno. Solo anni dopo, con l'avvento di Giuliano l'Apostata, prese la penna per contrastare il tentativo - tutto politico - dell'imperatore di ripristinare l'anti­ca religione civile romana. Il neoplatonismo, col suo desiderio di attingere il divino trami­te la filosofia e la pratica delle virtù, continuò ad avere la città di Alessandria come suo centro fino all'invasione islamica. Tra l'altro, quest'ulti­ma fu enormemente facilitata dall'astio ac­cumulato dall'Africa romana contro Bisan­zio, la sua gravosa tassazione (in parte giu­stificata dalle guerre quasi continue contro i persiani, i bulgari, gli avari e infine gli arabi) e la sua politica della mano pesante contro le eresie (che in quelle zone avevano sempre trovato terreno fertile).

Naturalmente, ai cantori del politicamente corretto (il quale, come abbiamo visto, varia di epoca in epoca) tutto questo non interes­sa. Così, il mondo pagano viene immagina­to (e rappresentato) come un'epoca d'oro di scienza e tolleranza, dove la gente viveva in armonia con la natura, un mondo che, ahi­mé, è stato distrutto dalle religioni monoteisti­che, in particolare l'odiato cristianesimo. Quel mondo in realtà disperato in cui pochi cam­pavano alle spalle di milioni di schiavi, scon­volto continuamente da guerre scatenate dal­la personale ambizione di uno, quel mondo che accolse con sollievo la religione dell'amo­re del prossimo e della dignità umana, non è mai esistito per gli intellettuali, gli artisti, i regi­sti e gli scrittori che, fiutato dove tira il vento, si allineano supini al Potere del momento. I milioni di martiri cristiani? Se la sono cer­cata e se la cercano. I cristiani sono catti­vi perchè hanno ucciso Ipazia, così come gli statunitensi fanno schifo perchè hanno ammazzato Toro Seduto. In effetti, Hitler e Stalin erano battezzati, non si può negarlo. Anche Robespierre. È strano che non sia­no stati ancora messi tra gli scheletri nell'ar­madio della Chiesa cattolica. Eh, il Papa do­vrebbe chiedere scusa...

Di Rino Cammilleri -



© Copyright Il Timone, novembre 2009.