DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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I farisei salutisti che sostengono l'aborto... L'incoerenza del divieto di fumo alle donne incinte

di Sabrina Pietrangeli Paluzzi
La notizia è uscita durante l’estate: “Multa a chi fuma in gravidanza: i medici lanciano un appello per modificare l’attuale legge affinché vengano sanzionate le donne in stato interessante 'beccate' con la sigaretta in bocca. Perché anche il feto va salvaguardato e difeso. Il feto non è un fumatore, e come prevede la legge, va tutelato”.

Belle parole. Soprattutto la classica zappa sui piedi, inconsapevolmente datasi dagli stessi medici che quel feto, portatore di diritti, sopprimono o inviano i genitori a sopprimere, quando è portatore di malattie, a volte anche curabili e risolvibili prima o dopo la nascita. Una zappa sui piedi, perché già il riconoscere quel feto “portatore di diritti”, mette alcuni operatori nella condizione di essere accusati di violare i diritti di quello stesso feto, quando anziché essere normale può presentare qualche problema che, guarda caso, non lo rende più portatore di diritti e viene quindi soppresso con l’aborto cosiddetto “terapeutico”.
Allora, quella stessa madre può non solo intossicarlo di nicotina e altro, ma addirittura ucciderlo con quella sorta di
eutanasia prenatale che si chiama aborto, e con il placet degli stessi medici e – ahinoi - della Legge Italiana.
Ipocrisia dei nostri giorni, per l’appunto. Le scorse settimane si è alzato un enorme polverone per via di una mamma che ha praticato interruzione di gravidanza su un bambino presumibilmente malato (risultato poi sano), alla 26° settimana di gravidanza, quando il limite preposto dalla legge per l’interruzione in caso di malformazioni è di 22 settimane. Sotto inchiesta sia il medico che ha praticato l’intervento, sia la mamma stessa...
In una intervista per un TG, fatta alla sottoscritta, è stato riportato meno della metà di quanto avevo detto, però non riesco a tenerlo per me, quindi lo scrivo qui: “dov’è lo scandalo? Cosa cambia tra 22 e 26 settimane? È stato ucciso un bambino! È questo che rende perseguibili le persone, non il numero delle settimane, quello è irrilevante... Quale legge può decidere quando “qualcosa” diventa “qualcuno”? Quel bambino era
qualcuno dal momento in cui era stato pensato dai suoi genitori e concepito! Perché se a 26 settimane è portatore di diritti, lo è anche prima di 12 settimane, quelle entro cui, per legge, è possibile praticare interruzione volontaria della gravidanza su bambini anche sanissimi. E se sono perseguibili medici e madri che praticano aborto a 26 settimane, perché non quelli che lo praticano entro le 12? Perché la Legge lo permette… ecco l’eccellente ipocrisia.
Una legge che mi dà il permesso di compiere un omicidio volontario o premeditato su di un “feto portatore di diritti”… Ma mi perseguita se fumo incinta. Eppure mi permette di fumare e persino di usare bisturi e aspiratore se questo figlio non lo voglio, oppure mi permette di “sfrattarlo” con un parto provocato a scopo eliminativo, lasciando morire un bambino su un tavolo di acciaio, se malato, purché entro le 22 settimane. E per tutelarlo meglio, vuole come testimoni un rianimatore perché se non muore da solo, entro 20 minuti, ritorna ad essere portatore di diritti, e va obbligatoriamente rianimato. E la madre diventa portatrice del diritto a denunciare il medico che l’ha costretta a fare la madre di un bambino malato. E il
portatore di diritti, il bambino mercificato sulla base del mostruoso egoismo imperante, cosa ne penserà di tutto ciò?
Signori, svegliamoci dal sonno. O questi figli sacrificati sull’altare della falsità sono portatori di diritti, oppure non lo sono. Ma smettiamola di dipingerci di bianco.


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La salute totalitaria. di Giorgio Israel

Negli anni Trenta si schedavano gli italiani per migliorarne le caratteristiche “biotipologiche”. Oggi siamo più buoni e allarghiamo l’idea di malattia a quella di disturbo. Una medicina che cura i sani. Analogie?

Si sente dire tante volte la frase “chi non conosce la storia passata è condannato a riviverla” da averne quasi la nausea. Quantomeno proviamo a conoscerla, questa storia passata. Ecco alcune reminiscenze che potranno forse suscitare riflessioni attuali. Negli anni Trenta, sull’onda crescente della passione mussoliniana per il tema del miglioramento della “razza italica” un’attenzione particolare si accentrò sugli immigrati, per lo più veneti, che avevano popolato le paludi pontine bonificate. Era la grande occasione – si disse – per sperimentare un miglioramento scientificamente guidato di un gruppo umano che poteva diventare il modello di una nuova razza italica rigenerata.

Il mondo scientifico – biologi, antropologi, demografi – si lanciò compatto nell’impresa e si parlò di un “grande laboratorio di biologia umana” che doveva basarsi su un censimento, un’indagine delle caratteristiche somatiche e demografiche degli immigrati. Fu la sagra delle schedature volta a formare un grande archivio delle famiglie. Vi fu il “foglio antropografico” dell’antropologo Sergio Sergi, consistente in un cartoncino contenente (sono parole sue), “brevi note anamnestiche e morfofisiologiche del soggetto, alcuni dati antropometrici e antropografici, tra cui il gruppo sanguigno, le impronte digitali, la fotografia”, corredato di una piccola busta, incollata al cartoncino, contenente un campione di capelli. Vi fu la scheda antropometrica o costituzionalista di Corrado Gini, per raccogliere dati sulla costituzione somatica dei genitori. Poi una scheda che descriveva le abitudini alimentari. E, infine, la scheda biotipologica di Nicola Pende, volta a registrare (anche qui sono parole sue) “tutte le caratteristiche somatiche e psichiche, buone e cattive del soggetto, e le sue tendenze ereditarie, e la sua particolare maniera di reagire e di adattarsi all’ambiente cosmico ed all’ambiente sociale e la sua produttività ed i suoi valori, che io classifico in: resistenza vitale generale, attitudini specifiche al lavoro manuale od intellettuale, attitudini specifiche nell’ambito muscolare in genere, valore economico, valore riproduttivo per la specie, valore sociale”. Insomma, “la scheda della personalità completa in azione”. Tutto il mondo della scienza addosso ai poveri contadini veneti immigrati…

In verità, Pende era il più lungimirante, perché la sua schedatura biotipologica mirava a tutto il paese, altro che Bonifica pontina. Essa era concepita come il “registro indispensabile per lo Stato Fascista, perché esso possa in ogni momento conoscere lo stato del bilancio della sua più grande e solida ricchezza, il capitale umano nazionale”. E Pende la descriveva così: “La cartella deve contenere l’accertamento completo della personalità psico-fisica normale e sub-morbosa o pre-morbosa, cioé il documento personale del biotipo individuale a scopo di ortogenesi. Tale cartella deve diventare il fondamento dell’allevamento nazionale dell’infante, del fanciullo, dell’adolescente fino all'età adulta; sarà insomma il vero serio documento individuale di identificazione, di salute e di valutazione di un cittadino che, come il cittadino del Regime Fascista, deve essere veramente una cellula produttiva ingranata armonicamente e consensualmente nel complesso cellulare unitario dello Stato Mussoliniano”.

A parte la retorica fascista finale, la scheda di Pende, nel linguaggio contemporaneo, è un “portfolio”. Ma, si dirà, il “portfolio” odierno è un documento che attesta le prestazioni scolastiche del soggetto e non le sue caratteristiche psico-fisiche. In verità, i solerti scienziati fascisti avevano pensato anche a questo. Per esempio, il clinico Banissoni aveva pensato di istituire un libretto personale scolastico “ai fini della valutazione individuale negli impieghi e nel lavoro”. Era un “portfolio” a metà tra la valutazione delle competenze delle abilità (nella terminologia euroburocratica odierna) e la valutazione della personalità psico-fisica. Difatti, Banissoni sosteneva energicamente che la medicina dovesse mettere piede nella scuola – autentico vivaio della nazione – per contribuire in prima linea alla formazione di una generazione sana e forte.

Per far questo occorreva che la medicina cambiasse volto e non si occupasse soltanto di malati, ovvero di limitarsi a soccorrere quello che egli chiamava sprezzantemente “l’individualismo egocentrico del malato e del sofferente”. Occorreva che si occupasse dei sani, che investisse “le masse di popolo” per preparare generazioni sempre più sane ed efficienti. Una medicina del genere doveva ampliare i suoi interessi all’igiene del corpo e della psiche: non a caso si predicava la necessità di un incremento esponenziale delle cattedre universitarie e scolastiche di psicologia. In particolare, era necessaria una schedatura di massa nelle scuole che doveva raggiungere in pochi anni la cifra vertiginosa di 8-10 milioni di schede.

Fermiamoci qui. Si dirà: cosa c’entrano i “portfolio” con le schedature di un regime totalitario? Cosa c’entra la medicina fascista “ortogenetica” con l’encomiabile desiderio di soccorrere i disabili? Nulla, apparentemente. Il fascismo aveva un’attenzione particolare per i soggetti “sani” e mirava a individuare i soggetti “difettosi”, nelle intenzioni peggiori per isolarli, nelle migliori per “bonificarli”. L’obbiettivo era eugenetico: migliorare la qualità della razza. E per questo servivano le schedature di massa e l’allargamento della concezione della medicina.
Oggi siamo tutti buoni e la nostra principale cura sono i malati. Anzi, siamo talmente buoni che, per aver cura di quante più persone sia possibile, allarghiamo il concetto di malattia a quello di disturbo.

Così, ai disabili propriamente detti si aggiungono i dislessici, stimati in tre milioni e mezzo, di cui i bambini, aggiungendovi i Dsa (Disturbi specifici di apprendimento), rappresentano il 5 per cento della popolazione infantile. A questi vanno aggiunti i bambini Adhd (Attention Deficit Hyperactivity Disorder, sindrome del bambino agitato) per raggiungere cifre apocalittiche. In realtà, siamo ancora più buoni perché, non volendo considerarli malati, li definiamo “diversi” (i disabili sono diversamente abili), al pari degli immigrati, degli omossessuali e degli ebrei. E poiché la “diversità”, se riferita a una “normalità”, è una cosa brutta, occorre dire che siamo tutti “diversi”. In un gioco di specchi vertiginoso la diversità e la malattia diventano normalità e la normalità diventa diversità o malattia. Naturalmente servono specialisti: di qui l’esigenza di avere sempre più psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili, cognitivisti, sociologi, ecc.

Dove opereranno costoro? Nel Servizio sanitario nazionale, non più ristretto alla misera, piatta, individualistica funzione di curare le malattie, bensì investito del compito globale e sociale di promuovere il benessere e la felicità della popolazione. Questo stato maggiore del benessere viene caricato di tante funzioni – come l’accertamento dello stress negli uffici, mediante stressometro, prescritto per legge, o la diagnosi di Dsa e Adhd – che non deve soltanto crescere di numero ma avere gli adeguati strumenti di conoscenza.

Di qui l’insistente richiesta di “screening” di massa per accertare i vari stati di diversità da registrare scrupolosamente. Così, per esempio, se uno si becca la diagnosi di Dsa se la porta a vita e viene identificato come tale anche quando si presenta quarantenne a un colloquio di lavoro. Censimenti di massa e allargamento del concetto di medicina. Ricorda qualcosa? Vi è qualcosa che sa di totalitario in questa medicalizzazione della società? Per carità, è soltanto “bontà”. Anche Nicola Pende era animato dalle migliori intenzioni quando perseguiva la “bonifica umana razionale”. Di certo, siamo agli antipodi dal motto liberale di John Stuart Mill: “Ciascuno è l’unico autentico guardiano della propria salute sia fisica sia mentale e spirituale”.

di Giorgio Israel

I cattolici e la riforma sanitaria di Obama

di mons. Giampaolo Crepaldi*

ROMA, giovedì, 6 maggio 2010, (ZENIT.org).- La posizione dei cattolici americani nei confronti della riforma sanitaria di Obama ha messo in luce un grande problema della Chiesa di oggi: le indicazioni dei pastori non ottengono una unità di intenti e di prassi, molti sacerdoti, suore e laici distinguono, si dissociano, si ritengono in diritto di coscienza di pensare e agire a loro modo. Vediamo alcuni fatti e poi cerchiamo di fare delle riflessioni.

Il vescovo Thomas Tobin di Providence (Rhode Island) ha chiesto che il St. Joseph Health Services, un ospedale cattolico finanziato dalla diocesi, esca dalla Catholic Health Association, che raggruppa le istituzioni sanitarie cattoliche. La richiesta del vescovo è stata espressa in una lettera inviata lo scorso 29 marzo a Suor Carol Keehnan, Chief Executive Officer della Catholic Healt Association ed è stata motivata dal fatto che l’Associazione sarebbe stata “causa di grave scandalo per molti fedeli”.

Cosa era successo? Madre Keehnan chiese pubblicamente al Senato di approvare la riforma sanitaria, dichiarando che, nonostante alcuni punti deboli, la legge non introduce né aumenta i fondi federali per l’aborto. I vescovi americani si erano pronunciati in senso opposto. Il 21 marzo 2010 la legge è stata definitivamente approvata e in seguito il presidente Obama ha promesso di firmare un executive order per vietare i finanziamenti federali dell’aborto, salvo i casi di stupro, incesto e malattia della madre. Il vescovo Tobin sostiene che il sostegno dell’associazione alla legge, in aperto contrasto con le indicazioni dei vescovi, fornì il destro ai membri del Senato per approvarla.

Ma l’appoggio alla riforma sanitaria della Catholic Health Association, in dispregio delle indicazioni dei vescovi, non è stata l’unica. Il vescovo Lawrence E. Brandt, di Greensburg, ha vietato che le Suore di St. Joseph in Baden utilizzassero i media diocesani in sostegno della riforma di Obama. Poche ore prima del voto al Senato, Suor Simone Campbell, direttrice del Network che raccoglie il maggior numero degli istituti religiosi femminili, ha pubblicato una dichiarazione di sostegno alla Catholic Health Association e una lettera aperta al Congresso sollecitando l’approvazione della legge. Molte Superiori di ordini religiosi femminili, compreso la presidente della Leadership Conference of Women Religious, l’hanno firmata.

Tornando alla diocesi di Greensburg, l’8 aprile scorso il Vicario generale ha inviato una lettera a tutti i sacerdoti stabilendo che gli uffici diocesani, i giornali e le parrocchie non avrebbero potuto promuovere le posizioni di comunità religiose contrarie a quelle dell’episcopato. L’arcivescovo Raymond Burke, già arcivescovo di Saint Louis e ora a capo della Signatura apostolica vaticana, disse: “Non è stata la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, a gloriarsi del fatto che così tante suore appoggiavano la legge che lei proponeva? Non è stata una suora a riempire di inchiostro la penna con cui il Presidente degli Stati uniti ha firmato la legge di riforma sanitaria? E’ venuto il momento per tutti noi e in particolare per le persone consacrate di stare dalla parte della verità e di chiedere che, oppure di cessare di chiamarsi cattolici”.

Credo che, al di là della situazione americana, di cui ho qui sopra ricordato alcuni recenti fatti, esista un notevole problema di compattezza dei cattolici dietro alle indicazioni dei vescovi e del Papa in materia di morale pubblica. Le divisioni e l’opposizione alle indicazioni dei pastori danno il destro a manovre politiche che strumentalizzano la Chiesa. Inoltre, le divisioni sulle grandi questioni di morale pubblica produce ulteriori divisioni nel corpo ecclesiale e finisce per indebolire anche l’unità di fede. Di fatto, nelle coscienze, si è insinuata l’idea che la guida dei pastori in questi campi sia superflua quando non addirittura sbagliata e che la coscienza personale, appunto, debba dire l’ultima parola in merito. Andando più a fondo ancora nella questione, si è insinuata l’idea che non esista una vera continuità tra appartenenza di fede e impegno storico a servizio dell’uomo sulle questioni fondamentali della vita e della dignità umana. L’appartenenza di fede potrebbe dar vita ad una diversità di impegni. Ma questo non è possibile quando il magistero si è pronunciato e quando è in ballo la legge morale naturale.

Dobbiamo impegnarci tutti, ai diversi livelli, per mostrare la continuità tra fede in Cristo e difesa della legge morale naturale, tra rivelazione e ragione umana, tra fede nel Redentore e nel Creatore in modo che le indicazioni del magistero della Chiesa sui comportamenti da seguire per difendere il Creato, e nel Creato la persona umana, non siano lasciati a parte – accolti con beneficio di inventario individuale – rispetto alla prassi personale e di gruppo.

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*Monsignor Giampaolo Crepaldi è Arcivescovo di Trieste e Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuan” sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

Il dolore, il piacere e l'inganno del relativismo. Se si manipola l'idea di malattia. di Carlo Bellieni

Nella giornata del malato una riflessione s'impone sul significato di malattia oggi. Infatti questa parola ha subito negli ultimi decenni un attacco formidabile; l'idea stessa di malattia è stata manipolata e stravolta tra opposti eccessi. È stato ampiamente denunciato dalla letteratura scientifica il disease mongering ("mercificazione della malattia"), in base al quale certi produttori di farmaci non esitano ad accreditare con accurate operazioni di marketing comuni fenomeni fisiologici (menopausa, timidezza e così via) come malattie, allo scopo di vendere farmaci, e "mentre prima la tradizione medica divideva gli stati di salute in normale e anormale, da questa operazione la definizione di malattia esce inevitabilmente arbitraria: è nell'interesse delle compagnie farmaceutiche allargare il range di ciò che è anormale per allargare il mercato" ("Plos Medicine", aprile 2008).
Così, malattia può diventare ogni stato di insoddisfazione che porta il soggetto a cercare esasperatamente terapie. Per tutti valga l'esempio della chirurgia estetica estrema, che viene giustificata proprio col fatto che il proprio aspetto sano ma non gradito sarebbe una vera e propria malattia. Addirittura una vita triste può essere considerata malattia, la cui terapia s'identifica con la fine della vita.
La malattia può essere anche negata, sotto la forza di pressioni sociali. Per esempio, negli anni Ottanta il movimento antipsichiatrico inglese sosteneva che il disagio mentale fosse dovuto a fattori sociali e non a difetti organici e lasciò senza cure valide migliaia di pazienti. C'è poi il caso di certi gruppi di disabili che preferiscono ritenersi semplicemente parte di una minoranza e non malati, come la donna sorda che per avere a ogni costo una figlia non udente si fece fecondare artificialmente dal seme di un soggetto sordo ("Cambridge Quarterly of Healthcare Ethics", 2010).
Ma perché il concetto di malattia è sotto questo attacco? La risposta si trova in Die fröhliche Wissenschaft ("La gaia scienza", 1882) di Friedrich Nietzsche, testo dirompente perché rivoluzionava l'idea stessa di scienza, proprio nell'epoca in cui essa era assurta a divinità. Il pensatore distrugge questo sacrario, in nome non di un'idea religiosa - la vera religione non ha mai avuto contrasti con la vera scienza, e Nietzsche infatti le aborrisce entrambe - ma di un profondo credo nell'assenza di significato delle cose: la scienza è nemica dell'uomo perché si basa sulla certezza che la realtà ha un significato: "Si vede che anche la scienza riposa su una fede, che non esiste affatto una scienza "scevra di presupposti". Questa incondizionata volontà di verità, che cos'è dunque? (...) Ebbene, si sarà compreso dove voglio arrivare, vale a dire che è pur sempre una fede metafisica quella su cui riposa la nostra fede nella scienza. Ma come è possibile, se proprio questo diventa sempre più incredibile, se niente più si rivela divino salvo l'errore, la cecità, la menzogna?". Insomma, non assistiamo più a una dittatura della scienza, come nell'epoca del positivismo; anzi, oggi governa la cultura una dittatura del relativismo scettico e antiscientifico che presuppone l'impossibilità di conoscere realmente e con certezza la natura, avendone smarrito il senso.
Ma se la realtà non è più una certezza e si piega all'umore del soggetto che la interpreta, anche la vita stessa si svuota di significato, e dunque di attrattiva, diventa pesante sin dalla culla, al punto che inevitabilmente ogni vita viene vista come una malattia. "L'uomo cancro del mondo" è uno degli slogan in voga nell'ambientalismo oltranzista; e negli studi scientifici sui trattamenti di fine vita echeggia talora il pessimismo filosofico, tanto che si trova a esergo di uno studio scientifico sulla sospensione delle cure ai bambini ("Archives de Pédiatrie", 2002) la drammatica frase di Giacomo Leopardi: "Se è un infortunio vivere, perché bisogna che il vivere si accanisca su di noi?".
Se il costume imperante è il relativismo che toglie senso al vivere, la malattia vera che genera una sofferenza indubitabile e inesorabile - e la nostra voglia di sconfiggerla - diventa paradossalmente l'unico fatto indubitabile e certo, e dunque in grado di svelarne l'inganno. Per questo i propugnatori del relativismo integralista cercano di renderne i confini nebulosi: forti dolori e grandi gioie (e la voglia di sconfiggere il dolore che ancora sappiamo riconoscere come tale) sono per loro un ostacolo in quanto fatti certi, che come tali non lasciano spazio a incertezze e dubbi relativisti.
Nelle Lettere di Berlicche Clive S. Lewis, simulando istruzioni di un vecchio diavolo a un demonio più giovane per fargli ottenere l'anima di un ragazzo, fa dire al primo: "La caratteristica dei Dolori e dei Piaceri è che non si può sbagliare sulla loro realtà e perciò, in quanto esistono, offrono all'uomo che li prova una pietra di paragone della realtà. Cinque minuti di genuino mal di denti rivelerebbero i dolori romantici per quell'assurdo che sono e metterebbe a nudo il tuo stratagemma".
La cultura contemporanea invece offusca i veri piaceri, lasciando libero accesso solo a quelli a pagamento, e illude di star bene quando si è malati (e viceversa), per offrire come legge all'uomo non più quella naturale, ma la legge del consumo. Per questo si cerca di rendere l'idea di malattia - così come quelle di piacere o di legge naturale - più impalpabile e vaga: per farci dimenticare la nostra natura di esseri finiti, ma desiderosi di Infinito in un mondo che abbassa le nostre aspettative e che per questo, come scriveva Thomas S. Eliot, lasciamo in preda a "usura, lussuria e potere". Cioè alle leggi di chi detta le mode e influenza i mercati.


(©L'Osservatore Romano - 12 febbraio 2010)

Nel dolore è deposto un seme di eternità. di Gianfranco Ravasi

L'11 febbraio di 25 anni fa Giovanni Paolo II pubblicava la lettera apostolica Salvifici doloris, contenente una vasta e appassionata trattazione di uno dei temi più laceranti dell'esperienza umana, quello della sofferenza. I 31 paragrafi di quel documento erano intessuti di rimandi alla Bibbia, "il libro della storia dell'uomo" e quindi "il grande libro sul dolore", delineato in tutte le sue iridescenze oscure ma anche nei suoi squarci di luce e di speranza.
Certo, come affermava Thomas S. Eliot nei suoi Quattro quartetti: "people change, and smile: but the agony abides" ("la gente cambia, riesce a sorridere, ma l'agonia-lotta della sofferenza permane"). Essa è simile a una roccia contro la quale è facile anche sfracellarsi. Georg Büchner, uno dei più intensi scrittori dell'Ottocento tedesco, nel suo dramma La morte di Danton (1835) si chiedeva: "Perché soffro?". E concludeva: "Questa è la roccia dell'ateismo". Uno degli approdi estremi a cui può condurre l'esperienza del dolore, soprattutto del dolore innocente, è appunto quello della ribellione, dell'apostasia, del rifiuto di Dio e dell'uomo. Chi non ricorda quel passo dei Fratelli Karamazov dove Dostoevskij s'interroga: "Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l'armonia eterna, che c'entrano i bambini? È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l'armonia con la sofferenza".
Per millenni l'umanità ha cercato di scalare o spianare quella roccia. Già l'antica sapienza egizia registra la sconfitta della ragione con le emozionanti righe del "papiro di Berlino 3024" (2200 prima dell'era cristiana), significativamente intitolato dagli studiosi Dialogo di un suicida con la sua anima, dialogo che ha come approdo solo la morte vista come liberazione, guarigione, profumo di mirra, brezza dolce della sera, fior di loto che sboccia. L'accanimento della teodicea, cioè del tentativo di difendere Dio dall'attacco dell'"ateismo" che fa leva proprio sul dolore, ha dovuto sempre confrontarsi con le alternative lapidarie del filosofo greco Epicuro, così come ce le ha trasmesse lo scrittore cristiano Lattanzio nella sua opera De ira Dei (c. 13): "Se Dio vuol togliere il male e non può, allora è impotente. Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può, perché allora esiste il male e non viene eliminato da lui?".
È proprio attorno a questi dilemmi e soprattutto quando si entra nella regione tenebrosa della sofferenza personale che si confrontano le religioni e gli agnosticismi. Emblematica è l'affermazione del pensatore ateo francese Jean Cotureau: "Non credo in Dio. Se Dio esistesse, sarebbe il male in persona. Preferisco negarlo piuttosto che addossargli la responsabilità del male". E proprio per difendere Dio da questa accusa infamante, si è fatto di tutto nella storia dell'umanità, ricorrendo appunto a quella "teodicea" a cui sopra si accennava, percorrendo le strade più disparate, talvolta quasi impraticabili. Si è, così, ricorso al dualismo, introducendo - accanto al Dio buono e giusto - un'altra divinità negativa e ostile, un dio del male. Si è appellato alla cosiddetta "teoria della retribuzione", per altro ben attestata anche nella Bibbia: il binomio delitto-castigo ci invita a scoprire in ogni dolore un'espiazione di colpa, se non personale, almeno altrui (e così si cercherebbe di giustificare anche la sofferenza dell'innocente). Si riconoscerebbe, in tal modo, una sorta di funzione catartica al dolore. Per dirla con lo scrittore americano Saul Bellow, nel suo romanzo Il re della pioggia (1959), "la sofferenza è forse l'unico mezzo per rompere il sonno dello spirito".
Per altri sarebbe, invece, da imboccare la via pessimistica radicale: la realtà è strutturalmente negativa proprio per il suo limite creaturale (da spiegare sarebbe eventualmente la felicità!). Nel Mito di Sisifo (1942) lo scrittore Albert Camus osservava: "C'è un solo problema importante per la filosofia, il suicidio. Decidere, cioè, se metta conto di vivere o no". Per contrasto, non è mancata anche una lettura ottimistica altrettanto radicale della realtà per cui il male è solo un non-essere, un dato concettuale, un'apparenza da superare scoprendo la serenità profonda dell'essere. In questa luce si pongono le visioni panteistiche. In questa linea si collocano anche certe concezioni evoluzionistiche che considerano il dolore come il residuato di un mondo ancora imperfetto e in costruzione.
Anche la Bibbia si trova di fronte a questo mostro proteiforme che in tutte le culture, pur essendo tematizzato in modo astratto, è declinato soprattutto a livello esperienziale, individuale, sociale, cosmico. Sempre in agguato è il rischio della semplificazione teoretica o del dogmatismo ideologico, come è ben attestato dalla polemica di Giobbe nei confronti degli amici "teologi", capaci solo di "raffazzonare menzogne" intonacando i muri delle loro costruzioni ideali (13, 4), pronti a elaborare innocui "decotti di malva" (6, 6) e a rivelarsi come "consolatori fastidiosi" (16, 2). Proprio per questo la Bibbia non offre mai una teoria definitiva, unitaria e sistematica sul tema del male ma cerca di gettare luce su questo groviglio oscuro e soprattutto di individuare qualche itinerario di senso e di redenzione.
Proprio in capite alle Scritture c'è subito una considerazione che ribalta la tradizionale impostazione della teodicea. Prima di interpellare Dio per le sue "responsabilità", i capitoli 2-3 della Genesi ci invitano a interrogare l'uomo, la sua libertà e coscienza perché un'ampia porzione del male disseminato nella storia ha una precisa sorgente umana. In quelle due pagine, costruite a dittico, da un lato si delinea il progetto della creazione e della storia secondo il Creatore: armonia dell'umanità con Dio nel dialogo e nel comune "respiro" interiore (nishmat hajjim di 2, 7 è, di per sé, non tanto l'alito vitale ma la coscienza morale), armonia dell'umanità con le altre creature, simboleggiate negli animali, armonia dell'uomo col suo simile, incarnato nella donna, "carne della mia stessa carne" (2, 23).
D'altro lato, nel capitolo 3, ecco apparire il progetto alternativo ordito dall'uomo che ha deciso di definire in proprio "la conoscenza del bene e del male": Dio diventa un estraneo, relegato nel suo Eden trascendente; la terra è devastata e, ridotta a deserto, produce solo "spine e cardi" (3, 18); la donna, cioè il prossimo, è "dominata" dall'uomo che prevarica su di essa (3, 16). Le scelte libere umane, quando si pongono in contrasto con la morale trascendente, generano sofferenza, morte e male. È per questo che i sapienti di Israele ribadiscono con chiarezza la tesi della responsabilità umana: "Non dire: Mi sono ribellato per colpa del Signore, perché ciò che egli detesta non devi farlo (...) Egli da principio creò l'uomo e lo lasciò in balìa del suo volere (...) Egli ti ha posto davanti il fuoco e l'acqua: là dove vuoi stenderai la mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà" (Siracide, 15, 11-17).
Similmente il libro della Sapienza non esiterà ad affermare che "Dio non ha creato la morte e non gode della rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c'è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra" (1, 13-14).
Delineato questo primo percorso nell'orizzonte del male, non si può, però, ignorare un fatto che il filosofo francese Philippe Nemo ha definito come "l'eccesso del male": c'è, infatti, un male che "eccede" la pura e semplice responsabilità umana individuale e sociale. È significativo che questa locuzione sia stata coniata dal filosofo per un suo libro su Giobbe. Questo celebre personaggio biblico, protagonista di una delle opere più alte della stessa letteratura universale, si scontra appunto con un male assurdo, che non può essere riportato alle deviazioni morali dell'uomo né che può essere annullato nella tesi che gli "amici" - incarnazione della teologia tradizionale - gli oppongono come spiegazione risolutiva. Si tratta di quella "teoria della retribuzione" a cui sopra si è accennato e che altro non è che un ricorso al giudizio divino sulla responsabilità peccaminosa dell'uomo e, quindi, un rientro per altra via nel percorso precedentemente descritto.
Certo, arduo è definire quale sia il tracciato ideale di Giobbe il cui discorso procede in modo ramificato, poetico e simbolico. Ma è indubbio che egli, in pagine grondanti ribellione, protesta e interrogazione, dichiara che non è sufficiente l'uomo a spiegare un certo tipo di male: egli vuole, infatti, coinvolgere Dio in modo diretto nella soluzione del male enigmatico ed eccedente la ragione. E Dio accetta di deporre in questa sorta di processo al quale la vittima del male ha voluto fosse convocato. C'è un aspetto rilevante del male che non può essere "razionalizzato" e quindi Giobbe ha ragione nel protestare (si veda 42, 7): il male urla con tutto il suo scandalo contro la mente dell'uomo, il suo scandalo è accecante. Ma Dio rivela (è, quindi, frutto di una conoscenza che avviene su un altro "canale" di intuizione) all'uomo che esiste una 'esah (38, 2), cioè un "progetto", una razionalità trascendente, da mistero, superiore e totalizzante.
Giobbe, a questo punto, è contemporaneamente teso verso la rivolta e la disperazione a cui lo conduce "logicamente" la sua intelligenza di fronte all'"eccesso del male", ma è spinto anche verso la speranza e l'inno di lode a cui lo conduce "misticamente" la rivelazione divina, cioè la conoscenza di fede. È in questo territorio nuovo che può essere introdotto un altro percorso, quello che è aperto da una figura emblematica, il "Servo del Signore", presente nel libro di Isaia, in particolare nel capitolo 53, e ripreso dal Nuovo Testamento in chiave cristologica. C'è un male-dolore che piomba sul giusto - e qui siamo nell'ambito stesso di Giobbe - ma questa irruzione diventa sorgente di liberazione, vita e salvezza per gli altri: "Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti" (53, 5).
È interessante citare al riguardo un passo delle Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via di Franz Kafka perché illustra in modo "laico" questa comunione nel dolore come via per la crescita comune e la trasformazione solidale dell'umanità. "Tutte le sofferenze che sono attorno a noi dobbiamo patirle anche noi. Noi non abbiamo un solo corpo, ma abbiamo una crescita, e questo ci conduce attraverso tutti i dolori, in questa o quella forma. Come il bambino si evolve, attraverso tutte le età della vita, fino alla vecchiaia e alla morte (e ogni singolo stadio appare fondamentalmente irraggiungibile al precedente, sia nel desiderio che nella paura), così ci evolviamo anche noi (legati all'umanità non meno profondamente che a noi stessi) attraverso tutte le pene di questo mondo".
La strada di solidarietà delineata dal Servo del Signore ci prepara ad accostarci al Nuovo Testamento, in particolare ai Vangeli, ove il male sembra incombere come una presenza drammatica ma non tragica. Mai come in questo caso dobbiamo segnalare i limiti di questa nostra analisi che vuole solo indicare un tracciato da seguire poi all'interno dei testi e attraverso una ricerca ben più ampia e sistematica. È significativo un fatto: gli esegeti sono convinti che uno dei "protovangeli", cioè dei primi testi codificati - a noi non pervenuti ma ai quali attinsero gli evangelisti al punto tale da intravederne una presenza in filigrana ai loro racconti - dalla tradizione cristiana delle origini fu proprio una narrazione della passione e morte di Cristo. Il male fisico e morale, la morte e lo scandalo della sofferenza furono subito considerati centrali nell'annunzio cristiano, anche se illuminati dal fulgore della Pasqua. Diversamente dalle cosiddette "Vite degli eroi", molto popolari nel mondo greco-romano, il cristianesimo ha dato una prevalenza sorprendente proprio alla sconfitta del suo fondatore sotto l'impeto del male prima ancora di celebrarne i successi.
Questo aspetto è capitale all'interno della teologia dell'Incarnazione. L'Incarnazione è, infatti, la scelta di Dio - che per sua natura è oltre la morte, il dolore, il male - di penetrare e assumere in sé la sarx, cioè la "carne", il limite creaturale, così da condividerla e redimerla dall'interno. In Cristo, Dio e uomo, non si ha tanto la giustificazione o la decifrazione dello scandalo del male in un sistema ideologico o etico coerente. Si ha, invece, la condivisione per amore, che non è però una mera adesione eroica che ha come sbocco l'immolazione della croce, ultimo e conclusivo approdo. Proprio perché Cristo non cessa di essere Figlio di Dio, egli assumendo il male, il dolore e la morte lascia in essi un seme di divinità, di eternità, di luce, di salvezza. L'amore divino non ci protegge "da" ogni male ma ci sostiene "in" ogni male facendocelo superare.
L'esperienza del male rimane angosciante come un carcere. L'ingresso del Figlio di Dio in quel carcere segna una svolta: esso non è sbarrato per sempre, in un'immanenza che si consuma in se stessa, ma viene aperto per un "oltre". Questo "oltre" è illustrato in modo nitido sia attraverso i miracoli compiuti da Cristo sia attraverso la sua Pasqua. La Pasqua è l'inaugurazione di questo riscatto che dovrà distendersi passo per passo durante tutto l'itinerario della storia così da redimerla e far sì che il duello col male e la morte sia condotto a termine (1 Corinzi, 15, 54-57) e "Dio sia tutto in tutti" (15, 28). Alla meta della storia il cristianesimo pone la Pasqua universale umana e cosmica. Essa è stata inaugurata da Cristo con la sua sofferenza, morte e Pasqua. Allora si compirà quello che l'Apocalisse delinea nel suo affresco della Gerusalemme nuova e perfetta: "Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate" (21, 4). Mentre cammina nella storia, il cristiano non ignora il male e il dolore ma sa che in esso Dio - attraverso l'incarnazione del Figlio suo - ha deposto un seme di eternità e di salvezza che cresce silenzioso, per diventare "stelo, spiga e chicco pieno di spiga" (Marco, 4, 28).
Noi, però, vorremmo ora - molto più modestamente - indicare due conclusioni sulla base delle considerazioni finora sviluppate, pur consapevoli comunque del mistero che la sofferenza coinvolge. Eschilo nei Persiani pone l'eterna domanda che sale dal respiro di dolore dell'umanità: "Io grido in alto le mie infinite sofferenze, dal profondo dell'ombra chi mi ascolterà?" (v. 635). La prima considerazione vuole porre l'accento sulla simbolicità del dolore. Come è noto, il termine "simbolo" deriva dal greco syn-ballein, cioè "mettere insieme": è il tentativo di unire in sé più significati nella stessa realtà. Ebbene, la sofferenza è di sua natura simbolica; è, come dice il titolo di una suggestiva opera autobiografica della scrittrice americana Susan Sonntag, la metafora di un'esperienza più alta (Illness as metaphor, 1978). È indice di un "male oscuro" e radicale, per usare il titolo di un romanzo del nostro Giuseppe Berto (1964).
Kafka nei suoi Diari annotava: "Sono arrivato alla convinzione che la tubercolosi non sia una malattia particolare, un male degno di questo nome, ma soltanto una maggiore intensità del germe generale della morte, la mia ferita, della quale la lesione ai polmoni è solo un simbolo". Similmente, anche se con maggior enfasi, Gabriele D'Annunzio nel suo Libro segreto (1935) dichiarava: "So che le cause del mio male sono nell'oscurità del mio spirito che a poco a poco io rischiaro guarendomi. V'è, se io sono infermo, un fallo di armonia non solo nella mia carcassa ma nella mia anima. Ho in mente che qualcuno abbia considerato la malattia come un problema musicale. Ma forse son io quegli". La sofferenza non è mai solo fisica, ma coinvolge "simbolicamente" corporeità e spiritualità, la "carcassa" e l'"anima".
Essa può contemporaneamente generare disperazione e speranza, tenebra e luce; può essere distruzione e purificazione; riduce alla bestialità ma può anche trasfigurare, "distillando" come in un crogiuolo le capacità più alte, divenendo luminosità interiore e catarsi. Il grande mistico medievale Meister Eckhart (1260 ca.-1327) affermava che "nulla sa più di fiele del soffrire, nulla sa più di miele dell'aver sofferto; nulla di fronte agli uomini sfigura il corpo più della sofferenza, ma nulla di fronte a Dio abbellisce l'anima più dell'aver sofferto".
Proprio per questa dimensione simbolica del soffrire umano, l'approccio nei confronti del malato e del sofferente in genere non può essere parziale. Da un lato, è indubbia la necessità della terapia medica: dopo tutto, quasi metà del Vangelo di Marco è un racconto di guarigioni operate da Cristo al punto tale che un teologo, René Latourelle, ha scritto che "i Vangeli senza miracoli di guarigione sono come l'Amleto di Shakespeare senza il principe". D'altro lato, la pura biologicità e la tecnica asettica sono insufficienti ed esigono un incontro, un dialogo, un supplemento di umanità. Mai come nel dolore ci si accorge di non "avere" un corpo ma di "essere" un corpo che è segno di una realtà interiore più profonda. Sono suggestive dal punto di vista simbolico le citate narrazioni evangeliche delle guarigioni dei lebbrosi: come si diceva, contravvenendo tutti i divieti rituali e sanitari del tempo, Gesù "li tocca" e con questo gesto vuole quasi assumere su di sé il male, condividendone il peso e l'amarezza.
Mai come nel dolore l'uomo s'accorge della falsità delle parole di conforto dette in modo estrinseco e senza autentica partecipazione. Anzi, il malato scopre che, alla fine, egli rimane solo col suo male. È lo stesso Giobbe a descrivere in modo pittoresco e persino barocco questo isolamento quando scopre che "a mia moglie ripugna il mio alito, faccio schifo ai figli del mio ventre" (19, 17). Nel tempo del dolore la verità non riesce a patire contraffazioni.
È, allora, in questo momento che deve scattare una specie di alleanza tra paziente e medico - infermiere, parente, assistente, cappellano e così via - tra chi soffre e chi lo vuole sostenere. È questa la seconda considerazione che vogliamo proporre. Nel racconto biblico della creazione della donna si dichiara che l'uomo supera la sua solitudine solo quando trova "un aiuto che stia di fronte" (ke-negdô), che sappia quindi avere gli occhi negli occhi dell'altro, che non troneggi sopra la creatura come una divinità ma che non sia neppure inferiore e inetto come un animale.
Questa solidarietà è difficile da creare ma è indispensabile. La conoscenza tra chi cura e chi è curato dev'essere meno fredda e distaccata di quanto spesso accade: dev'essere fatta di comunicazione genuina, di dialogo, di ascolto, di verità detta con partecipazione. Il sofferente deve sentirsi rispettato anche nel momento della debolezza, quando il pianto inonda le sue guance ed è noto che esiste sempre un pudore nel mostrare le lacrime. Dev'essere aiutato a liberarsi dei condizionamenti di una cultura della "forza", di un "maschilismo" vanamente eroico e ad accettarsi anche nel tempo della prova, come affermava Baudelaire: "Signore, la migliore testimonianza che noi possiamo dare della nostra dignità è questo ardente singhiozzo che rotola di età in età e viene a morire ai bordi della tua eternità".
Anche Cristo di fronte alla notte della passione implora di essere liberato dal calice della sofferenza (Marco, 14, 36) e confessa di avere "l'anima triste fino alla morte" (Marco, 14, 34), scoprendo però con amarezza di non avere accanto la solidarietà affettuosa dei suoi discepoli: "Così non siete stati capaci di vegliare una sola ora con me?" (Matteo, 26, 40). Bisogna, allora, ribadire una parola tanto abusata ed equivocata, la cui vera declinazione nell'esistenza è sempre ardua, cioè l'amore. Solo se circondato d'amore, il malato riesce ad accettarsi e a superare anche il pudore che è la consapevolezza - come affermava il filosofo Max Scheler - di "un certo squilibrio, di una certa disarmonia tra il significato e le esigenze della sua persona spirituale, da una parte, e i suoi bisogni corporei, dall'altra".
In questa luce ci sembra suggestiva una parabola che vorremmo porre a suggello di queste riflessioni molto limitate su un orizzonte immenso e incandescente, incapaci di fissare in un profilo sintetico il volto proteiforme del male. Anche per il credente, il dolore rimane una cittadella il cui centro non può essere completamente espugnato. Come diceva il poeta cattolico francese Paul Claudel, "Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza". A questo proposito ci affidiamo a una figura "laica" come lo scrittore Ennio Flaiano (1910-1972).
A lui era nata nel 1942 una figlia, Luisa, che già a otto anni aveva iniziato a rivelare un'encefalopatia epilettoide e che è vissuta fino al 1992, curata amorosamente dalla madre, Rosetta Flaiano. Ebbene, lo scrittore abruzzese nel 1960 aveva pensato a un romanzo-film di cui è rimasto solo l'abbozzo. In esso si immaginava il ritorno di Gesù sulla terra, infastidito da giornalisti e fotoreporter ma, come un tempo, attento solo agli ultimi e ai malati. Ed ecco, "un uomo condusse a Gesù la figlia malata e gli disse: io non voglio che tu la guarisca ma che tu la ami. Gesù baciò quella ragazza e disse: "In verità, quest'uomo ha chiesto ciò che io posso dare". Così detto, sparì in una gloria di luce, lasciando la folla a commentare i suoi miracoli e i giornalisti a descriverli".
La scena, come è evidente, si carica di tutta la tenerezza che, con pudore e amore, lo scrittore aveva riversato sulla sua creatura sofferente. In quell'uomo Flaiano vedeva se stesso che s'accostava a Gesù per chiedere non il prodigio ma il dono altissimo della condivisione e della comunione nella sofferenza. E forse, quando in una notte terribile dovette ricoverare la figlia tormentata dagli "orribili assalti del male che la torcevano e la irrigidivano, con una mano tesa verso l'alto", Flaiano padre implorò quel bacio sulla sua figlia, un bacio che certamente non fu negato.

GLI EFFETTI DEL DIVORZIO SULLA SALUTE. CAMBIAMENTI, PERDITE, STRESS: I GIOVANI HANNO LA PEGGIO

La fine di un matrimonio influisce, come e perché, sullo stato di salute degli individui? A partire da questo interrogativo l’autrice evidenzia come la fine di un rapporto di coppia sia un evento di "svolta" nella vita di entrambi i coniugi. Infatti, il divorzio può concludere una situazione dolorosa, può essere un punto di partenza per il miglioramento della qualità della vita di uno dei due partner, può lasciare ferite profonde e situazioni di malessere dalle quali è difficile uscire. I dati sulla morbilità e mortalità dei divorziati evidenziano come fra rottura del rapporto coniugale e peggioramento delle condizioni di salute e sopravvivenza vi sia una diretta correlazione.

UNA RICERCA SUL CAMPO

IL DIVORZIO COME FONTE DI MALESSERE

di MARISTELLA BERGAGLIO
(Istituto di Geografia umana dell’Università degli Studi di Milano)

La fine di un rapporto di coppia, specie quando questo è stato formalizzato in un matrimonio, costituisce un evento di svolta nella vita di entrambi i coniugi. Un divorzio può infatti concludere una situazione dolorosa, può essere un punto di partenza per il miglioramento della qualità della vita degli ex coniugi attraverso un’evoluzione positiva, ma può anche lasciare ferite profonde e situazioni di malessere dalle quali è difficile liberarsi. Molti psicologi ritengono, infatti, che non sempre il divorzio sia la soluzione per le coppie in cui vi è una conflittualità particolarmente violenta, perché lo scioglimento del legame non risolve i problemi che sono profondamente radicati nell’inconscio dei partners ma, nella maggior parte dei casi, ne crea dei nuovi. Il divorzio può dunque essere interpretato come un "processo" durante il quale avvengono cambiamenti e perdite che coinvolgono tutte le aree della vita dell’individuo.

Molte delle situazioni stressanti, sperimentate dalle persone che attraversano l’esperienza di un divorzio, non differiscono in sé da altri tipi di stress che normalmente l’individuo può sperimentare nel corso della vita. Tuttavia ciò che rende unico lo stress da divorzio e ne fa il più grave evento destabilizzante nella vita di un individuo è proprio l’effetto dell’impatto cumulativo di un alto numero di stress differenti, di perdite e di cambiamenti radicali che avvengono in quasi tutte le aree della vita in uno stretto periodo di tempo.

La prima conseguenza stressante correlata al divorzio è costituita dalla perdita dell’attaccamento emotivo per il partner e la rottura dell’organizzazione familiare degli affetti. L’intero complesso strutturale dei legami familiari dev’essere spezzato, e ciò genera un momento psicologico ed emotivo molto intenso e confuso che normalmente si definisce come "fase del lutto". I soggetti soffrono di una perdita di identità dovuta alla necessità di separare il proprio io da quello dell’ex partner e da ciò derivano spesso rabbia, angoscia, ansia, depressione e diminuzione della sicurezza in se stessi, rimpianti e sentimenti di colpa, di solitudine, di impotenza. A ciò si aggiunge il peso del fallimento del progetto matrimoniale che coinvolge l’autostima e l’immagine di sé in prospettiva sociale.

La rottura del rapporto di coppia risulta doppiamente stressante in quanto comporta anche la perdita del partner nel suo ruolo di fonte primaria di supporto sociale. Con il divorzio, infatti, viene a mancare all’individuo il benefico effetto protettivo del matrimonio. Secondo la teoria dell’integrazione sociale di Durkheim applicata a questo contesto specifico, il matrimonio costituisce una condizione importante nel determinare il benessere degli individui.

Le persone coniugate sperimentano infatti molteplici vantaggi costituiti, anzitutto, dalla soddisfazione dei bisogni di intimità, di fiducia e di supporto psicologico nell’affrontare la vita attraverso la condivisione delle responsabilità e delle difficoltà con un altro adulto. Essere sposati conferisce, inoltre, un ruolo sociale ben definito cui, generalmente, si accompagna una serie di responsabilità e obblighi che codifica il comportamento quotidiano e determina uno stile di vita più protettivo, rassicurante e di conseguenza più salutare.

La società inoltre attribuisce generalmente ai coniugati un valore sociale più alto poiché essi realizzano pienamente le aspettative del modello familiare e riproduttivo tradizionale. Ciò fa sì che il fallimento nella riuscita del matrimonio colpevolizzi ed emargini il divorziato per essersi illegittimamente sottratto a un sistema di ruoli e comportamenti precisi e codificati.

In caso di divorzio, dunque, l’individuo non solo deve affrontare il passaggio a un diverso stato matrimoniale, facendo fronte all’evento in sé con tutte le implicazioni stressanti sopradescritte, ma deve anche organizzare la transizione verso un diverso stile di vita e nuove circostanze relazionali con la propria famiglia e la società; ciò costituisce un’altra fonte di stress.

Si cambia tenore

Spesso il divorzio provoca un abbassamento del tenore di vita accompagnato da una mobilità sociale discendente. La diminuzione delle disponibilità economiche rende in questo modo ancora più difficile il periodo post-separazione, specialmente per le donne che, con redditi solitamente nulli o minori rispetto agli uomini, incontrano maggiori difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro e nel 90% circa dei casi sono affidatarie dei figli minori. Quando la famiglia si spezza, infatti, i due gruppi domestici che si formano non possono più far fronte, in comune, a quei costi fissi di gestione della casa e della vita domestica che in una famiglia sono poco influenzati dal numero dei suoi membri come il telefono e l’affitto. Dopo la separazione, di conseguenza, il reddito che consentiva di mantenere il livello di vita precedente, anche nell’ipotesi che fosse diviso a metà tra gli ex coniugi, non è più sufficiente perché tutti i servizi devono essere raddoppiati.

Se tuttavia il divorzio provoca una diminuzione nel reddito d’entrambi i coniugi, a parità d’entrate, per la donna con i figli a carico, che rimane nella casa coniugale, il costo per mantenere lo stesso livello di vita precedente alla separazione rimane pressoché invariato e soggetto nel tempo ad aumentare con il crescere delle necessità dei figli che si fanno grandi.

Per l’ex marito, al contrario, le spese sono molto inferiori poiché le normali esigenze di un uomo solo sono generalmente meno articolate di quelle di una famiglia con figli.

La situazione di mancato equilibrio a sfavore della moglie e dei figli è ancora più grave per il fatto che il marito, grazie alla sua occupazione, ha una garanzia di entrate costanti che generalmente migliorano con l’avanzamento della carriera, mentre la donna, soprattutto se è stata a lungo fuori dal mercato del lavoro, incontra sempre grandi difficoltà nel trovare un’occupazione dopo la separazione e spesso è costretta ad accettare lavori poco retribuiti, anche perché deve occuparsi dei figli (1).

Allo stress generato dalle difficoltà economiche si aggiungono quasi sempre i problemi legati all’abitazione, che deve a volte essere cambiata in funzione delle nuove disponibilità finanziarie, i problemi derivanti dalla permanenza di una conflittualità tra i due ex coniugi e dalla gestione dei rapporti con i figli e con le reti parentali. Non ultimo, il divorziato deve affrontare i problemi legati alla gestione dell’iter giudiziario e legale che accompagnano l’ottenimento del divorzio.

Naturalmente il tipo di reazione di ciascun individuo al divorzio dipende dall’intensità con cui si manifestano e si concatenano i fattori stressanti che sono stati individuati, ma anche da una serie di situazioni contingenti che accompagnano la fine del matrimonio. I vissuti post-separazione sembrano infatti essere influenzati in primo luogo da elementi propri del soggetto stesso, ossia l’età, il sesso, il livello di istruzione, la posizione professionale, la presenza o meno di figli, la personalità e le risorse psichiche e fisiche. Risulta inoltre determinante il rapporto di dipendenza creatosi tra i partners, il livello di soddisfazione sessuale ed emotiva con l’ex coniuge, lo stato di benessere precedente la rottura e le aspettative positive verso il futuro. Incidono inoltre una serie di variabili quali la durata complessiva del matrimonio, le modalità attraverso cui è avvenuto il divorzio, se il soggetto lo ha desiderato oppure se lo subisce, se v’acconsente o se vi s’oppone con decisione. Non ultimo, influiscono la presenza o meno di un sostegno morale e affettivo di un nuovo partner e la possibilità di ricostruirsi un ambito sociale di relazioni gratificanti e non colpevolizzanti o stereotipate all’interno di un cliché più o meno negativo.

La rottura del matrimonio costituisce, dunque, un evento fortemente coinvolgente e stressante per l’individuo, sia sul piano psicologico ed emozionale sia a livello sociale e culturale. È importante mettere in evidenza, a questo punto, come questa situazione di stress di carattere cumulativo e persistente influisca negativamente sulla salute e quali ne siano le principali conseguenze.

La salute dei divorziati

Numerosi studi hanno messo in evidenza come una situazione di stress violento e prolungato possa influenzare sia il sistema immunitario sia il sistema cardiocircolatorio e portare a numerosi scompensi fisici, che possono favorire la formazione di sintomi organici. Secondo lo psicologo Jurg Willy, «la forte tensione psichica comporta conseguenze fisiche e produce in particolare un perturbamento delle funzioni vegetative ed endocrine che può provocare vere e proprie lesioni organiche» (2). Il malessere e la malattia, infatti, da un punto di vista psicosomatico possono rappresentare l’espressione simbolica del conflitto conseguente alla perdita dell’attaccamento affettivo all’ex partner e al persistere di una dipendenza psicologica dal precedente rapporto. Le reazioni psicosomatiche esprimono altresì il disagio emotivo generato da desideri di vendetta e ricordi ossessionanti, da nostalgia o da fantasie di riconciliazione inevitabilmente frustrate. Il corpo diviene il mezzo attraverso cui scaricare il dolore del fallimento e la tensione emotiva della ricostruzione della propria identità separata da quella dell’ex partner.

La salute dei divorziati è influenzata negativamente anche dal venire meno dell’effetto protettivo del matrimonio. I divorziati, infatti, non più condizionati dai meccanismi di controllo e di well-being della famiglia, adottano più facilmente stili di vita e comportamenti rischiosi, quali un più alto consumo di alcolici, tabacco o la diminuzione della prudenza nello svolgere le attività giornaliere come, per esempio, l’abitudine di guidare meno prudentemente. Gli ex coniugi tendono inoltre ad avere abitudini alimentari e ritmi lavorativi meno ordinati e regolari rispetto a quando erano coniugati, esponendosi in questo più facilmente alla possibilità di contrarre malattie croniche o essere coinvolti in incidenti.

Dati alla mano

I dati di un’indagine effettuata dall’Istat negli anni 1987-91 sulle condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari degli italiani mostrano, infatti, come il tasso di morbilità cronica per disturbi nervosi dei divorziati sia il doppio di quella dei coniugati, con un valore del 62,2‰ (3). I divorziati fanno inoltre un uso molto più alto di farmaci antidolorifici e antinevralgici (119‰ rispetto ai 106‰ dei coniugati), di tranquillanti e antidepressivi (48‰ rispetto 39,5‰) e di sonniferi e ipnotici (35,5‰ rispetto 14,8‰) e mostrano anche una maggiore propensione al fumo dei coniugati. Secondo i dati, il 44,3% dei divorziati, contro il 29,6% dei coniugati, è un fumatore, con un consumo giornaliero di sigarette molto più elevato.

La maggiore morbilità dei divorziati trova conferma anche in uno studio effettuato sui dati dell’Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano (4), nel biennio 1995-96. I dati evidenziano, infatti, come i divorziati registrino una più alta percentuale di ricoveri per malattie del sistema nervoso con una percentuale dell’8,0% rispetto al 7,2% dei coniugati. Molto più consistente è la differenza per quanto riguarda i ricoveri classificati come disturbi psichici di cui soffre il 7,7% dei divorziati ricoverati rispetto a solo lo 0,8% dei coniugati. I divorziati risultano soggetti a una maggiore frequenza percentuale, sempre rispetto ai coniugati, di traumatismi e avvelenamenti, abuso di alcol, farmaci e disturbi mentali, malattie e disturbi del sistema osteomuscolare e connettivo e malattie dell’apparato respiratorio, problemi neurologici, psichiatrici e psicologici.

Vi sono, inoltre, alcune patologie in cui, tra i divorziati, risultano penalizzate solo le donne rispetto ai coniugati. Si tratta delle malattie del sistema circolatorio (+1,8%), le malattie e disturbi del sangue e organi emopoietici (+0,7%) e i traumatismi multipli (+0,3%), cui si aggiungono i disturbi psichici e del sistema nervoso.

Agli uomini è riservata invece una maggiore morbilità, rispetto ai coniugati, nelle malattie e disturbi dell’apparato digerente (+3,5%), nelle malattie e disturbi endocrini e del metabolismo (+1,5%), nelle malattie e disturbi del sottocutaneo e della mammella (+0,3%) e il gruppo delle malattie mieloproliferative e neoplasie scarsamente differenziate (+2,0%).

Un ulteriore sostegno della tesi che sia l’esperienza della fine del matrimonio a far crescere la morbilità dei divorziati rispetto a quella dei coniugati può emergere dall’analisi di alcune patologie secondo la distribuzione percentuale per età e sesso dei ricoverati, attraverso cui è possibile mettere in evidenza il periodo della vita in cui la malattia si è manifestata.

Le donne divorziate sembrano, come si è visto, particolarmente soggette ai disturbi del sistema nervoso. La classe di età maggiormente colpita risulta essere quella dai 35 ai 49 anni (41,4%), il 21,9% in più delle donne coniugate di questa età ricoverate per la stessa malattia. A questo proposito è opportuno ricordare che oltre il 50% delle donne affronta il divorzio tra i 35 e i 49 anni e il 44,7% della popolazione femminile divorziata, rilevata al censimento 1991, appartiene a questa stessa classe di età.

Anche i disturbi psichici colpiscono più frequentemente le donne divorziate rispetto ai maschi. Sono colpite da questo disturbo l’11,5% del totale delle divorziate rispetto al 1,2% delle coniugate; l’80% ha dai 50 ai 69 anni contro solo il 29,3% delle coniugate della stessa età. Considerando poi il totale delle donne ricoverate suddivise per età, i disturbi psichici risultano essere causa di ricovero per il 18,2% delle divorziate dai 18 ai 34 anni, per il 5,8% di quelle dai 35 ai 49 anni, il 18,9% di quelle dai 50 ai 69 anni contro rispettivamente l’1,6% e lo 0,8% delle coniugate della stessa età.

La classe di età dei maschi divorziati che, invece, risulta essere stata maggiormente colpita da disturbi psichici è quella dai 35 ai 49 anni (77,8%), con il 60,9% in più rispetto ai coniugati della stessa età ricoverati per la stessa patologia. Questo contingente rappresenta l’8,5% del totale dei ricoverati di queste età rispetto all’0,6% dei coniugati.

Le malattie dell’apparato digerente colpiscono il 17,9% dei pazienti maschi divorziati rispetto al 14,4% dei coniugati. Anche gli uomini divorziati sembrano essere particolarmente soggetti a questa patologia (37%) dai 35 ai 49 anni. Oggi il 57% dei maschi al momento del divorzio appartiene proprio a tale fascia di età.

Alla luce dei risultati evidenziati dalla ricerca sui pazienti ricoverati al Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano è dunque possibile rilevare una significativa congruenza con le ipotesi già sollevate relativamente alle conseguenze del divorzio sugli ex coniugi.

Il fatto che i divorziati del campione presentino una maggiore vulnerabilità dei coniugati ai disturbi psichici e nervosi, risulta chiaramente correlato con il processo di lutto conseguente il divorzio e con i meccanismi psicologici che accompagnano la coppia attraverso le varie fasi della disgregazione coniugale, quali il distacco emotivo dal partner, il divorzio legale, economico, genitoriale, sociale e psichico.

Più alti decessi

Alcuni studi hanno messo in evidenza come i dati riguardanti la morbilità dei divorziati possano risultare distorti da quello che viene definito illness behaviour. Secondo questa teoria, coloro che subiscono un processo traumatico e stressante come il divorzio sono portati a percepire il proprio stato di salute in maniera diversa e, generalmente, più grave di coloro che sono coniugati o che godono del supporto affettivo di un partner.

Se questa teoria può in parte essere condivisa, tuttavia, un’analisi del tasso di mortalità (Tm) della popolazione italiana divorziata per il triennio 1993-1995, messa a confronto con quella coniugata, nelle relative classi di età, mostra come, al di fuori di qualsiasi dubbio, sia proprio il fatto di appartenere allo stato civile di divorziato a costituire un fattore negativo per la sopravvivenza.

Figura 1.

In Italia, infatti, a parità di età, i divorziati hanno tassi di mortalità più alti dei coniugati (si veda figura 1). Per la classe di età dai 20 ai 24 anni, il Tm dei divorziati (7,64‰), sebbene al di sotto di quello dei vedovi (20,48‰), evidenzia una sovramortalità rispetto ai coniugati piuttosto elevata. I divorziati dai 25 ai 29 anni sembrano invece essere proporzionalmente meno soggetti a maggiore rischio rispetto alle classi più giovani. Il Tm infatti scende all’1,74‰, mentre il valore della mortalità dei coniugati della stessa età è dello 0,34‰.

Nelle due classi di età successive il Tm dei divorziati tende ad aumentare di nuovo con decisione, registrando un valore del 2,19‰ e 2,44‰. Dopo i 40 anni il Tm dei divorziati mostra, invece, valori proporzionalmente crescenti al crescere dell’età con valori non solo costantemente al di sopra di quelli dei coniugati, ma anche di quelli dei vedovi della stessa età per superare, dopo i 60 anni di età, anche il Tm dei celibi e nubili.

In Italia, come in tutti i Paesi industrializzati, è normale rilevare per i maschi tassi di mortalità più alti di quelli delle femmine a seguito di un differente stile di vita che caratterizza i due sessi e di una serie di fattori ambientali e sociali che fanno sì che uomini e donne siano diversamente esposti al rischio di morire.

Scendendo maggiormente nel dettaglio dell’analisi dei dati relativi alla mortalità dei divorziati, è possibile osservare come, ad ogni età, anche i maschi divorziati facciano registrare tassi molto superiori a quelli delle femmine (vedi tabella).

Tabella: Tassi di mortalità per stato civile e sesso (1993-95).

Nella fascia di età dai 20 ai 24 anni la probabilità di morte dei maschi divorziati è di 7,7 volte più alta di quella delle donne divorziate, e nella classe di età successiva (25-29) ha un valore di 4,4 volte più grande, mentre dai 30 ai 34 anni gli uomini che hanno subito un divorzio muoiono 4,2 volte più delle donne che hanno avuto la stessa esperienza. Dopo i 40 anni la mortalità maschile si stabilizza su valori che variano da un minimo di 2 ad un massimo di 2,4 volte in più rispetto a quella delle femmine.

Tuttavia, osservando gli stessi dati in prospettiva comparativa, i tassi di mortalità per sesso ed età dei divorziati e dei coniugati italiani, si rileva come il divorzio abbia effetti diversi nel rapporto degli uomini e delle donne nei confronti della morte. Sembra infatti che fino ai 54 anni siano gli uomini ad essere maggiormente danneggiati dall’appartenere alla condizione di divorziati, mentre nelle età superiori siano maggiormente penalizzate le donne.

Nelle fasce di età giovanili, infatti, il maschio divorziato sperimenta un tasso di mortalità da 37,4 volte (20-24 anni) a 2,5 volte (40-44 anni) superiore a quello di un maschio coniugato della stessa età. Per le donne giovani, invece, la sovramortalità delle divorziate rispetto alle coniugate della stessa età è dalle 19 volte (20-24 anni) all’1,9 volte (40-44 anni) più grande.

I divorziati delle classi di età intermedie sperimentano un progressivo calo della sovramortalità rispetto ai coniugati con un ritmo molto più accentuato per gli uomini rispetto alle donne. Dai 55 ai 60 anni la sovramortalità dei maschi e delle femmine divorziate si eguaglia su valori pari circa al 150% in più rispetto ai coniugati. Tuttavia oltre i 70 anni sono le donne divorziate ad essere maggiormente penalizzate dal loro stato civile rispetto agli uomini. A questa età, infatti, le divorziate sperimentano un aumento delle probabilità di morte rispetto alle coniugate pari al 27% circa in più di quello che subiscono gli uomini divorziati rispetto a quelli coniugati (si veda figura 2).

Figura 2.

Le donne recuperano prima

L’analisi dei dati evidenzia, dunque, come tra i divorziati, quelle che di solito se la cavano meglio in questo processo di ridiscussione e ricostruzione della propria identità sono, in generale, le donne, le quali, a lungo termine dopo il divorzio, stanno meglio degli uomini. Infatti, nonostante tutte le difficoltà che le donne divorziate devono affrontare per la riduzione del reddito e il conseguente calo del tenore di vita, per le scarse opportunità che hanno di trovare un buon lavoro, tuttavia la maggioranza riesce a recuperare un sufficiente livello di soddisfazione personale. Per molte donne la separazione costituisce un’opportunità per far emergere e mettere a frutto le proprie capacità in attività prima delegate al marito, per realizzare finalmente aspirazioni da tempo accantonate, per diventare per la prima volta autonome e libere di decidere da sole ed esclusivamente a proprio vantaggio, al di fuori dei ruoli tradizionali di figlia, prima del matrimonio, e di moglie poi. Se hanno figli, inoltre, il ruolo generalmente riservato loro di affidatarie è un ulteriore motivo di orgoglio e responsabilizzazione, anche se non privo di difficoltà, a volte anche molto stressanti.

Al contrario, le persone che stanno male più a lungo dopo la separazione sono quelle che non sono riuscite a completare il loro "divorzio psichico", cioè a separare il proprio Io da quello dell’ex partner, ma continuano a rimanere psicologicamente dipendenti dal precedente rapporto, ossessionate dai ricordi, dalla nostalgia e aumentando con le fantasie di riconciliazione o di vendetta il loro disagio emotivo. Questi sono generalmente coloro che subiscono il divorzio e si sono opposti ad esso, poiché avevano effettuato nel matrimonio un investimento emotivo più grande di quello di altri soggetti e avevano idealizzato il partner identificando in lui, o lei, l’unica ragione di vita, convinti che il rapporto sarebbe durato per sempre.

Anche per questi motivi, coloro che soffrono di più dopo il divorzio continuano a considerare il loro matrimonio come una parentesi idilliaca, un passato perfetto di cui rimpiangono ogni istante poiché non riescono a capire i motivi che hanno portato alla rottura, che, per altro, giunge loro di solito inaspettata. Oppure essi vedono il loro passato matrimonio come un’esperienza terribile, un luogo infernale in cui tutte le loro speranze e aspettative sono andate distrutte e tradite, rovinando irrimediabilmente la loro vita, ma proprio per questo il rancore e il rimpianto per quello che, invece, avrebbe dovuto essere, corrodono inesorabilmente il loro futuro.

Tra coloro che stanno male a lungo, vi sono le donne non più giovani che avevano dedicato la propria vita ad assolvere ai tradizionali compiti di moglie e madre sacrificandovi ogni loro energia per molti anni e che vengono improvvisamente abbandonate dal marito per un’altra donna, spesso più giovane (5).

Queste donne erano generalmente soddisfatte del loro rapporto di coppia ed erano disposte a sopportare anche le amarezze, le delusioni e i lati negativi del loro matrimonio dal momento che si sentivano appagate di essere parte integrante e indispensabile della famiglia.

Di conseguenza l’opportunità offerta loro dal divorzio di costruirsi una nuova vita, che possa anche essere migliore e più appagante per sé come persone, di quella precedente, non ha alcun significato.

Inoltre, quanto più la donna divorziata è avanti negli anni, tanto minori sono le sue possibilità di trovare un lavoro gratificante che le permetta di superare le difficoltà economiche, soprattutto se non aveva avuto precedenti esperienze di attività extradomestica.

Come è stato messo in evidenza, tra gli uomini, coloro che soffrono più a lungo della rottura di un matrimonio sono coloro che divorziano in età molto giovane, quando ancora non hanno raggiunto la sicurezza professionale ed economica, e gli uomini di una certa età, che hanno vissuto un matrimonio tradizionale e sono lasciati dalla moglie.

In linea generale essi vivono male il periodo post-divorzio, anche perché non riescono ad affrontare da soli le difficoltà pratiche della vita domestica, non riuscendo a badare a se stessi in maniera confortevole.

I giovani hanno la peggio

I giovani si vedono spesso costretti a tornare a vivere con i genitori, sacrificando la propria autonomia oppure devono accontentarsi di situazioni abitative transitorie e poco confortevoli dal punto di vista del calore domestico, come residence o appartamenti ammobiliati. I giovani separati si dedicano spesso a una vita sentimentale e affettiva turbolenta e intensa ma non sempre appagante, poiché hanno difficoltà a stabilire legami duraturi e si rifiutano d’impegnarsi seriamente con una nuova compagna. Essi, infatti, non vogliono essere nuovamente delusi, anche se, allo stesso tempo, hanno paura di rimanere soli e vorrebbero ritrovare il calore di una famiglia.

A lungo andare perdono sempre più fiducia in se stessi e nella propria capacità di amare e di essere amati, maturando un disprezzo per le donne in generale. Questi giovani uomini si sentono, infatti, sempre più inadeguati e incapaci di assolvere ai tradizionali ruoli di uomo e marito, soprattutto se non riescono ad avere una carriera professionale gratificante e vedono invece la ex moglie felice con un altro uomo che li ha rimpiazzati con successo nei ruoli di compagno e di genitore. A ciò si accompagna quasi sempre l’adozione di uno stile di vita sregolato e poco prudente sia nelle abitudini alimentari che nelle attività quotidiane, dovuto all’improvviso venire meno delle responsabilità che comportava avere una moglie e dei figli di cui occuparsi.

Gli uomini, invece, che subiscono la separazione in età avanzata e non riescono a trovare una nuova partner che si occupi di loro, soffrono in particolare modo la solitudine e difficilmente riescono a ricostruirsi rapporti sociali soddisfacenti poiché difficilmente sono in grado di superare gli stereotipi tradizionali di ripartizione dei ruoli maschili e femminili e a conquistarsi una nuova identità relazionale autosufficiente. Essi rimpiangono, inoltre, la ex moglie che costituiva il fulcro della loro vita sociale e affettiva, sono spesso vittime di depressione, angoscia e disperazione e perdono facilmente i contatti con la realtà.

I dati relativi alla morbilità e alla mortalità dei divorziati evidenziano come vi sia una relazione diretta tra la rottura del legame coniugale e il peggioramento delle condizioni di salute e sopravvivenza degli individui. Numerosi studi concordano nel far risalire la sovramorbilità e la sovramortalità dei divorziati a una reazione psicosomatica alla fortissima e prolungata situazione di stress che accompagna la separazione dei coniugi. Queste teorie trovano conferma sia nella distribuzione percentuale della casistica patologica dell’Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano, sia nei risultati dell’indagine Istat sulle famiglie.

In entrambi i campioni, infatti, emerge una maggiore propensione dei divorziati verso disturbi legati alla componente nervosa, psicologica e psicosomatica o legati a quei comportamenti definiti rischiosi quali il fumo, la cattiva alimentazione, una vita poco regolata e una diminuzione della prudenza nello svolgere le attività giornaliere.

Anche l’analisi della mortalità per stato civile mostra con chiara evidenza un maggiore rischio di morte dei divorziati rispetto ai coniugati. I tassi di mortalità per classi di età mostrano altresì come la condizione dei divorziati dai 35 ai 65 anni risulti peggiore anche a quella dei vedovi. Da ciò si può dedurre come la sovramortalità dei divorziati non sia unicamente una conseguenza della perdita del partner e dell’effetto protettivo del matrimonio. Il divorziato, infatti, deve affrontare una serie di perdite, cambiamenti e stress che sono specifici dello scioglimento del matrimonio e della posizione in cui, di conseguenza, egli verrà a trovarsi nella società.

La transizione verso lo stato civile di divorziato coinvolge, dunque, l’individuo nella sua complessità e interezza e ne modifica completamente lo stile di vita, la socialità, la salute e la speranza di vita.

Tuttavia, come è stato sottolineato, le reazioni a questa situazione di stress sono influenzate anche da una serie di caratteristiche del soggetto stesso, della famiglia in cui vive e del gruppo sociale in cui interagisce. Ulteriori studi sono necessari per quantificare quale sia l’influenza di queste variabili nel determinare il peggioramento delle condizioni di salute e di vita dei divorziati.

Maristella Bergaglio

BIBLIOGRAFIA
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  4. Gray C.A., Shields J.J., The Development of an Instrument to Measure the Psychological Response to Separation and Divorce, "Journal of Divorce and Remarriage", 1992, vol. 17.
  5. Hemström Ö., Is Marriage Dissolution Linked to Differences in Mortality Risk for Men and Women?, "Journal of Marriage and the Family", 1996, vol. 58.
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  8. Korbin F.E., Hendershot G.E., Do Family Ties Reduce Mortality? Evidence from Usa 1966-1968, "Journal of Marriage and the Family", 1977.
  9. Lachman S.J., I disturbi psicosomatici, Franco Angeli, Milano 1983.
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  11. Pledge D.S., Marital Separation-Divorce: A Review of Individual Responses to a Major Life Stressor, "Journal of Divorce and Remarriage", 1992, vol. 17.
  12. Tschann J.M., Johnston J.R., Wallernstein J.S., Resources, Stressor and Attachment as Predictors of Adult Adjustment after Divorce: A Longitudinal Study, "Journal of Marriage and the Family", november 1989.
  13. Vallin J., Nizard A., La Mortalité par état matrimonial. Mariage sélection ou mariage protection, "Population", 1977.
  14. Verbrugge L.M., Marital Status and Health, "Journal of Marriage and the Family", may 1979.
  15. Willi J., La collusione di coppia, Franco Angeli, Milano 1975.
  16. Zick C.D., Smith K.R., Marital Transitions, Poverty and Gender Differences in Mortality , "Journal of Marriage and the Family", 1991, vol. 53.

Storia di una formidabile clinica romana e della sua battaglia contro la Sla e la regione Lazio

Qui si impara a respirare di nuovo dopo
essere stati attaccati alle macchine, a
camminare dopo mesi passati a letto, o si
cerca di mantenere vivi i muscoli mentre
una malattia cerca di mangiarseli. In una
stanza grande, con porte aperte alla famiglia
senza orari di visita. Qui è il Santa Lucia,
la clinica di Roma specializzata in riabilitazione
di casi gravi che ha battuto gli
istituti più rinomati d’Italia nella produttività
scientifica e ha pazienti che arrivano
da tutte le regioni. Un funzionario statale
ha raccontato candidamente che le uniche
richieste di raccomandazioni che ha ricevuto
in vent’anni erano per l’accettazione
al Santa Lucia. La sua eccellenza, però,
per la sanità disastrata e commissariata
del Lazio, costa troppo. L’anno scorso, per
far quadrare i conti, con un paio di decreti
la giunta Marrazzo ha equiparato il Santa
Lucia – che si era guadagnato lo status
di Istituto di ricovero e cura a carattere
scientifico (Irccs) – a una clinica privata.
Risultato: fondi tagliati e 241 procedure di
licenziamento avviate. Perché nella sanità
ogni diagnosi equivale a un codice, e ogni
codice a un pagamento erogato dal servizio
sanitario alla struttura. Stessa cifra per
tutti, qualsiasi sia la qualità (e quindi il costo)
del servizio. “Non si può frazionare la
torta in parti uguali – dice Rita Formisano,
primario dell’Unità post-coma dell’ospedale
–, con quei pochi soldi non possiamo
mantenere i nostri standard”. In più adesso
il Santa Lucia risulta pure insolvente:
dopo aver fatto una cessione di crediti alla
regione per pagare i contributi dei dipendenti,
ha ricevuto un’ingiunzione di pagamento
dall’Inps. La struttura ha fatto un
ricorso sui decreti, su cui il tar si pronuncerà
il 29 gennaio, ha raccolto 42 mila firme
in due mesi ed è andata a battagliare.
Al termine di una tregiorni di manifestazioni
e incontri, il risultato è stata soltanto
una proposta da parte della regione di un
nuovo decreto che adesso l’Irccs valuterà.
Eppure questi in realtà sono i tagli alla vera
ricerca, perché è nelle strutture in cui
si lavora con i pazienti che si è arrivati, ad
esempio, a mettere in discussione la definizione
di “coma vegetativo”, una diagnosi
risultata sbagliata nel 40 per cento dei
casi. Oliva, immobile in un letto da tre mesi
e nessuna risposta agli stimoli dei dottori,
in una di queste stanze si è messa a
muovere le labbra sentendo i suoi che attorno
le intonavano canzoni romane. C’è
bisogno sempre di soldi anche per le terapie
che un gruppo di malati di Sla (sclerosi
laterale amiotrofica, una malattia che
porta alla progressiva paralisi e alla morte)
chiedono in una lettera al presidente
Giorgio Napolitano. Le stesse terapie, basate
sull’impianto di cellule staminali autologhe
(cioè del paziente stesso) che su
Mario Melazzini, presidente dell’Associazione
italiana Sla, sembrano aver portato
a un notevole miglioramento. Quello che
chiedono, però, è un protocollo sperimentale:
nessuna certezza di un risultato e costi
altissimi. Si rivolgono a Napolitano per
“la parità di diritti tra i cittadini riguardo
a trattamenti salvavita”. Ed ecco la nuova
frontiera della bioetica, quella pratica, che
si gioca tutta sui conti: la necessità di garantire
a tutti pari accesso alle terapie. (vf)

Il Foglio 22 gennaio 2010

Psicofarmaci per bambini Una moda pericolosa. Un abuso che cela l'interesse delle case farmaceutiche

di José María Simón Castellví
Presidente della Federazione Internazionale
delle Associazioni Mediche Cattoliche

Undici milioni di prescrizioni di antidepressivi e 2,5 milioni di antipsicotici ai giovani ogni anno. Negli Stati Uniti la probabilità per un bambino o una bambina orfani di assumere farmaci è sedici volte superiore alla media. E una visita dallo psichiatra su cinque da parte di una persona giovane si conclude con una ricetta di un antipsicotico. Sono i dati raccolti dal nostro gruppo di lavoro; la federazione che ho l'onore di presiedere è preoccupata per l'allarmante aumento delle prescrizioni di psicofarmaci ai bambini, soprattutto negli Stati Uniti.
Tuttavia, l'aumento incessante di tali prescrizioni si osserva in tutti i Paesi del cosiddetto mondo occidentale (300% in più negli ultimi dieci anni). La percentuale dei giovani che prendono uno o più farmaci per il trattamento di problemi di comportamento è del 9% negli Stati Uniti, del 6% in Gran Bretagna e del 3% in Australia. Non si spiegano le differenze che ci possono essere fra un bambino o un giovane australiano e uno nordamericano... Ci si può chiedere se questo tasso di prescrizioni sia giustificato dall'evidenza delle prove cliniche, se tali farmaci siano sicuri ed efficaci, o se sia realmente necessaria la polimedicazione. Sarebbe interessante capire perché c'è una maggiore incidenza di depressioni negli Stati Uniti e in altri paesi ricchi rispetto ai paesi poveri o se i medici che prescrivono di routine gli psicofarmaci seguono i mandati etici e scientifici della medicina basata sull'evidenza.
Le diagnosi di iperattività o di disturbi del comportamento sono frequentemente associate alla prescrizione di antipsicotici, per cui possiamo dedurre che questi farmaci si utilizzano per controllare irritabilità e aggressività e si aggiungono agli stimolanti che paradossalmente si prescrivono contro l'iperattività. Gli studi sull'uso di antipsicotici nei bambini sono pieni di serie limitazioni metodologiche, che includono campioni troppo piccoli, test aperti o scarsa evidenza. In molte occasioni la necessaria "cecità" nelle prove cliniche (né il medico né il piccolo paziente o i suoi genitori sanno se prende un farmaco o un placebo) non si applica o è molto difficile da mettere in pratica. Vediamo alcune spiegazioni dell'aumento delle diagnosi e delle prescrizioni.
L'infanzia e il passaggio alla vita adulta in Occidente sono drasticamente cambiati per molte ragioni ben note alla comunità cattolica: la crisi della famiglia estesa, l'aumento dei divorzi e delle famiglie monoparentali, l'incentrarsi più sull'individuo e meno sulle relazioni interpersonali, sulla famiglia o sulla comunità, i cambiamenti di vita dovuti alla secolarizzazione, al materialismo e al consumismo.
La depressione, l'ansia e le condotte aggressive sono quindi in aumento in Occidente. I comportamenti dei bambini devono essere intesi come un riflesso del loro contesto di vita. L'aumento dei problemi emozionali e di comportamento in bambini e adolescenti ha la sua genesi in una società iperstimolata, dove le immagini dei mezzi di comunicazione saturano il desiderio di sazietà, di felicità e di beni materiali della persona, offrendole aspettative irreali. Quelli che non si adeguano agli standard di comportamento e di controllo definiti dai genitori, dalle scuole e dai governi, si trasformano in "problemi" che si devono risolvere. E la risposta automatica è molto spesso la prescrizione di un farmaco. Il distress del bambino si riduce a una "alterazione biochimica". Man mano che si realizzano sempre più diagnosi e che sempre più pazienti e personale medico si sentono a proprio agio rispondendo con la medicalizzazione, l'alterazione medica diviene strutturale e definisce secondo la propria convenienza la situazione di "normalità" di un comportamento infantile. La medicalizzazione fa aumentare l'influenza degli "esperti" che prescrivono farmaci e, nello stesso tempo, si consolida nella cultura dominante. E le diagnosi possibili sono sempre di più; si è passati da 50 a 400 dal primo Diagnostic and Statistical Manual della American Psychiatric Association.
Purtroppo questa situazione rende molto difficili o impossibili altre terapie o approcci che potrebbero a loro volta recare benessere ai bambini, alle loro famiglie e alla società.
È giusto interrogarsi anche sul ruolo svolto in questo campo dal desiderio di lucro dell'industria. Molti studi clinici sono finanziati dall'industria farmaceutica. Ed esiste una correlazione diretta fra il finanziamento dello studio e i suoi risultati. I centri accademici e le agenzie governative, come pure il discredito pubblico, l'autocontrollo o le sentenze giudiziarie, sono un freno solo parziale alle pratiche abusive di una certa industria. È molto difficile che l'informazione sui farmaci non sia influenzata, in qualche modo, dall'industria che li vende. Per esempio, l'American Psychiatric Association ha ricevuto nel 2006 un terzo del proprio finanziamento (62,5 milioni di dollari) dall'industria farmaceutica ("New York Times", 7/12/2008). Discernere fra buona scienza (che esiste) e buon marketing (che a sua volta esiste) non è sempre facile.
Possiamo di conseguenza affermare che le prescrizioni di psicofarmaci sono in continuo aumento in Occidente, che tale aumento sembra non avere sempre una giustificazione clinica, che il cambiamento di paradigma culturale ha molto a che vedere con ciò e che gli interessi dell'industria farmaceutica spiegano in parte questo aumento. I dati con cui lavoriamo nella Fiamc non sono infallibili; alla loro base c'è, comunque, un lavoro molto completo, fatto in buona fede e tenendo conto della medicina basata sull'evidenza. Non siamo per principio contro l'uso dei psicofarmaci nei bambini; in alcune occasioni sono necessari. Siamo però contrari al loro abuso o uso non corretto. Noi medici dobbiamo pensare sempre ad altre possibilità prima di prescrivere un farmaco a un bambino. Per questo, come si legge nei nostri statuti, collaboriamo allo sviluppo della professione medica e promuoviamo la salute e il lavoro sociale, specialmente nei nostri involontari piccoli pazienti.



(©L'Osservatore Romano - 24 dicembre 2009)