DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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"Il mio petto come altare": ricordi di un sacerdote perseguitato nell'Unione Sovietica



Roma,  (Zenit.orgFederico Cenci | 80 hits

Lo scorso 9 novembre si è celebrato il 25° anniversario della caduta del Muro di Berlino, orribile bastione grigio che fendeva il cuore dell’Europa. In sua eredità restano oggi alcuni frammenti di cemento nella capitale tedesca e le testimonianze di chi fu personalmente coinvolto dall’esasperazione ideologica di quei decenni di odio. La battaglia organizzata dal comunismo internazionale contro il cristianesimo è uno degli aspetti più atroci del Novecento, che si rivela in tutto il suo realismo scorrendo la lunga lista di martiri, comprendente migliaia tra preti diocesani e religiosi, tra laici e seminaristi, oltre a un centinaio di vescovi e a quattro cardinali.
Il racconto che mons. Sigitas Tamkevičius, oggi vescovo di Kaunas (Lituania), ha rivolto a José Miguel Cejas nel libro El baile tras la tormenta (Il ballo dopo la tempesta), offre un prezioso spaccato sulla realtà di un prete nell’Unione Sovietica. Il sito Alfa y Omega ne ha proposto uno stralcio, relativo all’arresto, al conseguente interrogatorio e alla detenzione dell’allora padre Sigitas.
Il sacerdote gesuita fu fermato dalle autorità sovietiche insieme ad altri suoi confratelli nel 1983. “Salendo sulla camionetta del Kgb, mi invase un sudore freddo - confida mons. Tamkevičius -. I sotterranei del carcere, con i corridoi stretti, i soffitti alti, male illuminati da lampadine fioche, con macchie di umidità e crepe, non invitavano alla serenità”.
Dinanzi a un austero funzionario e con una luce accecante puntata sugli occhi, l’attuale arcivescovo fornì le sue generalità, le quali non lasciarono agli agenti alcun dubbio: “Caspita! È Sigitas, del Comitato per la Difesa dei Credenti, che fa propaganda antisovietica contro lo Stato!”, esclamarono. Ciò che in realtà interessava loro - rivela oggi l’arcivescovo - non era la sua partecipazione al Comitato, quanto la pubblicazione della rivista La Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania, un bollettino guidato da Tamkevičius con altri quattro sacerdoti e spedito all’estero.
Obiettivo di questa pubblicazione - concertato con il vescovo mons. Vicentas Sladkevičius - era informare il mondo sulle vessazioni cui erano sottoposti gli ecclesiastici e i praticanti cattolici in Unione Sovietica. Proibite catechesi e conferenze, veniva soffocato ogni anelito di evangelizzazione. Durante le Messe, poi, era sempre presente qualche spia del Governo che prendeva appunti sulle omelie e controllava che tra i presenti non vi fosse nessuno oltre agli anziani abituali.
Denunciare questa realtà oltre la Cortina di ferro evidentemente preoccupava i funzionari comunisti. Come racconta mons. Tamkevičius, “otto agenti iniziarono a interrogarmi un giorno sì e un giorno no. Non potevo immaginare che quell'interrogatorio si sarebbe protratto per sei mesi!”. Un lungo periodo durante il quale - aggiunge il presule - “Dio mi ha dato la forza di non tradire nessuno (…), neanche nei momenti di maggiore debolezza”.
L’arcivescovo spiega che in molti, ascoltando la sua testimonianza, gli chiedono come gli sia stato possibile resistere. Ad ognuno di loro, egli spiega che il merito non va attribuito alle sue forze. È nella sua perseveranza nella fede, piuttosto, che si trova il segreto della salvezza di mons. Tamkevičius.
Sebbene confinato nell’anfratto nascosto di una cella, privato di tutto, questo prete indefesso riuscì lo stesso ad assolvere il suo ministero di celebrare l’Eucaristia. “In carcere sono riuscito a comprare un po’ di pane e ho verificato che fosse di frumento - racconta -. Mi mancava solo il vino; in una lettera ho chiesto alla mia famiglia uva passa secca. Da allora in poi, dovevo solo trovare un buon momento, sapendo che il mio compagno di cella, come accadeva in genere, era un criminale comune al quale promettevano di ridurre la pena se avesse fornito qualche informazione compromettente su di me”.
Buon momento che si verificava quando il suo compagno di cella si addormentava. A quel punto il sacerdote, dando le spalle alla porta, disponeva l’astuccio degli occhiali sul tavolo e ci collocava un pezzo di pane e un piccolo recipiente con uva passa. Dopo di che, raccoglieva quest’uva e iniziava a spremerla tra le dita fino a ottenere qualche goccia di vino che, in casi eccezionali, è valida per celebrare l’Eucaristia.
Eccezionale era anche la gioia che pervadeva l’animo di mons. Tamkevičius in quei momenti. “Sperimentavo una gioia maggiore di quella che avevo provato la prima volta che avevo celebrato la Messa nella cattedrale di Kaunas”. L’arcivescovo è convinto che fosse dovuto al fatto che “Dio mi confortava e mi consolava”; presenza che era “al mio fianco, in modo ineffabile”.
Di qui la sua “forza speciale”, scudo vitale capace di respingere ogni tentazione di sconforto. L’arcivescovo ricorda che talvolta, per fuggire il pericolo che uno sguardo del suo compagno di cella potesse beffarlo, doveva celebrare steso sul letto, a notte fonda: “con le Sacre Specie sul mio letto, trasformato in altare”. Ricordi, quelli di mons. Tamkevičius, che rappresentano un ritaglio di quel periodo di persecuzione anticristiana, durante il quale tuttavia “le braccia di Gesù mi sostenevano”.


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Monignor Sigitas Tamkevičius, oggi vescovo di Kaunas (Lituania), ha visto la sua fede messa alla prova quando le autorità sovietiche lo hanno arrestato per interrogarlo. “Non ho mai pregato tanto intensamente come in quei momenti – ha confessato –. Gesù non mi ha lasciato solo”, soprattutto quando celebrava la Messa di nascosto nella sua cella. José Miguel Cejas ha raccolto la sua testimonianza nel libro El baile tras la tormenta (editrice Rialp), con racconti di dissidenti dell'URSS. 

“Ci hanno scoperto”, ho pensato quel giorno del 1983. Salendo sulla camionetta del KGB, mi invase un sudore freddo. I sotterranei del carcere, con i corridoi stretti, i soffitti alti, mal illuminati da lampadine fioche, con macchie di umidità e crepe, non invitavano alla serenità.

-"Nome?" 
-"Sigitas Tamkevičius". 
-"Professione?" 
-"Sacerdote. Gesuita". 
"Caspita! È Sigitas, del Comitato per la Difesa dei Credenti, che fa propaganda antisovietica contro lo Stato".

Sapevo che non era la mia partecipazione al Comitato a interessarli. Volevano sapere chi erano i redattori de La Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania, e come arrivava all'estero. L'idea della Cronaca era venuta a me e ad altri quattro sacerdoti negli anni Settanta.

Avevamo deciso di scrivere dei testi che confortassero i cattolici lituani e facessero conoscere la nostra situazione all'Occidente: non potevamo offrire catechesi né conferenze, né evangelizzare in alcun modo; nelle poche Messe permesse c'erano spie del Governo che prendevano nota delle omelie e controllavano le persone che non fossero gli anziani abituali; non si potevano costruire né riparare chiese. Informavamo di tutto questo, con il permesso del nostro vescovo Vicentas Sladkevičius, sulla Cronaca.

Otto agenti iniziarono a interrogarmi un giorno sì e un giorno no. Non potevo immaginare che quell'interrogatorio si sarebbe protratto per sei mesi! Ore e ore di domande, in una successione costante di esaminatori “buoni” e “cattivi”. Dio mi ha dato la forza di non tradire nessuno in quel periodo terribile, neanche nei momenti di maggiore debolezza.

“Non capisco come hai potuto farcela”, mi dicono a volte, pensando che abbia potuto superare tutta quella situazione grazie alle mie forze. Non è così.

In carcere sono riuscito a comprare qualche pezzo di pane e ho verificato che era fatto di frumento. Mi mancava solo il vino; in una lettera ho chiesto alla mia famiglia uva passa secca. Da allora dovevo solo trovare un buon momento, sapendo che il mio compagno di cella, come facevano in genere, era un criminale comune al quale promettevano di ridurre la pena se avesse fornito qualche informazione compromettente su di me.

Davo le spalle alla porta, con l'astuccio degli occhiali sul tavolino; un astuccio giallo di plastica dove avevo collocato un pezzo di pane e un piccolo recipiente con un po' di uva passa. Aspettavo che il compagno di cella si addormentasse e poi, lentamente, iniziavo a spremere l'uva passa tra le dita fino a ottenere qualche goccia di vino che in casi eccezionali risultava valido per celebrare l'Eucaristia.

Grazie a Dio ho una buona memoria e ricordavo le preghiere della Messa. Dopo la consacrazione, consumando il Corpo e il Sangue di Cristo, una gioia indescrivibile si impadroniva di me. Sperimentavo una gioia maggiore di quella che avevo provato la prima volta che avevo celebrato la Messa nella cattedrale di Kaunas. Dio mi confortava e mi consolava. Lo sentivo lì, al mio fianco, in modo ineffabile.

Celebrare la Messa in quelle circostanze mi dava una forza speciale, senza la quale non avrei potuto resistere. A volte dovevo celebrare steso sul letto, a notte fonda, con le Sacre Specie sul mio petto, trasformato in altare.

Non ho mai pregato tanto intensamente come in quei momenti. È stato un dono di Dio. Non gli chiedevo di liberarmi; confidavo in Lui. Le braccia di Gesù mi sostenevano; non mi ha mai lasciato solo. È sempre stato la mia Speranza.



[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

sources: ALFA Y OMEGA

ABBANDONO, CRIMINI, ABUSI QUEI CENTOMILA FIGLI VIOLATI DEL GIGANTE RUSSO

LUIGI GENINAZZI

C’
è una Russia che giorno dopo giorno accresce il suo prestigio e la sua influenza sulla base di un im­perialismo energetico senza confini, dall’Unione Europea all’America Lati­na. È l’immagine di nuova superpo­tenza che è stata rilanciata anche in questi ultimi giorni, nel corso del ver­tice informale tra i premier Putin e Ber­lusconi svoltosi all’insegna di mega­progetti e di contratti miliardari. Ma c’è un’altra Russia che solitamente non fa notizia e contraddice in modo clamo­roso alle ambizioni e ai sogni di gran­dezza dei dirigenti moscoviti. Ricca di risorse naturali la Federazione russa manca drammaticamente di risorse u­mane. È una debolezza strutturale che colpisce al cuore questo grande Paese, gigante dai piedi d’argilla.
Se si vanno a leggere le statistiche su famiglia, natalità e condizioni dell’in­fanzia si ha l’impressione di veri e pro­pri bollettini di guerra. La struttura fa­miliare già in forte crisi, anche se ma­scherata, nel periodo sovietico, si è let­teralmente disintegrata negli anni del­la caotica transizione al capitalismo, segnando il boom di divorzi e aborti e il crollo esponenziale della natalità. Dei 150 milioni di abitanti censiti nel 1991 si è passati a 142 milioni nel 2008.
Il governo ha cercato, tardivamente, di correre ai ripari aumentando i sussidi familiari e raddoppiando il bonus per il se­condo figlio fino a 300 mila rubli (oltre 7 mila eu­ro). In questo modo nel 2009, per la prima vol­ta dalla fine dell’Unione So­vietica, il tasso di natalità ha supe­rato quello di mortalità (un incremento dovuto so­prattutto alle famiglie degli immigra­ti). Ma le previsioni continuano a esse­re negative, anche perché la speranza di vita in Russia è allo stesso livello del Bangladesh (61 anni per i maschi). Ai ritmi attuali, si calcola che nel 2025 la Federazione Russa scenderà a 130 mi­lioni d’abitanti e toccherà quota 100 milioni nel 2050.
Ma c’è qualcosa che è ancor più grave della catastrofe demografica ed è la di­sastrosa condizione dell’infanzia. Se­condo quanto ha dichiarato alla Duma il capo della commissione parlamen­tare per la famiglia, in Russia ci sono più 'orfani' oggi che non durante la Seconda Guerra Mondiale. In realtà si tratta, per la maggior parte, di bambi­ni abbandonati e lasciati al loro desti­no. Spesso abbandonati due volte: pri­ma dai genitori biologici e poi da quel­li adottivi. Un tempo c’erano gli 'In­ternat', i famigerati istituti sovietici do­ve venivano rinchiusi gli orfani e i ra­gazzi sbandati. Si trattava di orribili la­ger per l’infanzia che, giustamente, vennero chiusi all’inizio degli anni No­vanta. Ma nella Russia dominata dal capitalismo selvaggio nessuno si preoc­cupò della loro sorte. Rigettati o in fu­ga dalle famiglie migliaia di bambini sono sprofondati nel girone infernale di droga, prostituzione, furti e omicidi, spesso comprati e usati dalla mafia.
Cose ormai note, si dirà. Ma il reporta­ge che pubblichiamo a pagina 6 ci di­ce che in vent’anni le cose sostanzial­mente non sono cambiate. E questa è certamente una notizia. Una bruttissi­ma notizia, come quella che è stata da­ta dal commissario di Mosca per i di­ritti dell’infanzia, Pavel Astakhov, se­condo cui, solo l’anno scorso, in Rus­sia oltre 100 mila bambini sono stati vittime di sorprusi, violenze e abusi ses­suali. «Aituare e rivalutare la famiglia» è la nuova parola d’ordine del Cremli­no che ha messo a punto un piano per il rilancio demografico della Russia.
Meglio tardi che mai.

© Copyright Avvenire 30 aprile 2010

Choc in Russia: 100mila bimbi vittime di abusi

Il garante per i minori: 2. 000 uccisi lo scorso anno e 700mila quelli abbandonati
Tratto da Avvenire del 27 aprile 2010

Mosca. Mosca si indigna per i recenti casi di bambini russi adottati negli Usa e poi morti o restituiti, tanto da congelare gli accordi bilaterali per le adozioni.

Ma lo scorso anno, nel Paese, circa 100mila bambini sono stati vittime di abusi e 2. 000 sono morti a causa di violenze e maltrattamenti, mentre si contano ancora circa 700. 000 bimbi abbandonati e senza tutela, un numero superiore a quello della Seconda Guerra mondiale.

Sembra un bollettino di guerra quello reso noto oggi dall’ombudsman per i diritti dei bambini Pavel Astakhov. In media, ogni giorno muoiono 5­6 minori e 10-15 riportano lesioni. Ma secondo fonti non ufficiali, il bilancio sarebbe ben più pesante: nei giorni scorsi il quotidiano “Trud” aveva evocato la cifra di due milioni di bambini vittime di violenze familiari. Ad aggravare la situazione, la recente rivelazione di Ielena Misulina, presidente della commissione parlamentare per i problemi della famiglia: negli ultimi due anni circa 30mila bambini adottati sono stati restituiti agli orfanotrofi, istituzioni che in Russia, più forse che in altri Paesi, lasciano il segno. Nella maggior parte dei casi a subire le violenze fisiche e psicologiche sono i figli di famiglie disagiate e con problemi di alcolismo o droga.

Anche il leader del Cremlino Dmitrij Medvedev ha chiesto più volte di migliorare la legge sui diritti fondamentali dei bambini e ha proposto di inasprire le pene per i reati contro i minori, dal mancato adempimento degli obblighi di educazione ai reati più gravi.

Secondo dati ufficiali, oltre 10mila bambini sono ricercati dopo essere scomparsi o fuggiti. Si tratta di giovani che spesso finiscono, nelle grandi periferie di Mosca o San Pietroburgo, nelle file delle bande spesso al soldo della criminalità organizzata che li utilizza per lo spazio o per le estorsioni. In Russia vi sono circa 28 milioni di bambini, su una popolazione complessiva di circa 142 milioni di persone. Di essi, circa 2 milioni sono analfabeti.

Dove nasce l'odio delle "vedove nere". Viaggio nel Caucaso di Maryam: era insegnante, aveva 28 anni. E' scesa nella metro di Mosca, si è fatta saltare

MARK FRANCHETTI
MOSCA
Tre settimane prima che due attentatrici si facessero esplodere nella metro di Mosca, uccidendo 40 persone, un collega col quale avevo lavorato nel Caucaso andò in Daghestan. Avevamo visitato quella repubblica caucasica insieme pochi mesi prima per raccontare delle squadre di morte degli organismi di sicurezza russi che rapivano e uccidevano i sospetti estremisti islamici. Il mio amico aveva deciso di tornare nel Daghestan per indagare sulla crescente radicalizzazione tra le donne della regione. Visitò un remoto villaggio dove alloggiò presso una famiglia locale. Rasul Magomedov, il padre di famiglia, lo portò in giro mostrandogli come vivevano, e Maryam, sua figlia di ventotto anni, cucinò per lui la cena. Era una giovane profondamente religiosa, indossava sempre un hijab che le copriva i capelli. La sua prima domanda al mio amico fu: «Di che religione sei?». Quando lui rispose di essere un cristiano ortodosso, lei cercò di convincerlo a convertirsi all’Islam.

Eppure Maryam non appariva affatto una fanatica. Insegnante presso la scuola elementare locale, era educata e gentile. Fu sempre carina con il mio amico e accettò con grazia la scatola di cioccolatini che le regalò, come piccolo gesto di gratitudine per la cena.
Tre settimane dopo Maryam partì per Mosca, a circa 1800 chilometri di distanza dal suo villaggio natale. Scese nella metropolitana, nascondendo esplosivi sotto i vestiti. Quando raggiunse la fermata Lubyanka, sotto il quartier generale dell’Fsb, il Servizio federale di sicurezza, l’ex Kgb, si fece saltare in aria, uccidendo almeno dodici civili innocenti e ferendo decine di altri passeggeri. «Quando ho capito che avevo conosciuto la terrorista non riuscivo a crederci», dice ora il mio amico. «E’ stata una coincidenza straordinaria, ma quello che mi ha sconvolto era soprattutto il fatto che mi era apparsa così tranquilla, così normale», racconta adesso.

In Russia le giovani attentatrici suicide come Maryam stanno diventando uno dei maggiori pericoli rappresentati dal terrorismo. Sono note come le «vedove nere», perché nella maggioranza dei casi hanno perso un marito militante della guerriglia, o qualche altro parente maschio nella guerra contro le forze di sicurezza russe. Dal 2000 circa trenta donne si sono fatte esplodere in Russia, uccidendo centinaia di persone, per lo più civili. Hanno fatto saltare nel cielo aerei, si sono fatte esplodere a concerti rock e hanno guidato camion pieni di esplosivo contro le caserme della polizia. In altre occasioni, come la presa degli ostaggi di Beslan, non hanno avuto remore a prendere prigionieri dei bambini: due «vedove nere» facevano parte del commando che assaltò la scuola nell’Ossezia del Nord nel 2004.

Eppure per sei lunghi anni le kamikaze non hanno portato a segno attacchi micidiali come quelli del duplice attentato nella metropolitana di Mosca, il 29 marzo scorso. La guerra in Cecenia è stata dichiarata ufficialmente finita dal Cremlino circa un anno fa, e la maggior parte dei russi aveva cominciato a pensare che le «vedove nere» appartenessero ormai al passato. Ma non era così. Soltanto due settimane dopo le bombe in metropolitana, in Inguscezia - regione caucasica che confina con la Cecenia - una donna venticinquenne il cui marito era stato appena ucciso dalle forze speciali russe è riuscita a superare un cordone della polizia, sparare a un investigatore e farsi esplodere, in un atto di vendetta estrema.

Le tracce di Al Qaeda
I russi spesso sostengono che le «vedove nere» vengono costrette a diventare «shahid», martiri. I servizi di sicurezza affermano che queste donne vengono drogate e perfino violentate per venire spinte ad agire. Secondo la retorica ufficiale, esse fanno parte di una rete terroristica internazionale legata ad Al Qaeda, che ha come obiettivo la destabilizzazione della Russia, un Paese che - proprio come gli Stati Uniti - si trova in prima linea nella lotta alla jihad globale.
La verità però è molto più complessa. E anche molto brutta. E’ indubbio che nel Caucaso arrivano militanti e fondi dal mondo arabo. E’ altrettanto vero che gli jihadisti stranieri abbiano influenzato i terroristi musulmani russi. Ma Maryam, le tante altre «vedove nere» e i loro comandanti non sono parte di una rete globale di Al Qaeda. Non sono mosse dall’odio verso l’Occidente e Israele. Si preoccupano poco di quello che succede in Iraq, in Pakistan, in Afghanistan o in Palestina. I loro bersagli non sono mai occidentali, ma sempre e solo russi. E soprattutto sono le loro rivendicazioni a essere sempre e solo di ispirazione locale. Qualunque cosa sostenga il Cremlino, la jihad delle «vedove nere» e dei loro padroni resta russa, non globale.

Il reclutamento
In anni di reportage dal Caucaso non ho mai trovato prove che le «vedove nere» venissero drogate o violentate dai loro padroni terroristi. Vengono però usate con cinismo e viltà dagli estremisti di sesso maschile, che le indottrinano e lavano loro il cervello con il potere manipolatorio della religione. I militanti selezionano con cura le donne più vulnerabili, facilmente influenzabili e, ovviamente, profondamente religiose. Ma la fede fanatica nel martirio spiega solo in parte il fenomeno delle «vedove nere». Che, alla fine dei conti, trova radici e alimento nella brutalità del conflitto cominciato in Cecenia quindici anni fa e diffusosi nel frattempo come un rogo forestale anche alle repubbliche dell’Inguscezia e del Daghestan. La guerra nel Caucaso oggi può essere anche scesa di intensità, ma per entrambe le parti resta un conflitto di una brutalità unica, dove le normali regole di ingaggio non valgono nulla.
Un anno fa ho intervistato due alti ufficiali delle forze speciali russe che avevano una grande esperienza di combattimenti nel Caucaso. A condizione di anonimato hanno raccontato nei dettagli la prassi standard di rapire i sospetti militanti, che poi vengono orrendamente torturati per estrarre loro le informazioni. In seguito vengono giustiziati a sangue freddo e i loro corpi vengono fatti sparire per nascondere le prove. I metodi dei guerriglieri, che includono la decapitazione e gli attacchi terroristici ai civili, sono però altrettanto perversi.

Spesso è proprio questa violenza indicibile che trasforma le parenti femmine degli estremisti uccisi in radicali religiose. E’ questa violenza a generare una sete insaziabile per la vendetta. I metodi brutali usati dai russi per reprimere i ribelli islamici hanno decimato le loro file, ma hanno anche radicalizzato ulteriormente gli estremisti. La più giovane attentatrice suicida cecena aveva quindici anni. Con lei nella presa di ostaggi nel teatro alla Dubrovka di Mosca, nell’ottobre del 2002, c’erano altre diciassette «vedove nere». Due di loro erano sorelle. Una era incinta. Un’altra aveva perso nella guerra quattro fratelli. La seconda kamikaze della metropolitana, vedova di un importante terrorista daghestano ucciso dai russi nel dicembre scorso, aveva solo diciassette anni. Maryam, che si è fatta esplodere alla stazione Lubyanka, era sposata con un altro importante terrorista ed entrambi i suoi fratelli avevano sofferto per colpa dei russi. Profondamente religiosa, quasi certamente avrà pensato che facendosi esplodere sarebbe andata in paradiso.

«Voglio uccidere dei russi»
Ho assistito una volta di persona all’azione agghiacciante del potere della convinzione che spinge le «vedove nere», un impulso che nasce dal fanatismo religioso e dal desiderio di vendicare una tragedia personale. Dopo settimane di negoziati, sono riuscito a incontrare una cecena ventiduenne che si era candidata a diventare una bomba umana. A quattordici anni aveva visto i russi uccidere suo padre. A venti aveva sposato un estremista wahabita, ucciso poco tempo dopo dai ceceni che si erano schierati con il governo russo. I compagni d’armi di suo marito avevano in seguito rapito uno degli assassini. Sotto gli occhi della ragazza gli spararono a entrambe le gambe e le braccia, e poi le proposero di dargli il colpo di grazia alla testa. Lei rifiutò, ma restò a guardare mentre i guerriglieri tagliavano la gola del prigioniero.

Quando incontrai «Kawa», come chiese di farsi chiamare, lei aveva lasciato il suo bambino di appena un anno alla suocera per unirsi alla cellula terroristica del marito. Minuta e non particolarmente carismatica, mi spiegò con voce monotona, come se parlasse di ovvietà, che il suo unico sogno era di diventare una «martire», preferibilmente uccidendo civili a Mosca. Il suo destino mi resta ignoto, in quanto non mi venne mai detto il suo vero nome, né mi venne permesso di vederla in faccia. La cosa più strana fu la totale assenza di emozioni mentre parlava delle sue terribili intenzioni. Parlava come un robot, non come un essere umano. Non c’era livello umano a cui potessimo comunicare. Vivevamo veramente in due mondi diversi. Non c’era traccia di tristezza o paura nella sua voce. La sua freddezza era inquietante. Provai a insistere. Ma il suo bambino era pur sempre un motivo buono per continuare a vivere? «Non senza mio marito», rispose. «Voglio essere mandata in una missione suicida. Voglio la vendetta».

Dopo il colloquio, i suoi protettori tornarono a prenderla e, mentre stava uscendo, le sue sopracciglia spesse si inarcarono mentre mi sorrideva da dietro il velo, per la prima volta in tutto quel tempo. Dissi: «Spero che tu non faccia quello che ti stai accingendo a fare, se non altro per il tuo bambino. Cosa posso dire ancora?». «Augurami buona fortuna», fu tutto quello che lei rispose.

Mark Franchetti, che ha scritto questo reportage per La Stampa, è il corrispondente da Mosca del Sunday Times di Londra


© Copyright La Stampa

Orfanotrofio russo. Così l’Unione Sovietica di ieri ha anticipato la Cina e l’India che oggi sterminano le bambine

La cultura e le leggi bolsceviche che
avrebbero dovuto portare alla
“liberazione della donna”, magari contro
la “sessuofobia cristiana”, causarono,
come si è visto, la disgregazione della
società, il boom degli infanticidi e degli
aborti. Tanto che i paesi comunisti, dal
Vietnam alla Cina, da Cuba alla
Federazione russa, mantengono ancor
oggi il triste primato degli aborti nel
mondo. Ma non è tutto: anche i bambini
già nati furono vittime, in massa,
dell’ideologia. Riguardo alla famiglia,
infatti, all’inizio della rivoluzione
comunista si sostenne che la lotta tenace
al matrimonio religioso, il lavoro
obbligatorio per le donne e l’intervento
dello stato per sollevare i genitori dal
“fardello dell’educazione dei figli”,
avrebbero portato a una società
armoniosa e felice. Alexandra Kollontai,
in due discorsi del 1921, aveva infatti
dichiarato: “Nella Società Comunista la
donna non dovrà passare le sue scarse
ore di riposo in cucina, perché
esisteranno ristoranti pubblici e cucine
centrali in cui si darà da mangiare a
tutti…”; neppure sarà più necessario che
le donne facciano le pulizie in casa, visto
che ci penseranno persone stipendiate ad
hoc dallo Stato. Inoltre il “focolare
domestico” verrà sostituito dal “focolare
comunitario”, il matrimonio
indissolubile, “una mera frode”, dal
“diritto alla felicità” per gli amanti; le
case comuni prenderanno il posto degli
alloggi privati, e la famiglia sarà
sostituita, nell’educazione dei figli, dallo
stato. Così “l’uomo nuovo, della nostra
nuova società, sarà modellato dalle
organizzazioni socialiste, dai giardini
d’infanzia, residenze, asili per bambini e
altre istituzioni di questo tipo, in cui il
bambino passerà la maggior parte della
giornata e in cui educatori intelligenti lo
trasformeranno in un comunista
cosciente”. “Non temete – continuava –
per il futuro di vostro figlio. Non
conoscerà il freddo e la fame. Non sarà
disgraziato, non verrà abbandonato alla
sua sorte come accadeva nella società
capitalista. Non appena il neonato viene
al mondo, lo Stato della classe
lavoratrice, la Società Comunista,
assicurerà al figlio e alla madre una
razione per la sua sussistenza e una
sollecita cura. La Patria Comunista
crescerà, alimenterà ed educherà il
bambino” e la famiglia non sarà più
necessaria, ma al contrario “dannosa e
inutile”, visto che “la donna che ha
nutrito il suo bambino al seno ha assolto
il suo dovere sociale”. Proprio in uno di
questi discorsi, dopo aver ricordato che
finalmente nel 1920 dodici milioni di
cittadini, “bambini compresi”, hanno
mangiato nelle mense pubbliche, e dopo
aver stigmatizzato come “lavoro
improduttivo” “la cura della casa e la
cura dei bambini”, la Kollontai notava
che “in Unione Sovietica, ahimè! il
numero dei bambini abbandonati dai
genitori non smette di crescere”.
Che cosa succedeva? La mentalità
imposta dai bolscevichi, il matrimonio
minimale, senza “formalità”, senza
sacralità e quasi senza cerimonia, il
cosiddetto divorzio veloce, “nel giro di
una o due settimane al massimo”
(sfruttato da molti mariti), l’insistenza
sulla morte della famiglia, il “doppio
fardello” per le donne, si sommarono alla
povertà determinata dalla guerra civile,
dall’economia statalizzata e dalle carestie
provocate, e portarono milioni di russi a
smarrire il senso della genitorialità,
all’aborto reiterato, all’infanticidio e ad
abbandonare i figli o allo stato o sulla
strada. Gli storici sono concordi: fu un
fenomeno di proporzioni inaudite. In
breve la Russia fu strapiena di
“besprizorniki”, gli abbandonati, i figli di
nessuno: si parla di 7 milioni di bambini
nel 1922. A quelli abbandonati per i
motivi suddetti infatti, bisogna
aggiungere tutti i figli dei perseguitati
politici: nella Russia comunista le mogli
dei “traditori della patria”, ma spesso
anche le mamme e le sorelle, venivano
internate in appositi gulag, mentre i
bambini, rimasti soli, venivano rinchiusi
in quelle che dovevano essere le
“splendide” scuole pubbliche, sostitutive
dei genitori, e che divennero invece gli
immensi orfanotrofi-lager che
disseminano ancora oggi l’Est postcomunista.
A prendersi “cura”
dell’emergenza fu incaricato il terribile
Dzerzinskij, il capo della Ceka,
determinando tra il resto il fatto che
questi istituti sovraffollati di bambini
disperati divennero talora veri e propri
vivai per la polizia segreta di Stalin,
capace, sovente, di ferocia senza pari. Nel
2007 in Russia vi erano ancora circa 5
milioni di bambini abbandonati.
Qualcosa di simile alla situazione di altri
paesi comunisti, in cui la disgregazione
familiare era stata considerata
propedeutica a una maggior libertà
dell’individuo e alla creazione di veri
cittadini, fedeli solo allo stato e alla
collettività. Nella Cina di Mao e nella
Cambogia di Pol Pot, voler dormire a
casa, dimostrare attaccamento per la
moglie o i figli, tributare culto ai familiari
defunti, costituirono motivi di sospetto. Si
veniva incolpati di “mettere la famiglia al
primo posto”, di porre in dubbio la
capacità del partito di provvedere ai
cittadini, di avere ancora “inclinazioni
individualiste”, di essere troppo legati a
“sentimentalismi” ed egoismi piccolo
borghesi. Con esiti simili a quelli russi:
una massa immensa di aborti, infanticidi
e orfani nelle strade. (3. continua)

Francesco Agnoli

© Copyright Il Foglio 11 marzo 2010

Russia Cristiana apre la sua straordinaria biblioteca al mondo, è a Seriate e su internet



Tutto il catalogo del patrimonio librario della Biblioteca di Russia Cristiana e della Rivista
(dal 1960 ad oggi: RUSSIA CRISTIANA, L'ALTRA EUROPA, LA NUOVA EUROPA),
è consultabile on-line attraverso l'apposita sezione del sito
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Prossimamente la Biblioteca sarà accessibile anche attraverso un OPAC.

LA BIBLIOTECA
La Biblioteca Betty Ambiveri, compresa nell'elenco delle Istituzioni Culturali e Biblioteche della Lombardia, si è formata a partire dagli anni '50 grazie ad alcune donazioni di fondi librari privati, e successivamente è stata ampliata e aggiornata attraverso acquisizioni di libri in russo pubblicati in URSS e in Occidente, e di libri sulla Russia in italiano e nelle principali lingue europee.
È una delle raccolte librarie sulla Russia e sull'ex-Unione Sovietica più complete presenti sul territorio nazionale.
Attualmente dispone di 27.000 volumi e di una cospicua raccolta di periodici, nonché di un archivio dati sull'ex-Unione Sovietica.

La Biblioteca è divisa nei seguenti settori:
Arte,Ateismo,Diritto,Dissenso,Economia,Filosofia,Geografia,Letteratura, Linguistica,Musica, Pedagogia, Politica, Religione,Sociologia,Statistica,Storia

La Biblioteca è aperta dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 12.30.

LO SAPEVATE CHE...

STALIN - La Biblioteca dispone di trenta volumi dedicati ai più svariati aspetti dello stalinismo (la collana si intitola, appunto, Istorija stalinizma). Sono editi dalla casa editrice Rosspen, che negli ultimi anni sta pubblicando documenti e studi di grande valore scientifico sulla storia dell’Unione Sovietica. I volumi (in lingua russa) presentano contributi di specialisti sia russi che stranieri e sono un prezioso aiuto a chiunque sia impegnato in studi e ricerche su quel periodo storico e sulle sue problematiche.

BUTOVO - sempre per chi è interessato alla storia degli anni di punta del terrore staliniano, sono in parte disponibili gli elenchi dei cittadini sovietici e non (fra questi anche alcuni antifascisti italiani), fucilati presso il poligono di Butovo, nei dintorni di Mosca, nei tragici anni 1937-1938. Secondo gli elenchi dei servizi segreti, portati alla luce grazie agli sforzi dell’Associazione Memorial, in meno di due anni presso Butovo furono fucilate 20.675 persone (secondo una stima parziale). Butovo è oggi un importante luogo della memoria, la cui custodia è stata affidata alla Chiesa ortodossa russa. Gli elenchi sono stilati secondo rigorosi criteri scientifici e corredati da note introduttive e commenti.

AKSENOV e ULICKAJA- Per gli amanti della letteratura russa contemporanea, segnaliamo la presenza dei libri, in russo e in italiano, di due suoi noti esponenti: Ljudmila Ulickaja e Vasilij Aksenov, quest’ultimo recentemente scomparso. Oltre al famoso Funeral party (1998) tra le acquisizioni più recenti di libri della Ulickaja, sono presenti Il dono del dottor Kukockij (2001), Ljudi naševo carja (2006), Le bugie delle donne (2003), e altri ancora. Riguardo alla produzione di Vasilij Aksënov, si segnalano V poiskach grustnogo bebi. Kniga ob Amerike (1991), Amerikanskaja kirillica: proza i stichi (2004), e il recentissimo Tajnstvennaja strast’ (2009), senza contare alcune sue famose opere, molto apprezzate negli anni ’80,
quali L’ustione, L’isola di Crimea e altre.

INFORMAZIONI
Questa newsletter uscirà periodicamente. Sarà divisa nelle due sezioni
NUOVI ARRIVI nella quale saranno presentate le nuove acquisizioni divise per settore
LO SAPEVATE CHE... nella quale (come avete avuto già modo di vedere in questo
primo numero) sono presentati libri o raccolte di particolare
interesse presenti all'interno della Biblioteca.

Per informazioni contattare la Biblioteca al numero +39 035 294021 oppure scrivendo
un messaggio all'indirizzo biblioteca@russiacristiana.org

Nagorno-Karabakh, un quasi-Stato nel mosaico del Caucaso. UNA TERRA CRISTIANA CONTESA DA SECOLI TRA TURCHI E RUSSI

Il Nagorno-Karabakh (l’Alto Karabakh) trova le sue origini nella cultura kura­araxes, ma i reperti sono molto scarsi.
Secondo alcune tradizioni, fu qui che si
stabilirono i discendenti di Noè. Gli zoroastriani, invece, rivendicano la zona come terra natale dei madi , loro antenati. I reperti più 'sicuri', invece, portano ad Adad-Nirari, re dell’Assiria (circa 800 a.C.). Nell’antichità precristiana quest’area fece parte, alternativamente, dell’Albania caucasica e della Grande Armenia. Secondo la tradizione, il cristianesimo fu introdotto nel Nagorno­Karabakh già nel I secolo d.C., ad opera di sant’Eliseo. Ma fu solo nel IV secolo che divenne la religione predominante, grazie a san Gregorio l’Illuminatore. Tra il VII e l’VIII secolo la regione fu invasa dagli arabi, che convertirono parte della popolazione all’islam. Durante il dominio arabo la Chiesa albana fu sottoposta all’autorità di quella armena. Dal XV a metà del XVIII secolo vari furono i regni che dominarono la regione, finché non venne formato il khanato del Karabakh. Nel 1813 passò all’Impero russo. Nel 1822 il khanato fu sciolto ed entrò a far parte della provincia russa dell’Azerbaigian. Dopo la rivoluzione, nel 1917 il Karabakh fu inglobato nella Federazione transcaucasica, che ben presto si divise tra Armenia, Georgia e Azerbaigian, che a sua volta rivendicò la sovranità sul Karabakh. Il controllo azero venne riconosciuto nel 1919. Nel 1920 la Transcaucasia venne conquistata dai bolscevichi che, al fine di ottenere consensi, promisero di assegnare il Karabakh all’Armenia. Ma, per ottenere l’appoggio turco, Mosca decise alla fine di lasciare il Karabakh all’Azerbaigian filoturco. Fu così che venne creata la Regione autonoma del Nagorno­Karabakh, nel 1923, per volere di Stalin in persona. Con la dissoluzione dell’Unione sovietica la questione del Nagorno-Karabakh è riemersa. La locale popolazione armena, con il supporto ideologico e materiale dell’Armenia stessa, cominciò a mobilitarsi per riunire la regione alla madrepatria. Il 20 febbraio 1988 i deputati armeni del Consiglio nazionale del Nagorno-Karabakh votarono per riunire la regione all’Armenia. Il 24 dello stesso mese, un confronto tra azeri e armeni presso Askeran degenerò in scontri: in poche ore si scatenò un vero e proprio pogrom contro gli armeni della città di Sumgait, vicino a Baku. In tre giorni vi furono un centinaio di vittime.
Episodi simili e opposti si ebbero contro gli azeri nelle città armene di Spitak e Ghugark.
Cominciò l’esodo incrociato. Finché, nel dicembre 1991, con un referendum tenuto nel Nagorno-Karabakh, venne approvata la creazione di una repubblica indipendente. La contesa divampò quando sia l’Armenia che l’Azerbaigian si resero indipendenti da Mosca,
nel 1991. La guerra terminò solo nel 1993, con migliaia di morti e centinaia di migliaia di rifugiati. Le stime delle vittime e dei danni non sono e probabilmente non saranno mai condivise dalle parti in causa. Di fatto, la regione ora ha una sua autonomia reale. Il 2 novembre 2008, finalmente, sotto l’ombrello russo che ancora funziona nella regione, il presidente azero Ilham Aliev e quello armeno Serzh Sargsyan si sono impegnati a trovare una soluzione politica alla questione del Nagorno-Karabakh. E l’avvicinamento tra Yerevan e Ankara sembra accelerare l’accordo tra le parti. La regione copre una superficie totale di 4.400 km. Nel 1989 aveva una popolazione di 192 mila persone, armeni al 76 per cento e azeri al 23, con minoranze russe e curde. La capitale è Stepanakert. Le risorse naturali non sono straordinarie e l’industria è poco sviluppata.
Michele Zanzucchi

da Stepanakert Michele Zanzucchi
L’

intero territorio dello 'Stato
incipiente' è circondato da cime che s’avvicinano o superano i tremila metri, nei cui boschi vivono orsi e cinghiali, linci e lupi. Le si scorgono senza fatica appena ci si eleva. In fondo il Nagorno-Karabakh può essere abbracciato con uno sguardo, con i suoi 4.400 km, un fazzoletto di terra e un mare di problemi. Un territorio che ha conosciuto l’inferno.
L’unica possibilità di entrarvi è un corridoio umanitario sotto controllo internazionale, così come, mutatis mutandis, quello che permette all’enclave azera in terra armena, il Nakichevan, di essere collegato con la madrepatria. Passata la città di Goris, appare il deserto umano della zona­cuscinetto. La strada è quasi sospesa su una lingua di terra di nessuno, contrappuntata tuttavia dai khatchkar , i crocifissi a bassorilievo che l’armenità ha voluto costruire per affermare che questa terra non è azera o turca, gli odiati vicini a Oriente e Occidente. A Kashatrak, uno dei terminali del corridoio, i vincitori armeni dell’ultima guerra hanno così voluto costruire una chiesa su uno sperone roccioso aereo, in posizione visibile a 360 gradi. E una cappellina è stata eretta anche all’altro capo del cordone. Provocazione o fede? Entrambe, certamente. Sulle pendici delle montagne, affianco della strada, si notano scheletri di case spolpate, frammezzati a villette quasi civettuole. È il retaggio della guerra etnica, qui come altrove. Come a Srebrenica, come a Kigali.
Stepanakert è la capitale di uno Stato che non è ancora tale, una città distrutta nella guerra del 1993 e ricostruita di sana pianta, quasi un vanto o una sfida. I miei accompagnatori mi fanno fare un giro della città, a cominciare da un monumento in laterizi rossi alle porte della città, il simbolo stesso del Nagorno-Karabakh: un nonno e una nonna, sintesi dei valori antichissimi cui la popolazione è attaccata. È commovente l’ingenuità di questa gente, peraltro rotta a tutte le violenze. Mi trasportano poi, come un pacco esausto – ci sono 38 gradi –, a mostrarmi ospedali, scuole, ristoranti e hotel vanto di una nazione nata dalle ceneri della guerra, pur con una tradizione plurimillenaria. Il cimitero mi colpisce, quello dei 'martiri', perché è in tutto e per tutto simile a quello che ho visitato a Baku, sulla via degli altri 'martiri': stesse iscrizioni, stesse tombe in granito nero che portano incise al bulino le fattezze fotografiche del morto... La guerra è strana, la guerra nasce, cresce ed esplode in primis tra simili, non tra popoli radicalmente diversi ma solo relativamente diversi.
Nel suo palazzo ancora disadorno intervisto il presidente Bako Sahakyan, la cinquantina tosseggiante del fumatore, maglietta nera da combattente, sguardo sospettoso. Eletto nel luglio
2007, ha dovuto far fronte a gravi inondazioni e all’aggressione nel marzo scorso d’una pattuglia azera (quindici morti azeri e uno del Karabakh). È discusso, ma qui è normale. Sulla sua scrivania ha sette telefoni e otto telecomandi. Come presentare il suo Paese agli europei? «È una neonata repubblica che ha storicamente una sua chiara ragion d’essere. Dopo la guerra ha iniziato un processo di ammodernamento e democratizzazione che la farà entrare nella modernità europea». Si rischia una nuova guerra? «Non mi pare. L’incidente di marzo è stato originato dalla voglia di gloria di una pattuglia. Il nostro esercito è forte, e la separazione tra le due linee è adeguata a mantenere la pace». Come vivere senza industrie e commercio adeguati? «Il segreto sta nella speciale relazione che lega i cittadini allo Stato: tutti sono orgogliosi di appartenervi. Purtroppo ci scontriamo col grave problema dell’emigrazione delle forze migliori». La diaspora? «Se riusciamo a sopravvivere è anche per merito loro. Non solo per gli aiuti materiali, ma anche per il radicamento nei valori dell’armenità».
Indipendenza? «Dobbiamo dimostrare che siamo capaci di avere un’amministrazione non corrotta, efficace, intrisa di valori culturali armeni. Poi potremmo parlare alla comunità internazionale di indipendenza. Siamo prudenti, non vogliamo seguire la via intrapresa da Ossezia del Sud e Abcasia». Convivenza con gli azeri? «Sarà possibile, non so quando. Abbiamo a lungo vissuto assieme, in condizioni confortevoli. Ma la presenza di troppi rifugiati, da entrambe le parti, complica le cose.
Favoriamo ogni possibile semplificazione dei rapporti». Di tale avviso non è Pargev Martirosyan, arcivescovo armeno-apostolico di Shushi, che sorseggia il tè nel suo luminoso vescovado dinanzi alla cattedrale rinnovata: «Vivere con gli azeri non è possibile.
Come potremmo convivere con gente che nel Nakichevan ha distrutto migliaia delle nostre croci? Spero che il contenzioso internazionale aperto dalla vicenda del Kosovo ci porti a una forte autonomia, secondo il principio della autodeterminazione dei popoli». La guerra è ancora possibile?
«Non credo, ma se ci inducessero in battaglia...
combatteremmo! Tra quarant’anni forse potremo convivere di nuovo. Ora no». Il vescovo Pargev è un uomo deciso, che ha fatto la guerra nelle trincee. «Per sostenere i nostri soldati», mi dice; ma non sono pochi i testimoni che l’hanno visto sparare. Lo chiamano il 'vescovo­mitra'. Conosce bene la storia: «Nel 1921 Stalin decise che il nostro armenissimo Nagorno-Karabakh diventasse azero: proprio in quell’anno cominciò la distruzione di Shushi e della regione. Allora avevamo cinquecento chiese e monasteri: tutti distrutti o chiusi. Finché negli anni Cinquanta Mosca accettò che venissero riaperte due chiese e due monasteri». Il presente pare migliore: 'In diciannove anni abbiamo restaurato e costruito quarantun chiese e monasteri, e continuiamo ancora. E le celebrazioni sono sempre affollate».
Riflette, si liscia la barba pepe e sale, gli occhi gli si inumidiscono... «Nella guerra del 1991-1994 abbiamo perso sessantacinquemila giovani, con settantamila orfani e disabili, e Stepanakert era un cumulo di macerie: qualche passo avanti l’abbiamo fatto!». È viva l’identità cristiana? «Siamo prima cristiani e poi armeni, e sappiamo che la nostra Chiesa madre non è stata solo uno strumento spirituale, ma ha sostenuto e sviluppato la cultura e la tradizione armene. Questa identità non ci impedisce di essere dialoganti con tutte le religioni, come testimonia la diaspora armena che vive in minoranza in diversi contesti religiosi e culturali». E con i musulmani-azeri? «I problemi sono etnici e culturali, non religiosi».


© Copyright Avvenire 28 febbraio 2010

Pasternak e Salamov: gulag e parole

di Fulvio Panzeri
Ha l’incandescenza della forza della poesia che riesce a ridare senso alla vita e una natura morale che è in grado di giudicare con grande dignità tutti i pesantissimi torti subiti nei Gulag sovietici questo epistolario tra Varlam Salamov e Boris Pasternak, curato con grande pertinenza da Luciana Montagnani, che ha composto un libro che ricostruisce a tutto tondo il rapporto, breve ma assai intenso nel suo valore, tra due grandi della letteratura russa del Novecento. Partendo proprio da una volontà espressa da Salamov, in una nota introduttiva, in cui l’autore scrive: «un tempo mi proponevo di trasformare la nostra corrispondenza sui problemi della rima russa in uno studio, importante per i poeti», un tema trattato nella loro corrispondenza, il libro raccoglie le lettere che i due grandi scrittori si sono scambiati e si conclude con un altro importante testo di Salamov, i «Ricordi» su Pasternak, in cui lo scrittore traccia un ritratto importante, e non certo agiografico, dell’autore del Dottor Zivago, oltre ad indicare quanto abbia contato per lui, per la sua idea di poesia, la lezione dello scrittore.
L’incontro tra i due avviene all’inizio degli anni Cinquanta, in un momento cruciale per entrambi. Finiti gli anni del terrore staliniano, Salamov viene rilasciato dal Gulag siberiano, anche se ci rimarrà ancora per un breve periodo, non come prigioniero, ma come confinato.
Pasternak invece ha deciso di portare a termine quello che sarà il suo capolavoro, quel Dottor Zivago a cui aveva iniziato a lavorare all’indomani della guerra e che poi aveva lasciato inconcluso.
Per Salamov la poesia di Pasternak è un punto di riferimento per lui e per tutti coloro che si trovavano ai lavori forzati a Kolyma ed è lui a scrivere il primo biglietto, la cui risposta tarda ad arrivare. Ed è già una storia, che Salamov ha poi raccontato, il suo viaggio per ritirare quella missiva, che era arrivata molti mesi dopo.
Nei «ricordi» sottolinea: «Un giorno scriverò un racconto sul viaggio che compii per andare a prendere la Sua prima lettera con cinquanta gradi sotto lo zero, trasbordando dalle renne ai cani, e dalla slitta all’automobile. Viaggiai cinque giorni per andare a prendere quella lettera».
Quando riesce a tornare a Mosca, la cosa che gli sta più a cuore è quella di andare ad incontrare Pasternak. La sua idea di poesia gli dà nuova linfa vitale, nuovo entusiasmo.
La libertà che ha ottenuto è vera e viva perché gli restituisce la possibilità di scrivere. È per questo che nelle lettere Salamov parla poco dell’esperienza passata: lo fa solo quando è necessario, ad esempio nel momento in cui scrive due lunghe lettere di analisi del dattiloscritto del Dottor Zivago e scrive le sue dettagliatissime osservazioni a Pasternak e corregge alcuni aspetti della vita nei Gulag descritti nel romanzo. Ad un certo punto così riassume la sua esperienza: «Ho dato vent’anni della mia vita al nord, per anni non ho tenuto in mano un libro, un foglio di carta, una matita. Di tutto il resto non voglio neppure parlare. Ma quando ritornavo in me, e questo nonostante tutto capitava, ritornavo ai versi, e ritornavo alla mia segreta visione. E adesso sono felice».
Salamov nei «ricordi» annota anche gli appunti delle conversazioni. Da bambino Pasternak sentiva questa preghiera: «In verità tu sei Cristo, figlio del Dio vivente».
Spiega a Salamov: «Io ripetevo questa frase e come fanno i bambini mettevo una virgola dopo la parola Dio. 'Zivago' (Vivente) risultava essere il misterioso nome di Cristo. Io non pensavo al Dio vivo, ma all’unica cosa che per me era comprensibile, il suo nome 'Zivago'.
Mi ci è voluta tutta la vita per rendere reale questa sensazione infantile, chiamando con questo nome il protagonista del mio romanzo».
Pur non convivendo alcuni aspetti umani del comportamento di Pasternak, Salamov non mette mai in discussione questo debito morale che ha con lo scrittore, che muore troppo presto, un debito che fa riferimento ad una salvezza, quella della possibilità di vita della poesia e in questo nel riferimento ad un’autenticità.
È Salamov a tessere il filo del dialogo, con un Pasternak che diventa poi distratto, e forse troppo impegnato vista l’assegnazione del Premio Nobel. E ha un’idea molto alta della poesia e della letteratura, un’idea morale, che attraversa questo libro, che oggi è andata completamente in disuso, trasformandosi nell’esatto contrario di quanto il grande scrittore potesse intendere. È chiarissimo in questo senso: «Per me i versi non sono mai stati un gioco e un divertimento. Sono stati la conversazione dell’uomo con il mondo in una sorta di terza lingua, ben compresa sia dall’uomo che dal mondo, benché l’uomo e il mondo abbiano lingue madri differenti».
Varlam Salamov – Boris Pasternak, Parole salvate dalle fiamme, Archinto, pp. 200, 16.00
«Avvenire» del 13 febbraio 2010

L’insegnamento della religione a scuola allontana i russi dall’ortodossia. Responsabili del risultato sono insegnanti impreparati e testi inadatti

Un sondaggio reso pubblico dal Ministero dell’istruzione evidenzia come più del 58% dei genitori hanno scelto per i figli etica laica, mentre solo il 19,1% ha optato per i fondamenti della cultura ortodossa. Responsabili del risultato sarebbero insegnanti impreparati e testi inadatti.

Mosca (AsiaNews) – L’insegnamento obbligatorio della religione nelle scuole medie russe non sta portando i risultati sperati dal Patriarcato di Mosca. In molti, invece di scegliere il corso di “fondamenti della cultura ortodossa” hanno scelto i più generici “culture religiose” ed “etica laica”. I corsi ortodossi, inoltre, sono affidati a insegnanti inesperti e a libri di testo redatti troppo in fretta per essere validi; così, notano osservatori russi, invece che avvicinare i ragazzi e le loro famiglie alla religione, l’effetto è quello di allontanarli.
Secondo un sondaggio reso pubblico dal ministero dell’Istruzione della regione di Krasnoiarsk, 14.646 famiglie, vale a dire il 58,2% del totale incluso nel programma sperimentale di insegnamento religioso, hanno scelto per i figli le lezioni di etica laica. Sono, invece, 5.417 (27%) i genitori che hanno scelto i fondamenti di culture religiose e un po’ meno quelli che hanno optato per i fondamenti della cultura ortodossa (4.804, pari al 19,1%). Solo l’1% degli intervistati invece si è espresso a favore dei rimanenti tre moduli: 231 famiglie (0,9%) per fondamenti di cultura islamica, 26 famiglie (0,1%) per fondamenti di cultura buddista e 22 famiglie (0,08%) per fondamenti di cultura ebraica.
Krasnoiarsk è il terzo territorio della Federazione, dopo Stavropol e Sverdlovsk, a confermare questa tendenza nella società. Gli analisti fanno notare che pur mantenendo una posizione stabile, la religione ortodossa (che il Patriarcato di Mosca sostiene essere la fede di circa l’80% della popolazione russa) è ancora vista con diffidenza dopo 70 anni di ateismo di Stato.
Secondo osservatori intervistati dal sito portal-credo.ru, queste cifre sono anche la dimostrazione che “invece di attrarre persone alla religione, l’insegnamento a scuola le allontana”. Per Lyudmila Alekseyeva, a capo del Helsinki Group di Mosca, “Non c’è modo migliore per allontanare la gente che lezioni tenute da insegnanti impreparati e su testi inadatti”.
Mentre sia la religione ortodossa che le altre ritenute “tradizionali” in Russia (ebraismo, buddismo e islam) avevano una base di testi già redatti in passato su cui strutturare i nuovi manuali scolastici, per “culture religiose” e “etica laica” si è partiti da zero e i libri sono stati redatti in modo veloce e sommario da persone non preparate, denuncia Svetlana Solodovnik su Ezhednevniy zhurnal. Che in un suo recente articolo parla anche di “intrusione” della Chiesa russo-ortodossa nella stesura di questi testi. “Il Patriarcato di Mosca - ricorda - ha sempre ritenuto importante che i fondamenti di etica laica rispecchino lo stesso sistema di valori dell’etica religiosa” (cioè quella cristiana ortodossa).
Andrei Sebentsov, che ha lavorato a lungo nella Commissione governativa per gli Affari religiosi, lo spiega col fatto che la Chiesa russo-ortodossa è stata l’unica promotrice dell’insegnamento della religione a scuola, attribuendosi un ruolo leader nella questione”. E c’è chi ora denuncia come il carattere laico di questo tipo di lezioni si stia perdendo a favore di un vero e proprio catechismo nelle scuole. “Ci sembra – racconta Marianna Shakhovic, capo del Dipartimento di filosofia e religione all’Università di San Pietroburgo – che invece di insegnare fondamenti di religione si insegni religione: un conto è spiegare chi era Cristo o cosa il Vangelo, un conto è far pregare i bambini come alcuni dal Patriarcato di Mosca già suggeriscono di fare”. (MA)

La baldanza e l'ironia di Pietro Leoni, apostolo (internato) della Russia; e l'unica cosa che gli era necessaria

A lato, padre Leoni in Canada, by courtesy of Tracce, cui dobbiamo anche il testo. http://www.tracce.it/img/news/13909.jpg

di Marta Dell’Asta
14/01/2010 - Forlì ricorda il centenario della nascita del prete romagnolo che aveva scelto l’Urss come terra di missione. Finendo in gulag per la fede. Nella sua vicenda, l’esempio di «un uomo che riconosceva in tutto la presenza di Cristo»

Nel 1955 sulla stampa italiana era scoppiato il caso di un certo Pietro Leoni, gesuita romagnolo che aveva avuto la sorte poco invidiabile di passare dieci anni in un lager sovietico. E di tornare a casa. Questa vicenda - ben raccontata da Mara Quadri e Alessandro Rondoni in Pietro Leoni, Edizioni La Casa di Matriona - è stata al centro delle celebrazioni che Forlì e Premilcuore, dove padre Leoni è nato nel 1909, gli hanno dedicato nel centenario della nascita. Un anniversario cui i media non hanno dato molto spazio, che lunedì 18 verrà ricordato nella testimonianza conclusiva di monsignor Paolo Pezzi, arcivescovo dell’Arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca (l’incontro “La speranza del cristianesimo”, alle 21 presso l’Auditorium della Cassa dei Risparmi di Forlì, sarà un omaggio anche alla figura di don Francesco Ricci, il sacerdote di Forlì che s’è speso per sostenere la Chiesa oltrecortina).


Nato nel 1909 da contadini, diventato prete e gesuita, Pietro Leoni era partito per la Russia come cappellano militare nel 1941; nel 1945 era rimasto volontariamente in territorio sovietico per fare il parroco; arrestato quasi subito, aveva scontato dieci anni di lavori forzati nelle miniere di carbone del terribile campo di Vorkuta (nel ’47 li avevano poi portati a 25, gli anni), sino alla fortunosa liberazione e al ritorno in Italia.

In piena Guerra Fredda, un caso del genere non poteva non fare scalpore. Leoni aveva raccontato, senza reticenze, davanti alle platee di tutta Italia, con semplicità di cuore e la sua innata vis polemica. Ma al breve momento di gloria era seguito, quasi una vendetta, il momento delle calunnie, poi l’oblio. Del resto non c’era da aspettarsi di meno, perché nella sua testimonianza padre Pietro accusava sempre l’ideologia comunista come la fonte di tanto male, e questo, detto da un testimone oculare, toccava troppo sul vivo la sinistra italiana, che si era impegnata a squalificarlo con ogni mezzo. Così era riuscita ad imporre l’equazione: Leoni - fascista, e da quel momento i pochi amici e i parenti che cercavano di difenderne il buon nome si erano trovati a sbattere contro un muro di gelido disprezzo. Un vero tabù.

Tuttavia sia la fama che la censura avevano mancato il bersaglio: a Leoni stavano stretti sia i panni dell’anticomunista che quelli dell’impostore prezzolato dal Vaticano. Nessuno, in realtà, aveva interesse a capire per cosa veramente si era battuto quell’esile pretino (quando era tornato era addirittura trasparente) dalla forza indomabile, che era andato a ficcarsi in una situazione gravida di rischi senza nessuna particolare necessità.

A lato la copertina della bella biografia
che a padre Pietro Leoni li ha dedicato La Casa di Matriona

Infatti nessuno gli aveva chiesto di restare in Urss a fare il parroco, era stato solo il suo ardente amore per Cristo e la Chiesa a spingerlo: padre Pietro era un missionario fin nel profondo del cuore, e ciò che gli premeva sopra ogni cosa era riportare la gente alla fede. Lo dimostra la sua vicenda umana: il detenuto Pietro Leoni in quei dieci anni non aveva mai tradito se stesso né gli altri, non aveva mai smesso di svolgere apostolato, aveva dato prova di coraggio fisico, fermezza psicologica e una carità senza limiti. La sua fiducia in Dio era così totale da dargli una forza indomabile, fino a mettere in difficoltà la stessa polizia segreta. Un giorno il giudice istruttore aveva perso le staffe con lui e gli aveva dato dell’impudente, poi gli aveva chiesto: «Leoni, ma lei vuole vivere sì o no? Se continua così finirà male!». E lui gli aveva risposto: «Io ho bisogno di una sola cosa: che la santa Chiesa sia salva, e la verità e la giustizia trionfino. Se per questo è necessario che io dia la vita, la do ben volentieri».

Diversamente da altri suoi colleghi sacerdoti che, cercando di dimostrare agli inquirenti che la loro attività religiosa non danneggiava lo Stato sovietico, si erano spezzati miseramente, Leoni aveva resistito con un dominio di sé e una lucidità di giudizio che hanno lasciato stupiti anche gli studiosi che hanno riesumato i verbali d’interrogatorio. Davvero pochi hanno resistito come lui, senza mai firmare nessuna falsa confessione. Ma in tutto questo l’indole personale era stata solo uno strumento potenziato dal totale abbandono in Dio. Sin da quando, il 29 aprile 1945, era stato arrestato a Odessa, e lui non era rimasto troppo sconvolto perché aveva la chiara certezza che nulla accadeva per caso. Questo, per lui, voleva dire solo un nuovo fronte di missione.

La baldanza e l’ironia, che traspaiono anche tra le righe dei verbali, non devono ingannare: padre Pietro aveva paura dell’ignoto e della sofferenza, e la solitudine gli pesava tremendamente, ma non fino a cancellare la presenza di Dio. Uno dei momenti più alti di questa esperienza era stato durante il confronto con un confratello che lo aveva accusato di spionaggio. Lì nell’ufficio del giudice istruttore, padre Pietro aveva immediatamente perdonato il tradimento, e riconoscendo nel traditore stesso la presenza di Cristo misericordioso, aveva chiesto a lui l’assoluzione dai propri peccati.

Negli anni di lager la sua preoccupazione costante era stata quella di celebrare l’Eucaristia il più spesso possibile, in tutte le condizioni e in tutti gli angoli, perché gli era evidente che la cosa che più necessitava a quella povera umanità calpestata era la dignità di figli di Dio, la forza di una presenza invincibile. A causa della messa era finito in cella di rigore innumerevoli volte, aveva scavato nelle miniere di carbone fino allo sfinimento, era finito all’ospedale con le ossa rotte... E intanto pregava sempre: «Signore allontana da me questo calice, ma sia fatta la tua volontà».
Con un senso di lealtà e un amore straordinari, temeva, chiedendo la liberazione, di sottrarsi alla propria missione. Ma non si era sottratto mai, anche dopo il lager, quando era iniziata per lui un’altra prova durissima, forse più amara: tornato in Italia, i suoi superiori gli avevano chiesto di tacere, di dimenticare. Si credeva che questo facilitasse i rapporti internazionali. E lui aveva obbedito, chiedendo di andare in missione in Canada.

«Non mi rammarico dei terribili anni in Russia, durante i quali sono stato lo strumento di cui Dio si è servito. Se potessi tornare indietro e scegliere liberamente, vorrei riviverli esattamente come li ho vissuti, questi dieci anni d’inferno».



Nella Russia postsovietica una religione fai-da-te. Così le macerie del comunismo rischiano di travolgere la rinascita della fede

Romano Scalfi ci informa sulla situazione culturale religiosa della Russia postsovietica, a vent'anni dalla caduta del Muro di Berlino, in un articolo de Il Sussidiario:

A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino siamo di fronte a una situazione religiosa che non è certamente ideale, soprattutto in Europa. Ne dà un’ampia rassegna il dossier sulle Chiese nell’Est Europa sull’ultimo numero de «La Nuova Europa».


A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino siamo di fronte a una situazione religiosa che non è certamente ideale, soprattutto in Europa. Ne dà un’ampia rassegna il dossier sulle Chiese nell’Est Europa sull’ultimo numero de «La Nuova Europa».

La sfortuna del comunismo in campo politico ha messo a nudo la debolezza della sua ideologia, che non ha retto al logoramento prodotto dal confronto con la realtà. Venuti meno gli ideali politici di un tempo, era normale che la gente cercasse altrove un significato capace di rendere ragionevole la vita, per questo abbiamo assistito al rifiorire della religiosità soprattutto nei paesi dove la fede era stata maggiormente combattuta.

Oggi la situazione è meno promettente. Non c’è dubbio che la religione abbia guadagnato larghi spazi di libertà concessi dalle istituzioni, e questo non è poco. Ormai l’ateismo militante non è più di moda, anzi, il numero di coloro che si dichiarano credenti è in continuo aumento. Ma il rovescio della medaglia è che si allargano le simpatie per un teismo «a propria immagine e somiglianza», che non nega Dio ma lo riduce alla misura di una fantasia stanca e malata.

Lo scoraggiamento non può impedirci di intravedere, in una società culturalmente degradata, i segni positivi di una rinascita, tanto più che il relativismo imperante non offre grandi chances per il futuro. E tuttavia, non possiamo neppure nasconderci che lo scetticismo ha trovato nuovo ossigeno proprio dopo la caduta del comunismo.

Uno scetticismo che ha preso il posto dell’utopismo ingenuo dell’ideologia, tipico della mentalità ottocentesca, che garantiva il paradiso in terra; è oggi, a posteriori, che viene più chiaramente a galla il cuore vero del comunismo: il relativismo agnostico. Lo ha confermato con la solita chiarezza Benedetto XVI parlando, lo scorso 4 dicembre della «lunga e sofferta notte di violenza ed oppressione per un sistema totalitario che, alla fine, ha condotto in un nichilismo, in uno svuotamento delle anime. Nella dittatura comunista, non vi era azione alcuna che sarebbe stata ritenuta male in sé e sempre immorale. Ciò che serviva agli obiettivi del partito era buono - per quanto disumano poteva pur essere». Il partito, «mente, onore e coscienza della nostra epoca» secondo la definizione di Lenin, era l’unica fonte della verità e della moralità; Dio veniva eliminato perché non ci fosse nessuno che si opponesse all’onnipotenza e all’onniscienza dell’uomo incarnato nel partito.

Questa stessa «orgogliosa autonomia», che fin dal IV secolo Basilio il Grande denunciava come il peggior peccato e la maggior disgrazia per l’uomo, la ritroviamo oggi anche sul fronte che sembrerebbe opposto al comunismo: comunisti delusi e liberali scettici si trovano concordi nel sostenere gli stessi ideali vuoti. Così Umberto Eco, insigne rappresentante della subcultura nazionale, può tranquillamente affermare che non esiste nessuna differenza fra verità e menzogna.

Quando al parlamento europeo si promuovono leggi contro la vita e la morale cristiana in genere, quando si condanna il Papa come antidemocratico, quando si propone una «legge fondamentale» che vorrebbe imporre alla Chiesa cattolica l’accesso delle donne al sacerdozio, all’episcopato e al papato, si constata nei fatti che i nemici di un tempo sono diventati amici. Dobbiamo renderci conto che la lotta per la libertà della religione e per la dignità della persona oggi si trova davanti il fronte allargato dell’irrazionalità e della negazione di ogni speranza. «La storia dell’Europa nel XX secolo, - ammonisce il Papa, - dimostra che la responsabilità di fronte a Dio è di importanza decisiva per il retto agire politico».

Ma in ultima analisi, non vale la pena ingaggiare battaglia contro il vuoto del relativismo invadente, le energie vanno riservate per vivere appassionatamente nella Verità incarnata che è Cristo. Una cultura autentica vince sempre, anche attraverso la persecuzione.


Cattolici e ortodossi uniti contro il secolarismo ma divisi sui minareti. B-XVI INCONTRA MEDVEDEV E SBARCA NELLE LIBRERIE DI MOSCA

Roma. L’incontro di ieri tra il presidente
russo Dmitri Medvedev e il Papa – ha
avuto il risultato dell’elevazione della
rappresentanza russa presso il Vaticano
ad ambasciata – è stato preceduto da importanti
segnali sul fronte dei rapporti tra
cattolici e ortodossi. Il più importante riguarda
la pubblicazione che il patriarcato
russo ha fatto del libro “Europa patria
spirituale”. E’ un volume che raccoglie i
discorsi che Joseph Ratzinger ha dedicato
all’Europa. Il presidente del Dipartimento
per le relazioni esterne del Patriarcato
di Mosca, l’arcivescovo Hilarion
Alfeyev di Volokolamsk (il numero due
del patriarcato), ha dedicato al libro
un’ampia prefazione nella quale chiama
i cristiani a fare fronte comune contro “il
secolarismo militante”. Scrive Hilarion:
“L’Europa deve accettare il diritto delle
varie comunità di conservare le proprie
identità culturali e spirituali, il nucleo
delle quali molto spesso è costituito dalla
religione”. E ancora: “Credo che la solidarietà
tra cristiani europei debba divenire
sempre più manifesta al fine di salvaguardare
le rispettive identità, combattere il
secolarismo militante e affrontare le altre
sfide della modernità”. E rispettare le diverse
identità significa che “le libertà democratiche
dell’individuo, compreso il
suo diritto all’autodeterminazione religiosa”,
non devono prevaricare “i diritti delle
comunità nazionali a preservare la propria
integrità, la fedeltà alle proprie tradizioni,
etica sociale e religione”.
La chiesa cattolica è in sintonia con
questa visione? E ancora: può un serio
dialogo ecumenico fondarsi, con le conseguenze
pratiche che ciò comporta, su una
difesa pubblica e tenace di quei princìpi
che separano il cristianesimo dal secolarimo
militante? Dice al Foglio Alberto
Melloni: “Il dialogo ecumenico prospettato
dal Concilio aveva un respiro teologico
ampio. Era impensabile intendere i rapporti
tra cristiani come un mero arroccamento
contro il secolarismo. Mentre trovare
punti di contatto tra cristiani esclusivamente
nella lotta al secolarismo è la
fine dell’ecumenismo così come il Vaticano
II l’ha inteso. E’ la vittoria di quei settori
del cristianesimo più conservatori. Il
Concilio apriva al confronto tra posizioni
teologiche diverse e non voleva chiudersi
sulla difensiva. In questo senso credo che
la prefazione che Hilarion fa al libro non
aggiunga nulla al dialogo ecumenico tra
le parti. Un dialogo serio e profondo deve
ancora avvenire”.
La chiesa cattolica ha avuto la possibilità
di confrontarsi con la modernità prima
della chiesa ortodossa. Quest’ultima,
schiacciata dal regime sovietico, è rimasta
in impasse per quasi tutto il XX secolo.
Non così Roma: il Concilio Vaticano II
ha rappresentato una volontà di confronto
con la modernità mai manifestatasi prima.
Ricorda l’artista gesuita padre Marko
Ivan Rupnik – docente al Pontificio istituto
orientale e alla Gregoriana, ha ideato
sul tema dell’incontro tra oriente e occidente
i mosaici della Cappella vaticana
“Redemptoris Mater” – che “la chiesa cattolica
ha avuto, a differenza di quella ortodossa,
il Vaticano II per confrontarsi
con la modernità. E questo è un bel vantaggio
che pone inevitabilmente Roma su
un altro piano rispetto a Mosca. All’inizio
del XX secolo Mosca stava per indire un
Concilio, poi ha rinunciato. E’ naturale
che oggi gli ortodossi chiedano una difesa
dei propri princìpi contro quell’aspetto
della modernità più deteriore che è il secolarismo.
E’ il loro modo per cercare di
affrontare la modernità dopo anni in cui
la modernità è stata tenuta fuori dai confini
del loro stato. Credo però che non
debba procedere su questa difesa la ricerca
dell’unità tra le due chiese. Occorre
piuttosto prendere sul serio le radici
della nostra comune fede”.
Uno dei principali collaboratori del
cardinale tedesco Walter Kasper nella sezione
orientale del Pontificio consiglio
per la promozione dell’unità dei cristiani
è il gesuita Milan Zust. E’ stato lui a presentare
due giorni fa a Roma il volume
“Europa patria spirituale”. Dice padre
Zust che “la pubblicazione del volume da
parte degli ortodossi mostra un’affinità
particolare tra Mosca e l’attuale papato.
Un’affinità che nella battaglia al secolarismo
trova un suo motivo d’espressione. Lo
dimostrano anche le dichiarazioni che
Mosca ha fatto a seguito della sentenza
europea sui crocifissi in Italia: combattere
il secolarismo significa anche difendere
i propri simboli religiosi”.
Certo, un conto sono i crocefissi, un altro
i minareti. Sui crocefissi gli ortodossi
si sono espressi in un certo modo. Sul referendum
inerente i minareti in Svizzera
hanno invece detto altro. E’ stato il rappresentante
del patriarcato di Mosca al
Consiglio d’Europa, padre Filarete, a dire
che il “no” ai minareti “non è un problema
di libertà religiosa”. E ancora: “Sarebbe
non equilibrato accusare la Svizzera
di discriminare in qualche modo la minoranza
islamica: la Svizzera non ha alcuna
restrizione sulla costruzione di luoghi
di preghiera per nessuno”. Il Vaticano, invece,
ha detto altro, praticamente l’opposto.
C’è dunque una concezione diversa
della libertà religiosa? Il problema dell’espressione
religiosa la chiesa cattolica
l’ha affrontato nella dichiarazione del
Concilio Vaticano II “Dignitatis Humanae”.
Spiega don Nicola Bux, consultore
della Dottrina della fede: “La dichiarazione
conciliare dice a mo’ di premessa che
l’unica vera religione ‘sussiste nella chiesa
cattolica e apostolica’. E’ la stessa cosa
che pensano di sé gli ortodossi. In questo
senso la religione che ha plasmato un intero
popolo non può che venire prima
dell’autodeterminazione religiosa dei singoli.
In cosa consiste allora la libertà religiosa?
Nel fatto che a tutti deve essere
concesso l’accesso alla verità. Ovvero: tutti
devono poter ricercare la verità. E’ in
questa luce (altrimenti non capisco la cosa)
che leggo il disappunto vaticano verso
l’esito del referendum sui minareti. Il ‘no’
ai minareti soffoca questa ricerca della
verità”.

Il Foglio 4 dicembre 2009

Pieni rapporti diplomatici tra Santa Sede e Russia

L’annuncio è stato dato al termine della visita del presidente Medevedev in Vaticano, dove è stato ricevuto da Benedetto XVI. Nel corso dei colloqui si è parlato anche della situazione economica e politica internazionale.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Vaticano e Russia stabiliranno pieni rapporti diplomatici. E’ la decisione più importante della visita che il presidente russo Dmitri Medvedev ha compiuto oggi in Vaticano, dove è stato ricevuto da Benedetto XVI. Inusualmente, in precedenza Medvedev aveva avuto un colloquio con il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e con mons. Dominique Mamberti, segretario per i rapporti con gli Stati. Il presidente russo era accompagnato da un'ampia delegazione, di cui faceva parte anche il ministro degli Esteri Serghei Lavrov
L’annuncio di oggi conclude una strada che si era aperta con la visita compiuta da Mickail Gorbaciov il primo dicembre 1989 a Giovanni Paolo II. In quella storica occasione fu infatti deciso di aprire un rapporto tra Santa Sede e l’allora Unione Sovietica, con l’invio di un rappresentante del presidente. Ma non si trattava di pieni rapporti diplomatici. Alla decisione odierna ha certamente contribuito il miglioramento dei rapporti tra il Vaticano e il Patriarcato di Mosca.
L’annuncio dato questo sera era stato in qualche modo anticipato dallo stesso Medvedev che a luglio sul sito internet del Cremlino aveva affermato: "Posso solo dire che abbiamo relazioni con il Vaticano, ci sono missioni di rappresentanza da entrambe le parti, e stiamo discutendo se passare questa relazione ad un livello più alto, ossia se cambiare la nostra in una relazione caratterizzata da ambasciata e relazioni diplomatiche. Mi sembra che sarebbe perfettamente normale".
Quanto all’incontro di oggi, un comunicato diffuso dalla Sala stampa della Santa Sede informa che “nel corso dei colloqui è stato espresso compiacimento, da entrambe le Parti, per i cordiali
rapporti esistenti e si è concordato di stabilire piene relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e
la Federazione Russa”.
“Dopo uno scambio di opinioni sulla situazione economica e politica internazionale, anche
alla luce dell’Enciclica ‘Caritas in Veritate’, di cui il Santo Padre ha offerto al Presidente un
esemplare in lingua russa, ci si è soffermati sulle attuali sfide alla sicurezza ed alla pace. Quindi
si è parlato di temi culturali e sociali di comune interesse, come il valore della famiglia, e del
contributo dei credenti alla vita della Russia”.
Dmitri Medvedev è stato il terzo presidente della Russia (il quinto considerando anche l'Urss) ad essere ricevuto in Vaticano. Il primo (sovietico) fu Nikolai Podgorny che, il 30 gennaio 1967, ebbe una conversazione di settanta minuti con Paolo VI. Parlarono di pace e della guerra nel Vietnam. Poi passarono oltre venti anni e cadde il Muro di Berlino, prima che un nuovo capo di Stato dell'Urss salisse nell'appartamento pontificio: fu Mikhail Gorbaciov ad essere ricevuto in udienza da Giovanni Paolo II, il primo dicembre 1989. Nel 1985 vi era stata però la visita del ministro degli esteri Andrei Gromyko, che si era intrattenuto con papa Wojtyla per oltre due ore. Nulla era trapelato da quell'incontro, avvenuto in un momento chiave delle vicende polacche di Solidarnosc. Un altro presidente, russo stavolta, ad andare in Vaticano, fu, nel 1998 Boris Ieltsin, seguito da Vladimir Putin nel 2000 e nel 2003. Putin è tornato nel marzo 2007 per un incontro con Benedetto XVI.