DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Amicone: vedremo gli striscioni di Greenpeace srotolarsi lungo la Grande Muraglia?

di Luigi Amicone
Tratto da Il Sussidiario.net l'11 novembre 2009

Qualche giorno fa uno dei titoli del Corriere della Sera ci destava una certa preoccupazione. “Cinquanta giorni per salvare il clima”.

Addirittura. Poi, scorrendo l’articolo, abbiamo capito che non si trattava dell’ennesima burla di un titolista che aveva avuto il problema di come rendere appetibile il milionesimo articolo sul surriscaldamento globale.

No, nel caso in questione, l’ultimatum climatico serviva da amo a un semplice promemoria sulla Conferenza di Copenaghen. Città dove dall’8 al 16 dicembre prossimo, mondo industrializzato e cosiddetti paesi in via di sviluppo tenteranno di concludere insieme un affare: l’accordo che dovrebbe perfezionare (o aggiornare) il famoso “protocollo di Kyoto”.

Probabile che alla scadenza dei famigerati 50 giorni il clima si salverà da solo. Infatti, se anche gli Stati Uniti della green economy (sperando che non sia un’altra bolla) e l’Europa dell’“accordo sul clima” hanno la stessa agenda in materia di ambiente, la medaglia d’oro degli inquinatori del mondo (Cina) e il candidato a quella d’argento (India), pare non abbiano nessuna intenzione di andare in Danimarca per sottoscrivere obbiettivi vincolanti.

Vedremo gli striscioni di Green Peace srotolarsi lungo la Grande Muraglia o sui grattacieli di Mumbay? Ragionevole dubbio. Come la Corte per i diritti umani in Arabia Saudita, così in Cina e India gli ambientalisti sbarcano di rado e malvolentieri. Poco male. Stabilito che il surriscaldamento planetario ci sta desertificando, è bene che per il secondo anno consecutivo gli italiani si godano la neve precocemente in arrivo.

A proposito di dubbi e allarmi. Avete sentito che catastrofe questa maledetta influenza A? Pronto soccorso intasati. Centralini subissati di chiamate. Assalti alle farmacie. Inchini al posto dello scambio della pace in chiesa. Mascherine al posto dello scambio dei baci in casa. Percezione psicologica di una strage. Magistrati (potevano mancare?) al lavoro “per vagliare eventuali responsabilità di medici e sanitari”.

Ma di cosa stiamo parlando mentre assistiamo a uno stillicidio di notizie che ci danno la sensazione di essere sul ciglio di un abisso e registriamo la sensazione diffusa di una peste in agguato (come si fece con la prima vittima napoletana che diedero per morta con 24 ore di anticipo e di cui poi si dimenticò, quando davvero passò a miglior vita, di sottolineare il fatto che la febbre fu solo il colpo finale a un corpo già tramortito da gravi patologie cardiache e renali)?

Stiamo parlando - assicura con dati scientifici alla mano il responsabile e viceministro per la salute pubblica Ferruccio Fazio - “di un virus che è dieci volte meno aggressivo dell'influenza stagionale e che sino ad oggi ha fatto 11 morti (20 al 7 novembre, ndr) su 400 mila casi stimati, mentre lo scorso anno la stagionale ha fatto 8 mila morti su 4 milioni di casi. Dunque, l'incidenza dei casi di letalità dell'influenza A è dello 0, 02 x mille, contro lo 0,2 x mille della stagionale”.

D’accordo, tutto può succedere. Non è per mettere le mani avanti, ma si sa, almeno così dicono gli amanti dei complotti, che magari è tutta una bufala messa in giro per svuotare i magazzini pieni di vaccini e per dare una mano alle multinazionali della farmaceutica. O invece, come dicono gli esperti, pur essendo un virus molto più debole di quelli ricorrenti nelle influenze stagionali, l’H1N1 è una cosa seria perché appartiene a un ceppo che non si vedeva in circolazione dai tempi della spagnola. Dunque, potrebbe subire mutazioni e incrociarsi addirittura con l’aviaria. Addirittura. D’accordo, i più deboli corrano a vaccinarsi. E, in caso di contagio, anche i più forti si riguardino. Se ne stiano al calduccio e non prendano antibiotici. L’influenza se ne andrà così come è arrivata.

Resta però questa inclinazione a pensare sempre per il peggio. Questa disposizione all’allarme metodico. Questa tendenziale e irrazionale sfiducia nei dati di fatto, nelle autorità pubbliche e, in definitiva, nel nostro stesso buon senso. Certo, tutti abbiamo bisogno di essere guardati, ascoltati, rassicurati. Ma non è strano che per quanto oggi si guardi, si ascolti e si rassicurino le persone, c’è nell’aria, nell’aria dei media e delle folle solitarie, quest’ansia, questo negativo, questo irrazionale, questa corsa a dipingere tutto a tinte oscure anche quando i fatti indicano il contrario?

Ad esempio, avete mai fatto caso che l’aggettivo statisticamente più ricorrente davanti a una tragedia di cronaca, a una morte precoce, a un delitto, a una vittima del sabato sera… è l’aggettivo “assurdo”? E, altro esempio, a che razza di fragilità rinvia la persona e, soprattutto, la Corte che si sono sentite inquietate e offese “dallo sguardo” di un crocifisso? Intanto registriamo la prima vittima per un rito “purificatorio” voodoo. In Italia, non a Haiti.

Prima della libertà e del mercato fu la Bellezza a trionfare. di Renato Farina

Ciò che spinse gli uomini ad abbatterlo fu il desiderio di infinito che quell'ostacolo gli negava

Non capiamo nulla di quanto accadde dall’altra parte del Muro, se ragioniamo in base ai parametri consumismo-anticonsumismo. Dall’altra parte, a Berlino Est, a Mosca, c’era il materialismo ma non c’era la materia da consumare. Pance vuote, tranne che per la nomenclatura. L’ateismo aveva cercato di piallare dal cuore qualsiasi cosa che fosse desiderio di infinito, ma aveva strizzato anche gli stomachi. Logico che l’Occidente fosse visto come il luogo della libertà spirituale e materiale. La bellezza di costruire. E poi certo c’era la goduria di merci, di supermercati, di banane e vino, e ballare la sera senza rompiscatole della polizia. Per cui Marcello Veneziani, intervenuto ieri su queste pagine con la magia del suo stile, ha ragione ma solo per quanto riguarda noi. Siamo noi ad avere perduto il senso dei beni materiali, allora e oggi.

Cito un episodio per me decisivo per capire, raccontato da Olga Martynenko.

Negli anni Settanta Georgij Vladimov, un grandissimo scrittore della schiatta di Solzenicyn e Grossman, incontrò Heinrich Böll nei suoi anni di forzato esilio. Allora in Occidente c’era una gran paura dei carri armati dell’Est. Ma Böll era magnanimo: «Le pietre dell’Europa sono sacre, non si può versare altro sangue su di esse, e se dovessero venire i soldati russi armati di mitra ce ne staremmo seduti a bere in santa pace la nostra birra». «Lei ha dimenticato - gli chiese Vladimov - la scritta dei chioschi di birra a Mosca: “Birra terminata”?».

Noi siamo così: imbelli. Per loro la birra o è con la libertà, oppure si perdono tutt’e due. Invece da Ovest si è sempre preteso di fare la lezione anche agli eroi. Per loro la libertà non ha mai potuto essere separata dall’idea di bellezza, oltre che di birra e preghiera. Per questo noi stiamo annichilendoci. Non perché anzitutto abbiamo rinunciato alla morale (anche). Ma perché facciamo a meno della bellezza, oppure non la leghiamo più allo splendore della verità, ma al piacevole, al rifiuto di qualsiasi cosa che sappia di dolore e sacrificio (cioè l’amore).

E allora ricordiamocelo. Il 9 novembre del 1989 cadde il Muro di Berlino. Non è che cadde e basta. Fu proprio squassato, tirato giù, blocco di cemento per blocco di cemento, da uomini che avevano bisogno di questa opera fisica e simbolica per poter respirare a pieni polmoni. Respirare, sentire l’aria fredda entrare nella gola come un soffio liberatore. E il primo gesto non fu spargere sangue, come le rivoluzioni fanno sempre, ma la musica. La lotta per la libertà è sempre accompagnata dalla musica. La musica è l’espressione più pura - insieme con la donna - della bellezza. Bellezza, libertà, musica, donna si somigliano, sono quasi sinonimi. Mstislav Rostropovich, il grande meraviglioso violoncellista amico di Solgenitsin, improvvisò un concerto. Andò sotto ciò che restava del muro e inondò di armonie l’aria di Berlino, il mondo intero. Solo la musica, solo la bellezza poteva spiegare, penetrare, proporre l’essenza di quanto accadeva. Gli uomini e i popoli hanno dentro di sé una scintilla che i tiranni si illudono di aver spento, o di tenere a bada uccidendo o imprigionando nei lager. Ma quando tutti paiono stanchi, esauriti, ecco che la tirannide diventa insopportabile, ci si accorge che esistere da uomini esige di poter vivere secondo le dimensioni piene della libertà e della verità, senza aver paura che di notte qualche gendarme incappottato bussi all’uscio urlando: “Polizia!”. Ed ecco si abbattono i muri, e si canta.

Certo. La storia non è finita. La democrazia e la libertà sono come bicchieri in cui gli uomini versano il loro vino. Vino buono o cattivo, a volte veleno. È il rischio della libertà. E il violoncello di Rostropovich e quella musica che ci è entrata in testa, nel cuore, più nostra di noi stessi, saranno sempre delicati come bambini. Per questo il 9 novembre è festa. È la festa di un bambino. Ha vinto, almeno quel giorno, la bellezza.

La festa di Berlino

da Berlino Lucetta Scaraffia

Berlino festeggia, per le strade e per le piazze, l'anniversario della caduta del muro: ovunque mostre che rievocano quei giorni, preparativi per concerti e feste e la lunga opera d'arte - il muro virtuale - composto da pezzi colorati che la sera dell'anniversario devono cadere l'uno sull'altro con un effetto domino. E anche, nonostante il freddo, giostre e banchetti da luna park. L'impressione è che i tedeschi siano veramente felici di poter finalmente celebrare qualcosa di positivo. Decenni di sconfitte ed errori sono stati pagati, e c'è veramente molto da festeggiare: una città rinata, bellissima e vitale come Berlino, ormai centro di attrazione per giovani, artisti e intellettuali di tutta Europa, che qui sentono - caso forse unico fra le capitali europee - pulsare l'energia del futuro.
Dalle rovine dei flagelli del Novecento - nazismo e comunismo, che qui sono stati vissuti nelle forme più terribili - è rinata una splendida capitale, che ha saputo far tesoro di un passato pesante: sia in positivo, basta vedere i ricchi musei guglielmini ormai tutti ristrutturati, sia al negativo, come ricordano i continui riferimenti alla barbarie nazista e alle sue vittime (in primis il museo ebraico), al controllo poliziesco della Stasi e, naturalmente, al muro. Ma oggi, nella letizia dell'anniversario, anche i ricordi tristi diventano occasione di allegria: le vecchie Trabant sono state rispolverate e consentono, in un forte rumore di ferraglia, di fare un giro turistico per la città in stile "socialismo reale".
Berlino, capitale di una Germania riunificata che vent'anni dopo - come rivela un recente sondaggio - è in compatta maggioranza contraria alla diminuzione delle tasse proposta dal cancelliere federale per paura di aggravare il debito pubblico del proprio Paese. In città è fortissima la tensione a ricordare, nella speranza che la memoria dei mali compiuti serva a evitarne di futuri. Anche il muro è qua e là ancora in piedi, in funzione di supporto alla memoria, sia nella versione "bucata" del dopo 1989, sia in quella reale del ventennio precedente.
Al muro è dedicato un bel museo, ricco di materiale filmato e fotografico, che ne documenta la storia fin dal momento della costruzione nel 1961. Accanto al museo e proprio di fianco a un tratto di muro - in realtà composto da due muri separati da un territorio incolto - è stata costruita una cappella luterana dedicata alla Riconciliazione, dove ogni giorno viene letto l'ufficio funebre per una delle 230 vittime morte mentre cercavano di fuggire verso ovest.
È stato scelto questo luogo perché proprio lì, nel 1961, esisteva una chiesa luterana noegotica di mattoni rossi che si era ritrovata nel settore sovietico, mentre la maggior parte dei suoi parrocchiani risiedeva in quello francese. L'edificio sacro, con la costruzione della barriera, era finito nella zona fra i due bastioni, e fu quindi abbandonato e cadde in rovina. Così, nel 1985, le autorità dell'est lo demolirono per "aumentare la sicurezza, l'ordine e la pulizia alla frontiera". Dopo la caduta del muro, mentre dappertutto si costruiva e si cercava di dimenticare, qui si è deciso di costruire un luogo di preghiera per ricordare.
Al museo si può scoprire anche cosa è stato del muro - una quantità di cemento non indifferente, dal momento che fra la città e i dintorni raggiungeva i 106 chilometri - dopo la distruzione. Per mesi i suoi pezzi sono divenuti ricercati souvenir per turisti di tutto il mondo, e ancora oggi se ne vendono frammenti nei negozi. Ma la vendita più straordinaria è stata quella di 81 blocchi dipinti, abbastanza grandi, messi all'asta a Montecarlo nel 1990. Nell'insieme, hanno fruttato 1,8 milioni di marchi, destinati al miglioramento della sanità pubblica della Repubblica Democratica Tedesca, che ancora esisteva. Ma la maggior parte dei segmenti di cemento è stata poi venduta per la costruzione di strade, soprattutto all'est.
Strano destino per una testimonianza così significativa della storia contemporanea. Una testimonianza che si può considerare un simbolo straordinariamente azzeccato - che talvolta la storia umana pare offrire come insegnamento - dell'ostacolo che l'utopia politica costituisce alla libertà e alla speranza dell'essere umano.


(©L'Osservatore Romano - 9-10 novembre 2009)

Una briciola di pane, il Big Bang e il Muro di Berlino.




Il pane. Per il pane sono esplose rivoluzioni. Per il pane son scoppiate e scoppieranno le guerre. Per il pane scioperi, e divorzi, e liti condominiali. Per il pane si uccide. Per il pane si sviluppa l'eugenetica, ed è ancora il pane a muovere la cultura, o quel che ne resta in questo squarcio di storia. Pillole abortive, ecologismo eretto a religione, diritti nuovi a farla da padrone, tutta roba che si tiene in piedi per il pane, e gruppi e mafie a governare la porcheria che avvelena il mondo. Tutto per il pane.
Così anche una briciola insignificante di pane caduta per caso si è permessa di bloccare il Large Hadron Collider (in italiano: grande collisore di adroni), l' acceleratore di particelle presso il Cern di Ginevra. E' il più grande e potente che sia stato realizzato, lungo 27 chilometri, costato 4,9 miliardi di euro, e dovrebbe provare l’esistenza del «bosone di Higgs», detto anche «la particella di Dio», che fornisce la massa alla materia nell’universo e simula il Big Bang.
Il pane. Lo stesso che, in fondo, ha fatto crollare il muro di Berlino giusto venti anni fa. La fame, il desiderio, la pancia. La stessa concupiscenza sembra essersi rivoltata contro se stessa, come una bomba che scoppi in mano all'attentatore. Scherzo del destino, o qualcosa di molto più serio?
Che cosa vi è oggi dietro le macerie del muro di Berlino? Droga, aborti, alcool, famiglie distrutte, e molto di più, l'Europa del 2009, invecchiata, dissipata, dissolta nelle sue radici più profonde. Il pane che avrebbe dovuto sfamare di libertà e benessere ha svelato il suo volto sinistro. Schiavitù e oblio dell'uomo. Non sono esagerazioni, l'Europa, la Germania ad esempio, ma potrebbero essere l'Olanda, la Svezia, il Belgio, la Spagna, l'Italia, su tutto e su tutti grava un cielo plumbeo di morte. Basta chiedere alle famiglie i missione del Cammino Neocatecumenale che in tutta Europa da più di vent'anni evangelizzano negli avamposti dell'apostasia.
L'Europa, come il suo acceleratore di particelle, è andata in tilt per una briciola di pane. L'Europa delle cattedrali e della fede ha cancellato orgogliosamente Dio dal suo destino, ha fatto del pane la sua ragione di vita, e ha dimenticato la Parola che, unica, genera la vita. Dietro al muro vi è solo odore di morte, quella figlia di decenni di dittatura comunista che ha seccato le anime, e quella figlia dell'opulenza che azzanna menti e cuori facendoli schiavi di un relativismo assassino della Verità.
Non è un caso se una briciola di pane sconvolge ancora la storia, quella reale e quella annotata tra i deliri di onnipotenza scientifica. Sì, perchè in un pezzettino di pane Dio ha voluto nascondersi nella storia di questo mondo, per giungere a ciascuno di noi, attraverso i secoli sino ad oggi, che ci trova imbarbariti e inebetiti dal mercimonio di carni e sesso. E' il pane da mangiare, quello vero, il dono del Cielo, l'unico capace di infrangere i nuovi e più pericolosi muri che ci tengono prigionieri. Nel pane è celata la vera Vita, Gesù Cristo stesso, incarnato proprio in quel pugno di farina e acqua per il quale invece noi abbiamo vergato di sangue questo mondo.
E' qui il paradosso di questo giorno di ricordi e di facili esaltazioni: la storia è riscattata da una briciola di pane, la Verità che ci fa piccoli, e poveri, e per questo davvero liberi. Come ci ricordava ieri il Papa a Brescia: La Chiesa, come la vedova del Vangelo, povera e libera. Come Cristo suo Signore, povero e libero come una briciola di pane, capace di posarsi, silenziosa, tra i congegni delle nostre pretese e ridurle al nulla, per aprirci all'amore che ci salva. Una briciola di pane, la sola capace di saziarci davvero.

Antonello Iapicca Pbro

Berlino, il Muro abbattuto per andare a far la spesa. Riflessioni controcorrente a vent’anni dalla caduta. Di Marcello Veneziani

Riflessioni controcorrente a vent’anni dalla caduta: non fu solo emancipazione ma anche cedimento al primato del consumismo. Vinsero il denaro e la merce, non la democrazia e il pluralismo d’opinione
No, non preoccupatevi, non voglio raccontarvi per la millesima volta la caduta del Muro. I suoi mattoni vi usciranno ormai dalle orecchie. Mi avventuro a capire il senso di quel che accadde quel giorno a Berlino e nel mondo, per dire poi in estrema sintesi quel che resta oggi. Comincio da quel che non sono ancora riuscito a capire. Resta un mistero la caduta del Muro, il crollo indolore e simultaneo di un potere cristallizzato da vari decenni. Resta un mistero che una cortina di ferro si sciolga come neve al sole, senza significative reazioni. Anche i regimi più impopolari e le nomenklature più detestate hanno una schiera di fedelissimi che ingaggiano una lotta finale, tentano un’estrema difesa arroccandosi in una ridotta. A Berlino invece non accadde nulla e così in larga parte dei Paesi usciti dal comunismo. Il comunismo si piegò su se stesso, si spense come idea per sopravvivere come apparato e rigenerarsi come potere.
Primo. A che serviva il Muro? A impedire di vedere la realtà. L’impostura originaria del Muro fu nella definizione che ne diede il leader della Germania Est Ulbricht: «barriera protettiva antifascista», come se il Muro proteggesse la Germania comunista dall’assalto e dalle insidie di un fantomatico fascismo occidentale. E non arginasse invece le fughe verso Ovest, che nel giro di pochi anni avevano coinvolto il venti per cento della popolazione, circa tre milioni di tedeschi orientali. Non era accaduto neanche sotto il nazismo. Prima di ogni teoria o analisi, quel flusso spontaneo certificava il fallimento del comunismo.
Secondo. Il Muro caduto segnò la fine del dramma tedesco. Un dramma cominciato con la sconfitta della Prima guerra mondiale, poi l’avvento del nazismo, poi la II guerra e le sue immani distruzioni, infine lo smembramento e l’oppressione sovietica. La Germania ha sofferto due volte l’orrore del Novecento, e non solo perché fu l’unico Paese a patire in pieno il nazismo e il comunismo. Ma anche perché fu il Paese più distrutto e martoriato ma privato, dall’orrore della Shoah, del diritto di soffrire il suo dramma e di piangere i suoi morti.
Terzo. Con il Muro di Berlino cadde anche il Muro del Tempo, per citare il titolo di un libro di Ernst Jünger. Il Muro preservava l’anacronismo tra le due Germanie, che vivevano in epoche diverse; a Ovest c’era il tempo della modernità, dei consumi, della libertà individuale e della democrazia. A Est il tempo si era invece fermato alla Prussia, alla Germania nazista e al comunismo, versione regressiva e repressiva della modernità. La caduta del Muro sincronizzò le due Germanie che vivevano in tempi diversi. L’Est entrò nel tempo dell’Ovest.
Quarto. Il comunismo fu sconfitto sul suo stesso terreno. Aveva ingaggiato una sfida con l’Occidente nel nome del materialismo e dell’ateismo, del progresso e della liberazione, dell’economia e della tecnologia e fu sconfitto dall’Occidente sul medesimo piano, da un materialismo ateo più pervasivo e consensuale, da una società più progredita, da una liberazione individuale più radicale, da un’economia più efficace e da una tecnologia vincente. Se vogliamo, l’89 fu davvero il rovescio del ’68, e non solo perché si realizzò la Primavera di Praga ma perché lo spirito del ’68 corrose la vetusta ingessatura del comunismo.
Quinto. Come può definirsi l’epoca uscita dalla caduta del Muro di Berlino? Era globale. Con la caduta del Muro finirono le ideologie del ’900, i blocchi contrapposti, la divisione orizzontale del mondo tra Est e Ovest, il comunismo e il residuo fascismo. Altri eventi, come piazza Tienanmen e lo scacco sovietico in Afghanistan, la morte di Khomeini e il crollo di altri regimi comunisti, accelerarono quel processo. La storia cedette il passo alla tecnica, l’ideologia all’economia. Tecnica e mercato furono le ali della globalizzazione.
Sesto. La caduta del Muro provocò due conseguenze opposte: da un verso accelerò la globalizzazione, caddero le frontiere, decaddero gli Stati nazionali; dall’altro verso la riunificazione tedesca rianimò le identità territoriali e nazionali, riaccese le etnie e i localismi. La stessa Europa riflette questa ambiguità: da un verso nacque dalla dis-integrazione degli Stati nazionali, che è un gradino verso la società planetaria; ma dall’altro nasce come argine e risposta alla globalizzazione. Anche un muro caduto ha due punti di vista.
Settimo. Bisogna avere l’implacabile onestà di ammettere che la caduta del Muro non fu solo emancipazione e libertà ma fu anche un cedimento al primato dei consumi, una vittoria dell’individualismo sul legame sociale e comunitario. L’Oriente e l’Occidente non si unificarono, ma il primo si sciolse nell’altro, si lasciò annettere e colonizzare. L’Est fu attratto più dai vizi che dalle virtù dell’Occidente, più dalla liberazione sessuale che dal pluralismo dei partiti, più dalle merci che dal diritto di opinione, più dal denaro che dalla democrazia.
Ottavo. Dopo lo spartiacque tra Est e Ovest sono sorte due nuove frontiere: tra Nord e Sud del pianeta; e tra Centro e periferie. Il conflitto con l’Islam rientra nei due scenari. Un tempo si riteneva che il comunismo sarebbe stato l’Islam del XX secolo; oggi si sostiene che l’Islam sia il comunismo del XXI secolo. In realtà non spiega il mondo lo schema del conflitto di civiltà tra Occidente e Islam e nemmeno quello tra democrazia e terrorismo; altri soggetti crescono nel mondo (la Cina, l’India, più svariate periferie), l’Islam non è un blocco omogeneo e ostile, il terrorismo non può essere elevato a Nemico Principale.
Nono. In Italia il crollo del Muro di Berlino, produsse la fine del comunismo e l’immediata sostituzione della sua epopea con la celebrazione della Rivoluzione francese di cui cadeva nell’89 il bicentenario. Il richiamo alla rivoluzione borghese segnò la nascita di una sinistra non più proletaria e operaia, ma radical-borghese, neoilluminista ed elitaria, succube del fantasma che aveva evocato: il partito giacobino, di cui divennero portatori i magistrati e i partiti derivati. La sinistra uscita dal ’900 comunista tornò al 1789, light e strong.
Decimo. Il mondo in cui viviamo sorge su due distruzioni: quella benefica del 9/11 di Berlino e quella malefica dell’11/9 di New York. Si avvia a tornare multipolare, non più dominato da una Sola Superpotenza, gli Usa. I nemici non sono più delimitati da un territorio e da uno Stato, ma sono interni, diffusi e virali: il cortocircuito tecnologico e ambientale, demografico e migratorio, esistenziale e autodistruttivo. I muri invisibili sono i più difficili da abbattere.

Giovanni Paolo II a Berlino: "Liberatevi per una libertà nella responsabilità! Aprite le porte a Dio!"

Cari Berlinesi, signore e signori! È giunto il momento dell’addio; è per me molto commovente, potermi incontrare questa sera con voi, presso la Porta di Brandeburgo, nel cuore di Berlino.

Consentitemi di iniziare ringraziandovi. Ringrazio il Presidente della Repubblica per il suo invito a visitare la Germania. Le parole particolarmente cordiali che mi ha rivolto venerdì al mio arrivo all’aeroporto di Paderborn/Lippstadt, e la cortesia con la quale mi ha accolto questa mattina al castello Bellevue, qui nella capitale, mi hanno fatto sentire fra voi come a casa.

Signor Cancelliere, sono molto lieto della sua presenza. Lei è il principale artefice dell’unità dal suo popolo da poco ripristinata. Lei ha colto l’opportunità storica di ridare la libertà a diciassette milioni di connazionali e di realizzare l’unità del popolo tedesco. Ha osato chiedere non piccoli sacrifici agli abitanti del suo Paese per realizzare l’unità nella libertà. Voglia Dio dare la forza a lei e alla sua patria di portare a termine quest’opera!

Il mio sincero ringraziamento va anche a lei, Sindaco di Berlino, che insieme al signor Cancelliere mi ha rivolto parole tanto preziose. Rivolgo inoltre il mio saluto alla Presidente del Bundestag Tedesco, così come ai Presidenti del Parlamento di Berlino, ai membri del Governo, del Senato berlinese come anche ai deputati del Bundestag Tedesco e del Parlamento di Berlino.

Esprimo un profondo ringraziamento all’Episcopato tedesco, a voi, miei fratelli nell’Episcopato, che avete dato un contributo essenziale a questo viaggio. Per voi questo viaggio è anche un viaggio di colui che, per incarico di Cristo, Capo della Chiesa: - si reca dai fedeli per infondere forza e coraggio nella fede, - si incontra con i portavoce delle sorelle e dei fratelli divisi, per approfondire la ricerca dell’unità, - incontra i rappresentanti della comunità ebraica in questo Paese, per esprimere ancora una volta il rispetto della Chiesa cattolica, - non desidera altro che annunciare a tutti gli uomini il messaggio liberatore del Vangelo e la conoscenza di Cristo, che supera ogni cosa (cf. Fil 3,8).

La vostra vicinanza, cari fratelli nell’Episcopato, mi riempie di fiducia. È la missione dell’unico Signore che anima voi e me ed è il medesimo amore che riempie voi e me: il messaggio dell’amore di Dio, che non ha indietreggiato neanche davanti alla croce, raggiunge il cuore di tutti gli uomini e li fa rispondere con amore disinteressato. Ringrazio in particolare i miei fratelli, il Cardinale Georg Maximilian Sterzinsky e l’Arcivescovo Johannes Joachim Degenhardt, le cui arcidiocesi ho visitato. Vorrei ringraziare inoltre il Presidente della vostra Conferenza Episcopale per le cordiali parole di commiato che mi ha rivolto.

A questo punto, ringrazio tutti coloro che hanno preparato questa visita con un lavoro duro e scrupoloso, quanti hanno garantito il suo tranquillo svolgimento e gli operatori dei mezzi di comunicazione sociale che lo hanno seguito.

I Berlinesi e i tedeschi, durante questa visita, mi hanno fatto sentire il loro affetto e la loro vicinanza. A tutti loro va il mio più sentito ringraziamento. 2. Fin dall’inizio desideravo sinceramente, durante questa visita pastorale in Germania, venire qui a Berlino. Naturalmente, in primo luogo, volevo incontrare i fedeli di questa Arcidiocesi, che, come tutti i Berlinesi, hanno dovuto sopportare la dolorosa divisione della loro città per decenni e ciononostante non si sono fatti fuorviare e, con profondo senso di solidarietà e di affetto, hanno sperimentato che la forza della violenza e della coercizione, dei muri e dei fili spinati, non ha potuto lacerare i cuori degli uomini.

In nessun altro luogo come in questo, durante la violenta divisione del vostro Paese, il desiderio di unità si è collegato così tanto a una opera di edificazione. La Porta di Brandeburgo è stata occupata da due dittature tedesche. Ai dittatori nazionalsocialisti serviva da imponente scenario per le parate e le fiaccolate ed è stata murata dai tiranni comunisti. Poiché avevano paura della libertà, gli ideologi trasformarono una porta in un muro. Proprio in questo punto di Berlino, simultaneamente punto di congiunzione d’Europa e punto di divisione innaturale tra Est e Ovest, proprio in questo punto si è manifestato a tutto il mondo il volto spietato del comunismo, al quale risultano sospetti i desideri umani di libertà e di pace. Esso teme però soprattutto la libertà dello spirito, che dittatori bruni e rossi volevano murare.

3. Gli uomini erano divisi tra loro da muri e confini micidiali. E in questa situazione la Porta di Brandeburgo, nel novembre del 1989, è stata testimone del fatto che gli uomini si sono liberati dal giogo dell’oppressione spezzandolo. La Porta chiusa di Brandeburgo era lì come simbolo della divisione; quando infine fu aperta, divenne simbolo dell’unità e segno del fatto che era stata finalmente realizzata l’aspirazione della Legge fondamentale al raggiungimento dell’unità e della libertà della Germania nella libera autodeterminazione. E così si può dire a ragione: la Porta di Brandeburgo è diventata la Porta della libertà.

In questo luogo così permeato di Storia mi sento spinto a rivolgere un urgente appello per la libertà a tutti voi qui presenti, al popolo tedesco, all’Europa, anch’essa chiamata all’unità nella libertà, a tutti gli uomini di buona volontà. Possa questo appello raggiungere anche quei popoli ai quali fino ad oggi è stato negato il diritto all’autodeterminazione, ai non pochi popoli - sono di fatto molti - ai quali non sono garantite le libertà fondamentali della persona: la libertà di fede, di coscienza e la libertà politica.

4. L’uomo è chiamato alla libertà. Libertà non significa diritto all’arbitrio. La libertà non è un "lasciapassare"! Chi trasforma la libertà in un lasciapassare le ha già inferto un colpo mortale. L’uomo libero è tenuto alla verità, altrimenti la sua libertà non è più concreta di un bel sogno, che si dissolve al risveglio. L’uomo non deve la propria esistenza a se stesso, ma è una creatura di Dio; non è padrone della propria vita e di quella altrui; se vuole essere uomo nella verità, deve udire e ascoltare. La sua libera creatività si sviluppa in modo efficace e duraturo solo se si basa come su incrollabile fondamento sulla verità, che è stata data all’uomo. Allora l’uomo potrà realizzarsi, anzi potrà superare se stesso. Non c’è libertà senza verità.

5. L’uomo è chiamato alla libertà. L’idea della libertà può essere trasformata in realtà di vita laddove gli uomini insieme ne sono convinti e pervasi, nella consapevolezza dell’unicità e della dignità dell’uomo e della sua responsabilità al cospetto di Dio e dell’umanità. Solo dove insieme ci si fa garanti della libertà e si combatte per essa in solidarietà, essa viene acquisita e rimane inalterata.

La libertà del singolo non va separata dalla libertà degli altri, di tutti gli altri uomini. Laddove gli uomini restringono lo sguardo al proprio campo vitale e non sono più disposti a impegnarsi per gli altri anche senza vantaggi personali, lì la libertà è in pericolo. La libertà vissuta, invece, nella solidarietà produce un impegno per la giustizia nell’ambito politico e sociale e fa volgere lo sguardo verso di essa. Non c’è libertà senza solidarietà.

6. L’uomo è chiamato alla libertà. La libertà è un bene molto prezioso, che ha un alto prezzo. Richiede nobiltà d’animo e questa implica spirito di sacrificio; richiede vigilanza e coraggio contro le forze che la minacciano, dall’interno e dall’esterno. Animati dallo spirito di sacrificio, molti uomini nella vita di tutti i giorni sono pronti con naturalezza alla rinuncia, nella famiglia o fra gli amici. Si sacrificano per la libertà coloro che per la sua difesa dalle minacce interne o esterne accettano svantaggi, che quindi vengono risparmiati agli altri, fino a rischiare la propria vita. Nessuno può esimersi dalla sua responsabilità personale verso la libertà. Non c’è libertà senza sacrificio.

7. L’uomo è chiamato alla libertà. Berlino è una città profondamente vitale e sotto molteplici aspetti creativa. Nella sua ben visibile internazionalità si incontrano molteplici tradizioni e forme di vita. Berlino è una apprezzata città di cultura e d’arte, di cinema e di musei, un luogo di scambio e di trasmissione culturale. Ritengo molto importante la forza espressiva di queste forme della cultura umana, essendo essa la capacità di portare avanti e di concretizzare con le nostre forze la creazione divina.

Esorto perciò tutti gli artisti e gli scienziati a usare i loro talenti per edificare una vasta "civiltà dell’amore", come io, sull’esempio del mio predecessore Paolo VI, l’ho chiamata talvolta, una civiltà "fondata sui valori universali della pace, della solidarietà, della giustizia e della libertà. E l’"anima" della civiltà dell’amore è la cultura della libertà: la libertà degli individui e delle nazioni, vissuta in una solidarietà e responsabilità oblative".

Quando si è fatta l’esperienza dell’amore, si è fatta anche l’esperienza della libertà. Nell’amore l’uomo supera se stesso, abbandona se stesso, perché il suo interesse è per l’altro, perché vuole che la vita dell’altro si realizzi. Crollano così le barriere dell’egocentrismo e si prova la gioia dell’impegno comune volto a fini superiori. Rispettate l’inviolabile dignità di ogni singolo uomo, dal primo istante della sua esistenza terrena fino all’ultimo respiro! Ricordatevi sempre del riconoscimento che la vostra Legge fondamentale antepone a tutte le altre dichiarazioni: la dignità dell’uomo è inviolabile! Liberatevi per una libertà nella responsabilità! Aprite le porte a Dio!

La nuova casa Europa, della quale parliamo, ha bisogno di una Berlino libera e di una Germania libera. Ha soprattutto bisogno di aria per respirare, di finestre aperte, attraverso le quali lo spirito della pace e della libertà possa entrare. L’Europa ha quindi bisogno, non da ultimo, di uomini convinti che aprano le porte, di uomini che tutelino la libertà mediante la solidarietà e la responsabilità. Non solo la Germania, ma anche tutta l’Europa ha bisogno per questo del contributo indispensabile dei cristiani.

Esorto tutti i Berlinesi e tutti i tedeschi, ai quali sono grato per la pacifica rivoluzione dello spirito che ha portato all’apertura della Porta di Brandeburgo: non spegnete lo Spirito! Tenete aperta questa porta, per voi e per tutti gli uomini! Tenetela aperta con lo spirito dell’amore, della giustizia e della pace! Tenete aperta la porta con l’apertura dei vostri cuori! Non c’è libertà senza amore.
L’uomo è chiamato alla libertà. Annuncio a tutti voi che mi ascoltate: la pienezza e la compiutezza di questa libertà ha un nome: Gesù Cristo.

È colui che ha detto di sé: io sono la porta. In lui l’uomo ha accesso alla pienezza della libertà e della vita. È colui che rende l’uomo veramente libero, poiché dissipa le tenebre dal cuore degli uomini e rivela la verità. Compie il suo cammino come nostro fratello e realizza la sua solidarietà con noi donando la sua vita per noi. In tal modo ci libera dal peccato e dalla morte. Fa sì che riconosciamo nel prossimo il suo volto, il volto del vero fratello. Ci mostra il volto del Padre e diventa per tutti il vincolo dell’amore. Cristo è il nostro Salvatore, è la nostra libertà.

8. La giornata volge al termine. Ma nei nostri cuori serbiamo la luce, della quale abbiamo potuto gioire oggi. Rimaniamo uniti nella speranza che ci anima. Prima del mio ritorno a Roma vi invito di cuore ad un nuovo incontro nella Città Eterna in occasione del grande Giubileo dell’anno 2000. Dio benedica Berlino, Dio protegga la Germania!

© Copyright 1996 - Libreria Editrice Vaticana

Speciale caduta del Muro di Berlino. Video originali.




Le pellicole del Muro. Cinematografia minima per il 9 novembre berlinese.

Per la criticona del Foglio, Mariarosa Mancuso, le due pellicole impedibili “perché belle e vere” sono ‘Goodbye Lenin!’ e ‘Le vite degli altri’.

‘Goodbye Lenin!’ racconta la storia di una donna caduta in coma
poco prima della caduta del Muro, che al risveglio viene protetta da tutti i familiari perché non sappia che intorno a lei tutto è cambiato. Iniziano una serie di avventure paradossali al limite del ridicolo per proteggerla dal mondo esterno. “Indimenticabile la scena in cui lei chiede al figlio i cetriolini. E non un tipo qualsiasi, ma quelli della sua marca preferita che con la caduta del muro non si trovano più. Così tutti i familiari iniziano una caccia al tesoro che pare impossibile e sono costretti a frugare anche tra i rifiuti per recuperarli”. L’improvviso manifesto della Coca Cola che sbuca dal palazzo di fronte alla stanza segna il passo del capitalismo selvaggio a cui la protagonista è ancora all’oscuro. Quindi il figlio s’inventa che la bevanda americana è prodotta con una ricetta socialista. Insomma, la fine del sogno socialista è raccontata con disincantato realismo. “E il regista di Goodbye Lenin!, Wolfgang Becker, era semisconosciuto per noi, poi questo film ce lo ha fatto conoscere” aggiunge la Mancuso.

‘Le vite degli altri’, invece, “è uno spaccato di vita vera”,
che mostra i sistemi utilizzati Stasi per controllare i cittadini della DDR. La criticona del Foglio spiega che “l’attore protagonista, Ulrich Mühe, era realmente spiato dal ministero della sicurezza tedesco”. Il film ha vinto un premio Oscar come miglior straniero e come ha scritto la Mancuso sul Foglio “film così belli capitano di rado. Esordienti così bravi – a poco più di 30 anni – sono merce ancor più rara”.

Impossibile dimenticare ‘Il cielo sopra Berlino’ il film del 1987
di Wim Wenders, vincitore del Festival di Cannes, che racconta la vita di due angeli invisibili che attraversano strade e vite della città. In particolare l’angelo Cassiel incontra un anziano in cerca della gloriosa Potsdamer Platz, che troverà al suo posto un’area di terra battuta e il muro di Berlino con i suoi graffiti.
Affronta il tema della città divisa e del cambiamento conseguente il 9 novembre anche ‘Il silenzio dopo lo sparo’, le cui protagoniste hanno vinto l’Orso d’argento alla Berlinale nel 2000.

Basta andare un po’ indietro e si trova ‘Totò e Peppino divisi dal muro’. Con la consueta ironia partenopea e la regia di Giorgio Bianchi, il principe De Curtis descrive gli spaccati paradossali della vita all’Est e all’Ovest della capitale tedesca. Quando i due protagonisti, poi, vengono incarcerati perché sospettati di essere pericolosi generali nazisti, riescono a trasformare il libro della Smorfia napoletana in un codice segreto per decifrare le coordinate degli aerei spia americani. Il film è del 1962, a ridosso dei cambiamenti politici conseguenti alla divisione del mondi in due blocchi contrapposti.

L’ultima segnalazione, proprio per appassionati,
è di un film che purtroppo non è stato distribuito in Italia. S’intitola Il tunnel e descrive il tentativo di un profugo della DDR di scavare un tunnel di 136 metri dal settore occidentale di Berlino a quello occidentale della città, con l’obiettivo di consentire la fuga ad amici e parenti.



Il Muro abbattuto dalla Storia a dispetto degli intellettuali. Di Ernst Nolte

Una tesi a lungo diffusa vuole che il regime comunista del «secondo stato tedesco», la Ddr, non fosse semplicemente un regime dominato da un potere straniero imposto dall’esterno; era invece un regime che incontrava non poco sostegno tra la popolazione stessa. La mia opinione è che il dominio dell’ideologia comunista venne percepito da ampi strati della popolazione apparentemente come un dominio straniero, opprimente, anzi, quasi insopportabile. Per illustrare tale realtà mi limiterò a riportare due soli casi tra le molte migliaia di esempi possibili - e tacerò gli eventi terribili dei primi periodi dell’occupazione.

Primo caso: un «docente borghese» che sapeva per certo che i figli dei suoi colleghi erano discriminati in molti modi ed esclusi dalla possibilità di studiare, venne invitato a tenere una conferenza a Colonia, e nell’ambito della promozione temporanea «dello scambio scientifico tra i due stati tedeschi» c’erano molte probabilità che gli fosse concesso il visto. Ma a sua moglie non fu assolutamente permesso di seguirlo e lui quindi si trovò di fronte a una crisi di coscienza. Sua moglie, però, lo implorò: «Vai e resta lì, per amor del cielo, resta lì! Io cercherò di raggiungerti in qualche modo». Secondo caso: un vecchio contadino tedesco che era stato espulso dalla Prussia orientale si presentò a una «comune di produzione agricola» chiedendo un po’ di mangime per il suo cavallo, che aveva portato con sé. Il mangime per il cavallo gli fu negato e il mattino dopo i suoi figli, membri di quella comune, lo trovarono impiccato nella stalla. E allora, alle prime luci dell’alba, essi inforcarono le loro biciclette e, senza portare con sé bagaglio alcuno, pedalarono senza tregua verso Berlino.

Nei circa 15 anni precedenti la costruzione del muro di Berlino nell’agosto del 1961, quasi tre dei 18 milioni di abitanti della Ddr fuggirono dallo stato comunista e ripararono nella Repubblica federale di Germania. Ciò avvenne, certamente, per svariati motivi, ma indubbiamente anche perché nella Germania occidentale gli standard di vita erano più elevati. Ma a quegli intellettuali occidentali - già allora non tanto pochi - che volevano evitare un’equiparazione tra la «seconda dittatura tedesca», come il regime della Ddr veniva spesso definito già allora, e la «prima dittatura tedesca», quella nazionalsocialista, principalmente con la motivazione che nella Ddr non c’erano state fucilazioni di massa né tanto meno un genocidio con milioni di morti e che, vista nella prospettiva giusta, la realtà della Ddr doveva essere considerata come l’«espiazione per Auschwitz», veniva replicato dai critici che i nazionalsocialisti avrebbero dovuto cacciare dalla Germania dieci milioni di persone ancora in tempo di pace, cioè prima del settembre 1939, per poter eguagliare, in proporzione, la Ddr .

Pertanto, il 13 agosto 1961 fu dato l’ordine di costruire il muro, e le fotografie di persone, più precisamente di poliziotti in uniforme, che all’ultimo istante fuggono verso Berlino superando il muro ancora in fase di costruzione fecero il giro del mondo. Gli alleati non osarono difendere i loro diritti con la forza, perché ciò che li interessava maggiormente era affermare la loro presenza, messa in dubbio da Krusciov, e le proteste del governo federale di Bonn rimasero senza effetto. Fu allora che cominciarono i decenni dell’«accerchiamento» di Berlino ovest.

La caduta

Se il crollo del comunismo non era stato affatto l’obiettivo delle riforme di Gorbaciov, allo stesso modo il crollo del muro di Berlino non era nelle intenzioni del nuovo governo dei «comunisti riformatori» al potere nella Ddr, dal quale Honecker era stato escluso subito dopo aver avviato i festeggiamenti per il 40° anniversario della fondazione della Ddr e aver sentito Gorbaciov dire, in un episodio rimasto famoso, che «Chi tardi arriva male alloggia» ovvero «Chi arriva troppo tardi, la vita lo punisce».

Quella «emorragia» dalla Ddr che era stata all’origine della costruzione del muro di Berlino riprese nuovamente a scorrere, e stavolta in maniera non trascurabile, perché in molti cercarono di fuggire passando attraverso l’Ungheria - una via di fuga che si era di fatto rivelata molto promettente. Ma ancora più importante era il fatto che quei fuoriusciti, durante il loro viaggio cercavano l'aiuto e il sostegno delle ambasciate della Repubblica federale a Praga e Varsavia. Quando il ministro degli esteri Hans Dietrich Genscher annunciò da Praga che il governo della Ddr sarebbe stato pronto ad autorizzare tutte quelle persone in fuga a recarsi nella Repubblica federale passando attraverso il territorio della Ddr, si diffuse un’ondata indescrivibile di giubilo, che indusse qualcuno ad affermare che il muro di Berlino aveva ormai i giorni contati.

Dato che per la popolazione la richiesta di poter viaggiare liberamente era la più importante di tutte, alla vigilia del 9 novembre, durante una conferenza stampa pubblica, fu chiesto al presidente di quella conferenza stampa e membro del Politburo Günter Schabowski quale decisione il partito e il governo avevano preso riguardo alla libertà di viaggiare; dalla sua risposta sembrò di capire che la decisione fosse favorevole.

Tuttavia non era ancora possibile escludere che il muro non sarebbe diventato ancora una volta un confine tra due stati, sia pure non più nemici. Ampi strati della popolazione della Ddr volevano conservare il «socialismo» - come il Gorbaciov dei primi tempi, peraltro -, anche se un socialismo migliore, «umano».

Ma il cancelliere federale Helmut Kohl, che ancora nel 1987 aveva ricevuto Erich Honecker a Bonn con tutti gli onori come ospite di stato (ma non come capo di uno stato pienamente sovrano), agì con insolita fermezza, sorprendendo anche gli Alleati, quando dichiarò che la «riunificazione della Germania» era un obiettivo immediato, dando così nuovo slancio all’auspicio di fondo, che sembrava ormai sopito, degli abitanti della Ddr e incontrando scarso seguito tra gli intellettuali di spicco: Jürgen Habermas disse che il motivo scatenante, la motivazione decisiva di quella decisione non era la voglia di libertà bensì semplicemente un «nazionalismo del marco», mentre Günter Grass manifestò persino il timore che lo stato nazionale riunificato dei tedeschi potesse produrre una sorta di «nuova Auschwitz».

Il Giornale 8 novembre 2009

Riflessioni sul comunismo a vent'anni dalla caduta del Muro di Berlino

La percezione pubblica delle atrocità su vasta scala, degli omicidi e delle violazioni dei diritti umani commessi in nome e per conto del comunismo è alquanto scarsa. Ecco perché anche in seguito alla caduta del comunismo sovietico, sono numeorsi gli intellettuali occidentali che hanno conservato la convinzione che sia il capitalismo la radice di tutti i mali. (Washington Post)


Il muro di Berlino caduto vent’anni fa è stato un simbolo che ben si addice al comunismo. Ha rappresentato un tentativo storicamente senza precedenti d’impedire alla gente di “passare dall’altra parte” e lasciarsi alle spalle una società che non approvava. Il muro era solo il segmento più evidente dell’immenso sistema di ostacoli e fortificazioni della Cortina di Ferro, che si estendeva per migliaia di chilometri lungo il confine del “Commonwealth socialista”. Io sono uno di quelli che sono riusciti a superare questi ostacoli nel novembre del 1956, quando vennero parzialmente e temporaneamente smantellati lungo il confine austro-ungarico. Le esperienze vissute nell’Ungheria comunista, dove ho vissuto sino all’età di 24 anni, hanno inciso per molto tempo sulla mia vita e sul mio lavoro.

Benché gli americani, tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta del Novecento, fossero estremamente interessati al comunismo - qualcuno con ostilità, qualcun altro con simpatia - del comunismo sapevano in realtà ben poco. E poco vien detto, qui e oggi, sul crollo dell’impero sovietico. La fugace attenzione prestata dai media al gran peso degli eventi della fine degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta fa il paio con la loro iniziale indifferenza nei confronti dei sistemi comunisti. La percezione pubblica delle atrocità su vasta scala, degli omicidi e delle violazioni dei diritti umani che si verificarono negli stati comunisti è scarsa. Lo è ancor di più se confrontata con la percezione dell’Olocausto o del nazismo, che comunque hanno portato a un numero di vittime molto inferiore. La quantità di documentari, lungometraggi o programmi televisivi sulle società comuniste è qualcosa di ridicolo in rapporto a quelli sulla Germania nazista e/o sull’Olocausto, e sono poche le università che organizzano corsi sugli stati ancora comunisti e su quelli che non lo sono più. Per la maggior parte degli americani il comunismo e le sue variegate incarnazioni sono rimasti nulla di più di un’astrazione.

Le diverse risposte morali al nazismo e al comunismo in Occidente possono essere interpretate come un risultato della percezione delle atrocità commesse dal comunismo in quanto sottoprodotti di nobili intenzioni. Di propositi che si sono dimostrati troppo difficili da mettere in atto senza ricorrere alle maniere forti. Invece, le oltraggiose violenze naziste sono percepite come un male assoluto privo di giustificazioni elevate e che non gode dell’appoggio di un’ideologia davvero allettante. Esistono molte più informazioni e prove materiali sugli omicidi di massa perpetrati dai nazisti e sui loro metodi di sterminio turpi e premeditati. Ma allo stesso modo molte tra le vittime dei sistemi comunisti sono morte a causa delle impossibili condizioni di vita dei posti in cui erano detenute. La maggior parte delle vittime del comunismo non è stata causata da tecniche industriali avanzate.

I sistemi comunisti hanno spaziato dalla piccola Albania all’immensa Cina, dai paesi dell’Europa orientale a quelli sottosviluppati dell’Africa. Pur se divergenti sotto vari aspetti, tutti avevano in comune la fiducia nel marxismo-leninismo come fonte di legittimazione, il sistema monopartitico, il controllo dell’economia e dei media e la presenza di un'imponente forza di polizia politica. Senza contare il fatto di aver condiviso un impegno verosimile per la creazione di un essere umano moralmente superiore, l’uomo socialista o comunista.

Sotto il comunismo la violenza di natura politica aveva un’origine idealistica, e un obiettivo in qualche modo purificatore. Chi veniva oppresso e ammazzato era considerato moralmente corrotto e pericoloso per un sistema sociale superiore. La stessa dottrina marxista della lotta di classe ha fornito un adeguato supporto ideologico all’omicidio di massa. La gente era perseguitata non per quel che faceva ma per l’appartenenza a categorie sociali che la rendeva sospetta.

In seguito alla caduta del comunismo sovietico molti intellettuali occidentali hanno conservato la convinzione che sia il capitalismo la radice di tutti i mali. La tradizione di una tale animosità è lunga fra quegli intellettuali d’Occidente che hanno concesso il beneficio del dubbio se non la propria totale simpatia a quei sistemi politici che denunciavano il movente del profitto e che proclamavano l’impegno per la creazione di una società più umana ed egualitaria e di esseri umani finalmente liberi dall’egoismo. Il fallimento dei sistemi comunisti nel migliorare la natura umana non significa che ogni tentativo in tal senso debba essere destinato al fallimento, ma che di fatto i miglioramenti saranno modesti e che ottenerli con la coercizione sarà tutt’altro che facile.

Le ragioni del collasso del comunismo sovietico sono state molteplici. Tra queste, l’inefficienza economica che ha avuto come risultato la cronica penuria di cibo e beni di consumo, e la propaganda, pervasiva e mendace, limitata a un travisamento di routine della realtà che metteva in evidenza l’abisso tra la teoria e la pratica, tra il fare una promessa e il mantenerla. La volontà politica dei leader dietro la Cortina di Ferro è scemata con il passar del tempo, in parte per le rivelazioni di Nikita Khrushchev nel 1956 sui crimini di Stalin ma anche a causa della loro personale esperienza delle falle nel sistema. Non avevano più la volontà di stroncare il dissenso. Negli anni Ottanta del Novecento Mikail Gorbaciov consentì la diffusione di nuove rivelazioni sugli errori e sui mali del comunismo, minando così ancor di più la legittimità del governo comunista.

Il collasso del comunismo sovietico non fa che confermare come gli esseri umani motivati da alti ideali siano capaci di infliggere grande sofferenza con la coscienza pulita. Ma il crollo del comunismo conferma anche che a certe condizioni la gente è in grado di rilevare la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. L’abbracciare o il rifiutare il comunismo corrisponde alla gamma di attitudini che vanno dall’idealismo illuso e distruttivo alla presa d’atto che la natura umana preclude di per sé all'attuazione di organizzazioni sociali utopistiche e che l’accurato equilibrio di mezzi e fini è la condizione primaria ed essenziale per la creazione e la conservazione di una società rispettabile.

© Washington Post
Traduzione Andrea Di Nino


A 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino, le parole di Benedetto XVI e Papa Wojtyla.

“Nessuno ha intenzione di costruire un muro”. L’affermazione di Walter Ulbricht, capo di Stato della DDR e segretario del Partito socialista unitario della Germania è datata 15 giugno 1961. Esattamente due mesi dopo, tra il 12 e il 13 agosto di quell’anno, i primi metri di filo spinato si tendono a creare in modo appena percettibile - se non fosse per la mole minacciosa degli autoblindo che li presidiano - la prima delle quattro “generazioni” del Muro che, nel corso appena di una notte, ma una notte che durerà 30 anni, crea d’improvviso due Berlino, due Germanie, due Europa. Quella prima, grigia Cortina di filo, che con i mesi acquisterà l’ingombro del cemento e del ferro - e il peso del sangue di chi negli anni tenterà di lasciarsela alle spalle, spesso freddato a pochi metri dal suo sogno di libertà - ha il proprio simbolo nella Porta di Brandeburgo. Una porta antica sbarrata, che vede violata la sua finalità essenziale: quella di permettere il transito, e dunque di unire, due luoghi. E’ dunque con emozione che un figlio di quell’epoca, e una “vittima” di ciò che quello sbarramento produsse, possa fermarsi una sera d’estate sotto quella stessa Porta, tornata ad essere simbolo di una nazione riunita e di un continente senza guerre calde o fredde. E’ il 23 giugno 1996, quando Giovanni Paolo II pronuncia davanti a una sterminata folla di tedeschi queste parole:

“Das neue Haus Europa, von dem wir sprechen, ...
La nuova casa Europa, della quale parliamo, ha bisogno di una Berlino libera e di una Germania libera. Ha soprattutto bisogno di aria per respirare, di finestre aperte, attraverso le quali lo spirito della pace e della libertà possa entrare. L’Europa ha quindi bisogno, non da ultimo, di uomini convinti che aprano le porte, di uomini che tutelino la libertà mediante la solidarietà e la responsabilità. Non solo la Germania, ma anche tutta l’Europa ha bisogno per questo del contributo indispensabile dei cristiani”.

Per anni, la storia costringe sui versanti opposti del Muro due uomini che saranno amici, fratelli nella fede, capi della Chiesa l’uno di seguito all’altro. Ma la consapevolezza di Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II è la stessa di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Entrambi vivono da Roma gli eventi del 9 novembre 1989 che riuniscono le loro patrie e restituiscono all’Europa la sincronia dei suoi “due polmoni”. “So - scrive Benedetto XVI nel 2005 all’arcivescovo di Cracovia, Dziwisz, per il 25.mo di Solidarność - che si trattava di una causa giusta e la caduta del Muro di Berlino e l’introduzione nell’Unione Europea dei Paesi che erano rimasti dietro ad essa dopo la Seconda Guerra Mondiale, ne è la migliore prova”. E il 26 settembre di quest’anno ribadisce idealmente durante il suo viaggio nella Repubblica Ceca:

“If the collapse of the Berlin Wall marked…
Se il crollo del muro di Berlino ha segnato uno spartiacque nella storia mondiale, ciò è ancora più vero per i Paesi dell’Europa Centrale e Orientale, rendendoli capaci di assumere quel posto che spetta loro nel consesso delle Nazioni, in qualità di attori sovrani”.

Un mese fa, l’8 ottobre, il Papa presenzia al concerto in suo onore offertogli dall’Orchestra interregionale sinfonica nell’ambito dell’iniziativa “70 anni dall’inizio della II Guerra Mondiale: Giovani contro la guerra”. Il discorso di Benedetto XVI si sofferma anche sul Muro e la sua sintonia con Papa Wojtyla è sempre piena; anzi le sue parole sono inizialmente le parole stesse di Giovanni Paolo II, scritte quando le macerie del Muro erano da poco a terra:

“'La caduta del muro - ebbe a scrivere Giovanni Paolo II - come il crollo di pericolosi simulacri e di una ideologia oppressiva, hanno dimostrato che le libertà fondamentali, che danno significato alla vita umana, non possono essere represse e soffocate a lungo'. L’Europa, il mondo intero hanno sete di libertà e di pace! Occorre costruire insieme la vera civiltà, che non sia basata sulla forza, ma sia 'frutto della vittoria su noi stessi, sulle potenze dell’ingiustizia, dell’egoismo e dell’odio, che possono giungere sino a sfigurare l’uomo'”.

Alla vigilia delle celebrazioni che si appresta a tributare all’evento che le ha restituito una libertà poi sfociata in una Unione di Stati, vale la pena far riecheggiare dalla Porta di Brandeburgo, dalla sera di 13 anni fa, un appello - quello di Giovanni Paolo II - che è memoria e, al contempo, un auspicio di valore assoluto:

“Den Berlinern und allen Deutschen, denen ich dankbar ...
Esorto tutti i Berlinesi e tutti i tedeschi, ai quali sono grato per la pacifica rivoluzione dello spirito che ha portato all’apertura della Porta di Brandeburgo: non spegnete lo Spirito! Tenete aperta questa porta, per voi e per tutti gli uomini! Tenetela aperta con lo spirito dell’amore, della giustizia e della pace! Tenete aperta la porta con l’apertura dei vostri cuori! Non c’è libertà senza amore”.

(musica)


Nel suo editoriale per Octava Dies, il settimanale informativo del Centro Televisivo Vaticano, il nostro direttore generale, padre Federico Lombardi, ritorna ai giorni della caduta del Muro e al ruolo spirituale e culturale che giocò la Chiesa guidata da Giovanni Paolo II:

Sono passati vent'anni dal giorno indimenticabile della caduta del muro. Che festa di popolo a Berlino! Quanto stupore e quanta gioia in tutta l'Europa e nel mondo vedendo e rivedendo quelle immagini incredibili! Per quasi trent'anni chi cercava di superarlo fuggendo verso la libertà rischiava la vita, decine e decine di persone erano morte sotto gli occhi inorriditi dei testimoni di passaggio. Avevamo creduto che il grande carcere protetto da quel muro - e più ampiamente dalla "cortina di ferro"- avrebbe resistito ancora per molti anni. Invece le aspirazioni alla libertà e le debolezze intrinseche nei regimi fondati su un'ideologia nemica di Dio e della persona umana avevano lavorato in profondità nei popoli dell'Est, preparando un crollo epocale, non accompagnato - fatto fortunato e raro - da grandi versamenti di sangue.


Senza voler semplificare un processo storico estremamente complesso, ci è spontaneo ricordare il ruolo dell'elezione e della persona di Giovanni Paolo II, dei suoi viaggi in una Polonia rimasta in larghissima parte fedelmente cattolica e delle loro conseguenze sulle aspirazioni e le domande di libertà del suo popolo e di quelli vicini. Quando l'anziano Pontefice passava infine sotto la Porta di Brandeburgo, non solo la Germania era riunificata, ma l'Europa respirava con i suoi due polmoni, dell'Ovest e dell'Est, e la fede cristiana aveva dimostrato di aver contribuito ancora una volta all'unione e alla civiltà del continente, superando la prova crudele dell'ateismo di Stato. E' bene ricordarlo, quando si insiste a ridurre questa fede nell'ambito strettamente privato. Intanto nel mondo, purtroppo, si sono edificati e si edificano altri muri. Continueremo a impegnarci attendendo di festeggiare, alla fine, anche la loro inutilità e il loro abbattimento.


La caduta del Muro di Berlino aprì, dunque, la strada per la riunificazione tedesca, formalmente conclusa il 3 ottobre 1990. E cambiò il corso della storia di tutto il continente. L’Unione Europea ricorderà l’avvenimento con una cerimonia a Bruxelles l’11 novembre. Fausta Speranza ha intervistato Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento europeo:

R. – Da allora abbiamo aperto una fase storica nuova all’insegna della libertà, all’insegna dell’unificazione del continente europeo, all’insegna del superamento di qualsiasi forma di totalitarismo. E poi l’Europa è andata avanti attraverso alti e bassi. Ci sono stati momenti di grande smalto e momenti di decadimento, di crisi. Ora siamo credo in un momento in cui possiamo risalire da una nuova crisi e dobbiamo, come dire, prendere spunto anche dalla nostra storia per avere lo slancio necessario per guardare avanti e per andare avanti. Abbiamo una previsione di crescita di appena lo 0,7 per cento. Vi è un aumento fortissimo di disoccupati, vi è un dramma sociale che investe tantissima gente e tantissime famiglie. A questi problemi va data una risposta. Gli obiettivi sono questi: l’estensione della moneta a tutti i Paesi che appartengono all’Unione Europea, un governo economico dell’Unione Europea, un soggetto politico “global player” che diventa l’Unione Europea e, soprattutto, una grande agenda sociale che tenga presente i problemi dei cittadini. L’Europa deve essere percepita e toccata sempre più come un’amica dei cittadini. Adesso abbiamo un nuovo trattato, il Trattato di Lisbona, che ci consegna nuove regole di funzionamento delle istituzioni europee, un Parlamento europeo più forte, un potere maggiore di “governance” europea, un ministro degli Esteri dell’Unione Europea, la Carta dei diritti fondamentali e abbiamo i Parlamenti nazionali coinvolti maggiormente nell’azione delle istituzioni europee e un Consiglio Europeo che non sarà più di sei mesi, ma di due anni e mezzo. Quindi, regole nuove per l’Europa.


D. – Ecco, a questo proposito, c’è stato in questi giorni il dibattito attorno al Crocifisso nelle scuole. E’ un pronunciamento della Corte europea dei Diritti umani che fa capo al Consiglio d’Europa, lo dobbiamo ribadire e ricordare, che è un organismo distinto dall’Unione Europea…


R. – Assolutamente. Quasi tutti i giornali portano questo riferimento all’Unione Europea. L’Unione Europea è una cosa diversa: il Parlamento europeo, il Consiglio europeo e la Commissione europea, sono le tre istituzioni comunitarie. Non c’entra nulla la Corte dei Diritti dell’Uomo, che è una Corte fatta di magistrati, non di deputati europei, non di commissari europei, non di capi di governo dell’Unione Europea. Quindi, smettiamola di dire che l’Europa è causa anche di questo male. Una decisione che io non condivido, che ovviamente rispetto come tutte le decisioni della magistratura, ma che, mi permetto di dire, non fa i conti con un significato che il Crocifisso ha in Italia, che è un significato simbolico che va ben oltre la religione cristiana, ma che dà il senso della fraternità, dell’amore, della pace, della fratellanza, della concordia. Quindi, il Crocifisso vale per noi cristiani, ma anche per chi non è cristiano è un simbolo di pace. Quindi, francamente è una decisione non accettabile.


D. – Ecco, quindi, vogliamo dire che l’Unione Europea non ci pensa proprio a togliere i Crocifissi dalle scuole, possiamo dirlo questo?

R. – Sì, possiamo dire che l’Unione Europea in quanto tale, quindi, le istituzioni comunitarie, che ripeto sono il Parlamento europeo, la Commissione Europea e il Consiglio Europeo, non hanno mai preso una decisione di questo genere.