DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Facebook. Questo non è un social per giovani. Un articolo interessante sul presente e il futuro del social


di Paola Porciello
Il Fatto quotidiano del 2 febbraio 2015

Alto, corpulento, capelli
corti e con la faccia
da ragazzino,
qualche brufolo a ricordare
che non ha ancora
compiuto vent’anni, Andrew
Watts un simile successo non se
lo sarebbe aspettato. Una ricerca
su Google con il titolo “A teenager’s
view on social media”
genera 37 milioni di risultati.
L’articolo in cui racconta come
lui e i suoi amici interagiscono
con i principali social network
nella vita quotidiana, pubblicato
su medium.com, ha scatenato
un putiferio. Facebook viene
dato per morto, avete letto bene:
defunto. Twitter , non pervenuto.
Non ne afferrano ancora
il senso. Vanno invece a gonfie
vele Instagram e Snapchat. Quest’ultimo,
un servizio di messaggistica
istantanea simile a
Whatsapp, è quello dove Andrew
e i suoi amici passano più
tempo.
Pur consapevoli che le opinioni
di Watts non possono essere generalizzate
a tutta la popolazione
di adolescenti, americani e
non - diversi tra loro per razza,
estrazione sociale, cultura e grado
d’istruzione –rimane il fatto
che l’articolo di un ragazzo fino
a pochi giorni fa sconosciuto sta
suscitando un dibattito nel quale
si sono sentiti obbligati a dire
la loro anche i guru dei social
media, inondati da mail di colleghi
e amici contenenti il link
del suddetto articolo.
In fuga I teenager
migrano altrove
Il fatto che Facebook stia perdendo
mordente tra i più giovani è
un fatto noto agli addetti ai lavori
da tempo. Lo stesso Zuckerberg
aveva accennato alla
questione l’anno scorso, durante
una conferenza stampa sugli
introiti della società. Ma in
quell’occasione preferì soffermarsi
sui numeri: nei primi tre
mesi del 2014 i ricavi avevano
raggiunto i 45,5 miliardi di dollari,
di cui 10,2 di utili.
Secondo un rapporto di i Strategy
Labs tra il 2011 e il 2013 Facebook
ha perso 3.314.780
utenti di età compresa tra i 13 e i
17 anni mentre ha guadagnato
terreno tra i più maturi. Lo stesso
trend si registra anche in Italia
dove, sui 24 milioni di iscritti, il
65% ha più di 35 anni (dato di
gennaio 2014). La notizia portò
molti a immaginare una prossima
presunta scomparsa del
NONNO FACEBOOK
COME LA CINA.

Gli utenti di Facebook
ormai sono 1,5 miliardi,
quanti gli abitanti della
Cina. Ma il 65% ha oltre
35 anni Illustrazione
di Doriano Strologo
più grande social network. Ma
questo non è successo e anzi,
grazie al boom della pubblicità
sui dispositivi mobile nel quarto
trimestre 2014 i ricavi di Face -
book sono saliti del 49%.
La fuga dei teenager verso altre
realtà virtuali non sembra infatti
spaventare più di tanto Zuckerberg.
In un’intervista al New
York Times ha spiegato che l’ac -
quisizione di altre applicazioni
quali Instagram e Whatsapp
(quest’ultima al prezzo di 19
miliardi di dollari), molto più
“cool” e “hip”, servono proprio
a questo. La strategia di marketing
della società californiana è
cambiata: “Oggi siamo centrati
sul consumatore - spiega una
portavoce di Facebook Italia - e
ci adattiamo alle sue esigenze
seguendo la direzione dei venti
milioni che, in media, vengono
a trovarci quattordici volte al
giorno”. Fra questi ci sono gli
adulti che stanno rapidamente
conquistando ul territorio prima
appannaggio esclusivo dei
figli, ma con una maggiore capacità
economica. Per non parlare
del valore generato dalle informazioni
sugli iscritti raccolte
in questi anni: a fine 2013 ciascun
utente valeva circa 2,14
dollari. Moltiplicate questa cifra
per il miliardo e mezzo di
utenti disseminati in tutto il
mondo e capirete come il problema
dei teenager possa in effetti
essere marginale per la società
di Cupertino.
Identità Il bisogno di
esprimere se stessi
Nonostante ciò, nel 2012 Zuckerberg
tentò disperatamente
di acquisire Snapchat, molto in
voga tra i giovani americani, ma
senza successo. L’articolo di
Andrew Watts ci aiuta a capirne
ancora di più il motivo: “Face -
book ce l’abbiamo tutti ma lo
usiamo pochissimo. Instagram
ci piace molto, ma il nostro social
è Snapchat: è qui che ci possiamo
esprimere liberamente
senza sentirci giudicati, rimanendo
ancorati alla nostra
identità sociale”. Facebook non
è più il luogo naturale di ritrovo,
anzi “è come stare a un pranzo
di famiglia con tutti i tuoi parenti
– scrive Watts – dove ti
senti un po’ a disagio e non vedi
l’ora di andartene”.
L’account su Facebook spesso si
ha già nell’infanzia, anche se sarebbe
vietato prima dei 13 anni.
Con grande apprensione dei
genitori, molti dei quali si sono
iscritti sperando di controllare i
figli, per poi scoprire che piaceva
anche a loro. Per le esigenze
di un adolescente, però, può
non andare. Watts spiega: “Su
Instagram non sono costretto a
seguire tutti quelli che mi seguono.
Così il mio feed contiene
solo cose che mi interessano
davvero e non un agglomerato
multiforme di contenuti spesso
di scarsa qualità; se ‘mi piace’
una foto o se la voglio commentare
sono molto meno preoccupato
delle reazioni degli altri
utenti; Instagram ancora non è
popolata dagli adulti e non ci
sono i link, il che significa che
non verrò sommerso dalla pubblicità,
dallo spam o da qualche
orribile articolo di gossip”.
In sostanza, almeno per Watts e
il suo gruppo di amici, è ancora
obbligatorio avere Facebook , ma
solo per poche attività residuali
come le chat istantanee e i gruppi
tematici o per cercare qualcuno
che hai conosciuto a una
festa.
Sembra finito anche il tempo in
cui si faceva a gara per chi aveva
il maggiore numero di amici
(motivo per cui ci ritroviamo
tra i nostri contatti persone che
conosciamo appena o che non
conosciamo affatto). Snapchat
ad esempio non contempla né
follower né amici. Messaggi e
foto inviati rimangono visibili
solo per pochi secondi: “C’è
molta meno pressione sociale
rispetto a tutti gli altri social
network. Puoi davvero essere te
stesso e creare la Storia della tua
giornata. Anche con immagini
imbarazzanti che non ti sogneresti
mai di postare su Facebook
– afferma Watts”.
2020 I social media
del futuro
Il nuovo Facebook , però, ancora
non esiste. Il social del futuro
dovrà verosimilmente andare
incontro alle esigenze dell’ulti -
ma generazione di adolescenti,
come stanno già facendo, fra i
tanti, “Ello” e “This”: semplici e
focalizzati sui contenuti, discreti,
non invadenti, facilitano
l’espressione di sé. E soprattutto,
sono senza pubblicità. Le
piattaforme di ultima generazione,
per adesso, si propongono
come anti-Facebook e anti-
Twitter, luoghi dove le informazioni
– assicurano i loro
creatori – non verranno utilizzate
per tracciare il vostro profilo
di consumatori. Ma quanto
può durare? Per sopravvivere,
tutti prima o poi hanno dovuto
introdurre una forma di introito,
anche i più grandi: Wikipedia
si è affidata alle donazioni volontarie
e il colosso Google a un
certo punto ha dovuto piegarsi
agli ormai onnipresenti richiami
pubblicitari tarati sulle preferenze
degli utenti sferrando
un colpo mortale alla sua immagine
di azienda dalla mission
altruistica e disinteressata.

Dov’è il “prossimo miliardo” per cui Facebook s’inchina persino alla Cina



Il Foglio, 10 Dicembre 2014



Roma. Quando Lu Wei è passato davanti alla scrivania di Mark Zuckerberg, nell’open space di Menlo Park che è il quartier generale di Facebook, è scoppiato in una risata. Sul tavolo, di fianco al MacBook, c’era “The governance of China”, il mattone da 500 pagine con tutti i discorsi di Xi Jinping che l’ufficio della propaganda del Partito comunista cinese ha appena mandato in stampa. Posso sedermi?, chiede Lu. Mark accetta, e l’uomo che gestisce la gigantesca macchina della censura cinese si mette alla scrivania del fondatore di Facebook. Secondo un sito di informazione cinese, il primo a scrivere della strana diffusione dei libri della propaganda di Pechino negli uffici di Facebook, Zuckerberg ha detto a Lu: “Ho comprato delle copie (del libro di Xi Jinping) anche per i miei colleghi, vogliono che comprendano il ‘socialismo con caratteristiche cinesi’”, che è il termine con cui è indicata l’ideologia del Partito comunista. Lu deve essere stato soddisfatto della cosa, perché una foto pubblicata lunedì in Cina lo mostra ridere di gusto, seduto al posto di Zuckerberg, con il volume di Xi davanti e Mark di fianco.

Nel libro dei discorsi di Xi Jinping, Zuckerberg avrà trovato alcune perle di saggezza universale (le ha raccolte il Telegraph: Xi è un maestro dell’aforisma politico), come: “I bottoni della vita devono essere allacciati bene fin dall’inizio” (sull’educazione dei giovani), o: “La freccia non tornerà indietro una volta che l’hai scoccata” (sulle riforme in Cina). Troverà inoltre consigli su come “diffondere e mettere in pratica i valori basilari del socialismo” su internet. Si capisce perché quando la foto di Zuckerberg e Lu è stata pubblicata tutta la rete si sia scandalizzata, e perché a pubblicarla è stato un sito cinese, e non uno degli infiniti magazine specializzati americani che si allertano a ogni soffio di vento dentro la Silicon Valley, ma della visita di Lu quasi non hanno scritto.

Lu Wei è il direttore dell’Ufficio di stato delle informazioni su internet, l’agenzia che gestisce le politiche digitali del regime cinese, e vicedirettore dell’organo della propaganda dello stato. E’ un fumatore, un bevitore e un workaholic (così scrive di lui il New York Times), e da quando è in caricaha indurito le già dure norme della censura su internet in Cina, zittito i dissensi e condotto campagne di repressione che hanno portato all’arresto di molti attivisti.

Il tour americano di Lu Wei, iniziato la settimana scorsa per una conferenza, ha avuto qualche difficoltà a Washington, dove Lu è stato criticato. Ma quando si è spostato sulla west coast, nella Silicon Valley, Lu è stato portato in trionfo da tutti i giganti del tech americano. Ha incontrato Tim Cook di Apple, che gli ha fatto vedere in anteprima il nuovo Apple Watch (confidandogli che è la prima volta che lo fa provare a un esponente di uno stato estero). Ha scambiato risate con Jeff Bezos di Amazon, ha incontrato Eric Schmidt di Google, più le alte cariche di Yahoo, Linkedin e altri. Il suo colloquio con il ceo di eBay John Donahoe è stato trasmesso da una tv di Hong Kong – ovviamente mentre Donahoe elogiava la grandezza dei venditori cinesi.

La Cina è un paese autoritario dove la libertà di espressione è repressa brutalmente, dove due milioni di persone, secondo alcune stime, sono assoldati dal Partito per controllare e reprimere le voci dissonanti su internet, dove un “Grande firewall” chiude gli utenti cinesi in una bolla digitale dove solo le notizie gradite al regime comunista possono circolare. Lu Wei è a capo di molti di questi processi, è il grande censore che ha invocato di recente il diritto di “sovranità delle informazioni” per la Cina comunista, e dovrebbe essere un nemico giurato per la filosofia libertaria e anarchica che la Silicon Valley ancora ama proiettare sul pubblico. Ma c’è una ragione molto pratica per cui i libertari signori della Valley hanno accolto l’autoritatio Lu con un trattamento da capo di stato: è l’uomo che ha in mano le chiavi del gigantesco mercato digitale cinese.

Si parla spesso di “next billion” per indicare il prossimo miliardo di persone che a breve otterrà una connessione a internet. Entro il 2016 il traffico sulla rete è destinato a raddoppiare, soprattutto in Asia, e una prateria infinita di nuovi utenti ed enormi guadagni si sta per aprire in Cina, in India e nell’area del Pacifico. Ma se in India la Silicon Valley è già ben posizionata, l’ingresso alle potenzialità strepitose del mercato cinese, dove poco meno di metà della popolazione ancora non ha mai usato internet, è vietato a gran parte dei giganti del tech americani. Facebook e Twitter sono banditi dal paese, Google è stato ridotto a un player minore dopo infinite lotte. Nel mercato dell’internet cinese si gioca alle regole del Partito, e questo vuole dire che anche i giganti della Silicon Valley devono inchinarsi alle norme sulla censura, oscurare i siti quando il Partito lo chiede, consegnare i dati personali dei dissidenti se il Partito li vuole. Le aziende che si sono adattate a queste regole, come Yahoo, che in un caso famoso consegnò i dati di alcuni dissidenti al regime, sono rimaste, quelle che hanno provato a ribellarsi sono state cacciate. Finora la Valley ha usato come ragione di vanto liberale il proprio esilio dalla Cina, ma ormai conquistare il mercato asiatico, e il “prossimo miliardo” che lì si nasconde, è un obiettivo irrinunciabile – anche perché senza la presenza dei giganti americani, la Cina ha sviluppato compagnie competitive, da Alibaba a Tencent, che si espandono a loro volta. Così di recente Linkedin ha fatto scandalo perché ha accettato di censurare parte dei suoi contenuti in ossequio ai voleri del Partito, Apple ha acconsentito a ospitare parte dei suoi dati in Cina, alla mercé della censura, e la campagna di charme di Facebook è iniziata ben prima del posizionamento strategico dei libri di Xi, con il discorso di Zuckerberg (in cinese stentato) all’Università Tshingua di Pechino, dove studiano le élite. Allora alcuni sperarono che un possibile intervento di Facebook avrebbe aiutato ad aprire la rete cinese. Non conoscevano ancora le letture di Mark.


Sull'orlo dell'abisso. Internet, sesso e giovani. E molti approfondimenti


No alla censura. Un grido s'alza fiero a destra, a sinistra, al centro. Globalizzazione del diritto di espressione e altre amenità del genere post-sessantottino. Colpisce l'attenzione spasmodica per la rete registrata in queste ore. Eppure qualcosa non quadra. Internet sembra esser diventato un totem di libertà, inattaccabile. E' la rivoluzione moderna che ha dilaniato frontiere e ha fatto del mondo un fazzoletto, ci si dice. Vero, ma si dimentica troppo in fretta che, comunque, di realtà virtuale si tratta. E che non vi è distinzione, il Web abbatte ogni frontiera, comprese quelle del lecito e dell'illecito. Ne parlava Benedetto XVI, circa la legge naturale e la sua figlia più nobile, l'equità che resiste alla "tirannia del principe" e difende la vita, il matrimonio, la giustizia.

Ma già scriveva Blaise Pascal: "È vero che ci sono leggi naturali, ma la ragione corrotta ha tutto corrotto". Se crollano le frontiere dell'equità, della sacralità della vita e della persona umana, allora le conseguenze sono tragiche. Su adulti, ragazzi e bambini. Perché non si può parlare di regole? Perché si sbatte subito in faccia la parola censura a tagliar corto ogni discussione? Si inscenano proteste e indignazioni per la mercificazione del corpo della donna e si tace della pornografia a portata di mouse che avvelena occhi, mente e cuore di milioni di persone. E di ragazzi. E di bambini. Nessuno che prenda di peso questa situazione tragica. Chiunque, in questo istante, può accendersi il computer, e con due clic entrare nel letame avvelenato della pornografia più estrema. 

Di questa finestra costantemente aperta sulla pornografia, capace di azzerare la purezza e di graffiare l'anima con conseguenze irreparabili, non se ne parla.

Facebook e i social network che fanno delle persone dei pupazzi cangianti abito ad ogni occasione sono già un macigno sul cuore. La loro subdola perversione è invasiva, stordisce le personalità, cancella la capacità di relazione, trasforma in ipocriti permanenti i frequentatori. Pensiamo ai giovani indifesi che vivono appesi alla propria pagina, al blog, alla catena di amici, all'espressione della faccetta che risponderà alla propria foto o al proprio soliloquio, come pesci muti impigliati nelle maglie di una rete che stringe sino a soffocare.

Ma soprattutto pensiamo ai giovani, ai bambini mandati al macello della pornografia gratuita. Che ne sarà di loro, dei loro sentimenti, dei loro amori, delle loro famiglie, dei loro figli? Che ne sarà se la fonte dei loro sguardi, dei loro pensieri sarà avvelenata da immagini demoniache che uccidono, accidenti se uccidono, la gioia, la semplicità, la spontaneità. "Il degrado sessuale, presentato spesso dalla televisione e da internet come divertimento. Mi domando come potrebbe uno che fosse posto faccia a faccia con persone che soffrono realmente violenza e sfruttamento sessuale spiegare che queste tragedie, riprodotte in forma virtuale, sono da considerare semplicemente come "divertimento"" (Benedetto XVI, Discorso ai giovani, sul molo di Barangaroo, Sydney, 12 luglio 2008).

Censura? Sarebbe ancora poco. Sarebbero da polverizzare siti e industrie che vi sono dietro, commercio assassino di anime e corpi. Ma nessuno dirà mai una parola, l'indignazione un tanto al chilo è riservata all'istante modaiolo. E non è indignazione, è anch'essa un ibrido virtuale. Statene certi, nessuna regola vera arriverà mai, nessuna censura, e la morte continuerà ad essere a disposizione di tutti. Come le sigarette che impacchettano tatuate di teschi e di avvisi da raggelare. Ti vendono la morte, ma ti avvertono che potresti morire. Come i siti pornografici che ti invitano a non entrare se non sei maggiorenne. E con questo ecco pronto il disclaimer, declinata ogni responsabilità, della tua reale sorte non importa a nessuno. Importano i denari, come i trenta che costò la vita dell'Autore della Vita.

Benedetto XVI, con le parole che pronunciò a Sydney, ci indica il cammino per difenderci, anzi, molto di più, per vivere pienamente nella "ricerca del vero, del bene e del bello". E così compiere "le nostre scelte", esercitando "la nostra libertà e in questo, cioè nella verità, nel bene e nel bello", trovare "felicità e gioia". Ed il cammino, ci disse il Papa, non può che essere battesimale, alle radici della nostra elezione, della Vita vera. "Cristo offre di più! Anzi, offre tutto! Solo lui, che è la Verità, può essere la Via e pertanto anche la Vita. Così la "via" che gli Apostoli recarono sino ai confini della terra è la vita in Cristo. È la vita della Chiesa. E l’ingresso in questa vita, nella via cristiana, è il Battesimo". Il Battesimo al centro del combattimento, la Grazia da gestare in noi attraverso la Chiesa, in un cammino serio di conversione che conduca alla fede adulta. Essa è la fonte della nostra gioia, e quella dei nostri figli. Infatti "Nel giorno del Battesimo Dio vi ha introdotto nella sua santità (cfr 2 Pt 1,4). Siete stati adottati quali figli e figlie del Padre e siete stati incorporati in Cristo. Siete divenuti abitazione del suo Spirito (cfr 1 Cor 6,19). Il Battesimo non è un compimento né una ricompensa: è una grazia, è opera di Dio". Per questo è necessario un luogo dove questa Grazia possa crescere e dar frutto, e con esso vita e gioia vera.

Non possiamo abbandonare i nostri figli dinnanzi ad uno schermo gravido di veleno. Non possiamo farlo neanche noi adulti. Occorre aggrapparci a Cristo, camminare con Lui nella Chiesa, e non aver paura. Difendere la santità donataci è l'unica possibilità di vita che ci è data. Altrimenti è morte certa.

Non ci resta che attrezzarci, che autocensurarci, e lottare, combattere la buona battaglia della fede. E chiedere aiuto alla moglie, al marito, ai genitori, alla Chiesa, alla comunità di fratelli che cammina con noi. Essere fedeli all'ascolto della Parola di Dio e assidui ai sacramenti. E chiedere al Signore lo zelo per la sua casa, perché non diventi una spelonca di ladri. Occorre rovesciare i tavoli dei cambiavalute, pulire e ripulire,senza paura. E vietare, sì vietare anche se sembra che ormai ovunque sia vietato vietare. Proibire per amore, strappare dalla rete avvelenata, a volte con santa violenza. Difendere i nostri figli dal drago che irrompe, silenzioso, tra le nostre mura. Accettando guerre in famiglia, ribellioni e bombe atomiche. E aiutare a usare internet con sapienza, perdendo le ore accanto alle persone amate. Basta un istante, un minuto e la frittata è fatta. E questo è amore vero, serio e adulto che impone, a volte, censure senza sconti, lucchetti e sentinelle armate alle porte dell'abisso.

Antonello Iapicca Pbro



PER APPROFONDIRE, DISCERNERE E AIUTARE I NOSTRI FIGLI 

Il Papa: Il Battesimo è la fonte della vita. Da esso sgorga lo Spirito Santo che ci guida a vivere la vita secondo verità.


Web, altre regole non sono necessarie. Di Beppe Severgnini


Gillmor: "Impensabili i filtri in rete. Ma chi incita all'odio ci metta la faccia"


Internet no alla censura: basta un clic


Il lato oscuro della rete. Il web invaso da minacce e insulti


Internet, crescita continua. Utenti verso quota 24 milioni


Video, amici e sesso. Ecco cosa cercano gli adolescenti su internet


Sesso, video e amici su internet per gli adolescenti


“sesso” è tra le parole più ricercate dai bambini, in Brasile come in Europa


Adolescenti e sesso: una sfida educativa da raccogliere. Fra internet e tv spazzatura, la parola a tre esperte


La pornografia rende più delle armi. Videofonini e sesso: accuse a Vodafone e Hutchison


Sesso, Internet e pornografia Intervista al prof. Petruccelli, direttore del Centro per lo studio e la ricerca delle Dipendenze Affettive e Sessuali


Sesso e Internet, la nuova dipendenza


Le dipendenze da Internet: sesso virtuale e pornografia online


LA DIPENDENZA DA INTERNET E LE DIPENDENZE SESSUALI


IL VERBALE CHOC. Sesso, Internet e bugie. Confessione di un pedofilo


Svezia. Internet e sesso, alle donne piace il click.


GLI UTENTI DI INTERNET SONO SEMPRE PIU’ SOLITARI E SESSUALMENTE DEPRAVATI


Il corpo e la psiche dei giovani. di Claudio Risé


Libertà e responsabilità per Internet





Gesù e l'algoritmo di Facebook. La logica economica che seleziona le notizie sui social è in conflitto con la logica di Dio

di Marco Scicchitano 

Forse non tutti hanno sentito palare di EdgeRank eppure, molto probabilmente, ne hanno avuto a che fare in modo diretto o indiretto. EdgeRank è il nome dell’algoritmo con cui Facebookattribuisce un punteggio di affinità tra il profilo di una persona e un contenuto (o “edge” in Inglese) pubblicato da qualcun altro, tenendo conto di quante interazioni ci sono state in precedenza tra i due, che tipo di interazione ci sia stata e da quanto tempo. In base a questo valore, o punteggio, si viene a creare la timeline di ciascun utente, che sarà fondamentalmente organizzata in modo tale da rispecchiare gli interessi dell’utente.

Il ragionamento di Facebook potrebbe essere questo: “1) Da quello che fai e da come interagisci, capisco cosa ti interessa, 2) partendo da cosa ti interessa seleziono le informazioni che ti presento che presumibilmente ti interesseranno 3) la tua timeline sarà principalmente composta da argomenti e informazioni che rientrano nei tuoi interessi e che apprezzerai, mettendo il like, commentando o condividendo e questo ci garantirà una tua maggiore presenza sul nostro sito in termini di tempo e di interazione e questo è un beneficio economico per noi. 4) si torna al punto 1)”.

Ponendola in questo modo sembra che sia un circuito a retroazione che si rafforza progressivamente, una specie di circolo vizioso dove veniamo esposti ad informazioni già filtrate e selezionate in modo che corrispondano alle nostre aspettative ed interessi. Il resto rimane fuori. Come quando nel ricevere una mailing list, selezioniamo quali sono gli argomenti che preferiamo e sui quali vogliamo continuare ad essere aggiornati: sport, letteratura, musica; da queste scelte che noi facciamo consegue che ci verranno inviate mail sugli argomenti da noi selezionati e saremo aggiornati sui risultati della Roma o del torneo regionale di palla a mano delle Marche, mentre se avviene un cambio ai vertici della politica monetaria europea, non ne sapremo nulla, perché non abbiamo selezionato fra le varie opzioni “politica economica” e così tutto quello che concerne le decisioni politiche riguardo l’economia non verrà a mia conoscenza, resterà fuori. Più o meno Facebook fa la stessa cosa, solo che alla nostra attività decisionale che ci fa selezionare “musica” “sport” piuttosto che “politica economica”, sostituisce un algoritmo matematico, EdgeRank, che lo fa al posto nostro.

In molti si sono sdegnati e risentiti che Facebook potesse operare una selezione in entrata delle informazioni alle quali era possibile accedere vivendo questo dato come fortemente limitante rispetto alla libertà di percepire ed entrare in contatto con la molteplicità estremamente variabile delle informazioni pubblicate sulla piattaforma sociale. EdgeRank, con questo nome da robot censore, in realtà non fa che replicare quanto succede in ogni essere umano grazie a quelle che Vittorio Guidano ha chiamato organizzazioni di significato personale. Con organizzazione di significato personale si intende il modo con cui ogni individuo organizza tutte le possibili tonalità del proprio dominio emotivo e cognitivo in una configurazione unitaria in grado di fornirgli una percezione stabile e definita di sé e del mondo. Una configurazione unitaria di schemi interpersonali, che comprende tutti gli aspetti sensoriali, affettivi, motori e neurofisiologici sui quali si basa il senso di continuità, di permanenza e unità di sé e della realtà. Esiste una profonda necessità di coerenza e stabilità in ciascuno, che serve a far fronte alla paura più profonda e destabilizzante, quella della frantumazione del sé.

La potenza delle motivazioni che stanno alla base della formazione del sistema di significato personale è tale che influenza anche le stesse percezioni, le informazioni in entrata. Se sono in disaccordo con le regole che strutturano il sistema di significato personale, non vengono “percepite” coscientemente. Esistono studi che mostrano come questo abbia influenza sulla capacità di evocare ricordi, di percepire i dati ambientale, di giudicare ed interpretare le intenzioni degli altri. Questo è il meccanismo che spiega come mai un narcisista megalomane non colga le critiche che gli vengono fatte, o un depresso con bassa autostima faccia fatica ad accettare la spontaneità e verdicidità di un complimento: (“bravo, mi hai aiutato” “….mmm me lo dice perché gli faccio pena”). Quello che mi conferma e non mi scuote troppo è accettato ed accolto, ciò che mi destabilizza, resta fuori. La necessita di coerenza diventa tanto più rigida tanto più è fragile la persona, e spesso la sofferenza non deriva da un organizzazione di significato personale che abbia in sé elementi di depressione, di ansia o di megalomania, ma dal fatto che la persona, pur di mantenere integra la visione profonda di sé e del mondo, non riesca a tollerare informazioni o stimoli perturbanti, che contraddicono, che mettono in discussione e destabilizzano. L’algoritmo non permette che vengano assimiliati, che salgano a coscienza, e li respinge. Restano fuori.

Anche a livello sociologico e mediatico avviene qualcosa di simile e questo paradigma dell’algoritmo è possibile applicarlo alla tendenza a non considerare aspetti del vivere che risultano perturbanti e in qualche modo fastidiosi. Credo che l’algoritmo sia applicato scientemente ed in modo particolarmente rigido in alcuni ambiti delle proposte di progresso che la nostra società civile si trova a dover considerare, dato l’interesse economico. Il dato che molti non considerino le conseguenze pratiche ed effettive, e spesso tragiche e dolorose, che conseguono a certe pratiche come l’utero in affitto, la fecondazione eterologa o l’eutanasia, più che da imputare alle singole persone, sia da considerare come una scelta partigiana di ambienti di potere permeati da interessi economici che arriva a forzare lessico e concetti pur di far risultare meno perturbanti e difficili da accettare questi falsi miti di progresso. In questo modo le sofferenze di molte persone, soprattutto le più deboli e indifese, e le nefaste conseguenze sulla società che tutto questo potrà portare non è dibattito nei salotti, non viene accolto negli studi televisivi e rimane fuori. Resta fuori.

Gesù Cristo ha con la sua vita, morte e resurrezione, rotto definitivamente questo circolo vizioso autoreferenziale e con la sua Croce, ha resto manifesto e insopprimibile per sempre il volto davanti al quale ci si copre, che a fatica si guarda e si preferisce ignorare. Ora e da allora, alla logica stringente e ragionevolmente economica dell’algoritmo che tiene fuori ciò che non è possibile sostenere ed assimilare c’è un alternativa che tiene tutti dentro, che non volge lo sguardo. La sofferenza innocente, la più odiosa e incomprensibile vicenda umana, è diventata con Gesù Cristo veicolo di comprensione, perdono, accoglienza, dono e nuova vita.

La Croce Quotidiano, fonda la sua ragion d’essere anche in questa capacità che ha la Croce di penetrare come una spada qualsiasi filtro, barriera e algoritmo e portare alla luce contraddizioni e argomenti che risultano altrimenti inconcepibili e a considerare come belle, vivificanti e portatrici di speranza situazioni altrimenti ignorate e reiette. Grazie a questo strumento informativo, vogliamo usare la doppia lama della Croce: da una parte smascherare le inside disumane che si nascondono dietro ai falsi miti di progresso che si accaniscono sui più deboli e sugli innocenti, e dall’altra portare alla luce esperienze concrete di vita che mostrano la bellezza dello stare al mondo rimanendo umani con le gioie e i limiti che comporta. Una semplice ma fondamentale aspirazione. A fronte di ideologiche derive moderne che stanno minando la possibilità di vivere il mondo maschi e femmine, madri e padri e per difenderci dalla tecnobiologia che alcune logiche di mercato e di produttività vorrebbero imporre alla società civile, disumanizzandola abbiamo una incrollabile speranza e una sentita responsabilità per noi e per i nostri figli: restare umani.

 LA CROCE - QUOTIDIANO



La «depressione» da Facebook che colpisce gli adolescenti. Secondo una ricerca americana, i ragazzi soffrono il confronto sul popolare social network


MILANO - «Tu, quanti "amici" hai?»: la domanda ormai è di uso corrente nell'era di Facebook. Specie tra compagni di scuola, adolescenti che, del popolare social, network sono i più accaniti fruitori. Ma il gioco può diventare pericoloso, e la realtà virtuale che si sovrappone a quella reale, può scatenare sinistri meccanismi depressivi tra i più giovani. Lo rivela uno studio statunitense condotto dalla prestigiosa American Academy of Pediatrics. I ragazzi con difficoltà comportamentali e un basso livello di autostima, quelli che tendono a isolarsi insomma, rischiano di accentuare ancor più tali debolezze nel mondo del social network: vedere il più bello della classe con molti più amici dei tuoi o che «posta» sempre commenti positivi sarebbe molto più «pericoloso» dello star seduti da soli in un bar affollato o altre situazioni simili. Perché non ci sarebbe modo di osservare le espressioni facciali o il linguaggio del corpo, all'interno di quel contesto. Senza considerare il fatto che, essendo aperte ai commenti di chiunque, il bullismo, oltre che tra i banchi, si può riversare anche sulle pagine di Facebook: è noto il caso di una quindicenne del Massachusetts, suicidatasi dopo che era stata ampiamente sbeffeggiata sul suo profilo.

IL PARERE - «Questo è un caso estremo - commenta lo psichiatra Claudio Mencacci- ma è vero che queste dinamiche possono scatenare nei ragazzi più vulnerabili, comportamenti autolesivi. Facebook è una realtà-vetrina dove uno immette soltanto elementi di positività. E sicuramente il confronto induce l'adolescente ad assolutizzare tutto e quindi a cadere in depressione, perchè non ha ancora gli strumenti per discernere il vero dall'illusorio». Per Mencacci quindi, il network più che social, a volte può essere «anti-social, perchè una realtà mondata dalla negatività del vivere, non è una realtà corretta». I genitori che notano nei propri figli un principio di depressione «devono stare con loro - conclude Mencacci- anche nei frangenti in cui si immergono nelle comunità del web. E insegnare ai ragazzi che la vita non é solo lo scintillio di una pagina di Facebook»

Matteo Cruccu
28 marzo 2011


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Da amici a ignorati: l'unfriending su Fb Messaggi banali o post troppo aggressivi. Così si rompono le amicizie su Facebook

Messaggi troppo banali oppure su temi potenzialmente molto divisivi, come la politica o la religione. Sono questi i motivi principali per i quali si rompono su Facebook le cosiddette «amicizie», almeno secondo la tesi di laurea di uno studente della Business School dell'Università di Denver, nel Colorado. In realtà, scrive il New York Times, la ricerca va più in profondità e analizza tutto il meccanismo con cui inizia e soprattutto finisce l'amicizia su Fb (il cosiddetto unfriending). «Una delle cose interessanti - dice Christopher Sibona, che ha scritto la tesi insieme al suo relatore, il professor Steven Walczak - è che nel mondo reale le amicizie si rompono bruscamente, con violenza, oppure lentamente, per consunzione. Ma su Facebook c'è una persona che prende coscientemente la decisione di cancellarne un'altra dalla lista dei suoi amici e gli altri spesso non sanno il motivo della rottura».

SOMIGLIANZE E DIFFERENZE - Secondo la ricerca, quelli che avviano un'amicizia sono anche quelli che più corrono il rischio di vedersi a un certo momento cancellati. In questo senso Facebook è abbastanza simile al mondo reale. Di solito le persone in cerca di amicizia sono di livello sociale più basso rispetto a quelle «corteggiate». Può darsi che chi è oggetto di una nuova amicizia , sia online che in altre situazioni, dia meno valore a questa relazione rispetto a chi invece l'ha cercata. Sotto altri aspetti, invece, quel che accade su Facebook è molto diverso da quanto succede nei rapporti personali non mediati dalla rete. Su Fb le amicizie vengono rotte con molta maggiore disinvoltura («Non appena hai un bambino, smetti di essere interessante») e, più in generale, l'unfriending «è la conseguenza della strumentalizzazione e della banalizzazione che investe l'amicizia su Facebook», spiega al Times Lee Siegel, autore di Against the machine: being human in the age of the electronic mob (Contro la macchina: essere umani ai tempi della folla elettronica). «Perchè rompere un'amicizia? Dopo tutto nel mondo reale non si ignora un parente solo perché è noioso. Il fatto stesso che si proceda all'unfriending è la dimostrazione che la definizione di amico su Fb è differente da quella tradizionale».


24 ottobre 2010



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LA PIAZZA VIRTUALE INFLIGGE L`IMMORTALITA. Tra Facebook e Twitter si rischia di perdere la faccia, l`amore e il lavoro

Che cosa mettiamo in gioco di noi stessi quando utilizziamo un social network? Che cosa perdiamo quando ne abusiamo? Il Corriere della Sera dà notizia dell’uscita in Italia, a cura di Marisa Maraffino, del primo libro che mette in guardia dall’uso troppo disinvolto di Facebook, Twitter, e compagnia cantante, onde evitare “di perdere la faccia, l’amore, il lavoro”. Ovvero, le tre cose per cui vale la pena diventare assidui frequentatori di un social network.
Sì, certo, ci sono gli amici lontani e i vecchi compagni di scuola. Quelli che se ci siamo persi di vista da vent’anni ci sarà un perché e ora non vediamo l’ora di inondare di aggiornamenti di status e di foto di pargoli e vacanze in un vortice instancabile di consumismo emozionale.
Nessuno obbliga gli iscritti a inserire i propri dati personali, a esibire la propria vita, a postare foto imbarazzanti, ma, dati alla mano, la maggior parte dei frequentatori di un social network, lo fa. Senza inibizioni e, soprattutto, senza riflettere troppo sulle conseguenze.
Vige tra gli internauti, tra i più giovani ma non solo, una sorta di “pensiero magico” per cui la Rete è un universo parallelo in cui non vigono le regole del mondo reale e quindi si possono abbandonare freni inibitori e il buon senso. Ignorando, più o meno consciamente, che il web condanna all’immortalità: una volta che l’hai postato e qualcun altro lo riprende, l’oblio diviene un’opzione escludibile. Per azzardare un’analisi sociologica si potrebbe dire che una buona dose di esibizionismo non manca, ma l’incoscienza pare divenuta patologia diffusa.
Gli esempi, anche nelle cronache recenti, non mancano. In via generale, la modalità di sputtanamento più diffusa nasce dal fatto che quella cosa buffa che si pensava di aver condiviso con pochi amici diventa, viralmente e in brevissimo tempo, di amico in amico, proprietà diffusa di perfetti sconosciuti che la rimbalzano dove non avremmo mai voluto farla arrivare.
E questo nonostante si continui a leggere come, con preoccupante frequenza, i selezionatori delle risorse umane, dopo i colloqui di lavoro, vadano a sbirciare nei profili Facebook dei candidati.
In questo modo assumono in via del tutto legale e senza costo di spesa, informazioni, diremmo “sensibili” sui potenziali candidati: interessi, passioni, stili e modi di vita, amicizie, idee politiche, inclinazioni, annessi e connessi.
Così come non è più possibile ignorare che le stampe di schermate da conversazioni in chat o scambi su social network cominciano ad essere parte integrante anche nei processi di separazione dei tribunali italiani. Le prove di un tradimento virtuale non sono meno reali di giorni di appostamento da parte di un investigatore privato, né il risultato diviene meno sanzionabile.
Perché allora la gente continua ingenuamente a mettere in piazza gli affari propri? Trattasi di piazza virtuale, ma pur sempre piazza è, e come tale vive di pettegolezzi, di bravate, di chiacchiere, di maldicenze, di affetti veri o fasulli. La riedizione online del nostro personalissimo “ragazzi del muretto”. Con la rilevante differenza che, di rilancio in rilancio, le fotografie della vacanza “sopra le righe” rischiano di finire sul desktop di chi, lavorativamente o sentimentalmente parlando, si vorrebbe colpire con ben altre doti.

Emanuela Vinai



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DOPO FACEBOOK TORNIAMO A GUARDARCI NEGLI OCCHI. Mail e sms spesso sono insufficienti per esprimere ciò che davvero siamo

Bandiamo le mail e i messaggini per dire le cose che contano. O i post su Facebook per articolare le nostre prese di posizione.
Non ho nulla contro questi strumenti di comunicazione. Anzi. Ne apprezzo, talvolta, la sinteticità e la capacità di raggiungere, soprattutto grazie a Facebook, persone lontane che si erano cancellate dalla tua memoria e dalla tua vita.
Ma quando nelle mail, nei caratteri stilizzati degli sms, nelle pagine fitte fitte di affari privati di Facebook, compaiono le cose che contano, le cose che dovresti dire a voce, allora il gioco non funziona più.
Allora nascono le incomprensioni, le prese di posizione tagliate con l’accetta, le estremizzazioni dei sentimenti. Quante incomprensioni nascono da una mail mal interpretata? Quante liti e parole inutili sulle bacheche dei nostri profili? Parole che hai scritto, ma che non avresti mai detto. Parole che hai buttato lì, in quella strana piazza multimediale, ma che sono insufficienti a dire ciò che pensi. Perché per dire ciò che pensi ci vorrebbe la tua voce, il tuo sguardo, anche il tuo silenzio. Ci vorrebbe il tuo sussurrare piano le parole importanti o il sottolineare con un accento deciso i contenuti in cui credi.
Ma, nello sforzo di sinteticità di un sms, o di un post, c’è la freddezza di quello schermo che prende il posto del sangue e della carne.
Se quello schermo ci ripara dalla paura di metterci in gioco veramente, ci espone in realtà al rischio di essere sempre superficiali, sempre parziali, mai veramente noi stessi.
Mettere uno schermo tra noi e il mondo, tra noi e le persone che ci vivono accanto, è come accarezzare una persona con un paio di guanti spessi, come accettare di vivere in una campana di vetro. Accettare di non sentire. Di non capire per davvero.

Allora, lo dico seriamente, bandiamo le mail, o i post, per spiegare con parole fredde il nostro pensiero. Tutt’al più prendiamo carta e penna. Ci sarà così nuovamente il tempo di riflettere su ciò che stiamo scrivendo. Di scegliere le parole con cura. Oppure scendiamo in strada e andiamo a spiegare le nostre ragioni guardando negli occhi chi attende da noi una risposta. Le sceglieremo con più attenzione, perché le parole dette perdendosi negli occhi di chi ci sta innanzi hanno un peso diverso. Il peso di chi è riuscito ad incontrarsi veramente. Il peso di chi ha scelto di avere, una volta ancora, tempo per l’altro.

(www.cristiancarrara.it)

Cristian Carrara

L'imprudenza ai tempi di Facebook: a rischio faccia, amore e lavoro

Il caso Social network

di Maria Antonietta Calabrò

Un libro sui pericoli della creatura di Zuckerberg


Il film su Facebook The Social Network con Justin Timberlake è stato il film più visto negli Usa nel week end appena trascorso. Costato 50 milioni di dollari ne ha incassati 46 nelle prime due settimane di uscita. E' solo l'ultima notizia che riguarda il social network più popolare del mondo. La settimana scorsa è stata - se così si può dire -the Facebook-newsweek. Le notizie su Facebook l'hanno fatta fatta da padrone. Abbiamo cominciato mercoledì 6 ottobre con il peggior black-out planetario che si ricordi. Sullo schermo compariva la scritta : «The server is temporarily unable to service your request. Please try again later». Qualcuno si era preoccupato di aver preso un virus, o di connessione improvvisamente lenta o fallace. Niente di tutto questo, si trattava semplicemente del secondo black out di Facebook in due giorni e il peggiore degli ultimi quattro anni durato ben due ore e mezza.
Come confermato dalla direzione del social network, per voce del direttore del software engineering, Robert Johnson, l’inaccessibilità del sito è stata causata da «un sistema automatico per verificare i valori di configurazione della cache», non da hackers come era accaduto con Twitter. Più semplicemente l’unico modo che avevano di risolvere il problema era quello di inibire l’accesso agli internauti, e così hanno fatto! Il giorno dopo, l'annuale classifica di Forbes sui Paperon de Paperoni del mondo ha fatto scattare Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, 26 anni, al 35mo posto. Il patrimonio di Mr. Facebook si è quasi triplicato rispetto al 2009. Zuckerberg ha anche superato un’icona dell’industria high tech come Steve Jobs. Il patrimonio di Zuckerberg è stimato in 6,9 miliardi di dollari e si pensa che una prossima futura quotazione di Facebook in borsa potrebbe incrementare ancora di più il valore del social network e di conseguenza quello del suo fondatore. Infine,sempre giovedì scorso , il 7 ottobre, Zuckerberg ha presentato le nuove regole a tutela della riservatezza su Facebook: ogni applicazione dirà quali informazioni personali sta usando. Con un clic si potrà scaricare sul desktop qualunque materiale pubblicato sulla propria bacheca, aprendo nuova possibilità di privacy.
Cosa insegnano le notizie su Facebook che si sono concentrate nella scorsa settimana? Che Facebook è sempre più «il» fenomeno della Rete. E forse non è un caso che tra nove giorni esca in Italia il primo libro che cerca di mettere in guardia gli utenti. L'autore infatti è un'autentica esperta del settore, Marisa Marraffino, (da avvocato e da docente, tiene lezioni al Master in Comunicazione, marketing digitale e pubblicità interattiva dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), ha seguito diversi casi in cui i comportamenti digitali hanno creato conseguenze legali, sia civili che penali, addirittura per i minori di 14 anni e i loro genitori. Il vademecum «per muoversi in sicurezza su internet» spiega letteralmente «come non perdere il lavoro la faccia e l'amore al tempo di Facebook». 160 pagine che qui anticipiamo in esclusiva per Corriere.it. Un testo reso - se possibile -più attuale dalla sentenza della Suprema Corte di Cassazione (di fine settembre) che ha escluso la responsabilità dei direttori dei giornali on line per diffamazione in seguito a omesso controllo su quanto scritto sulla loro testata.
Questa decisione dei supremi giudici sancisce infatti la responsabilità dei singoli utenti del web. Codice civile e penale «reali» si applicano al mondo di Facebook e condanne e sanzioni sono tutt'altro che virtuali anche per i minori di tredici anni, per danno all'immagine di altre persone, con commenti salaci e foto di cui non è stata autorizzata la riproduzione. Pochi sanno infatti che l'iscrizione a Facebook è un vero e proprio contratto in cui non solo si cedono ai gestori del portale alcune licenze (come quella di gestione di alcuni dati sensibili personali) ma in cui si dichiara di essere personalmente responsabili dei contenuti immessi in rete attraverso il social network. Quindi ragazzi e genitori attenti. Ma attenti anche lavoratori (si può essere licenziati - e' accaduto in Inghilterra ed in Svizzera - per un commento su Facebook ). Inoltre i social network e le chat stanno entrando sempre più nei fascicoli dei tribunali italiani nelle cause di separazioni tra coniugi: anche un tradimento virtuale può portare ad un divorzio reale. Leggere per credere.
Per difendersi dalle insidie di un uso esagerato e sprovveduto della rete, Marisa Marraffino presenta nella forma di leading case tre racconti tratti da storie vere e offre suggerimenti e spunti di riflessione a chi passa le sue giornate su Facebook pensando erroneamente che in fondo il mondo di internet non è sottoposto alle regole della vita concreta. C’è la ragazzina che, all’insaputa di una madre distratta, per scacciare la noia clona con le amiche il profilo del suo cantante preferito, crea un gruppo contro la bidella della scuola e finisce querelata («Quando la noia porta in tribunale»); c’è il quarantenne in crisi che per sentirsi ancora giovane si inventa un profilo fittizio e intreccia nuove amicizie virtuali ma alla lunga finisce per essere scoperto dalla moglie («Amore, addio»); o ancora la dipendente distratta che viene licenziata perché durante l’orario di lavoro usa il computer aziendale per scopi personali e nei giorni di permesso per malattia si svaga con social network e chat («Aiuto, il capo su facebook»). Insomma, istruzioni per l'uso utili a tutti, ed in particolare a genitori ed educatori, affichè Facebook non si trasformi - come scrive la Marraffino - in un moderno paese dei balocchi della favola di Pinocchio, dove tutti ridevano e si divertivano, ma alla fine Lucignolo e il suo amico burattino ebbero un'amara sorpresa.


«Corriere della Sera» del 12 ottobre 2010