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Uno sguardo profetico sugli eventi

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Musulmanes violan y asesinan a niñas y mujeres cristianas en Pakistán

Sat, 16 Oct 2010 19:01:00

CAMINEO.INFO.- De nuevo la violencia contra mujeres y niñas aflige a la comunidad cristiana de Pakistán, que se encuentra conmocionada tras dos nuevos casos de violencia brutal en Rawalpindi y en Faisalabad, en la provincia de Punjab.

La agencia Fides informó de los casos de las niñas de 12 y 13 años Lubna Masih y Kiran Nayyaz, la primera violada y asesinada por un grupo de musulmanes y la segunda, violada por un joven musulmán, que ha quedado embarazada y ahora está bajo la protección de la Iglesia católica local.

La primera había salido de casa a primera hora de la mañana para comprar leche; la otra, trabajaba como sirvien ta en la casa de un rico latifundista musulmán y fue agredida por un chófer de la casa.

Lubna Masih era la única hija de Saleem y Guddi Masih, un matrimonio cristiano que vive en Dhoke Ellahi Buksh, un barrio de Rawalpindi.

Saleem Masih es taxista. Su hija fue agredida el 27 de septiembre por un grupo de cinco jóvenes musulmanes que la detuvieron en plena calle y la obligaron a subir a un automóvil que se alejó rápidamente.

La chica gritó, pero no la ayudó nadie. La llevaron al cementerio de Dhoka Ellahi Buksh, donde la violaron y asesinaron, abandonando allí el cuerpo. Algunas horas más tarde, algunos transeúntes llamaron a la policía, que constató la muerte.

Los padres de Luba están en estado de shock y aterrorizados, por lo que todavía no han querido presentar denuncia ni hacer ninguna declaración oficial.

Incrédul os y consternados por el dolor, piensan solamente en abandonar la ciudad y reconstruir sus vidas en otro lugar.

Algunas organizaciones no gubernamentales y la asociación de abogados cristianos Christian Lawyers Foundation han condenado lo sucedido, y garantizan su apoyo material y legal a la familia, con la esperanza de convencer a los padres para que presenten denuncia e inicien un proceso judicial.

Faisalabad. Kiran Nayyaz, católica de 13 años, fue violada el pasado mes de abril en el pueblo de Chak Jhumra por el joven Muhammad Javed y ahora está embarazada.

El 2 de octubre se presentó a las autoridades una denuncia formal contra el violador, gracias a la intervención de la Comisión Justicia y Paz y de la Comisión de la Mujer de la diócesis de Faisalabad.

“La situación es dramática: la Iglesia católica local ha asumido la defensa de la familia y ha denunci ado el caso a la policía que está investigando”, explicó a Fides el vicario general de Faisalabad, el padre Khalid Rashid.

“La familia está traumatizada y todo la comunidad católica teme las represalias. Pero casos de violencia como estos son frecuentes, por desgracia” señaló el vicario.

“Se añade, además, el drama de una adolescente que dará a luz a un niño, fruto de la violencia -destacó-. Como católicos, también en esta tragedia, estamos a favor de la vida”.

Según fuentes de Fides, episodios de violencia y abuso sobre las chicas cristianas están al orden del día. Los más clamorosos son sólo la punta del iceberg.

Detrás del homicidio pueden ocultarse intentos de intimidación, la negación de una propuesta de matrimonio procedente de un musulmán, el deseo de meter a la chica en el camino de la esclavitud o la prostitución,...

Las familias cristianas, muy débiles a nivel social, son las principales víctimas de esta violencia.

El Centre for Legal Aid Assistance and Settlement (CLAAS) declaró que los secuestros y la violencia sexual contra chicas hindúes y cristianas están aumentando en el país, a menudo con la finalidad de obtener conversiones o matrimonios forzados.

El CLAAS, que ofrece asistencia legal gratuita a las víctimas, recordó otros casos recientes que todavía siguen en la impunidad total.

En julio de 2010, en Farooqabad, Punjab, una chica cristiana de 16 años fue secuestrada, violada y torturada por tres musulmanes, mientras que otra cristiana de 12 años fue violada por un grupo de estudiantes musulmanes en Gujar Khan, en el distrito de Rawalpindi.

Hoy, una familia cristiana cerca de Lahore llora la desaparición de Samina Ayub, también ella empleada en la casa de un rico musulmán. La policía sospecha que se trata de un caso de conversión o matrimonio forzado.

En Lyari, una hindú de 13 años llamada Poonam ha sido secuestrada y convertida al Islam. El sufrimiento de las niñas cristianas ha adquirido importancia recientemente también por los casos de Shazia Bashir, Sumera Pervaiz y Magdalene Ashraf.

Pasqua in Pakistan: la “fede incrollabile” più forte della paura

di Fareed Khan
P. Nadeem John Shaker sottolinea la “profonda devozione” dei cristiani, disposti a correre “ogni rischio” pur di partecipare alle funzioni. Il sacerdote chiede ai fedeli di assumersi “in prima persona” il compito di garantire la sicurezza. E lancia un appello all’Occidente: pregate per noi e continuate a parlare delle persecuzioni.

Islamabad (AsiaNews) – I cattolici pakistani vivono la Settimana Santa e le celebrazioni di Pasqua con “profonda devozione” e sono disposti a correre “ogni rischio” pur di partecipare alle funzioni. È quanto afferma ad AsiaNews p. Nadeem John Shakir, segretario esecutivo della Commissione per le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale pakistana, che conferma tuttavia il “clima di paura” che serpeggia fra i fedeli.
I cristiani potrebbero vivere una Pasqua “silenziosa”, come è già avvenuto lo scorso dicembre per il Natale. Le chiese hanno tenuto un “basso profilo”, senza luci o decorazioni esteriori nel timore di attacchi da parte di estremisti islamici. “Anche questo è un momento di silenzio – sottolinea p. Nadeem – negli ultimi giorni non si sono verificati incidenti o attacchi, ma i pericoli restano”.
Il periodo di Quaresima è stato vissuto in un “clima di paura”, prosegue il sacerdote, perché “nessuno è al sicuro”. Tuttavia, “aspettiamo comunque un gran numero di persone” durante le funzioni della Settimana Santa, perché la nostra è una “fede incrollabile”. P. Nadeem conferma che “è necessario garantire la sicurezza” e non basta lo spiegamento di forze garantito dal governo; sono “gli stessi cristiani” che si devono “assumere le responsabilità in prima persona”.
Il crescente fondamentalismo che si registra in Pakistan è una delle cause principali di discriminazioni e persecuzioni verso i non musulmani. A ciò si aggiunge una situazione di crisi generale attraversata dal Paese: attacchi bomba, mancanza di energia elettrica, aumento dei prezzi e disoccupazione contribuiscono a peggiorare il quadro, alimentando la lotta estremista contro il governo centrale. Le persone si sentono insicure perfino all’interno delle loro case.
Pur fra pericoli e incertezze, p. Nadeem vuole comunque lanciare un messaggio di speranza ai cristiani che aspettano la Pasqua, ricorrenza che “anche le tv e i media si apprestano a seguire con trasmissioni in diretta”. “Siamo spaventati e preoccupati – commenta il sacerdote – ma non vogliamo farci vincere dalla paura”.
Infine un appello ai cristiani dell’Occidente e agli organi di informazione: “Pregate per noi – conclude p. Nadeem – e continuate a parlare della nostra situazione. Il sostegno dei media e la loro voce è fondamentale per noi”.

PAKISTAN - Cristiani “trattati come bestie”: urge un intervento internazionale

Lahore (Agenzia Fides) –“In Pakistan i cristiani soffrono e vedono la loro vita in pericolo ogni giorno. In alcune aree i credenti sono trattati come bestie, in condizioni di schiavitù, o sottoposti a vessazioni, violenze e conversioni forzate”: lo afferma in un colloquio con l’Agenzia Fides p. John Shakir Nadeem, Segretario della Commissione per le Comunicazioni Sociali nella Conferenza Episcopale del Pakistan, Direttore di Radio Veritas e del Centro televisivo “Rabita Manzil” a Lahore. Come spiega p. Nadeem, il contesto in cui avviene questa sofferenza è una islamizzazione crescente, la diffusione di gruppi fondamentalisti, un quadro normativo che consente e legittima discriminazioni e anche atti di persecuzione, un governo debole, sottoposto al ricatto degli estremisti. Per questo il sacerdote sollecita che “la questione dei diritti umani entri nel vertice in corso a Washington fra Usa e Pakistan”.
Ai cristiani è giunta la solidarietà della Commissione Nazionale per i Diritti Umani del Pakistan, che ha deplorato i recenti casi di “conversioni forzate all’islam”, registrando negli ultimi 9 anni 50 casi di conversioni forzate all’islam nel paese.
“Ma la percentuale ufficiale è molto bassa rispetto all’incidenza reale dei casi. Solo pochissimi casi di violenze e intimidazioni vengono segnalati alla Commissione, poiché spesso i cristiani hanno paura. La stessa Commissione, inoltre, subisce le pressioni degli estremisti e poi ha decisamente scarso potere”, nota a Fides p. Nadeem.
“C’è il fenomeno diffuso del rapimento di fanciulle cristiane (come nei recenti casi di Shazia e di Kiran George) con minacce di morte alle famiglie più povere. Al rapimento seguono la conversione e il matrimonio forzati. E’ uno stigma che molte Ong denunciano, nell’indifferenza delle istituzioni”, continua il sacerdote.
P. Nadeem spiega a Fides che “la situazione è, certo, differente fra le aree urbane e le aree rurali. Nelle città i cristiani – pur in un quadro generale di discriminazione – vivono riuniti in quartieri detti ‘colonie’, hanno accesso all’istruzione, ai servizi sociali, al lavoro. Il 30% della popolazione cristiana riesce anche a farsi strada nella società. Anche se qui siamo esposti agli attacchi terroristici contro le chiese e i quartieri cristiani. Nei villaggi remoti, nelle zone rurali, la situazione è molto diversa: sparuti gruppi cristiani, spesso poveri, emarginati e analfabeti, subiscono l’oppressione della maggioranza musulmana: sono sotto schiaffo di altri cittadini che ne approfittano per compiere prepotenze, fino allo stupro, alla schiavitù, all’omicidio”. In tali contesti, rimarca p. Nadeem, “si consumano spesso quegli episodi che nella vita sociale ordinaria vedono i cristiani soccombere per false accuse di blasfemia, per minacce di conversione, per violenze sulle donne, sulle proprietà e sui beni”.
L’unica soluzione per tali problemi, aggiunge, è “la democratizzazione reale del paese, che garantisca i diritti umani per tutti. Ma per questo urgono le pressioni internazionali”.
Anche l’intervento della Chiesa universale, “in particolare del Papa, ci incoraggia, ci rafforza nella fede, ci consola”, conclude a Fides p. Nadeem. (PA)

PAKISTAN Cristiani pakistani rifiutano di convertirsi: marito bruciato vivo, moglie stuprata dalla polizia

di Fareed Khan
La coppia lavorava alle dipendenze di un ricco uomo d’affari musulmano a Rawalpindi. I tre figli – dai 7 ai 12 anni – costretti con la forza ad assistere alle violenze. L’uomo è ricoverato con ustioni sull’80% del corpo. I sanitari: “non sopravviverà”. Organizzazioni cristiane hanno indetto marce di protesta.

Islamabad (AsiaNews) – Combatte ancora fra la vita e la morte Arshed Masih, 38enne cristiano pakistano ricoverato da tre giorni all’ospedale della Sacra famiglia a Rawalpindi, città poco distante dalla capitale Islamabad. Egli è stato bruciato vivo da un gruppo di estremisti musulmani, con la connivenza della polizia, perché si è rifiutato di convertirsi all’islam. Fonti locali rivelano ad AsiaNews che la moglie “è stata stuprata dagli agenti”. L’incidente è avvenuto il 19 marzo scorso, in una tenuta situata di fronte alla caserma di polizia.
Dal 2005 Mashid e la moglie lavoravano alle dipendenze di un ricco uomo d’affari musulmano della città, come autista l’uomo e domestica la moglie. Negli ultimi tempi erano emersi dei dissapori fra il datore di lavoro e la coppia, a causa della loro fede cristiana.
Fonti locali riferiscono che la donna, Martha Arshed, è stata “stuprata dagli agenti di polizia”. I tre figli della coppia, inoltre, di età fra i 7 e i 12 anni, hanno dovuto assistere – costretti con la forza – alle violenze commesse ai danni dei genitori. “Masih e la moglie sono attualmente sottoposti a trattamento sanitario” confermano fonti interne dell’ospedale della Sacra Famiglia. Il sito BosNewsLife aggiunge che “l’uomo è in condizioni gravissime, con ustioni sull’80% del corpo”.
Ieri il governo del Punjab ha ordinato l’apertura di un’inchiesta per far luce sulla vicenda. “Il caso è sottoinvestigazione – conferma Rana Sanaullah, Ministro della giustizia del governo del Punjab – e i colpevoli saranno arrestati”. Nel frattempo i sanitari dell’ospedale della Sacra famiglia, a Rawalpindi, sottolineano che Arshed Masih (nella foto), 38 anni, presenta ustioni sull’80% del corpo e “non sopravviverà” all’incidente.
La coppia cristiana viveva con i figli nella tenuta di Sheikh Mohammad Sultan, ricco uomo d’affari musulmano, nella zona riservata ai domestici. Nel gennaio scorso leader religiosi locali e il datore di lavoro hanno imposto alla famiglia – genitori e figli – di convertirsi all’islam. Al rifiuto opposto da Mashid e la moglie, i fondamentalisti li hanno minacciati avvertendoli che avrebbero subito “conseguenze terribili”.
L’uomo ha proposto di lasciare il lavoro e la casa dell’uomo d’affari musulmano, ma questi gli ha risposto che lo avrebbe “ucciso” nel caso in cui fosse partito. La settimana scorsa le tensioni sono aumentate a causa di un furto subito da Sheikh Mohammad Sultan: dei ladri avrebbero fatto irruzione nella sua abitazione, rubando denaro contante per 500mila rupie (circa 6mila dollari).
La polizia ha aperto un’indagine sul furto, ma non ha iscritto la coppia cristiana nel registro degli indagati. Tuttavia, l’uomo d’affari musulmano ha offerto di lasciar cadere le accuse contro Masih nel caso in cui si fosse convertito all’islam. L’uomo ha inoltre aggiunto: “altrimenti non vedrete più i vostri figli”. Il resto è cronaca degli ultimi giorni: Arshed Masih è rimasto saldo nella fede cristiana; il 19 marzo scorso egli è stato bruciato vivo e la moglie stuprata dalla polizia.
Shahbaz Batti, cattolico, Ministro federale per le minoranze, ha rifiutato di commentare la vicenda dicendo di essere “impegnato”. Egli ha promesso di rilasciare dichiarazioni sul caso nei prossimi giorni. Oggi diverse organizzazioni cristiane a Rawalpindi e Lahore hanno indetto una serie di manifestazioni di protesta.

PAKISTAN Punjab: toccano il Corano con mani sporche, sposi cristiani condannati a 25 anni di galera

Islamabad (AsiaNews) – Il tribunale di Kasur, distretto del Punjab, ha condannato a 25 anni di galera per blasfemia Munir Masih e Ruqqiya Bibi, una coppia di sposi cristiani. Secondo quanto riferisce il Centre for Legal Aid Assistance and Settlement (Claas) il giudice aggiunto Ajmal Hussain ha condannato gli sposi perché avrebbero toccato il Corano senza essersi lavati le mani.
Nel gennaio scorso Munir Masih e Ruqqiya Bibi avevano ottenuto il rilascio su cauzione ed erano usciti dal carcere. Ieri, tuttavia, la polizia li ha di nuovo arrestati in base alla sentenza emessa dal giudice. L’uomo è rinchiuso nella prigione distrettuale di Kasur, la donna nel carcere femminile di Multan. Essi trascorreranno il prossimo quarto di secolo dietro le sbarre.
Gli attivisti di Claas – associazione che si batte per la difesa dei diritti dei più poveri ed emarginati – riferiscono che marito e moglie erano accusati di aver “contaminato” il Corano, avendolo toccato “senza essersi lavati le mani”. L’episodio risale al dicembre 2008 e ha scatenato la rabbia della frangia fondamentalista, che ha esercitato pressioni nei confronti delle forze dell’ordine. Fonti non confermate aggiungono che gli estremisti avrebbero corrotto i funzionari di polizia con somme di denaro, perché scoprissero “nuovi elementi” per giustificare la condanna. Al termine delle indagini marito e moglie sono stati incriminati con l’accusa di blasfemia.
La legge sulla blasfemia è il peggior strumento di repressione religiosa in Pakistan: essa è stata introdotta nel 1986 dal dittatore pakistano Zia-ul-Haq per difendere da offese e ingiurie l’islam ed il suo Profeta, Maometto, ed è ormai diventata uno strumento di discriminazioni e violenze. La norma è prevista alla sezione 295, comma B e C, del Codice penale pakistano e punisce con l’ergastolo chi offende il Corano; essa prevede anche la condanna a morte per chi insulta il profeta Maometto.
In soli due mesi in Pakistan si sono registrate tre condanne per blasfemia a carico di cristiani. L’11 gennaio scorso il tribunale di Faisalabad ha disposto l’ergastolo nei confronti di Imran Masih, giovane di 26 anni, per aver oltraggiato e dissacrato il Corano. Egli avrebbe bruciato “di proposito” versetti del Corano e un libro in arabo, per “fomentare l’odio interreligioso e offendere i sentimenti dei musulmani”.
Il 25 febbraio il tribunale di Karachi ha condannato al carcere a vita Qamar David, anch’egli cristiano, per aver “offeso” i sentimenti dei musulmani con messaggi telefonici blasfemi.
Gli attivisti di Claas annunciano che presenteranno un ricorso all’Alta corte di Lahore contro la condanna a 25 anni per Munir Masih e Ruqqiya Bibi.

Storia di Shazia. Novità per aiutare... Di Antonio Socci

Che il Pakistan sia uno dei peggiori “buchi neri” del mondo sembra dimostrarlo anche l’uccisione del nostro eroico agente Pietro Colazzo, vicecapo dell’intelligence in Afghanistan (vedremo dopo perché).

Ne avevo parlato il 31 gennaio scorso su queste colonne, raccontando la storia di Shazia Bashir, la ragazzina cristiana entrata come serva in una casa di ricchi e potenti musulmani e uscita da lì morta.

La sua tragica vita è emblematica della situazione della minoranza cristiana di quel Paese, le cui figlie femmine sono costrette nelle condizioni di Shazia per poter guadagnare la miseria di 12 dollari al mese (8 euro) e far sopravvivere le loro famiglie.

Mi chiedevo perché nessun organismo umanitario o nessun ente cristiano o cattolico avesse lanciato un programma di adozioni a distanza per salvare queste povere bambine dall’orrore di una servitù che comporta spesso ogni tipo di violenza.

Tanti lettori di Libero mi hanno scritto desiderosi di far qualcosa. Oggi finalmente sono in grado di informare che qualcuno – dopo aver conosciuto la tragedia di Shazia – ha trovato il modo di lanciare un primo salvagente.

Non si tratta di organizzazioni femministe inorridite per la condizione delle giovani donne cristiane. E non si tratta neanche dei tanti “progressisti”, no global o robe simili che amano sciacquarsi la bocca con il Terzo mondo, gli immigrati, la solidarietà e via dicendo.

Nossignori. A rimboccarsi le maniche per aiutare queste sventurate ragazzine e le loro famiglie cristiane, che sono i più poveri dei poveri, è l’ “Umanitaria padana onlus” (per avere notizie su internet si veda www.umanitariapadanaonlus.net).

Sì, avete capito bene, un’organizzazione umanitaria nata dal popolo della Lega Nord (precisamente dall’ “Associazione donne padane”). Del resto non c’è troppo da stupirsi se si pensa che il Nord Italia e specialmente la Lombardia hanno letteralmente riempito il mondo di missionari.

L’anima e il motore dell’Umanitaria padana è Sara Fumagalli, una donna straordinaria, ardente di fede cristiana, piena di dinamismo, di coraggio e di umiltà, che ha portato aiuto – anche rischiando fisicamente – negli angoli più disperati del mondo, dal Darfur (in Sudan), all’Etiopia, da Haiti all’Iraq, quindi in Kosovo, in Kenia, Libano, Sri Lanka, in Terra Santa e appunto in Afghanistan.

Ieri Sara mi ha scritto: “Da anni la mia Associazione è venuta in contatto col problema della discriminazione o persecuzione dei Cristiani nel mondo (non solo quello islamico). Noi abbiamo deciso di muoverci sul piano pratico”.

Mi racconta di contatti con il Vescovo di Faisalabad, Monsignor Joseph Coutts, per aiutare i Cristiani perseguitati del Punjab e di borse di studio per alcuni seminaristi pakistani.

“Dopo di allora”, mi racconta Sara “ho mantenuto contatti stabili con il Pakistan attraverso un giovane docente pakistano della Pontificia Università Lateranense, professor Mobeen Shadid, che mi aveva informato anche del caso di Shazia. Mi diceva che capita spesso, anche senza arrivare alla tragedia della piccola, che le famiglie musulmane non restituiscano le bimbe alle famiglie cristiane d’origine e impongano loro conversioni e matrimoni forzati”.

Si pensava – dice Sara – a iniziative di sensibilizzazione sul piano culturale, politico e diplomatico: “La grande idea, bella pratica come piace a me, è arrivata leggendo il tuo articolo. Mi sono subito attivata. Ho chiamato Mobeen e attraverso di lui ho saputo che un suo direttore spirituale, padre Edward Thuraisingham, Oblato di Maria Immacolata, si occupava già di un progetto per garantire un’istruzione e un futuro a bambini cattolici in condizioni a vario titolo disagiate”.

“L’ho subito contattato” prosegue Sara “e così, in una serie di messe a punto successive, è nato il progetto: ‘Borse di studio Shazia Bashir -adotta una bambina con la sua famiglia’. Si tratta di un progetto di sostegno a distanza che consente di far studiare bambine o ragazze di famiglie cristiane povere”.

Ma – attenzione – “l’obiettivo non è solo quello di mandare a scuola le bambine, magari togliendole alla famiglia per mandarle in collegio – cosa che risolverebbe sì il problema della ragazzina, ma non della famiglia – bensì quello di mandarle a scuola facendole continuare a vivere, ogni qualvolta sia possibile, nella loro famiglia”.

Come è possibile? Tramite i missionari. “La gestione di un progetto così è più difficile per il missionario che se ne occupa, ma ha una ricaduta sociale a favore della comunità Cristiana, molto superiore. Il costo per ogni ragazzina adottata è di 500 euro l’anno e comprende la retta scolastica, l’uniforme (fondamentale per evitare differenze), i libri di testo, il materiale didattico e di consumo e un piccolo sostegno alla famiglia (coprendo di fatto il sostentamento della figlia e il mancato guadagno avendola mandata a scuola invece che a lavoro)”.

L’operazione (a cui partecipano anche le “Donne padane”) inizia con 10 borse di studio, ma – aggiunge Sara – “se vediamo che il progetto va bene e se la gente ci aiuta, più avanti si potrà pensare di aumentare il numero delle borse di studio, per riscattare sempre più bambine all’amara condizione di Shazia”.

A giudicare dalle mail che mi sono arrivate saranno certamente tanti a contribuire. A tutti costoro giro un ulteriore chiarimento della Fumagalli: “Mi preme dirti che, com’è nostro costume, l’intera quota di 500 euro andrà a Padre Thuraisingham per le bambine e le loro famiglie, senza perder neppure un centesimo in costi di struttura o propaganda, grazie al fatto che l’associazione vive di solo volontariato e ama fare le cose in piccolo, ma concreto e verace (come piace alla Madonna)”.

Naturalmente sarà difficile vedere e ascoltare in televisione persone straordinarie come Sara Fumagalli (gli eroi del nostro tempo sono altri: Morgan, per esempio, alle cui gesta sono stati dedicati addirittura due talk show di informazione).

Ma sono queste eroiche formichine quelle che cambiano la storia. E da cambiare in Pakistan c’è moltissimo, cominciando dai diritti umani e dalla libertà religiosa come accadde con i Paese dell’Est. Proprio ieri i vescovi pakistani hanno lanciato un appello: “nessuno ci protegge”.

I cristiani sono le prime vittime del fondamentalismo islamico che infierisce su di loro – scrive Avvenire – con “rapimenti, violenze e uccisioni nelle aree sotto l’influenza taeban”.

I vescovi accusano il governo pakistano di lasciare “mano libera ai taleban”, che opprimono i cristiani con la “jazija” (imposta richiesta ai non musulmani sottomessi) e con ogni sorta di violenza.

Inoltre i vescovi chiedono al governo pakistano di abolire le leggi più odiosamente discriminatorie, come quella orrenda sulla blasfemia, e promuovere tolleranza e uguaglianza davanti alla legge.

Un sogno per ora remotissimo. Gli stessi sviluppi giudiziari del “caso Shazia”, per esempio, fanno temere che non sarà fatta giustizia.

Non si creda che il Pakistan sia solo un remoto e insignificante paese del Terzo Mondo. E’ anzitutto una potenza nucleare di 180 milioni di abitanti e ha un ruolo strategicamente decisivo per gli equilibri mondiali.

Nel mio articolo del 31 gennaio scrivevo che un Paese come quello non poteva essere il credibile pilastro dell’Occidente nella lotta al terrorismo islamista. E’ un inquietante buco nero atomico.

Lo fa pensare anche – come dicevo – l’assassinio del nostro agente Pietro Colazzo. Ieri Lucia Annunziata, con un editoriale sulla Stampa intitolato “Sacrificato dai servizi pachistani”, rivelava proprio l’inquietante retroscena che sembra emergere: “l’attacco sarebbe stato ideato e portato a termine non dai taleban, ma dai servizi segreti del Pakistan con lo scopo di inviare un pesante avvertimento all’India”.

Vedremo se ci saranno conferme. Ma intanto aiutiamo le ragazzine come Shazia, giovane martire cristiana. Sarà una piccola luce accesa nelle tenebre. Ma la luce prima o poi vince le tenebre. Sempre.

Antonio Socci



© Copyright “Libero” 28 febbraio 2010

Pakistan: le conversioni all'islam sono pagate coi soldi e col sangue

soldi e col sangue

A lato, sulla Google map è segnata Lahore, capitale della provincia pakistana del Punjab.

Islamabad (AsiaNews) – Prima lusingato con offerte di denaro, una casa, mogli e favori dall’imam locale; poi picchiato fino a svenire e minacciato di morte dai fratelli. È quanto accaduto a Riaz Masih, cristiano 26enne di Kallur Kot, cittadina del Punjab in Pakistan, colpevole di essersi rifiutato di convertirsi all’islam. La vicenda risale ai primi di febbraio ed è raccontata da Compass Direct News (Cdn), che raccoglie testimonianze di cristiani perseguitati per la loro fede.

I genitori di Riaz Masih, di fede cristiana, sono morti quando era ancora giovane. Egli, insieme ai fratelli e alle sorelle, è cresciuto sotto la guida di Moulvi Peer Akram-Ullah, l’imam locale. Più volte il leader musulmano ha cercato di convertirlo all’islam, senza riuscirvi.

L’8 febbraio scorso, racconta Masih (nella foto), hanno saccheggiato la sua abitazione a Kallur Kot, cittadina del Punjab, 233 km a sud-ovest della capitale Islamabad. “Mi hanno minacciato – afferma – dicendo che si era arrivati al punto di non ritorno: conversione all’islam, oppure la morte”. Secondo il racconto del giovane, i fratelli lo incalzavano dicendo che “uccidere un infedele non è peccato” e, al contrario, rientra nei “pieni diritti in nome di Dio onnipotente”.

In precedenza, l’imam Akram-Ullah e i fratelli gli avevano offerto un milione di rupie (circa 12mila dollari), una moglie a scelta e una casa per abbracciare la religione di Maometto. Attraverso queste modalità, la guida religiosa islamica aveva convinto i fratelli a convertirsi e abbracciare la visione più fondamentalista dell’islam. Ma il giovane cristiano non ha mai voluto cedere alle lusinghe.

L’organizzazione per i diritti umani Rays of Development (Rod) conferma che i fratelli e le sorelle di Masih sono stati convertiti nello stesso modo. Oggi gli attivisti forniscono aiuti economici, medicine e sostengo psicologico al giovane cristiano, che è stato affidato alle loro cure – quando era ancora ferito – dall’associazione Christian Welfare Organization (Cwo).

Un portavoce di Cwo, in condizione di anonimato, aggiunge che “Akram-Ullah ha offerto ai fratelli e alle sorelle di Masih una casa e dei terreni, insieme a 500mila rupie (quasi seimila dollari) ciascuno, nel caso in cui avessero recitato il kalimah, la professione di fede che segna la conversione all’islam”.

Prosegue l'uso strumentale della "legge sulla blasfemia" In Pakistan integralisti contro la comunità cristiana

Lahore, 17. La comunità cristiana e cattolica del Pakistan è stretta nella morsa della violenza integralista e minacciata dalla "legge sulla blasfemia". La normativa - al centro di un acceso dibattito - prevede il carcere o anche la pena capitale per quanti insultano o dissacrano il nome del profeta Maometto e del Corano.
Un altro episodio di violenza - secondo quanto riferisce l'agenzia Fides - ha toccato nei giorni scorsi una famiglia cattolica in Pakistan. Si tratta del nucleo familiare di Walayat Masih, residente nel villaggio di Shadokey, nel Distretto di Gujranwwala, nei pressi di Lahore. Tre musulmani hanno più volte minacciato la famiglia, chiedendo ai Masih di vendere la propria casa, confinante con la loro. Walayat Masih ha sempre rifiutato, dato che l'abitazione, sita sulla strada principale del villaggio, era eredità dei suoi avi. Dopo numerose pressioni e minacce, il 26 gennaio scorso i tre, insieme con un gruppo di altri musulmani, hanno dato alle fiamme la casa dei Masih, distruggendola. Con il sopruso anche la richiesta di "convertirsi all'islam" e di lasciare la zona. La famiglia di Walayat Masih, con moglie e quattro figli, si è trovata all'improvviso senza tetto, nella miseria e nella disperazione. Walayat si è recato all'ufficio della polizia locale per denunciare l'accaduto, ma ha ricevuto altre minacce dalla polizia che si è rifiutata di registrare la denuncia.
"È un atto gravissimo di intimidazione. Ed è l'ennesimo caso di palese ingiustizia ai danni di cittadini cristiani. Le istituzioni e la polizia dovrebbero proteggerli e garantire la legalità, invece di rendersi complici dell'illegalità", ha dichiarato Xavier Williams, vicepresidente dell'ong "Life for All", che opera per l'istruzione, la promozione sociale e i diritti umani della comunità cristiana in Pakistan. "Sembra - evidenzia - che le autorità locali tacciano o appoggino queste clamorose violazioni dei diritti personali"
Di recente una ragazza cattolica Shazia, è stata uccisa, dopo violenze, da un ricco avvocato musulmano di Lahore. La polizia si era rifiutata di registrare la denuncia della famiglia e solo dopo il clamore delle proteste il caso è stato portato all'attenzione dell'opinione pubblica, delle autorità e del tribunale.
Intanto, come accennato all'inizio, la "legge sulla blasfemia" ha innescato un acceso dibattito nella società pakistasna. Alcuni ne vorrebbero una "revisione", come il ministro federale per gli Affari delle Minoranze, Shahbaz Batti; altri ne chiedono la cancellazione immediata, come l'arcivescovo di Lahore, monsignor Lawrence Saldanha e la Commissione "Giustizia e Pace". La Conferenza degli "Jamiat Ulema del Pakistan" la ritiene invece "intoccabile" e minaccia dure proteste in caso contrario.
Gruppi musulmani integralisti si sono sempre opposti fortemente a ogni progetto di revisione o revoca della legge. Il cammino, dunque, sarà molto lungo e difficile.
Grazie ai dati raccolti e concessi dal "Christian Study Center" di Rawalpindi e dalla "Commissione giustizia e pace" della Conferenza episcopale, l'agenzia Fides ricorda gli ultimi gravi incidenti che hanno riguardato nel 2009 i cristiani accusati di "blasfemia". Il 30 giugno 2009 a Bahmniwala, Kasur (Punjab) oltre 110 famiglie cristiane, accusate di blasfemia, sono state costrette a fuggire dalle loro case per paura di attacchi da parte di musulmani dei villaggi vicini. Apparentemente la tensione è iniziata con una scaramuccia tra giovani cristiani e musulmani poi degenerata in violenza religiosa. Il 30 luglio 2009, a Korian, Gojra (Punjab), durante un matrimonio, circa quaranta famiglie cristiane, accusate di violazione delle leggi sulla blasfemia, sono state attaccate da alcuni incendiari che hanno devastato le loro proprietà. Il primo agosto 2009, a Gojra (Punjab), una folla inferocita ha assediato l'area residenziale e appiccato il fuoco a case e persone cristiane, accusate di blasfemia. Nove donne e bambini, impossibilitati a scappare o a nascondersi, sono stati bruciati vivi. Responsabile del gesto è un'organizzazione militante già bandita dal Governo. Prove circostanziali hanno messo in luce il ruolo di "copertura" giocato dall'amministrazione locale. Il 15 settembre 2009, a Jethike, Sialkot (Punjab), il corpo di un ragazzo cristiano, Robert Fanish Masih, è stato trovato impiccato in una prigione. Secondo la polizia si è trattato di un suicidio. Il ragazzo era stato arrestato alcuni giorni prima con l'accusa di blasfemia. Evidenti segni di tortura e numerose ferite hanno smentito la versione ufficiale.
Gli articoli del Codice penale che compongono la "Legge sulla Blasfemia" sono stati introdotti fra il 1980 ed il 1986 dall'allora presidente del Pakistan, Zia-ul-Haq.
Dal 1986 all'ottobre del 2009, almeno 966 persone sono finite sotto accusa per la legge sulla blasfemia: 50 per cento musulmani, 35 per cento ahmadi, 13 per cento cristiani, 1 per cento indù e 1 per cento di religione non specificata. Almeno 33 persone sono state vittime di omicidi dopo l'accusa: 15 musulmani, 15 cristiani, 2 ahmadi e 1 indù. La legge è usata in modo indiscriminato per colpire i cittadini non musulmani in controversie per proprietà, denaro, e inimicizie d'ogni genere. Il numero delle vittime è alto anche fra i musulmani perché diversi gruppi islamici militanti la usano per attaccarsi l'un l'altro.


(©L'Osservatore Romano - 18 febbraio 2010)

PAKISTAN - SCHEDA - Gli ultimi casi dei cristiani vittime della “Legge sulla blasfemia”

Lahore (Agenzia Fides) – Grazie ai dati raccolti e gentilmente concessi dal “Christian Study Center” di Rawalpindi e dalla “Commissione Giustizia e Pace” della Conferenza Episcopale, l’Agenzia Fides ricorda gli ultimi gravi incidenti che hanno riguardato nel 2009 i cristiani accusati di “blasfemia”:

– 30 giugno 2009, Bahmniwala, Kasur (Punjab): oltre 110 famiglie cristiane, accusate di blasfemia, sono state costrette a fuggire dalle loro case per paura di attacchi da parte di musulmani dei villaggi vicini. Apparentemente la tensione è iniziata con una scaramuccia tra giovani cristiani e musulmani poi degenerata in violenza religiosa.

– 30 luglio 2009, Korian, Gojra (Punjab): durante un matrimonio, circa quaranta proprietà e famiglie cristiane, accusate di violazione delle leggi sulla blasfemia, sono state attaccate da alcuni incendiari.

– 1 agosto 2009, Gojra (Punjab): una folla inferocita ha assediato l’area residenziale e appiccato il fuoco a case e persone cristiane, accusate di blasfemia. Nove donne e bambini, impossibilitati a scappare o a nascondersi, sono stati bruciati vivi. Responsabile del gesto è un’organizzazione militante già bandita dal governo. Prove circostanziali hanno messo in luce il ruolo di “copertura” giocato dall’amministrazione locale.

– 15 settembre 2009, Jethike, Sialkot (Punjab): il corpo di un ragazzo cristiano, Robert Fanish Masih, è stato trovato impiccato in una prigione. Secondo la polizia si è trattato di un suicidio. Il ragazzo era stato arrestato alcuni giorni prima con l’accusa di blasfemia. Evidenti segni di tortura e numerose ferite hanno smentito la versione ufficiale.

Gli articoli del Codice Penale che compongono la “Legge sulla Blasfemia” sono stati introdotti fra il 1980 ed il 1986 dall’allora presidente del Pakistan, Zia-ul-Haq, per garantire il rispetto del profeta Maometto e del Corano.
Dal 1986 all’ottobre del 2009, almeno 966 persone sono finite sotto accusa per la legge sulla blasfemia: 50% musulmani, 35% ahmadi, 13% cristiani, 1% indù e 1% di religione non specificata. Almeno 33 persone sono state vittime di omicidi dopo l’accusa: 15 musulmani, 15 cristiani, 2 ahmadi e 1 indù. La legge è usata in modo indiscriminato per colpire i cittadini non musulmani in controversie per proprietà, denaro, e inimicizie d'ogni genere. Il numero delle vittime è alto anche fra i musulmani perchè diversi gruppi islamici militanti la usano per attaccarsi l’un l’altro.

Lahore, il vescovo «difende» in aula famiglia cristiana

l presbiteriano Nasir sfida il muro di omertà a fianco dei parenti della 12enne assassinata


DA B ANGKOK
S TEFANO V ECCHIA
C
resce la protesta dei cristia­ni pachistani verso il siste­ma giudiziario e i politici per il tentativo di insabbiare le accuse contro il presunto colpevole del­l’uccisione, seguita a torture e vio­lenza sessuale, della dodicenne Sha­zia Bhatti il 22 gennaio scorso.
Ancora una volta, la minoranza cat­tolica della popolosa provincia del Punjab teme che la giustizia per un atto di violenza le venga negata. Per questo Timoteo Nasir, vescovo del­la Chiesa Presbiteriana ed eminen­te giurista, ha deciso di guidare gli avvocati della famiglia nella loro a­zione contro Naeem Chaudhry, ar­restato per l’assassinio e a sua vol­ta influente avvocato islamico ed ex presidente dell’Alta Corte del Punjab. Il vescovo ha deciso di scen­dere in campo e guidare il pool di le­gali, dopo che nei giorni scorsi mol­ti avvocati avevano preferito “decli­nare” l’offerta di assistere la fami­glia come parte lesa in aula contro il potente ex giudice Chaudhry.
Come riferito dall’agenzia vaticana

Fides,
monsignor Nasir è assai no­to nella comunità cristiana, sia per la sua attività di pastore e di rettore del Seminario teologico di Guj­ranwala, sia per il suo impegno – co­me giurista e pubblicista – a difesa dei diritti delle minoranze religiose nel Paese in grande maggioranza musulmano.
Il decesso, che per le autorità e an­che per i medici che hanno testi­moniato a difesa di Chaudhry, sa­rebbe un incidente (le abrasioni e
contusioni sarebbero conseguenze di malattia e la morte dovuta a una caduta accidentale) può invece a­prire, per gli avvocati della famiglia della giovane e per i suoi genitori, u­no spiraglio su una realtà dramma­tica. Sono in tante, infatti, le bam­bine come Shazia che il bisogno spinge a mettersi al servizio di fa­miglie ricche e potenti subendo spesso vessazioni e a volte violenze per un salario equivalente a 6-8 eu­ro al mese, ma altrettanto aberran­te e frequente è l’incapacità per i cri­stiani di avere giustizia. Chaudhry è una personalità influente, con ami­cizie tra i militari e nell’ammini­strazione pubblica, oltre che con­nessioni politiche con la Lega Mu­sulmana, per la fazione che fa capo all’ex primo ministro Nawaz Sharif. Nei giorni scorsi i suoi colleghi han­no cercato di discolparlo mentre gli avvocati che si sono offerti di assi­stere gratuitamente la famiglia so­no stati oggetto di intimidazioni e minacce.
Anche l’arresto dell’avvocato, ora in carcere in attesa del processo, dopo che le due settimane di indagini pre­viste dalla legge prima della conva­lida dell’arresto non hanno portato, per le autorità, a raccogliere prove sufficienti a suo carico, è avvenuto nel massimo segreto, reso noto so­lo dai gruppi che si sono impegna­ti per far chiarezza sulla vicenda che per giorni erano scesi in piazza da­vanti al palazzo di giustizia di Laho­re ottenendo l’accoglimento della denuncia dei familiari da parte del­la polizia. La piccola Shazia era sta­ta ricoverata all’Ospedale Jinnah di
Lahore il 19 gennaio con una doz­zina di ferite di arma da taglio sul corpo. I risultati dell’autopsia non sono accessibili e dagli avvocati del­la famiglia è stato chiesto nuove pe­rizie.
Da lungo tempo alla ragazzina non veniva concesso di vedere i familia­ri perché si era lamentata con loro degli orari massacranti, della scar­sità di cibo, delle percosse e della mancata corresponsione del pur misero salario. Vicini di casa di Naeem Chaudhry hanno testimo­niato delle sevizie e anche del duro lavoro all’esterno dell’abitazione, nel gelo invernale.
Ai genitori, accorsi all’ospedale do­po la morte della figlia erano state offerte 15mila rupie, circa 130 euro, perché non sporgessero denuncia.

Shazia e la violenze sulle donne cristiane in Pakistan

Lahore (Agenzia Fides) – La triste vicenda di Shazia – la ragazza cristiana violentata, torturata e uccisa dal suo datore di lavoro, un ricco avvocato musulmano di Lahore (vedi Fides 25/01/2010) – “riporta all’attenzione dell’opinione pubblica e della comunità internazionale le violenze sulle donne in Pakistan, specialmente sulle lavoratrici cristiane”, dicono a Fides fonti della Chiesa in Pakistan.
Secondo l’Ong pakistana “Alleanza contro la Violenza Sessuale” (“Alliance Against Sexual Harassment”), il 91% delle lavoratrici domestiche dice di aver subito abusi o violenze sessuali. In più “Shazia, che era giovane e appartenente a una comunità religiosa di minoranza era particolarmente vulnerabile”, nota l’Ong. Secondo l’organizzazione, ogni anno le denunce di casi simili sono numerose e riguardano anche veri e propri sequestri, subiti da tali lavoratrici: spesso vengono strappate alle famiglie cristiane, costrette a sposare ricchi uomini di affari e a convertirsi all’islam.
Nel 2009 i casi denunciati di violenze contro le donne (cristiane e non) sono aumentati del 13%, nota la Fondazione “Aurat”, attiva da oltre 20 anni nella difesa della donna in Pakistan. E molti casi restano sconosciuti perché non registrati. Secondo i dati forniti dalla Fondazione, nel 2009 vi sono stati 1.052 omicidi di donne, 71 casi di stupro con omicidio, 352 stupri, 265 stupri di gruppo, 1.452 casi di torture, 1.198 sequestri.
Alcuni di questi casi riguardano perfino delle bambine, come il recente episodio di una bimba di 4 anni violentata e uccisa il 31 gennaio scorso in un villaggio nell’area di Faisalabad, in Punjab.
“La situazione è preoccupante”, notano le fonti di Fides. “La discriminazione sociale contro le minoranze religiose è diffusa, in particolare sono molti gli abusi sulle donne, perpetrati da gruppi militanti islamici ma anche da esponenti della media borghesia, come è accaduto nel caso di Shazia. Il governo deve adottare seri provvedimenti per garantire la libertà e i diritti delle donne in Pakistan”.

Pakistan I ghetti dei cristiani

testo e foto di Guillaume Pitron
È
un quartiere di un’altra epoca quello che si estende nel cuore di Islamabad, la capitale politica del Pakistan. Un gigantesco agglomerato di case di pietra e lamiera incastrate su un terreno che scivola in dolce pendio: lo chiamano ' la colonia francese'. È in questa baraccopoli, situata sugli ex catasti dell’ambasciata di Francia, che vivono cinquemila cristiani, a poche centinaia di metri da sontuose moschee nuove fiammanti. Ormai da qualche mese, un muro separa i residenti dai vicini sobborghi danarosi. Vi si entra imboccando un piccolo androne sotto lo sguardo divertito di un pachistano abbigliato del tradizionale
salwar kamiz . Le viuzze cinte da muri dai riflessi bluastri sono popolate di ragazzini che saltellano noncuranti nella polvere. Più in basso, barbieri e venditori di bibite, chiusi nelle loro botteghe sulle rive di un ruscello coperto di detriti, si sforzano di mantenere in vita una piccola economia autarchica. Dentro una casetta dalle porte dischiuse, un gruppo di donne invoca la Santa Trinità, con le mani alzate verso le pale di un ventilatore, in un’indescrivibile confusione di canti e ritmi di tabla . Il giorno volge al tramonto, mentre le salmodie si perdono tra i richiami alla preghiera che arrivano a voce spiegata dai minareti vicini.
Cristiani reclusi in recinti impermeabili al mondo esterno: è un fenomeno frequente nel ' Paese dei puri'. Vittime dirette della lenta radicalizzazione dell’islam in Pakistan, bersagli di un clima d’intolleranza nei confronti di chiunque non condivida le convinzioni religiose del novantasei per cento della popolazione, i tre milioni di componenti della prima minoranza del Paese hanno imparato a vivere ai margini del sistema economico e sociale. A
cinque ore di strada da Islamabad, il quartiere di Kot Lakhpat, a Lahore, concentra la più vasta comunità di cristiani del Pakistan. La vita si svolge attorno alla chiesa cattolica di San Francesco, anch’essa circondata da mura. I fedeli che affluiscono per la messa domenicale entrano col contagocce, dopo essersi fatti riconoscere da un poliziotto armato fino ai denti. Sono, in maggioranza, discendenti delle prime comunità che si dice siano state fondate dall’apostolo san Tommaso e da indù delle caste inferiori convertiti già alla fine del XIX secolo sotto l’influenza britannica. Varcate le porte, la tensione scende di colpo e il fervore diventa palpabile.
Quattro celebrazioni, una decina di battesimi, due matrimoni: oggi il giovane parroco Morris Jalal ha parecchio da fare. « Il sacerdote è il comune denominatore – spiega –. I cristiani vengono da tutto il Pakistan per vivere qui. Cerco di creare un
legame tra loro » . Morris Jalal lavora anche alla pacificazione dei rapporti tra musulmani e cristiani, partecipando a incontri interreligiosi. « Parliamo di tolleranza, ma restano discussioni superficiali – lamenta –. I pachistani sono brave persone ma, quando si tocca la religione, perdono la testa. I mullah hanno assaporato l’islam come strumento di potere: con la religione prendi il controllo del Paese, delle istituzioni, delle risorse » . Dalle pianure del Punjab alle province del nordovest, dai massicci himalayani alle coste del Belucistan, è la sezione 295C del codice penale il principale bersaglio delle critiche.
Promulgata nel 1985, questa legge sulla blasfemia punisce chiunque si renda colpevole di profanazione del Corano o di insulti nei confronti del Profeta. Spesso è stata usata a sproposito contro i cristiani: « La blasfemia è una continua spada di Damocle – esclama Morris Jalal –. Nel novantanove per cento dei casi è solo il pretesto per una rivincita » .

U
n contesto che i nuovi equilibri geopolitici ereditati dagli attentati dell’ 11
settembre non hanno fatto nulla per cambiare. Più o meno consapevolmente, i cristiani vengono assimilati all’Occidente e al bellicismo dell’ex presidente americano George Bush colorito di riferimenti religiosi. Il caso delle vignette su Maometto e i fraintendimenti del discorso di Ratisbona hanno ulteriormente aggravato la situazione. « Da tre anni il radicalismo è in crescita – osserva il pastore Cornelius Shihbaz, che abita con la madre e i quattro fratelli in una casa di Kot Lakhpat –. Non sempre ci sentiamo al sicuro » . Pochi minuti dopo, Cornelius è aggrappato al sedile di un taxi scassato che corre attraverso le piane verdeggianti del Punjab. Solo ammassi di mattoni rossi e immensi camini che sputano fumi nerastri vengono a turbare i paesaggi monotoni. Il villaggio di Fqaria Walla è abitato da venticinque famiglie di produttori di mattoni, mestiere tradizionalmente cristiano. Agricoltori, netturbini, infermieri… In Pakistan i cristiani hanno i loro mestieri riservati, quasi sempre manuali e poco retribuiti nei settori più miseri dell’economia. Pervez Anjum lavora duramente per restituire un prestito di settantamila rupie pachistane ( 560 euro) contratto con il datore di lavoro. « Il salario minimo è di 500 rupie ( 4 euro) per produrre mille mattoni. Io ne guadagno solo 350 – spiega –. Vorrei che i miei figli ricevessero un’educazione, ma temo che non sarà possibile » .
tessi paesaggi, altro contesto a un’ora di strada, nel villaggio cristiano di Kasur. Alla fine giugno 2009 centinaia di musulmani scatenati distrussero tutto, galvanizzati dagli inviti al saccheggio lanciati dai minareti. Le porte sono sfondate. Resti di stoviglie e di mobili ricoprono i cortili delle modeste case. Zubada Fayaz culla il suo ultimo nato all’ombra di un albero seccato dal sole a picco. « I musulmani mi dissero che i cristiani non avevano il diritto di vivere qui, se non come schiavi » , ricorda la giovane. A parecchie centinaia di chilometri, sette cristiani furono assassinati all’inizio di agosto, nel villaggio di Gojra. Uno scandalo che commosse tutto il Pakistan. « La reazione mediatica ai massacri di Gojra è inedita – osserva però il giornalista Zaïd Hussein –. La pressione popolare ha costretto il governo a reagire » . Nel suo ufficio che domina la Blue Area, l’arteria commerciale di Islamabad, Shahbaz Bhatti brandisce fieramente un giornale: « Il primo ministro Gillani ha promesso di intervenire sulla legge sulla blasfemia! » , esulta. Ministro delle Minoranze, lui stesso cristiano, Bhatti è la prova vivente che per i suoi fratelli c’è un posto nel Paese. « In passato i cristiani sono stati trascurati, oggi facciamo di tutto per rimediare – spiega Bhatti –. Sono meglio rappresentati nelle assemblee nazionali e provinciali e riserviamo loro il 5% degli impieghi nella pubblica amministrazione » . Mentre il Pakistan s’interroga sugli ideali di tolleranza enunciati dal suo fondatore, Mohammad Ali Jinnah, una sera d’agosto del 1947, Bhatti vuole essere fiducioso: « Possiamo riuscire a

S
creare un’armonia interconfessionale » .

( traduzione di Anna Maria Brogi)


«Vittime dell’apartheid religioso»


di
Joséphine Bataille Peter Jacob, segretario generale della commissione Giustizia e pace della Conferenza episcopale pachistana, riflette sulla situazione dei cristiani in una nazione a fortissima maggioranza musulmana.
Qual è la sua maggiore preoccupazione?
« Il nostro sistema politico si fonda su un apartheid religioso. Se si sa recitare il Corano a memoria si ottengono crediti a scuola e, in carcere, uno sconto di sei mesi di pena. I cristiani non hanno queste opportunità: tutto il sistema è costruito in modo da fare dei non­musulmani cittadini di serie B. La legge sulla blasfemia, introdotta nel codice penale negli anni Ottanta, oggi è per noi il principale simbolo di discriminazione e di persecuzione religiosa. Se ne abusa e si incoraggia qualunque tipo di affermazione contro i cristiani, come dimostra la vicenda del villaggio di Gojra. Davanti alla giustizia, questa legge prevede la condanna a morte; in pratica, però, nessuno è mai stato giustiziato: la legge è così mal costruita che in genere la condanna non è confermata in appello. D’altra parte, le persone restano in carcere per anni, dove talvolta vengono uccise; se ottengono il rilascio vivono nell’incertezza, perché saranno gli estremisti a fare i conti con loro. Nonostante ciò, le conversioni non sono molte. I cristiani del Pakistan hanno una fede profondamente radicata » .
Che cosa fa la commissione Giustizia e pace che lei presiede?
« Da venticinque anni la nostra commissione lavora per ottenere l’abrogazione della legge sulla blasfemia. Il problema è che essa incarna un modo di pensare che influenza tutta la società. Noi facciamo campagna tra i parlamentari: alcuni, di origine musulmana, ci sostengono; abbiamo già raccolto settantamila firme tra la popolazione, di tutte le confessioni, che porteremo davanti al governo.
Lavoriamo anche tra la gente, per proteggere e sostenere quanti sono vittime di questa legge » .
Che cosa vi aspettate dall’Occidente?
« Il Pakistan si trova davanti a un bivio: può riformare la sua politica ed eliminare l’estremismo. Dagli occidentali ci aspettiamo che capiscano che qui non viviamo in una vera democrazia, ma in un sistema fondato sull’abuso della religione, e che le cose vanno sempre peggio. I governi devono usare la loro influenza e riconoscere che abbiamo tutti il diritto di vivere in Pakistan, dove vogliamo integrarci, essere pienamente pachistani, senza subire un’assimilazione forzata. Nel XXI secolo nessun Paese può restare indifferente a guardare ciò che avviene altrove. Se il Pakistan diventasse un secondo Afghanistan, a subirne le conseguenze sarebbe tutta la comunità internazionale » .
Il primo ottobre scorso il presidente del Pakistan è stato ricevuto dal Papa. Qual è stata la sensazione dei cristiani e come hanno accolto la sua esortazione a proseguire nel dialogo interreligioso?
« Ci aspettavamo molto, non solo perché il Papa è il rappresentante della Chiesa, ma anche perché è considerato una voce indipendente.
Anche l’incontro, che è seguito, con i governanti italiani per noi era molto importante. Tutti si sono detti preoccupati per la discriminazione su basi religiose, e il nostro presidente, pur senza impegnarsi, ha riconosciuto che occorre fare qualcosa. Quanto al dialogo interreligioso, non è una novità. Vivendo in un contesto musulmano, è la nostra quotidianità, a tutti i livelli e da molto tempo. Il problema è che, da un lato, la Chiesa diffonde il suo messaggio secondo il quale possiamo vivere tutti insieme e, dall’altro, gruppi fondamentalisti cercano d’imporre le loro regole e di intimidire i cristiani per eliminarli dalla comunità. La Chiesa cattolica compie grossi sforzi; ma il dialogo può
unire solo se è fondato sull’uguaglianza. La libertà religiosa deve esistere per tutti i pachistani, musulmani compresi, perché anche loro hanno ben poca libertà » .
Quali sono le speranze di cambiamento?
« Quello che sta avvenendo è il risultato di una situazione politica precisa, di un modello di Stato teocratico che sta mostrando il suo fallimento. Eppure esiste una forma di secolarizzazione che appartiene al Pakistan, dove molte religioni vivono una accanto all’altra. La società civile pachistana ha sempre lottato contro l’ordine religioso repressivo. È riuscita a ottenere l’abolizione degli elettorati separati. Nel proprio cuore, la gente sostiene un altro Pakistan e conserva la speranza. Quello che vogliono profondamente è la coesistenza.
Attualmente sono indottrinati da un estremismo di cui essi sono le prime vittime, ma ne avranno l’opportunità, coglieranno l’occasione per cambiare le cose, perché hanno sete di pace e di giustizia » .
( per gentile concessione del settimanale « La Vie » .
Traduzione di Anna Maria Brogi)

Peter Jacob, segretario della commissione Giustizia e pace della Conferenza episcopale pachistana: «Il sistema istituzionale è costruito in modo da fare dei non-musulmani cittadini di serie B. Eppure da millenni qui molte religioni vivono una accanto all’altra: il dialogo interreligioso è la nostra quotidianità»



Umili e sottopagati, fabbricano mattoni e coltivano la terra: i mestieri della tradizione. Ufficialmente tutelati dal governo, di fatto restano sotto la spada di Damocle delle leggi contro la blasfemia




Una famiglia cristiana di Kasur davanti alla propria casa, che porta ancora i segni dell’aggressione degli estremisti islamici Sotto, alcune cristiane pachistane durante una funzione religiosa In basso, un battesimo a Kasur Nella pagina accanto, un momento della manifestazione «Basta uccidere cristiani innocenti!», organizzata a Islamabad dopo le violenze di Gojra





PAKISTAN 12 ANNI CRISTIANA violentata, torturata e uccisa. Il 99% delle giovani cristiane che lavorano per musulmani sono vittime di violenze e abusi.

Dal suo datore di lavoro, un ricco avvocato musulmano


nella FOTO: il corpo senza vita della giovanetta Shazia Bhashir

ROMA, lunedì, 25 gennaio 2010 (ZENIT.org).- La violenza contro i cristiani in Pakistan non risparmia neanche i bambini. Shazia Bashir, di 12 anni, è stata infatti torturata, violentata e uccisa dal suo datore di lavoro, un ricco avvocato musulmano di Lahore.

La ragazzina, riferisce l'agenzia Fides, era nata in una famiglia cattolica molto povera e lavorava da otto mesi come domestica in casa dell'avvocato Chaudry Muhammad Neem. Il 22 gennaio è stata picchiata, violentata e assassinata.

Al suo funerale, svoltosi questo lunedì a Lahore, hanno partecipato migliaia di persone, tra cui i Vescovi cristiani di tutte le confessioni. Anche molti musulmani hanno espresso solidarietà per l'accaduto.

Quello di cui è stata vittima Shazia è solo “uno dei tanti episodi di maltrattamenti e sevizie che i cristiani subiscono – specie quelli più poveri – quando sono impiegati come lavoratori (per servizi spesso molto umili) nelle case di musulmani”, ricorda Fides.

La ragazzina riceveva 1.000 rupie al mese (circa 12 dollari statunitensi) per aiutare la famiglia, composta dai genitori, due sorelle sposate e un fratellino di otto anni.

I genitori hanno raccontato che da giorni non era loro permesso di vedere la figlia. Dopo molte richieste, è stata restituita con segni evidenti di violenze e torture. E' stata immediatamente portata all’ospedale Jinnah di Lahore, ma i medici non hanno potuto fare nulla per salvarla.

L’avvocato ha cercato di comprare il silenzio dei genitori, offrendo 20.000 rupie (circa 250 dollari), ma loro hanno denunciato la vicenda.

In un primo momento la polizia non voleva registrare l’accaduto, ma le proteste dei cristiani hanno portato il caso all’attenzione dell’opinione pubblica.

Il Presidente del Pakistan, Ali Zardari, ha stanziato un risarcimento di 500.000 rupie (circa 6.000 dollari) per la famiglia di Shazia, mentre il Ministro per gli Affari delle Minoranze, Shahbaz Batti, ha assicurato che “i colpevoli saranno condotti dinanzi alla giustizia”.

Situazione insostenibile”

Francis Mehboob Sada, cattolico, Direttore del Christian Study Center di Rawalpindi, ha dichiarato a Fides che “il tragico caso di Shazia non sarà l’ultimo. E’ molto triste. La ragazza è stata torturata e uccisa senza alcun motivo”.

“Era giovane, debole, e cristiana, dunque una vittima perfetta. Proviamo sdegno per una situazione che è insostenibile”, ha aggiunto.

Il Christian Study Center è un luogo ecumenico di documentazione, studio e riflessione, molto apprezzato per la sua opera di monitoraggio e informazione sulla condizione dei cristiani in Pakistan.

“I cristiani sono perseguitati e non sono trattati come gli altri cittadini. Siamo discriminati. Nella società i cristiani, specialmente delle famiglie povere, subiscono ogni forma di violenza e vessazioni. Abbiamo documentato una sequela di casi che lo testimoniano. La polizia e il Governo non fanno molto per proteggerci e spesso molti casi finiscono con l’impunità”, ha denunciato.

Secondo Mehboob Sada, ultimamente “i cristiani hanno rischiato la pulizia etnica” e vivono “tempi di insicurezza e precarietà”.

“I colpevoli si conoscono – ammette –: sono i militanti di un’organizzazione estremista già bandita dal Governo”.

La vicenda di Shazia è stata condannata anche dalla Commissione Nazionale per i Diritti umani e da altre organizzazioni attive nella società civile, mentre alcune associazioni di avvocati hanno difeso Chaudry Muhammad Neem.

In Pakistan un Natale di fede e paura Alle celebrazioni il 40% dei fedeli in meno

ROMA, mercoledì, 6 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Il Natale dei fedeli del Pakistan è stato caratterizzato dalla paura, al punto che i partecipanti alle celebrazioni sono stati il 40% in meno rispetto al solito.

L'Arcivescovo Lawrence Saldanha di Lahore ha sottolineato come un'imponente operazione di sicurezza organizzata dal Governo abbia interessato le chiese del Paese, mentre i cristiani temevano di essere il bersaglio di attentati suicidi.

Parlando all'associazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), il presule ha espresso la propria riconoscenza nei confronti della polizia per la sua risposta alle minacce di attacchi contro i cristiani in occasione del Natale.

Anche se l'affluenza alle celebrazioni è diminuita di circa il 40% rispetto agli anni precedenti, chi è andato in chiesa è “molto forte nella fede” e non ha voluto essere fermato dai rischi alla sicurezza, ha commentato.

“Nelle chiese c'era un'atmosfera meravigliosa”, ha ammesso. “La gente era decisa a festeggiare e ha partecipato con grande entusiasmo”.

L'Arcivescovo, che presiede la Conferenza dei Vescovi Cattolici del Pakistan, ha dichiarato che in molte chiese di Rawalpindi e della capitale Islamabad è stato predisposto “un sofisticato apparato di sicurezza”.

I fedeli hanno fatto lunghe file per essere controllati dalla polizia, che usava metal detector e altri strumenti per evitare situazioni di pericolo. Altrove, i fedeli sono stati difesi da poliziotti in uniforme e in borghese che controllavano i templi.

Ad ogni modo, per ridurre i rischi sono state cancellate alcune celebrazioni, così come mercati e incontri, e su suggerimento della polizia sono state sospese anche le funzioni natalizie in edifici non religiosi come scuole e alberghi.

“Il morale era piuttosto basso – ha confessato l'Arcivescovo –. Per molte persone, l'apparato di sicurezza significava che andare a Messa era difficile”.

Pakistan. Una legge sulla blasfemia per perseguitare i cristiani

Se si ritiene che una persona offenda il Corano il suo villaggio viene distrutto. Così si mette a tacere la minoranza • Padre Cervellera «In Europa la sentenza sul crocifisso aiuta gli estremisti»
di Francesca Angeli
Tratto da Il Giornale dell'11 novembre 2009

Salvare i cristiani del Pakistan dalla persecuzione del fondamentalismo islamico, perpetrata attraverso la legge sulla blasfemia. Salvare il mondo occidentale dal morbo del relativismo che punta alla cancellazione dell’identità e dei valori cristiani, come dimostra la decisione della Corte per i diritti dell’uomo di Strasburgo sul crocifisso. È il monito di Padre Bernardo Cervellera, missionario, esperto di politica internazionale e direttore dell’agenzia Asianews, che accoglie e rilancia la richiesta di aiuto giunta dalla comunità cristiana del Pakistan, circa 4 milioni a fronte di circa 160 milioni di musulmani. Una comunità assediata e perseguitata, come altre minoranze religiose, in un Paese dove la stessa Costituzione ha in sé le premesse per la discriminazione dei non musulmani. Una legge in particolare, quella sulla blasfemia, rappresenta l’arma in mano ai fondamentalisti per colpire chiunque.

«La legge sulla blasfemia è in vigore dal 1986 e prevede prigione e pena capitale per tutti coloro che offendono il Corano o Maometto» denuncia Cervellera che lascia a Padre Emmanuel Mani e a Peter Jacob, rispettivamente direttore nazionale e segretario esecutivo di Giustizia e Pace in Pakistan, testimoni diretti di questa tragedia, il compito di raccontare come in questi 23 anni la legge sulla blasfemia sia servita per giustificare una serie di massacri e per mettere a tacere tutte le minoranze, non solo cristiane ma anche musulmane come gli sciiti o gli indù ed i sikh. Gli ultimi episodi la scorsa estate quando piccoli villaggi sono stati presi d’assalto, le case sono state incendiate e la chiesa locale profanata e distrutta. Non c’è dubbio per Padre Mani: esiste una campagna d’odio orchestrata dagli imam e dagli estremisti ed il governo in carica pur essendo a conoscenza delle incursioni non fa nulla per contrastarle. La legge sulla blasfemia è come un’arma in mano ai fondamentalisti: non occorrono prove e se una persona viene accusata di aver offeso il Corano tutto il suo villaggio viene attaccato e distrutto. Ecco perché i cristiani del Pakistan chiedono che la comunità internazionale si mobiliti contro questa norma.

«La legge sulla blasfemia, come altre che si ispirano alla sharia in Pakistan, sono segno di una crescente islamizzazione del Paese, sottoposto da un lato alla pressione militare e culturale talebana e dall’altro alla chiusura verso la modernità degli imam che predicano e insegnano nelle madrassah», dice Padre Cervellera che invita Italia ed Europa a riflettere su quanto accade non soltanto in Pakistan. Una sentenza come quella che vieta la presenza del crocifisso nei luoghi pubblici, secondo Padre Cervellera, è frutto di una «vuota tolleranza relativista» che ha gli stessi obbiettivi del fondamentalismo islamico: eliminare i segni e le personalità cristiane. Per il missionario è in atto una «strana connivenza» fra relativismo anticristiano e estremismo islamico che spiega l’appoggio dato da «diversi paesi occidentali verso risoluzioni Onu, volute in origine dai paesi islamici, che puntanto ad attuare una legge contro la blasfemia a livello internazionale». Risoluzioni che, se fossero attuate «potrebbero scardinate la convivenza mondiale». Il relativismo spinge i cristiani ad una sorta di «privatizzazione della fede» ad una esclusione della religiosità dall’ambito pubblico.

Ma se la religione «viene messa tra parentesi nessuna convivenza sarà possibile», conclude Padre Cervellera.

Pakistan. Chiesa Cattolica, legge sulla blasfemia. Cronaca da una comunità perseguitata


Salvate i cristiani e il Pakistan dalla legge sulla blasfemia

di Dario Salvi

La legge sulla blasfemia – prigione e condanna a morte per chi offende il Corano o Maometto – è uno strumento per eliminare le minoranze religiose. AsiaNews lancia una campagna di sensibilizzazione perché sia abrogata. A causa di essa, dal 2001 sono stati uccisi almeno 50 cristiani, distrutte famiglie e interi villaggi. Anche nel Paese emergono voci cristiane e islamiche che chiedono la cancellazione della norma.

Roma (AsiaNews) – Robert Fanish Masih è solo l’ultima vittima cristiana, in ordine di tempo, della legge sulla blasfemia in vigore in Pakistan dal 1986. Questa legge punisce con ergastolo o pena di morte chi profana il Corano o dissacra il profeta Maometto e basta essere accusati da una sola persona per essere arrestati ed eliminati. Una norma aberrante, foriera di discriminazioni, che “legalizza” violenze contro le minoranze religiose e i cui autori rimangono il più delle volte impuniti, grazie alla connivenza delle forze di polizia e dei funzionari di governo.
Robert, 20enne originario del villaggio di Jaithikey, poco distante dalla città di Samberial, nel distretto di Sialkot (Punjab), era stato arrestato il 12 settembre scorso con l’accusa di blasfemia. Il giorno precedente una folla di musulmani si era riunita attorno alla chiesa locale danneggiando prima l’edificio, poi gli hanno dato fuoco. Gli estremisti hanno anche saccheggiato due abitazioni adiacenti la chiesa.
Il giovane era stato accusato di aver “provocato” una ragazza, prendendo una copia del Corano che aveva fra le mani e “gettandola via”. In realtà, a scatenare l’ira dei fondamentalisti islamici vi era la relazione fra il ventenne cristiano e la ragazza musulmana; uno dei testimoni che ha incriminato Fanish, infatti, è la madre della giovane. Padre Emmanuel Yousaf Mani, direttore della Commissione nazionale di Giustizia e Pace della Chiesa cattolica (Ncjp), aveva chiarito che i fondamentalisti “non sopportano che una ragazza musulmana si innamori di un cristiano”.
La notte fra il 12 e il 13 settembre Robert Fanish Masih è morto, in carcere, per le violenze subite. Il corpo del giovane, infatti, presentava segni evidenti di ferite profonde alla testa, provocate da un’arma da taglio. Poco dopo il ritrovamento del cadavere, Waqar Ahmad Chohan, ufficiale del distretto di polizia di Sialkot, ha riferito che Fanish si sarebbe “suicidato in cella”. Una tesi smentita con fermezza da numerosi leader cristiani, alcuni dei quali hanno potuto vedere il corpo del giovane prima dei funerali. Nadeem Anthony – membro della Commissione nazionale per i diritti umani (Hrcp) – ha subito denunciato un caso di “omicidio legalizzato”, smentendo la versione degli agenti che parlavano di “impiccagione in carcere”.
L’attivista ha quindi aggiunto che il giovane “ha subito torture, in seguito alle quali è deceduto. Sono visibili i segni delle percosse e delle ferite sul corpo, come emerge dalle fotografie”. Nei giorni seguenti alla morte, AsiaNews ha ricevuto gli scatti del cadavere, che confermano le torture inferte, le quali nulla hanno a che vedere con i segni di strangolamento da impiccagione.
Ai funerali di Fanish Masih, celebrati il 16 settembre, vi sono stati lanci di gas lacrimogeni, numerosi feriti e una serie di arresti; la polizia ha caricato la folla di cristiani radunata per le esequie, giustificando il duro attacco dicendo che “volevano prevenire ulteriori disordini”. Il corpo è stato sepolto in un cimitero cattolico di Sialkot, il distretto d’origine del giovane, dove per diversi giorni ha regnato un’atmosfera carica di tensione.
Le accuse di blasfemia montano spesso fino a decretare la distruzione di case e villaggi cristiani. Lo scorso 30 luglio una folla di 3 mila musulmani ha attaccato e incendiato i villaggi di Koriyan per punire un presunto caso di blasfemia. Il 1° agosto i fanatici hanno attaccato il villaggio di Gojra, uccidendo 7 persone, fra cui donne e bambini, incendiati vivi. La storia degli ultimi decenni in Pakistan è piena di assalti a chiese e villaggi cristiani motivati da scandali sulla blasfemia montati ad arte: Kasur (giugno 2009); Tiasar (Karachi, aprile 2009); Sangla Hill (2005); Shantinagar (1997).
Il Joint Action Committee for People’s Rights (Jac), organizzazione non governativa pakistana che si batte per i diritti umani nel Paese, manifesta “grande preoccupazione” per le violenze in continua crescita, mentre la comunità cristiana lancia appelli – finora caduti nel vuoto – perché venga fatta giustizia; le promesse di risarcimento sono, al momento, rimaste disattese. Le violenze di gruppi musulmani contro cristiani, giustificate con la blasfemia, costituiscono una lunga lista. Esse non riguardano solo cristiani, ma anche altre minoranze e non solo individui, ma villaggi e interi paesi.
Di fronte al crescere di tale violenza gratuita e meschina, coperta dal manto della religione, cominciano ad emergere voci sempre più forti. Il 6 ottobre scorso, alla Camera bassa del Parlamento Sherry Rehman, ex Ministro dell’informazione, e Jameela Gilani, entrambe di fede musulmana, hanno chiesto l’abrogazione della legge sulla blasfemia.
Lo stesso giorno, il parlamentare cristiano Akram Masih Gill lancia una provocazione: “Se esiste l’ergastolo – afferma – per blasfemia contro il Profeta Maometto e il Corano, perché non introduciamo una simile punizione per chi infanga il nome di Cristo e la Bibbia?!”. Fiduciosi di questo appoggio interconfessionale, il 25 ottobre scorso i leader del Pakistan Christian Congress (Pcc), che raduna tutte le organizzazioni cristiane del Paese, hanno indetto una conferenza, a Rawalpindi sotto la minaccia dei fondamentalisti islamici. L’obiettivo era “l’abolizione totale delle leggi sulla blasfemia”.
A sua volta, per il 12 e 13 dicembre prossimi, l’International Minorities Alliance (Ima), organizzazione di ispirazione cristiana, ha indetto una “Conferenza internazionale sulle minoranze” a Lahore per discutere il futuro del Pakistan e delle minoranze. Il Pakistan, infatti, nato come Stato laico, a difesa di tutte le comunità etniche e religiose, è divenuto via via una Repubblica islamica che uccide le minoranze, anche quelle più devote alla costruzione del Paese.
L’abolizione della legge sulla blasfemia e di tutte le leggi contro le minoranze sono anche la strada per un vero progresso di tutta la popolazione pakistana.
Con questo dossier, AsiaNews, da sempre attenta alle questioni legate alla libertà religiosa e al rispetto dei diritti umani, intende offrire qualche strumento per capire e anche per solidarizzare con cristiani, ahmadi e sikh contro questa legge infamante.




La Chiesa cattolica in Pakistan (Scheda)


I cattolici sono meno dell’1% su un totale di oltre 160 milioni di abitanti. Nel Paese vi sono due arcidiocesi, quattro diocesi e una prefettura apostolica. Una piccola minoranza attiva e apprezzata per il suo impegno nei settori dell’educazione, aiuto ai poveri, assistenza sanitaria e interventi nei casi di emergenza.

Islamabad (AsiaNews) – Il Pakistan conta poco più di 160 milioni di abitanti ed è il secondo Paese musulmano al mondo, dopo l’Indonesia. Circa il 95% della popolazione professa l’islam, con un 75% di fede sunnita e il 20% di sciiti; i cristiani sono il 2% circa del totale (cattolici meno dell’1%), l’1,8% sono induisti, il rimanente 1,2% professa altre religioni, tra cui sikh, parsi, ahmadi, buddisti, ebrei, bah’ai e animisti.
Fra i centri con la maggiore presenza di cattolici vi è la diocesi di Lahore, nel Punjab, con 390 mila fedeli su un totale di 26 milioni di persone; 26 le parrocchie. A seguire vi è la diocesi di Faisalabad, con 189 mila fedeli su 33 milioni di persone, distribuiti in 28 parrocchie. Al terzo posto la diocesi di Islamabad e Rawalpindi, con 174 mila fedeli su 32 milioni di abitanti e un totale di 19 parrocchie. Poi Karachi, con 145 mila fedeli e 15 parrocchie, su 15 milioni di persone. Il Pakistan comprende due arcidiocesi, quattro diocesi e una prefettura apostolica, tutte di rito latino.
Nel Paese vi sono diverse scuole, istituti e ospedali cristiani, che godono di grande prestigio e sono apprezzati anche dalle autorità locali per la bontà del lavoro svolto a favore della popolazione, a prescindere dalla fede professata. Tuttavia la libertà religiosa, come avviene in altre nazioni a maggioranza musulmana, non è garantita e si ripetono di continuo casi di persecuzioni, minacce di morte e omicidi mirati.
Le attività della Chiesa pakistana coprono diversi settori tra i quali: educazione e istruzione, aiuto ai poveri (un terzo della popolazione è a rischio fame), progetti di sostegno all’agricoltura, assistenza sanitaria e interventi nei casi di emergenza o catastrofi naturali. Tra le numerose opere compiute dalla Caritas Pakistan, insieme a Ong di ispirazione cristiana, va ricordata l’assistenza alle vittime del terremoto che ha colpito il Paese nel 2005, uccidendo 75 mila persone e rendendo senzatetto almeno 3,5 milioni. L’organismo si avvale della collaborazione di 500 persone e dell’opera gratuita di circa mille volontari, in grado di aiutare circa 500 mila persone in tutto il Paese.



La legge sulla blasfemia: una lunga serie di ingiustizie (Scheda)

La Sezione 295 B e C del Codice penale pakistano punisce con l’ergastolo o la pena di morte chi profana il Corano e diffama il profeta Maometto. Introdotta nel 1986 dal dittatore Zia-ul-Haq per farsi apprezzare dall’ala fondamentalista del Paese, è diventata uno strumento per perseguitare minoranze religiose e gli stessi musulmani. Quasi 1000 persone incriminate, centinaia le vittime.

Islamabad (AsiaNews) – La legge sulla blasfemia è il peggior strumento di repressione religiosa in Pakistan: secondo dati della Commissione nazionale di Giustizia e Pace della Chiesa cattolica (Ncjp), dal 1986 all’agosto del 2009 almeno 964 persone sono state incriminate per aver profanato il Corano o diffamato il profeta Maometto. Fra questi 479 erano musulmani, 119 cristiani, 340 ahmadi, 14 indù e altri 10 di altre religioni. Essa costituisce anche un pretesto per attacchi, vendette personali o omicidi extra-giudiziali: 33 in tutto, compiuti da singoli o folle inferocite.
Dal 2001 a oggi, sempre secondo Ncjp, almeno 50 cristiani sono stati uccisi utilizzando come pretesto la legge sulla blasfemia. A questi si aggiungono quelli delle altre minoranze religiose del Paese, oggetto di violenze da parte di estremisti musulmani che, in alcuni casi, finiscono per colpire anche i fedeli dell’islam. La comunità ahmadi, confessione di ispirazione musulmana che non riconosce Maometto come ultimo profeta, considerata per questo eretica da sunniti e sciiti, dichiara che nel 2009 sono stati uccisi almeno 12 fedeli. Dal 1984 a oggi sono morti 107 ahmadi, 719 sono stati arrestati.
La legge sulla blasfemia è stata introdotta nel 1986 dal dittatore pakistano Zia-ul-Haq per difendere da offese e ingiurie l’islam ed il suo Profeta, Maometto, ed è ormai diventata uno strumento di discriminazioni e violenze. La norma è prevista alla sezione 295, comma B e C, del Codice penale pakistano e punisce con l’ergastolo chi offende il Corano; essa prevede anche la condanna a morte per chi insulta il profeta Maometto. Le accuse a carico dei – presunti – blasfemi sono spesso false o motivate da interessi meschini, generano scandali e spingono folle inferocite a farsi giustizia. Anche se arrestati in base all’accusa di un solo testimone, i malcapitati rischiano violenze e torture dalla polizia.
Diversi giudici – su pressione delle folle, aizzate dai locali mullah – hanno comminato la pena di morte anche senza alcuna prova contro gli accusati. Insieme con le ordinanze Hudood – regole strette di diritto penale che, basate sul Corano, puniscono anche con la flagellazione e la lapidazione i comportamenti incompatibili con la legge islamica come adulterio, gioco d’azzardo, uso di alcol – la legge sulla blasfemia fornisce l’esempio di una legislazione fra le più settarie e fondamentaliste, oltre che essere un modo per procedere verso la radicale islamizzazione del Paese.
Ecco, di seguito, alcuni casi di persone uccise a causa della legge sulla blasfemia in Pakistan:
Nel luglio 2009 Rao Zafar Iqbal, attivista pakistano di religione indù e avvocato per i diritti umani, riceve minacce di morte per il suo lavoro a difesa delle minoranze. Le missive provengono dal Jan Nisaran-e-Nabuwat e dal Aqeeda-e-Tahafuz-e-Kathme Nabuwat. L’attivista si reca alla polizia per sporgere denuncia, ma gli agenti non vogliono aprire un’indagine. Poco dopo, un sicario lo fredda a colpi di pistola. Il 4 agosto il quotidiano Daily Pavel pubblica un riquadro in cui si dichiara la “legittimità” dell’assassinio di Rao Zafar Iqbal, perché la sua morte “è un servizio all’islam”.
Samuel Masih è stato ucciso da un agente di polizia nel maggio del 2004, mentre è ricoverato in un ospedale di Lahore. Il 23 agosto 2003 era stato incriminato in base al primo comma dell’articolo 295 del codice penale pakistano, che prevede al massimo due anni di carcere. Secondo la denuncia egli avrebbe sporcato il muro di una moschea. Malato di tubercolosi, era entrato all’ospedale Gulab Devi il 21 maggio 2004. La mattina seguente Farad Ali, agente al quale era stato affidato l’incarico di sorvegliare il paziente, lo colpisce alla testa con una lama per tagliare i mattoni. Samuel Masih è deceduto il 28 maggio 2004 al General Hospital di Lahore.
Muhammad Yousaf Ali, di religione musulmana, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella prigione di Kot Lakhpat, a Lahore, da Tariq Mota, un altro prigioniero e membro del gruppo estremista – messo al bando – Anjaman-e-Sipahe Sahaba, l’11 giugno 2002. Yousaf Ali, 55 anni, era stato condannato a morte per blasfemia il 5 agosto 2000, in un caso denunciato dal movimento estremista islamico con base a Lahore Tharik-I-Khatmi Nabuwat.
Manzoor Masih, 37 anni, originario di Gujranwala, è stato assassinato da militanti armati il 5 aprile 1994 sulla soglia dell’Alta Corte di Lahore. Tre cristiani erano sottoposti a giudizio con l’accusa di blasfemia, e tra questi vi era Salamat Masih, un ragazzino di soli 14 anni. In base alla testimonianza resa dagli accusatori, Manzoor Masih e Rehmat Masih si trovavano nei pressi di Salamat, e per questo sono stati sospettati di averlo istigato a scrivere parole dissacratorie sul muro della moschea.
Nella lotta contro la legge sulla blasfemia, non si può dimenticare un suo profeta: mons. John Joseph, vescovo di Faisalabad dal 1984, che nel suo impegno per la giustizia e la pace del suo Paese, ne è rimasto consumato, morendo a 65 anni. Il 6 maggio 1998 egli si è suicidato davanti a un tribunale che aveva condannato un giovane cristiano per blasfemia.
Né si può dimenticare che le accuse di blasfemia spesso servono a scatenare violenze e distruzioni a interi paesi e chiese cristiane. Lo scorso 30 luglio una folla di 3 mila musulmani ha attaccato e incendiato i villaggi di Koriyan per punire un presunto caso di blasfemia. Il 1° agosto gruppi di estremisti islamici hanno attaccato il villaggio di Gojra, uccidendo 7 persone, fra cui donne e bambini, incendiati vivi. La storia degli ultimi decenni in Pakistan è piena di assalti a chiese e villaggi cristiani motivati da scandali sulla blasfemia montati ad arte: Kasur (giugno 2009); Tiasar (Karachi, aprile 2009); Sangla Hill (2005); Shantinagar (1997).



Cristiani in Pakistan: dalla libertà alle persecuzioni

di Fareed Khan

All’atto della nascita, il padre fondatore Ali Jinnah ha sancito la libertà religiosa e la parità di diritti senza distinzione di casta o credo religioso. Le successive Costituzioni hanno sconfessato questi ideali, lasciando spazio a persecuzioni e violenze contro le minoranze. Alla blasfemia si aggiungono conversioni forzate e matrimoni imposti: le violenze contro i cristiani e le altre religioni non islamiche.

Islamabad (AsiaNews) – Il Pakistan è un Paese dalle molteplici sfaccettature e caratterizzato da diversità religiose, settarie ed etnico-linguistiche. Vi è una predominanza della comunità musulmana: più del 90% dei suoi 180 milioni di abitanti aderisce all’islam, sebbene tra i vari gruppi vi siano differenze nella dottrina. I cristiani sono una minoranza religiosa in Pakistan e subiscono discriminazioni religiose, sociale, costituzionali, economiche ed educative.
Tra quanti si riconosco nei pakistani non musulmani vi sono cristiani, baha’i, buddisti, indù, jainisti, kalasha, parsi (zoroastriani), sikh. I padri fondatori hanno immaginato un Paese progressista, democratico e una società tollerante la quale, pur conservando una maggioranza musulmana, avrebbe garantito pari diritti ai cittadini non-musulmani.
L’11 agosto 1947, nel suo discorso davanti alla prima Assemblea Costituente del Pakistan, Ali Jinnah ha affermato: “Voi siete liberi; siete liberi di frequentare i vostri templi, siete liberi di andare nelle vostre moschee o in qualsiasi altro luogo di culto dello Stato del Pakistan. Voi potete appartenere a qualsiasi religione, casta o credo – questo non ha nulla a che vedere con gli affari dello Stato… Vogliamo partire da questo principio fondamentale: che siamo tutti cittadini e cittadini con pari diritti di un unico Stato. Ora, penso che dovremmo tenere bene a mente questo aspetto quale nostro ideale e scoprirete che, con il passare del tempo, gli indù smetteranno di essere indù e i musulmani smetteranno di essere musulmani, ma non dal punto di vista religioso perché questo riguarda l’ambito personale della fede professata da ciascun individuo, ma dal punto di vista politico quale cittadini dello Stato”.
Questa è considerata la carta del Pakistan e la sintesi del punto di vista di Ali Jinnah sul ruolo della religione e dello Stato.
Islamizzazione del Paese
Ma, nei decenni successivi, in special modo negli anni ’70 e ’80, Il Pakistan, piuttosto che garantire pari diritti e opportunità ai cittadini musulmani e non-musulmani, ha iniziato a incoraggiare le forze estremiste. I movimenti islamici pakistani hanno riscritto la storia dell’Asia del Sud per perseguire la loro ideologia basata sulla religione.
Di conseguenza, molti musulmani pakistani non sanno nulla dei significativi contributi forniti dalle minoranze nella nascita e nella difesa della nazione. Studiosi e giornalisti hanno in gran parte fallito nel loro compito di fornire questa informazione vitale.
Sfortunatamente, la storia ufficiale del Pakistan non illustra il ruolo ricoperto dai cristiani nella costruzione del Paese, gli eventi storici che riguardano il contributo dei cristiani e delle altre minoranze religiose non sono menzionati o sottolineati a dovere.
Le Costituzioni del Pakistan
Oltre alla legge transitoria del 1947 e alla Risoluzione con gli obiettivi del 1949, il Pakistan ha visto quattro Costituzioni dalla proclamazione di indipendenza. Nel 1973, il governo di Zulfikar Ali Bhutto ha offerto una forma parlamentare della Costituzione che, ad oggi, resta l’unico documento promulgato con un vasto consenso. Tuttavia, il generale Zia ul-Haq ha inserito emendamenti radicali alla Costituzione, che hanno colpito i diritti civili dei pakistani e in special modo i non-musulmani.
Una Costituzione che sancisce la discriminazione
La Costituzione del Pakistan differenzia i cittadini in base alla religione professata; e fornisce un trattamento preferenziale ai musulmani. mentre l’articolo 2 della Costituzione dichiara l’islam “la religione di Stato in Pakistan” e il Corano e la Sunna “la legge suprema e la fonte di guida nella promulgazione delle leggi, che va fatta attraverso norme attuate dal Parlamento e dalle Assemblee provinciali, e per la politica di indirizzo generale dal Governo”, in base all’articolo 41(2) solo un musulmano può diventare presidente. Inoltre, l’articolo 260 della Costituzione differenzia i “musulmani” dai “non-musulmani” facilitando e incoraggiando, in questo modo, la discriminazione sulla base della religione.
La Costituzione è così devota nel fornire un trattamento di favore alla maggioranza musulmana che anche un giudice indù deve giurare in nome di “Allah”. Il 24 marzo 2007 il giudice Rana Bhagwandas, un indù, mentre acquisiva la carica di Giudice supremo – in quanto membro più anziano dopo la sospensione del Capo della giustizia Iftikhar Muhammad Chaudhry – ha dovuto prestare giuramento con una preghiera tratta dal Corano – “Possa Allah, il Dio onnipotente, aiutarmi e guidarmi (Amen)”.
Il Codice penale pakistano prevede, in particolare, alle Sezione 295-A, 295-B e 295-C dure pene per chi è accusato di blasfemia. Queste leggi sulla blasfemia mettono a repentaglio alcune delle più importanti disposizioni della Costituzione del Pakistan come il fondamentale diritto di “professare, praticare a propagare la propria religione” (Articolo 20), l’uguaglianza davanti alla legge e una protezione uguale per tutti i cittadini davanti alla legge (Articolo 25), e la salvaguardia “dei diritti legittimi e degli interessi delle minoranze” (Articolo 36).
Le leggi sulla blasfemia
Storicamente, i passi più importanti verso l’islamizzazione del Paese sono stati presi dal presidente Zia-ul Haq (in carica dal 1977 al 1988), il quale ha introdotto una serie di leggi islamiche e dato vita a un sistema giudiziario per rivedere tutte le leggi esistenti, per valutare la loro conformità alle leggi islamiche. Leggi e regolamenti approvati durante gli anni di legge marziale sotto il presidente Zia-ul Haq, inclusi quelli che regolavano le offese alle religioni, sono stati posti al di sopra di una possibile revisione giudiziaria mediante l’ottavo emendamento costituzionale del 1985.
Le leggi sulla blasfemia sono state in larga parte abusate e mal-interpretate per colpire le minoranze e, in alcuni casi, per vendette anche fra gli stessi musulmani. Quanti hanno dovuto rispondere dell’accusa di blasfemia hanno continuato a vivere nella paura anche dopo la dichiarazione di innocenza emessa dal tribunale.
Gli emendamenti alle leggi legate alle offese in nome della religione nel Codice penale del Pakistan generate sotto la presidenza di Zia differiscono in maniera significativa rispetto alle leggi emesse in precedenza per – almeno – quattro ragioni. Essi non menzionano in modo specifico l’intento malevolo di ferire la sensibilità religiosa, quale condizione dell’offesa e introducono un aumento significativo della pena. Inoltre fanno un preciso riferimento all’islam, mentre le leggi precedenti erano volte a proteggere i sentimenti religiosi di “tutti”. Oltretutto, c’è un preciso cambio di tono: le nuove sezioni introdotte nel codice penale pakistano non lo considerano un reato volto a ferire i sentimenti religiosi dei musulmani, ma piuttosto definiscono l’offesa nei termini di insulto o affronto all’islam stesso. Il reato consiste nel infangare o insultare il profeta dell’islam, la sua cerchia e i familiari e nel dissacrare il Corano.
Altre discriminazioni contro i cristiani
Le discriminazioni diffuse a livello sociale, economico, legale e culturale contro i cristiani sono il problema principale che il Pakistan deve risolvere. Terre e proprietà dei cristiani, ivi compresi i luoghi di culto, sono stati confiscati a forza. Alle minoranze è negata la parità di trattamento e l’applicazione della legge a protezione degli individui è applicata in modo arbitrario. Rapimenti, stupri e matrimoni forzati di ragazze indù e cristiane sono una pratica diffusa nel Paese. In caso di arresto, l’accusa presenta un documento redatto da un qualunque seminario teologico musulmano in cui si afferma che le ragazze hanno abbracciato l’islam di loro iniziativa e l’accusato ha sposato legalmente le vittime. I tribunali in genere non considerano il fatto che la maggior parte di loro sono minorenni e accettano semplicemente il certificato di conversione senza alcuna indagine ulteriore.
Diversi gruppi talebani hanno iniziato a imporre pesanti somme di denaro sotto forma di tasse (la Jizya, ndr) ai non musulmani in diverse aree della Provincia di frontiera nord-occidentale (Nwfp) sotto il loro controllo. Esponenti delle comunità sikh, indù e cristiane sono stati rapiti per denaro; per la loro liberazione sono state versate somme ingenti di denaro.
Il 6 febbraio del 1997 una folla di circa 30mila musulmani ha attaccato il villaggio di Shantinagar, vicino a Khanewal, città del Punjab, e hanno dato fuoco a tutte le abitazioni, comprese diverse chiese. A scatenare l’assalto un caso di blasfemia contro un cristiano in base alla Sezione 295-B del codice penale pakistano.
In seguito, il 12 novembre del 2005 una folla inferocita di circa 2mila musulmani ha devastato e dato fuoco a tre chiese, un convento di suore, due scuole cattoliche, la casa di un pastore protestante e la parrocchia di un sacerdote cattolico, un ostello per ragazze e le cose di alcuni cristiani, tutti del villaggio di Sangla Hill, nel distretto di Nankana, provincia del Punjab. La scintilla che ha scatenato l’attacco è un presunto caso di blasfemia contro un cristiano della zona, sempre in base alla sezione 295-B del ccp. L’8 maggio 2007 molte famiglie cristiane hanno dovuto abbandonare le loro case in seguito a lettere minatorie ricevute da fondamentalisti islamici a Charsada, nella Nwfp, in cui veniva loro imposto di convertirsi all’islam entro 10 giorni, o affrontare terribili conseguenze. Nel giugno 2007, cristiani del villaggio di Shantinagar, nel Punjab, hanno ricevuto simili minacce ad abbracciare l’islam. Spesso la polizia non fornisce un’adeguata protezione.
Il 22 aprile 2009 una banda di estremisti armati ha attaccato un gruppo di cristiani nella città di Tiasar, sobborgo di Karachi, bruciando sei case e ferendo in modo grave tre cristiani. Uno di loro è Irfan Masih, le cui condizioni sono apparse gravi fin dall’inizio; il giovane è morto cinque giorni più tardi.
Una folla di musulmani inferociti, il 30 giugno 2009, ha attaccato le case dei cristiani nel villaggio di Bahmani Wala, nel distretto di Kasur (Punjab), dopo un’accusa mossa nei confronti di un cristiano colpevole – a detta dei musulmani – di aver dissacrato la figura del profeta. Gli assalitori hanno danneggiato un centinaio di case e hanno rubato diversi beni, fra cui contanti e gioielli; essi hanno anche mandato in frantumi mobili e suppellettili per la casa.
Il primo luglio 2009 un giovane cristiano, Imran Masih, è stato torturato da un gruppo di musulmani, quindi arrestato dalla polizia del posto con l’accusa di aver bruciato pagine del Corano. Il fatto è successo a Hajwary, nei sobborghi di Faisalabad.
Il 30 luglio 2009 migliaia di fondamentalisti islamici sono piombati sul villaggio di Koriyan e hanno incendiato 51 abitazioni cristiane, in seguito a un presunto caso di blasfemia. Due giorni più tardi, il primo agosto, almeno 3 mila estremisti hanno preso di mira la comunità cristiana di Gojra, bruciando vive sette persone (tra cui due bambini e tre donne), e ferendone altre 19; date al rogo dozzine di case.
Questi incidenti sono solo un esempio degli abusi perpetrati in nome della legge sulla blasfemia e delle sue devastanti conseguenze; essa è stata usata come pretesto per giustificare le violenze contro gli altri. Da questi incidenti dovremmo comprendere gli effetti delle leggi sulla società. Gli incidenti degli ultimi 20 anni hanno mostrato che una larga fetta di musulmani sono diventati essi stessi vittime di queste normative, causa di enormi sofferenze; per questo la situazione esige un rimedio efficace, serio e di lungo periodo.
Secondo i dati raccolti dalla Commissione nazionale di Giustizia e Pace, un organismo della Chiesa cattolica pakistana (Ncjp), dal 1986 all’agosto del 2009 almeno 964 persone sono state incriminate in base alla legge. Di questi, 479 erano musulmani, 119 cristiani, 340 ahmadi, 14 indù e 10 di religione sconosciuta.
Circa 32 persone sono state vittima di omicidi extra-giudiziali, perpetrati da folle di estremisti inferociti o singoli individui.