DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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CINA. Massacri di bambini: la gente si chiede perché

Sono quasi tutte persone “normali” gli autori degli omicidi di bambini nelle scuole. Mentre i controlli della polizia si rivelano insufficienti, esperti dicono con chiarezza che gli omicidi spesso sono persone alle quali una società iniqua ha tolto anche la speranza nel futuro.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Nulla faceva presagire la violenza, quando ieri mattina alle 8,20 Wu Huanming, si è presentato all’ingresso dell’asilo Shengshui Temple e ha accoltellato i bambini presenti, la proprietaria dell’istituto e sua madre, nel villaggio rurale di Linchang, contea di Nanzheng, nel settentrionale Shaanxi. Nel’impotenza della polizia di prevenire simili gesti, la popolazione assiste attonita al sesto pluriomicidio di bambini in 2 mesi e si chiede impotente le ragioni di questa ondata omicida contro i più deboli.

Wu, proprietario di un palazzo di due piani, voleva che l’adiacente asilo andasse via lo scorso aprile quando è scaduto l’affitto, mentre la titolare dell’asilo intendeva continuare l’attività almeno fino all’estate. Per questo c’erano state discussioni, ma –dicono i residenti del villaggio- nulla che facesse presagire la violenza.

E’ il 6° attacco da marzo, sempre contro bambini piccoli di scuole con 16 morti e circa 70 feriti, sempre con l’assassinio di più scolari sconosciuti all’omicida.

Il ministro della Pubblica sicurezza continua a invocare e promettere strette misure di sicurezza e una attenta campagna di prevenzione. La polizia opera sempre più arresti di persone “sospette”, secondo quanto riportano i media. Ma la sorveglianza rimane inadeguata, anche perché la polizia sorveglia soprattutto le scuole pubbliche mentre quelle private, come l’asilo Shengshui, devono pagarsi la sorveglianza e spesso rimangono senza protezione.

Ma la gente chiede ora di capire questa ondata di violenza, con massacri di bambini compiuti contro scuole qualsiasi, in città piccole e medie da cittadini normali, per lo più uomini di mezza età, che spesso poi si suicidano.

Il professore Yu Jianrong dell’Accademia cinese per le Scienze sociali (Acss) commenta al South China Morning Post che questi fatti dimostrano la crescente disperazione nella società cinese. Osserva che “gli omicidi sanno che moriranno e non vedono speranze per il futuro. Non posso dire che costoro siano tutti gente povera. Ma non avere speranze in una società polarizzata è un problema molto grave”.

In una società che loda solo il successo economico e dove la giustizia segue le indicazioni del potere politico, gli insuccessi personali e le gravi sopraffazioni del potere possono causare simili gesti estremi di disperazione.

Anche Xu Youyu, pure studioso dell’Acss, concorda che questa violenza sia esito della disperazione sempre più diffusa tra le persone “sottoprivilegiate” e vittima della crescente e istituzionalizzata ingiustizia sociale. Dice che “questi omicidi mostrano che il valore della vita umana non è rispettato [dagli assassini] e le [loro] percezioni sono distorte”.

Il professore Hu Xingdou punta il dito su decenni di ideologia comunista e di critica dei concetti umanistici, che “hanno giustificato la violenza nella lotta di classe” e svilito il valore della persona.

Nuova Zelanda sotto choc per la storia d'amore tra nonna e nipote Hanno comprato un ovulo, poi fecondato con lo sperma di lui e impiantato nell'utero

MILANO - Il loro è stato un amore a prima vista. Pearl Carter e Phil Bailey, rispettivamente 72 e 26 anni, sono nonna e nipote e la loro storia sta seriamente imbarazzando l'opinione pubblica della Nuova Zelanda. Questa singolare vicenda, raccontata in anteprima dal tabloid neozelandese New Idea, ha fatto rapidamente il giro del mondo ed è stata ripresa dalle riviste più pruriginose del pianeta. I due «fidanzatini» giurano che il loro affetto è autentico e non si sono fermati neppure davanti alla minaccia del carcere. Con la pensione di lei, hanno pagato 54 mila dollari neozelandesi (circa 30 mila euro) per comprare un ovulo, farlo fecondare con lo sperma di Phil e trovare una donna che se lo facesse impiantare nel proprio utero e portasse avanti la gravidanza surrogata per poi dare il bambino alla coppia.

AMORE A PRIMA VISTA - In realtà nonna Pearl, originaria dell'Indiana (Usa) e il giovane Phil si sarebbe incontrati per la prima volta solo quattro anni fa, dopo che Lynette, la madre del ventiseienne, sarebbe morta dopo una lunga e atroce malattia. Pearl infatti avrebbe partorito la figlia Lynette quando aveva solo 18 anni e contro la sua volontà: i suoi genitori, molto cattolici, non vollero che abortisse e subito dopo il parto costrinsero la neomamma a dare in adozione la bambina. Lynette cresce in una nuova famiglia e nel 1983 dà alla luce Phil. Quando quest'ultimo compie 18 anni, sua madre Lynette gli dà due notizie sconvolgenti: la prima è che lei è stata adottata quando era ancora in fasce. La seconda è che ha un tumore al cervello. Il giovane Phil è sconvolto e sta vicino alla mamma per tutto il tempo della malattia. Ma tenta di rintracciare la nonna affinché Lynette possa rivedere almeno un'altra volta il volto della madre prima di morire. Tuttavia Lynette muore prima che Phil riesca a rintracciare la nonna. Phil continua le ricerche e finalmente conosce la signora Pearl. È amore a prima vista e dopo vari incontri i due decidono di andare a vivere insieme.

L'AMORE E LA VOGLIA DI UN FIGLIO - Alla rivista neozelandese la nonna dichiara di non provare alcuna vergogna per ciò che è successo: «Le opinioni degli altri non mi interessano. Sono innamorata di Phil e anche lui mi ama. Presto avremo un bambino tutto nostro e Phil sarà un ottimo padre». La settantaduenne ricorda con piacere il loro primo incontro: «Dal primo momento in cui l'ho visto, mi sono sentita sessualmente viva». Ma la relazione vera è nata dopo due settimane: «Una sera abbiamo cenato e bevuto vino. L'ho fatto entrare nella mia stanza da letto e l'ho fatto sedere. Poi l'ho baciato. Mi aspettavo un rifiuto, ma il bacio è stato contraccambiato». Il ventiseienne conferma: «Volevo baciarla ancora. Ero completamente sedotto da lei. Oggi amo Pearl con tutto il mio cuore. Sono sempre stato attratto da donne più anziane di me e credo che Pearl sia davvero una donna unica. Ora desidero diventare padre e non voglio aspettare». Qualche mese fa i due innamorati hanno pubblicato un annuncio sui giornali locali per trovare un donna disposta ad affittare il suo utero. All'annuncio ha risposto la trentenne Roxanne Campbell, che ai media locali ha dichiarato: «All'inizio quando ho conosciuto la loro storia, ero sconvolta. Ma poi ho potuto costatare che si tratta di una bella coppia che si ama veramente. Sono certa che il bambino riceverà tanto affetto».

Francesco Tortora
02 maggio 2010



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Crema da un feto. A 180 dollari si può comprare negli USA, su prescrizione medica, la crema antirughe ottenuta da un feto umano abortito


Neocutis : La crème antirides qui fait scandale

Voilà une crème antirides qui risque de ne laisser personne indifférent ! Ce matin Le Parisien révélait la polémique aux Etats-Unis et en Europe autour d’une crème à base d’un composant jamais utilisé jusque-là : des cellules de fœtus.

Marie Loulier

A la base de ce projet dérangeant, les chercheurs du service de gynécologie-obstétrique et génétique du CHU de Lausanne qui lors d'opérations de fœtus in utero se sont rendus compte que les bébés, une fois nés, n'avaient aucune cicatrice. Les vertus de ces cellules de fœtus ont alors été évidentes: ces dernières pourraient êtres efficaces pour soigner les grands brûlés.

L'hypothèse vérifiée, les chercheurs de Lausanne décident de s'associer à un laboratoire privé, Neocutis, et l'autorise à commercialiser uniquement aux Etats-Unis et sur prescription médicale la première crème antirides à base de cellules de peau de fœtus.

Ce qui choque : Les précieuses cellules qui composent la fameuse crème ont été obtenues à la suite d'un avortement et développées en laboratoire. Ce fait un peu morbide provoque les foudres des mouvements « pro-life » américains et européens bien que le fabriquant Neocutis déclare au Parisien : « En aucun cas, nous n'encourageons l'avortement ». De plus, ils invoquent le fait que la commercialisation de cette crème antirides permettrait de financer les recherches sur les pansements biologiques pour soigner les grands brûlés. Un mal pour un bien ?

En vente aux Etats-Unis au prix de 180 $, on pourrait se procurer la crème antirides Neocutis via Internet en Europe pour 90 €, le prix d'une jeunesse éternelle ?



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Thomas Beatie padre/madre per la terza volta

utore: Amato, Gianfranco Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
sabato 3 aprile 2010

Nel 2007 destò davvero scalpore la foto surreale di quell’americano con il “pancione”, in dolce attesa di un bebè. L’immagine del “Pregnant Man” (l’uomo incinto) fece il giro del mondo.
La notizia è che oggi, quell’uomo è di nuovo in stato interessante per la terza volta. Davvero un record: tre figli in tre anni.
Come si spiega questo “scherzo” della natura, è presto detto.
Tracey Lagondino nasce femmina ma con un’innata propensione a sentirsi maschio.
Anche per questo si lega sentimentalmente a Nancy, instaurando con lei un rapporto omosessuale. E’ talmente forte l’amore che Tracey prova per Nancy, che decide di sposarla. Piccolo particolare, però, è che il matrimonio tra persone dello stesso sesso nell’Oregon, dove vive la coppia, non è riconosciuto. Anche per questo, allora, Tracey si decide al grande passo. Ricorrendo alla chirurgia, si trasforma in uomo e diventa, per l’anagrafe, Thomas Beatie. Può così coronare due sogni: raggiungere la tanto agognata mascolinità e sposare la sua compagna. Che Tracey/Thomas avesse le idee un po’ confuse, però, lo dimostra il fatto che pur decidendo di diventare uomo a tutti gli effetti, attraverso l’operazione chirurgica, sceglie comunque di mantenere gli organi riproduttivi femminili. Spiega questa sua originale scelta in un’intervista rilasciata, nel 2008, alla celebre conduttrice televisiva statunitense Oprah Winfrey: «Ho deciso di mantenere il mio apparato riproduttivo perché volevo avere un figlio un giorno. Vedo la gravidanza semplicemente come un processo biologico e non come qualcosa che definisce la mia sessualità». In realtà Thomas sapeva bene che la moglie Nancy non avrebbe mai potuto avere figli a causa di un’operazione di isteroctomia totale subita in passato.
Per coronare il proprio desiderio di paternità/maternità, Thomas ha dovuto sospendere la terapia ormonale cui si era sottoposto prima di metter su famiglia, in modo da consentire il ritorno del ciclo mestruale e poter, quindi, concepire. Ricorrendo, ovviamente, alla fecondazione assistita eterologa, grazie al seme donato da uno sconosciuto.
A causa della ricostruzione chirurgica del seno, Thomas Beatie non può allattare i suoi bambini. Per questa incombenza ci deve pensare una balia, mentre di tutto il resto si occupa amorevolmente la moglie Nancy, madre putativa dei bebè.
Non oso immaginare lo stato di confusione mentale di quei poveri figli, partoriti dal padre grazie al seme di uno sconosciuto, allattati da un’estranea e accuditi da una mamma di cui ignorano l’esatta funzione.
Se questo è il futuro che ci prospettano le nuove frontiere della bioetica, lo scenario che ci attende appare assai peggiore delle peggiori profezie distopiche vaticinate dagli scrittori di fantascienza. Supererebbe la pur fervida ed immaginifica fantasia di Aldous Huxley, Karel Kapek, Isaac Asimov, o Pierre Boulle. C’è di che essere preoccupati.
La notizia della gravidanza di Thomas Beatie mi ha fatto venire in mente le recentissime polemiche scaturite dalla decisione della Commissione europea di autorizzare la coltivazione della patata OGM Amflora, prodotta dalla multinazionale Bayer, decisione con cui si è posto fine all’embargo sulle nuove colture di organismi geneticamente modificati, che resisteva nell’Ue dall’ottobre del 1998.
Un carosello vivace di proteste si è levato contro il provvedimento comunitario anche da parte di ambientalisti, verdi, greenpeacer, ecologisti, naturalisti, forti di un sondaggio che mostra come il 74% degli europei sia contrario agli OGM.
Sono volate parole grosse. Si è parlato di «aberrazione contro natura», di «arrogante atto di violenza per forzare la natura ai progetti dell’uomo», di «stupro dell’ordine naturale del creato».
Chissà cosa pensano questi strenui difensori dell’ordine naturale del creato – sempre pronti ad indignarsi quando si tratta di piante o animali – di quello che Thomas Beatie ha fatto della natura umana.

Barbarie: All’asta la siringa che uccise Jacko

Prezzo base: 5 milioni di dollari. I familiari: oltraggio alla memoria

la polemica/ il macabro progetto della «vendita» prevista per il 25 giugno

All’asta la siringa che uccise Jacko

Prezzo base: 5 milioni di dollari. I familiari: oltraggio alla memoria

Michael Jackson (Ap)
Michael Jackson (Ap)
MILANO — Vendere all’asta — forse a Las Vegas ma più probabilmente fuori dagli Stati Uniti data la dubbia legalità dell’affare — la siringa con la quale il medico di Michael Jackson iniettò la dose fatale di anestetico sembra assurdo e di pessimo gusto. Peggio ancora, il prezzo di partenza dovrebbe essere quello di 5 milioni di dollari.

Ma il mondo dei trafficanti di reliquie dei grandi della musica sa che, al netto di questioni di gusto, logica e perfino legalità, la mamma dei feticisti del rock è sempre incinta. Se il guanto di paillettes che Jackson indossò la notte in cui inventò il suo famoso passo di danza, la « Moonwalk», è stato venduto l’anno scorso per 350mila dollari, 420mila con tasse e commissioni, a un milionario asiatico, e la giacca del cantante è stata battuta per 225mila dollari è evidente che Michael Jackson, come si era tristemente capito da subito, da morto vale quasi più che da vivo. Il tabloid britannico Daily Mirror ha infatti scritto che c’è il progetto di vendere la siringa incriminata: un’idea che avrebbe fatto inorridire la famiglia (anche perché, viene da dire pensando al padre di Michael che a cadavere ancora caldo faceva pubblicità ai dvd da lui prodotti, su quest’asta i Jackson non otterrebbero commissioni). «Sono furiosi e umiliati che qualcuno stia cercando di guadagnare in questo modo dalla sua morte. E’ un oltraggio alla sua memoria», scrive il giornale.

Il problema, ovviamente, che fa dubitare che la siringa verrà effettivamente messa all’incanto, è uno solo: anche se non si trattasse di una prova nel processo per omicidio colposo a carico del dottore del cantante, Conrad Murray, essa sarebbe di proprietà del medico o degli eredi di Jackson, non di una terza persona. E, in quel caso, si tratterebbe di materiale rubato. La casa d’aste potrebbe essere incriminata per ricettazione ( già un’altra recente asta di «memorabilia» legati a Michael è sotto inchiesta proprio per ricettazione). Per questo, dice al tabloid una «fonte anonima», l’asta potrebbe avvenire in Brasile o in Libia. Se il «dove» è in dubbio per questioni legali, il «quando» è una certezza. Il prossimo 25 giugno, primo anniversario della scomparsa del cantante.

Un po’ troppo anche nel mondo tutt’altro che normale delle aste di memorabilia. Dove c’è spazio per la tristezza infinita della «Startifacts» di Minneapolis e Las Vegas che ha appena anticipato ai familiari di Corey Haim — divo ragazzino delle commedie anni ’80 morto alla soglia dei quaranta, schiacciato dal suo insuccesso di adulto — i ventimila dollari del funerale ( all inclusive di trasporto salma da Los Angeles al natìo Canada). In cambio ovviamente degli effetti personali di Corey: da vendere ai fans in cerca di un ricordino.

Matteo Persivale
18 marzo 2010

La prigione dove cancellavano l’anima. Il racconto del più terribile atto carcerario nella Romania del dopoguerra

In un libro di Dario Fertilio l’agghiacciante vicenda dell'"esperimento Pitesti" compiuto tra il 1949 e il ’52 Un carcere, affidato a sadici aguzzini, fu trasformato in girone infernale. Per creare l’uomo nuovo
di Ernesto Vergani
Ben oltre i Gulag, oltre ancora Pol Pot. Ma anche oltre Auschwitz e Mengele. L’apice dell’orrore del comunismo, l’orrore del totalitarismo, è stato toccato fra il 1949 e il 1952 nel carcere speciale di Pitesti, in Romania, a nord di Bucarest. Senza dubbio fu così, come documenta Musica per lupi. Il racconto del più terribile atto carcerario nella Romania del dopoguerra di Dario Fertilio (Marsilio, pagg. 172, euro 15) appena uscito in libreria. A Pitesti, sotto la guida di Eugen Turcanu (anch’egli detenuto, caratterizzato da acuta intelligenza, prestanza fisica e istruito allo scopo) il neonato regime comunista cercò, al fine di creare l'uomo nuovo, di azzerare l’anima dei prigionieri: intellettuali, borghesi, religiosi, persone comuni. «Soprattutto studenti universitari», come annota Fertilio, «d’opposizione al regime instauratosi, in Romania, sulla punta delle baionette sovietiche». Erano in gran parte legionari dell’Arcangelo Michele, o Guardie di Ferro: insomma, ex allievi del leader di estrema destra (e filo-nazista) Corneliu Codreanu. Lo strumento utilizzato erano le torture continue, giorno e notte, senza pausa. Queste torture, in un crescendo senza fine, potrebbero ricordare quanto descritto nelle 120 giornate di Sodoma del marchese De Sade, poi ripreso nel celebre film di Pier Paolo Pasolini. Ma furono molto peggio. Al punto che per leggere questo libro durissimo, bisogna mentire a se stessi e convincersi del fatto che non è possibile siano accadute simili atrocità.
Invece fu proprio così, come dimostrano i documenti raccolti da Dario Fertilio, giornalista del Corriere della Sera e autore di libri e romanzi. Ecco le torture praticate, così come appaiono nell’elenco degli atti penalmente rilevanti sulla base del quale verrà istruito il processo di cui diremo: «pestaggi eseguiti per mezzo di fruste da mandriani, cinture, lance, e barramine; sospensioni al soffitto con pesi da 40 chili per ore e giorni consecutivi; torture agli occhi dei detenuti per mezzo della esposizione prolungata alla luce elettrica; strappo dei capelli alle radici; rottura delle dita delle mani e dei piedi; tortura con il metodo della goccia cinese; nutrizioni forzate a base di sale con divieto di bere; cozzi procurati delle teste, al modo delle incornate tra cervi; bruciature delle piante dei piedi; percosse alle tibie per mezzo di barre metalliche; costrizione a leccare il contenuto dei buglioli; partecipazione obbligatoria a torture collettive, induzione a commettere reciprocamente atti di sodomia; sospensioni al soffitto per le ascelle con zaini sulla schiena carichi di pietre; schiacciamento sotto il peso di corpi, varianti fra il numero di quindici e diciassette; sbattimento di crani contro cemento o pareti delle celle; costrizione a dormire in posizioni fisse; perforazione delle piante dei piedi per mezzo di aghi; posizioni obbligate contro il muro, puntando l’uno o l’altro piede, per la durata di tutta la notte; ordine di produrre masse fecali dove successivamente si depongono gli alimenti; induzione a orinare nelle bocche dei compagni; disposizioni di mangiare direttamente dalle gavette cibo bollente, a quattro zampe e senza ricorrere alle mani; immersioni prolungate delle teste nei buglioli; percosse alle casse toraciche sino alla frattura delle costole…».
Alla fine questo spaventoso campionario di disumane brutalità non giunge al fondo della questione. Lo scopo era annientare le anime dei reclusi di Pitesti: la famiglia, i genitori, il proprio passato non solo dovevano essere rinnegati appunto a seguito della tortura che durava giorno e notte, ma si doveva arrivare a un livello per cui si accusavano i propri genitori, i propri figli, la propria moglie delle peggiori nefandezze. Così il giovane studente arriva a confessare di avere avuto rapporti sessuali con la madre, il padre e persino con gli animali, e di averne tratto grande piacere. Oppure, il religioso deve partecipare alla processione in cui a Gesù e Maria vengono rivolti insulti irripetibili e ricevere l’eucaristia intingendo il pane nell’urina. Così si arriva al paradosso che il torturato stesso cerchi Eugen Turcanu al fine di denunciare il proprio passato, rivelare di aver compiuto o pensato le cose più inimmaginabili. Il tutto in un’atmosfera che sconfina addirittura in un misticismo folle e blasfemo.
Dario Fertilio, con il suo consueto stile coinvolgente, rispettoso dell’uso della lingua, descrive i mille volti dell’orrore comunista utilizzando la tecnica del ritratto. Ciascun protagonista viene «disegnato» velocemente a partire dal suo passato perché risalti con forza maggiore la agghiacciante metamorfosi dell’anima, che pure sembrava impossibile. Ciò che ci fa capire Dario Fertilio, intellettuale che ha sempre messo al centro della propria attenzione la libertà, è che il comunismo - come del resto tutti i totalitarismi (ma il comunismo per suoi aspetti per così dire «contronatura» come il divieto di possedere potrebbe avere sviluppato tale tendenza in modo parossistico) - ha in sé l’obiettivo dell’annientamento del diverso. Costi quel che costi. Nel 1952, quando le prime notizie sull’esperimento di Pitesti cominciarono a filtrare, per evitare lo scandalo vennero incriminati gli autori e il processo si concluse con la pena di morte per i responsabili diretti, senza toccare gli alti mandanti. La fucilazione dei condannati avvenne nel 1954. Il regime non ebbe alcun sussulto, tutto proseguì come nulla fosse accaduto. Il segreto è stato gelosamente sepolto nella tomba di Eugen Turcanu e ancora oggi - nonostante qualcuno in Romania stia cercando di girare un film sull’argomento - il tabù è intatto. Ancora non è chiaro quanti furono gli sventurati che subirono i «trattamenti» di Pitesti. Le stime sono imprecise e oscillano tra i mille e i cinquemila. Ma l’orrore e la sofferenza inenarrabili di quei detenuti non potranno mai essere cancellati.
«Il Giornale» del 16 marzo 2010

Quei diavoli di Prada finti progressisti che licenziano i brutti. Ex dirigente del Giappone: costretta a cacciare 15 dipendenti non in linea estetica

di Tony Damascelli
Tratto da Il Giornale del 15 marzo 2010

Se il diavolo veste Prada, i vecchi, grassi e brutti è meglio che girino alla larga dalla casa di moda italiana. Soprattutto in Giappone. Rina Bovrisse è la senior manager retail di Prada Japan. Meglio scrivere «era». Il gruppo l’ha licenziata. Non ha rubato, non ha sottratto capi di abbigliamento, non ha commesso atti osceni, non ha fumato in pubblico. Il peccato è più grave, molto più grave. Il suo look, la sua pettinatura, il suo giro vita non rientrano nei canoni previsti da Patrizio&Miuccia che sono gli azionisti di riferimento, i padroni, i proprietari della griffe. Loro sì che hanno lo stile adeguato, nel dire e nel fare, hanno risciacquato la lingua nell’Arno, vestono con raffinato gusto.

Il signor Bertelli Patrizio e la signora Bianchi Maria, detta Prada Miuccia, dunque, non possono tollerare che nei loro negozi orientali, i gestori, i dipendenti, gli assistenti tutti, non siano conformi, eleganti, curati, nel senso della cura personale, in ogni dettaglio. Se poi sono anche avanti negli anni, se ansimano salendo o scendendo le scale, se non hanno i denti a posto, gli occhi come lapislazzuli, le gambe asciutte, i fianchi stretti allora è meglio che si presentino all’ufficio personale, svuotino i cassetti e si cerchino un altro impiego. Rina Bovrisse ha presentato denuncia nei confronti dell’azienda, per molestie, maltrattamenti e atti discriminatori, dopo che il presidente di Prada Japan, al secolo Sesia Davide, uno che parla un giapponese sciolto ma anche basso, l’aveva ammonita a cambiare parrucchiere e ondame di capelli e, approfittando del ruolo di senior manager, di provvedere al licenziamento di quindici dipendenti, vecchi, brutti, grassi e anche disgustosi.

Il made in Italy si difende non soltanto con il lavoro e l’onestà ma con la bellezza, basta vedere appunto certi personaggi della nostra moda, il loro dire elegante, l’assoluto distacco dalle cose volgari di questo mondo, tipo l’evasione fiscale, l’uso o l’abuso di droghe.

Dunque meglio essere in linea, meglio un corpo eburneo e profumato, meglio offrire la forma dell’esistere piuttosto che la sostanza dell’essere. Ma questa è filosofia occidentale, roba vecchia, brutta e grassa, anche disgustosa, come direbbero Sesia e Hiroyuki Takamashi che non è un nuovo giocattolo nipponico ma il direttore delle risorse umane di Prada Japan, un altro personaggio importante d’accordo con la linea severa adottata dai padroni: «Il tribunale ha confermato la piena legittimità del licenziamento», hanno detto a conforto della vicenda, parole riprese dai giornali inglesi e da qualche sito nostrano.

In verità non c’è stata nessuna sentenza, non c’è contenzioso legale, per il momento, ma semplice opinione di un apposito organo «disciplinare» chiamato a decidere. La Bovrisse, comunque, dopo diciotto anni di lavoro, è disoccupata, con la pettinatura da rifare e i chilogrammi da smaltire, secondo ingiunzione dei capi con gli occhi a mandorla e la lingua al cianuro.

Patrizio Bertelli non dovrebbe essere fiero di questi quindici licenziamenti. È vero che gli garba molto liquidare chi non rientra nella sua filosofia, in tal senso si è espresso nei confronti di Berlusconi, tanto per citarne uno a caso: «Bisogna creare le condizioni per buttare fuori dal Parlamento Berlusconi», aveva detto nei mesi passati. Non potendo ricorrere al proprio Ceo Sesia si è appoggiato a Rutelli che non è vecchio, non è grasso, non è brutto, non è disgustoso.

Ma Bertelli è un uomo politicamente corretto, la sua idea e ideologia non dovrebbero spingerlo a commettere errori politici, la sua consorte Maria Miuccia è un ex membro del Piccì e pensare ai lavoratori mandati a casa perché non in linea, non con il partito ma con la bilancia, è un’offesa all’intelligenza. Ma il business è business, Prada va in Borsa, con la b maiuscola, deve fare cassa, consolidare un primato internazionale, non c’è tempo per star dietro a queste piccole cose da cortile. Intanto i cinquecento dipendenti sparsi nei quaranta negozi giapponesi incominciano a tremare, si guardano allo specchio e controllano la carta d’identità. Il diavolo vestirà anche Prada ma forse è sotto il bancone.

La storia di Win Tin, 7mila giorni in un carcere birmano

Giornalista e co-fondatore della Lega nazionale per la democrazia (Nld), l’attivista racconta 19 anni trascorsi in prigione, 12 dei quali in isolamento. Egli ha festeggiato 80 anni e descrive il Myanmar come “una prigione a cielo aperto”. Nel 1989 è stato condannato a 21 anni per “propaganda anti-governativa”.

Yangon (AsiaNews/Rfa) – Win Tin, giornalista birmano e figura di primo piano dell’opposizione democratica, ha festeggiato 80 anni – 19 dei quali trascorsi da prigioniero politico – raccontando in un libro l’esperienza del carcere. Egli ha descritto nel dettaglio la vita quotidiana di un dissidente in prigione, augurandosi che “possa aiutare le persone a capire le sofferenze” di quanti si battono per la democrazia in Myanmar.
Il libro di memorie si intitola “L’esperienza di 7mila giorni in prigione” ed è stato sponsorizzato da Democratic Voice of Burma (Dvb), organizzazione no-profit con base in Norvegia attiva nella difesa dei diritti umani e della democrazia in Myanmar. In 318 pagine Win Tin, membro di primo piano e co-fondatore della Lega nazionale per la democrazia (Nld), racconta le vessazioni subite in carcere, tra cui12 anni trascorsi in isolamento.
Poco prima della liberazione, nel settembre 2008, la giunta gli aveva imposto di firmare un documento, in cui egli affermava di “essere più felice” rimanendo “dietro le sbarre”. Egli ha opposto un netto rifiuto, ribadendo che uscito dal carcere avrebbe continuato a lottare per la democrazia in Myanmar.
Nel 1989 Win Tin ha subito una condanna a 21 anni di galera, all’indomani della rivolta studentesca guidata dagli attivisti di Generazione 88 e repressa nel sangue dalla dittatura militare. Egli ha ricoperto la carica di vice-presidente del sindacato degli scrittori ed è stato arrestato con l’accusa di “propaganda anti-governativa”. Nel 1996 per aver raccontato le dure condizioni del regime carcerario, in una testimonianza scritta alle Nazioni Unite, il giornalista birmano è stato condannato ad una pena aggiuntiva di sette anni.
Il 12 marzo scorso Win Tin ha inviato un video-messaggio a una folla riunita a Mae Sot, al confine fra Thailandia e Myanmar, che festeggiava la pubblicazione del libro. Un evento promosso da Association for Assistance to Political Prisoners (Burma), organizzazione fondata nel 2000 e che si batte per la liberazione degli oltre 2100 prigionieri politici birmani. “Mi sono sentito in dovere di scrivere questo libro – ha affermato l’80enne attivista – perché le persone sappiano la verità e possano comprendere le reali condizioni dei prigionieri politici”.
Egli ha aggiunto di essere consapevole del “grave rischio” che corre pubblicando il libro, ma rifiuta le “intimidazioni” perché ha messo da parte “tutte le paure”. Win Tin sottolinea che in Myanmar vi sono 40 prigioni, fra cui il famigerato carcere di Insein, ma “tutto il Paese è una prigione a cielo aperto, le cui mura sono i confini della nazione. I cittadini devono capire tutto questo”.

A Roma una giornata dedicata alla tratta degli esseri umani Un dramma senza confini

di Giulia Galeotti

All'indomani dell'8 marzo, si è svolta a Roma una giornata dedicata al dramma della tratta mondiale degli esseri umani. Organizzato dall'Ambasciata del Canada in Italia e dalla Delegazione del Québec a Roma, il convegno "Il traffico umano, dramma senza confini" è stato voluto per sensibilizzare l'opinione pubblica su un argomento duro e crudele che riguarda l'intera comunità internazionale, e che vede tra le sue vittime in particolare le donne.
La tratta di esseri umani è un fenomeno dalle molte facce, una moderna forma di schiavitù che priva milioni di persone della libertà, della dignità e di tutti gli elementari diritti che noi diamo ormai per scontati. È un dramma che coinvolge tutti i paesi del mondo, siano essi la terra di origine, di transito o di destinazione delle donne, degli uomini e dei bambini che vengono sfruttati sessualmente, resi servi domestici o sottoposti ai lavori forzati. Si stima che 2 milioni e mezzo di persone siano vittime di questa piaga, l'80 per cento donne e giovani ragazze, il 5 per cento delle quali minorenni. Proprio per le dimensioni e le intricate corresponsabilità del fenomeno, urge una risposta transnazionale, come è stato più volte ricordato nella giornata romana.
Non vi è solo la povertà tra le cause della tratta. Un ruolo non marginale lo svolge anche la mancanza di prospettive esistenziali, che possono andare al di là dell'aspetto economico. È il caso del Nepal, da cui partono molte vittime del traffico, che però non provengono dalla zona più povera del paese, ma da quelle in cui vi sono pratiche tradizionali molto discriminatorie verso le donne, come poligamia, stupri etnici, divorzi unilaterali, conflitti armati o normative misogine (le femmine, ad esempio, non hanno diritto all'eredità, alla proprietà o all'istruzione). Diverse ricerche hanno infatti dimostrato come la discriminazione tra i sessi induca molte ragazze a cercare altrove una possibilità di riscatto. E questo spiega perché le vittime, una volta liberate, non vogliano tornare nella terra di origine, atteggiamento che si tende a leggere solo come paura della stigmatizzazione o del disonore, ma che invece è anche il rifiuto di una discriminazione quotidiana.
Il meccanismo messo in atto da quanti gestiscono e controllano questi moderni schiavi è sottile e perverso. Privandole dell'identità, del nome e dei documenti, gettandole in realtà che parlano lingue sconosciute, popolate da gente che le sfrutta e le umilia quotidianamente, le vittime vengono piegate fisicamente e psicologicamente con estrema facilità. Se una donna italiana viene stuprata, in ospedale si attiva la necessaria e sacrosanta rete di cura, mentre se la donna è una prostituta nigeriana (vittima dei suoi protettori e dei clienti, molti dei quali, mentre ne abusano, la incolpano di essere venuta a contaminare le loro strade), la risposta può non essere altrettanto positiva.
Si tratta di un autentico mercato, retto da precise regole economiche e che va denunciato pubblicamente. A esso si può tentare di opporsi, magari anche solo segnalando gli strani movimenti che avvengono nel pianerottolo dei palazzi. Lo ha ricordato, aprendo i lavori di Roma, Isoke Aikpitanyi, la prima vittima di tratta in Italia che rischia la vita per la scelta di raccontare pubblicamente la sua storia. Nata nel 1979 a Benin City, in Nigeria, a 20 anni, spinta dalla povertà e dalla assenza di prospettive, decide di recarsi in Europa. Isoke parte con la promessa di un lavoro in un negozio di frutta e verdura a Londra e si ritrova, il 26 dicembre del 2000, forzata a prostituirsi a Torino. Dopo diversi anni, grazie anche all'incontro con Claudio, suo prossimo marito, la ragazza riesce a liberarsi dal giogo del racket. Fondatrice e portavoce dell'Associazione delle ragazze di Benin City, Isoke ha aperto ad Aosta un ricovero per le donne vittime di traffici illeciti (mentre Claudio ha formato un gruppo di persone, ex clienti di prostitute, per cercare di sensibilizzare gli attuali clienti sulla loro corresponsabilità in questo turpe mercimonio).
Un aspetto molto interessante che è emerso dal seminario romano è quello dell'impatto socio-economico che il traffico di esseri umani produce nei Paesi di origine dei moderni schiavi. La tratta, infatti, ha ripercussioni non irrilevanti in termini, ad esempio, di fuga giovanile, discrasia tra maschi e femmine, aumento delle tensioni etniche (le vittime provengono da gruppi già discriminati).
Né l'impegno dei Paesi di destinazione può cessare semplicemente con la loro liberazione. Queste persone hanno infatti bisogno di alloggio, di luoghi sicuri e anonimi, di assistenza giuridica, finanziaria, psicologica e medica (si pensi per esempio alle conseguenze degli aborti forzati cui sono sottoposte tantissime ragazze). Hanno bisogno di essere aiutate a reinserirsi socialmente, ad apprendere la lingua, a regolarizzarsi nello status di vittime. Ovviamente, giacché sono persone diverse per cultura, religione e comunità etnica, occorre tenere presente che le loro necessità sono diversificate.
Lo slogan della campagna del Governo canadese contro la tratta di esseri umani è: "Persone in vendita in Canada? La risposta ti scioccherà". Uno slogan che vale in pari grado e con pari forza per ogni paese del mondo.


(©L'Osservatore Romano - 12 marzo 2010

NUOVE BARBARIE D’AMERICA. Qualcosa sta marcendo nel cuore americano che cerca di macinare positività

di Stefano Pistolini

Metti che il terremoto dietro l’angolo,
dopo averti allibito, diventi
occasione di riscatto. Haiti è Katrina,
moltiplicato per mille. Per l’America
è nel giardino di casa. Di caraibici gli
Stati Uniti traboccano. Dunque, neppure
per un momento, la Casa Bianca
pensi di trattare la questione come
una semplice emergenza di politica
estera. Questi territori sono brandelli
di americanizzazione tralasciata, ma
l’orbita di contatto è troppo ristretta
perché Washington ponga la tragedia
più di un gradino sotto che se fosse andata
in scena a Los Angeles. Già i tempi
di reazione sono stati intorpiditi e
le parole di circostanza spese. Ma
Obama badi a come agisce in questo
frangente, perché il mondo lo osserverà,
considerando un’imperdonabile
ingiuria qualsiasi lassismo e approssimazione,
mentre la polvere si accumulerà
sul suo premio Nobel. Bush è
stato giustamente crocifisso sul fiasco
di Katrina, errore la cui macchia non
si cancella. Con tutto ciò che ha detto,
descritto e pensato d’incarnare, questa
sciagura è il rendiconto per il
44esimo presidente. Cinico qui, cinico
per sempre. Se l’America di questi
mesi assapora un’umiliazione collettiva
attraverso l’impervio cammino di
riemersione dalla crisi economica, ecco
che un evento a largo della costa
sudorientale le mostra che qualsiasi
disastro è sempre una prova della vera
Apocalisse. Che non esistono gradi
di separazione dal male e dal dolore,
che è tutto o niente, verità o finzione,
o si è davvero gli invincibili guardiani
del bene e della civiltà o non si è niente
di tutto questo, perché il part-time
non è dato. Obama decida se fare di
Haiti l’“issue” tragicamente a sorpresa
del suo 2010, trasformando la salvezza
dell’isola in una vera priorità
americana. Tra quelli che credono, tra
quelli del Vecchio Testamento, devono
essere in tanti a pensare che questo
terremoto d’allucinante simbologia
sia un tic del mignolo di Dio, mossosi
per solleticare la nazione che
spesso lo invoca e per capire se si tratti
ancora della promettente frontiera
interiore nella quale venne coinvolto,
oppure ormai sia solo un altro deserto
perduto, disseminato di spiriti,
neon e postriboli del peccato.
* * *
Dopo averle inventate, adesso in
America le playmate le ammazzano.
E’ capitato due volte negli ultimi mesi,
in circostanze simili, come se la
probabilità di fare una fine del genere
sia proporzionata alla circonferenza
texana delle tette di queste ragazze.
In agosto è toccato alla ventottenne
Jasmine Fiore (vero cognome: Lepore.
Ascendenze italiane), strangolata, mutilata
e rinchiusa in una valigia dal fidanzato
Ryan Jenkins, il cui mestiere
ha una definizione sensazionale, da
collocare al centro di questo viaggio
nella nuova barbarie americana:
“concorrente nei reality show”. Per riconoscere
il cadavere, gli inquirenti
sono ricorsi al numero di serie delle
protesi del seno di Jasmine. Ryan, 32
anni, l’ha fatta finita una settimana
più tardi, a migliaia di chilometri di
distanza (già: il grande paese), impiccandosi
in un motel della British Columbia,
Canada. I due s’erano conosciuti
a Las Vegas. Lui aveva appena
partecipato a un reality di bassa lega
(titolo: “Megan è in cerca di un miliardario”,
tutto un programma, no? quattrini
e rimorchi. Gli autori devono esserne
stati fierissimi). S’erano sposati
sullo Strip, e avevano cominciato subito
a litigare. Lei era una professionista
delle chat line e delle pubblicità
osè di costumi da bagno e aveva tanti
vecchi amichetti a cui non rinunciava
(o loro non dimenticavano le forme
manga di Jasmine). Lui era geloso
marcio. La fine è andata in scena a
Del Mar, vicino San Diego, con notevole
eccitazione dei media locali e
molti servizi su quelli nazionali, fino
al ritrovamento di Jenkins suicida.
La faccia di Jasmine Fiore non si
dimentica, se capita di vederne una foto.
Paula Sladewski invece era più bella
ma più banale, omologata al pacchiano
canone estetico di “Playboy”.
La statuaria Paula ha 26 anni, quando,
qualche giorno fa, il suo corpo finisce
arso in un cassone dell’immondizia a
Miami, dopo che una telecamera di
controllo l’ha ripresa mentre usciva
da un club, alle sette del mattino. Il fidanzato
era stato con lei fino a poco
prima, avevano bevuto, fatto baldoria,
come fanno sempre le playmate prima
di farsi massacrare, e infine avevano
litigato, perché mica dev’essere facile
uscire con una ragazza così, con tutti
gli sguardi bavosi che le si appiccicano
addosso. Paula e il suo tipo erano a
Miami per un Capodanno la cui attrazione
era il concerto di Lady Gaga, ultima
diva pop d’oltreoceano, quella
senza faccia e senza look, dal momento
che ogni volta che appare ne ha di
diversi – traduzione trash di Pirandello.
Per spegnere il cadavere di Paula
che bruciava hanno dovuto chiamare i
pompieri. Pochi minuti dopo gli investigatori
dicevano in tv d’essere pronti
a tutto per rinchiudere le belve che
avevano ridotto così quella ragazza.
Anche in questo eccesso di zelo c’era
un erotismo d’accatto, tra cameramen
che vomitavano per il puzzo insopportabile
(immortalati su “YouTube”) e
fotografi a caccia dello scatto da National
Enquirer, il rotocalco che sulle
foto delle salme ha costruito un impero,
in vendita alle pompe di benzina.
Kelly, sorella di Paula, in un talk show
ha rivelato d’essere distrutta dal non
poter garantire a quel gran pezzo di figliola
il funerale a bara aperta, indispensabile
per rendere giustizia alle
sue forme sensazionali. Il voyeurismo
galoppa, mentre per un weekend la
storia viene spolpata in tv da bellimbusti
sospiranti e conduttrici con faccia
di circostanza e acconciatura poligonale.
D’altronde non si è trovato di
meglio da servire al pubblico chiuso
in casa, infreddolito dal peggiore inverno
che si ricordi, talmente gelato
che Al Gore si becca uno sberleffo al
giorno dal meteo di Fox News. Ergo,
benvenuti nell’inferno mentale americano.
Potrebbe non esserci più espiazione
che tenga, dal momento che
troppe colpe sono state consumate e
in fretta si stanno cancellando le tracce
del cammino per la salvezza. Bisogna
far presto.
* * *
Gli americani adorano i doppi finali.
Quelli dove, quando si è sull’orlo
del precipizio, arrivano il pentimento
e la redenzione. Hollywood, no?
I democratici lo sanno che quello
che sta arrivando è un brutto anno.
Quanto brutto? E’ da vedere. Brutto,
difficile, rognoso. Una resa dei conti.
Pronti? Attrezzati? Si direbbe di no.
Non c’è stato nemmeno il tempo di
smaltire l’euforia del 2008.
Per consolarsi si guarda dall’altra
parte dello steccato, in casa repubblicana.
Tanta agitazione, gente che urla.
Progetti seri? Nuovi leader? Volontà
unitaria? Niente di tutto ciò. Allora
forse i democratici possono sospirare
di sollievo? No, davvero no. Semplicemente
hanno guardato nel posto sbagliato,
in una direzione che inganna.
Eppure le indicazioni sono chiare, i
media non fanno che strillarglielo in
faccia. A che serve fingere d’avere un
solo legittimo avversario, se i tempi
sono cambiati? I repubblicani riusciranno
a darsi rapidamente una presentabilità
e un programma coerente?
Probabilmente no, ma non è questo
l’interrogativo che tormenta gli americani
che continuano a credere nelle
urne elettorali. Nell’ultimo anno il
gioco repubblicano è stato, con alcuni
sussulti schizofrenici, quello dell’ostruzionismo,
del “no”. Alla fine ci si
è convinti che, in fondo, semplicemente
“no” fosse quello che la maggioranza
degli americani aveva da dire
alle proposte di Obama.
Non che sia stata una strategia del
tutto insulsa: le mosse della Casa
Bianca hanno provocato una naturale
aggregazione degli americani a destra,
attraverso un procedimento segmentato
sulle tante questioni in ballo, e su
cui s’ingrossavano le file del dissenso:
Iraq, sanità, sicurezza, aborto e, prima
di tutto, la gestione della crisi. Però
può seriamente bastare una tattica
del “no” quando arriva il momento
dei faccia a faccia elettorali? Non è
per niente sicuro, visto che le personalità
disponibili non sono elettrizzanti
dal punto di vista dialettico e
che i democratici lotteranno all’ultimo
sangue, prima di mollare l’osso.
Perciò il Partito repubblicano dovrebbe
prepararsi con più sagacia ad
approfittare di un’occasione che arriva
prima del previsto. Pronti a tentare?
Coloro che potrebbero dirsi pronti
non sono organici al partito. Anzi,
nonostante ne condividano l’assunto
sulle grandi questioni, ritengono oggi
un peso agire sotto le sue insegne. Si
profila una crisi irreversibile del bipolarismo
d’oltreoceano? Non sarà indolore
tornare ai limpidi fronteggiamenti
di punti di vista. Servirà una purificazione,
una guida che si faccia interprete
del rinnovamento. Vedete un
Reagan all’orizzonte? Di nuovo, no. Le
sagome che si agitano non lavorano
per la causa unitaria di un partito, ma
in favore di qualcosa di più impalpabile
e più omerico al tempo stesso: per
(se stessi e per) l’America, per come si
pensava essa fosse, per come andrebbe
ricostruita. Un’illusione? Il pensiero
scientifico dice di sì. Ma la passionalità
americana non smette di pensare
che quello sia il luogo dove ogni
traguardo è possibile, compreso il
reintegro nel Paradiso Terrestre. Un
doppio finale, appunto. Se solo ci fosse
qualcuno capace di segnare la strada.
Se solo non fosse un’esperienza
mediocre, partecipare a questa possibile
epopea solo da uno schermo televisivo,
tra raffiche di spot. C’è una distonia,
inutile negarlo. L’errore è stato
commesso e poi si è perseverato.
L’inversione a U è miracolismo. Ma altrimenti
bisognerebbe chiudere bottega.
Sopravvivere di ricordi mentre
la fine si avvicina con l’incedere del
secolo. Ci dev’essere una soluzione. E
dev’essere una soluzione umana ed
empirica. La forza degli uomini. Non
ebbero forza soprannaturale quelli
del We the People del 1787? Non era
contro tutte le probabilità? Il funerale
può aspettare. Coltiviamo positività.
Non corriamo. Lucidamente. La cartuccia
con sopra il nome di Barack
Obama, il primo degli uomini della
provvidenza, è stata sparata. Una percentuale
fastidiosamente crescente
d’incontentabili americani, sostiene
ormai che il colpo fosse a salve.
* * *
Conservatorismo compassionevole.
Significava, nell’accezione di Karl Rove,
che era giusto fidarsi della migliore
borghesia americana, quella fiorita
sullo sbocciare del capitalismo americano.
Che era giusto lasciar fare a
quella middle class responsabile e
misurata, attenta al tornaconto, ma
sensibile al suo ruolo sociale: ci
avrebbero pensato i migliori americani
al comando a condividere a sufficienza,
allontanando la sofferenza
dallo spirito nazionale. Vera americanità,
distribuita con munificenza e opportunamente
propagandata.
Chi si ricorda di George W. Bush
quando presentò quel “conservatorismo
compassionevole” così gravido
d’impegno? Certo, dietro c’erano scenari
diversi, c’era il liberismo al galoppo,
c’era il ridimensionamento dello
statalismo clintoniano, c’era una
strizzata d’occhio a una borghesia
rombante, mica dimessa come adesso.
Conta parlarne oggi? Quello era prima
dell’11 settembre 2001, era il frammento
del secolo scorso che sconfinava
nel terzo millennio, senza sapere
cosa l’aspettasse in quella tersa mattinata
newyorkese. Adesso abitiamo un
tempo diverso, fatto anche della stanchezza
nei confronti delle lungaggini
del politicamente corretto. Dopo il lutto,
dopo la guerra, dopo la paura, c’è
voglia di dire pane al pane, d’avere a
che fare con cifre tonde, con certezze
e non promesse, moneta sonante, non
cambiali. Una cosa è rimasta la stessa:
due americani su tre – lo certifica Gallup
– si riconoscono nella definizione
“conservatore”. La stessa percentuale
rilevata in coincidenza con l’attacco
alle Torri.
Ci fu un gesto, nell’avvento del
“conservatorismo compassionevole”
di George W. che mi piacque, perché
mi sembrò di vederci uno slancio sincero,
una convinzione diretta, la stessa
che sovente mancava alle pubbliche
mosse di quel presidente. Fu l’annuncio
del programma “No Child Left
Behind”, a cui aveva contribuito con
entusiasmo perfino un suo acerrimo
nemico come Ted Kennedy. Si era all’inizio
della fatale estate del 2001,
quando Bush, fresco di Casa Bianca,
mise al sicuro questo sistema di provvedimenti
e finanziamenti che sintetizzava
il concetto di conservatorismo
compassionevole, non nella machiavellica
accezione di Rove, ma nella
lettura “ranchera” che le attribuiva
quel presidente dal bizzarro pedigree.
Si legiferava in favore del sogno americano,
per quanto la definizione fosse
generica. Si agiva a pettine nella retroguardia
nazionale per far sì che gli
ultimi ritrovassero incentivi per gareggiare
dignitosamente. Si pensava
ai piccoli. Si agiva nel nome dell’uguaglianza.
E Bush, per la sua formazione
culturale, per la terra da cui
proveniva, per la cultura di cui era
prodotto, ci credeva, con commozione.
Negli stessi mesi in cui s’arroventava
la polemica sul meccanismo educativo
e la sua produzione di burnout, fregati
da problematiche comportamentali
e familiari, ma condannati da uno
spietato sistema scolastico, la Casa
Bianca marciava nella direzione opposta.
L’America apprezzò. C’era una
sensazione di rigenerazione di principi
originali, mortificati da una sottovalutazione
alla quale si poneva rimedio.
Mettendo regole e quattrini in favore
della compassione. Nel 2009, a
più riprese, il sensazionale presidente
Obama, appena insediato in contingenze
obiettivamente più difficili, ha
provato a rilanciare qualcosa che, nel
campo dell’educazione, aggiornasse
quel progetto malconcio e l’adeguasse
alle nuove esigenze (per esempio etniche).
Le reazioni sono state tiepide.
L’idea in circolo è “accontentiamoci
di quel che c’è. Anzi: i meno fortunati
si accontentino, perché le urgenze sono
altre. Qui si tratta di salvare la pelle
al sistema, altro che equiparazione
delle opportunità educative”. Il noioso
dibattito sugli standard educativi
per il XXI secolo è rimandato a data
da destinarsi. Ma questi non sono adeguamenti
indolori, per un sistema evolutivo
come ha voluto essere quello
americano. Questi errori si pagano.
Basta visitare una scuola normale del
paese, non Yale ma un liceo di periferia,
per capire che l’errore è in corso.
I figli sono lasciati indietro, nella graduatoria
delle cose da fare. “Tutti
hanno derivato benefici dagli antenati”,
scrisse l’educatore ottocentesco
Horace Mann, descrivendo l’esperienza
americana per come si configurava
in quel ribollente momento. Tanto era
già successo, e praticamente doveva
ancora succedere tutto. Ma allora gli
indicatori erano fantastici e le prospettive
illimitate. (1. continua)

Il Foglio 19 gennaio 2010

L’orrore dell’Uganda: allarme sacrifici umani. bambini» Superstizione e denaro dietro gli atroci riti compiuti dagli stregoni

DA N AIROBI M AT TEO F RASCHINI K OFFI « P ortano il cuore e il sangue in piccoli contenitori di latta, li posizionano sotto questo al­bero, e aspettano che gli spiriti arrivino a prenderseli » . A pronunciare queste paro­le è uno dei tanti guaritori tradizionali, confermando lo spaventoso sospetto che in Uganda siano in aumento i sacrifici di esseri umani, soprattutto bambini. Nel 2009, dieci persone sono state accu­sate di omicidio in relazione alla terribile pratica ed è per questo che il governo u­gandese ha nominato l’anno scorso un’u­nità di crisi che si occupa dei sacrifici u­mani. E duemila agenti di polizia, con il supporto degli Stati Uniti, sono stati ad­destrati per combattere il traffico di mi­nori. Da quando è stata istituita l’unità di crisi, 15 omicidi e 200 sequestri di perso­na sono al momento sotto indagine. Non sono neanche rari gli arresti di genitori e parenti accusati di vendere bambini af­finché siano sacrificati. Gli stregoni so­stengono che ci vuole tempo per diventa­re un guaritore tradizionale, che spesso bisogna spostarsi in altri Paesi per impa­rare queste pratiche, e che una volta fini­to l’insegnamento è necessario iniziare con il sacrificio del proprio figlio. Sia le autorità locali sia molte organizza­zioni non governative dicono che il re­cente aumento di tale fenomeno è da at­tribuirsi a un nuovo gruppo di “guaritori tradizionali” che hanno scopi puramente economici. Attraverso i media, gli strego­ni pubblicizzano il loro lavoro e richiedo­no ingenti somme in denaro per sacrifi­care esseri umani e animali. Le persone che pagano per questi servizi credono che il sangue aiuti ad acquisire ricchezza. «Ca­si di sacrifici umani sono sempre esistiti, soprattutto nella regione centrale dell’U­ganda » , spiega Elena Lomeli, volontaria che lavora con “Anppcan”, una Ong loca­le promotrice dei diritti del bambino; «ma da qualche tempo – continua – c’è un nuo­vo filone di guaritori tradizionali che han­no particolare “successo” dovuto all’au­mento della disoccupazione e della po­vertà. Nella mia esperienza, i responsabi­li di questi abusi sono persone avide di de­naro che vogliono arricchirsi in fretta » . Nelle aree rurali spesso le famiglie sacrifi­cano i propri figli, mentre nelle realtà ur­bane i residenti istruiti e benestanti se­questrano i bambini degli altri. Nel nord del Paese, soprattutto nei distretti di Gu­lu, Kitgum e Pader, a causa delle conse­guenze della guerra civile ci sono poi mol­ti sfollati che si affidano alle pratiche de­gli stregoni per ricevere protezione e de­naro. « I guaritori tradizionali sfruttano la povertà e l’ignoranza della gente», afferma Johnson Kilama, ufficiale di polizia della regione. «Ai genitori – continua – sono pro­messi soldi e una vita sicura per i loro bam­bini , anche se i loro figli finiscono co­munque in miseria » . Casi di questo gene­re sono da collegarsi anche alla vendita di organi. I cadaveri trovati dalla polizia ne­gli ultimi mesi erano privi di reni, fegato, e altre parti del corpo che di solito non vengono associate ai riti tradizionali. A maggio dell’anno scorso un rapporto pubblicato dal Dipartimento di Stato a­mericano dichiarava l’Uganda un centro internazionale per il traffico di esseri u­mani e denunciava il sempre più preoc­cupante scenario nell’est del Paese in cui vengono “commercializzate” le parti del corpo. « Stiamo investigando sulla possi­bilità che alcuni di questi omicidi siano il lavoro di una rete internazionale respon­sabile del traffico di organi » , afferma Mo­ses Binoga, del Dipartimento investigati­vo. « È probabile che tentino di far passa­re le loro uccisioni per l’opera di guarito­ri tradizionali intenti a fare sacrifici uma­ni » . Ultimamente però, la battaglia contro le cruenti pratiche degli stregoni ha avuto qualche successo. Alcuni guaritori penti­ti, per esempio, hanno deciso di aiutare la polizia a cercare i responsabili dei sacrifi­ci umani. In altre occasioni, invece, si so­no tenute cerimonie pubbliche in cui i va­ri arnesi usati dagli stregoni sono stati bru­ciati davanti alla popolazione e agli uffi­ciali governativi. «Mettono il cuore e il sangue dentro a piccoli contenitori, li posizionano sotto un albero e aspettano che gli spiriti arrivino a prenderseli» Ma dietro a tutto c’è anche il commercio clandestino degli organi: molti cadaveri sono privi di reni e fegato



IL RACCONTO «Ho salvato dalla morte mio figlio rapito»


Sgozzate « come animali e smembrate per poterne ricavare il sangue » e altre parti del corpo da usare durante riti tradizionali, le giovani vittime dei sacrifici umani in Uganda sono facile preda per chi crede che un guaritore tradizionale, o stregone, abbia il potere di portare soldi e fortuna ai suoi clienti. Sono molti gli esempi che hanno marcato un aumento di questo atroce fenomeno: a gennaio dell’anno scorso, una ragazza ventunenne è stata condannata a sedici anni di prigione per aver rapito un bambino e aver tentato di venderlo a un guaritore tradizionale. Kato Kajubi, un uomo d’affari ugandese, è stato invece dichiarato colpevole di aver sacrificato un ragazzino di dodici anni per assicurare la riuscita di un nuovo investimento da parte della sua azienda. Nello stesso anno, un guaritore tradizionale pentito ha confessato di aver ucciso settanta persone, incluso suo figlio. È successo a James Katana, residente del villaggio di Bugiri, nell’est dell’Uganda, quando una volta tornato dalla messa domenicale gli hanno comunicato che suo figlio di tre anni era stato sequestrato da degli individui sconosciuti. « Lo abbiamo cercato per ore » , spiega Katana, « ma non siamo riusciti a trovarlo fino a quando qualcuno non ci aveva telefonato per dirci che era morto, e il suo corpo era stato gettato in una foresta. Arrivato sul posto, l’ho visto disteso in una pozza di sangue. I suoi genitali erano stato tagliati, ma lui era ancora vivo e si è salvato » . Pochi giorni dopo, lo stregone coinvolto nel rapimento del bimbo era nelle mani della polizia. ( M. F. K.)



STRAGE NEI GRANDI LAGHI La caccia agli «zeru-zeru» colpevoli solo di essere albini


DI L UCIA C APUZZI


È una strage silenziosa quella degli «zeru-zeru» ossia gli albini africani. Oltre duecentomila persone – secondo stime dell’Organizzazione mondiale della Sanità anche se i dati ufficiali sono molto inferiori – concentrate prevalentemente nella regione dei Grandi laghi: Tanzanìa occidentale, Burundi, Nord Uganda, Ruanda e Repubblica democratica del Congo. Nelle zone rurali, i “neri bianchi” vivono nel terrore dei 'cacciatori', bande criminali violentissime ingaggiate dai guaritori locali per assassinare gli albini, sezionare i cadaveri e prelevare le parti principali. Da queste ultime, infatti, gli stregoni ricavano costosissime pozioni da vendere ai ricchi clienti. Che ingurgitandole si illudono di ottenere denaro, amore e fortuna. Un business milionario: ogni “intruglio” costa 2mila dollari. Se ne vendono centinaia – la maggior parte in Tanzania dove vengono in genere trafficati i corpi degli albini – anche se avere dati certi è impossibile. Negli ultimi due anni, sono stati massacrati 53 albini in Tanzanìa e 12 in Burundi. A queste cifre ufficiali, però, si devono aggiungere le decine e decine di delitti avvenuti nei villaggi più sperduti e mai denunciati per paura di rappresaglie da parte dei criminali. Altre volte, i familiari tacciono per timore che i maghi attirino su di loro la sfortuna. La superstizione, in questo remoto “pezzo d’Africa”, è forte. Per estirparla, i governi di Dar-es-Salam e Bujumbura hanno cercato di intensificare i controlli. I giudici tanzaniani hanno condannato quattro persone a morte per l’omicidio di un albino. Anche in Burundi si è aperta una stagione di processi ai “cacciatori”. Uno di loro è stato punito con l’ergastolo, altri otto sono ancora sotto giudizio. Le credenze ancestrali, però, sono dure da sconfiggere. Nonostante il pugno di ferro dei governi, il massacro degli albini continua.




Avvenire 10 gennaio 2010

L’Immacolata è un trans, polemica in via Lagrange a Torino

Il Pdl grida allo scandalo per la foto esposta nella mostra «Generi di prima necessità» (che ha ricevuto il patrocinio di Comune e Regione) allestita in via Lagrange, raffigurante un transessuale nei panni della Madonna intento ad allattare un bambino e titolata «Immacolata concezione».

Per Roberto Ravello, capogruppo di An-Pdl in Comune “non può essere considerata una provocazione, pur decisamente volgare, poiché non è altro che una rappresentazione oscena che offende la sensibilità ed il buon gusto di chiunque, non soltanto dei cattolici”. “È inaccettabile - ha aggiunto Ravello - che il Comune abbia permesso, per di più nel periodo natalizio, questa installazione e ne chiediamo l’immediata rimozione”.

Ravello e il Pdl chiederanno quindi le comunicazioni del sindaco Chiamparino nel prossimo Consiglio. Il curatore della mostra Christian Ballarin si difende spiegando che “non si tratta di un transessuale ma di una transessuale che ora è una donna a tutti gli effetti e che poi non sta affatto allattando”.(Fonte La Stampa)