DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Incesto e relativismo

Il Consiglio degli Stati della Confederazione elvetica, ovvero la Camera Alta del parlamento svizzero, ha proposto una legge per depenalizzare l’incesto, data la sua attuale marginalità.

Sì, una delle ragioni per cui si è ritenuta «obsoleta» quella fattispecie penale risiede, per i promotori della legge, nel fatto che secondo l’Ufficio federale di statistica, tra il 1984 e il 2007, sono stati registrati solo tre o quattro casi d’incesto all’anno. Ora, a prescindere dal fatto che il carattere penale di una norma non può dipendere dal numero di volte cui viene violata (anche l’omicidio in Svizzera è fortunatamente un evento abbastanza raro, ma non per questo qualcuno si sogna di ipotizzarne l’abrogazione), e senza considerare la difficoltà che nasce dall’accertamento di un simile reato, soprattutto se consumato privatamente da persone adulte consenzienti, resta da comprendere il perché di una simile iniziativa.

Se appare scontata la reazione di Barbara Schmid Federer del Partito Cristiano Popolare che ha definito la proposta «ripugnante», interessante appare, invece, il punto di vista del parlamentare e giurista Daniel Vischer del Partito dei Verdi, il quale ha parlato dell’incesto come di «una questione morale, a cui, però, non si può dare una risposta di carattere penale». Vischer ha anche affermato che personalmente non vede nulla di male nella libera scelta di avere rapporti sessuali fatta due adulti consenzienti anche se consanguinei, e che se tali rapporti possono ingenerare in qualcuno perplessità di ordine etico, bisogna sempre tener presente che «il codice penale non serve per risolvere problemi di natura morale».

E qui sta il punto. Questo ragionamento rappresenta quello che gli inglesi definiscono, con un’efficace espressione, una slippery slope, un pericoloso piano inclinato in cui, alla fine, nel frullatore del giustificazionismo relativista rischia di finirci di tutto, persino la pedofilia (non è un orientamento sessuale come un altro?), il cannibalismo, la nudità, eccetera.

Il caso svizzero mi ha colpito anche perché ha destato un certo scalpore a livello internazionale. Scalpore che però non si è notato quando nel Senato della Repubblica italiana, il 14 ottobre 2008, è stato presentato un analogo disegno di legge (S. 1155) avente per oggetto l’abrogazione del reato di incesto e dei reati contro la morale familiare, a firma dei senatori radicali Donatella Poretti e Massimo Perduca. Nella relazione al disegno di legge – che il 10 novembre 2008 è stato assegnato alla 2ª Commissione permanente (Giustizia) in sede referente – i proponenti giustificano l’iniziativa sull’assunto che il reato d’incesto «crei confusione tra peccato e reato, tipica di leggi di Stati confessionali e non laici come il nostro», arrivando a citare espressamente – ed a sproposito – il Presidente della CEI mons. Bagnasco.

Dagli anni ‘70, del resto, esiste un tentativo ideologico di sdoganare il tabù dell’incesto in nome della liberalizzazione sessuale. Già l’attivista Shulamith Firestone, una canadese di origini ebraiche icona del movimento radicale femminista in quegli anni (fu tra i fondatori del New York Radical Women, del Redstockings, e del New York Radical Feminists) nel suo famosissimo best seller The Dialectic of Sex (1970), sintesi in salsa femminista delle idee di Sigmund Freud, Wilhelm Reich, Karl Marx, Frederick Engels, e Simone de Beauvoir, riteneva che con l’erosione della famiglia e l’eliminazione dei tabù relativi all’incesto ed alla repressione sessuale (considerati conseguenze inevitabili della vita familiare), sarebbe finalmente nato qualcosa di nuovo.

La psicosessualità al potere – secondo la Firestone – avrebbe dato vita ad un nuovo tipo di amore, un amore veramente libero, e con esso la possibilità di un vera felicità.

Più esplicito è stato lo psicologo Americano Wardell Baxter Pomeroy nel suo controverso libro A New Look at incest (1977), una nuova visione dell’incesto, in cui la teoria a favore dei rapporti sessuali tra consanguinei si spinge davvero avanti:

Possiamo registrare molte relazioni sessuali serene e reciprocamente appaganti tra padri e figlie. Questi possono essere occasionali o duraturi, ma non hanno alcun effetto negativo (…). L’incesto tra adulti e giovani può rappresentare un’esperienza capace di soddisfare ed arricchire (…). Quando sussiste una mutua e sincera attenzione per l’altra persona, piuttosto che un atteggiamento di egoistico possesso focalizzato sul proprio godimento sessuale, allora la relazione incestuosa può davvero funzionare perfettamente. L’incesto può arrivare ad essere una piacevole, innocua e persino arricchente esperienza.

Alquanto significativo, poi, è che il libro del dottor Pomeroy sia stato promosso e consigliato dall’International Planned Parenthood Federation (IPPF) – di cui lo stesso Pomeroy è stato prestigioso membro –, una potente organizzazione abortista mondiale con sede a Londra e presente in 189 Paesi, specializzata, fin dal 1952, nella pianificazione familiare (rectius contraccezione ed aborto), che riceve finanziamenti pubblici per progetti speciali dalla Commissione Europea e dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, e che collabora con diverse istituzioni internazionali, tra cui l’UNICEF, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica, e così via.

Questo il clima culturale e la potenza di fuoco che sta dietro chi sponsorizza la legalizzazione dei rapporti sessuali tra consanguinei.

Eppure l’incesto – il cui nome deriva dal latino in-castus, impuro – è pratica ripudiata pressoché da tutti i popoli di ogni latitudine, periodo storico e cultura, un tabù prevalentemente dettato dalla preoccupazione per la difesa della specie umana, in senso sociale piuttosto che biologico. Per questo la Chiesa cattolica, ad esempio, ha sempre condannato l’incesto per la sua intrinseca capacità di corrompere le relazioni familiari e segnare un regresso verso l’animalità. Ed è per questo che la società può ben difendersi con l’arma della sanzione penale.

Nel suo saggio Le strutture elementari della parentela (1949) l’antropologo e filosofo francese Lévi-Strauss affronta questo delicato tema legandolo alla relazione che corre tra l’esistenza biologica e l’esistenza sociale dell’uomo, ed arrivando ad affermare che «la proibizione dell’incesto costituisce il passo fondamentale grazie al quale, per il quale, e soprattutto nel quale si compie il passaggio dalla natura alla cultura». Quest’ultima affermazione la dice lunga sul passaggio evolutivo della società che i liberalizzatori dell’incesto intenderebbero propugnare.



I giovani e il relativismo morale Le difficoltà e le opportunità della futura generazione

di Carl Anderson*


NEW HAVEN (Connecticut), mercoledì, 14 aprile 2010 (ZENIT.org).- Venticinque anni fa, Papa Giovanni Paolo II inaugurava la Giornata mondiale della gioventù, da svolgersi nella Domenica delle Palme di ogni anno. Il Papa aveva compreso – come lo ha compreso Benedetto XVI – che il futuro della Chiesa dipende dai giovani, dalla futura generazione di cattolici siano essi genitori, sacerdoti oppure religiosi.

Ma entrare in contatto con la nuova generazione non è sempre facile, soprattutto quando i giovani sono inondati di messaggi che li spingono verso una visione “relativistica” della morale, verso un sistema di valori in cui i valori fondanti sono scelti in modo soggettivo e non sono considerati universalmente validi.

È proprio questa interpretazione relativistica della vita di cui Papa Benedetto XVI aveva parlato nei giorni immediatamente precedenti la sua elezione, mettendo in guardia dalla “dittatura del relativismo”.

Certamente il problema del relativismo esiste tra i giovani di oggi. Secondo un recente sondaggio, svolto dai Cavalieri di Colombo in collaborazione con il Marist Institute for Public Opinion, l’82% dei cattolici tra i 18 e i 29 anni considerano la morale come “relativa”.

Si tratta di un numero sconcertante, ma fortunatamente è più un dato statistico che una realtà effettiva. Anzitutto, la maggioranza dei cattolici “praticanti” non è d’accordo. In secondo luogo, l’82% che si considera relativista, in realtà non applica in modo sistematico il relativismo alle questioni morali.

Quando sono stati messi di fronte a una serie di questioni morali, gli stessi giovani cattolici sedicenti relativisti hanno considerato questioni come l’aborto o l’eutanasia come “moralmente sbagliate”, mentre avrebbero potuto classificarle come “questioni non morali”, come avrebbe logicamente fatto un vero relativista.

Incongruenze

Il relativismo, diversamente dalla verità, conduce proprio verso questo tipo di pensiero incongruente e dunque non può rappresentare in definitiva una filosofia di vita esaustiva.

Papa Benedetto XVI ha continuamente cercato di offrire un messaggio di verità, in grado di superare il fascino del relativismo. In occasione della XXV Giornata mondiale della gioventù, il Pontefice si è rivolto ai giovani radunati in Piazza San Pietro per la Messa della Domenica delle Palme incoraggiandoli ad una vita fondata sulla verità.

Durante l’Angelus successivo alla Messa, egli ha fatto appello “alla nuova generazione, a dare testimonianza con la forza mite e luminosa della verità, perché agli uomini e alle donne del terzo millennio non manchi il modello più autentico: Gesù Cristo”.

La verità, nella persona di Gesù Cristo, è il fondamento per una testimonianza di fede. È un’affermazione semplice ma allo stesso tempo profonda.

Per dare testimonianza alla verità che è Cristo, occorre avere un rapporto personale con lui. Come aveva sottolineato dieci anni fa l’allora cardinale Joseph Ratzinger, rivolgendosi ai catechisti e agli insegnanti di religione, l’arte di vivere “la può comunicare solo chi ha la vita - colui che è il Vangelo in persona”.

Non possiamo pensare di cambiare la cultura o di influenzare le persone se noi stessi non diamo autentica testimonianza a Cristo, conoscendolo personalmente. E non possiamo pretendere dai giovani di dare testimonianza ai propri coetanei, senza avere prima sviluppato un rapporto con Cristo che possa essere presentato in modo autentico.

La Domenica delle Palme, il Papa ha anche ribadito “a tutti i giovani e le giovani [...] che l’essere cristiani è un cammino, o meglio: un pellegrinaggio, un andare insieme con Gesù Cristo. Un andare in quella direzione che Egli ci ha indicato e ci indica”.

Questo non significa che sia facile per i giovani essere cristiani di fronte ai propri coetanei.

Non abbiate paura

Il Papa riconosce questa difficoltà quando dice: “non temete quando il seguire Cristo comporta incomprensioni e offese. Servitelo nelle persone più fragili e svantaggiate, in particolare nei vostri coetanei in difficoltà”. Un messaggio che per molti versi può essere condiviso dai giovani.

Chi – persino tra i più relativisti – potrebbe rifiutare o non essere toccato dalla testimonianza di un proprio coetaneo che cerca di aiutare chi è in difficoltà? È la predicazione con le opere, più che con le parole, che spesso può dare i maggiori frutti.

Il messaggio cristiano di amore a Dio e al prossimo è, invece, coerente e appagante. Tuttavia, ciò di cui il messaggio ha bisogno, per essere accolto da coloro che cercano risposte alla loro vita, è la concreta testimonianza dei propri coetanei e delle generazioni precedenti.

Solo alla luce della verità, la Passione di Cristo può avere un senso. Dal punto di vista relativistico, la morte di Cristo per gli altri è priva di senso – a meno che non sia morto per se stesso – poiché il resto dell’umanità non avrebbe bisogno né di lui, né della sua salvezza.

Il compito nostro è di portare la verità a quei giovani cattolici che la cercano, a quei due terzi degli intervistati nel citato sondaggio, che si sono dimostrati desiderosi di approfondire la propria fede.

Nel dare testimonianza alla passione, morte e resurrezione di Cristo, accogliamo quell’amore a Dio e al prossimo per poterlo effettivamente condividere con i nostri coetanei e con le future generazioni.

Facciamo nostre le parole di San Francesco: “Predicate il Vangelo, e se è proprio necessario usate anche le parole”.


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Carl Anderson è il Cavaliere supremo dei Cavalieri di Colombo e autore di bestseller secondo la classifica del New York Times.

Dietro gli attacchi, il relativismo delle "anime morte"



lunedì 12 aprile 2010

Angelo Campodonico

Perché si attacca la Chiesa prendendo spunto dalle accuse riguardanti i casi di pedofilia? Non solo, giustamente, per le violenze e le incoerenze morali dei suoi uomini che devono essere denunciate e che sono anche il segno di una più generale rilassatezza dei costumi. Queste, però, per quanto gravi e in questo caso gravissime, non costituiscono un’obiezione radicale alla natura stessa della Chiesa e alla sua funzione storica. Che cosa c’è di più in questi ripetuti attacchi?

In un momento storico in cui si assiste ad una forte domanda di educazione e la Chiesa con la sua secolare tradizione continuamente rinnovata sembrerebbe a molti un’agenzia particolarmente abilitata tale scopo, si vuole implicitamente suggerire che, se la domanda di senso o domanda religiosa è pienamente giustificata, il giudizio, l’opzione, la certezza in materia religiosa non lo sono. La certezza produrrebbe inevitabilmente violenza. La violenza del fondamentalismo islamico a partire dalle “due torri”, la storia dell’intolleranza cristiana e - nonostante la differenza di ambiti - anche i fatti più recenti riguardanti la pedofilia ne sarebbero la conferma storica. Una volta che si è entrati nel “gruppo”, si è presi dalla sua logica autodifensiva. Della Chiesa non ci si può fidare, come a rigore non ci si potrebbe fidare di nulla al di fuori della propria ragione individuale.

Non si distingue volutamente fra certezza che nasce dall’esperienza e che non ha paura dell’altro e certezza ideologica che teme l’altro e la sua novità. Il suggerimento implicito è quello di restare “sulla soglia” criticamente, “da adulti”, senza giudicare e senza scegliere. Charles Taylor ha bene individuato questa tendenza in L’età secolare, come tratto fondamentale del secolarismo contemporaneo. Ma è possibile non scegliere? No, non si può restare sulla soglia, senza impegnarsi con alcuna ipotesi di vita. In primo luogo non si può educare senza comunicare certezze sperimentate. Ed educare bisogna. Anche chi dubita, infatti, comunica la certezza in nome di cui dubita.

In secondo luogo non scegliere significa comunque scegliere. La razionalità dell’uomo come egli stesso, infatti, è sempre in situazione, prende sempre partito, perché strutturalmente dipende. Si tratta di quel peso (pondus) dell’amore di cui parla Agostino e che non si può mai disattivare. Perciò non scegliere significa, pur sempre, scegliere per le mode culturali diffuse nella società e propagandate dai mass-media e dal potere dominante in un determinato momento storico. Oggi, di fatto, significa acconsentire al nichilismo. Come osserva acutamente Agostino nelle Confessioni, “il fasto della vanità, i piaceri della sensualità, il veleno della curiosità sono i sentimenti dell’anima morta. L’anima non muore perdendo ogni sentimento; muore allontanandosi dalla fonte della vita (Cf. Ger 2,13). Il secolo passando la raccoglie, e (l’anima) si uniforma ad esso”.


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Il sociologo Belardinelli: «Riscopriamo la verità, come chiede Benedetto XVI. Anche imparando dagli Illuministi»

Assieme al filosofo Ciancio e al teologo Salmann giovedì sarà a Bergamo per discutere dell'«Insignificanza di Dio?»

Carlo Dignola

Sergio Belardinelli insegna Sociologia dei processi culturali ed educativi all'Università di Bologna. Giovedì sera (ore 20,30) prenderà parte a una tavola rotonda organizzata al Centro congressi Giovanni XXIII dal Centro universitario Sant'Andrea e dall'Istituto superiore di Scienze religiose di Bergamo. Con lui dialogheranno il filosofo Claudio Ciancio, dell'Università del Piemonte orientale, e il teologo Elmar Salmann della Gregoriana di Roma. Il titolo dell'incontro è un po' provocatorio, soprattutto se si fa finta di non aver visto quel punto di domanda messo alla fine: «Insignificanza di Dio?».

Belardinelli è un marchigiano di formazione mitteleuropea, che ha collaborato con il cardinale Camillo Ruini al Progetto culturale della Cei. Figlio di una madre cattolica ma anche di un padre artigiano di convinta fede repubblicana, vive tutt'ora a Pergola, nel Pesarese, dove – come ha notato Il Foglio – «pullulano le lapidi dell'antico Stato pontificio ma nella piazza principale troneggia ancora un sapido memento anticlericale» in cui si legge: «Prima nelle Marche/ aborrendo il potere temporale dei Papi/ Pergola insorse». E anche lui resta un laico vero, di quelli a cui garbano più le idee – cristiane o meno che siano – che le parrocchie intellettuali. Ha appena pubblicato un libro interessante nel quale sostiene una tesi anch'essa provocatoria: che il mondo cattolico dovrebbe riscoprire i pensatori, spesso atei, del '700 francese e tedesco. Ne L'altro illuminismo. Politica, religione e funzione pubblica della verità (Rubbettino, pp. 192, euro 19) Belardinelli critica il concetto di laicità dello Stato intesa in senso anticristiano, ma è convinto anche che la Chiesa, dal canto suo, si sia un po' scordata dei preambula fidei, che abbia spesso saltato il piano del ragionare umano pensando di passare direttamente per i Cieli.

Professore, lei sostiene che oggi dovremmo reimparare dai philosophes ad amare la verità in tutta la sua forza.

«È quello che ha detto Benedetto XVI nel famoso discorso che fece a Ratisbona, sul quale si è molto discusso per altri motivi…».

Islam, roghi di bandiere in piazza... Pochi però, anche nel mondo cattolico, lo hanno letto.

«Benedetto XVI a Regensburg accennava al fatto che esiste una parte dell'Illuminismo che va assolutamente valorizzata: quella che ha piena la fiducia nella ragione. L'Illuminismo è vissuto del pathos della verità. La cosa drammatica e sconfortante è vedere che gli illuministi di oggi sono diventati tutti i nihilisti e relativisti. Senza verità il rischio è che si confondano pluralismo e relativismo, diritti e desideri, tolleranza e indifferenza, e che il tanto sbandierato dialogo tra culture si trasformi in una sorta di rituale astratto dove tutti hanno le stesse ragioni, come vorrebbe l'ideologia del multiculturalismo. Un luogo comune abbastanza diffuso vuole che il relativismo multiculturalista sia il solo modo per fronteggiare il confronto con culture diverse senza cedere al fanatismo e alla violenza. Si tratta di un gravissimo errore, il quale, oltre a danneggiare noi occidentali, danneggerà anche gli "altri", alimentando proprio quel fanatismo che vorremmo evitare».

Nel suo saggio lei sottolinea il fatto che il relativismo ha un effetto pericoloso anche sul piano politico. La democrazia, senza un'idea della verità, si sta riducendo a una chiacchiera vuota.

«Uno dei punti più importanti del mio libro credo sia proprio questo sforzo di autocomprensione della nostra democrazia. Anche al fondo della politica oggi si è insinuata una pessima filosofia di tipo relativista. È come se ci fossimo a poco a poco convinti che la democrazia è tale nella misura in cui rinuncia all'idea della verità e si affida esclusivamente alle logiche della maggioranza e della minoranza. Ora, in democrazia il fattore maggioranza è un aspetto fondamentale, è ciò che legittima la decisione. Però anche Jürgen Habermas nei suoi ultimi scritti dice che la democrazia è una forma di governo "esigente" e "sensibile alla verità". Questo secondo me è fondamentale: il fatto che noi decidiamo a maggioranza non vuol dire affatto che la verità non esista, che tutti gli argomenti e tutte le decisioni abbiano lo stesso valore. Significa semplicemente che in omaggio a un criterio antropologico importante, la dignità degli uomini, abbiamo finalmente capito che su questo piano è molto meglio un errore condiviso che una verità imposta con la violenza. E questo "finalmente" vale anche per la Chiesa, che ci ha messo un po' di tempo a maturare certe convinzioni:in un contesto di uomini liberi e uguali nessuno può avere la pretesa di imporre ciò che è giusto conto la volontà degli interessati».

La volontà della maggioranza è il metodo di una democrazia, non il suo contenuto.

«Quando in Parlamento si discute una legge, cosa si fa? Si adducono argomenti, si dice: questo è meglio di quest'altro. Questo significa che abbiamo fiducia che alcuni discorsi valgano più, o meno, di altri. Poi, siccome la realtà – come si dice – preme, a un certo punto si chiude la discussione e si alzano le mani: e la maggioranza vince. Se ci pensiamo bene, la buona pratica democratica tiene insieme le due dimensioni».

Non è una questione teorica, o «religiosa»: censurare la verità rischia di diventare un punto di debolezza per il nostro sistema sociale.

«Gravissimo, perché ci fa perdere di vista un pericolo: quello che le maggioranze si mettano d'accordo anche sulle cose più obbrobriose. La maggioranza non rappresenta come tale ciò che è vero e ciò che è giusto, ma semplicemente un criterio di legittimità della decisione. Sono due cose molto diverse. Lungi dal costituire il fondamento di una cultura liberale e democratica, il relativismo ne costituisce la malattia, l'anticamera del più radicale funzionalismo».

Se la democrazia si riduce a un battibecco i cui argomenti scadono sempre più in basso, esistono dei rischi. Come ha detto venerdì Ian Buruma su Repubblica, qualcuno potrebbe cominciare a pensare che un sistema più autoritario ma più efficiente – come ad esempio quello cinese – sia migliore del nostro. A Sanremo l'inno di Emanuele Filiberto di Savoia alla «tradizione» di un'Italia più pulita e più monarchica è stato protagonista di un clamoroso repêchage...

«La crisi del nostro sistema, purtroppo, mi sembra abbastanza avanzata: stanno venendo meno i criteri più elementari di serietà. È tragico, ma rischiamo di saltare per aria per un eccesso del ridicolo. Il fatto che si parli così spesso di mutande, prima che segnalare una certa immoralità di chi governa, dice la fragilità del contesto culturale entro il quale queste cose si discutono».

Nel suo libro lei mette in luce due derive alle quali siamo di fronte: quella del laicismo più radicale, che rifiuta la tradizione cattolica, e però anche una tradizione...

«Clericale, che rifiuta in blocco la tradizione moderna. Esiste un clericalismo cattolico che non accetta il mondo di oggi, e questo, dal mio punto di vista, è un danno ancora più grave. Se noi conduciamo le nostre battaglie pensando che la verità e il bene fossero tutti nel bel mondo di ieri – che bello non era affatto – siamo sconfitti in partenza. Anche l'età moderna ci ha insegnato qualcosa. La Chiesa stessa ha saputo imparare molto da essa. Tanto è vero che oggi, paradossalmente, in questi mondi stracchi e ammortiti a difendere la libertà e l'autonomia delle persone sembra rimasta solo la Chiesa cattolica».

Benedetto XVI a lei non appare affatto un Pontefice conservatore, mi sembra di capire.

«Per me questo Papa e Giovanni Paolo II che l'ha preceduto sono due grandi della cultura del nostro tempo.
La figura intellettuale di Benedetto XVI è gigantesca. Le cose che ha detto sul dialogo con il mondo di oggi, sulla capacità che abbiamo e che dobbiamo acquisire di salvare ciò che è buono nella cultura del nostro tempo sono fondamentali.
In una lettera che ha scritto ai vescovi nel marzo scorso il Papa ha usato un'espressione molto bella: "Dobbiamo rendere Dio di nuovo presente in questo mondo".
È il compito che raccomanda a ogni cristiano. Forse ci siamo dilungati troppo sulle funzioni sociali, morali, pragmatiche della fede e abbiamo trascurato un po' la sostanza: nostro Signore è venuto per la salvezza – non per la salute – di tutti. Questo Papa insiste sulla necessità che Dio torni a parlare al cuore degli uomini, nella consapevolezza che esso è sempre più indurito dal contesto nel quale ci troviamo».

Lei a Bergamo viene a parlare non dell'assenza o della «morte di Dio», di cui si discute da decenni, ma della sua «insignificanza».

«Del fatto che se ne possa benissimo fare a meno».

Molti pensano che, se anche c'è, Dio con le nostre faccende non c'entra.

«Il tema dell'insignificanza di Dio, io credo, ormai passa necessariamente attraverso la tragedia dell'insignificanza dell'uomo. È con questa che, ci piaccia o no, bisogna fare i conti. Solo affrontando seriamente la crisi dell'uomo c'è qualche speranza che si recuperi anche quella dimensione ineludibile che lo muove verso Dio. Cancellare Dio significa cancellare anche l'uomo, l'uno vive dell'altro. Una mente visionaria e folle come quella di Nietzsche questo l'aveva visto con grande lucidità già cent'anni fa. Dio ormai nel mondo contemporaneo diventa plausibile solo attraverso la tragedia. D'altra parte è significativo, perché la tragedia è un genere letterario che ha bisogno della realtà. Non si dà effetto tragico se non c'è un forte senso concreto. Non è un caso secondo me: l'insignificanza dell'uomo oggi è soprattutto legata all'insignificanza della realtà. Abbiamo depotenziato completamente il reale, stiamo virtualizzando tutto, gli uomini, le cose, anche l'idea di Dio. Occorre invertire la rotta. Per farlo, però, bisogna calarsi fino il fondo nel maelström. Non possiamo evitare la "discesa agli inferi"».

E questo, ci ha spiegato René Girard – un autore che lei cita spesso – dice qualcosa anche sull'essenza del cristianesimo: vivere nel XXI secolo forse ci permette di capire di più l'inizio.

«Sì: oggi vediamo di più la "crucialità" dell'esistenza».

Dunque la sfida del nostro tempo è anche interessante.

«Ma certo. C'è un lato esaltante in essa. Come in tutti i secoli: la pratica cristiana è affascinante proprio per la capacità che ha di stare ogni volta nel cuore degli uomini, in tutte le condizioni nelle quali la storia li chiama a vivere».

Nel cuore del tempo.

«Valeva per l'uomo medievale, per l'uomo moderno, e vale anche oggi. Di sicuro – e questa in un certo senso è una cosa incredibile – quella di Cristo è una Parola che è per noi. È sempre per noi. Non abbiamo neppure bisogno di tante mediazioni, siamo tutti attrezzati quanto basta. Ognuno deve stare sul punto in cui il suo tempo lo sfida».

Cristiano e laico, sotto quest'aspetto si trovano sulla stessa sponda.

«Assolutamente».


© Copyright Eco di Bergamo, 21 febbraio 2010


Indagine sulle credenze e le pratiche religiose in USA: I 3/10 dei Protestanti e 1/5 dei Cattolici prendono parte a servizi religiosi di altre fedi

La marmellata


Le credenze e le pratiche religiose degli americani non possono essere facilmente classificate entro categorie convenzionali. Un indagine del 9 dicembre 2009 del Pew Research Center's Forum on Religion & Public Life...

dimostra che un largo numero di americani si impegna in numerose pratiche religiose miscelando elementi di diverse tradizioni. I 3/10 dei Protestanti e 1/5 dei Cattolici dichiarano di prendere parte a servizi religiosi di altre fedi.
Se gli Stati Uniti sono un paese prevalentemente cristiano, minoranze significative professano la fede in una varietà di credenze orientali o New Age. Il 22% dei cristiani dichiara di credere nella reincarnazione e numeri simili (23% dei cristiani e 25% della popolazione complessiva) crede nell’astrologia. Quasi tre americani su dieci dicono di avere avuto un contatto con qualcuno che è già morto, quasi uno su cinque dice di aver visto o di essere stato in presenza di fantasmi, e il 15% ha consultato un indovino o un sensitivo.
Circa uno su cinque tra i cattolici dicono di frequentare i servizi di almeno una sola fede diversa dalla propria, la maggior parte di questi (il 18% dei cattolici in generale) dicono che frequentano i servizi protestanti. Un 5% dei cattolici partecipa ai servizi religiosi delle sinagoghe (5%) e l’1% dichiara di frequentare le moschee musulmane.

Circa un quarto degli adulti esprimere la fede in dogmi di alcune religioni orientali:
- il 24% dice di credere nella reincarnazione (che la gente potrà rinascere in questo mondo ancora e ancora),
- il 23% crede nello yoga non solo come esercizio, ma come una pratica spirituale.
Numeri simili professano la fede in elementi di spiritualità New Age:
- il 26% dice di credere nell’energia spirituale che si trova nelle cose fisiche come ad esempio le montagne, gli alberi o i cristalli;
- il 25% professa la fede nell’astrologia;
- il 16% crede nel “malocchio”, o che alcune persone possano lanciare maledizioni e incantesimi che causano “cose cattive” a qualcuno
Rispetto alle altre tradizioni religiose, i protestanti evangelici esprimono livelli più bassi di accettazione di entrambe le credenze orientali (reincarnazione, yoga) e credenze New Age (energia spirituale nelle cose fisiche e astrologia).
Tra i protestanti, gli alti livelli di impegno religioso sono associate a bassi livelli di accettazione della credenze orientali o New Age. Tra i cattolici, invece, la frequenza in chiesa è legata molto meno strettamente con questi tipo di credenze, anche se coloro che frequentano meno spesso esprimono alti livelli di credenza in astrologia rispetto ai frequentatori settimanali.
In generale le persone anziane (oltre i 65 anni) esprimono livelli più bassi di accettazione di questi tipi di credenze rispetto alle persone più giovani. Queste convinzioni sono più comuni tra i democratici e gli indipendenti che tra i Repubblicani, inoltre sono più diffuse tra i liberali i moderati rispetto ai conservatori.


In totale, circa il 65% degli adulti esprime di credere o di aver avuto esperienze con almeno uno di questi diversi fenomeni soprannaturali: credenza nella reincarnazione, credenza in un energia spirituale che si trova nelle cose fisiche, nella convinzione dello yoga come pratica spirituale, la pratica del “malocchio”, la fede nell’astrologia, essere stato in contatto con i morti, consultare un parapsicologo, o aver vissuto un incontro con uno spettro.
Questo 65% comprende:
- un 23% che dichiara di avere una sola di queste convinzioni o esperienze;
- un 43% che risponde a due o più di questi elementi in senso affermativo,;
- un terzo della popolazione (35%) risponde di no a tutti gli otto elementi.
Con l’eccezione degli evangelici bianchi, la maggioranza dei fedeli di tutte le grandi tradizioni religiose detengono una relazione con almeno una di queste credenze o hanno vissuto uno di questi fenomeni.


CLIKKA QUI per consultare l'indagine integrale (in inglese)

http://paratisemper.blogspot.com/

Il Papa: Contro la "tirannia del principe" la legge naturale indica l'equità di leggi a favore della vita e del matrimonio tra uomo e donna

Benedetto XVI riflette sul pensiero di Giovanni di Salisbury


Catechesi per l'Udienza generale del mercoledì


CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 16 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI incontrando i fedeli e i pellegrini nell'aula Paolo VI per la tradizionale Udienza generale.

Continuando la catechesi sulla cultura cristiana nel Medioevo, il Papa si è soffermato su Giovanni di Salisbury.




* * *

Cari fratelli e sorelle,

oggi ci avviamo a conoscere la figura di Giovanni di Salisbury, che apparteneva a una delle scuole filosofiche e teologiche più importanti del Medioevo, quella della cattedrale di Chartres, in Francia. Anch’egli, come i teologi di cui ho parlato nelle settimane scorse, ci aiuta a comprendere come la fede, in armonia con le giuste aspirazioni della ragione, spinge il pensiero verso la verità rivelata, nella quale si trova il vero bene dell’uomo.

Giovanni nacque in Inghilterra, a Salisbury, tra il 1100 e il 1120. Leggendo le sue opere, e soprattutto il suo ricco epistolario, veniamo a conoscenza dei fatti più importanti della sua vita. Per circa dodici anni, dal 1136 al 1148, egli si dedicò agli studi, frequentando le scuole più qualificate dell’epoca, nelle quali ascoltò le lezioni di maestri famosi. Si recò a Parigi e poi a Chartres, l’ambiente che segnò maggiormente la sua formazione e di cui assimilò la grande apertura culturale, l’interesse per i problemi speculativi e l’apprezzamento per la letteratura. Come spesso accadeva in quel tempo, gli studenti più brillanti venivano richiesti da prelati e sovrani, per esserne stretti collaboratori. Questo accadde anche a Giovanni di Salisbury, che da un suo grande amico, Bernardo di Chiaravalle, fu presentato a Teobaldo, Arcivescovo di Canterbury - sede primaziale dell’Inghilterra -, il quale volentieri lo accolse nel suo clero. Per undici anni, dal 1150 al 1161, Giovanni fu segretario e cappellano dell’anziano Arcivescovo. Con infaticabile zelo, mentre continuava a dedicarsi allo studio, egli svolse un’intensa attività diplomatica, recandosi per dieci volte in Italia, con lo scopo esplicito di curare i rapporti del Regno e della Chiesa di Inghilterra con il Romano Pontefice. Fra l’altro, in quegli anni il Papa era Adriano IV, un inglese che ebbe con Giovanni di Salisbury una stretta amicizia. Negli anni successivi alla morte di Adriano IV, avvenuta nel 1159, in Inghilterra si creò una situazione di grave tensione tra la Chiesa e il Regno. Il re Enrico II, infatti, intendeva affermare la sua autorità sulla vita interna della Chiesa, limitandone la libertà. Questa presa di posizione suscitò le reazioni di Giovanni di Salisbury, e soprattutto la coraggiosa resistenza del successore di Teobaldo sulla cattedra episcopale di Canterbury, san Tommaso Becket, che per questo motivo andò in esilio, in Francia. Giovanni di Salisbury lo accompagnò e rimase al suo servizio, adoperandosi sempre per una riconciliazione. Nel 1170, quando sia Giovanni, sia Tommaso Becket erano già rientrati in Inghilterra, quest’ultimo fu assalito e ucciso all’interno della sua cattedrale. Morì da martire e come tale fu subito venerato dal popolo. Giovanni continuò a servire fedelmente anche il successore di Tommaso, fino a quando venne eletto Vescovo di Chartres, dove rimase dal 1176 al 1180, anno della sua morte.

Delle opere di Giovanni di Salisbury vorrei segnalarne due, che sono ritenute i suoi capolavori, designate elegantemente con i titoli greci di Metaloghicón (In difesa della logica) e il Polycráticus (L’uomo di Governo). Nella prima opera egli – non senza quella fine ironia che caratterizza molti uomini colti – respinge la posizione di coloro che avevano una concezione riduttiva della cultura, considerata come vuota eloquenza, inutili parole. Giovanni, invece, elogia la cultura, l’autentica filosofia, l’incontro cioè tra pensiero forte e comunicazione, parola efficace. Egli scrive: "Come infatti non solo è temeraria, ma anche cieca l’eloquenza non illuminata dalla ragione, così la sapienza che non si giova dell’uso della parola è non solo debole, ma in certo modo monca: infatti, anche se, talora, una sapienza senza parola può giovare a confronto della propria coscienza, raramente e poco giova alla società" (Metaloghicón 1,1, PL 199,327). Un insegnamento molto attuale. Oggi, quella che Giovanni definiva "eloquenza", cioè la possibilità di comunicare con strumenti sempre più elaborati e diffusi, si è enormemente moltiplicata. Tuttavia, tanto più rimane urgente la necessità di comunicare messaggi dotati di "sapienza", ispirati cioè alla verità, alla bontà, alla bellezza. È questa una grande responsabilità, che interpella in particolare le persone che operano nell’ambito multiforme e complesso della cultura, della comunicazione, dei media. Ed è questo un ambito nel quale si può annunciare il Vangelo con vigore missionario.

Nel Metaloghicón Giovanni affronta i problemi della logica, ai suoi tempi oggetto di grande interesse, e si pone una domanda fondamentale: che cosa può conoscere la ragione umana? Fino a che punto essa può corrispondere a quell’aspirazione che c’è in ogni uomo, cioè la ricerca della verità? Giovanni di Salisbury adotta una posizione moderata, basata sull’insegnamento di alcuni trattati di Aristotele e di Cicerone. Secondo lui, ordinariamente la ragione umana raggiunge delle conoscenze che non sono indiscutibili, ma probabili e opinabili. La conoscenza umana – questa è la sua conclusione - è imperfetta, perché soggetta alla finitezza, al limite dell’uomo. Essa, però, cresce e si perfeziona grazie all’esperienza e all’elaborazione di ragionamenti corretti e coerenti, in grado di stabilire rapporti tra i concetti e la realtà, grazie alla discussione, al confronto e al sapere che si arricchisce di generazione in generazione. Solo in Dio vi è una scienza perfetta, che viene comunicata all’uomo, almeno parzialmente, per mezzo della Rivelazione accolta nella fede, per cui la scienza della fede, la teologia, dispiega le potenzialità della ragione e fa avanzare con umiltà nella conoscenza dei misteri di Dio.

Il credente e il teologo, che approfondiscono il tesoro della fede, si aprono anche a un sapere pratico, che guida le azioni quotidiane, cioè alle leggi morali e all’esercizio delle virtù. Scrive Giovanni di Salisbury: "La clemenza di Dio ci ha concesso la sua legge, che stabilisce quali cose sia per noi utile conoscere, e che indica quanto ci è lecito sapere di Dio e quanto è giusto indagare… In questa legge, infatti, si esplicita e si rende palese la volontà di Dio, affinché ciascuno di noi sappia ciò che per lui è necessario fare" (Metaloghicón 4,41, PL 199,944-945). Esiste, secondo Giovanni di Salisbury, anche una verità oggettiva e immutabile, la cui origine è in Dio, accessibile alla ragione umana e che riguarda l’agire pratico e sociale. Si tratta di un diritto naturale, al quale le leggi umane e le autorità politiche e religiose devono ispirarsi, affinché possano promuovere il bene comune. Questa legge naturale è caratterizzata da una proprietà che Giovanni chiama "equità", cioè l’attribuzione a ogni persona dei suoi diritti. Da essa discendono precetti che sono legittimi presso tutti i popoli, e che non possono in nessun caso essere abrogati. È questa la tesi centrale del Polycráticus, il trattato di filosofia e di teologia politica, in cui Giovanni di Salisbury riflette sulle condizioni che rendono l’azione dei governanti giusta e consentita.

Mentre altri argomenti affrontati in quest’opera sono legati alle circostanze storiche in cui essa fu composta, il tema del rapporto tra legge naturale e ordinamento giuridico-positivo, mediato dall’equità, è ancor oggi di grande importanza. Nel nostro tempo, infatti, soprattutto in alcuni Paesi, assistiamo a uno scollamento preoccupante tra la ragione, che ha il compito di scoprire i valori etici legati alla dignità della persona umana, e la libertà, che ha la responsabilità di accoglierli e promuoverli. Forse Giovanni di Salisbury ci ricorderebbe oggi che sono conformi all’equità solo quelle leggi che tutelano la sacralità della vita umana e respingono la liceità dell’aborto, dell’eutanasia e delle disinvolte sperimentazioni genetiche, quelle leggi che rispettano la dignità del matrimonio tra un uomo e una donna, che si ispirano a una corretta laicità dello Stato – laicità che comporta pur sempre la salvaguardia della libertà religiosa –, e che perseguono la sussidiarietà e la solidarietà a livello nazionale e internazionale. Diversamente, finirebbe per instaurarsi quella che Giovanni di Salisbury definisce la "tirannia del principe" o, diremmo noi, "la dittatura del relativismo": un relativismo che, come ricordavo qualche anno fa, "non riconosce nulla come definitivo e lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie" (Missa pro eligendo Romano Pontifice, Omelia, "L’Osservatore Romano", 19 aprile 2005).

Nella mia più recente Enciclica. Caritas in veritate, rivolgendomi agli uomini di buona volontà, che si impegnano affinché l’azione sociale e politica non sia mai sganciata dalla verità oggettiva sull’uomo e sulla sua dignità, ho scritto: "La verità e l'amore che essa dischiude non si possono produrre, si possono solo accogliere. La loro fonte ultima non è, né può essere, l'uomo, ma Dio, ossia Colui che è Verità e Amore. Questo principio è assai importante per la società e per lo sviluppo, in quanto né l'una né l'altro possono essere solo prodotti umani; la stessa vocazione allo sviluppo delle persone e dei popoli non si fonda su una semplice deliberazione umana, ma è inscritta in un piano che ci precede, e che costituisce per tutti noi un dovere che deve essere liberamente accolto" (n. 52). Questo piano che ci precede, questa verità dell’essere dobbiamo cercare e accogliere, perché nasca la giustizia, ma possiamo trovarlo e accoglierlo solo con un cuore, una volontà, una ragione purificati nella luce di Dio.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Mi rivolgo ora ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i partecipanti al pellegrinaggio promosso dall’associazione "Fraternità", accompagnati dal Cardinale Ennio Antonelli e dal Vescovo di Crema Mons. Oscar Cantoni, e li incoraggio a testimoniare con crescente impegno i valori dell’accoglienza e della solidarietà, specialmente verso i bambini e le famiglie più provate. Saluto i rappresentanti del "Credito Coperativo di Pitigliano" ed auspico che il Centenario di fondazione dell’Istituto bancario susciti sempre maggiore impegno a servizio degli autentici bisogni sociali. Saluto i fedeli della parrocchia "Santi Antonio e Annibale Maria", in Roma, i militari del "Reparto Operativo Infrastrutturale dell’Esercito", di Roma e quelli del "Decimo Reggimento Trasporti", di Bari.

Con grande affetto saluto voi, cari giovani, cari ammalati e cari sposi novelli. In questo tempo di Avvento, il Signore per bocca del profeta Isaia ci dice: "Volgetevi a me e sarete salvi" (45,22). Voi, cari ragazzi e ragazze, che provenite da tante scuole e parrocchie d'Italia, fate spazio nel vostro cuore a Gesù che viene, per testimoniare la sua gioia e la sua pace. Voi, cari ammalati, accogliete il Signore nella vostra vita per trovare nell'incontro con Lui conforto e consolazione. E voi, cari sposi novelli, fate del messaggio d'amore del Natale la regola di vita della vostra famiglia.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]