DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
Per dirla alla Bonhoeffer, talvolta nella chiesa si vede la resa, non la resistenza. Amicone-Ferrara
esterno alla chiesa ha scritto mercoledì sul
Papa “dignitosamente umile di fronte al
mondo” le fa onore. Mi pare scorgervi una
rinnovata richiesta di non separare la fede
dalla ragione, l’esame della chiesa dall’esame
della realtà (se, a maggior ragione, è vera
fede e vera verità, come dice Paolo, che “la
realtà è Cristo”). Dualismo, purtroppo, che in
questo bello e terribile frangente di conflitto
tra chiesa e mondo, sembra farla da padrone
sia dalla parte di chi schifa la chiesa per
partito preso sia nella stessa cristianità. Per
la parte diciamo così laicista, in cui mancano
anche solo i presupposti di una mentalità
aperta, si veda ad esempio l’interpretazione
che del “terrificante” papale riferito al male
interno alla chiesa ha offerto il País nel commento
di Miguel Mora pubblicato mercoledì.
Alla congrega pregiudizialmente anticattolica,
Mora suggerisce una svolta storica: ragazzi,
dopo aver bombardato B-XVI, adesso
è venuto il tempo di difenderlo, strumentalmente,
come “gladiatore solitario”. Mentre di
tutto il resto, scrive testualmente El Pais, da
Sodano a Silvestrini, da Dziwisz a Comunione
e liberazione, cominciamo a parlarne come
di gente “immorale”, “putrida”, “pederasti
e reazionari manifestamente corrotti” che
si oppongono ai veri credenti, “gli onesti”, “i
cristiani anonimi”, quelli “che si appellano
alla spiritualità e alla onorabilità” della chiesa.
Una tentazione in fondo analoga a quella
che serpeggia dentro la stessa cristianità:
quella di separare la vita dalla dottrina,
“Cristo” e “W il Papa!” dall’essere presenti,
qui e ora, con tutto il “fattore umano” della
ragione, davanti ai fatti. A fare da sentinella
ai fatti. A combattere, con quelli di buona
volontà e disponibilità ad aprire la mente,
per i fatti.
Luigi Amicone
Al direttore - Lungi da me la volontà e soprattutto
la capacità di spiegare le parole e i
modi del Papa, ma da semplice fogliante seguace
del successore di Pietro mi permetto di
dire con grandissima ironia che il Papa è
molto in linea. Se ho percepito bene i suoi
messaggi in questo tempo di assoluta crisi,
penso di poter dire con grande semplicità che
al Papa non interessa come il Diavolo stia
attentando alla chiesa, quanto, piuttosto, che
è in atto una delle più importanti offensive
di quel furbacchione di Angelo al rovescio,
con tanto di corna e bastone a tre punte. Se
mi si passa l’ardita affermazione, ciò che interessa
al Papa (e a me) è che siamo sotto attacco;
il come è decisamente relativo.
Massimiliano Perri, Milano
Risposta di Giuliano Ferrara
Nelle lettere scritte in prigione prima
della fucilazione, a Tegel, l’eroico teologo
cristiano “adulto”, Dietrich Bonhoeffer,
parlò di un intreccio di resistenza e resa al
destino come criterio per un agire fertile
della chiesa. Talvolta, bisogna dire, si vede
la resa, ma non la resistenza. Beninteso,
viva Benedetto XVI.
© Copyright Il Foglio 14 maggio 2010
Costruire il tempio in mezzo alla bufera. di Luigi Amicone
Il Pontefice, i pedofili e “l’esplosione moralista” che vuole gettare un’ombra sulla possibilità di educare. Dialogo con il medico ciellino Giancarlo Cesana: «Don Giussani ci ha preparato a tempi terribili»
Oltre che un ciellino, Giancarlo Cesana è un medico e professore di Igiene presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Se la scorsa settimana il Wall Street Journal ha dedicato l’intera pagina per magnificare di eccellenza mondiale la sanità della Lombardia, ecco, dietro il successo (ormai quasi ventennale) della “cura” Formigoni, c’è anche il suo zampino. È noto, infatti, che Cesana e Formigoni sono amici da quasi mezzo secolo. E si sa che il Governatore lombardo non si è fatto mai mancare il consiglio, l’expertise e la regola del gioco di équipe insegnati da questo laico di estrazione socialista e, in un certo senso, cattolico malgrado una certa sua spiccata tendenza all’agnosticismo (un Tommaso col dito nel costato del discorso di don Luigi Giussani, si direbbe). Nominato la scorsa estate presidente della Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Cesana non cessa di frequentare una delle sue passioni preferite (la lettura dei giornali come preghiera quotidiana hegeliana) e di interrogarsi sulle vicende del secolo. Ha 61 anni e tre figli. Una sposata. L’altra fidanzata. E il maschio che ha abbracciato «per amore di Cristo e dei nostri fratelli uomini» una vocazione alla verginità laica (Memores Domini). Cesana è diventato nonno due anni fa e ha perso la moglie dieci anni fa. Il nostro colloquio parte dal monologo pubblico che siamo stati costretti a subire un po’ tutti. Un monologo durato oltre un mese e che promette di lasciare profonde ferite non soltanto nella Chiesa cattolica e nei rapporti tra cattolicità e cultura secolare, ma nel cuore dell’uomo occidentale.
Sembrava che dopo la straordinaria lettera del Papa ai cattolici irlandesi – straordinaria per franchezza e, al tempo stesso, umanità – in cui Benedetto XVI ha gridato il dolore e la vergogna della Chiesa, non ha minimizzato nulla, ha raccomandato pentimento, penitenza e gesti di ravvedimento concreto per gli abusi commessi da alcuni sacerdoti, le polemiche dovessero placarsi. E invece la risposta del circuito mediatico europeo e americano è stata alzare il tiro direttamente sul Papa. Come te lo spieghi?
Thomas Stearns Eliot nei Cori da La Rocca scrive: «Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa? Perché dovrebbero amare le sue leggi? Essa ricorda loro la Vita e la Morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare. È gentile dove sarebbero duri, e dura dove essi vorrebbero essere teneri». Per questo non è amata. I preti che predicano la purezza sessuale possono essere essi stessi colpevoli di atti ignominiosi. Vanno colpiti e con loro va colpito chi, non dimenticando e punendo la loro colpa, ha tuttavia nei loro confronti un atteggiamento ultimo di misericordia, di speranza in Dio che perdona e ricostituisce coloro che si pentono. È una occasione unica per i sostenitori della legge (la loro legge soprattutto) contro la carità, di convergere a fare in modo che il rappresentante di Dio, il Papa, sia processato dagli uomini.
Si è trattato di un vero e proprio assalto a Benedetto XVI. Un assalto condotto in maniera indiscriminata facendo leva su documenti piegati a interpretazioni capziose, tese alla manipolazione e alla falsificazione dei fatti. Insomma, un movimento rivolto a gettare generale discredito sul cattolicesimo. Un movimento che qualcuno ha addirittura paragonato a certi siparietti contro gli oppositori orchestrati dai peggiori regimi della storia (secondo il celebre detto “calunnia calunnia, qualcosa resterà”).
Sì. Tuttavia l’assalto non riguarda solo il Papa. Si tratta di un’esplosione moralista che ha le sue convenienze generali. Come diceva Giussani ne Il senso di Dio e l’uomo moderno: «È così che la moralità diviene moralismo accanito: o il comportamento fluisce dal dinamismo intrinseco ad un avvenimento cui uno appartiene, oppure è una soluzione arbitraria e pretenziosa di affermazioni fra cui dominano le scelte più pubblicizzate dal potere, e ad esse si è tenuti con scrupolo ad uniformarsi». Sembra che l’unico delitto sia la pedofilia, dei sacerdoti in particolare. Sembra che rispettati i fanciulli, tutto il resto sia lecito, o quasi. Anche l’onestà non vale più come una volta. Comodo, no?
Sembra che l’obiettivo non sia la tanto conclamata urgenza di “verità e giustizia” per le vittime, quanto piuttosto la spasmodica ansia di crocifiggere la Chiesa additandola all’opinione pubblica come una sorta di club di Barbablù. Però l’operazione è riuscita solo in parte. Sia perché, come è stato segnalato da Armando Torno sul Corriere della Sera (14 aprile), lo scandalo ha avuto echi significativi negli Stati Uniti e in Europa (con l’interessante eccezione dei paesi scandinavi), ma non in Russia e nel resto dello scacchiere internazionale. Sia perché autorevoli persone del mondo laico e non cristiano sono intervenute in difesa di Benedetto XVI. Cito, per tutti, l’editoriale del New York Times sotto il titolo “Il miglior Papa” e l’intervento sul Jerusalem Post dell’ex sindaco di New York, l’ebreo e laico Ed Kotch, che non solo ha difeso il Papa, ma ha suggerito esplicitamente che l’attacco non aveva altre giustificazioni se non quella di colpire un’autorità internazionale che non si rassegna a omologarsi alla cultura e politica secolarizzata.
Meno male che ci sono stati questi difensori del Papa, e dei preti. Purtroppo l’appello di Voltaire, «calunnia, calunnia che qualcosa resterà», può lasciare nell’animo un’incertezza, che mette in dubbio la capacità dei preti di educare. Non solo dei preti, anche dei laici impegnati nella educazione alla fede o ad altro. Come se nell’impegno educativo, che tende inevitabilmente al coinvolgimento con i giovani, ci fosse un secondo fine, sporco, che elimina la gratuità. Temo che senza l’incontro con una forte esperienza educativa, il dubbio possa avere effetti velenosi. Già negli Stati Uniti i responsabili delle scuole (cattoliche) e i genitori guardano con diffidenza gli insegnanti che si vedono con i ragazzi oltre l’orario scolastico.
Come si fa a continuare a educare in un contesto sociale in cui tutto si orienta alla separazione onde evitare il rischio della “contaminazione”?
Bisogna semplicemente continuare a educare. L’educazione è un bene così grande che adulti e giovani non vi possono rinunciare. La tempesta passerà, lascerà parecchia distruzione, ma passerà. Inoltre bisogna tener conto che, per alcuni, la tempesta non c’è mai stata. Innanzitutto questi ricostruiranno. Noi ricostruiremo. Giussani non ha vissuto invano, ci ha preparato ai tempi terribili, che sono venuti e ancora devono venire. Terribili, come diceva sempre Eliot, perché «se il Tempio dev’essere abbattuto, dobbiamo prima costruire il Tempio».
È paradossale, ma nel mondo della liberazione sessuale si stanno aprendo voragini di sessuofobia. Mi viene in mente che, all’epoca della sessuofobia cattolica, non fu il ’68 ma don Giussani a rompere per primo la legge della separazione dei sessi, nella scuola e nelle associazioni cattoliche, nel nome dell’unicità del bisogno umano ed educativo. Adesso che siamo all’epoca di un moralismo esattamente speculare contrario – scemo chi non fa di tutto e di più – quei muri rinascono più alti che negli anni Cinquanta.
Secondo me non c’è la sessuofobia, ma la “sessuofilia”. Mettono i preservativi nelle scuole e sembra che non si parli d’altro e che si faccia molto. Solo che nella sessualità c’è qualcosa che non lascia tranquilli. «Nihil parvi de sexto» (non c’è nulla di poco importante nel sesto comandamento – “non commettere atti impuri”) mi disse una volta Angelo Scola, quanto era ancora semplice prete (adesso è Patriarca di Venezia). Questa pericolosità della trasgressione, o libertà sessuale, fa da spunto al moralismo, che non è sessuofobico, è ideologico.
Ribadisco. Parlare di amore, affettività, amicizia, gratuità, nella confusione e violenza dei tempi presenti, sembra la cosa più naïve che si possa immaginare. Di colpo ci scopriamo tutti più scettici, minati nelle certezze più intime, elementari e morali. Come il famoso risotto che ti preparava la mamma e che, per definizione, non poteva essere avvelenato “perché la mamma ti vuole bene”. E invece no. Bisogna iniziare a dubitare anche della mamma. E se perfino il prete può far del male ai bambini, ne consegue che bisogna iniziare a dubitare pure di Gesù. Meglio, bisogna iniziare a disinteressarsi definitivamente di tutto ciò che promette l’amore con la “A” maiuscola, e disinteressarsene per sempre. Tutto è ingannevole, fino a prova contraria. Tu, dall’alto dei tuoi sessantuno anni, tre figli, un’amatissima moglie che non c’è più e molti amici, che ne dici?
Dico che il rischio è quello che dici tu, ma che il cuore dell’uomo dice il contrario. Tutti hanno così bisogno di amore che si accontentano se l’iniziale è minuscola. Poi, purtroppo, si perdono nell’enfasi eccessiva, o assente, del sentimento. Amare ed essere amati è uno sguardo agli altri e a sé che sospinge verso il destino, quello per cui si è fatti – perché non ci siamo fatti! Amare ed essere amati non esiste senza giudizio, fedeltà e sacrificio di sé. Solo che bisogna conoscere il Destino (con l’iniziale maiuscola), altrimenti ci si perde. «Ama il Signore Dio tuo» e, che è lo stesso, «ama il tuo prossimo come te stesso», questo significa: per amare Dio bisogna amare gli uomini, fatti a immagine di Dio; e per amare gli uomini bisogna amare Dio.
Tu vai ancora tra i giovani, segui ragazze che faranno domani le infermiere e ragazzi che sono già medici. Uno dei tuoi giovani amici è diventato medico, ha lavorato un anno in ospedale e adesso è entrato in seminario. Un bel momento storico per fare il prete. Che gli racconti, cosa ti raccontano?
Racconto quello che ho vissuto e sento io, quello di grande e affascinante in cui sono stato trascinato senza averlo previsto. Ovviamente, entrare nei particolari sarebbe lungo. In sintesi, cerco di comunicare e documentare che la vita ha un senso e nulla succede per caso. I ragazzi sono interessati, ovviamente non solo a me, ma a tutto quello che vale la pena di vivere, cioè a quello per cui si può dare la vita. Perché impegnarsi è dare la vita; la vita si dà o viene portata via. Così qualcuno si fa anche prete – perché glielo dice Dio, non io – dimostrando così non solo che c’è un ideale grande per cui si può dar la vita, ma che questo ideale ha un nome: Cristo, il volto di Dio.
Ci sono giudici che si propongono come commissari in Chiesa e c’è un artista ateo che sentendo di un caso di sacerdote accusato di avere un trasporto eccessivo nei confronti di un bambino, mi è stato riferito, abbia detto una battuta che naturalmente non voleva rappresentare una giustificazione della pedofilìa, ma un apologo pungente contro un generale andazzo di formazione umana, clericale o laica essa sia, fondamentalmente anaffettiva. «Quel prete – commentava quell’artista ateo – almeno ama qualcuno…». Cosa ne pensi?
Quando uno dà la vita, sessualità inclusa, a Dio, fa una cosa eccezionale, i preti e i “vergini” non sono mai stati molto numerosi. Lo scopo di questa eccezionalità è la testimonianza dell’amore di Dio gratuito per tutti gli uomini, cioè è per una fecondità non biologica, ma allo stesso modo generatrice di figli per la Chiesa e per il mondo. Questa fecondità, come tensione più diffusa e pervasiva, non può che guardare con simpatia e mimesi alla fecondità particolare del matrimonio. Così, un uomo e una donna che si amano non sono veramente generativi, di se stessi e dei figli, senza imparare dalla gratuità della verginità che, per possedere tutto, non possiede nulla. Gli adulti si differenziano dai giovani perché il loro compito è generare gratuitamente. I preti apprendono la fecondità dell’amore attraverso la via eccezionale della verginità; gli sposati apprendono la gratuità dell’amore attraverso la “normalità”, comunemente intesa, del loro rapporto. Le dimensioni fondamentali dell’amore sarebbero completamente astratte, prive di esempi, se non ci fossero preti, frati, suore e sposati. Il problema sta diventando proprio questo: che l’amore è un interesse astratto e, quando non è astratto, è un istinto pericoloso.
Il NYT e pure qualche vescovo vorrebbero arrostire il Papa sotto il sole di Satana. Di Luigi Amicone
agli standard democratici dell’epoca.
E magari pure inchinarsi alla
lezione cesarobattista di Barack Obama.
A cos’altro allude la caccia agli
untori pedofili? Avvocati nelle corti
federali di Kentucky e Oregon cercano
di portare alla sbarra Benedetto
XVI poiché un prete non sarebbe un
individuo che, come tutti gli altri, è
dotato di libero arbitrio e responsabilità
personale, ma sarebbe soltanto
uno dei tanti “dipendenti del Papa”.
Studi legali anglosassoni bussano alle
case di riposo in cerca di vecchietti
che si dichiarino abusati negli anni
del baby boom e riempiono i giornali
di inserzioni che dal “life is short, get
a divorce” trasmigrano nel più attuale
e redditizio “vuoi diventare milionario?
Metti tuo figlio in seminario
per un anno e poi passa da noi”. Come
ben scrive Messori, trionfa la “ferocia
giacobina” mediatizzata, e nel
nome della “giustizia e della verità”,
il fiele dei Prosperi trova negli editoriali
dello Spiegel la concordante,
sprezzante richiesta di “dimissioni”
di un Papa. Non passa giorno che, alla
vista della grossa preda, l’onda non
si gonfi di schiuma, astio, prepotenza.
Una presidentessa della Svizzera esige
una lista nera dei preti. Una popstar
irlandese si prende come un impertinente
punkabbestia la testa dell’inquisizione
dei preti. Tanto rumore
per nulla? No. Tanto rumore per insegnare
al Papa come abrogare il celibato
sacerdotale con correttezza politica
e come sposare preti-donna con il
diritto canonico del New York Times.
Alle bussole con cui il potere mondano
vorrebbe riorientare il viaggio
della nave del romano Pontefice nei
flutti della storia, il senzapatria Benedetto
XVI ha appena risposto, nella
domenica di vigilia pasquale – e di
passione e di morte e di resurrezione
del Cristo sotto il sole di Satana – con
il dolce e forte “L’uomo può sprofondare
nella palude della menzogna e
della disonestà, ma Gesù conduce
verso il coraggio che non si lascia intimidire
dal chiacchiericcio delle opinioni
dominanti”. Da quale altrove,
dunque, e giusto nell’occhio del ciclone
antipetrino, l’illustre arcivescovo
emerito della più grande diocesi cattolica
del mondo, sua eminenza il cardinale
Carlo Maria Martini, parlò di
“cosa può fare la chiesa per evitare in
futuro nuovi casi di violenza e abuso
a sfondo sessuale?”. Ma certo, egli
parlò dall’altrove dello standard democratico.
Parlò dal regno della “discussione”.
Ma sia chiaro, per quanto
indiscutibile sia il primato del Papa,
“l’obbligo del celibato deve essere ripensato”.
E così, come negli splendidi
e inquietanti gargoyle che incastonano
le facciate delle cattedrali medievali,
la mesta e ambigua tentazione
si affacciò proprio nel mentre la
tempesta anticattolica e antipapista
infuriava. Mai sentimmo tanto profetico
e duro e sorprendente per un alto
prelato il comunicato diffuso la settimana
scorsa dalla diocesi mitteleuropea
di Trieste, il j’accuse intrepido,
firmato dall’arcivescovo Giampaolo
Crepaldi: “Alle persecuzioni nei confronti
di tanti cristiani, crocefissi in
senso letterale in varie parti del mondo,
ai molteplici tentativi per sradicare
il cristianesimo nelle società un
tempo cristiane con una violenza devastatrice
sul piano legislativo, educativo
e del costume che non può trovare
spiegazioni nel normale buon
senso si aggiunge ormai da tempo un
accanimento contro questo Papa… attacchi
a cui fanno tristemente eco
quanti non ascoltano il Papa, anche
tra ecclesiastici, professori di Teologia
nei seminari, sacerdoti e laici,
promuovendo forme di controformazione
e di sistematico magistero parallelo
guidati da molti ‘antipapi’”.
Così, mentre si sprecano i sondaggi
sull’auspicabilità di donne in clergyman
e di preti convolanti a nozze sub
fiori d’arancio, tornano a fare capolino
i vecchi arnesi di quella teologia
della liberazione atterrata nella polvere
con le armi dell’intelligenza e
della carità proprio da quell’ex prefetto
e custode della dottrina cattolica
Joseph Ratzinger oggi sotto attacco leguleio
e mondano. I preti dell’antico
castrismo trasmigrati all’ombra chavezista
assaporano il piatto della vendetta
e si scagliano contro “i tabù sessuali
nella chiesa”. In effetti, come testimonia
il teologo della liberazione
maggiormente in carriera, l’ex vescovo
e presidente del Paraguay Fernando
Lugo che ha avuto un figlio durante
la sua carica di prelato (ma forse
anche più d’uno e, anzi, una dozzina,
come sostengono svariate donne che
dicono di essere state le sue amanti e
che negli scorsi mesi si sono rivolte ai
tribunali per chiedere esami del Dna,
risarcimenti e alimenti dal loro teologo
e presule della liberazione politica
e sessuale), anche i teologi progressisti
devono avere i loro tabù se nel
summit dei presidenti dell’America
latina all’epoca del panico da influenza
H1N1 un giornale brasiliano ha ricordato
loro che invece di avere la
mascherina sulla bocca il loro attuale
leader paraguagio la mascherina dovrebbe
portarla sul pisello.
E’ sempre la solita vecchia storia. A
uno schioccar delle dita, a un saltar
del leone nel cerchietto di fuoco, a
uno strillar di grillante sulla pubblica
piazza, si rispecchiano nel sondaggio
l’ondivagar della folla, l’applaudire
del circo, della Rete il raglio belluino.
E’ sempre la solita vecchia tecnica
non democratica, ma, piuttosto, goebbelsiana
o da “totalitarismo etico”. Si
prende un orecchio e si ascolta solo
ciò che si vuole ascoltare. Si prende il
riflettore e, direbbe Erich Auerbach,
“di tutto un’ampia realtà o narrazione
s’illumina una piccola parte, ma tutto
il resto, che servirebbe a spiegarla e a
dare a ciascuna cosa il suo posto, e
verrebbe, per così dire, a formare un
contrappeso a ciò che è stato messo in
risalto, viene lasciato nel buio. In questo
modo viene detta apparentemente
la verità, poiché quanto è detto è incontestabile,
e tuttavia tutto è falsato,
essendo che la verità è composta di
tutta la verità e del giusto rapporto fra
le singole parti.
Del resto, se vogliamo davvero rispondere
alla famosa tremenda domanda
(“ma quanti sono i preti cattolici
pedofili?”) bisogna rimandare i
lettori all’articolo di Massimo Introvigne
(cfr.www.cesnur.org) e alle sue
non smentite fonti della John Jay College
of Criminal Justice della City
University of New York, la più autorevole
istituzione accademica in materia
di criminologia degli Stati Uniti,
dove i casi di pedofilia nelle chiese
protestanti sono sei volte superiori a
quelli della chiesa cattolica (come è
noto la maggior parte dei preti protestanti
sono sposati, dunque, cosa c’entra
il celibato?): “Dal 1950 al 2002
4.392 sacerdoti americani (su oltre
109.000) sono stati accusati di relazioni
sessuali con minorenni, accusati di
effettiva pedofilia sono 958 in cinquantadue
anni, diciotto all’anno. Le
condanne sono state 54, poco più di
una all’anno. Il numero di condanne
penali di sacerdoti e religiosi in altri
paesi è simile a quello degli Stati
Uniti”.
© Copyright Il Foglio 31 marzo 2010
Ma senza un «impossibile nuovo inizio» resta solo una battaglia di retroguardia. Natale e famiglia. Luigi Amicone
Scene da un matrimonio. Il caso dei 3,5 milioni di euro mensili richiesti come “assegno di sostentamento” al nostro Monarca dalla sua Regina. Ma quanto è glamour, fa gossip, celebrità. Benedetta e maledetta famiglia. Tradizionale, allargata, famola vip o famola strana. Dispiace, annoia, infastidisce, ma questo è. Ci sono arrivati perfino gli economisti. Adesso dicono che non avere famiglia è di sinistra e che quello che ha mandato il mondo in vacca non è la finanza anglosassone taroccata. No. È il “familismo amorale”. Quel “familismo di stampo italiano”, sostengono Ichino e Alesina, che appesantisce il mercato, crea sfiducia negli altri e incatena la donna alla mutanda del bambino piuttosto che liberarla in carriera. A proposito di carriere. Chissà se, adesso che il Partito comunista di Pechino lo ha assunto come opinionista nella tv di Stato, il cattolico adulto Romano Prodi illustrerà i vantaggi competitivi che ha il modello cinese. Senza quel fronzolo di sindacato, la sua moderna politica del figlio unico e 13 milioni di aborti forzati l’anno (AsiaNews, 31 luglio 2009, precisa: «Wu Sangchun, funzionario della Commissione statale per la popolazione nazionale e la pianificazione familiare, osserva che almeno la metà degli interventi hanno una finalità “contraccettiva”»).
Dalla morgue degli economisti à la carte, alla leggerezza dell’intrattenimento mediatico. Tiger Woods ha troppe amanti. Ma davvero? Se è per questo, da Famiglia Cristiana a Io Donna, dall’azzimato Signorini alle smutandate del Grande Fratello, di amanti, sciupafemmine e patriziedaddario c’è la piena del Po. Dal tam tam del “così fan tutti” succede poi che discenda richiesta di “nuovi diritti”. Lotta per le coppie di fatto e gay? Non solo. Tutti reclamano giustizia per i sentimenti. Tutti sostengono che a qualsiasi matrimonio e famiglia c’è rimedio. Perciò sono pochi gli ecclesiastici disposti a rischiare in prima persona su questo argomento. E nessuno, come ha fatto l’arcivescovo di Bologna, il cardinale Carlo Caffarra, che prenda carta e penna e scriva alla giunta regionale, non in nome della Humanae Vitae o della Dottrina sociale della Chiesa, ma in nome delle proprie convinzioni e del diritto a esprimerle nello spazio pubblico, che così non va. Che va bene l’amorevole solidarietà e l’egualitarismo scanzonato. Ma non si distribuiscono quei pochi spiccioli che si distribuiscono per la famiglia a chiunque dica “amore”. (Per inciso: è però talmente diventato tutto relativo che c’è chi, come il governo laburista di Londra, s’è rassegnato a riconoscere per vie oblique perfino la poligamìa; s’intende, purché essa sia approvata e regolamentata dai tribunali islamici).
«Rabbì, ma allora non conviene sposarsi»
Dunque, su amore, matrimonio e famiglia, grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente. A questo proposito, don Julián Carrón, erede di don Luigi Giussani alla guida di Comunione e liberazione, si chiede: «Come è potuto succedere? Come è possibile che la chiarezza che si era raggiunta sulla natura del matrimonio e che si era confermata nei secoli nel giro di così poco tempo sia stata messa in discussione in una modalità così generale?». Nella Spe salvi, prosegue Carrón, che ha illustrato queste cose in una conferenza al Centro culturale di Milano, Benedetto XVI offre una chiave interpretativa: «Un progresso addizionabile è possibile solo in campo materiale». Nelle conoscenza scientifica si procede «verso una padronanza sempre più grande della natura». Non altrimenti succede «nell’ambito della consapevolezza etica e della decisione morale». Dove «non c’è una simile possibilità di addizione per il semplice motivo che la libertà dell’uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni». Dunque – ed ecco spiegata la “situazione eccellente” e, al limite, l’inevitabilità di tutte le cause gay-lesbo-transgender che ci accompagneranno di qui ai prossimi vent’anni – le decisioni «non sono mai semplicemente già prese per noi da altri… La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio».
«Nuovo inizio. Sarà difficile trovare una espressione più adeguata per descrivere il presente» commenta Carrón. È un nuovo inizio «perché quello che era trasmesso pacificamente da una generazione a un’altra non c’è più». È un nuovo inizio «perché non si può dare per scontato niente di quello che fino a non poco tempo fa era ritenuto chiaro per tutti». È un nuovo inizio «perché occorre ricominciare da capo». A ben guardare è sempre stato così riflette il prete spagnolo. «A ben guardare la nostra situazione non è molto diversa di quella dell’inizio». Basti ricordare e immedesimarsi nella situazione in cui per la prima volta Gesù discusse in pubblico di matrimonio. Il “giornalista” Matteo annota sul suo taccuino: «Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due ma una carne sola. Quello che dunque Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. Gli dissero i discepoli: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”» (Mt 19,3-6.10).
«Che tu viva, mi fa felice»
«Non dobbiamo sorprenderci», conclude Carrón. «La stessa cosa che a tanti nostri contemporanei oggi, e spesso a noi stessi, appare impossibile, tale appariva anche ai discepoli». Dunque, l’oggetto della libertà è l’impossibile. In effetti, come si fa a “dare inizio a qualcosa di nuovo” senza passare da una storia all’altra, di fiore in fiore, come fa l’ape o la farfalla? Qui è il nodo di tutta la questione. Che scioglier non si può se non per esperienza. Per esempio? Per esempio:
Mio Luigi, ho sognato di essere a cena con il principe di Spagna, bellissimo, e poi c’erano le mie sorelle a cena, che erano non le mie sorelle, ma le mie compagne di Madrid. Credo che fossi tu. È strano per me, e bello, che la coscienza di Cristo, Presente, mi devolva un senso dell’umano in tutte le sue pieghe, anche naturalmente, più intenso. Io esisto come puro atto di un Altro: avergli detto TU mi fa vivere. “Per la tua Presenza, fammi vivere”. Così, quando ti ho visto andare l’altro giorno, mi è sembrato di morire, ti sarei corsa dietro, perché tutto è più grande, più intenso. E non puoi sapere quanto mi ha impressionato e fatto felice rivederti e ascoltarti: ciò che ci unisce è sempre più vero e vedere che in te era viva la percezione di Cristo mi ha fatto felice. Che tu viva, mi fa felice. E che tu sia certo che quando accarezzi i capelli di Annalena inizia ciò che non ha più fine, che è secondo la totalità finale, l’abbraccio di cui uno avrà sempre bisogno. Riconoscere Cristo è davvero cominciare ad amare la vita, la realtà, e quella cosa che sarebbe niente che è il nostro io. Vorrei non fermarmi mai di seguirLo per imparare a volerti bene, ma ancor di più, vorrei che tu avessi sempre la Sua Grazia. “Per la tua Presenza facci vivere”, insieme. Grazie di essere venuto. Ciao, Carmen
Tanto per intenderci, naturalmente Annalena è mia moglie.
Eminenza carissima, uffa. Eminenza, perché il popolo non ha quasi più sentore dell’esistenza di una chiesa locale? Amicone al Card. Tettamanzi
Cattolico ambrosiano scrive al suo pastore. La solidarietà banale stanca, quella vera a Milano c’è. Non c’è un’idea forte e viva di Cristo, invece
Eminenza carissima, cardinale Dionigi Tettamanzi, permetta qui una confessione pubblica: sono un cattivo cattolico, le parole del mio Vescovo mi parvero negli ultimi tempi come l’eco lontana di un pastore salito sull’Alpe e rimasto lassù, mentre noi qui, pecore smarrite restiamo a brucare terra nera, spazzata dalle fatiche della quotidianità e dalle angosce per il futuro nostro e, soprattutto, dei nostri figli.
“La nostra Città oggi è una città solidale, all’altezza della sua tradizione? E’ difficile rispondere con poche parole”. No, non è difficile rispondere in poche parole e con dati alla mano alla domanda contenuta nella sua omelia. Milano potrebbe figurare in cima a una enciclopedia della solidarietà in Italia. E non c’è bisogno delle ricerche del Censis per misurare questa realtà, basta la notizia di esempi che abbiamo qui sottomano. Per esempio, in quest’anno di acuta crisi economica e sociale, in una sola giornata di “spesa per i poveri”, il Banco Alimentare ha raccolto nei supermercati di Milano città 375 tonnellate di alimenti contro le 360 tonnellate dello scorso anno, incrementando la raccolta del 4 per cento rispetto al 2008 e superando di un punto la media nazionale che è stata comunque superiore di 3 punti rispetto al 2008.
Per esempio, dall’Opera Nomadi alla Casa Famiglia tutti gli operatori milanesi impegnati sul fronte zingari possono confermare alla Curia di Milano che, nonostante le difficoltà e i conflitti presenti nei quartieri più periferici e popolari (sono infatti i più poveri che soffrono il problema degli accampamenti rom), gli sgomberi di questi giorni non sono ceauseschiani, non passano i carriarmati sulle bidonville e nessun bambino rom viene sacrificato sugli altari del consumismo e di una amministrazione politica che, secondo certa visione ecclesiastica, lucrerebbe consenso investendo sulla pura immagine. Qui a Milano gli zingari prendono voucher, i bambini rom sono scolarizzati, il patto di legalità funziona e non c’è città o paese d’Italia che abbia investito in conoscenza, risorse economiche e progettualità sociale, come il capoluogo lombardo. E’ vero che le ruvide accuse della Padania bruciano e che non ha senso dare dell’imam al cardinale arcivescovo di Milano. Ma c’è disorientamento quando dal Duomo si diffonde il sospetto che nella diocesi più grande del mondo Cristo si è fermato nei modi in cui non si è fermato neanche a Eboli.
Eminenza carissima, quando qualche anno fa lei invitò a Milano Adriano Sofri perché, assieme ad altri scrittori e poeti, animasse con la lettura della Ballata del carcere di Reading i giorni della settimana santa, Lei forse non sapeva che dal carcere di Pisa Sofri aveva riflettuto sulla possibilità che la Lega Nord divenisse l’alternativa protestante alla chiesa cattolica. Sotto molti aspetti questa visione è corretta. Quanti fedeli lombardi hanno trovato nel partito di Bossi l’ascolto e la difesa identitaria che non trovano più nei Principi della chiesa? E’ un errore, lo sappiamo, poiché la chiesa non è mera difesa di una tradizione e di una identità. Brandire il crocefisso e multare chi non lo espone in pubblico, lo sappiamo, è una strumentalizzazione e una riduzione del messaggio evangelico. Poiché, come ha ricordato Lei nel suo discorso di sant’Ambrogio, la croce di Cristo è un simbolo di amore e poi noi non onoriamo un crocefisso morto, ma il crocefisso risorto.
Eminenza, lo sappiamo, lo viviamo male, ma non possiamo sfuggire alla verità che il cattolicesimo è, per definizione, “annuncio a tutte le genti”, ecumenico, universale, slegato da ogni provenienza di razza, censo, cultura e religione. Ma allora perché stiamo diventando cattivi cattolici? Perché il popolo non ha quasi più sentore dell’esistenza di una chiesa locale? Perché le Sue parole suscitano discussione quasi esclusivamente politica e vengono largamente ignorate dall’uomo della strada? Milano, la più grande diocesi del mondo, sembra subire silenziosamente il destino di un declino e di una protestantizzazione del cristianesimo. Quest’anno, dopo non so quanti anni, Milano ospiterà un grande presepe in piazza del Duomo. Ma l’iniziativa proviene dalle istituzioni laiche, dal comune, non dalla Curia. Grazie all’iniziativa delle Ferrovie dello Stato la Caritas ritroverà le sue sedi nelle stazioni e nuove risorse arriveranno per accogliere e sfamare gli ultimi, gli sbandati, i barboni.
Grazie all’opera di un’infinità di benemerite associazioni (anche vip e consumistiche) il Natale conoscerà ancora una volta un proliferare di iniziative per i poveri e di eventi di beneficenza. Eminenza, non è l’attenzione agli ultimi e il senso della solidarietà che mancano. Semmai ciò di cui si sente la mancanza è una presenza piena di ragioni, di metodo e di speranza cristiana. Sentiamo il generico richiamo a Cristo, ma non lo vediamo affermato in una proposta puntuale, che irradi intelligenza, conoscenza, fascino, e, perché no, potenza vitale.
Che ne è delle chiese e degli oratori ambrosiani dove una volta la gioventù incontrava il prete che lo trascinava in un’avventura esistenziale, piena di ragioni e di vita? Oggi gli oratori vengono dati in affitto ai club calcistici e al posto dei biliardini degli anni sessanta offrono party umanitari e discoteche allo scopo di attirare una certa “clientela”. Oggi i catechismi vengono spalmati per anni e anni, e sacramenti come la cresima vengono rinviati perché, pensano i preti, così almeno si riuscirà a tenere i ragazzini un po’ più impegnati e a trattenere più giovani in chiesa. Il risultato naturalmente contraddice i programmi: ragazzini e giovani se ne vanno anche a costo di perdere la confermazione e tutti gli altri sacramenti.
Ma esiste una valutazione serena di tutto ciò? Cosa ne è della fede, della speranza e della carità vissuti dentro un orizzonte non genericamente umanitario e moraleggiante? Oggi si deve andare nei grandi santuari per ritrovare quel popolino minuto e semplice che è stato il cuore pulsante del cristianesimo lumbard. Vai alla Madonna di Caravaggio e ogni domenica troverai come parte cospicua dei fedeli qualche vecchio agricoltore benestante e una marea di filippini che fanno pic nic e vi trascorrono l’intera giornata. Il vecchio capo della comunità cinese a Milano ha voluto farsi tumulare nel cimitero Monumentale. Ma quali presenze cattoliche si stanno muovendo per portare la buona novella a chinatown? Si parla dell’immigrazione e, giustamente, si concentrano attenzioni e ansie nella questione islamica.
Ma che senso pastorale c’è nell’affrontare il problema islam con gli appelli al dialogo interreligioso, gli incontri con imam che si fanno competizione interna e sono sul libro paga dei diversi stati mediorientali, la ripetizione dell’ovvio principio che la libertà di coscienza e di religione sono gli antemurali di tutte le libertà?
La fortuna e l’originalità del cristianesimo è che, a differenza dei musulmani, cristiani non si nasce, cristiani si diventa. Si diventa con il Battesimo e si sceglie di rimanere cristiani con un atto di libertà e di ragione. Da un certo punto di vista dovremmo riconoscere che nella secolarizzazione e nella globalizzazione c’è un processo che aiuta il cristianesimo. Quando tutte le identità e le tradizioni crollano sotto il vento della morte di Dio e della società liquida, il Cristo emerge con la sua pretesa che “nemmeno un capello del tuo capo andrà perduto”. Ma come è colta questa opportunità? Quali pastorali sono fondate non tanto sulla consolazione all’ombra dei più “poverini” quanto piuttosto sull’offensiva fondata su Colui che dice di sé: “Non sono venuto a portare pace, ma una spada”?
Di solidarietà e sobrietà, Eminenza carissima, lei parlò all’omelia di Natale dello scorso anno, ci tornò sopra in una prima serata di primavera televisiva in cui fu ospite di Fabio Fazio e infine ne ha parlato di nuovo nella sua predica di Sant’Ambrogio. Lei ripete che “la comunità cristiana può e deve diventare molto più sobria”. Che “c’è uno stile di vita costruito sul consumismo che tutti siamo invitati a cambiare per tornare a una santa sobrietà”. Che “con la sobrietà è in questione un ‘ritornare’” perché “ci siamo lasciati andare a una cultura dell’eccesso, dell’esagerazione” e “soprattutto la sobrietà è questione di ‘giustizia’, siamo in un mondo dove c’è chi ha troppo e chi troppo poco e…”. Uffa. Ma quanto ancora sentiremo la volgarizzazione delle tesi di Erich Fromm, delle confetture di Medici senza frontiere, delle denunce antimafia contro i pericoli delle infiltrazioni per qualunque cantiere aperto per modernizzare la città e dare lavoro alla gente?
Piuttosto, qualche anno fa, per iniziativa della Curia di Milano venne promossa in tutta la diocesi una ricerca sullo stato di salute della fede praticante.
Anche il sottoscritto, come tutti i frequentatori delle messe festive, fu chiamato a esprimersi su una batteria di domande che indagavano sulla pratica religiosa. Come mai a distanza di oltre un lustro i risultati di quella inchiesta non sono ancora stati noti? La sensazione diffusa è che nella più grande diocesi del mondo il tasso di disaffezione al precetto festivo e a tutti gli altri sacramenti abbia raggiunto percentuali da paesi del nord Europa. Forse la diocesi di Milano non sarà un “cimitero”, come dicono le statistiche sul cristianesimo in Belgio o in Olanda. Ma tutto lascia supporre che la strada imboccata è quella di una pace senza vita. Senza contare che in quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, la mezzaluna di Maometto ha preso stabile dimora. Ma se Muhammad è il nome più diffuso tra i neonati di Milano (notizia Apcom del 31 maggio 2008), Eminenza, non sarebbe forse anche l’ora di consigliare ai milanesi di essere meno sobri nel controllo delle nascite e più appassionatamente sostenitori di persone come Paola Bonzi? Forza, Eminenza carissima, non si faccia rinchiudere nel capitolo della teologia moralista, civilista e borrelliana. Lei sa, meglio di noi pecorelle erranti e sghimbesce, che il cristianesimo esige coraggio, testimonianza e profezia, innanzitutto dai suoi Pastori.
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
di Luigi Amicone
Amicone: vedremo gli striscioni di Greenpeace srotolarsi lungo la Grande Muraglia?
di Luigi Amicone
Tratto da Il Sussidiario.net l'11 novembre 2009
Qualche giorno fa uno dei titoli del Corriere della Sera ci destava una certa preoccupazione. “Cinquanta giorni per salvare il clima”.
Addirittura. Poi, scorrendo l’articolo, abbiamo capito che non si trattava dell’ennesima burla di un titolista che aveva avuto il problema di come rendere appetibile il milionesimo articolo sul surriscaldamento globale.
No, nel caso in questione, l’ultimatum climatico serviva da amo a un semplice promemoria sulla Conferenza di Copenaghen. Città dove dall’8 al 16 dicembre prossimo, mondo industrializzato e cosiddetti paesi in via di sviluppo tenteranno di concludere insieme un affare: l’accordo che dovrebbe perfezionare (o aggiornare) il famoso “protocollo di Kyoto”.
Probabile che alla scadenza dei famigerati 50 giorni il clima si salverà da solo. Infatti, se anche gli Stati Uniti della green economy (sperando che non sia un’altra bolla) e l’Europa dell’“accordo sul clima” hanno la stessa agenda in materia di ambiente, la medaglia d’oro degli inquinatori del mondo (Cina) e il candidato a quella d’argento (India), pare non abbiano nessuna intenzione di andare in Danimarca per sottoscrivere obbiettivi vincolanti.
Vedremo gli striscioni di Green Peace srotolarsi lungo la Grande Muraglia o sui grattacieli di Mumbay? Ragionevole dubbio. Come la Corte per i diritti umani in Arabia Saudita, così in Cina e India gli ambientalisti sbarcano di rado e malvolentieri. Poco male. Stabilito che il surriscaldamento planetario ci sta desertificando, è bene che per il secondo anno consecutivo gli italiani si godano la neve precocemente in arrivo.
A proposito di dubbi e allarmi. Avete sentito che catastrofe questa maledetta influenza A? Pronto soccorso intasati. Centralini subissati di chiamate. Assalti alle farmacie. Inchini al posto dello scambio della pace in chiesa. Mascherine al posto dello scambio dei baci in casa. Percezione psicologica di una strage. Magistrati (potevano mancare?) al lavoro “per vagliare eventuali responsabilità di medici e sanitari”.
Ma di cosa stiamo parlando mentre assistiamo a uno stillicidio di notizie che ci danno la sensazione di essere sul ciglio di un abisso e registriamo la sensazione diffusa di una peste in agguato (come si fece con la prima vittima napoletana che diedero per morta con 24 ore di anticipo e di cui poi si dimenticò, quando davvero passò a miglior vita, di sottolineare il fatto che la febbre fu solo il colpo finale a un corpo già tramortito da gravi patologie cardiache e renali)?
Stiamo parlando - assicura con dati scientifici alla mano il responsabile e viceministro per la salute pubblica Ferruccio Fazio - “di un virus che è dieci volte meno aggressivo dell'influenza stagionale e che sino ad oggi ha fatto 11 morti (20 al 7 novembre, ndr) su 400 mila casi stimati, mentre lo scorso anno la stagionale ha fatto 8 mila morti su 4 milioni di casi. Dunque, l'incidenza dei casi di letalità dell'influenza A è dello 0, 02 x mille, contro lo 0,2 x mille della stagionale”.
D’accordo, tutto può succedere. Non è per mettere le mani avanti, ma si sa, almeno così dicono gli amanti dei complotti, che magari è tutta una bufala messa in giro per svuotare i magazzini pieni di vaccini e per dare una mano alle multinazionali della farmaceutica. O invece, come dicono gli esperti, pur essendo un virus molto più debole di quelli ricorrenti nelle influenze stagionali, l’H1N1 è una cosa seria perché appartiene a un ceppo che non si vedeva in circolazione dai tempi della spagnola. Dunque, potrebbe subire mutazioni e incrociarsi addirittura con l’aviaria. Addirittura. D’accordo, i più deboli corrano a vaccinarsi. E, in caso di contagio, anche i più forti si riguardino. Se ne stiano al calduccio e non prendano antibiotici. L’influenza se ne andrà così come è arrivata.
Resta però questa inclinazione a pensare sempre per il peggio. Questa disposizione all’allarme metodico. Questa tendenziale e irrazionale sfiducia nei dati di fatto, nelle autorità pubbliche e, in definitiva, nel nostro stesso buon senso. Certo, tutti abbiamo bisogno di essere guardati, ascoltati, rassicurati. Ma non è strano che per quanto oggi si guardi, si ascolti e si rassicurino le persone, c’è nell’aria, nell’aria dei media e delle folle solitarie, quest’ansia, questo negativo, questo irrazionale, questa corsa a dipingere tutto a tinte oscure anche quando i fatti indicano il contrario?
Ad esempio, avete mai fatto caso che l’aggettivo statisticamente più ricorrente davanti a una tragedia di cronaca, a una morte precoce, a un delitto, a una vittima del sabato sera… è l’aggettivo “assurdo”? E, altro esempio, a che razza di fragilità rinvia la persona e, soprattutto, la Corte che si sono sentite inquietate e offese “dallo sguardo” di un crocifisso? Intanto registriamo la prima vittima per un rito “purificatorio” voodoo. In Italia, non a Haiti.
Amicone: io, come il Papa, fiero nostalgico di una “battaglia perduta”
di Luigi Amicone
Tratto da Il Sussidiario.net il 3 novembre 2009
Chissà perché il Papa continua a ritornare sul tema delle radici cristiane dell’Europa. E chissà perché è normale che gli si faccia spallucce, anche se con il rispetto dovuto all’autorità dei suoi 83 anni.
Si corre il rischio di essere un po’ naif, ingenui a dire certe cose. E se parli ancora di radici cristiane, più che ingenuo sembri fuori dal mondo.
Lo ha scritto in modo piacevolissimo Sergio Romano (il nostro ambasciatore scrive divinamente, chiaro e stringente) in un bell’articolo che copriva quasi interamente una pagina del Corriere della Sera di sabato scorso. Per dirla in soldoni, Romano prendeva spunto da un libricino fresco di stampe a firma del presidente della Camera, per salutare con favore la prospettiva di un centrodestra rinnovato dalla leadreship di Gianfranco Fini. Del quale, scrive l’ambasciatore, tutto è condivisibilissimo, specie il posizionamento in materia di diritti civili e immigrazione, eccetto, appunto, quella balzana idea delle radici. «Mi sorprende invece - scrive in conclusione il nostro Ambasciatore - che (Fini ndr) spezzi una lancia per rivendicare le radici cristiane dell’Europa. Ma è forse soltanto un omaggio ai nostalgici di una battaglia perduta».
In effetti, come dice quella profetica canzone di Claudio Chieffo a proposito della scimmia e dell’Imperatore? Dice che tempo verrà in cui ai nostri figli “diranno che tuo padre era un personaggio strano, un illuso, un fallito, un cristiano”. Diranno che la battaglia era perduta da un pezzo e che nemmeno il Papa se ne era accorto. Sic transeat.
Vi ricordate cosa disse agli iracheni il primo soldato americano fatto prigioniero durante la seconda guerra del golfo? “Sono venuto qui per fare il mio dovere. Mi avevano detto che qui c’erano le cose rotte e noi americani dovevamo venire qui a metterle a posto”. Le conseguenze della buona fede con cui fu condotta la guerra in Iraq sono a tutt’oggi sotto i nostri occhi e, così pare, ci resteranno per almeno un altro decennio di violenza e di lutti.
Senza radici cristiane, in giro per il mondo a mettere a posto le cose rotte. Non è per mettere a posto le cose che qui in Italia si sta combattendo una guerra senza esclusione di colpi? Una guerra a colpi di intrighi, spiate, squadernamento sui giornali di tutte le nostre peggio abitudini e pensieri. Ma, direte, è almeno una guerra che non si combatte (non ancora) sulla punta dei fucili.
Le pallottole che vogliono “mettere a posto le cose rotte”, “ristabilire la verità”, “rispondere alle domande” poiché “tutti devono sapere tutto”, sono fortunatamente (ancora) di carta. Anche se, ammettiamolo, il volto dell’avversario ormai merita di essere solo svillaneggiato e sfregiato. Già, in tutto questo a che serve il cristianesimo, siamo forse noi stessi, noi cristiani, “una battaglia perduta”?
Ecco, quando leggo certe cose che appaiono molto sensate e molto sagge al cospetto del buio in cui precipita il nostro mondo pieno di luci, così trasparente da non distinguere più un uomo da una medusa, mi viene da ripensare a quelle due persone di cui ogni tanto sento raccontare e di cui gli italiani risentiranno parlare tra qualche settimana. Quando per l’ennesimo anno consecutivo si rinnoverà quel grande gesto di popolo che è la raccolta della spesa per gli italiani più in difficoltà realizzata dal Banco Alimentare.
Ripenso a quel milione e mezzo di italiani che sopravvivono grazie ai pacchi che vengono consegnati loro ogni giorno da questo nostro generoso popolo. Poi mi ri-chiedo, ma come è successo? A chi è venuta questa brillante e semplice idea di raccogliere e distribuire ai poveri i generi alimentari in scadenza e la libera offerta di un sabato di spesa italiano al supermercato? Possibile che tutti i saggi, tutta la politica, tutti i grandi ambasciatori, esperti, economisti, insomma tutti i potenti messi insieme, non siano riusciti a fare quello che è stato fatto dall’incontro di due semplici uomini?
Forse qualcuno ricorderà che in Italia la storia del Banco Alimentare inizia vent’anni fa dall’incontro tra don Giussani e il dottor Fossati, patron della Star. Niente di speciale, nessun progetto, nessuna grande analisi, nessuna manifestazione di piazza. Niente, solo “radici cristiane” vissute ciascuno entro la propria vita personale. L’uno da educatore, l’altro da imprenditore. Si sono messi insieme, Giussani e Fossati, e hanno fatto della loro amicizia un volano che si è moltiplicato per amicizie e che ora raggiunge materialmente, molto materialmente, milioni di esseri umani come noi. Uomini, donne, bambini, che sono state raggiunti da cosa, se non da un cambiamento così visibile e reale da dar letteralmente da mangiare, bere, sopravvivere, a un milione e mezzo di persone?
È vero, sembra naif quello che dice il papa di Roma, ingenuo quello che testimonia un cristiano del Banco. Sarà naif e ingenuo, ma intanto è un cambiamento che si vede, incide e perciò talora è sorpreso come un divertente cascame, talora è semplicemente attaccato a sangue. Mentre tutti questi altri che si sbracciano e si “sputtanano” - lo giurano - allo scopo “di mettere a posto le cose rotte”, di quale tipo di cambiamento vi sembrano testimoni e segno?