DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Intervista al Card. Scola: L’amicizia e la paternità spirituale sono l’antidoto alla crisi delle vocazioni. E allo scandalo della pedofilia

CHIESA
ESSERE PRETI OGGI: IL CARDINALE SCOLA COMMMENTA IL LIBRO "PADRE" DI MONS. CAMISASCA


FIGLI DELL’AMORE

L’amicizia e la paternità spirituale sono l’antidoto alla crisi delle vocazioni. E allo scandalo della pedofilia

Ci saranno ancora sacerdoti nel futuro della Chiesa? È questa la domanda "forte" che fa da sottotitolo al libro Padre (San Paolo, 222 pagine, 16 euro) di monsignor Massimo Camisasca, fondatore della Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo di Roma, istituto che quest’anno festeggia i suoi 25 anni di vita. La risposta che l’autore tenta di dare può essere già intuita nell’immagine di copertina: monsignor Camisasca e un suo sacerdote, don Jonah Lynch, indicano con il braccio teso lo stesso punto, guardano alla stessa meta. Paternità e figliolanza. Il contrario di paternalismo e autoritarismo. Ecco la risposta: aiutarsi reciprocamente a guardare nella stessa direzione. Così se i freddi "dati" numerici sulla crisi delle vocazioni sacerdotali in Italia sono preoccupanti (negli ultimi trent’anni i sacerdoti diocesani sono diminuiti del 25 per cento, quelli religiosi del 40 per cento), la speranza nasce dall’esperienza che don Massimo ha fatto in questi 25 anni di direzione spirituale e che, come un buon allenatore sportivo, riversa in queste pagine, tracciando l’elenco dei "fondamentali". Un progetto di vita che può interessare tutti, anche il laico cristiano. E che si presenta quasi come il manifesto di una piccola, ma concreta, riforma della vita sacerdotale. Partendo dalla persona, dalle sue esigenze, domande, necessità.


Il libro Padre di monsignor Massimo Camisasca è stato presentato a Roma all’Istituto Agostinianum dal patriarca di Venezia Angelo Scola, al quale abbiamo rivolto alcune domande sui temi caldi affrontati dall’autore.

  • Monsignor Scola, cosa la colpisce di questo breve ma incisivo programma di riforma della vita sacerdotale?

«Ciò che colpisce e convince di più, man mano che ci si inoltra nella lettura di queste pagine, è la loro natura di testimonianza personale intesa come metodo di conoscenza e di comunicazione. Privilegiando, per parlare del sacerdozio, la strada della testimonianza, don Massimo ha scelto la via più persuasiva, accessibile a tutti, e ha saputo sgombrare fin dall’inizio il terreno da sterili polemiche. Il dono-mistero, per usare un’efficace espressione di Giovanni Paolo II, della vocazione sacerdotale brilla nelle sue pagine come il fattore unificante di una maturità umana immancabilmente feconda. Del resto, se ci pensiamo, tutti noi abbiamo conosciuto il sacerdozio attraverso la strada maestra dei testimoni».

Angelo  Scola, patriarca di Venezia.
Angelo Scola, patriarca di Venezia
(foto Ansa).

  • Nel suo libro Camisasca parla del silenzio, della preghiera e dello studio come dell’Abc del prete, come l’ancora di salvezza della vita sacerdotale. Perché questi elementi sono così importanti?

«Il silenzio, la preghiera e lo studio affermano la permanente precedenza, nella nostra vita, del mistero di Dio. Non sono altro che lo spazio dell’ascolto di Colui che ci ama per primo: non solo che ci ha amato per primo, ma che ci ama ora e sempre per primo! Un prete che non sia sempre più consapevole e grato di questo, finirà per smarrire la propria identità».

  • Come può un sacerdote conciliare il tempo per Dio e il tempo per stare in mezzo agli uomini, nelle strade, negli ospedali, nella scuola e nelle carceri? Di quante ore dovrebbe essere fatta la vita di un prete, vista anche la scarsità di vocazioni?

«Siamo sicuri che si tratti di una questione davvero decisiva? Che sia soprattutto un problema di "organizzazione e distribuzione" del tempo per ottenere il "massimo di efficienza"? I problemi organizzativi ci sono sempre e si possono risolvere, non senza contraddizioni, stabilendo le priorità. La vera questione, a mio giudizio, è la "qualità del tempo". Mi spiego: il tempo del prete – come quello di ogni cristiano – è il tempo che il Signore gli concede per donare la vita. Non c’è un tempo per me e un tempo per gli altri. Se non la doni in ogni istante, la vita te la ruba inesorabilmente proprio il tempo».

  • Un ostacolo che oggi sembra gravoso per un giovane che pensi al sacerdozio è il celibato. Forse il problema è mal posto dal pensare comune. Ma che valore ha la verginità e perché la Chiesa cattolica di rito latino la ripropone per i suoi sacerdoti?

«A ben vedere non è la verginità a essere oggi oggetto di incomprensione: è l’esperienza dell’amore come tale. Si riflette poco sul fatto che l’uomo di oggi fatica non solo sul celibato, ma anche sul matrimonio indissolubile. Come mai? Forse perché non riesce a concepire la possibilità di un amore gratuito, che sia per sempre e fecondo. Il dono della vocazione verginale è quello di una sequela letterale di Gesù. La verginità dice "possesso nel distacco", per usare la geniale formula di don Giussani. E per questo è pienezza di amore, perché è il modo con cui Dio ci ama, che sarà di tutti in Paradiso».

  • Nell’ultimo capitolo sulla missione Camisasca scrive: «Non c’è vita più affascinante di quella del sacerdote»: da chi si impara questo fascino?

«Il fascino della vita sacerdotale non si impara: si vede, si impone. Torniamo così all’inizio della nostra conversazione. Tutti noi custodiamo indelebilmente nella mente e nel cuore i volti di persone, preti e laici, che sono state presenze persuasive del disegno di Dio sulla nostra vita. Il loro fascino ci ha, per così dire, contagiato».

Alfredo Tradigo

IL RUOLO DEL PADRE SPIRITUALE

Il libro Padre esce in un momento particolare della vita della Chiesa, in cui Benedetto XVI scrive ai vescovi irlandesi in seguito allo scandalo dei preti pedofili. Abbiamo così chiesto all’autore di approfondire questo tema "caldo".

  • Monsignor Camisasca, secondo le parole del Papa e guardando al futuro, su cosa deve puntare oggi la Chiesa nella formazione dei sacerdoti per contrastare ed eliminare lo scandalo della pedofilia?

«I superiori dei seminari e i padri spirituali devono dedicare molto tempo a conoscere le persone loro affidate. Ogni persona è un universo e oggi, più che mai, occorre un lungo lavoro di ascolto per capire chi si ha di fronte, quali sono le ragioni reali o presunte di una vocazione. Tutto deve essere illuminato dalla grazia dello Spirito che ci permette di penetrare le pieghe nascoste dei cuori. Là dove si avvertono gravi problemi occorre avere il coraggio di dimettere le persone dal seminario. Sapendo che chi non può portare i propri problemi non potrà a maggior ragione farsi carico di quelli degli altri e diventerà un testimone negativo. Tutto questo mi porta a dire che ogni diocesi e ogni Istituto devono consacrare le persone migliori alla formazione sacerdotale. I vescovi e i superiori devono interessarsi direttamente, in prima persona di tutto ciò».

  • Benedetto XVI ha usato parole molto dure: qual è la loro portata storica, la forza e l’energia di cambiamento con cui investono la Chiesa e anche la società civile?

«Penso che la lettera del Papa alla Chiesa irlandese costituisca un punto di riferimento per tutte le Chiese. Non perché tutte vivano lo stesso dramma, ma perché tutte hanno bisogno di riforma, hanno bisogno di "pulizia"; oppure, per usare le parole del cardinale Ratzinger, hanno bisogno di una scuola di santità che è anche scuola di realismo e di felicità. Non si può essere veramente cristiani se non si perseguono le strade che ci avvicinano a Cristo: il silenzio, la preghiera, la conversione, la Confessione, l’Eucaristia, l’amicizia, l’obbedienza. Non si può essere di Cristo e del mondo. La santità ci rende umili, ci fa riconoscere i nostri peccati e ci fa chiedere aiuto, ci fa domandare perdono. Occorreva una scossa salutare per tutta la Chiesa e questa scossa è venuta dal Papa, da un uomo che mostra una grande serenità in un momento in cui la Chiesa è colpita dai peccati dei propri membri, ma anche da una imponente e sottile persecuzione segnata da molta ipocrisia».

A.T.



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Cultura contraccettiva e calo delle vocazioni

Meno preti, poche suore e pochi religiosi. La caduta vertiginosa di vocazioni – specialmente nel mondo occidentale – è un dato di fatto di cui non c’è dubbio alcuno...
Si possono dire tante cose circa le cause, tuttavia credo che un motivo importante vada individuato nello stato di salute del matrimonio che, come si può facilmente constatare, versa in condizioni disperate.
Forse è proprio nelle cause di questa crisi che bisognerebbe indagare alla ricerca del perchè della caduta delle vocazioni, interessante a tal proposito l’analisi proposta dal Rev. Dwight Longenecker pubblicata lo scorso 3 marzo su Inside Catholic (vedi QUI).
Le sue non sono considerazioni moraleggianti, ma prendono le mosse da alcuni aspetti abbastanza concreti: la cultura contraccettiva, penetrata anche in ambienti cattolici, ha fatto si che l’idea di famiglia sia profondamente mutata nei ragazzi e nelle ragazze che ne fanno uso.
Prima della rivoluzione sessuale questi giovani crescevano generalmente in grandi famiglie che comprendevano molti fratelli, sorelle, nonni, zii, cugini e venivano quindi ad un confronto diretto con un ampio ventaglio di gioie e dolori che attraversano e caratterizzano la vita familiare.
La contraccezione – strumento principe della rivoluzione sessuale – si può ragionevolmente individuare come l’elemento che ha cambiato le cose, anche perché di fatto permette la cosiddetta “libertà riproduttiva”. Grazie alla contraccezione il figlio si può “programmare”, le donne possono progettare il loro impegno professionale, le famiglie finiscono per divenire più “piccole e maneggevoli”. Oggi una famiglia americana media ha 2,5 figli, una casetta in periferia, un doppio reddito, un cane e un gatto e si muove con una certa facilità, così lo stesso modello può essere facilmente riscontrato in una qualsiasi periferia del mondo occidentale.
Ancor più in profondità la cultura contraccettiva ha agito sulla mentalità con cui viene pensato il matrimonio. Prima della rivoluzione sessuale, un ragazzo o una ragazza cattolica si educava, nel suo contesto familiare ad un certo modo di essere marito o moglie, padre o madre, un modo la cui essenza è la gioia di un naturale sacrificio di sé. Osservare un padre che fatica duramente per mantenere ed educare i numerosi figli e una madre che si dedica totalmente alla cura della famiglia, permette di comprendere senza bisogno di alcuna parola che cosa significa vivere il matrimonio come una vocazione che si fonda sul dono di sé.
Questo è il contesto che, più di mille pastorali giovanili, imprime nel giovane o nella giovane la capacità di ascoltare e comprendere la chiamata sia per la vita religiosa, ma anche quella matrimoniale. La questione è: “morire a se stessi per la famiglia attraverso il matrimonio, o morire a se stessi attraverso una vocazione religiosa?”
La contraccezione ha agito potentemente proprio sulla radice di questa domanda invitando i giovani a de-responsabilizzarsi, a giocare con il piacere senza nessun tipo di sacrificio, né assunzione di responsabilità. Quindi oggi un giovane che si pone di fronte ad una vocazione religiosa o al matrimonio non li considera come due percorsi per la sconfitta dell’egoismo, ma vede solo la differenza tra una vita che sembra avere tutto e una che sembra non avere nulla. “Essi devono scegliere tra una casa in periferia, 2,5 figli e un doppio reddito o una rinuncia totale. La scelta è tra una forma di edonismo familiare o una forma di eroismo inspiegabile”, dice Fr. Longenecker.
Ecco perché una riscoperta della profonda dignità della vocazione al matrimonio potrebbe davvero essere la chiave di volta per far rifiorire anche le vocazioni religiose.
“Ad una cultura che comprende il matrimonio come un'opportunità per l'auto-realizzazione, dobbiamo ricordare che essere cristiani significa prendere la nostra croce e seguire Cristo. In ogni occasione, dobbiamo ricordare che il cammino verso la vita vera è attraverso il servizio agli altri, e quindi non dobbiamo mai dimenticare che il matrimonio è per dare, non per ottenere.”
Capire cosa significa divenire padroni di sé nella propria vita sessuale non solo aprirebbe la porta a matrimoni più consapevoli, ma avremmo una generazione di sposi intimamente capace di apprezzare anche la scelta vocazionale religiosa.
Per capire questo occorre alzare gli occhi verso chi può insegnarci davvero che cosa è il dare se stessi per gli altri.


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Caravaggio e il neorealismo fatto con la luce. Il tema della vocazione nell'arte: la chiamata degli apostoli. di Timothy Verdon

Dopo il suo battesimo e al ritorno dal deserto delle tentazioni, Gesù rivendicò come sue le parole d'Isaia: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio" (Luca, 4, 16-19; cfr. Isaia, 61, 1-2). Tale pubblica rivendicazione dell'intervento dello Spirito è fondamentale per ogni discorso sulla Chiesa e sul ruolo dei suoi sacerdoti. Cristo aveva sentito lo Spirito sopra di lui al Battesimo; dallo Spirito egli era stato poi sospinto nel deserto, e - sempre secondo Luca - dopo la tentazione era tornato "in Galilea con la potenza dello Spirito Santo" (4, 14). Dopo il ritorno dichiara poi di intraprendere la sua missione sotto lo Spirito, ed ecco la spiegazione di quanto segue, il successo della sua attività di predicatore e guaritore: in lui tutti sentivano la presenza dello Spirito di Dio. L'influsso dello Spirito è chiaro soprattutto nel primo passo compiuto da Cristo quando cominciò ad annunciare l'imminenza del regno: la chiamata degli apostoli. "Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone chiamato Pietro e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: "Seguitemi, vi farò pescatori di uomini". Ed essi, subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono" (Matteo, 4, 18-22; cfr. Marco, 1, 16-20).
Questo momento è raffigurato in una splendida pala d'altare del veneziano Marco Basaiti, dove l'assoluta autorevolezza di Cristo che chiama, e l'immediata risposta di Giacomo e Giovanni che "subito" gli obbediscono, suggeriscono in modo evidente la presenza dello Spirito Santo. Alla destra e sinistra di Cristo stanno, rispettivamente, Pietro e Andrea che hanno anch'essi accolto l'invito del Salvatore a seguirlo e ora, assieme a lui, ricevono i nuovi arrivati; si tratta quindi di una presenza dello Spirito diffusiva, che crea intorno a Gesù una comunità, il primo nucleo della Chiesa. È questo il vero inizio del ministero pubblico: fu solo dopo la chiamata dei primi discepoli, infatti, che "Gesù andava per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo" (Matteo, 4, 23). L'insegnamento, la predicazione, le guarigioni, benché personali - attribuibili cioè solo a Cristo - tuttavia coinvolgevano altri, fratelli che avevano lasciato tutto per seguire quest'uomo su cui lo Spirito del Signore si era posato.
Non solo i rozzi pescatori del litorale galileano, ma anche personalità più complesse, segnate dal peccato, come san Matteo, accoglieranno la chiamata di Cristo. Giustamente celebre è la Vocazione di san Matteo dipinta dal Caravaggio per la chiesa romana di San Luigi dei Francesi, dall'effetto fortemente teatrale grazie alla larga fascia di luce che scende da destra. La tela occupa un'intera parete laterale della cappella in cui si trova, e l'ambientazione in ciò che sembra un'osteria nonché i costumi contemporanei del gruppo a sinistra dovevano scioccare i tradizionalisti in questa cappella in una chiesa di centro città, dove - vicino all'immagine di un tavolo comune a cui siede il pubblicano Levi con amici di dubbia onestà - viene celebrata la liturgia eucaristica! Cioè, rifiutando il linguaggio aulico del suo tempo, Caravaggio allestisce un'osteria in chiesa, obbligando chi va a Messa a stare gomito a gomito col ragazzo chino sul denaro, dagli abiti scomposti, che sembra ubriaco o drogato; coll'amichetto effeminato di Matteo, che si appoggia familiarmente al futuro apostolo; e al giovane "bravo" visto da tergo, con la spada al fianco e l'abito appariscente. Se per assurdo immaginiamo, accanto all'altare di una chiesa moderna, una grande foto di spacciatori in una discoteca di periferia, possiamo immaginare lo choc per i contemporanei del realismo caravaggesco applicato alla decorazione del luogo di culto!
Si tratta però di una precisa strategia vocazionale, riproponibile oggi, credo. Nella Roma che allora viveva il fermento della Riforma Cattolica - che vedeva nuovi ordini religiosi impegnati nel recupero di casi disperati, offrendo alloggio e istruzione ai ragazzi della strada, aprendo i conventi alle prostitute riformate - il dipinto parlava con singolare forza del potere santificante di Cristo in ogni situazione di vita, perfino nel peccato. Notiamo poi che Cristo e san Pietro, che entrano da destra, dove sta l'altare nella cappella - vestano abiti appartenenti al mondo antico: al loro periodo storico cioè. Il "decoro" religioso viene così tutelato e la drammaticità del momento addirittura intensificata, perché, più di un evento del passato in veste moderna, l'immagine suggerisce come il senso di un evento storico possa irrompere in una situazione attuale - come se Caravaggio dicesse: "Lo stesso Cristo che ha chiamato Matteo mille e seicento anni or sono, oggi chiama altri "pubblicani"; Lui, che non cambia, in ogni tempo chiama i peccatori a cambiare vita".
L'altra importante commissione pubblica del Caravaggio negli ultimi anni del XVI secolo era per due tele alle pareti laterali della Cappella del cardinale Tiberio Cerasi in Santa Maria del Popolo, una delle quali è identificata nel contratto del 1600 come "il mistero della conversione di san Paolo", pure questa una scena di vocazione, che Caravaggio rappresenta come un evento interiore e misterioso, avvolto di luce e silenzio "visionario" precisamente nella cecità di cui l'apostolo viene temporaneamente colpito (cfr. Atti, 9, 1-9). A differenza di altri, che avevano rappresentato l'evento con soldati e servi spaventati, con cavalli imbizzarriti, con apparizioni divine, Caravaggio riduce gli elementi narrativi a due uomini, un cavallo, e la luce che fa da protagonista.
La lettura che Caravaggio dà all'evento è fedele al racconto neotestamentario che descrive una presa di coscienza lacerante, una fulminazione morale e spirituale che mette in crisi tutto il senso di una vita. Saulo (successivamente Paolo), l'accanito nemico della primitiva Chiesa, era in viaggio verso Damasco con l'autorizzazione dell'alto sacerdote di fermare e imprigionare i discepoli di Cristo, quando, "all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?". Rispose: "Chi sei, o Signore?". E la voce: "Io sono Gesù, che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare"" (Atti, 9, 3-9).
"Ti sarà detto ciò che devi fare". Caravaggio fa vedere qui la luce accecante, che diventa in quell'istante l'intero universo di Saulo; fa quasi sentire il silenzio, nell'immobilità delle figure, e fa sentire anche il disorientamento di quest'uomo che capisce d'aver sbagliato tutto. Saulo si trova letteralmente "a terra", le sue certezze azzerate, brancolante nel buio di una luce troppo grande, travolgente. Ma accetta che gli sarà detto ciò che deve fare. Colui che Saulo contestava, respingeva, considerava morto, aveva ragione e, vivo, ora chiama Saulo per nome, comandando la sua obbedienza!
L'ordinarietà del grande cavallo e la calma imperturbabile del servo sottolineano la totalità del mistero: nel mondo esteriore nulla è cambiato, ma nel cuore del santo tutto cambia. Cambierà anche il nome, e Paolo, riaprendo gli occhi, non vedrà più le cose come prima. Ormai potrà dire: "Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Galati, 2, 20). È questo forse il senso delle braccia innalzate. Nel buio luminoso, Paolo già incomincia a vivere di Cristo crocifisso.


(©L'Osservatore Romano - 5 marzo 2010)

Il Papa: Presbiteri che vivono l'amicizia con Cristo, il dono totale di sé a Dio, la comunione, lo zelo per l'evangelizzazione suscitano le vocazioni

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA XLVII GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI, 16.02.2010

Il 25 aprile 2010, IV Domenica di Pasqua, si celebra la 47ma Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni sul tema: "La testimonianza suscita vocazioni".
Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre Benedetto XVI invia per l’occasione ai Vescovi, ai sacerdoti ed ai fedeli di tutto il mondo:

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

Venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle
!

La 47a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, che si celebrerà la IV domenica di Pasqua - domenica del "Buon Pastore" - il 25 aprile 2010, mi offre l'opportunità di proporre alla vostra riflessione un tema che ben si intona con l'Anno Sacerdotale: La testimonianza suscita vocazioni.
La fecondità della proposta vocazionale, infatti, dipende primariamente dall'azione gratuita di Dio, ma, come conferma l'esperienza pastorale, è favorita anche dalla qualità e dalla ricchezza della testimonianza personale e comunitaria di quanti hanno già risposto alla chiamata del Signore nel ministero sacerdotale e nella vita consacrata, poiché la loro testimonianza può suscitare in altri il desiderio di corrispondere, a loro volta, con generosità all'appello di Cristo. Questo tema è dunque strettamente legato alla vita e alla missione dei sacerdoti e dei consacrati. Pertanto, vorrei invitare tutti coloro che il Signore ha chiamato a lavorare nella sua vigna a rinnovare la loro fedele risposta, soprattutto in quest'Anno Sacerdotale, che ho indetto in occasione del 150° anniversario della morte di san Giovanni Maria Vianney, il Curato d'Ars, modello sempre attuale di presbitero e di parroco.
Già nell'Antico Testamento i profeti erano consapevoli di essere chiamati con la loro esistenza a testimoniare ciò che annunciavano, pronti ad affrontare anche l'incomprensione, il rifiuto, la persecuzione. Il compito affidato loro da Dio li coinvolgeva completamente, come un "fuoco ardente" nel cuore, che non si può contenere (cfr Ger 20,9), e perciò erano pronti a consegnare al Signore non solo la voce, ma ogni elemento della loro esistenza. Nella pienezza dei tempi, sarà Gesù, l'inviato del Padre (cfr Gv 5,36), a testimoniare con la sua missione l'amore di Dio verso tutti gli uomini, senza distinzione, con particolare attenzione agli ultimi, ai peccatori, agli emarginati, ai poveri. Egli è il sommo Testimone di Dio e del suo anelito per la salvezza di tutti. All'alba dei tempi nuovi, Giovanni Battista, con una vita interamente spesa per preparare la strada a Cristo, testimonia che nel Figlio di Maria di Nazaret si adempiono le promesse di Dio. Quando lo vede venire al fiume Giordano, dove stava battezzando, lo indica ai suoi discepoli come "l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo" (Gv 1,29). La sua testimonianza è tanto feconda, che due dei suoi discepoli "sentendolo parlare così, seguirono Gesù" (Gv 1,37).
Anche la vocazione di Pietro, secondo quanto scrive l'evangelista Giovanni, passa attraverso la testimonianza del fratello Andrea, il quale, dopo aver incontrato il Maestro e aver risposto al suo invito a rimanere con Lui, sente il bisogno di comunicargli subito ciò che ha scoperto nel suo "dimorare" con il Signore: "Abbiamo trovato il Messia - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù" (Gv 1,41-42). Così avvenne per Natanaele, Bartolomeo, grazie alla testimonianza di un altro discepolo, Filippo, il quale gli comunica con gioia la sua grande scoperta: "Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret" (Gv 1,45). L'iniziativa libera e gratuita di Dio incontra e interpella la responsabilità umana di quanti accolgono il suo invito a diventare strumenti, con la propria testimonianza, della chiamata divina. Questo accade anche oggi nella Chiesa: Iddio si serve della testimonianza di sacerdoti, fedeli alla loro missione, per suscitare nuove vocazioni sacerdotali e religiose al servizio del Popolo di Dio. Per questa ragione desidero richiamare tre aspetti della vita del presbitero, che mi sembrano essenziali per un'efficace testimonianza sacerdotale.
Elemento fondamentale e riconoscibile di ogni vocazione al sacerdozio e alla consacrazione è l'amicizia con Cristo. Gesù viveva in costante unione con il Padre, ed è questo che suscitava nei discepoli il desiderio di vivere la stessa esperienza, imparando da Lui la comunione e il dialogo incessante con Dio. Se il sacerdote è l` "uomo di Dio", che appartiene a Dio e che aiuta a conoscerlo e ad amarlo, non può non coltivare una profonda intimità con Lui, rimanere nel suo amore, dando spazio all'ascolto della sua Parola.
La preghiera è la prima testimonianza che suscita vocazioni. Come l'apostolo Andrea, che comunica al fratello di aver conosciuto il Maestro, ugualmente chi vuol essere discepolo e testimone di Cristo deve averlo "visto" personalmente, deve averlo conosciuto, deve aver imparato ad amarlo e a stare con Lui.
Altro aspetto della consacrazione sacerdotale e della vita religiosa è il dono totale di sé a Dio. Scrive l'apostolo Giovanni: "In questo abbiamo conosciuto l'amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli" (1 Gv 3,16). Con queste parole, egli invita i discepoli ad entrare nella stessa logica di Gesù che, in tutta la sua esistenza, ha compiuto la volontà del Padre fino al dono supremo di sé sulla croce. Si manifesta qui la misericordia di Dio in tutta la sua pienezza; amore misericordioso che ha sconfitto le tenebre del male, del peccato e della morte.
L'immagine di Gesù che nell'Ultima Cena si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugamano, se lo cinge ai fianchi e si china a lavare i piedi agli Apostoli, esprime il senso del servizio e del dono manifestati nell'intera sua esistenza, in obbedienza alla volontà del Padre (cfr Gv 13,3-15). Alla sequela di Gesù, ogni chiamato alla vita di speciale consacrazione deve sforzarsi di testimoniare il dono totale di sé a Dio. Da qui scaturisce la capacità di darsi poi a coloro che la Provvidenza gli affida nel ministero pastorale, con dedizione piena, continua e fedele, e con la gioia di farsi compagno di viaggio di tanti fratelli, affinché si aprano all'incontro con Cristo e la sua Parola divenga luce per il loro cammino. La storia di ogni vocazione si intreccia quasi sempre con la testimonianza di un sacerdote che vive con gioia il dono di se stesso ai fratelli per il Regno dei Cieli. Questo perché la vicinanza e la parola di un prete sono capaci di far sorgere interrogativi e di condurre a decisioni anche definitive (cfr Giovanni Paolo 11, Esort. ap. post-sinod. Pastores dabo vobis, 39).
Infine, un terzo aspetto che non può non caratterizzare il sacerdote e la persona consacrata è il vivere la comunione. Gesù ha indicato come segno distintivo di chi vuol essere suo discepolo la profonda comunione nell'amore: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,35). In modo particolare, il sacerdote dev'essere uomo di comunione, aperto a tutti, capace di far camminare unito l'intero gregge che la bontà del Signore gli ha affidato, aiutando a superare divisioni, a ricucire strappi, ad appianare contrasti e incomprensioni, a perdonare le offese. Nel luglio 2005, incontrando il Clero di Aosta, ebbi a dire che se i giovani vedono sacerdoti isolati e tristi, non si sentono certo incoraggiati a seguirne l'esempio. Essi restano dubbiosi se sono condotti a considerare che questo è il futuro di un prete. È importante invece realizzare la comunione di vita, che mostri loro la bellezza dell'essere sacerdote. Allora, il giovane dirà: "questo può essere un futuro anche per me, così si può vivere" (Insegnamenti I, [2005], 354). Il Concilio Vaticano Il, riferendosi alla testimonianza che suscita vocazioni, sottolinea l'esempio di carità e di fraterna collaborazione che devono offrire i sacerdoti (cfr Decreto Optatam totius, 2).
Mi piace ricordare quanto scrisse il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo Il: "La vita stessa dei presbiteri, la loro dedizione incondizionata al gregge di Dio, la loro testimonianza di amorevole servizio al Signore e alla sua Chiesa - una testimonianza segnata dalla scelta della croce accolta nella speranza e nella gioia pasquale -, la loro concordia fraterna e il loro zelo per l'evangelizzazione del mondo sono il primo e il più persuasivo fattore di fecondità vocazionale" (Pastores dabo vobis, 41). Si potrebbe dire che le vocazioni sacerdotali nascono dal contatto con i sacerdoti, quasi come un prezioso patrimonio comunicato con la parola, con l'esempio e con l'intera esistenza.

Questo vale anche per la vita consacrata.
L'esistenza stessa dei religiosi e delle religiose parla dell'amore di Cristo, quando essi lo seguono in piena fedeltà al Vangelo e con gioia ne assumono i criteri di giudizio e di comportamento.
Diventano "segno di contraddizione" per il mondo, la cui logica spesso è ispirata dal materialismo, dall'egoismo e dall'individualismo. La loro fedeltà e la forza della loro testimonianza, poiché si lasciano conquistare da Dio rinunciando a se stessi, continuano a suscitare nell'animo di molti giovani il desiderio di seguire, a loro volta, Cristo per sempre, in modo generoso e totale. Imitare Cristo casto, povero e obbediente, e identificarsi con Lui: ecco l'ideale della vita consacrata, testimonianza del primato assoluto di Dio nella vita e nella storia degli uomini.
Ogni presbitero, ogni consacrato e ogni consacrata, fedeli alla loro vocazione, trasmettono la gioia di servire Cristo, e invitano tutti i cristiani a rispondere all'universale chiamata alla santità.

Pertanto, per promuovere le vocazioni specifiche al ministero sacerdotale ed alla vita consacrata, per rendere più forte e incisivo l'annuncio vocazionale, è indispensabile l'esempio di quanti hanno già detto il proprio "si" a Dio e al progetto di vita che Egli ha su ciascuno. La testimonianza personale, fatta di scelte esistenziali e concrete, incoraggerà i giovani a prendere decisioni impegnative, a loro volta, che investono il proprio futuro.

Per aiutarli è necessaria quell'arte dell'incontro e del dialogo capace di illuminarli e accompagnarli, attraverso soprattutto quell'esemplarità dell'esistenza vissuta come vocazione. Così ha fatto il Santo Curato d'Ars, il quale, sempre a contatto con i suoi parrocchiani, "insegnava soprattutto con la testimonianza di vita. Dal suo esempio, i fedeli imparavano a pregare" (Lettera per l'Indizione dell'Anno Sacerdotale, 16 giugno 2009).

Possa ancora una volta questa Giornata Mondiale offrire una preziosa occasione a molti giovani per riflettere sulla propria vocazione, aderendovi con semplicità, fiducia e piena disponibilità. La Vergine Maria, Madre della Chiesa, custodisca ogni più piccolo germe di vocazione nel cuore di coloro che il Signore chiama a seguirlo più da vicino; faccia sì che diventi albero rigoglioso, carico di frutti per il bene della Chiesa e dell'intera umanità. Per questo prego, mentre imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 13 novembre 2009

© Copyright 2009-2010 - Libreria Editrice Vaticana

Il Papa: non concentrarsi sui propri limiti, ma a tenere lo sguardo fisso sul Signore e sulla sua sorprendente misericordia

Benedetto XVI: la fede rende intrepidi apostoli anche gli uomini deboli


Discorso introduttivo alla preghiera dell'Angelus


CITTA' DEL VATICANO, domenica, 7 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso che Benedetto XVI ha pronunciato questa domenica in occasione della preghiera mariana dell'Angelus, recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini presenti in piazza San Pietro.




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Cari fratelli e sorelle,

la liturgia di questa quinta domenica del tempo ordinario ci presenta il tema della chiamata divina. In una visione maestosa, Isaia si trova al cospetto del Signore tre volte Santo ed è preso da grande timore e dal sentimento profondo della propria indegnità. Ma un serafino purifica le sue labbra con un carbone ardente e cancella il suo peccato, ed egli, sentendosi pronto a rispondere alla chiamata, esclama: "Eccomi Signore, manda me!" (cfr Is 6,1-2.3-8). La stessa successione di sentimenti è presente nell’episodio della pesca miracolosa, di cui ci parla l’odierno brano evangelico. Invitati da Gesù a gettare le reti, nonostante una notte infruttuosa, Simon Pietro e gli altri discepoli, fidandosi della sua parola, ottengono una pesca sovrabbondante. Di fronte a tale prodigio, Simon Pietro non si getta al collo di Gesù per esprimere la gioia di quella pesca inaspettata, ma, come racconta l’Evangelista Luca, gli si getta alle ginocchia dicendo: "Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore". Gesù, allora, lo rassicura: "Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini" (cfr Lc 5,10); ed egli, lasciato tutto, lo segue.

Anche Paolo, ricordando di essere stato un persecutore della Chiesa, si professa indegno di essere chiamato apostolo, ma riconosce che la grazia di Dio ha compiuto in lui meraviglie e, nonostante i propri limiti, gli ha affidato il compito e l’onore di predicare il Vangelo (cfr 1Cor 15, 8-10). In queste tre esperienze vediamo come l’incontro autentico con Dio porti l’uomo a riconoscere la propria povertà e inadeguatezza, il proprio limite e il proprio peccato. Ma, nonostante questa fragilità, il Signore, ricco di misericordia e di perdono, trasforma la vita dell’uomo e lo chiama a seguirlo. L’umiltà testimoniata da Isaia, da Pietro e da Paolo invita quanti hanno ricevuto il dono della vocazione divina a non concentrarsi sui propri limiti, ma a tenere lo sguardo fisso sul Signore e sulla sua sorprendente misericordia, per convertire il cuore, e continuare, con gioia, a "lasciare tutto" per Lui. Egli, infatti, non guarda ciò che è importante per l’uomo: "L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore" (1 Sam 16,7), e rende degli uomini poveri e deboli, ma che hanno fede in Lui, intrepidi apostoli e annunciatori della salvezza.

In quest’Anno Sacerdotale, preghiamo il Padrone della messe, perché mandi operai alla sua messe e perché quanti sentono l’invito del Signore a seguirlo, dopo il necessario discernimento, sappiano rispondergli con generosità, non confidando nelle proprie forze, ma aprendosi all’azione della sua grazia. In particolare, invito tutti i sacerdoti a ravvivare la loro generosa disponibilità a rispondere ogni giorno alla chiamata del Signore con la stessa umiltà e fede di Isaia, di Pietro e di Paolo.

Alla Vergine Santa affidiamo tutte le vocazioni, particolarmente quelle alla vita religiosa e sacerdotale. Maria susciti in ciascuno il desiderio di pronunciare il proprio "sì" al Signore con gioia e dedizione piena.


[DOPO L’ANGELUS]

Si celebra oggi in Italia la Giornata per la Vita. Mi associo volentieri ai Vescovi italiani e al loro messaggio sul tema: "La forza della vita, una sfida nella povertà". Nell’attuale periodo di difficoltà economica, diventano ancora più drammatici quei meccanismi che, producendo povertà e creando forti disuguaglianze sociali, feriscono e offendono la vita, colpendo soprattutto i più deboli e indifesi. Tale situazione, pertanto, impegna a promuovere uno sviluppo umano integrale per superare l’indigenza e il bisogno, e soprattutto ricorda che il fine dell’uomo non è il benessere, ma Dio stesso e che l’esistenza umana va difesa e favorita in ogni suo stadio. Nessuno, infatti, è padrone della propria vita, ma tutti siamo chiamati a custodirla e rispettarla, dal momento del concepimento fino al suo spegnersi naturale.

Mentre esprimo apprezzamento per coloro che più direttamente operano al servizio dei bambini, dei malati e degli anziani, saluto con affetto i molti fedeli di Roma qui convenuti, guidati dal Cardinale Vicario e da alcuni Vescovi Ausiliari. La Diocesi di Roma dedica speciale attenzione alla Giornata per la Vita e la prolunga nella "Settimana della vita e della famiglia". Auguro la buona riuscita di questa iniziativa ed incoraggio l’attività dei consultòri, delle associazioni e dei movimenti, come pure dei docenti universitari, impegnati a sostegno della vita e della famiglia.

In questo contesto ricordo che il prossimo 11 febbraio, memoria della Beata Vergine di Lourdes e Giornata Mondiale del Malato, al mattino celebrerò la Santa Messa con gli ammalati, nella Basilica di San Pietro.

Saluto i pellegrini di lingua italiana, in particolare l’Associazione "Amici di Papa Luciani", di Padova, e i fedeli provenienti da Milano, Pescara e Valenzano. A tutti auguro una buona domenica.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

Ordinati sacerdoti a Roma cinquantanove Legionari di Cristo. Provengono da undici paesi

ROMA, domenica, 13 dicembre 2009 (ZENIT.org).- La mattina del 12 dicembre, nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, il Vescovo Brian Farrell, LC, Segretario del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, ha ordinato sacerdoti 59 religiosi della Congregazione dei Legionari di Cristo.

I novelli sacerdoti Legionari di Cristo provengono da undici paesi: Messico (29), Stati Uniti (9), Spagna (7), Canada (3), Germania (2), Brasile (2), Francia (2), Italia (2) Venezuela (1), Vietnam (1), Repubblica Ceca (1). Hanno un’età compresa tra i trenta e i quarant’anni, anche se due ne hanno già cinquanta.

Tutti hanno trascorso tra i dieci e i quattordici anni di preparazione e studio, dedicandosi alla formazione spirituale, umana, intellettuale e pastorale. Con queste cinquantanove ordinazioni, adesso sono circa 860 i sacerdoti Legionari di Cristo nel mondo.

Nel omelia, monsignor Farrell ha ricordato ai nuovi presbiteri che la loro missione trova la sua ragione d'essere solo all'interno della Chiesa ed ha sottolineato che queste ordinazioni avvengono nell’Anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI.

“Se questi sono tempi difficili per la Chiesa – ha osservato –, sono tempi difficili in modo particolare per i ministri di Cristo, che hanno una specifica responsabilità per la vita e il benessere della Chiesa pellegrina in questo mondo, e pertanto spesso sono fatti bersaglio dell’opposizione che la Chiesa attira”.

Dopo aver evidenziato la loro identità speciale in quanto religiosi Legionari di Cristo, il Vescovo ha quindi affermato “che la Legione che ora nasce sotto il segno della Croce, avrà futuro solo se noi tutti abbandoniamo ogni sentimento di auto-sufficienza, e ci sentiamo essenzialmente in stato di conversione permanente, mai acquisita una volta per sempre”.

Hanno concelebrato: mons. Pedro Pablo Elizondo, LC, Vescovo della Prelatura di Cancún-Chetumal, mons. Jorge Bernal, LC, Vescovo emerito della prelatura di Cancún-Chetumal, l'Arcivescovo Luigi de Magistris, Pro-penitenziere maggiore emerito; e mons. Paolo Schiavon, Vescovo ausiliare della zona sud di Roma.

Alla cerimonia hanno assistito circa quattromilatrecento persone, tra familiari, amici, religiosi della congregazione e membri del Regnum Christi, il movimento di apostolato che condivide il carisma della congregazione dei Legionari di Cristo e che, secondo quanto affermato nella pagina web, conta attualmente 70.000 membri, giovani e adulti, diaconi e sacerdoti, in più di 30 paesi.

In questo periodo è in corso una visita apostolica ai Legionari di Cristo disposta da Benedetto XVI, con la collaborazione di cinque Vescovi, dopo che nello scorso mese di febbraio la congregazione aveva confermato che il suo fondatore, padre Marcial Maciel, nel corso della vita si è macchiato di atti gravemente incompatibili con la morale cattolica.

Olanda: dopo il diluvio (post-conciliare) segnali di rinascita. Grazie ai movimenti e alle nuove comunità. Mons. Piacenza: Olanda nuova primavera

“Ho avuto l’impressione di una nuova primavera per la Chiesa olandese”. Così il segretario della Congregazione per il Clero, mons. Mauro Piacenza ha definito l’incontro che ha avuto ad Amsterdam, su invito dei vescovi e dei rettori nel quadro dell’Anno Sacerdotale, con oltre cento seminaristi dei quattro seminari dei Paesi Bassi. Un incontro a cui ha preso parte anche il primate olandese mons. Willen Eijk, arcivescovo di Utrecht e l’arcivescovo di Haarlem-Amsterdam, mons. Joseph Maria Punt, che ha promosso l’evento. Al suo rientro in Vaticano, Roberto Piermarini ha chiesto a mons. Piacenza quale sia la situazione delle vocazioni in Olanda:

R. – La situazione mi sembra buona, anzitutto perché i seminaristi erano più o meno 103-104 e se pensiamo al numero piuttosto piccolo di diocesi in Olanda, è tutto sommato un numero - nel contesto contemporaneo e nelle attuali situazioni - abbastanza consolante, ma soprattutto consolante è la qualità e la vivacità. Io ho parlato senza troppe mediazioni della dottrina sul sacerdozio, richiamando ai grandi punti soprattutto di orientamento cristologico ed ecclesiologico ed ho trovato un interesse non soltanto vivace, ma anche straordinario rispetto a quello che potevo immaginarmi e soprattutto ho sentito nel dibattito successivo alle singole relazioni e dalle domande un interesse per le cose importanti e sostanziali, una grande buona volontà e spirito di fede e, direi, di realismo da parte dei seminaristi.

D. – Nei seminari dei Paesi Bassi viene data una formazione missionaria visto che l’Olanda è stato uno dei Paesi che ha sempre dato tantissimi missionari alla Chiesa universale...

R. – E’ chiaro che quando si forma un sacerdote si deve sempre formare con un cuore missionario, perché altrimenti non sarebbe neanche un sacerdote. Io credo che se si formeranno questi sacerdoti secondo le esigenze della Chiesa locale, con una prospettiva veramente sacerdotale e quindi sempre veramente missionaria sia come sensibilità, ma sia anche come formazione intellettuale, e se si riuscirà a rifare un certo tessuto connettivo in merito, è chiaro che il carattere stesso, la loro storia, i loro ricordi anche di un’epopea di santi e di eroi della fede, porterà certamente – secondo me – ad uno slancio missionario anche ad gentes.

D. – Sono sempre le parrocchie la fucina delle vocazioni o anche le famiglie ed altre realtà ecclesiali?

R. – Direi soprattutto le realtà ecclesiali e quindi soprattuto movimenti, gruppi di preghiera. Ci sono poi anche quelle sorprese, che ci sono sempre, e che sono quelle che lo Spirito Santo ci dona per darci conforto - perché anche dalle macerie possono fiorire le serre - e sono quelle di quei ragazzi che possono venire da esperienze totalmente negative rispetto alla fede, dall’aver militato in gruppi decisamente anche antiecclesiali e che poi si sono ritrovati a porsi delle domande-chiave o hanno incontrato qualche situazione nella loro vita o qualche persona o qualche comunità che ha indubbiamente aperto loro gli occhi.

D. – Quindi lei è soddisfatto? Vede un filo di speranza in questa visita anche per la Chiesa olandese?

R. – Decisamente sì. Ho visto poi una certa comunanza di intenti degli educatori e dei formatori, con i quali mi sono poi visto personalmente e privatamente, ed ho visto anche una buona volontà. Soprattutto ho visto una capacità – veramente bella – di leggere gli anni passati, di leggere gli errori che sono stati fatti con grande umiltà e questo è fondamentale per poter programmare in fedeltà il futuro. Io credo che si possa erpicare il terreno, perché importante è, secondo me, avere l’umiltà di riconoscere gli errori, perché se da un seminario di 80 persone arrivo ad un seminario di 5 persone, io non posso dire semplicemente che “sono i tempi”, perché non erano neanche molto facili i tempi degli Apostoli…! Bisogna, quindi, creare una grinta missionaria, una grinta missionaria che si fa innamorandosi di nostro Signore Gesù Cristo e quindi facendo un’esperienza travolgente di amore personale.

Radio Vaticana