DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

Visualizzazione post con etichetta dittature. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dittature. Mostra tutti i post

Se l'Occidente ha il nemico in casa. La convergenza del totalitarismo comunista e nazista verso l'Islam

Il saggio di Alexandre Del Valle, Verdi Rossi Neri, illustra la convergenza del totalitarismo comunista e nazista verso l'Islam


di Pico Angelico

Nove anni dopo il crollo delle Twin Towers è sempre l'estremismo islamico il maggior pericolo per l'Occidente? La risposta è solo in parte affermativa: nel suo saggio Verdi Rossi Neri. La convergenza degli estremismi antiocidentali: islamismo, comunismo, neonazismo (Lindau, 2009, pp. 486), il politologo francese Alexandre Del Valle – suffragato da ineccepibili dati storici – pone l'accento sul risentimento degli orfani delle defunte ideologie novecentesche verso la civiltà giudaico-cristiana. I post-comunisti e i post-nazisti sono accomunati da una tremenda rabbia verso l'Occidente capitalista che, con tutti i suoi limiti, ha contribuito a diffondere la cultura dei diritti umani e della liberal-democrazia.

Il volume gode dell'introduzione dell'europarlamentare Magdi Cristiano Allam, del quale Del Valle è collaboratore e consigliere.
Storicamente l'intellighenzia marxista, ben prima della caduta del muro di Berlino, ha sempre nutrito grande simpatia verso la religione islamica, che, pur incompatibile con il materialismo e l'ateismo, è vista da molti neogiacobini come un possibile alleato in una comune causa terzomondista. Gli esempi di convergenza rosso-verde sono numerosi: Del Valle cita, tra gli altri, la clamorosa conversione del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, più noto con il nome di battaglia di Carlos. Il bolivarismo di Hugo Chavez ha un carattere fortemente pragmatico (indipendenza petrolifera dagli USA) eppure si connota per uno spiccatissimo antisemitismo, rispetto al quale il dittatore iraniano Mahmoud Ahmadinejad è il più prevedibile ed inquietante dei complici. Numerosi altri sono i 'cattivi maestri' occidentali citati da Del Valle: tra questi figurano ex leader del '68 come Toni Negri e Daniel Cohn-Bendit, oggi più che mai ringalluzziti dall'assedio sferrato all'Occidente dall'11 settembre 2001 ad oggi.
La convergenza nero-verde affonda le radici nel sodalizio stretto nel 1941 tra Hitler e il Gran Muftì di Gerusalemme. Le attuali frange di estrema destra sparse in tutto il mondo sono accomunate agli estremisti di sinistra dallo sconfinato odio verso gli Stati Uniti ed Israele. Le differenze tra rossi e neri, in tal senso, sono puri dettagli: entrambi sono ossessionati dalla lobby giudaico-plutocratica e sostengono caparbiamente la causa palestinese. Inevitabile, dunque, l'alleanza tattica con gli islamici – meglio se fondamentalisti – contro il Grande Satana occidentale.
Davvero una bella grana per gli Stati Uniti e per l'Europa se si pensa che la maggior parte degli organismi internazionali e delle organizzazioni non governative, ONU in testa, sono decisamente sbilanciati verso la causa terzomondista e filo-musulmana. Emblematiche, in questo senso, le conferenze di Durban (2001) e Ginevra (2009) che, con la complicità del Pakistan e della Cuba castrista, “hanno avuto come unico scopo di stigmatizzare l'Occidente e l'islamofobia, senza preoccuparsi di denunciare le numerose violazioni dei diritti delle donne, dell'uomo e delle minoranze religiose, presenti in terra d'Islam o nel Terzo Mondo”. In tale scenario pesano il risentimento della Russia – ancora impantanata nelle logiche della guerra fredda – e il boom inarrestabile della Cina (potenza nucleare come la vicina ed inquietante Corea del Nord) dove i diritti umani sono notoriamente negati e il comunismo totalitario - fatta salva la diffusione dell'economia di mercato nella sua versione più selvaggia e deteriore – non ha affatto chiuso i battenti. La Cina è alleata con l'Iran, da cui importa il petrolio, e, in cambio, ne sostiene le ambizioni nucleari.
Un quadro, almeno in apparenza, a tinte fosche, quello delineato da Del Valle. Una via di uscita, tuttavia c'è ed è rappresentata dalla prospettiva di un'alleanza panoccidentale. La Russia, presto o tardi, avrà tutto l'interesse ad abbandonare il proprio livore antiamericano. Anch'essa deve fare i conti con il terrorismo islamico – ceceno in particolare - al suo interno. Una distensione e un'integrazione politico-economica con l'Europa Occidentale, potrebbe distogliere la Russia da perniciose connivenze con l'Iran, la Cina, la Corea del Nord e altri 'stati canaglia'. La Cina, dal canto suo, deve vedersela a sua volta con la dissidenza dei musulmani uiguri e, presto o tardi, il suo totalitarismo laicista non potrà che entrare in conflitto con il fondamentalismo religioso. Dinamiche analoghe potrebbero profilarsi per il vetero-comunismo di Chavez e Morales, laddove la stragrande maggioranza della popolazione latino-americana si sente ancora fortemente cristiana e cattolica e nulla vuole avere a che fare con lo strumentale filo-islamismo dei demagoghi bolivariani. Tutti gli scenari fin qui descritti, rivelano dunque il carattere puramente tattico dell'alleanza rosso-verde.
Il vero nemico da sconfiggere, però, secondo Del Valle, è l'assurdo odio di sé che l'Occidente nutre. La costante genuflessione di tanti intellettuali gnostici ed apostati, nei confronti dell'Islam e delle ideologie terzomondiste in generale è la vera piaga da debellare. Estirpare tale cancro è un imperativo urgente, anche perché, come afferma in conclusione l'autore, “l'Occidente ha sempre vinto, perché è suo dovere vincere e perché non avrà altre alternative”.

© Copyright L'Ottimista

Cambogia, un popolo trucidato due volte

Il 17 aprile di trentacinque anni fa, i Khmer rossi, guidati dal loro leader Pol Pot, si impadronirono di Phnom Penh, la capitale della Cambogia. Lo scopo era quello di creare una “società socialista perfetta”.

Le milizie di Pol Pot, sostenute ed armate dalla Cina, avviarono un progetto di "rieducazione" della popolazione, che prevedeva la sua deportazione in massa nelle campagne e il lavoro forzato nei campi di concentramento. Per loro 7 milioni di cambogiani non erano necessari, ne bastavano 4 milioni. E così il 17 aprile 1975 gli abitanti di Phnom Penh furono scacciati dalla città e spinti verso le campagne. Ciò accadde poi nel resto del del paese. Vennero abolite le religioni, le scuole, le professioni, gli intellettuali, la moneta; fu organizzato il lavoro dei campi in cooperative con precisi e massacranti ritmi di lavoro; venne epurata la lingua con l’introduzione di un nuovo vocabolario e con la cancellazione di qualsiasi parola attinente la proprietà, il capitalismo o le semplici relazioni familiari (persino marito, moglie, mangiare o morire); fu istituito un nuovo calendario con l’avvio dell’anno zero della rivoluzione. Il popolo doveva essere rieducato, per eliminare totalmente le “nefaste” influenze occidentali.

Si dette così vita alla Repubblica Comunista di Kampochea (Cambogia). Tutti si si dovevano chiamare “fratelli” e i prigionieri erano costretti a rivolgersi ai loro guardiani con l’appellativo di “fratello maggiore”, fossero questi anche bambini, figli o nipoti, come di fatto avvenne. I ragazzi, le persone poco istruite ma, soprattutto, i bambini erano la forza più adatta alla rivoluzione, addestrati a spiare e denunciare anche i loro stessi genitori nel nome di un’ideologia che considerava crimini cose come l’amare, il rompere un singolo germoglio di riso o semplicemente portare gli occhiali. Tutti potevano essere denunciati, tutti potevano essere criminali, “nemici”, corrotti da eliminare e da cancellare dalla faccia della terra. Le esecuzioni di massa, la fame e le malattie uccisero due milioni di persone in questo esperimento di “socialismo perfetto”. Il genocidio cambogiano passò sotto silenzio e le autorità internazionali dettero un’ennesima prova del loro cinismo. Ed è così che il popolo cambogiano affrontò la morte due volte: una sotto il regime feroce di Pol Pot e l’altra nell’essere dimenticato da una storia oscurata, cancellata persino dai libri di scuola.

Toni Brandi, epolis


Il paese dei demoni rossi.
Di Libertà e Persona (del 15/02/2009 )

Inizia in questi giorni il processo ai Kmer rossi cambogiani. Eppure ben pochi sanno, in Italia, chi siano costoro. Complice una storiografia adulterata dalla propaganda delle sinistre massimaliste, che hanno monopolizzato la cultura per decenni, nel nostro paese...per questo riportiamo un bellissimo contributo dello storico Matteo D'Amico, sul tema.

Gli Khmer rossi prendono il potere il 17 aprile 1975 e lo conservano fino al gennaio del 1979, La loro ascesa al potere era stata preceduta da almeno un decennio di guerra civile e di guerriglia continua, innestata dal fatto che è in corso la guerra del Vietnam e che il territorio cambogiano è utilizzato dalle truppe vietcong per rifornire di armi la guerriglia del sud.

La risposta americana: gli U.S.A. stanno appoggiando il governo conservatore della Cambogia, che nella parte finale è in realtà una dittatura militare) consiste nel bombardamento a tappeto indiscriminato con i B-52 di quasi tutta la Cambogia confinante con il Vietnam, nel tentativo folle di fermare così il contrabbando di armi. In pochi anni, dal 1973 al 1976 la Cambogia (paese, si badi, formalmente alleato degli U,S.A.) è colpita da qualcosa come 540.000 tonnellate di bombe americane, che distruggono i campi di riso e le infrastrutture e uccidono fino a un massimo di 500.000 persone.

Il costo delle bombe scaricate sulla “alleata” Cambogia è di nove miliardi di dollari di allora, qualcosa come dieci volte il P.I.L. di un anno dell’intera Cambogia. E’ un fiume di denaro con il quale si sarebbe potuto rendere la Cambogia stato all’avanguardia in tutto il Sud-est asiatico, ricostruendola completamente. Invece i bombardamenti producono un allontanamento del popolo e dei contadini dal governo e un avvicinamento degli stessi agli Khmer rossi, che appaiono come una vera forza di liberazione. Si tratta in realtà di una forza combattente non superiore ai 60.000 soldati e per lo più composta da adolescenti di tredici , quindici anni.


Il genocidio realizzato da Pol Pot (dal 10% al 40 % della popolazione eliminata in poco più di tre anni di dittatura) sembra in contrasto con il fatto che Pol Pot aveva dato ordine agli suoi quadri di moltiplicare la Popolazione cambogiana da 7 milioni a 20 milioni in 10 anni! Non voleva formalmente distruggere il Popolo cambogiano con uno dei più grossi genocidi in rapporto di numero di morti della popolazione iniziale e al periodo di tempo a disposizione per compierlo. Due milioni circa su 7 milioni di abitanti scompaiono nel nulla. Eppure Pol Pot voleva 20 milioni di abitanti per avere una grande Cambogia industrializzata! Il problema è che il suo pensiero gnostico e contro-esistenziale è irrealistico, è utopistico e quindi si hanno 2 milioni di morti: il crollo più assoluto della natalità, con il 64 % delle donne cambogiane vedove nel 1990. Di fronte a questi dati sarebbe ingenuo pensare che Pol Pot volesse dimezzare la popolazione cambogiana. Non è così! Pol Pot voleva una popolazione molto più numerosa, per avere una Cambogia vincente, capace di contrapporsi al popolosissimo Vietnam.

Dopo la presa del potere viene immediatamente dato corso al Regime comunista più violento forse della Storia. Fin’ora, nei Regimi comunisti c’erano i campi di concentramento, con milioni d’internati. La Cambogia supera questo criterio e diventa lei, tutta, un unico enorme campo di concentramento a cielo aperto.

Normalmente i regimi totalitari comunisti deportano la popolazione. I Cambogiani sono tutti permanentemente sottoposti a regime di deportazione, spostati incessantemente da un posto all’altro come bestiame.

Per esempio, in 3 giorni una città di 2 milioni e mezzo d’abitanti, Phom Penh, viene svuotata di tutti gl’abitanti. Con marce della morte folli che costano circa 20.000 morti. La descrizione di come è ridotta la capitale dopo lo svuotamento sono impressionanti. È come svuotare Roma o Milano in 2 giorni di tutti i suoi abitanti a piedi, lasciando tutto in casa. Non solo, dopo la prima deportazione, la popolazione ciclicamente viene spostata a milioni, da una zona all’altra della Cambogia.

In alcune regioni è proibito per legge ridere o cantare.

Sono bandite le religioni.

Passaporti interni anche solo per spostarsi da un quartiere all’altro delle città per chi poi viene riportato in città!

Divieto di possedere attrezzi da cucina personali. Si può tenere con sé solo un cucchiaio.

Cucine rigorosamente solo comunitarie, con la dipendenza di tutti dagli abusi dei cucinieri.

Divieto di raccogliere frutta o altro cibo o fonte di alimentazione anche se è caduta a terra.

La frutta viene lasciata marcire, la pena di morte viene applicata regolarmente e più severamente su questo tema che per qualunque altra infrazione.

Il divieto sommo è alimentarsi in modo autonomo!

Sequestro di ogni possesso personale.

Dai 7 anni, i bambini sono tolti alla famiglia e vivono in asili con istruttori che iniziano a formarli alla politica comunista attraverso l’uso di canzoni particolari.

Divieto ai genitori di castigare i figli!

Ai mariti è vietato sgridare le mogli : la pena è la morte

Divieto di ogni segno d’affetto in pubblico anche fra marito e moglie.

Obbligo per legge di stare, per un uomo non sposato, ad almeno 3 metri da qualsiasi donna.

Progetto di ricostruire tutti i villaggi come nell’antico totalitarismo incas, con casette totalmente uguali e uniformi.

Obbligo di trasformare tutte le risaie in risaie di 1 ettaro quadrato esatto con la rovina di tutta l’agricoltura cambogiana e la carestia (perché il sistema irriguo preesistente era molto diverso come partizione).

Obbligo per legge di vestire tutti una divisa nera unisex, che poi non è altro che una specie di pigiama tradizionale.

Divieto di indossare un qualsiasi oggetto colorato.

Capelli alla maschietta per tutte le donne indifferentemente.

La pena di morte viene comminata anche per i reati minori: infatti se tutto, come in ogni regime comunista, appartiene allo Stato, ogni delitto, anche il più piccolo è di lesa maestà.

Eliminazione dei 60 mila monaci buddisti ridotti a circa 1000 alla fine del Regime.

Sterminio metodico di tutti i giornalisti e intellettuali se non rinunciano al possesso di libri e se non buttano gli occhiali.

Non si potevano mantenere gli occhiali perché significava conoscere la cultura passata.

Naturalmente, viene anche condannato, in genere alla morte, chi sa il francese la lingua degli ex-colonizzatori.

Gruppo soggetto in proporzione al più duro sterminio: i cattolici, con il 48,9% di morti.

Obbligo di legge, per i musulmani di mangiare carne di maiale, per profanare la loro religione.

Pol Pot considera la malattia come un atto di sabotaggio, che viene spesso punito con la morte. La razione alimentare già ridotta viene ridotta della metà a chi è ammalato.

Marito e moglie non possono dormire insieme; le guardie rosse prendono nota del ciclo mestruale femminile per mandare in base a calcoli medici, i mariti a dormire con le donne solo quando sono in un periodo potenzialmente fecondo (non dimentichiamo il sogno totalmente irrealistico di raddoppiare la popolazione!).

Vietata la cremazione tradizionale dei cadaveri.

Vietata per legge vietata per legge l’uso della parola morte; che va sostituita con l’espressione corpo che scompare (davvero interessante questa inimicizia dei comunisti per l’idea tradizionale di morte: ci ricorda la frase fatta scrivere durante la Rivoluzione francese sui cimiteri: “la morte è un sonno eterno”)

Pena di morte per i rapporti sessuali fuori dal matrimonio.

Massacri eugenetici di feriti, pazzi, mutilati, handicappati.

Soppressa per legge la parola”io”, sostituita con la parola “noi”. Divieto di usare le parole papà e mamma anche per i bambini, con la sostituzione delle parole vietate con “zio o zia”, termini più impersonali.

Per legge vengono bruciate le carte d’identità, i diplomi scolastici e gli album di fotografie.

Le pene più pesanti e più frequenti sono per chi si alimenta da solo sfuggendo alle mense collettive. Conseguenze: da 1 milione e mezzo a 3 milioni di morti in 3 anni di dittatura. Un milione di persone muoiono di fame e malattie legate alla fame.

Un terzo della popolazione è cronicamente sotto alimentato e ammalato.

Il Campo SS-21, il luogo centrale di tortura, inghiotte 1000 persone al mese, 20 mila in 3 anni: tutte morte tranne 3 che sono sopravissute e che sono i testimoni di un interessantissimo documentario2. Fra le altre cose un numero altissimo di persone finite al SS-21 veniva ucciso prelevandogli tutto il sangue per il vicino ospedale.

Durante la dittatura Khmer muore il 33,9% degli uomini adulti e il 15,7% delle donne cambogiane, il 54% dei vecchi oltre i 60 anni. Vi è un crollo completo della natalità: vent’anni dopo la fine della dittatura la popolazione cambogiana non è ancora arrivata al livello a cui era giunta nel 1970.

Vengono uccisi l’82% degli Ufficiali e dei funzionari del Regime precedente. Uccisi anche il 51 % dei laureati e il 41,9% dei abitanti di Phom Penh.

La superficie a riso nel 1976, dopo un anno di dittatura, è il 50% della superficie di riso di prima dell’inizio della dittatura.

20.000 fosse comuni scavate vicine ai campi per usare i cadaveri come concimi per le risaie.

La modalità della morte: 29% fucilazione, 53% sfondamento del cranio, 6% impiccati, 5% sgozzati, 5% percorsi.

I Quadri illustri venivano seppelliti vivi in fosse di carbone ardente per colpire di più la popolazione.

Corsi di rieducazione per tutti gli intellettuali attraverso il lavoro sforzato e la denutrizione.

Distruzione della Biblioteca nazionale e di tutte le biblioteche per fare carta da macero (con danni a volte irreparabili sul piano culturale).

Abolizione del denaro; divieto del baratto e di qualunque attività di commercio.

Monopolio assoluto di ogni fonte alimentare quindi da parte di un potere totalitario e inumano.

È il primo Stato schiavista della Storia moderna. Vi è qui un salto qualitativo rispetto allo stato totalitario; nello stato totalitario si è schiavi solo metaforicamente (a parte i deportati), qui tutti sono deportati e tutti sono schiavi.

Infine, obbligo di piantare il grano, per convincere gli intellettuali a redimersi, anche in campi di pallacanestro o di cemento armato!

Lavaggio del cervello attraverso la redazione di autobiografie e autocritiche continue.

Avvento di una neolingua con la cancellazione, fra le altre parole, della parola “bellezza”, che non si poteva dire, “comodità” che non si poteva dire, e “colore” che viene vietato per legge.Divieto di giocattoli per i bambini e di qualunque attività sportiva, considerata borghese.

Totale isolamento postale, telefonico, aereo, marittimo della Cambogia: impossibilità assoluta di viaggi turistici.Lo scopo di tutto questo insieme di norme spesso anche in contraddizione fra loro era, attraverso un inferno attentamente programmato , plasmare un uomo nuovo.

Siamo di fronte al primo stato schiavista della storia moderna, nel quale lo schiava non può decidere nemmeno cosa mangiare, dove dormire, chi sposare.Viene sequestrato tutto ciò che può distinguere il singolo dalla comunità: biciclette, carri, buoi.

Ucciisone dell’ 82, 6 % degli ufficiali di Lon Nol e del 51,5 dei laureati.

Chiudiamo con il racconto di un testimone oculare che da solo, pensiamo, sintetizza perfettamente il lungo viaggio nella follia e nell’orrore rappresentato dal comunismo:


Ci ordinarono di piantare riso in un campo di palla canestro sul cemento armato, i Khmer rossi, non volevano che spaccassimo il pavimento ma che lo ricoprissimo con uno strato di terriccio.

Io pensai questi sono matti. Piantare grano senza spaccare il cemento! Poi cominciai a ragionare che un campo di palla canestro è dove va la borghesia a giocare per divertirsi; i contadini devono lavorare per vivere; prediamo una via cittadina, è quella dove i borghesi vanno in automobile; i contadini non hanno automobili e allora distruggiamo la strada! Nella zona sud di Phom Penh ho piantato pomodori per le strade. Ho scavato buche profonde un metro nell’asfalto, le ho riempite di paglia e di merda con le mie mani. Deve piacerti. Ti deve piacere la merda perché dà la vita.

La strada non dà la vita? Non puoi mangiare la strada ma una volta fatti crescere i pomodori, te li puoi mangiare. Non importa quanto produci. Puoi produrre tonnellate di verdure, ma in sè quello non conta; quello che conta è cambiare la propria mentalità!”.




© Copyright Libertà e Persona

Condividi
Bookmark and Share

La Cina soccorre Chavez con 20 miliardi di dollari Il leader «rinvigorito» fa sfilare carri e missili di fronte agli alleati

DA L IMA M ICHELA C ORICELLI
B
alli e carri armati. Inni patriottici e caccia da combattimento. Circon­dato dai suoi principali alleati latinoamericani – e rinvigorito da un accordo petrolifero con la Cina da 20 miliardi di dollari – il presidente venezuelano Hugo Chavez mostra i muscoli e fa sfi­lare l’esercito con gli ultimi ac­quisti militari compiuti soprat­tutto nella Russia dell’ « amico » Vladimir Putin.
Il fastoso corteo di cinque ore – messo in piedi lunedì in occa­sione del Bicentenario dell’in­dipendenza venezuelana – si è trasformato in una simbolica di­mostrazione della forza bellica del Paese sudamericano e delle sue amicizie internazionali. L’insicurezza, l’alto tasso di cri­minalità ( Caracas è la città più violenta dell’America del Sud),
la crisi energetica ed economi­ca hanno colpito duramente l’immagine di Chavez: la sua po­polarità è scesa al di sotto del 50% per la prima volta dal 2003. Ma all’estero il presidente ve­nezuelano continua ad incassa­re appoggi e intese. « È arrivato il momento di difendere la no­stra vera indipendenza, 200 an­ni dopo » : il socialismo del XXI secolo – secondo il leader ve­nezuelano – dovrebbe costitui­re la via per raggiungere l’indi­pendenza dal capitalismo. Ma a Caracas servono nuovi soci e­conomici: ancora oggi Wa­shington è il principale cliente petrolifero del Venezuela.
La Cina può diventare l’alterna­tiva: Caracas e Pechino hanno appena firmato un accordo e­nergetico per estrarre greggio dalla regione venezuelana dell’Orinoco. Un’intesa miliar­daria con cui i cinesi si assicu­reranno
una bella fetta della produzione petrolifera vene­zuelana e Chavez consoliderà un’alleanza strategica decisiva. Sul fronte latinoamericano, alla sfilata per i 200 anni del proces­so di indipendenza c’era il gota della sinistra radicale. Oltre ai leader dei Paesi membri dell’Al­ba (Alleanza Bolivariana) – il cu­bano Raul Castro, l’ecuadore­gno Rafael Correa, il nicara­guense Daniel Ortega, il boli­viano Evo Morales –, erano pre­senti anche delegazioni della Bielorussia, dell’Algeria e della Libia. Battaglioni venezuelani e unità di Paesi alleati ( dai cuba­ni ai militari di Gheddafi) han­no marciato in onore di Simoón Bolivar, il “ liberatore” dell’Ame­rica meridionale. Fra gruppi fol­clorici, ballerine, indigeni, trat­tori iraniani e operai del settore petrolifero, militari e milizie bolivariane, al trionfo hanno parteci­pato circa 12.000 per­sone.
Dopo un’esibizione di carri armati russi e bat­terie antimissili, i cieli di Caracas sono stati at­traversati da caccia ci­nesi K- 8, aerei da combatti­mento Sukhoi ed elicotteri rus­si Mi- 17. Smentisce chi lo accu­sa di avere innescato una nuo­va corsa al riarmo nella regione, ma poi Chavez ammette: « Ci stiamo preparando per difen­dere fino all’ultimo millimetro
questa patria sacra » di fronte ad eventuali aggressioni dell’ « im­pero yankee » . Il pericolo – secondo il presi­dente bolivariano – viene dagli Stati Uniti e dal loro alleato co­lombiano. La firma di un accor­do militare fra Washington e Bo­gotà, lo scorso anno, ha spinto il governo venezuelano a con­gelare tutte le relazioni diplo­matiche ed economiche con la Colombia.
Per anni il difficile rapporto fra Chavez e il colombiano Alvaro Uribe ha registrato alti e bassi ( si era arrivati quasi alla minac­cia di scontro militare tra i due Paesi), ma la tensione potrebbe aumentare con la possibile ele­zione dell’ex ministro della Di­fesa: Juan Manuel Santos – ac­cusa Chavez – « ora vuole essere il presidente della Colombia » , ma è « una minaccia per tutti noi, per i Paesi vicini » .

Il presidente cerca da tempo alternative al «cliente» statunitense per la vendita del greggio e fa affari con i «nuovi amici» di Pechino




© Copyright Avvenire 21 aprile 2010




Condividi

La riva bruna la riva nera. Un parallelo tra le milizie naziste e fasciste

di Gaetano Vallini

Per quanto le camicie brune tedesche, le sa (Sturmabteilungen), ammirassero le camicie nere italiane, la Mvsn (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale), l'influsso diretto di queste ultime sulle prime dal punto di vista della struttura e del carattere dell'organizzazione fu minimo. Tuttavia svolsero un ruolo decisivo soprattutto in relazione alla politica del potere, perché il movimento nazista ricevette dal successo fascista in Italia, per il solo fatto che "lo si può fare", come disse Hitler, una spinta enorme. Dunque sotto il profilo più ampio del modello di potere, il fascismo italiano fu considerato un esempio luminoso. In ogni caso sia le camicie nere che le camicie brune giocarono un ruolo importante rispettivamente nell'ascesa del duce e del führer; per questo lo storico Sven Reichardt, dell'università di Costanza, si è concentrato sullo studio comparato delle due organizzazioni paramilitari, fotografandole nel momento di massima ascesa, peraltro antecedente alla presa del potere da parte dei due movimenti: il 1921-1922 per le squadre d'azione fasciste, il 1929-1932 per le sa.
Il frutto di questo accurato lavoro di ricerca è racchiuso nel libro Camicie nere, camicie brune. Milizie fasciste in Italia e in Germania (Bologna, Il Mulino, 2009, pagine 611, euro 35) nel quale lo studioso dà conto dei punti di contatto e delle differenze delle due organizzazioni, dalla cultura politica alla composizione sociale. Il quadro che si delinea presenta più similitudini che differenze. Ambedue movimenti furono contraddistinti in elevata misura dalla violenza e dalla militanza. "Proprio durante la loro fase di ascesa - scrive Reichardt - i movimenti, mediante le milizie, simboleggiarono vitalità, intransigenza, culto della giovinezza, militarismo, cameratismo, disciplina, virilità, ed esercitarono violenza fisica. Le azioni violente costituirono il vero senso e l'obiettivo delle milizie fasciste. Entrambe furono contraddistinte dall'avere nel marxismo il bersaglio da colpire". Inoltre, non costituirono organismi per la formazione della volontà interna né una salda struttura burocratica. Soprattutto le milizie si concentrarono in una propaganda mobilitante e tale da produrre aggressività. Questi gruppi paramilitari pretesero il monopolio della gioventù maschile e si considerarono "organizzata volontà giovanile" contro democrazie gerontocratiche e femminee.
Sia il fascismo che il nazismo furono caratterizzati da una forma carismatica della politica. "Il Führerprinzip (principio del capo, del duce) era - scrive lo storico - in un rapporto di evidente affinità con le strutture politiche e organizzative dei movimenti. Contrariamente al tipo dell'uomo politico realista e incline alla ricerca di compromessi, il capo carismatico si adattava in modo eccellente a personificare la fede nell'avvenire del movimento". Un avvenire che non era delineato da obiettivi programmatici chiari, ma da una condotta politica eclettica, contrassegnata dall'esaltazione della patria e della razza (soprattutto in Germania), "che servì dichiaratamente da controprogetto rispetto alla gerarchizzazione della società secondo classi".
Come detto, l'elemento principale di consonanza - in realtà non una rivelazione ma una conferma - appare il ricorso alla violenza. Le due organizzazioni vivevano e si rafforzavano nella violenza, intesa sia come messaggio propagandistico per l'esterno sia come fattore di coesione al proprio interno. Osannata dalla retorica della virilità, che vedeva nell'uomo non il lavoratore e il padre ma il picchiatore spietato e schierato fedelmente con i camerati, la violenza era dominante nell'identità fascista, che la estetizzava ed esaltava in specifici rituali per farne un valore positivo.
La violenza non rappresentò una reazione immediata a una precedente violenza comunista né in Italia né in Germania, dove peraltro i comunisti vennero presto sostituiti dagli ebrei. Inoltre, spiega Reichardt, "nonostante la maggiore accettazione culturale dell'uso della forza in un'Italia tradizionalmente più incline alla violenza, fu in Germania che si registrarono gli scontri politici più brutali", meno numerosi, ma con più morti. Nei due Paesi le azioni crebbero soprattutto in periodi elettorali, dimostrazione di quanto fossero connesse propaganda e violenza, quest'ultima funzionale a paralizzare l'avversario, a rafforzare la coesione interna attraverso l'esperienza della lotta e infine a dimostrare l'ordine e la forza del fascismo.
Sia Mussolini che Hitler, sottolinea ancora lo storico, coinvolsero il braccio militante dei movimenti in una strategia tesa alla conquista rivoluzionaria ma anche legalitaria del potere, attraverso pressioni sull'ala partitica perché ricorresse a metodi più radicali per raggiungere l'obiettivo. Inoltre, lo sviluppo, la portata e la legittimità delle violente azioni fasciste furono influenzati in misura decisiva dall'inefficienza dei poteri statali, e ciò fu particolarmente vero in Italia, dove la democrazia si mostrò debole.
Quanto alle dinamiche interne, nelle fasi tumultuose di crescita le milizie fasciste arrivarono a triplicare in pochi mesi il numero di adepti; un'espansione accompagnata però da una labilità interna e da strutture scarsamente burocratizzate e regolate nonostante la ferrea disciplina che le caratterizzava nella visione esterna.
Riguardo alla composizione dei gruppi, "il profilo sociale delle due milizie - sottolinea Reichardt - rivela differenze significative derivanti dalle diverse strutture sociali dei due Paesi. Gli operai, con il loro 30 per cento, costituirono nella maggior parte delle squadre una presenza notevolmente inferiore rispetto a quella delle sa, le quali ebbero, su base nazionale, un 55 per cento circa di operai nelle loro file". Più omogenea la composizione per età: entrambe erano formate per l'80 per cento da uomini sotto i trent'anni, "un'età media eccezionalmente bassa anche rispetto a quella dei gruppi comunisti". "Questi giovani - spiega lo storico - politicamente e psicologicamente in fase di formazione furono trascinati dal pathos giovanilistico fascista, nel contesto del quale si stava tentando di fare della giovinezza un mito politico esteticamente esorbitante". Differenti erano i bacini di reclutamento. Così mentre nelle sa l'80 per cento degli aderenti proveniva dalle generazioni nate e cresciute durante la grande guerra, le camicie nere per metà erano ex combattenti.
Accanto alle esperienze, spesso frustranti, scaturite da analoghi problemi sociali, squadristi italiani e camicie brune tedesche ebbero in comune soprattutto le caratteristiche delle organizzazioni interne: le prassi quotidiane di picchiatori riuniti in piccoli sodalizi, in cui si coltivavano un'esistenza sociale unitaria e un ben determinato stile di vita. Per costruire una vicinanza emotiva tra i membri era fondamentale la frequentazione giornaliera e per questo un ruolo centrale era svolto dai bar delle squadre e dagli Sturmlokale delle sa.
Le organizzazioni nacquero dal basso adattandosi all'ambiente. Inoltre le unità di base, fortemente condizionate dall'idea di capo, avevano i tratti di un'organizzazione totale, secondo la definizione di Hannah Arendt, nel senso che potevano interferire nella vita privata di ciascun componente. I piccoli comandanti di squadra o di manipolo, dotati di un certo potere, svolgevano la duplice funzione di camerata e di superiore gerarchico. E la gerarchia si fondava su un ethos della fedeltà.
L'organizzazione non era connotata da un rigoroso indirizzo ideologico. "Mentre il comunismo - annota Reichardt - dispose nella dottrina marxista e nelle sue interpretazioni e varianti di un punto di orientamento ideologico, i fascisti ne furono quasi del tutto privi. Dalla prassi politica si desume che il nazionalismo fascista non fu il frutto di un costrutto intellettuale coerente, bensì e soprattutto un fatto emotivo". Rilievo ebbe l'aspetto sacrale del fascismo, che si espresse anche nella propaganda simbolica fatta di vessilli e bandiere che godettero di speciale venerazione.
Se queste sono le consonanze, le differenze, secondo lo storico, sono così sintetizzabili: gli atti di violenza degli squadristi furono più frequenti di quelli delle sa; furono più efficaci visto che riuscirono a paralizzare meglio gli avversari socialisti; gli squadristi erano per provenienza sociale molto più borghesi dei loro omologhi tedeschi; nello squadrismo mancò l'antisemitismo che contraddistinse le camicie brune; infine, le squadre furono sotto il profilo formale meno rigidamente separate dal partito.
Complessivamente il lavoro di Reichardt aggiunge poco di nuovo a quanto già noto, ma il suo merito è quello di inquadrare i fatti sistematicamente attraverso un parallelismo finora inedito. Con una certa indulgenza verso le camicie brune e qualche omissione relativa ai fascisti, come gli attacchi a circoli cattolici, nel complesso l'opera è interessante soprattutto nella parte - meno scontata rispetto a quella relativa alla violenza e che indugia non poco sulla retorica che accompagna la figura del picchiatore fascista - dedicata alla composizione sociale delle due milizie, ai vissuti dei loro membri, nonché alle dinamiche interne ai gruppi. È da questa analisi, infatti, che emerge lo spaccato di due nazioni diverse che a un certo punto della loro storia offrirono ai giovani un'analoga via di identificazione politica.


(©L'Osservatore Romano - 12-13 aprile 2010)

Corea del Nord, inferno rosso. di Massimo Introvigne

Esce in Usa la raccolta dei reportage di Barbara Demick, la giornalista che ha bucato la cortina della dittatura di Kim Jong-il

di Massimo Introvigne

La Corea del Nord è il peggiore Paese del mondo dal punto di vista dei diritti umani. Su ventitré milioni di abitanti conta duecentomila prigionieri politici in campi 'di rieducazione' da cui di rado si esce vivi.
Almeno la metà, centomila, ci è finita perché sorpresa a praticare una qualche forma di religione. È permesso solo il culto messianico dell’attuale 'caro leader' Kim Jong-il e del padre Kim il-Sung (1912-1994), un vero e proprio nuovo movimento religioso su base comunista. Più di metà dei bambini muoiono prima di diventare adulti: 51,34%, la più alta percentuale del mondo. Da quando Kim Jong-il ha assunto la presidenza, i morti per fame sono intorno ai quattro milioni, in un Paese che non sarebbe privo di risorse naturali – ne ha perfino di più della ricca Corea del Sud – ma è gestito da un regime comunista inetto e paranoico. Il poco che si riesce a produrre è venduto per sostenere spese militari fra le più alte del mondo e mantenere il più grande esercito, in proporzione al numero dei cittadini, dell’orbe terracqueo.
Della Corea del Nord si sa pochissimo. Chi la visita è sempre accompagnato da due guide che si sorvegliano a vicenda, a vedere quasi solo quartieri della capitale Pyongyang costruiti a uso e consumo degli stranieri. Il velo è stato squarciato, da diversi anni, dagli articoli di una coraggiosa giornalista mondo buio, dove oltre all’illuminazione notturna è vietato internet, sono vietati i telefoni cellulari, la radio e la televisione sono piombate sui soli canali del regime, i giornali danno notizia quasi solo dei discorsi degli esponenti del partito – molti nordcoreani non conoscono ancora oggi i fatti dell’11 settembre 2001 – e a un certo punto si è pensato di vietare perfino gli orologi, anche se questi stanno cautamente ricomparendo.
L’elemento che domina le storie della Demick è la fame. La maggioranza dei familiari dei profughi che ha incontrato è morta di fame. Da scene di cannibalismo alla prostituzione di donne di ogni età per assicurarsi anche solo un pugno di riso dai militari o dai funzionari che ce l’hanno, il racconto è agghiacciante.
Non meno impressionante è la repressione: si rischia il campo di rieducazione e talora la pena di morte se si sorride a una battuta sul regime, del Los Angeles Times, Barbara Demick, premiati dall’organizzazione internazionale di giornalisti Overseas Press Club come i migliori testi al mondo nel campo dei diritti umani e ora raccolti in un volume, Nothing to Envy. Ordinary Lives in North Korea (Nulla da invidiare. Vite ordinarie in Corea del Nord, Spiegel & Grau, New York 2009). La Demick è stata più volte in Corea del Nord, ma ammette che non è da questi viaggi – con le solite due guardie del corpo – che ha capito come stanno le cose. È nelle regioni della Cina che confinano con la Corea del Nord dove arrivano i profughi, e nei quartieri di Seul dove vivono i fuggitivi dal Nord, che la giornalista ha potuto raccogliere una serie di storie terribili.
Il libro parte da un’esperienza che confesso di avere fatto anch’io. Per chi la sorvola in aereo la Corea del Nord è l’unico Paese di cui si vedono i confini. A Ovest e a Est c’è il mare, ma a Nord c’è la Cina e a Sud la Corea del Sud, che di notte brulicano di mille luci. La Corea del Nord rimane un 'buco nero', senza illuminazione di notte, salvo un puntino che indica la capitale Pyongyang o meglio il quartiere dove vivono il 'caro leader' e gli altri gerarchi del regime. Un non si piange al ricordo di Kim il­Sung, e soprattutto se ci s’interessa alla religione. Anche avere avuto un padre o un nonno cristiano porta a essere considerati di 'sangue impuro', cittadini di serie B per sempre.
Molti nordcoreani che non sanno nulla del mondo esterno ripetono una canzone obbligatoria secondo cui non hanno 'nulla da invidiare'.
Credono che altrove si muoia di fame come e peggio che nel loro Paese e che davvero il 'caro leader' faccia il possibile per loro.
Negli ultimi anni alcuni si procurano cellulari o radio clandestine con cui ricevono notizie dall’estero. Se si fanno scoprire, rischiamo la pena di morte; ma se sopravvivono la fuga diventa lo scopo della vita. Se riescono a fuggire in Cina quasi solo le Chiese e comunità cristiane li aiutano – in genere passando dalla Mongolia, il cui governo è disposto a dare una mano – a raggiungere la Corea del Sud. Dove la vita non è facile: ma la fede, che invano il governo nordcoreano ha cercato di estirpare totalmente, aiuta molti a cominciare una vita nuova, lontano dagli orrori di un regime che incredibilmente trova ancora in Occidente qualche difensore e ammiratore.
«Avvenire» del 10 aprile 2010

LA FRAGILITA’ DEI TIRANNI. La critica radicale alla modernità di due filosofi opposti ma amici, Leo Strauss e Alexandre Kojève

di Edoardo Camurri
Alla fine siamo convinti che, almeno
in questo caso (e purtroppo
non è l’unico), gli imbecilli abbiano
ragione. Per esempio quando scrivono:
“Di fronte a quest’assalto generale,
in quest’ultimo combattimento, alla
borghesia non sono rimaste molte
armi. Ed è per questo motivo che i
suoi filosofi, come i suoi padroni e i
suoi ministri, sono diventati ormai dei
filosofi ‘da combattimento’ che intrattengono
con i maestri del socialismo
scientifico (…) le stesse operazioni di
deviamento, se non di ‘provocazione’,
delle loro polizie nei confronti del
movimento operaio. (…) E’ arrivato il
tempo in cui la preoccupazione dominante
ed effettiva dei filosofi e dei letterati
borghesi è diventato il problema
seguente: ‘Come dev’essere la verità
perché i comunisti abbiano torto?
Come dev’essere Marx perché i comunisti
abbiano torto?’ […]. L’Hegel dei
nostri filosofi borghesi gioca attualmente
un ruolo importante in questa
operazione. Il loro Hegel deve mostrare
a tutti come deve essere il vero
Marx affinché: 1. I comunisti abbiano
torto; 2. La borghesia imperialista abbia
ragione di trattare i comunisti come
fa e di proseguire nella propria
politica di violenza”.
Dopo aver tolto un chilo di polvere
o forse due da questo brano apparso
in Francia nel 1950 sulla rivista militante
“La Nouvelle Critique”, e riferito
polemicamente all’opera del filosofo
hegelo-marxista Alexandre Kojève,
il lettore potrà forse intravedere
alcuni elementi di una spy story filosofica
mica da poco. Cosa succede se
si scopre che un filosofo mente? E’
possibile utilizzare la filosofia per
tentare di dirigere o di boicottare il
corso della storia?
Nietzsche invidiava san Paolo e lui
stesso, con lo “Zarathustra”, voleva
fondare una religione. Prima della Seconda
guerra mondiale un gruppo di
intellettuali come Bataille, Caillois e
Klossowsky diede vita a una società
segreta che aveva lo scopo di far riesplodere
il sacro dionisiaco nel mondo
attraverso il sacrificio umano
(com’è documentato anche grazie alla
testimonianza di uno studioso molto
distante da questo tipo di riflessioni,
Boris Souvarine: la vittima sacrificale
doveva infatti essere la sua ex fidanzata,
la poetessa Colette Peignot). Inutile
parlare di Platone e delle sue missioni
politiche a Siracusa. O delle cospirazioni
utopiche di Tommaso Campanella.
La filosofia, come l’umanità,
è altrettanto portata all’antropofagia
quanto alla critica della ragion pura.
E questa non è una novità. E’ però una
novità poter finalmente seguire anche
in Italia questo filo di pensiero attraverso
un libro indispensabile appena
pubblicato da Adelphi per la cura di
Gian Franco Frigo e la traduzione di
Davide De Pretto e Antonio Gnoli:
“Sulla tirannide” di Alexandre Kojève
e Leo Strauss.
Alexandre Kojève, nato in Russia
nel 1902, divenne cittadino francese
negli anni Trenta ed è stato uno dei
più enigmatici filosofi del secolo
scorso (ha praticamente inaugurato,
con una lettura paradossale ed enigmatica,
il ritorno della filosofia hegeliana
in Europa), ha predicato l’idea
della fine della storia e fu nominato
alto funzionario del ministero degli
Affari esteri francese (secondo alcuni
fu inoltre uno dei consiglieri segreti
di De Gaulle). Leo Strauss nacque
invece in Germania nel 1899 e
fuggì per le persecuzioni naziste negli
Stati Uniti nel 1938. Qui divenne,
all’Università di Chicago, un eruditissimo
studioso di filosofia politica con
un’idea molto chiara: esiste un conflitto
insanabile tra la filosofia e la
società; la pretesa di risolverlo è stata
la causa dell’avvento del nichilismo
che si è manifestato con l’avvento
dei due totalitarismi, quello nazifascista
e quello comunista, che hanno
massacrato il Novecento.
Strauss e Kojève erano molto amici.
Si erano conosciuti in Germania
quando erano ancora ragazzi; e per
tutta la loro vita ritennero di essere le
uniche persone con cui valesse la pena
parlare davvero. Testimonianza
della loro amicizia è per l’appunto
questo volume appena uscito per
Adelphi che raduna anche la loro corrispondenza
tra il 1932 e il 1965. E’ un
volume i cui temi, la discussione a
partire dal “Gerone” di Senofonte sul
conflitto tra filosofia e società, sulla
possibilità della filosofia di condizionare
la storia o di esserne asservita,
possono essere letti, come si è già detto,
come un’ardita spy story.
Si prenda per esempio questa frase
di Nietzsche che Leo Strauss cita in
un suo memorabile saggio su “Al di là
del bene e del male” e la si tenga come
punto di partenza: “Quanto sanno
essere maligni i filosofi? Non conosco
nulla di più velenoso dello scherzo di
Epicuro ai danni di Platone e dei Platonici:
li chiamò Dionysiokolakes. Questa
parola, secondo il suo contesto letterale
e il suo senso preminente, significa
‘adulatori di Dionisio’, dunque satelliti
dei tiranni e loro bassi piaggiatori:
ma soprattutto vuol anche dire
‘sono tutti commedianti, non v’è niente
di autentico’ (Dionysioskolax era una
designazione popolare del commediante)”.
Ecco, secondo quanto normalmente
si legge e si sostiene, Kojève
e Strauss dovrebbero essere due
Dionysiokolakes; ma per motivi opposti.
Banalizzando: perché Strauss è
considerato quasi unanimemente un
conservatore e il padre ispiratore della
politica dei neoconservatori americani
(ma dalla presidenza Ford fino a
George W. Bush, allievi di Leo Strauss
sono stati sempre presenti nelle Amministrazioni
politiche statunitensi in
posti di grande responsabilità), mentre
Kojève è visto come un hegeliano
di sinistra, addirittura, come lui stesso
diceva (ma con un’ironia patafisica
che, sebbene fosse notata da molti, pochissimi
presero sul serio come la cifra
caratterizzante del suo pensiero)
uno stalinista e, secondo alcuni documenti
segreti del governo francese,
addirittura una spia del Kgb.
Una lettura più spericolata dell’opera
di Kojève e Strauss, ed è una lettura
che non si può fare prescindendo
dalla “Tirannide”, potrebbe invece ribaltare
le opinioni storiograficamente
consolidate e rivelare una sorpresa:
come già avevano intuito quegli impolverati
della Nouvelle Critique,
Strauss e Kojève, invece di rappresentare
due posizioni radicalmente inconciliabili,
quella antica e quella
moderna, quella platonica e quella
hegeliana, condividerebbero invece la
stessa strategia politico-filosofica: la
messa in opera di una retorica filosofica
in grado di contrastare gli esiti totalitari
della modernità.
Come abbiamo già accennato, l’inquietudine
di fondo che guida il pensiero
straussiano è comune a gran
parte della filosofia del Novecento e
si basa su una radicale critica degli
esiti della modernità: la modernità si
inaugura con grandi aspirazioni
emancipatrici per concludersi con
l’avvento della tirannide del nazismo,
del comunismo e con la confisca nichilistica
e tecnologica dell’umanità
(Heidegger riassumeva questo processo
dicendo: “Alla fine della metafisica
sta la tesi: homo est brutum bestiale”).
E se questo è l’orizzonte da cui
prende avvio il lavoro di Leo Strauss,
bisogna anche dire che Strauss non si
è fermato alla ricostruzione storica e
filosofica di questo processo, ma ha
anche cercato di trovare una terapia
in grado di sconfiggere o di rallentarne
gli esiti. Ed è in questo senso che,
negli Stati Uniti del trentennio che va
dalla fine degli anni Quaranta all’inizio
dei Settanta, Strauss si è fatto portavoce
della filosofia politica antica,
cercando di ravvivare la condizioni
per una sua inedita riconsiderazione.
Ma qual è, riassumendo moltissimo,
la differenza tra antichi e moderni per
Strauss? Si potrebbe rispondere: è
una differenza di audacia; i moderni
hanno osato quello che gli antichi sapevano
non andava fatto: hanno voluto
dissolvere la differenza tra le istanze
della Filosofia e quelle della Città.
Hanno ritenuto, insomma, di poter popolarizzare
la sapienza nascosta della
filosofia, e cioè il sapere che rende
impossibile ogni sapere, il non sapere
che tutto relativizza; la temibile consapevolezza
dell’infondatezza che da
sempre pulsa all’interno della filosofia;
l’innominabile da cui andava protetta,
a tutti i costi, la Società.
La Filosofia distrugge i fondamenti
su cui si basa la Città senza poterli sostituire
con una fondazione teoretica.
La conseguenza è che la filosofia, in
questo caso quella antica, quella di
cui Strauss si è fatto portavoce, si trova
obbligata a inventare per la Città
una costruzione retorica che media
tra i desideri dei migliori e i desideri
di tutti. La Filosofia deve mentire e offrire
alla Città, in cambio della propria
sopravvivenza, l’apparenza di
una conoscenza edificante.
Lo scopo segreto di Kojève, apparentemente
un sostenitore della modernità,
almeno così come l’ha descritta
Strauss, è invece quello di mostrare
come quella di Hegel sia l’opera
fallita di un Dionysioskolax. Kojève
fa dipendere la verità di Hegel dal
successo personale di Hegel come uomo
della propaganda e come cortigiano
di Napoleone. Hegel, nella visione
di Kojève, non è un filosofo, ma un
megafono del potere. Il Sapere assoluto
della modernità, cioè il Sapere così
come Hegel e i marxisti lo rappresentavano,
si scopre identico a un programma
politico. E Kojève arriverà a
mostrare come a un massimo di autocoscienza
(la fine della storia e il sapere
assoluto proclamati da Hegel con
l’avvento dello stato napoleonico,
preannuncio dello stato universale e
omogeneo vagheggiato dall’utopia comunista)
corrisponda invece l’impossibilità
della vita stessa se non il suo
annullamento. L’uomo moderno all’apice
del suo successo, dice Kojève, è
identico all’animale; è una sfera opaca
e muta; un idiota come l’ultimo uomo
di cui Nietzsche si burla nello “Zarathustra”.
La situazione kojèviana diventa
così sovrapponibile a quella
straussiana: nel momento in cui i moderni
abbandonano la prudenza, e
cioè l’uso delle nobili menzogne, per
una popolarizzazione e una diffusione
della filosofia al fine di conciliare Filosofia
e Città, si creano le condizioni
per rendere impossibile la vita e il
pensiero umani, lasciandoli entrambi
in balia, senza possibilità di contrasto,
della tirannide più disumana. Strauss
sostiene (con Kojève) il punto di vista
di Nietzsche: la verità della Filosofia
è la morte della Città: “Per Nietzsche
l’analisi teoretica della vita umana,
che pone la relatività di tutte le visioni
del mondo e in tal modo le esautora,
renderebbe impossibile la vita
umana stessa, perché distruggerebbe
l’atmosfera protettiva, dentro la quale
soltanto è possibile una vita, una cultura,
un’azione. […] Per sfuggire al pericolo
che sentiva incombere sulla vita,
Nietzsche poteva scegliere tra due
vie: egli poteva insistere o sul carattere
strettamente esoterico dell’analisi
teoretica della vita – cioè restaurare
la nozione platonica del “nobile inganno”
– o rigettare la possibilità di
una teoria vera e propria, e concepire
così il pensiero come sostanzialmente
asservito e dipendente dalla vita o dal
destino”, scrive Strauss in “Diritto naturale
e storia”. Volendo provare ulteriormente
a forzare il discorso, si potrebbe
dire che la differenza tra
Strauss e Kojève sia soltanto una differenza
di pubblico. Kojève indossava
gli abiti dell’hegeliano a causa del
contesto in cui si trovava a operare.
Scrive per esempio a Leo Strauss il 29
marzo del 1962: “Qualche giorno fa ho
tenuto una conferenza sulla dialettica
al Collège philosophique di Jean
Wahl. (…) E’ stato terribile. Si sono
presentati più di 300 giovani, si è dovuta
cambiare sala, e ciò nonostante
la gente era seduta per terra. Se si
pensa che una cosa del genere capita
solo per le conferenze di Sartre! (…)
Ma la cosa peggiore è stata che tutti
questi giovani scrivevano qualsiasi cosa
dicessi. Ho cercato di essere il più
paradossale e provocatorio possibile.
Ma nessuno si è scandalizzato, nessuno
ha pensato di protestare”.
In qualche modo, si può dire che la
retorica scelta da Kojève ricordi, in
direzione inversa, quella di Machiavelli
nei confronti di Livio. Per dirla
ancora con Leo Strauss: “I lettori di
Machiavelli, essendo seguaci di modi
e ordini stabiliti, sono contrari ai modi
e ordini che egli raccomanda. Egli
deve quindi invocare dei princìpi
con i quali i lettori saranno d’accordo.
Apprendiamo dalla prefazione al
primo libro che questi lettori, a parte
l’essere seguaci di modi e ordini stabiliti,
sono anche ammiratori dell’antichità
classica. C’è un pregiudizio in
favore dell’antichità classica che Machiavelli
può invocare”. E’ la stessa
impressione iniziale che Kojève cerca.
Kojève si serve del pregiudizio in
favore della modernità dei suoi lettori
e, come il Machiavelli di Strauss,
invoca e seduce il suo pubblico per
reintrodurre modi e ordini nocivi alla
modernità. Il fine, come si è già
detto, è di preparare un lavoro filosofico
che, celebrando in superficie la
modernità al suo culmine, contenga
in profondità i semi della propria autodistruzione
cercando di aggirare
proprio quegli stessi ammiratori a
cui il suo lavoro filosofico è principalmente
diretto. Kojève fa a Hegel
quello che uno degli ultimi filosofi
neoplatonici fece a Dionigi Areopagita
al fine di bloccare l’avanzata del
cristianesimo; scrive Kojève in una
nota al suo terzo volume dell’“Essai
d’une histoire raisonnée de la philosophie
païenne”: “Damascio ha riconosciuto
insieme l’impossibilità di
superare il Sistema procliano nel
quadro del Paganesimo e di eliminare
le sue contraddizioni. Ma ha rifiutato
di credere che una nuova filosofia,
trasformabile in Sistema del Sapere,
potesse essere elaborata sulla
base del Cristianesimo. Più esattamente
non voleva crearla. Per assicurarselo
sembra che abbia cercato di
imprigionare in anticipo la futura filosofia
cristiana nei quadri sterilizzanti
procliani, presentando alla posterità
il Sistema di Proclo sotto le ali
di un’autorità cristiana incontestabile,
cioè di Dionigi l’Areopagita”.
Il virus inoculato nel tempio trionfale
della modernità agisce ormai da
tempo. I risultati di quest’infezione sono
piuttosto evidenti.
E la chiacchiera postmoderna è diventata
il corpo malato del grande discorso
moderno che in passato fu ambiziosissimo
tiranno.

© Copyright Il Foglio 27 marzo 2010

«Ci mostrarono i martiri della libertà, ma erano cadaveri vecchi di mesi» Ricordo bene. Quattro notti a Natale.

Ricordo bene. Quattro notti a Natale. Un Natale lontano, ma indimenticabile. Quello di vent’anni fa. Quello senza più Muro di Berlino. La cortina di ferro però è ancora in piedi e da dietro quel recinto arrivano voci e rumori. Li ascolti alla radio tra luminarie e regali di Natale. È mercoledì 20 dicembre 1989. Alla periferia di Timisoara Laszlo Tokes, un pastore calvinista della minoranza ungherese, ha criticato il regime, ha ricevuto un foglio di via. Una folla infuriata ha sbarrato il passo alla polizia, impedito la deportazione del prete. Poi è il caos mediatico. Le radio raccontano di scontri, carri armati, morti nelle strade. La resa dei conti arriva il 21 dicembre. A Bucarest Nicolae Ceausescu si rivolge alla popolazione in diretta tv, ma il popolo rumoreggia. La folla lo insulta, il conducator cerca di replicare, la voce della piazza lo sovrasta, lo costringe a rifugiarsi nel palazzo.
A quel punto è ora di partire. Ho 29 anni, da sei giro le guerre del mondo. Il 22 dicembre discendo in macchina la Jugoslavia mentre le radio diffondono notizie fuori controllo. Il numero dei morti della rivolta di Timisoara si moltiplica, mille, duemila, diecimila. A sera 60 mila. Un inferno, un ecatombe in terra. Ricordo la sbarra di frontiera. Una stanga di cemento, gialla rossa e blu come la bandiera, guardata da militi senza parole, fantasmi senz’anima, corpi senza espressione nascosti sotto colbacco, pastrano e kalashnikov. Le ultime guardie, dell’Europa comunista. Silenziose, inerti in una notte tetra, in un gelo da fine imminente. Qualcuno ancora non lo capisce. Davanti a noi una sola auto, ma due improbabili, testardi turisti italiani. Sventolano pacchi di collant, corrono dalle amiche romene decisi a rubare le ultime ore di sesso socialista. Uno dei due non tornerà, freddato giorni dopo da un misterioso colpo di fucile. All’alba la sbarra si alza, la Romania prende forma. Una sterminata campagna dove militari e mondo nuovo si dividono strade e posti di blocco. I soldati ti scrutano inerti dai baveri dei pastrani, ti liquidano con l’espressione di chi preferisce non sapere. Dietro a loro avanza un’umanità stracciona e infreddolita armata di fucili da caccia ricoperta da pellicce di pecora. Circondano le auto straniere, sventolano bandiere bucate, depurate dai simboli del comunismo, salutano festosi in cambio di un segno di vittoria.

La regia invisibile della reazione
Il paese è un limbo e Timisoara ne è il cuore. La piazza principale è occupata da tank e soldati. I civili sono pochi, esitanti. Di tanto in tanto risuonano gli spari dei cecchini. Ronzano sulle teste dei passanti, dei soldati, di giornalisti e fotografi. Ad ogni sparo la gente urla: «Securitate, Securitate!». È lo slogan del giorno. Il nome della polizia segreta ripetuto ad ogni sparo contiene il senso degli eventi e di una regia invisibile. «La Securitate difende Ceausescu e i suoi uomini», spiega la gente. «Sparano contro tutto e tutti». Perché? Nessuno lo sa spiegare. «Sparano e basta», dicono. Sparano contro i soldati, contro i rari passanti, contro i giornalisti appena arrivati. Sparano da palazzi e case, individuarli e prenderli non dovrebbe essere difficile, ma nessuno sembra volerlo fare. Chi comanda a Timisoara? Forse il popolo come dicono. Forse nessuno. Forse sempre gli stessi. Nelle strade vedi uomini picchiati, aggrediti, trascinati via su misteriosi camion. Anche in questo caso il grido «Securitate, Securitate» spiega tutto. «Sono – ti dicono – membri della polizia segreta riconosciuti e trascinati via». Sì ma da chi? Quello è un mistero. A Timisoara si fanno chiamare “Comitato di salute pubblica”. Sono chiusi nel Teatro dell’opera. Sono i nuovi signori. Organizzano conferenze stampa, denunciano la cattura di terroristi palestinesi, cinesi e di misteriosi altri stranieri reclutati dalla ubiqua Securitate. Quando chiedi di vederli, intervistarli, nessuno risponde. Intanto è scomparso anche Laszlo Tokes, il prete della prima rivolta. Di lui dicono solo: «È un agente degli ungheresi». Insomma una spia.
Alla sera mi portano a Saracilur, il cimitero dei poveri, davanti ai corpi dissepolti di una fossa comune. A sentir loro sono le vittime della grande rivolta. A guardar bene sono venti poveri resti decomposti rimasti sottoterra almeno qualche mese. Si parla di una fossa comune con 4.600 cadaveri, ma questa è l’unica offerta ai giornalisti. La mattina del 23 dicembre giro gli ospedali. Se nelle strade hanno contato 60 mila o anche solo 4.600 caduti, le corsie devono strabordare di feriti. Invece sono poche decine, arrivati negli ultimi giorni, tutti colpiti dai misteriosi cecchini appostatati sui tetti. Sui pavimenti di marmo dell’obitorio conto una decina di corpi insanguinati. Orribili, ma inadeguati alla tragedia delle cifre. La notte del 24, vigilia di Natale, sono al Teatro dell’opera, quartier generale degli insorti. All’improvviso siamo sotto attacco, sparano dalle vie circostanti, dalle finestre e dai balconi. A guardare e sentire bene non sembrano arrivare proiettili, ma quelli del Comitato di salute pubblica per non sbagliare combattono per venti minuti contro i fantasmi. Subito dopo uno dei capi del Comitato viene arrestato, accusato di essere un infiltrato della Securitate. A mezzanotte arriva da Bucarest Burlaco Teodori. È un rappresentante del Fronte di salvezza nazionale, l’organizzazione guidata da Ion Iliescu, un burocrate comunista epurato dal comitato centrale nel 1971, che ha appena preso il controllo di Bucarest. A dar retta a Burlaco Ceausesecu è nelle loro mani, ma non viene mostrato in pubblico per evitare che venga ucciso. Gli unici a volerne la morte sono, in verità, loro. A farlo capire contribuisce oggi il racconto dell’ex paracadutista Dorin-Marian Cirlan, uno dei tre uomini responsabili, la mattina successiva, dell’esecuzione di Nicolae Ceausescu e della moglie Elena. Il giorno di Natale la sua unità viene portata in elicottero a Tirgoviste, dove ad attenderla c’è il generale Victor Stanculescu, nuovo viceministro della Difesa rivoluzionario. «Il generale Stanculescu sta preparando un tribunale militare speciale per processare la coppia. Se ci sarà una condanna a morte – chiede – sarete pronti a metterla in atto?». Il processo dura un minuto e 44 secondi, poi Cirlan si ritrova la coppia davanti alla canna del kalashnikov. «Piangevano come bambini», ricorda. «Lei disse: “Rispettate almeno il nostro amore; non fatemi guardare mentre lo uccidete, fatemi morire insieme a mio marito”». Il generale in quel momento dà l’ordine: «Metteteli al muro». «Improvvisamente – ricorda Cirlan – vedo solo degli esseri umani. Lui ha un aspetto spaesato. Mi guarda dritto negli occhi e grida: “Lunga vita alla Repubblica socialista romena! La storia mi renderà giustizia!”, poi comincia a cantare l’Internazionale. In quel momento arriva l’ordine e noi tre apriamo il fuoco, di botto. Lo uccidiamo mentre sta ancora cantando». Ventiquattro ore dopo a Timisoara e Bucarest la paura è finita. I misteriosi terroristi della Securitate non sparano più. D’improvviso i negozi di Stato, dove da giorni non si trova nulla, si riempiono di pagnotte, latte e uova.

Sette minuti di dubbi in tv
Quarantotto ore dopo sono a Lugano nella sede della Televisione Svizzera Italiana. Sono uno dei pochi ad aver documentato e filmato le vicende di Timisoara. Vogliono un pezzo vibrante sulla rivoluzione. Un racconto appassionato sul popolo in lotta per la libertà. Confesso. Nelle mie cassette non c’è nulla che parli di rivoluzione o lotta di popolo. Solo tanti dubbi. Il caporedattore mi guarda stranito. «Come ti passa per la mente di mettere in dubbio la rivoluzione? In fondo ne parlano stampa e televisioni di tutto il mondo». «I conti non tornano», gli dico. Discutiamo fino a mezzanotte. Io non faccio mezzo passo indietro. Lui neppure.
I miei sette minuti di reportage vanno in onda lo stesso. Si chiudono con la domanda: «Sarà stata vera rivoluzione?». Settimane dopo arriva il bilancio ufficiale: 1.104 morti in tutta la Romania. Mesi dopo la conferma di una trama disegnata a Mosca per eliminare il conducator poco allineato, sostituirlo con una nomenklatura più adeguata ai tempi, con un’apparente socialdemocrazia pronta ad allinearsi al nuovo corso gorbacioviano inneggiando a perestrojka e glasnost. Vent’anni dopo continuano a chiamarla rivoluzione, ma è stata solo miraggio.

http://www.tempi.it/

La giornata del perfetto chávista inizia con una doccia di tre minuti. utte le regole imposte in Venezuela (compreso il farsi)

di Maurizio Stefanini
Tratto da Il Foglio del 29 ottobre 2009

Ne “Il dittatore dello stato libero di Bananas” di Woody Allen, Castrado decretava che la lingua ufficiale era lo svedese, che la biancheria intima andava portata sopra ai vestiti e che tutti i minori di 18 anni li avrebbero avuti all’istante.

In Venezuela, già dal primo gennaio del 2008 si iniziava la giornata a un orario che non trova corrispondenza in nessun’altra parte del mondo, e che differisce da quello di Greenwich non di un intervallo tondo, ma di tre ore e mezza. “E’ una questione di metabolismo, il cervello umano è condizionato dalla luce solare”, spiegò Hugo Chávez. Ora ci sono altre importanti disposizioni sulle primissime cose che il vero rivoluzionario dovrà fare subito dopo essersi alzato: la doccia in 180 secondi. “Mi sono cronometrato – ha detto il presidente venezuelano – tre minuti sono più che sufficienti, e non resto puzzolente. Un minuto per bagnarsi, un minuto per insaponarsi e un minuto per sciacquarsi. Il resto è spreco”.

Le stringenti direttive del presidente venezuelano hnascono dalla scarsità micidiale di acqua e elettricità: un po’ per colpa di un’impietosa siccità, molto di più per l’assoluta mancanza di manutenzione e investimenti. “Chiudete l’aria condizionata”, è stata dunque la prima disposizione. Dopo essersi definito “bolivariano” e aver poi inventato l’etichetta del “socialismo del XXI secolo”, il caudillo ha scelto questa occasione per cancellare infine anche il fattore K. Lui è comunista, il comunismo è il suo modello, e all’etica comunista non può sperare di conformarsi chi non segue le sue sempre più stringenti prescrizioni. “C’è gente che si mette a cantare sotto la doccia per mezz’ora. Che razza di comunismo è questo?”.

Fatta la doccia in tre minuti, il vero rivoluzionario dovrà poi vestire rigorosamente di rosso. Nei posti di lavoro pubblici, ad andare in azzurro o in bianco si rischia il licenziamento in tronco. Poi il vero rivoluzionario deve stare attento a cosa mangia a colazione. Mentre aumentava in patria il giro di vite su McDonald’s e Coca Cola, l’ambasciata venezuelana in Libano – in collaborazione con Hezbollah – ha lanciato a Beirut un ristorante “Hugo” con i camerieri in basco rosso, e menu conformi all’etica bolivariana. Shawarma de chigüire, che sarebbe un kebab di capibara (un roditore gigante sudamericano). Chicha andina: birra di mais, orzo e ananas. Guayoyo: caffè annacquato con succo di canna da zucchero. Una catena “Ristoranti Popolari Chávez” è stata annunciata anche in Venezuela: per permettere ai militanti bolivariani di “festeggiare il giorno di San Valentino” senza arricchire “i nemici della Rivoluzione”.

Il vero rivoluzionario, poi, non gioca a golf. Non guarda in tv le telenovelas o i Simpson, ma “Aló Presidente” e i cartoni animati con gli eroi dell’epopea di Bolívar. Può ancora imparare l’inglese, ma è pure meglio che cominci a impratichirsi in uno dei corsi di farsi che stanno aprendo in tutto il Venezuela, in onore dell’“Alleanza tra rivoluzioni” con l’Iran. Il vero rivoluzionario non regala ai bambini Big Jim ma il pupazzo di Chávez parlante, doppia versione borghese e in divisa: e lo fa portare da Gesù Bambino, non da quel “gringo” di Babbo Natale.