DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
HUMMES: LE COMUNITA' INDIGENE CHIEDONO L'ORDINAZIONE DI UOMINI SPOSATI
«Fin dall’inizio del suo ministero papale, Francesco ha sottolineato la necessità della Chiesa di camminare», ha detto Hummes, arcivescovo emerito di San Paolo, prefetto emerito della congregazione vaticana del Clero e presidente della Rete Ecclesiale panamazzonica (Repam) nel suo discorso in portoghese. «Essa non può rimanere ferma in casa, occupandosi solo di sé stessa, racchiusa dentro mura protette. E ancor meno guardando indietro con la nostalgia dei tempi passati», ha detto il cardinale, che, riprendendo il titolo dell’assemblea, “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”, ha sottolineato che «il camminare rende la Chiesa fedele alla vera tradizione. Non il tradizionalismo che rimane legato al passato, ma la vera tradizione che è la storia viva della Chiesa, in cui ogni generazione, accogliendo ciò che le è stato dato dalle generazioni precedenti, come la comprensione e l’esperienza della fede in Gesù Cristo, arricchisce la tradizione stessa con la propria esperienza e comprensione della fede in Gesù Cristo nei tempi attuali».
In un discorso ampiamente dedicato alla questione ecologica e sociale dell’Amazzonia, il cardinale Hummes ha sottolineato che c’è anche una questione sacramentale, ossia la «carenza di presbiteri al servizio delle comunità locali sul territorio, con la conseguente mancanza della Eucaristia, almeno domenicale, e di altri sacramenti. Mancano anche preti incaricati, questo significa una pastorale fatta di visite sporadiche anziché di un’adeguata pastorale con presenza quotidiana. Ebbene, la Chiesa vive dell’Eucaristia e l’Eucaristia edifica la Chiesa (San Giovanni Paolo II). La partecipazione nella celebrazione dell’Eucaristia, almeno la domenica, è fondamentale per lo sviluppo progressivo e pieno delle comunità cristiane e per la vera esperienza della Parola di Dio nella vita delle persone. Sarà necessario definire nuovi cammini per il futuro. Nella fase di ascolto, le comunità indigene hanno chiesto che, pur confermando il grande valore del carisma del celibato nella Chiesa – questo non si tocca – di fronte all’impellente necessità della maggior parte delle comunità cattoliche in Amazzonia», ha detto Hummes, «si apra la strada all'ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità. Al tempo stesso, di fronte al gran numero di donne che oggi dirigono le comunità in Amazzonia, si riconosca questo servizio e si cerchi di consolidarlo con un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità».
Il cardinale brasiliano, che al Conclave del 2013 sedeva accanto all’allora arcivescovo di Buenos Aires e – lo ha raccontato lo stesso Jorge Mario Bergoglio – suggerì al nuovo Papa, al momento dell’elezione, di non dimenticare i poveri, suggestione all’origine della scelta del nome Francesco - ha ricordato diversi interventi che sin dall’inizio il Pontefice argentino ha dedicato all’Amazzonia, fin da quando, alla Giornata Mondiale della gioventù di Rio de Janeiro (2013), parlò di «consolidare il volto amazzonico della Chiesa» e «di formare un clero autoctono», sollecitando i vescovi ad «essere coraggiosi, intrepidi». Hummes ha citato poi l’enciclica del Papa Laudato si’ e il discorso tenuto quando a gennaio del 2018 a Puerto Maldonado, in Perù, ha simbolicamente aperto il Sinodo che entra ora nel vivo.
«La missione della Chiesa oggi in Amazzonia è il nodo centrale del sinodo», ha spiegato Hummes. «È un Sinodo della Chiesa per la Chiesa. Non una Chiesa chiusa su se stessa, ma integrata nella storia e nella realtà del territorio – in questo caso, dell’Amazzonia – attenta al grido di aiuto e alle aspirazioni della popolazione e della “casa comune”, aperta al dialogo, soprattutto al dialogo interreligioso e interculturale, accogliente e desiderosa di condividere un cammino sinodale con le altre chiese, religioni, scienza, governi, istituzioni, popoli, comunità e persone, rispettando le differenze, con l’intento di difendere e promuovere la vita delle popolazioni dell’area, soprattutto dei popoli originari e preservare la biodiversità del territorio nella regione amazzonica». Una Chiesa, ancora, «aggiornata, “semper reformanda”, secondo l’Evangelii Gaudium, ossia, una Chiesa in uscita, missionaria, con l’annuncio esplicito di Gesù Cristo, dialogante e accogliente, che cammina accanto alla gente e alle comunità, misericordiosa, povera, per i poveri, e con i poveri, e dunque con una opzione preferenziale per i poveri, inculturata, interculturale e sempre più sinodale». E infine «una Chiesa di dimensione mariana, alimentata con la devozione per Maria Santissima, secondo molti titoli locali, soprattutto quello di Maria de Nazaré, la cui festa a Belém do Pará riunisce ogni anno milioni di devoti e di pellegrini».
In merito alla «ecologia integrale», Hummes ha passato in rassegna diverse questioni: «Secondo il processo di ascolto sinodale della popolazione, la minaccia alla vita in Amazzonia deriva da interessi economici e politici dei settori dominanti della società odierna, in particolare delle imprese che estraggono in modo predatorio e irresponsabile [legalmente o illegalmente] le ricchezze del sottosuolo e alterano la biodiversità, spesso in connivenza, o con la permissività dei governi locali e nazionali e a volte anche con il consenso di qualche autorità indigena», ha detto Hummes. «L’ecologia integrale ci palesa che tutto è collegato, gli esseri umani e la natura. Tutti gli esseri viventi del pianeta sono figli della terra». Il Sinodo, inoltre, «si svolge in un contesto di grave e urgente crisi climatica ed ecologica che coinvolge tutto il nostro pianeta». Ancora, «l’enorme realtà urbana dell’Amazzonia, in parte conseguenza delle migrazioni interne, e la presenza della Chiesa nelle città è un altro tema centrale di questo sinodo, perché anche la Chiesa, nella città, deve sviluppare e consolidare il suo volto amazzonico». Non da ultimo, la questione dell’acqua: «La scarsità di acqua potabile e sicura è una minaccia crescente in tutto il pianeta» e «l’Amazzonia è una delle più voluminose riserve di acqua dolce nel pianeta».
La Chiesa, che in passato ha mostrato «luci e ombre – sicuramente più luci che ombre», e che conta, ha visto, accanto ai missionari, «leader laici e indigeni che hanno dato una testimonianza eroica e che spesso sono stati – e lo sono tuttora – uccisi», evangelizza inculturando la fede: «Il compito dell’inculturazione e dell’interculturalità si svolge soprattutto nella liturgia, nel dialogo interreligioso ed ecumenico, nella pietà popolare, nella catechesi, nella convivenza dialogale quotidiana, con le popolazioni autoctone, nelle opere sociali e caritatevoli, nella vita consacrata, nella pastorale urbana», ha detto il cardinale, che ha concluso con un invito: «Non lasciamoci sopraffare dall’autoreferenzialità, ma dalla misericordia davanti al grido dei poveri e della terra. Sarà necessario pregare molto, meditare e discernere una pratica concreta di comunione ecclesiale e di spirito sinodale. Questo sinodo è come un tavolo che Dio ha imbandito per i suoi poveri e ci chiede di servire a quel tavolo».
La Stampa 7 ottobre 2019
Abusi sessuali e celibato. Di Silvano Fausti S.I.
È bene che siano denunciati e perseguiti gli abusi sessuali. È un errore nasconderli per non scandalizzare. Lo scandalo non è che vengano alla luce, ma che ci siano e vengano occultati. Il diavolo, si sa, fa pentole, ma non coperchi.
La presa di posizione del Papa, molto forte, era necessaria. Se ci fosse stata prima, si sarebbe diffusa meno la peste, con relativa strage di innocenti. Per non soccombere al male, innanzi tutto bisogna riconoscerlo e denunciarlo come tale. Inoltre vanno risarcite le vittime e il malfattore va messo in situazione di non nuocere, aiutandolo a recuperarsi. Chi fa il male, l'ha anche in qualche modo subito: chi sta bene, fa male a nessuno.
Nella mia esperienza non ho incontrato direttamente casi di abusi sessuali da parte di religiosi. Ne ho invece incontrati molti consumati dentro le mura di casa. Di questi si parla poco; non sono pubblici e restano sommersi. E non sono meno gravi, perché toccano le relazioni più sacre.
La selezione dei candidati al sacerdozio deve essere più severa, scartando persone scompensate. Pure la loro formazione nei seminari è da ripensare, se si vogliono persone serene e responsabili, con maturità affettiva e umanità meno repressa e più ricca.
Il celibato, per sé, non ha a che fare con gli abusi sessuali. Certo non è un dogma né può essere imposto senza danni collaterali. Introdotto in Spagna nel IV secolo, si diffuse, pur tra contrasti, nel mondo latino e fu sancito solo nel 1123. Un clero sposato ha sempre convissuto - e tuttora convive nelle Chiese orientali anche cattoliche - con la scelta celibataria propria dei monaci. Il celibato può solo essere una libera scelta come testimonianza del Regno, secondo il comandamento, valido per tutti: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore» (Mc 12,30s). Ogni uomo è partner di Dio, chiamato a rispondere al suo amore con amore: solo così ama veramente se stesso e l'altro come se stesso. L'amore, di sua natura assoluto, è per Dio, unico assoluto. Qualcuno, se può e vuole, è chiamato a testimoniarlo con cuore indiviso (1Cor 7,32s); tutti però siamo chiamati a viverlo con il prossimo, in particolare nella relazione di coppia, che è immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,27). Per questo il matrimonio è un grande mistero (Ef 5,32), riflesso della fedeltà del Dio-amore. All'obiezione di Pietro che, se è così, non vale la pena di sposarsi, Gesù risponde: «Vi sono eunuchi nati così dal seno materno, altri che sono stati resi tali dagli uomini e altri che si sono fatti tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca» (Mt 19,10-12). I primi non possono sposarsi; i secondi, per problemi sopraggiunti, non sono in grado di reggere un rapporto di coppia. I terzi, pur in grado di sposarsi, vi rinunciano per una scelta particolare. A questi è possibile un celibato sano e positivo.
In questa luce è da rivedere la disciplina del celibato imposto ai sacerdoti. I vari ministeri nella Chiesa vanno sempre riformati, perché siano adeguati al loro fine, che è servire il sacerdozio, la libertà e la profezia comune del popolo di Dio. I ministri sposati - in particolare la presenza della donna - sono certamente un arricchimento. E non solo per uscire da ambiguità pericolose e ovviare alla scarsità di preti, ma anche per avere una comunità cristiana più adulta e meno clericale.
Ma quale palingenesi femminile. Il prete sia più uomo, e non un’ameba disossata
ripetutamente nel dibattito di queste settimane:
ritengo personalmente che con la pedofilia non
c’entri nulla né il celibato dei preti né un maggior
controllo delle donne su di loro. Prendere il toro
per le corna significa affrontare la sessualità nel
suo insieme, come crisi delle identità di genere che
travolge una chiesa già in affanno. Una chiesa che
non solo, come si dice banalizzando, è fatta di uomini
e partecipa dei vizi della società che la circonda,
ma addirittura una chiesa che rischia di condividerne
le miserie, se diventa sempre meno comunità
spirituale, sempre meno pietra di inciampo e sempre
più secolarizzata, uguale al mondo, proprio e soprattutto
là e dove ne proclama la condanna (anche
se la comunità orante dei fedeli e della stragrande
maggioranza dei loro pastori non è così, perché crede
davvero in Dio e nella sua misericordia).
Non mi convince, insomma, l’uso demiurgico, palingenetico
del femminile. La funzione di controllo
che la donna potrebbe svolgere al fianco di una personalità
debole e indefinita, potrebbe semmai peggiorare
la situazione, in un senso castrante e frustrante.
Il vero problema del sacerdote oggi è la sua
fragilità in quanto uomo-maschio: una debolezza
che riguarda tutto il maschile, anche laico. In questo
senso è verissimo che la pedofilia è in crescita
in ogni ambiente, anche se l’argomentazione non
deve essere una scusante per la chiesa. Può, al contrario,
farci capire che occorre un comune lavoro
sull’educazione dei giovani e non l’ennesimo accapigliarsi
tra laici buoni e cattolici depravati.
Il problema è che il prete deve essere più uomo,
e non un’ameba disossata, senza corpo e pulsioni.
Sì, deve crescere quale vero uomo, come lamentiamo
non ce ne siano più. Essere capaci di identificarsi
con l’appartenenza al proprio sesso, vivere la propria
scelta sacerdotale nel pieno dell’identità maschile
significa vedere e conoscere “di fronte” a sé
un uguale-diverso femminile. Per questo è fondamentale
e sempre meno procrastinabile che si dia
valore alla presenza femminile, già numerosissima
nella chiesa ma resa troppo insignificante, come
hanno cercato di dire quelle di noi che tanto insistono
per un Sinodo su queste tematiche.
Il sacerdote deve conoscere il femminile. Il che
non significa conoscere la donna in senso biblico
(anche se ritengo si arriverà, prima o poi, a una scelta
facoltativa sul celibato). Non c’è bisogno di un
rapporto sessuale perché ci sia una piena, ricca sessualità
identificata nel proprio genere, maschile e
femminile. Tante suore-monache e preti-monaci sono
celibi e sono veri uomini e vere donne. Mentre
l’abuso e la banalizzazione dell’erotismo rende tanti
laici sempre più analfabeti della propria e altrui
identità. Basta considerare la fatica dei nostri adolescenti
a guardarsi, a riconoscersi: le femmine che
espongono il proprio corpo-merce, in offerta a maschi
che non sanno letteralmente che farsene.
Torniamo alla chiesa. I guai sono venuti da un’idealizzazione
del primato maschile-clericale e dalla
sua sacralizzazione, giustificata da un rifiuto di
lunga durata della competenza, dell’equilibrio, dell’autorevolezza
femminile. Un’autorità femminile,
invece, i cui frutti sono così palesi dove veri uomini
di chiesa hanno saputo stabilire relazioni eccellenti
con donne che a loro volta non sceglievano il ruolo
prevaricante e castratorio di un femminile controllore.
Nell’attuale crisi delle identità si intrecciano
poi antiche diffidenze e demonizzazioni gnostiche
della corporeità, l’immaturità nella scelta sacerdotale
– alla quale a volte sembrano votarsi gli elementi
maschili più fragili e bisognosi di isolamento
e protezione – e una totale inadeguatezza nella formazione
dei seminari. Il tutto condito in salsa difensivamente
misogina, con un sacerdozio sempre più
visto come carriera e fonte di un piccolo o grande
potere compensativo delle proprie frustrazioni. Ma
tutto ciò non cambia se ci illude di rendere allettante
la vocazione aggiungendovi anche le pene matrimoniali.
Insomma: ci vorrebbe più corpo, e più corpo
sessuato. Le mani bellissime esibite dal giovane
Wojtyla, il suo corpo atletico quando nuota o quando
scia, quando recita da giovane con le sue amiche
attrici. E quando si piega nella vecchiaia dolente. Il
tutto ci trasmette un senso di vita che aiuta a scoprire
il senso della vita.
Nei difficili tentativi di dialogo con i non credenti
non conta solo la ragione ma anche il corpo di
un’umanità divisa tra uomini e donne. Non conta solo
il pensiero ma un soggetto incarnato in maschi e
femmine. Questi corpi devono vedersi e sentirsi nel
mondo della chiesa. Insomma più soggettività significa
anche più sapienzialità e cioè il meglio del femminile
e non il suo spauracchio.
Emma Fattorini
© Copyright Il Foglio 1 aprile 2010
L'eterno sacerdozio femminino. Dalle facezie di Dowd alla teologa che dice: “Ordination is not the solution”. (II Parte)
Tre giorni fa sul New York Times è
stata Maureen Dowd a dire che
“Benedetto XVI è determinato a proibire
che i preti prendano moglie”. E,
insieme, ad auspicare una sorta di liberazione
della chiesa cattolica dal
Papa. Come? Attraverso l’elezione di
una donna, magari di una suora, al
suo posto. Un tema, quest’ultimo, già
affrontato da diversi teologi seppure
in forma più nobile. Ovvero non toccando
direttamente la figura del Papa
come ha fatto Dowd, bensì andando a
cercare motivazioni teologiche a quel
sacerdozio femminile mai varato nei
duemila anni di storia della chiesa
cattolica (anche se c’è chi sostiene che
nei primi secoli qualche donna venne
ammessa a “sacris altaribus ministrare”).
Più recentemente, è negli anni
successivi il Concilio Vaticano II che
l’argomento è tornato a essere dibattuto.
Viste le nuove conquiste delle
donne, l’emancipazione dagli uomini
fino alla parità dei sessi, c’è chi si è
domandato se non fosse arrivato il
tempo di ridiscutere l’intero impianto
dell’ordinazione sacerdotale. Una richiesta
che è riecheggiata anche in
queste settimane in cui i casi di abusi
su minori commessi da preti hanno
guadagnato le prime pagine dei giornali:
se sono gli uomini a commettere
simili abusi, perché non sostituirli
con delle donne?
Ratzinger ha parlato apertamente
della cosa. Era il 2 marzo del 2006.
Nell’aula della Benedizione il Papa
incontrò il clero romano. E a domanda
rispose a braccio così: “Il ministero
sacerdotale dal Signore è, come
sappiamo, riservato agli uomini, in
quanto il ministero sacerdotale è governo
nel senso profondo che, in definitiva,
è il sacramento che governa la
chiesa. Questo è il punto decisivo.
Non è l’uomo che fa qualcosa, ma il
sacerdote fedele alla sua missione governa,
nel senso che è il sacramento,
cioè mediante il sacramento è Cristo
stesso che governa, sia tramite l’eucaristia
che negli altri sacramenti, e così
sempre Cristo presiede. Tuttavia, è
giusto chiedersi se anche nel servizio
ministeriale, nonostante il fatto che
qui sacramento e carisma siano il binario
unico nel quale si realizza la
chiesa, non si possa offrire più spazio,
più posizioni di responsabilità alle
donne”.
La biblista Marinella Perroni (insegna
Nuovo Testamento presso il Pontificio
ateneo Sant’Anselmo di Roma)
conosce bene la posizione del Papa. E
pur non parlando di sacerdozio femminile
afferma che nella chiesa “una
certa effervescenza attorno al tema
c’è”. Dice: “Le polemiche intorno alla
legittimazione del servizio liturgico
del lettorato delle donne, voluta in un
recente sinodo dei vescovi, va considerata
uno dei tanti sintomi del disagio
serpeggiante nelle chiese rispetto
alla questione dei ministeri”. Racconta
Perroni: “Quando ero bambina, mi
è stato accuratamente spiegato che
non potevo avvicinarmi all’altare né,
tanto meno, prendere in mano i vasi
sacri. Oggi diverse donne, soprattutto
nelle chiese latinoamericane o africane,
ma silenziosamente anche in Italia,
sono ‘parroche’, svolgono cioè quasi
interamente il servizio pastorale in
vista dell’edificazione della comunità
parrocchiale alla quale il vescovo le
ha destinate. Da questo punto di vista,
la distanza con le chiese riformate
sembra ridursi: le parroche fanno ormai
quasi tutto. Su quel quasi, che investe
essenzialmente i ministeri liturgici,
si gioca però un intero impianto
ecclesiologico, dato che la liturgia è
certamente il luogo privilegiato in cui
la chiesa rivela appieno se stessa, afferma
e conferma la sua consapevolezza
identitaria, veicola modelli di
organizzazione comunitaria più eloquenti
di interi trattati teologici”.
Donne quasi prete, dunque. Un
concetto che, detto così, senz’altro non
piace a Benedetto XVI il quale ha sì
affermato che è opportuno che le donne
abbiano più responsabilità all’interno
della chiesa – tema recentemente
ripreso anche da Lucetta Scaraffia
in prima pagina sull’Osservatore Romano
– ma nel maggio del 1998, quando
ancora era prefetto dell’ex Sant’Uffizio,
ha pure sostenuto un’altra cosa.
Aiutando Giovanni Paolo II nella stesura
del motu proprio Ad teundam fidem,
Ratzinger ha voluto venisse messo
nero su bianco che la natura dell’assenso
della fede è identica sia per
le proposizioni definitorie sia che per
le proposizioni definitive. Pertanto
queste ultime, come è ad esempio la
dottrina intorno al sacerdozio e all’ordinazione
di preti, non hanno un grado
di certezza inferiore alle prime. In
sostanza Ratzinger voleva che tutti i
teologi si impegnassero ad accogliere
“fermamente” le verità proclamate
“in modo definitivo” dal magistero,
senza che sia necessaria una esplicita
“definizione dogmatica”. In tale categoria,
precisava il testo, rientra l’insegnamento
pontificio sull’ordinazione
sacerdotale da riservarsi soltanto agli
uomini.
Massimo Camisasca è stato per anni
portavoce di Comunione e liberazione
in Vaticano. Poi ha fondato un
gruppo di preti missionari, la Fraternità
San Carlo, di cui è superiore generale.
Camisasca parla della Madonna
come colei a cui occorre guardare
per capire chi è il cristiano, perché è
in lei che “troviamo la forma di vita
essenziale comune a ogni battezzato”.
E’ guardando a lei che si capisce come
non vi sia ragione “per cui una donna
debba desiderare di diventare sacerdote”.
Del resto, dice Camisasca, “Gesù
stesso lo ha escluso, non per togliere
qualcosa al posto delle donne nella
chiesa da lui fondata, bensì per riconoscere
la loro suprema dignità. La
donna nella chiesa, la donna che si
mette alla scuola di Maria, ha molto
da insegnare ai sacerdoti. La donna
infatti ha un posto di rilievo nella vita
del sacerdote. Per molti preti, la madre
rimane un punto di riferimento
importante. Sanno che prega sempre
per loro, che li ricorda, che li attende.
Nei consigli pastorali accanto al sacerdote
siedono spesso donne che
hanno grandi responsabilità. Nelle
parrocchie la presenza femminile è
statisticamente maggioranza”.
Il tema della valorizzazione del ruolo
della donna nella chiesa slegato
dall’ordinazione sacerdotale venne
toccato più volte anche da Giovanni
Paolo II. I giornali diedero grande rilievo
a un intervento che fece il 4 settembre
del 1995 a Castel Gandolfo prima
della preghiera dell’Angelus.
Wojtyla disse che era sua intenzione
valorizzare il genio femminile nella
chiesa, seppure all’interno degli “ampi
spazi che la legge della chiesa già
riconosce loro”. Per maggiore precisione
il Papa fece l’elenco delle cose
che le donne possono fare: “Penso”
disse “alla docenza teologica, alle forme
consentite di ministerialità liturgica,
compreso il servizio all’altare, ai
consigli pastorali e amministrativi, ai
sinodi diocesani e ai concili particolari,
alle varie istituzioni ecclesiali, alle
curie e ai tribunali ecclesiastici, a tante
attività pastorali, fino alle nuove
forme di partecipazione nella cura
delle parrocchie, in caso di penuria
del clero, salvo i compiti puramente
sacerdotali”.
E’ nel “Sale della terra” (un colloquio
con Peter Seewald) che Ratzinger
dice parole importanti intorno all’ipotesi
del sacerdozio femminile. Lo
fa citando una diagnosi fatta da Elisabeth
Schüssler Fiorenza, una delle
“femministe cattoliche più importanti”.
Tedesca, Schüssler Fiorenza ha
studiato esegesi a Monaco. In passato
ha partecipato in modo convinto alla
lotta in favore dell’ordinazione delle
donne. Ma poi cambiò idea e iniziò a
dire altro. Spiega Ratzinger: “L’esperienza
dei sacerdoti-donna nella chiesa
anglicana l’ha portata a concludere
che ‘ordination is not a solution’, che
l’ordinazione sacerdotale non è una
soluzione, non è quello che volevano.
Ella ne spiega anche il motivo: ‘ordination
is subordination’, l’ordinazione
significa subordinazione”, mentre “un
inserimento organico e dipendenza è
proprio ciò che non vogliamo”.
Dice Ratzinger: “Si tratta davvero
di una diagnosi perfetta. Entrare in
‘ordo’ significa sempre entrare in un
rapporto di inserimento organico e di
dipendenza”. Per Ratzinger il punto
cruciale è uno ed è dato dalla domanda:
che cosa è il sacerdote? Qual è la
sua identità?”. (2. fine)
© Copyright Il Foglio 1 aprile 2010
Conciliabolo sul celibato dei preti. Se ne dibatte da decenni, ma al Vaticano II non era in agenda. Questioni di identità, la trappola della pedofilia
Se non fosse stato per l’obbligo del
celibato, casi di preti che abusano
su minori non si sarebbero verificati. O
comunque ce ne sarebbero stati molto
pochi. Non lo dice soltanto il teologo
sulla carta più antiratzingeriano di tutti,
lo svizzero ribelle Hans Küng: per
lui la regola del celibato è la “radice di
ogni male”. L’hanno sottinteso a volte
anche alcuni esponenti delle gerarchie
della chiesa cattolica, quando in questi
giorni hanno voluto ricordare che il
celibato non è un dogma. Prima lo hanno
detto. Poi hanno smentito le proprie
dichiarazioni perché le reazioni – l’ultima
è di ieri della Conferenza episcopale
italiana che nel comunicato di
chiusura del Consiglio permanente ha
ribadito che il celibato “non costituisce
affatto un impedimento o una menomazione
della sessualità” – si erano
fatte veementi. E’ successo due giorni
fa al cardinale emerito di Milano Carlo
Maria Martini: “Occorrerebbe ripensare
alla forma di vita del prete”, ha
scritto in una lettera ai giovani austriaci
ripresa dal settimanale austriaco
Die Presse am Sonntag. “Intendevo sottolineare
l’importanza di promuovere
forme di maggiore comunione di vita e
di fraternità tra i preti affinché siano
evitate il più possibile situazioni di solitudine
anche interiore” ha però precisato
poco dopo Martini. In scia, anche
l’arcivescovo di Salisburgo, Alois
Kothgasser, ha detto la sua. Spiegando,
senza tuttavia ritrattare, che “nella situazione
attuale della chiesa, la domanda
da porsi è se il celibato sia un
modo appropriato di vivere per preti e
credenti”. E ancora: “I tempi sono
cambiati e la società è cambiata. La
chiesa deve chiedersi in che modo può
continuare a coltivare il suo particolare
stile di vita, o cosa deve cambiare”.
“E’ normale che in un momento come
questo dove c’è chi attacca la chiesa
per gli scandali legati alla pedofilia
dei preti vi sia chi mette in dubbio il
celibato” commenta il vaticanista Sandro
Magister. “Ma non credo che oggi
chi guida la chiesa voglia mettere in discussione
il celibato. Per Ratzinger è
ancora questo il tempo di un ‘corpo
scelto’ che stia nella battaglia abbracciando
liberamente il celibato. Tra l’altro
occorre dire una cosa: coloro che
nella chiesa sono favorevoli all’abolizione
non vengono mai fuori nei momenti
che contano”. Cioè? “Nei recenti
sinodi dei vescovi si è toccato il tema
del celibato. Qualcuno ne ha parlato.
Ma, paradossalmente, sono stati i rappresentanti
di chiese che hanno esperienza
di preti sposati, come gli orientali,
a dire che l’abolizione del celibato
non risolve nessun problema, anzi a
guardare la vita di tutti i giorni dei preti
sposati, stretti tra famiglia e vita di
chiesa, li amplifica”.
Una riflessione diversa la fa un martiniano
doc, don Giovanni Nicolini.
Mantovano, fu a Bologna che conobbe
e frequentò Giuseppe Dossetti. Quindi
la lunga amicizia con il cardinale Martini
che l’ha sostenuto nel progetto di
fondazione della comunità le Famiglie
della Visitazione. Dice che “la prospettiva
non è quella dell’abolizione del celibato
sacerdotale, ma quella dell’ordinazione
presbiterale di uomini sposati”.
“In questo” spiega “ci è di guida la
tradizione dell’oriente cristiano. C’è
anche un cristianesimo ortodosso, e
quindi di rito orientale, legato alla
chiesa cattolica romana, che come tale
prevede il ministero di uomini sposati
che vengono ordinati preti. E questo a
fianco di uomini consacrati alla verginità
che tali restano. Non si tratterebbe
dunque di abolire qualcosa, ma di
aggiungere qualcosa”. Certo, “occorrerebbe
una grande riflessione dentro la
chiesa: sulla condizione della donna,
sul volto profondo della sua personalità,
su domande delicate che si imporrebbero
a donne che non potrebbero
essere semplicemente ‘la moglie del
prete’, ma che dal ministero dei loro
mariti verrebbero necessariamente
molto coinvolte”.
Non ci sono soltanto le chiese orientali
ad ammettere preti sposati. Con la
Costituzione apostolica Anglicanorum
coetibus dello scorso novembre, di fatto
Benedetto XVI ha lasciato aperto un
ulteriore spiraglio in questo senso. Dice
infatti Luke Coppen, direttore del
britannico Catholic Herald: “In Gran
Bretagna nessuno lega il celibato alla
pedofilia. Piuttosto il dibattito è focalizzato
su quei preti anglicani ammessi
dal Papa nella chiesa cattolica nonostante
siano sposati. I critici verso il celibato
dicono che è un’ingiustizia verso
i preti cattolici non sposati. Mentre i
sostenitori del celibato dicono che gli
anglicani avevano ricevuto una dispensa
temporanea”. E dunque il valore del
celibato dei preti cattolici rimane immutato.
Che sia o non sia in discussione, del
celibato nella chiesa cattolica se ne
parla, soprattutto da dopo il Concilio
Vaticano II. Complice un generalizzato
calo delle vocazioni, si è fatta più pressante
e insistente la richiesta di risolvere
la crisi accettando i preti sposati.
Si dice: se c’è carenza di clero non si
potrebbe e non si dovrebbe fare spazio
ai laici e, tra questi, a coloro che pur
sposati desiderano accedere all’ordinazione?
E ancora: non è arrivato il
momento di democraticizzare il sacerdozio
e consentirne l’accesso ai laici?
Al fondo di queste domande pare
però esserci il problema dell’identità.
Qual è l’identità sacerdotale? Chi è il
prete? Il cardinale tedesco Paul Josef
Cordes, presidente del Pontificio consiglio
“Cor Unum” ha dedicato all’argomento
un recentissimo libro: “Perché
sacerdote?” (San Paolo). O il sacerdote,
dice, è definito in base alla “funzione”
che ricopre nella chiesa, in base
ai “servizi” che svolge, per cui ovviamente
chiunque può sostituirlo nell’esercizio
di tali funzioni (anche una
donna o un uomo sposato), oppure la figura
sacerdotale ha un’altra radice, il
riferimento ontologico a Cristo: “La castità
di Gesù include tutta una cristologia”,
ha detto monsignor Angelo Amato,
prefetto delle Cause dei santi, in un
intervento che ha svolto il 4 marzo alla
Pontificia Università della Santa Croce.
E cioè: la fonte del celibato, ciò che
lo giustifica e lo chiarisce, è la verginità
di Cristo. In sostanza, come diceva
il teologo belga Jean Galot, il sacerdote
è “per mezzo del celibato che può
appartenere più completamente a tutti
gli uomini. Se non è entrato nella via
del matrimonio e se si è rifiutato di
fondare una famiglia, è perché ha voluto,
per la sua vita e per il suo cuore,
un’apertura più universale”.
Il contrario, insomma, di una visione
funzionalistica del sacerdozio. Visione
che, come ha detto ancora Cordes presentando
il suo libro a Roma lo scorso
24 marzo, “corrisponde senz’altro indiscutibilmente
a una sensibilità moderna”.
Alfiere di questa visione è, più di
altri, Küng. Il quale, dice Cordes, “propone
argomenti popolari perché facilmente
convincenti”. E ancora: è “molto
abile nel mettere il dito nelle piaghe
della chiesa, certo spesso e volentieri
senza curarle”.
Dire che il celibato è stato messo in
discussione, nei temi moderni, principalmente
dopo il Concilio significa affermare
una verità: non è del celibato
dei preti che il Concilio ha voluto parlare.
Non così avvenne precedentemente.
Il celibato è una legge della
chiesa latina che risale al 1139 ed è stata
poi fissata dal Concilio di Trento.
Venne fissata nonostante tanti preti vivessero
in stato di concubinato. Anzi,
probabilmente i padri conciliari la stabilirono
proprio a motivo di questo stato
di cose. Non così invece andò il Vaticano
II. Del celibato non vollero parlare,
ovviamente perché non lo ritenevano
discutibile, né colui che aprì il
Concilio, Giovanni XXIII, e nemmeno
chi lo chiuse, Paolo VI. Certo, nel decreto
“Presbyterorum ordinis” del dicembre
1965 del celibato si parla. Ma
lo si fa per ribadirne l’importanza:
“Con la verginità o il celibato osservato
per il regno dei cieli”, recita il testo
conciliare, “i presbiteri aderiscono più
facilmente a Dio con un cuore non diviso,
si dedicano più liberamente in lui
e per lui al servizio di Dio e degli uomini”.
Un concetto poi ripreso da Paolo
VI nella “Sacerdotalis caelibatus” del
1967, un’enciclica che in anni turbolenti
e difficili per la chiesa cattolica, ripropone
tutte le “ragioni” del celibato,
“fulgida gemma che conserva tutto il
suo valore anche nel nostro tempo”.
Sul tema torna più volte Joseph Ratzinger.
Se già nel 1985 in “Rapporto
sulla fede” dice allo scrittore Vittorio
Messori che la crisi del sacerdozio è
dovuta anche a uno smarrimento della
sua identità – il sacerdote è un “alter
Christus” – in favore di un ruolo basato
principalmente sul consenso della
maggioranza, è nel 1996, all’interno del
“Il sale della terra” (un colloquio con
Peter Seewald), che Ratzinger dice con
disarmante semplicità un concetto che
oggi molti teologi faticano a fare proprio:
“Il celibato è legato a una frase di
Cristo. Ci sono coloro, si legge nel vangelo,
che per amore del regno dei cieli
rinunciano al matrimonio e, con tutta
la loro esistenza, rendono testimonianza
al regno dei cieli. La chiesa è arrivata
molto presto alla convinzione che essere
sacerdoti significa dare questa testimonianza
per il regno dei cieli”. E
poi l’affondo: “La rinuncia al matrimonio
e alla famiglia è da intendersi in
questa prospettiva: rinuncio a ciò che
per gli uomini non solo è l’aspetto più
normale, ma il più importante. Rinuncio
a generare io stesso vita dall’albero
della vita, ad avere una terra in cui vivere
e vivo con la fiducia che Dio è la
mia terra. Così rendo credibile anche
agli altri che c’è un regno dei cieli. Non
solo con le parole, ma con questo tipo
di esistenza sono testimone di Gesù
Cristo e del Vangelo e gli metto così a
disposizione la mia vita”.
Chi contesta Ratzinger dice che il
Concilio offre una visione dell’identità
del prete in discontinuità col passato.
E che dunque questa discontinuità,
questa nuova visione, vada valorizzata.
Tra gli interventi più ascoltati del recente
convegno teologico sul sacerdozio
svoltosi alla Lateranense e organizzato
dalla Congregazione per il clero
c’è stato quello di Willem Eijk, arcivescovo
di Utrecht. Il quale ha detto: “Il
Concilio non ha introdotto una discontinuità
nell’identità del prete”. Anzi,
“grazie al Concilio la continuità dell’identità
intrinseca non è affatto stata
minata, ma al contrario salvaguardata
in tempo. Il Concilio, conficcando i picchetti
giusto in tempo, ha prevenuto
che la crisi minasse in modo ancora
più grave la consapevolezza dell’identità
intrinseca del prete”. (1. continua)
Dalle facezie di Dowd alla teologa che dice: “Ordination is not the solution”
Tre giorni fa sul New York Times è
stata Maureen Dowd a dire che
“Benedetto XVI è determinato a proibire
che i preti prendano moglie”. E,
insieme, ad auspicare una sorta di liberazione
della chiesa cattolica dal
Papa. Come? Attraverso l’elezione di
una donna, magari di una suora, al
suo posto. Un tema, quest’ultimo, già
affrontato da diversi teologi seppure
in forma più nobile. Ovvero non toccando
direttamente la figura del Papa
come ha fatto Dowd, bensì andando a
cercare motivazioni teologiche a quel
sacerdozio femminile mai varato nei
duemila anni di storia della chiesa
cattolica (anche se c’è chi sostiene che
nei primi secoli qualche donna venne
ammessa a “sacris altaribus ministrare”).
Più recentemente, è negli anni
successivi il Concilio Vaticano II che
l’argomento è tornato a essere dibattuto.
Viste le nuove conquiste delle
donne, l’emancipazione dagli uomini
fino alla parità dei sessi, c’è chi si è
domandato se non fosse arrivato il
tempo di ridiscutere l’intero impianto
dell’ordinazione sacerdotale. Una richiesta
che è riecheggiata anche in
queste settimane in cui i casi di abusi
su minori commessi da preti hanno
guadagnato le prime pagine dei giornali:
se sono gli uomini a commettere
simili abusi, perché non sostituirli
con delle donne?
Ratzinger ha parlato apertamente
della cosa. Era il 2 marzo del 2006.
Nell’aula della Benedizione il Papa
incontrò il clero romano. E a domanda
rispose a braccio così: “Il ministero
sacerdotale dal Signore è, come
sappiamo, riservato agli uomini, in
quanto il ministero sacerdotale è governo
nel senso profondo che, in definitiva,
è il sacramento che governa la
chiesa. Questo è il punto decisivo.
Non è l’uomo che fa qualcosa, ma il
sacerdote fedele alla sua missione governa,
nel senso che è il sacramento,
cioè mediante il sacramento è Cristo
stesso che governa, sia tramite l’eucaristia
che negli altri sacramenti, e così
sempre Cristo presiede. Tuttavia, è
giusto chiedersi se anche nel servizio
ministeriale, nonostante il fatto che
qui sacramento e carisma siano il binario
unico nel quale si realizza la
chiesa, non si possa offrire più spazio,
più posizioni di responsabilità alle
donne”.
La biblista Marinella Perroni (insegna
Nuovo Testamento presso il Pontificio
ateneo Sant’Anselmo di Roma)
conosce bene la posizione del Papa. E
pur non parlando di sacerdozio femminile
afferma che nella chiesa “una
certa effervescenza attorno al tema
c’è”. Dice: “Le polemiche intorno alla
legittimazione del servizio liturgico
del lettorato delle donne, voluta in un
recente sinodo dei vescovi, va considerata
uno dei tanti sintomi del disagio
serpeggiante nelle chiese rispetto
alla questione dei ministeri”. Racconta
Perroni: “Quando ero bambina, mi
è stato accuratamente spiegato che
non potevo avvicinarmi all’altare né,
tanto meno, prendere in mano i vasi
sacri. Oggi diverse donne, soprattutto
nelle chiese latinoamericane o africane,
ma silenziosamente anche in Italia,
sono ‘parroche’, svolgono cioè quasi
interamente il servizio pastorale in
vista dell’edificazione della comunità
parrocchiale alla quale il vescovo le
ha destinate. Da questo punto di vista,
la distanza con le chiese riformate
sembra ridursi: le parroche fanno ormai
quasi tutto. Su quel quasi, che investe
essenzialmente i ministeri liturgici,
si gioca però un intero impianto
ecclesiologico, dato che la liturgia è
certamente il luogo privilegiato in cui
la chiesa rivela appieno se stessa, afferma
e conferma la sua consapevolezza
identitaria, veicola modelli di
organizzazione comunitaria più eloquenti
di interi trattati teologici”.
Donne quasi prete, dunque. Un
concetto che, detto così, senz’altro non
piace a Benedetto XVI il quale ha sì
affermato che è opportuno che le donne
abbiano più responsabilità all’interno
della chiesa – tema recentemente
ripreso anche da Lucetta Scaraffia
in prima pagina sull’Osservatore Romano
– ma nel maggio del 1998, quando
ancora era prefetto dell’ex Sant’Uffizio,
ha pure sostenuto un’altra cosa.
Aiutando Giovanni Paolo II nella stesura
del motu proprio Ad teundam fidem,
Ratzinger ha voluto venisse messo
nero su bianco che la natura dell’assenso
della fede è identica sia per
le proposizioni definitorie sia che per
le proposizioni definitive. Pertanto
queste ultime, come è ad esempio la
dottrina intorno al sacerdozio e all’ordinazione
di preti, non hanno un grado
di certezza inferiore alle prime. In
sostanza Ratzinger voleva che tutti i
teologi si impegnassero ad accogliere
“fermamente” le verità proclamate
“in modo definitivo” dal magistero,
senza che sia necessaria una esplicita
“definizione dogmatica”. In tale categoria,
precisava il testo, rientra l’insegnamento
pontificio sull’ordinazione
sacerdotale da riservarsi soltanto agli
uomini.
Massimo Camisasca è stato per anni
portavoce di Comunione e liberazione
in Vaticano. Poi ha fondato un
gruppo di preti missionari, la Fraternità
San Carlo, di cui è superiore generale.
Camisasca parla della Madonna
come colei a cui occorre guardare
per capire chi è il cristiano, perché è
in lei che “troviamo la forma di vita
essenziale comune a ogni battezzato”.
E’ guardando a lei che si capisce come
non vi sia ragione “per cui una donna
debba desiderare di diventare sacerdote”.
Del resto, dice Camisasca, “Gesù
stesso lo ha escluso, non per togliere
qualcosa al posto delle donne nella
chiesa da lui fondata, bensì per riconoscere
la loro suprema dignità. La
donna nella chiesa, la donna che si
mette alla scuola di Maria, ha molto
da insegnare ai sacerdoti. La donna
infatti ha un posto di rilievo nella vita
del sacerdote. Per molti preti, la madre
rimane un punto di riferimento
importante. Sanno che prega sempre
per loro, che li ricorda, che li attende.
Nei consigli pastorali accanto al sacerdote
siedono spesso donne che
hanno grandi responsabilità. Nelle
parrocchie la presenza femminile è
statisticamente maggioranza”.
Il tema della valorizzazione del ruolo
della donna nella chiesa slegato
dall’ordinazione sacerdotale venne
toccato più volte anche da Giovanni
Paolo II. I giornali diedero grande rilievo
a un intervento che fece il 4 settembre
del 1995 a Castel Gandolfo prima
della preghiera dell’Angelus.
Wojtyla disse che era sua intenzione
valorizzare il genio femminile nella
chiesa, seppure all’interno degli “ampi
spazi che la legge della chiesa già
riconosce loro”. Per maggiore precisione
il Papa fece l’elenco delle cose
che le donne possono fare: “Penso”
disse “alla docenza teologica, alle forme
consentite di ministerialità liturgica,
compreso il servizio all’altare, ai
consigli pastorali e amministrativi, ai
sinodi diocesani e ai concili particolari,
alle varie istituzioni ecclesiali, alle
curie e ai tribunali ecclesiastici, a tante
attività pastorali, fino alle nuove
forme di partecipazione nella cura
delle parrocchie, in caso di penuria
del clero, salvo i compiti puramente
sacerdotali”.
E’ nel “Sale della terra” (un colloquio
con Peter Seewald) che Ratzinger
dice parole importanti intorno all’ipotesi
del sacerdozio femminile. Lo
fa citando una diagnosi fatta da Elisabeth
Schüssler Fiorenza, una delle
“femministe cattoliche più importanti”.
Tedesca, Schüssler Fiorenza ha
studiato esegesi a Monaco. In passato
ha partecipato in modo convinto alla
lotta in favore dell’ordinazione delle
donne. Ma poi cambiò idea e iniziò a
dire altro. Spiega Ratzinger: “L’esperienza
dei sacerdoti-donna nella chiesa
anglicana l’ha portata a concludere
che ‘ordination is not a solution’, che
l’ordinazione sacerdotale non è una
soluzione, non è quello che volevano.
Ella ne spiega anche il motivo: ‘ordination
is subordination’, l’ordinazione
significa subordinazione”, mentre “un
inserimento organico e dipendenza è
proprio ciò che non vogliamo”.
Dice Ratzinger: “Si tratta davvero
di una diagnosi perfetta. Entrare in
‘ordo’ significa sempre entrare in un
rapporto di inserimento organico e di
dipendenza”. Per Ratzinger il punto
cruciale è uno ed è dato dalla domanda:
che cosa è il sacerdote? Qual è la
sua identità?”. (2. fine)
© Copyright Il Foglio 31 marzo 2010
Nella Chiesa c’è chi usa gli scandali per abolire il celibato. di Andrea Tornielli
Una frase dell’arcivescovo di Vienna, Cristoph Schönborn, qualche settimana fa, era sembrata aprire a questa ipotesi. Ma si trattava di una cattiva traduzione. Così come si è trattato di un travisamento quanto attribuito al cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, dal quotidiano austriaco Die Presse. Secondo il giornale, Martini avrebbe detto che il celibato dovrebbe essere ripensato di fronte a ciò che sta accadendo.
Questa volta però il porporato gesuita non ha lasciato correre.
«Sono rimasto molto sorpreso nel vedermi attribuita una espressione che non corrisponde al mio pensiero. Anzi, ritengo sia una forzatura coniugare l’obbligo del celibato per i preti con gli scandali di violenza e abusi a sfondo sessuale». Così Martini ha smentito le parole che gli sono state attribuite, spiegando di non aver mai interloquito con il giornale austriaco, che riportava invece un brano di una lettera del cardinale ai giovani. «Ma il testo di tale lettera da me approvato diceva: “Occorrerebbe ripensare alla forma di vita del prete”, intendendo così sottolineare l’importanza di promuovere forme di maggiore comunione di vita e di fraternità tra i preti affinché siano evitate il più possibile situazioni di solitudine anche interiore».
Dunque nessuna richiesta di discutere il celibato in concomitanza con le polemiche sugli abusi, come hanno ripetuto in molti in questi giorni e come ha ribadito ieri il cardinale Walter Kasper su La Stampa (dichiarazioni rilanciate da L’Osservatore Romano).
«Di sicuro - afferma Kasper - il celibato non ha nulla a che vedere con gli abusi sessuali del clero sui minori. Tutti gli esperti documentano che la stragrande maggioranza dei casi avviene nelle famiglie e non in ambiti ecclesiastici».
Ma se ora, di fronte alla bufera degli scandali, che non accenna a placarsi, molti porporati fanno quadrato, ciò non significa che il tema dell’abolizione del celibato e dunque della possibilità di ordinare preti uomini sposati, non sia all’ordine del giorno.
Aperture in questo senso negli ultimi anni sono venute dai cardinali Roger Etchegaray, Cormac Murphy O’Connor, Godfried Danneels, Claudio Hummes, come pure dallo stesso Martini. E non si deve dimenticare che qualche spiraglio in questo senso - seppure come possibilità remota - è contenuto anche nella recente costituzione apostolica per gli anglicani che vogliono tornare alla piena comunione con Roma. La Chiesa cattolica, peraltro, ha già i suoi preti sposati, nelle comunità cattoliche di rito bizantino. Ma Benedetto XVI non intende discostarsi dalla linea seguita dai predecessori, e nelle scorse settimane è tornato a esaltare il valore del «sacro celibato», sottintendendo così di non essere intenzionato a mettere in discussione quella legge, anche se non è un dogma.
© Copyright Il Giornale, 30 marzo 2010
Ecco perché io, anglicano, difendo Benedetto XVI dalle falsità del New York Times
lunedì 29 marzo 2010
La crisi sempre più intensa che sta coinvolgendo il Vaticano per gli scandali degli abusi sessuali su minori rischia di annullare l’importante lavoro fatto da Benedetto XVI in questo campo. A ciò si aggiungono la campagna del New York Times, senza fondamento, e le voci sulle possibili dimissioni del Papa. Queste deliranti speculazioni del sensazionalismo tipico di certi media, con l’effetto accumulato del continuo stillicidio di rivelazioni, potrebbero indebolire il cattolicesimo in Europa, e altrove, per i prossimi decenni.
La gerarchia ecclesiastica in Paesi come la Francia e la Gran Bretagna è pronta a difendere il Pontefice dall’ondata di accuse, centrate su due aspetti: la deliberata azione di copertura e il celibato del clero. Innanzitutto, sia prima e poi dalla sua elezione a Pontefice, Joseph Ratzinger ha fatto molto più dei suoi predecessori per affrontare i casi di pedofilia tra il clero. Come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha esteso i procedimenti di riduzione allo stato laicale dei preti colpevoli e incluso nel codice canonico il reato di abuso di minori. Ha anche dato istruzioni ai vescovi diocesani di cooperare con la polizia, sospendendo le procedure canoniche fino alla fine della inchiesta criminale. Se tutto questo non fosse stato effettuato in maniera adeguata sarebbe di per sé scandaloso, ma il problema sarebbe a livello delle singole diocesi piuttosto che della Santa Sede.
Si prenda il caso sconvolgente del prete americano Lawrence Murphy, citato la settimana scorsa nell’articolo del New York Times, accusato di aver abusato di 200 ragazzi sordi nel Wisconsin. All’inizio degli anni ’70 la polizia fu informata di queste accuse, ma non credette alle accuse delle vittime e non prese alcuna azione contro il sacerdote. La decisione di Ratzinger, vent’anni dopo, di concedere a Murphy di morire prete e non ridotto allo stato laicale fu forse un gesto inappropriato di compassione per un uomo che stava per morire, ma da biasimare sono le autorità diocesane che hanno coperto la vicenda e non hanno allontanato questo prete dal contatto con i minori dopo le prime accuse.
La norma del celibato per il clero è spesso citata come la sorgente di turbe sessuali che possono portare agli abusi di cui si sta discutendo. Se però si guarda ai dati dell’Irlanda, uno dei Paesi con il più alto numero di abusi, le vittime di sacerdoti o laici che lavoravano nelle parrocchie cattoliche si rivelano essere il 5,8 per cento di tutti i casi di violenze sessuali su minori. Vale a dire che la stragrande maggioranza degli abusi è stato compiuto da persone senza obbligo di celibato e con nessun incarico nella Chiesa. Molte delle violenze avvengono in famiglia e coinvolgono spesso i figli adottati. Il maggior controllo dei funzionari preposti e le misure introdotte dall’allora cardinale Ratzinger hanno portato a una situazione in cui il rischio di violenze su minorenni all’interno delle strutture cattoliche è ora più basso rispetto alle altre comunità.
Il celibato come tale non è perciò responsabile dell’omosessualità tra preti, né tantomeno della pedofilia. Secondo molte ricerche (inclusa quella del già domenicano Richard Sipe), la maggioranza dei preti cattolici che hanno confessato di aver avuto rapporti sessuali, li hanno avuti con donne. Certo, vi può essere il rischio che il celibato possa attrarre uomini confusi sulla propria sessualità o che la rifiutano, ma è del tutto fuori luogo affermare che comunità in cui vige il celibato promuovano comportamenti sessuali aggressivi o instillino una cultura dell’omertà come parte di una obbedienza istituzionale. Di per sé il celibato non porta né agli abusi sessuali, né al loro occultamento.
A tutto questo si lega il tema della sessualità nel cattolicesimo. La Chiesa cattolica in generale e Benedetto XVI in particolare sono accusati di non capire la complessità insita nelle relazioni sessuali, ed è per questo che, si argomenta, il Vaticano non riesce a cogliere il legame tra la norma del celibato e la canalizzazione del desiderio in modalità terribili, con la conseguente omertà da parte dei preti compagni di celibato.
Ratzinger è stato sempre uno strenuo difensore del celibato dei preti, ma le sue opinioni sulla sessualità vanno oltre. Da Cardinale ha frenato la pratica di affidare i preti colpevoli di abuso a terapisti, riconoscendo che in molti casi la pedofilia non può essere risolta efficacemente con la sola terapia. Inoltre, ha riaffermato decisamente la differenza tra uomo e donna, un modo decisamente migliore per assicurare una vera uguaglianza e corrette relazioni sessuali rispetto alla cultura corrente centrata sulla scelta individuale e la volontà personale.
Questa posizione ha il suo fondamento ultimo nella Mariologia e nella Cristologia, ma si traduce in idee e comportamenti pratici riconducibili a una cultura alternativa, nella quale il matrimonio e la famiglia sono considerate la celebrazione della differenza tra uomo e donna che dà luogo a una unità che continuamente cresce alimentandosi reciprocamente. Un concezione che si contrappone a quella che vorrebbe la famiglia come un’istituzione che opprime le donne e che è socialmente regressiva.
Il crimine innominabile dell’abuso sessuale di minori richiede anche una forte enfasi sugli aspetti recuperativi della giustizia. La Chiesa cattolica dovrebbe riportare insieme, all’interno delle proprie comunità, violentatori e vittime per aiutarli a ripristinare relazioni corrette, provvedere ai bisogni delle vittime e impedire che vengano compiuti crimini su altri minori.
Il Sussidiario
"Mai detto ripensare il celibato, ma ripensare la forma di vita del prete". Card. Martini smentisce stampa estera
"Il settimanale non ha interloquito con me direttamente - ha spiegato Martini -. Ha piuttosto ripreso una mia lettera ai giovani austriaci. Ma il testo di tale lettera da me approvato diceva: 'Occorrerebbe ripensare alla forma di vita del prete' intendendo così sottolineare l'importanza di promuovere forme di maggiore comunione di vita e di fraternità tra i preti affinché siano evitate il più possibile situazioni di solitudine anche interiore".
"Sono pertanto rimasto molto sorpreso - ha proseguito l'ex arcivescovo di Milano - nel vedermi attribuita una espressione che non corrisponde al mio pensiero. Anzi, ritengo sia una forzatura coniugare l'obbligo del celibato per i preti con gli scandali di violenza e abusi a sfondo sessuale".
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Casti più che celibi. Paolo Prodi spiega le differenze tra giustizia ecclesiale e civile E quelle tra la virtù e la norma
Tratto da Il Foglio del 20 marzo 2010
Roma. La vista lunga dello storico aiuta a mettere a fuoco più nitidamente quello che succede oggi. Sullo scandalo dei preti pedofili, e la discussione sul celibato che ne è seguita, abbiamo raccolto il parere di Paolo Prodi che al ruolo della chiesa e delle sue istituzioni nella storia dell’occidente ha dedicato studi fondamentali. Lo storico di Bologna ricorda che certi abusi sessuali “una volta rientravano tra i peccati riservati giudicati dal vescovo; san Carlo Borromeo aveva le sue prigioni in cui metteva i preti discoli. Questo potere repressivo oggi è finito, ma nella chiesa resiste l’idea di una giustizia interna e quindi la possibilità di sottrarsi alla legislazione civile. Ricordo il caso di quel prete allontanato dalla parrocchia e messo a capo di un orfanatrofio… Certo, restano in vigore pene ecclesiastiche come la scomunica o la sospensione a divinis, ma sono provvedimenti rari, erogati nel segreto e nella paura dello scandalo”. Prodi è scettico quando sente canonisti che ribadiscono la severità della giustizia ecclesiastica. “Il problema è che la chiesa continua a dichiararsi societas perfecta al pari dello stato. E’ vero che la pedofilia riguarda anche altri, ma deve riconoscere che ormai si tratta di un reato, e come tale va sottoposto alla legge”. Anche perché la chiesa è una delle ultime istituzioni educative e quindi ci sono più aspettative. “In effetti non vedo un accanimento, come dice qualche alto prelato. E’ comprensibile che un certo anticlericalismo cavalchi simili vicende, ma è molto più scandaloso che avvengano”. Invece ci si affanna a contare le mele marce e ci si accapiglia per stabilire se sono tante o poche: “E’ un discorso pazzesco, sia che lo facciano gli anticlericali sia che lo facciano certi ecclesiastici che ancora vogliono sopire, troncare”.
Intanto dagli abusi sessuali del clero si è passati al celibato. “Un tema strettamente connesso ma non coincidente”, dice Prodi che ha letto l’ultima esternazione di Hans Küng su Repubblica senza appassionarsi: “E’ rimasto alle beghe professorali di quando era a Münster con Ratzinger, e poi manca di visione storica”. Lo storico bolognese sottolinea come nessuno abbia ricordato che celibato non è castità. “Eppure è una verità elementare. Fin dai primi tempi le comunità monastiche fanno voto di castità come via di perfezione che per mille anni, fino al Concilio di Trento, non viene imposta al clero secolare. La riforma gregoriana dell’Undicesimo-Dodicesimo secolo inaugura la lotta al concubinato dei preti come battaglia contro la secolarizzazione delle proprietà ecclesiastiche e contro la mondanizzazione della chiesa. La difesa del celibato va in parallelo con la lotta alla simonia. Ma oggi il sistema dei benefici è finito”. Insomma, le gerarchie erano preoccupate che un prete che stesse con una donna da cui poteva avere dei figli poi avrebbe dato in eredità alla prole quello che invece doveva andare alla chiesa.
Una preoccupazione concreta prima ancora che un principio ideale. “Ma certo, la chiesa si è sempre misurata con la società che la circondava. Il celibato è un istituto di garanzia nato per difendere la libertas ecclesiae. Questa realtà negli ultimi cinquant’anni è venuta meno. Quando ero piccolo i parroci delle nostre campagne avevano ancora il beneficio – un pezzo di terra, un edificio – e vivevano di questo. Con la fine della società rurale il celibato ha perso la valenza di norma generalizzata e resta come vocazione alla perfezione”. Prodi ipotizza una prassi simile alle chiese ortodosse in cui vige il doppio regime, un clero alto (vescovi, monaci) celibatario e un clero basso (pope) uxorato. E non come cedimento allo spirito del tempo. “Anzi, solo se si storicizza il celibato si può rilanciare la castità come paternità diffusa. Non credo che nel postconcilio la chiesa si sia arresa al secolo, se oggi la chiesa punta alla castità come virtù più che al celibato come norma fa un discorso liberante”. La fine del celibato è intesa da qualcuno come minaccia all’istituzione ecclesiastica: “Non credo. Certo, abolirlo non significherebbe eliminare tutti i preti pedofili o far aumentare le vocazioni. Ma oggi ciò che conta è esaltare la castità e non solo come distacco dalla carne ma come distacco dal possesso delle cose, come principio di ascesi. Così la chiesa recupera la propria tradizione, torna a parlare al cuore dell’uomo”. Predica la grazia e il peccato, lasciando che dei reati si occupi il mondo.
P. Alfredo Marranzini, S.J., «Il celibato nella Chiesa antica».
Il celibato nella Chiesa antica
di P. Alfredo Marranzini S.J.
La questione del celibato è stata non poche volte sollevata da alcuni con argomentazioni pro e contro, in circostanze certamente diverse ma sempre in connessione con altri fattori, esterni o anche interni alla comunità ecclesiale. Tra gli studi storici editi di recente mi sembra di particolare importanza quello del patrologo tedesco Stefan Heid dal titolo: “Il celibato nella Chiesa antica. Gli inizi di un obbligo di continenza per chierici in Oriente e in Occidente” La questione del celibato è stata non poche volte sollevata da alcuni con argomentazioni pro e contro, in circostanze certamente diverse ma sempre in connessione con altri fattori, esterni o anche interni alla comunità ecclesiale.
Tra gli studi storici editi di recente mi sembra di particolare importanza quello del patrologo tedesco Stefan Heid dal titolo: Il celibato nella Chiesa antica. Gli inizi di un obbligo di continenza per chierici in Oriente e in Occidente (1). L’autore intende offrire, in base ad una documentazione accuratamente ponderata sotto ogni aspetto, qualche chiarimento circa il modo di porsi dei chierici maggiori, Vescovi presbiteri diaconi, di fronte al matrimonio nei primi secoli cristiani. Oggi, impostando talvolta questo problema in modo unilaterale, gli si danno risposte parimenti unilaterali. Partendo dal celibato quale è attualmente praticato nella Chiesa latina, lo si cerca nei primi secoli e non lo si trova presso tutti i chierici. Si dovrebbe invece distinguere tra celibato in senso stretto, che riguardava chierici maggiori vedovi o non sposati, e obbligo della continenza che vincolava dopo l’ordinazione Vescovi, presbiteri e diaconi celibi o anche sposati, e si rifletteva in qualche modo sulle stesse spose di coloro che avevano contratto precedentemente matrimonio. Siccome contro la tesi di un obbligo della continenza nella Chiesa primitiva si è spesso fatto notare che il Vescovo dell’Alta-Tebaide, Pafnuzio, nel Concilio di Nicea del 325 avrebbe scongiurato i Padri a non proibire a Vescovi, presbiteri e diaconi di avere rapporti con la propria moglie, Heid dimostra questo preteso intervento privo di ogni valore documentario. Esso infatti è citato solo da Socrate, che terminò la sua Storia Ecclesiastica un secolo dopo verso l’anno 440, e che, mentre di solito è preciso nei suoi riferimenti, non menziona alcuna fonte circa questo intervento che, se fosse vero, sarebbe stato di grande rilievo. Personalità bene informate sul Concilio di Nicea e sulla vita della Chiesa di quel tempo, specie Ambrogio, Epifanio, Girolamo, Siricio e Innocenzo I, dei quali non si può mettere in dubbio la sincerità, ignorano del tutto l’episodio e attestano l’antichità dell’obbligo della continenza. L’episcopato africano contemporaneo di Agostino, in piena conformità al primo Concilio ecumenico, ha rinnovato in più sinodi l’obbligo della continenza perfetta dei chierici, dichiarata tradizione risalente ai tempi apostolici. Inoltre Friedhelm Winkelmann, partendo dalla constatazione che Pafnuzio non figura tra i Vescovi firmatari del Concilio di Nicea negli elenchi a noi pervenuti, ha dimostrato già nel 1968, con argomenti di critica esterna, che il racconto di Socrate è “il prodotto di un’affabulazione agiografica progressiva”. Per di più, contrariamente a quanto a volte si è sostenuto, esso non concorda affatto con la prassi della Chiesa Orientale circa il matrimonio dei chierici maggiori. Infatti nessun Concilio anteriore a Nicea ha mai autorizzato Vescovi, presbiteri e diaconi a contrarre matrimonio o ad usare del matrimonio eventualmente contratto prima dell’ordinazione. Lo stesso Concilio Quinisesto del 691, che fissò in maniera definitiva la legislazione bizantina in proposito, mantenne l’obbligo della continenza perfetta per i Vescovi e, pur autorizzando i presbiteri e i diaconi a vivere con le loro mogli, li sottopose alla continenza nei giorni della Celebrazione Eucaristica. Nessuna menzione, né in questo Concilio né nelle varie discussioni dei secoli seguenti sul celibato, dell’intervento di Pafnuzio a Nicea ritenuto quasi all’unanimità dai critici, nella forma in cui lo conosciamo, un falso. Anche se è esistito un uomo con tale nome, è del tutto discutibile se sia stato Vescovo e non ha preso parte al Concilio di Nicea. “Tutto il testo è quindi inutilizzabile per la disciplina dei chierici dei primi quattro secoli” (p. 16). Posizioni attuali contrastanti Sbarazzato il campo da una leggenda, a cui nel passato da qualcuno si ricorreva per provare che l’obbligo della continenza sarebbe stato introdotto tardi nella Chiesa, Eid delinea brevemente le due concezioni del celibato che, in base all’analisi delle stesse fonti, giungono a risultati del tutto differenti. La prima, rappresentata da Gryson (2), Franzen (3) e Denzler (4), sostiene che l’obbligo attuale del celibato deriverebbe dalla libertà che avevano i chierici nei primi tre secoli di abbracciarlo o meno. Allora la maggior parte di loro era sposata e disponeva liberamente dell’uso del matrimonio, anche se in diversi luoghi alcuni se ne astenevano di propria iniziativa. Però già nel secondo secolo si sarebbero infiltrate nella vita della Chiesa correnti misogenistiche per motivazioni estranee al Vangelo, mentre fiorivano anche la verginità carismatica e il monachesimo. Nel secolo seguente subentrò pure la socializzazione del ministero sacerdotale, per cui anche per purità rituale, secondo le prescrizioni del Concilio di Elvira verso il 306 o addirittura verso il 380, nella Chiesa greca e in quella latina chierici e laici si astenevano dai rapporti sessuali nei giorni della Celebrazione Eucaristica. Intanto, mentre in Asia Minore, Siria, Palestina ed Egitto si celebrava piuttosto raramente l’Eucaristia e i chierici sposati potevano, sia pure con una certa limitazione, usare del matrimonio, s’introdusse in Africa settentrionale, Spagna, Gallia e Italia la celebrazione quotidiana. Ciò avrebbe portato alla totale continenza del clero e alla graduale repressione del clero sposato da parte dei colleghi celibi. Si sostiene quindi che all’uso “naturale” del matrimonio nei primi secoli senza particolari prescrizioni limitative si sarebbe sostituita per motivi estranei al cristianesimo la continenza “innaturale”, che trovò la sua prima normativa nel Concilio di Elvira, nella cui prospettiva rientrano le decretali pontificie sul celibato. “La durezza romana soppiantò quindi la prassi originariamente più umana, quale è ancora in vigore nella Chiesa orientale. La legge, che impose ai chierici maggiori della Chiesa latina la totale continenza coniugale, è sorta in Roma solo verso la fine del quarto secolo” (p. 19). Ben diverse sono le conclusioni a cui sono giunti con i loro studi Christian Cochini (5), Roman Choly (6), e Alfonso M. Stickler (7). Nei primi secoli della Chiesa nessuna legge poneva il celibato come condizione pregiudiziale per l’ammissione agli ordini maggiori. Se non si era sposati prima, si doveva conservare il celibato; se si era ordinati dopo il matrimonio, si doveva mantenere la continenza con la moglie. Nello stesso periodo non esistono leggi scritte sul celibato in senso stretto o sulla continenza; però non si dà neppure alcun documento scritto che neghi l’esistenza di tale obbligo. Perciò è legittimo prendere in considerazione i primi documenti pubblici, che nel quarto secolo fanno risalire l’obbligo della continenza al periodo apostolico. Oggi esegeti e teologi seri fanno a giusto titolo risaltare i fondamenti biblici dell’obbligo del celibato, non scartano affatto l’idea di una eventuale “tradizione apostolica” della continenza dopo l’ordinazione e concepiscono la disciplina attestata dalla legge del quarto secolo come il frutto di una lenta evoluzione, dovuta all’azione progressiva del fermento evangelico nella comunità ecclesiale. La questione del celibato dei chierici maggiori è tornata ad essere attuale e potrebbe contribuire al progresso della riflessione della Chiesa su un argomento così complesso. La ricerca sull’origine della continenza al periodo apostolico, oltre ad essere un dovere scientifico, è un aiuto offerto alle nuove generazioni, che dovranno decidere il loro futuro. Heid si pone con imparzialità di fronte a queste due posizioni, le confronta punto per punto e giunge alla conclusione che la “rinnovata rilettura di tutte le fonti documentarie conferma di fatto in maniera molteplice e approfondisce la concezione di Cochini” (p. 20). Perciò egli non esita ad affrontare di nuovo tale esame, che gli consente non solo di ribadire che l’obbligo della continenza risale al periodo apostolico ma anche di apportare ulteriori ritocchi nell’interpretazione di qualche fonte documentaria, di esporre più ampiamente lo sfondo storico-sociale della continenza dei chierici nei primi tre secoli. Lo studio eccellente di Cochini resta tuttavia ancora indispensabile, perché esamina tutti i testi sino al settimo secolo senza tralasciare la Chiesa nestoriana e altre questioni particolari. Heid ritiene giustificato seguire il metodo storico progressivo nel riesaminare la questione del celibato dal Nuovo Testamento al Concilio Trullano II o Quinisesto del 691, per facilitare la comprensione dello sviluppo progressivo della “tradizione apostolica” della continenza. Egli, come già ha fatto Cochini, si pone sulla scorta del principio enunciato da s. Agostino all’epoca della controversia donatista: “Ciò che è osservato da tutta la Chiesa ed è sempre stato mantenuto, pur senza essere stato stabilito da alcun concilio, è da considerarsi a giusto titolo trasmesso solo dall’autorità apostolica” (8). Il valore di questo principio deriva dalla fedeltà della Chiesa dei primi secoli alla tradizione originaria. I Padri cercarono di mantenere senza innovazioni quanto era stato trasmesso. Agostino riconosce che questo orientamento garantisce la possibilità di risalire alle origini apostoliche, purché si tratti di un dato dottrinale o disciplinare che sia stato osservato da tutta la Chiesa e mantenuto costantemente. Heid nota giustamente che Cochini affermando “l’origine apostolica della continenza, osservata dai chierici maggiori in tutta la Chiesa di allora”, vuole anzitutto fissarne il tempo al periodo neotestamentario, senza determinarne dogmaticamente l’immutabilità (9). La continenza dei ministri ordinati nel periodo neotestamentario Dopo queste premesse il patrologo tedesco percorre le varie fasi della prassi della continenza e del celibato nei primi secoli della Chiesa a partire dall’esempio di Gesù, che rese il suo insegnamento persuasivo e credibile, praticandolo per primo esistenzialmente. Egli scelse il celibato per sé e per quelli che chiamò a sé e “costituì come Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare” (Mc 3, 13-14). L’ingiuria di “eunuco” (Mt 19, 12) non preoccupò né Cristo né i suoi apostoli. Anche se qualcuno di questi, come Pietro, era sposato, tutti lasciarono la propria consorte o non si sposarono affatto per seguire Cristo in maniera incondizionata e cooperare con Lui alla proclamazione del “regno dei cieli”, sia prima sia dopo la pasqua, in uno stile di vita perfettamente continente. Vi era la possibilità di avere durante le loro peregrinazioni missionarie delle collaboratrici sostentate dalla comunità (cfr 1 Cor 9, 5), come Gesù stesso aveva consentito che delle donne provvedessero a Lui e ai suoi discepoli (cfr Lc 8, 1-3). Vigeva però sempre la perfetta continenza né sussisteva alcuna differenza in proposito tra gli apostoli e Paolo. Tale modo di vivere proseguì anche quando il ministero passò dagli apostoli ai Vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, come appare dal progressivo sviluppo testimoniato dalle lettere pastorali e che almeno nell’Asia minore si dovette verificare tra il 50 e il 100 dopo Cristo. Si avevano quindi ministri celibi, vedovi e sposati, ma gli sposati dal giorno della loro ordinazione potevano vivere con le loro consorti solo in perfetta continenza (cfr 1 Tm 3, 2.12; Tit 1, 6). A nessuno, neppure in caso di vedovanza, era consentito di risposarsi e il candidato agli ordini, che si era sposato due volte, era ritenuto, secondo la concezione paolina, incapace di vivere in continenza (cfr 1 Cor 7, 8s). Vigeva quindi una pluralità di stati (celibi, vedovi o sposati) con l’unico stile di vita di perfetta continenza, che non era lasciato ad una scelta personale, perché su questa non si può basare un’istituzione né ad essa si può far risalire una unanimità da osservarsi nel futuro. “L’opinione dominante che il Nuovo Testamento non offra alcuna prova per la disciplina del celibato contraddice perfino se stessa e non si sostiene ad un esame approfondito e differenziato” (51). La continenza dei chierici maggiori dal secondo secolo al 220 Dopo le lettere pastorali c’imbattiamo verso il 200 in più chiari accenni alla continenza dei chierici maggiori del Nord Africa occidentale e orientale. Clemente alessandrino riconosce che possono essere ammessi ai ministeri ordinati anche uomini sposati con figli, ma non concede affatto loro di generarne altri dopo l’ordinazione. Essi devono seguire l’esempio degli apostoli, anche se eventualmente sposati, e da cristiani perfetti continuare la loro vita familiare senza rapporti coniugali. Si può quindi dire con buon fondamento che Clemente conosce anche la continenza dei chierici secondo lo stile di vita degli apostoli. Lo stesso va detto di Tertulliano, anche se in lui si trovano solo prove indirette sulla continenza dei chierici sposati, le quali però non lasciano alcun dubbio al riguardo. All’obbligo stretto della continenza per i chierici sposati si connette il divieto loro fatto di risposarsi, che si riscontra in Egitto, nel Nord Africa e, verosimilmente, anche a Roma. Tertulliano, che parla di molti Vescovi risposati, conosce anche l’esplicito divieto della digamia e la deposizione di Vescovi digami. Ippolito rimprovera al Vescovo di Roma Callisto di non far osservare tale divieto e di ordinare egli stesso dei digami. Però Callisto non ha posto fondamentalmente in questione il divieto della digamia, piuttosto egli ne sostiene soltanto un’interpretazione più larga non tenendo conto, come faceva lo stesso Tertulliano, del matrimonio contratto prima del battesimo. Così anche se poteva capitare che venisse ordinato un vedovo risposatosi dopo il suo battesimo, l’esigenza della continenza rimaneva salda. Un ulteriore indizio dell’obbligo della continenza è la proibizione generale del matrimonio dopo l’ordinazione che si riscontra per la prima volta in Ippolito. Anche Callisto conosce e rispetta tale divieto, però talvolta, contrariamente ad Ippolito, concede a chierici minori di risposarsi. Testifica anche la deposizione di qualche chierico maggiore che, per ignoranza della tradizione obbligante della Chiesa al riguardo, era passato a nozze dopo l’ordinazione. Con ciò non si afferma che tale chierico potesse continuare ad esercitare il suo ministero, anzi si deve ammettere che, pur sospeso dalle sue funzioni, rimaneva ancora nel clero, perché gli si potesse con tale legame assicurare il sostentamento economico. La continenza dei chierici maggiori dal terzo secolo sino al Concilio di Nicea (325). La Didascalia siriaca in Oriente segue la linea iniziata da Clemente alessandrino. In Siria i chierici maggiori ordinariamente erano sposati, ma almeno il candidato all’episcopato doveva essere di età avanzata in modo che egli, avendo già provveduto all’educazione dei figli, poteva dopo l’ordinazione dedicarsi totalmente al suo ministero. Perciò si vedeva la sua continenza con la propria moglie un’esigenza del tutto rispondente al suo ufficio. Dalle riflessioni di Origene sul divieto della digamia si può dedurre che conosce l’obbligo della continenza. Però egli si pone il quesito: se la continenza dei chierici maggiori sposati è decisiva, perché non si ordinano uomini rimasti vedovi dopo il loro secondo matrimonio, anche se sono disposti ad osservare la continenza? Queste osservazioni, senza portare all’abolizione del divieto di un secondo matrimonio, hanno rassodato la tradizione della monogamia e della continenza, perché per Origene non è concepibile il sacerdozio senza la perfetta continenza. Ad evitare subito equivoci nella disamina dei dati storici circa la continenza dei chierici maggiori, va tenuto presente che è norma giuridica obbligatoria sia la disposizione tramandata solo oralmente attraverso una consuetudine vincolante sia quella espressa come legge scritta e promulgata in forma legittima. Nella storia di un popolo le leggi scritte sono precedute da norme consuetudinarie tramandate oralmente e tuttavia vincolanti. Di ciò non hanno tenuto conto coloro che, osservando che la prima legislazione canonica a noi nota in materia di continenza dei chierici maggiori risale al IV secolo d. C., ne traggono la conclusione che fino ad allora l’osservanza della continenza era lasciata alla libera decisione del singolo. La normativa scritta, che verrà dal Sinodo spagnolo di Elvira agli inizi del IV secolo, si rifà alla tradizione obbligante della continenza già testimoniata da Tertulliano e Cipriano, anche se si dovevano eliminare eventuali carenze di conoscenza e di chiarezza al riguardo presso chierici maggiori, viventi in regioni isolate e non debitamente informati su questo obbligo. Sulla linea di Clemente o Origene si pongono Eusebio, Arcivescovo di Cesarea di Palestina, e lo stesso Sinodo di Ancira. Quest’ultimo infatti, affrontando il desiderio di sposare (espresso da un celibe candidato al diaconato), non deflette dalla tradizione ma ribadisce che il Vescovo può ordinare tale candidato solo dopo alcuni anni dal suo matrimonio. La continenza obbligatoria viene confermata dall’uso praticato anche da qualche chierico, come per es. Paolo, Vescovo di Samosata, di vivere da fratello e sorella con qualche donna senza alcun rapporto sessuale. I propugnatori della continenza vedevano in ciò un segno particolarmente luminoso delle loro capacità ascetiche. Va inoltre osservato che l’obbligo della continenza dei chierici sposati si rifletteva anche sulle loro consorti. Perciò si prescriveva dai sinodi che i candidati all’ordinazione non potevano sposarsi con donne adultere e, se eventualmente le loro mogli commettevano adulterio, se ne dovevano separare, perché esse col proprio comportamento si erano dimostrate incapaci di osservare la continenza. Per questo stesso motivo le mogli dei chierici non potevano essere digame. Eventuali infrazioni a queste norme venivano severamente punite. Contrariamente a quanto da qualcuno è stato affermato, la continenza generale dei chierici è più chiaramente testimoniata in Oriente che in Occidente. Alle testimonianze di Origene e di Eusebio, da cui essa già appare un dato ovvio, si aggiungono quelle di Epifanio per l’isola di Cipro, di Girolamo per la Palestina e l’Egitto, di Giovanni Crisostomo, Teodoro di Mopsuectia e Teodoreto di Ciro, per la Siria e l’Asia Minore. Tutti documentano la continenza o la presuppongono chiaramente (131-154) e fanno perfino constatare una tendenza verso un clero celibe o una preferenza per i candidati celibi (154-167). Pur verificandosi qualche trasgressione, la prassi collegata della monogamia e della continenza resta immutata in Oriente sino al quinto secolo, anche se non si tien conto del matrimonio contratto prima del battesimo. Nuova è invece l’interpretazione data da Crisostomo, Girolamo, Teodoro e Teodoreto: con la condizione che il Vescovo sia unius uxoris vir (1 Tm 3, 2) si proibirebbe solo la poligamia, ma non i rapporti coniugali con l’unica donna che gli rimane. In realtà, se si osservano bene i testi di questi padri si vuole solo sottolineare con l’unius uxor viri che il Vescovo sposato si deve considerare quasi uxorem non habens per cui resta in vigore la continenza (10). Certamente ha contribuito al prevalere del clero celibe su quello sposato l’influsso dei monaci, tra cui per lo più si sceglievano in Oriente come in Occidente i candidati agli ordini maggiori. Non mancarono in questa tendenza ascetica delle esagerazioni, tanto che nell’Asia Minore verso la metà del quarto secolo i cosiddetti eustaziani giunsero a rigettare il matrimonio, ad esigere il divorzio da tutti gli sposati, anche se erano chierici, e ad invitare i laici a non rivolgersi a preti sposati. Decisa fu però la reazione dei Vescovi, che proibirono il divorzio ai chierici sposati, senza però permettere loro i rapporti coniugali con le proprie consorti. Inoltre non si può trarre alcuna prova contraria all’obbligo della continenza nell’Asia, nella Palestina e nell’Egitto dall’interpretazione preconcetta di alcuni dati. Infatti è inverosimile che Gregorio di Nazianzo il giovane sia stato generato da suo padre Gregorio, parimenti Vescovo di Nazianzo, dopo la sua ordinazione, perché i dati biografici additano il contrario. Anche Cirillo di Gerusalemme esige perfetta continenza dai chierici sposati e dalle loro mogli, in contrasto con l’obbligo dei sacerdoti giudaici. Atanasio conosce Vescovi sposati e monaci, che dopo la loro consacrazione o professione religiosa non ebbero più rapporti coniugali. Sinesio, scelto per l’episcopato, preferisce non accettarlo per avere ancora figli ma, una volta ordinato, si comporta in piena adesione al dovere della continenza. Non si vede perciò come dopo la valutazione di tanti documenti Roger Gryson abbia potuto sostenere che “la legge del celibato è sorta soltanto a Roma verso la fine del quarto secolo. Il papato non ha mai desistito dall’adoperarsi per il suo mantenimento e per lasciarla prevalere sulla consuetudine antica più liberale” (ibid.). La continenza dei chierici nella Chiesa occidentale sino agli inizi del quinto secolo Ora nell’Africa del Nord, dove vigeva da tempo la continenza, come sappiamo da Tertulliano e da Cipriano, il 16 giugno 390 il Sinodo di Cartagine prescrive all’unanimità che “il Vescovo, il presbitero e il diacono, custodi della purezza, si astengano dalla consorte, affinché chi è al servizio dell’altare conservi una castità perfetta” (188). Prima della votazione il Vescovo Genetlio aveva ricordato che ciò “si addice… a quelli che sono al servizio dei sacramenti divini… per ottenere, in tutta semplicità, quanto domandano a Dio; facciamo in modo di custodire anche noi ciò che insegnarono gli apostoli ed è stato osservato da tutta l’antichità” (188). I Vescovi africani non ripetono qui passivamente le Decretali di papa Siricio, di poco anteriori, ma si rendono essi stessi garanti della tradizione apostolica della continenza dei chierici maggiori. Non lo avrebbero mai fatto se essa non fosse stata in armonia anche col terzo canone del Concilio di Nicea (325), che già ne aveva testimoniato la conformità alla tradizione apostolica. Data la situazione desolata in cui si era venuta a trovare in Africa la Chiesa dopo lo scisma donatista, i Vescovi dal 390 cercarono di ovviarvi anche con prescrizioni giuridiche e ribadirono la continenza dei chierici maggiori, tenendo anche conto di quanto aveva fatto in proposito il Vescovo di Roma. La Chiesa di Spagna, sin dal Sinodo di Elvira circa il 306, aveva prescritto la continenza con una norma scritta esplicita, che è la prima a noi pervenuta. Ciò non significa che, come supposero Funk e altri al suo seguito, fino ad allora fosse consentito ai chierici maggiori di proseguire la vita matrimoniale anche dopo l’ordinazione, se le nozze erano state contratte prima. Infatti i Padri di Elvira danno l’impressione non d’introdurre un’innovazione di tanta rilevanza, ma di sancire una prassi già in vigore. Altrimenti avrebbero dovuto almeno spiegare perché si poneva fine al libero uso del matrimonio e sarebbero certamente andati soggetti a forti contestazioni. L’essere entrato il canone 33 di Elvira senza urti nella storia conferma che esso, lungi dall’essere una svolta, testimonia la fedeltà della Chiesa di Spagna ad una tradizione antica. Più tardi Priscilliano si fece promotore di un movimento di ascetica riformatrice così rigorosa che i suoi protagonisti, tra cui numerosi Vescovi e chierici, furono tacciati di manicheismo. A Roma sotto papa Damaso (366-384) e nel Nord Italia sotto Ambrogio, sia a Milano che nelle campagne, la continenza era osservata senza particolari reazioni. Però in Italia si era preoccupati degli attacchi mossi nella Spagna alla continenza da coloro che contrastavano il priscillianismo e dai chierici sposati che, insofferenti dell’obbligo della continenza, la volevano limitare solo ai giorni della Celebrazione Eucaristica, analogamente a quanto si prescriveva ai leviti nell’Antico Testamento. Ambrogio e l’anonimo Ambrosiastro si prendono la cura di confutare tali argomenti, facendo osservare che la frequenza della Celebrazione Eucaristica non esercita un ruolo definitivo. Perciò la continenza non può essere considerata un ritrovato di Roma nel tardo quarto secolo in base alla Celebrazione Eucaristica quotidiana, perché tale prassi non sussisteva allora né a Roma né in Spagna. Inoltre, mentre la propaganda priscillianista portava in Spagna e altrove al disprezzo manicheo del corpo, l’Ambrosiastro ne difende la dignità e giustifica la continenza dei chierici maggiori per la sua convenienza col ministero complessivo loro affidato. In questa luce si spiegano i vari interventi del Vescovo di Roma. Su richiesta di Imerio, metropolita di Tarascona, Siricio il 10 febbraio 385 gli invia la decretale Directa con la quale affronta la questione della continenza, già da secoli vigente come obbligatoria, e ribadisce che “noi tutti, Vescovi, presbiteri e diaconi, vi ci troviamo legati fin dal giorno della nostra ordinazione e sottomettiamo i nostri cuori e i nostri corpi al servizio della sobrietà e della purezza, per essere totalmente graditi al nostro Dio nei sacrifici che offriamo ogni giorno” (200). Nel gennaio del 386 un concilio di 80 Vescovi dell’Italia centrale e meridionale tenutosi a Roma prende una serie di decisioni che Siricio comunica a vari episcopati con la decretale Cum in unum. L’introduzione insiste sulla fedeltà alle tradizioni apostoliche, perché “non si tratta d’impartire precetti nuovi, ma di far osservare quelli che sono trascurati per l’apatia e la pigrizia di alcuni” (220). Tra “le prescrizioni di una costituzione apostolica e di una costituzione dei Padri”, si trova l’obbligo della continenza per i chierici maggiori. “È degno, casto e onesto… che [Vescovi], presbiteri e diaconi non abbiano rapporti con la loro consorte dato che essi sono assorbiti dai doveri quotidiani del loro ministero” (221). Anche la decretale Dominus inter, che è una risposta del papa Damaso o di Siricio a domande dei Vescovi delle Gallie, sviluppa gli stessi argomenti. Da questi decretali appare chiaro l’obbligo già da tempo vigente della continenza, sebbene le infrazioni fossero frequenti, anche per ignoranza della tradizione obbligante, alla fine del IV secolo in Spagna e nelle Gallie. Gli argomenti biblici addotti da alcuni contestatori vengono nelle decretali precisati: i leviti dell’antica alleanza potevano avere figli, ma erano tenuti alla continenza durante il loro servizio al tempio; a maggior ragione i ministri della nuova alleanza devono osservare la continenza perpetua; la condizione che il Vescovo sia unius uxoris vir è stata posta propter continentiam futuram, perché la monogamia provava la capacità di praticare la continenza dopo l’ordinazione. La reazione del monaco Gioviniano si rivolgeva allora in Roma contro la propaganda ascetica di s. Girolamo e la linea ufficiale della Chiesa che poneva la verginità al di sopra del matrimonio. Egli accettava per principio il celibato assoluto di alcuni chierici e anche il dovere della continenza dei chierici sposati. Perciò non ha affatto sganciato a Roma la crisi del celibato né ha provocato da parte della Chiesa un inasprimento della disciplina, per cui da quel momento come i chierici celibi anche quelli sposati e le loro mogli avrebbero dovuto vivere continenti. Il clero da lungo tempo conosceva tutta la disciplina della continenza e anche Gioviniano l’accettava. Papa Innocenzo interviene sulla continenza nelle Gallie con la decretale Etsi tibi indirizzata il 15 febbraio 404 al metropolita di Rouen, Vittricio, e l’altra Consulenti tibi inviata il 20 febbraio 405 al Vescovo di Tolosa, Esuperio. Nello stesso tempo s. Girolamo (11) inveisce contro il sacerdote della Gallia meridionale, Vigilanzio, per il cui influsso alcuni chierici maggiori ordinati dopo il matrimonio continuavano talvolta a generare figli. Le decretali di Innocenzo non introducono affatto la continenza del clero, ma mirano soltanto a stabilire delle precise norme giuridiche, perché si possa procedere in maniera equanime e unitaria contro i chierici trasgressori. Non conosciamo chiaramente quale fosse in proposito lo stato di tale disciplina nelle singole regioni della Gallia, ma almeno in Aquitania, dove compare Vigilanzio, si avverte che egli, senza contestare la continenza dei chierici maggiori, vorrebbe che il suo Vescovo permettesse ai chierici minori di sposarsi prima del diaconato, anche se dopo l’ordinazione diaconale dovevano vivere in continenza. Forse alla base dell’intervento di Vigilanzio c’era un problema molto concreto. Alcuni monaci abbandonavano i loro chiostri e venivano incardinati nel clero diocesano e addetti alla cura d’anime dapprima come chierici minori. Alcuni di loro intendevano frattanto sposarsi e generare figli, e trovavano in ciò l’appoggio di Vigilanzio. Di qui la reazione di s. Girolamo che, per il suo zelo a favore del monachesimo, ha visto forse in Vigilanzio un avversario della continenza anche nel clero maggiore. Certo in Occidente nel IV secolo sono emerse delle difficoltà per l’osservanza della continenza causate dalla diffusione della Chiesa anche nelle campagne, dove talvolta s’ignoravano consuetudini anche obbliganti. Di qui l’impegno di Papi, Vescovi e teologi per l’approfondimento dei motivi della continenza e la sua regolazione globalmente unitaria, che porta a sicurezza giuridica e stabilità. La continenza, eredità comune dell’Oriente e dell’Occidente Da quanto si è documentato si rilevano l’eredità comune della Chiesa Orientale e Occidentale circa la continenza dei chierici maggiori e la perfetta concordanza delle decretali papali con la disciplina orientale, perché miravano solo ad evitare abusi in Occidente contro il sospetto di manicheismo e l’euforia della verginità (183-258). La crescente coscienza della responsabilità dei Vescovi di Roma per l’unità nella tradizione apostolica anche circa la disciplina essenziale spiega i loro interventi, perché in Occidente si conservi integra la continenza dei chierici come era praticata anche in Oriente sin dagli inizi apostolici. Nel quinto secolo la continenza dei chierici maggiori non era in crisi in Oriente come si potrebbe supporre da alcune dichiarazioni dello storico della Chiesa, Socrate. Egli, infatti riferendosi alla Tessaglia, alla Macedonia e alla Grecia, dice che di recente anche i suddiaconi sposati dovevano vivere in continenza. La notizia da lui riportata circa Vescovi che generavano figli e circa la leggenda di Pafnuzio provengono dai novaziani, i quali volevano giustificarsi per non esigere più la continenza dai chierici maggiori sposati. A loro si appoggiavano a Costantinopoli gli avversari della continenza e i chierici maggiori che non l’osservavano. D’altra parte la stessa leggenda di Pafnuzio presuppone che nella Chiesa bizantina si desiderava e osservava la continenza dei chierici maggiori. Anche il codice legislativo di Teodosio del 420 la prescriveva. L’imperatore Giustiniano (527-565), il cui influsso si faceva sentire anche nell’ambito della Chiesa latina, riordinò tutta la disciplina della continenza, ribadendo la sua obbligatorietà e stabilendo che i Vescovi sarebbero stati scelti preferibilmente tra gli ecclesiastici non sposati e i monaci (12), mentre quelli sposati e senza figli dovevano vivere lontano dalle proprie mogli (13). Intanto l’apparizione e la fulminea espansione dell’Islam sconvolge la Chiesa d’Oriente. L’Africa cristiana, la Siria, la Palestina, la Mesopotamia e l’Egitto cadono sotto il suo dominio tra il 635 e il 642. Dei quattro Patriarcati orientali resta in piedi solo quello di Bisanzio, che per di più a nord deve fronteggiare le invasioni slave e bulgare. Lo sconvolgimento politico provoca una crisi intellettuale e morale paragonabile a quella che nel quinto secolo era seguita alla caduta dell’Impero romano. Nello stesso tempo la Chiesa bizantina è in crescente tensione con la Sede papale, che contesta il canone 20 del Concilio di Calcedonia del 451, il quale aveva conferito alla “nuova Roma” autorità patriarcale sulle Chiese metropolitane delle diocesi del Ponto, dell’Asia proconsolare e della Tracia. Leone Magno l’ha respinto dichiarandolo contrario ai canoni di Nicea e ai diritti delle Chiese particolari. Nel sesto secolo Giustiniano da abile politico era riuscito solo a mantenere lo statu quo, senza eliminare i disaccordi. Il Concilio Quinisesto del 691, che riunì 215 Padri greci, orientali o armeni sotto la cupola o trullo del Palazzo imperiale di Bisanzio, pur proponendosi di riformare gli abusi e gli errori del suo tempo, lo fece ostentando il disaccordo con la Chiesa latina, tanto che papa Sergio (687-701) di origine siriana, dichiarò di preferire la morte piuttosto che riconoscere certi canoni contrari all’ordine della Chiesa. Il Quinisesto anche se ha detto l’ultima parola della disciplina ecclesiastica per la Chiesa greca, conserva più di un’usanza conforme a quella della Chiesa latina. Il canone 12 proibisce ai Vescovi ordinati di abitare con le proprie mogli per evitare lo scandalo del popolo; il canone 48 prescrive che la moglie del Vescovo, che si è separata da lui di comune accordo, deve entrare, dopo la di lui consacrazione, in un monastero distante dalla residenza episcopale. Avrà però diritto ad essere sostenuta da suo marito e, se ne è degna, ad essere promossa alla dignità di diaconessa, non all’ordine del diaconato. Si sa che, specialmente dopo Leone Magno, la tradizione latina autorizzò per molto tempo i chierici maggiori sposati a continuare a convivere con le proprie mogli, osservando però stretta continenza. Dal sesto secolo i concili occidentali esigettero a poco a poco la separazione del Vescovo dalla moglie. Quindi per il Vescovo l’obbligo della continenza perfetta era identica a Roma e a Bisanzio. Stando ai canoni 3 e 6 possono essere ammessi al chiericato i monogami, purché la moglie sia stata vergine, di condizione libera e non abbia esercitato alcuna professione considerata disonesta. Il canone 13 in contrasto con la regola vigente nella Chiesa latina, sancisce: “… noi, conformandoci all’antica regola della stretta osservanza e della disciplina apostolica, vogliamo che i legittimi matrimoni degli uomini consacrati a Dio rimangano in vigore anche in futuro, senza sciogliere il legame che li unisce alle mogli, né privarli dei mutui rapporti nei tempi convenienti. In tal modo, se qualcuno è giudicato degno di essere ordinato suddiacono o diacono o sacerdote, non gli venga impedito di avanzare in questa dignità perché ha una moglie legittima, né si esiga da lui di promettere, al momento della sua ordinazione, che si asterrà dai rapporti legittimi con sua moglie, in caso contrario offenderemmo il matrimonio istituito dalla legge di Dio e benedetto dalla sua presenza, mentre la voce del Vangelo ci grida: “non divida l’uomo quelli che Dio ha congiunti” (Mt 19, 6; Mc 10, 9); e l’apostolo insegna: “il matrimonio sia da tutti rispettato e il letto coniugale resti senza macchia” (Eb 13, 4); e ancora: “Sei legato ad una donna coi vincoli di matrimonio? Non cercare di scioglierli” (1 Cor 7, 27). Sappiamo d’altronde che i Padri riuniti a Cartagine, per misura di preveggenza, data l’importanza dei costumi dei ministri dell’altare, hanno deciso che “i suddiaconi, i quali accedono ai santi misteri, i diaconi e anche i presbiteri, si astengano dall’unirsi alle loro mogli durante i periodi loro particolarmente [indicati]“. Così anche noi conserveremo ciò che fu trasmesso dagli apostoli e osservato da tutta l’antichità, sapendo che vi è un tempo per ogni cosa, soprattutto per il digiuno e la preghiera: è necessario infatti che quelli che si avvicinano all’altare, nel periodo in cui trattano le cose sante, siano del tutto continenti, per ottenere ciò che domandano a Dio in tutta semplicità”. Perciò, se qualcuno agendo contro i canoni apostolici, osa privare un chierico ordinato, cioè un presbitero, un diacono o un suddiacono, dei rapporti coniugali e della comunanza di vita con la sua legittima moglie, sia deposto; come pure “se un presbitero o un diacono manda via la moglie col pretesto della devozione, sia scomunicato e, se persiste, deposto” (286). Questo canone trullano si distacca dalla norma della Chiesa latina, per la quale si esigeva dagli uomini sposati l’impegno della continenza perfetta al conferimento del suddiaconato, del diaconato o del presbiterato. In Occidente il matrimonio non impediva l’accesso ai ministeri ordinati, conservava la sua indissolubilità dopo l’ordinazione e giustificava la convivenza del chierico maggiore con la propria moglie da fratello e sorella. La Chiesa latina, richiedendo la perfetta continenza, non “separava ciò che Dio aveva unito” e, pur giudicando perfettamente compatibili il matrimonio e il ministero ordinato, elevava il modo di vita dei suoi ministri a livello ritenuto rispondente alla loro missione. I Vescovi del Concilio Quinisesto, per introdurre un’innovazione rilevante in questo settore, si appellano alla “antica regola della stretta osservanza e della disciplina apostolica”, quale sarebbe testificata dal Concilio di Cartagine del 390 tramite citazioni tratte dal Codex canonum Ecclesiae Africanae, collezione oggi ritenuta apocrifa. Il Concilio Quinisesto, utilizzando il Concilio di Cartagine per risalire al periodo apostolico, ne riconosce l’importanza come testimonianza della disciplina primitiva. Però i Padri bizantini, diversamente da quelli di Cartagine, non menzionano nel canone 13 il Vescovo e richiedono dai presbiteri e dai diaconi non più la continenza perfetta quale si conviene al loro stato secundum propria statuto ma solo quella temporanea durante i periodi “che sono loro particolarmente assegnati”. L’espressione latina del Concilio di Cartagine era stata tradotta dal Codex _ kata tous idious òrous _ costruzione greca interpretabile nel senso voluto dai Padri del Concilio Quinisesto. Nonostante questa differenza, le tradizioni orientale e latina concordano sull’origine apostolica del dovere della continenza _ temporanea o perpetua _ e sul suo fondamento biblico-teologico. I chierici maggiori sono tenuti ad astenersi dai rapporti coniugali in quanto “ministri dei misteri divini” nella nuova alleanza e mediatori del popolo attraverso la preghiera. Questo legame non è messo in discussione dalla legislazione trullana, anzi è in certo qual modo sottolineato dall’obbligo della continenza periodica. Giustamente nota Cochini: “Si può supporre che, se l’uso della celebrazione quotidiana si fosse stabilito nelle Chiese d’Oriente, l’argomento a fortiori sviluppato da Siricio avrebbe certo avuto effetti simili nella legislazione bizantina del settimo secolo. O, invece, sarebbe stato difficile ai latini mantenere il principio di una continenza giornaliera se, in un modo o nell’altro, la preghiera degli intercessori del popolo di Dio non fosse stata da essi concepita come una missione ininterrotta” (14). I Padri dei primi secoli indicano spesso il celibato e la continenza perfetta come un libero dono gratuito di Dio da accogliere con fede e costante preghiera. Perciò i Vescovi consideravano significativo e necessario interrogare il candidato agli ordini maggiori sulla sua disponibilità ad osservare la perfetta continenza. Chi dava il suo assenso, poteva essere certo di averne ricevuto il carisma tanto da loro desiderato e implorato dall’alto. Anche se l’obbligo della continenza si ricollegava sotto qualche aspetto alla prassi cultuale del giudaismo e del paganesimo come eminente espressione di religioso rispetto davanti a Dio, sin dalle origini assunse per il ministro ecclesiale il senso di dedizione totale libera e gioiosa al Padre e a tutti i fratelli, che andava realizzata esistenzialmente, in unità di culto e di vita sempre disponibile, soprattutto nella Celebrazione Eucaristica, attualizzazione dell’offerta sacrificale di Cristo per unificare i figli di Dio che erano dispersi (Gv 11, 52). Il pregio dell’indagine storica di Heid sta nell’aver presentato con obiettività come l’intera Chiesa subito comprese che il legame tra sacerdozio e celibato fluisce coerentemente dallo stile di vita di Gesù, testimoniato dal Vangelo, da cui sono nati impulsi per determinate attuazioni. Ora Gesù, che si è donato come sposo una volta per sempre a tutta la Chiesa e si rivolge, attraverso di essa, all’umanità senza discriminazione alcuna, ha costituito il ministero ordinato. Lo stile di vita dei ministri, che deve riflettere in modo particolare quello del Maestro, si è concretizzato sin dal periodo apostolico anche con il celibato o almeno con la perfetta continenza, senza affatto svilire il valore del matrimonio, anzi confermandolo con la propria testimonianza. Essendo il celibato secondo il Nuovo Testamento una delle forme più importanti della sequela di Cristo, esso è stato praticato ed esigito senza che fosse in alcun modo violata la libertà di coloro che, conformati a Cristo con l’ordinazione, avevano anche la missione di testimoniare che la Chiesa fa costante riferimento a Cristo come suo unico sposo. Nel mondo d’oggi, in cui alcuni non sembrano percepire facilmente il senso del celibato sacerdotale, è indispensabile offrirne la vera giustificazione nella sequela di Cristo, inserirlo nell’ambito della radicalità evangelica, anche se non nella modalità della vita consacrata, e sottolineare, tra l’altro, che per il celibato che Gesù offre al sacerdote, questi non è isolato né allontanato dal mondo ma, secondo una visuale di fede, è pienamente incarnato, inserito nella storia e in comunione con tutti. Merito anche di Heid è l’aver fatto vedere lo sviluppo della comprensione del celibato e della continenza sacerdotale nei primi secoli, anche se non sono mancate difficoltà e contrasti. Si sono quindi già allora poste le basi indispensabili per comprendere in ogni tempo il ministero sacerdotale nella sua verità e bellezza e per attuarlo con dedizione totale e gioia profonda.
NOTE
1) Stefan Heid, Zölibat in der frühen Kirche. Die Anfänge einer Enthaltsamkeitsflicht für Kleriker in Ost und West, Ferdinand Schoening, Paderborn-Monaco-Vienna-Zurigo 1997, 339pp.
2) Gryson R., “Dix Ans de Recherches sur les Origines du Célibat ecclésiastique. Réflexion sur le pubblications des années 1970-1979″, in Revue Théologique de Louvain 11 (1980) 157-185. Id., Les Origines du Célibat ecclésiastique du premier au septième siècle, Gembloux 1970.
3) Franzen A., Zölibat und Priesterehe in der Auseinandersetzung der Reformationszeit und der katholischen Reform des 16. Jh.s., Münster, ed. 2, 1970. (Celibato e matrimonio dei preti nelle controversie del tempo della Riforma e della Riforma cattolica).
4) Denzler G., Zur Geschichte des Zölibats, Freiburg, 1993 (Storia del celibato).
5) Cochini C. Origines apostoliques du célibat sacerdotal, Le Sycamore, Lethellieux Namur-Paris 1981; Id., “Il Celibato sacerdotale nella tradizione primitiva della Chiesa”, in G. Pittau-C. Sepe (curr), Identità e missione del sacerdote, Città Nuova, Roma 1994, pp. 166-189.
6) Cholij R. “Il celibato nei Padri e nella storia della Chiesa”, in Solo per amore, ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1993, pp. 27-47; Id., Clerical Celibacy in East and West, Hereforshire 1989.
7) Stickler A.M., Il celibato ecclesiastico. La sua storia e i suoi fondamenti teologici, Lib. Ed. Vaticana, Città del Vaticano 1994; Id. ; “Evoluzione della disciplina del celibato nella Chiesa d’Occidente dalla fine dell’età patristica al Concilio di Trento”, in Coppens J (cur.), Sacerdozio e celibato, ed., Ancora, Roma 1975, pp. 505-509. Cfr anche Cattaneo E. I ministeri nella Chiesa antica. Testi patristici dei primi tre secoli, ed., Paoline, Cinisello Balsamo 1997, pp. 132-144.
8) Citato da Cochini, “Fondamenti storici del celibato sacerdotale”, in Sacrum Ministerium 3 (1997) 2, 74.
9) Così Girolamo, Contro Gioviniano 1, 35, scrive: “Oportet ergo episcopum irrepreehnsibilem esse, ut nulli vitio mancipatus sit; unius uxoris virum qui unam uxorem habuerit, non habeat”, PL 232, 470.
10) Gryson R. Les Origines du Célibat, cit. p. 127.
11) In Contro Vigilanzio 2, PL 23, 2, 356, s. Girolamo fa osservare con impeto: “Che farebbero le Chiese d’Oriente? Che farebbero quelle dell’Egitto e della Sede apostolica, che accettano solo chierici celibi o continenti, o che, se hanno avuto una moglie, hanno rinunciato alla vita matrimoniale?”.
12) Novella 6, cap. I.
13) Novella 123 (546), cap. 29. 14) Cochini, Il celibato sacerdotale…, cit., p. 185.
L’OSSERVATORE ROMANO, 16 Gennaio 1998
