DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Perché B-XVI agli irlandesi ha ricordato certi vecchi errori del Concilio

La forza della “Lettera ai cattolici di Irlanda”
di Benedetto XVI, dello scorso
19 marzo, sta soprattutto nel suo spirito
di autentico rinnovamento e riforma
della chiesa. Il richiamo alla penitenza
che costituisce il suo filo conduttore non
è mai disgiunto dall’appello “agli ideali
di santità, di carità e di sapienza trascendente”,
che nel passato resero grande l’Irlanda
e l’Europa e che ancora oggi possono
rifondarla (n. 3). Unico fondamento di
questa ricostruzione è però Gesù Cristo
“che è lo stesso ieri, oggi e sempre”
(Ebrei 13, 8) (n. 9). Rivolgendosi a tutti i fedeli
di Irlanda, il Papa li invita “ad aspirare
ad alti ideali di santità, di carità e di
verità e a trarre ispirazione dalle ricchezze
di una grande tradizione religiosa e
culturale” (n. 12). Questa tradizione non è
tramontata, anche se a essa si è opposto
“un rapidissimo cambiamento sociale,
che spesso ha colpito con effetti avversi la
tradizionale adesione del popolo all’insegnamento
e ai valori cattolici” (n. 4). In
questo paragrafo, che costituisce un passaggio
chiave del documento pontificio, il
Papa afferma che negli anni Sessanta fu
“determinante” “la tendenza, anche da
parte di sacerdoti e religiosi, di adottare
modi di pensiero e di giudizio delle
realtà secolari senza sufficiente riferimento
al Vangelo. Il programma di rinnovamento
del Concilio vaticano fu a volte
frainteso” e vi fu “una tendenza, dettata
da retta intenzione ma errata, ad evitare
approcci penali nei confronti di situazioni
canoniche irregolari”. “E’ in questo
contesto generale” di “indebolimento
della fede” e di “perdita del rispetto per
la chiesa e per i suoi insegnamenti”, “che
dobbiamo cercare di comprendere lo
sconcertante problema dell’abuso sessuale
dei ragazzi”.
L’obbligo di “sociologia pastorale”
In che senso il Concilio poté essere
“frainteso”? Il breve, ma significativo accenno
di Benedetto XVI merita di essere
sviluppato. Occorre ricordare che durante
i lavori dell’assise conciliare prese forma
l’idea di una chiesa non più militante,
ma peregrinante, in ascolto dei segni dei
tempi, pronta a rinunziare alla verginità
della sua dottrina, per lasciarsi fecondare
dai valori del mondo. Offrirsi ai valori
del mondo significava rinunziare ai propri
valori, a cominciare a quello che è più
intrinseco al cristianesimo: l’idea del Sacrificio,
che dal mistero della Croce discende
in ogni aspetto della vita ecclesiale,
fino alla dottrina morale, che un tempo
ispirava la vita di ogni battezzato, chierico
o laico che fosse.
Il Concilio impose ai vescovi, come un
dovere, la “sociologia pastorale”, raccomandando
di aprirsi alle scienze del
mondo, dalla sociologia alla psicanalisi.
In quegli anni era stato riscoperto lo psicanalista
austriaco Wilhelm Reich, morto
quasi del tutto dimenticato in un manicomio
americano nel 1957. Nel suo libromanifesto
“La Rivoluzione sessuale,”
Reich aveva sostituito alle categorie della
borghesia e del proletariato quelle di
repressione e di liberazione, intendendo
con questo ultimo termine la pienezza
della libertà sessuale. Ciò implicava la riduzione
dell’uomo a un insieme di bisogni
fisici e, in ultima analisi, ad energia
sessuale. La famiglia, fondata sul matrimonio
monogamico indissolubile tra un
uomo e una donna, era vista come l’istituto
sociale repressivo per eccellenza: nessuna
considerazione sociologica poteva
autorizzarne la sopravvivenza. Una nuova
morale, basata sull’esaltazione del piacere,
avrebbe presto spazzato via la morale
tradizionale cristiana, che attribuiva
un valore positivo all’idea di sacrificio e
di sofferenza.
La nuova teologia, spinta dal suo abbraccio
ecumenico ai valori del mondo,
cercò l’impossibile dialogo tra la morale
cristiana e i suoi nemici. I corifei della
“nuova morale”, che in Italia furono teologi
come don Enrico Chiavacci don Leandro
Rossi e don Ambrogio Valsecchi, salutarono
come maestri del nuovo corso morale
Wilhelm Reich e Herbert Marcuse.
Nel 1973, a cura di Valsecchi e di Rossi,
uscì, per le edizioni Paoline, un pomposo
“Dizionario enciclopedico di teologia
morale”, che ambiva a sostituire il
classico, e ancor oggi prezioso “Dizionario
di teologia morale” dei cardinali
Francesco Roberti e Pietro Palazzini (la
quarta edizione fu pubblicata da Studium
nel 1968). Nel nuovo “Dizionario morale”,
Enrico Chiavacci sosteneva che “la vera
natura umana è di non aver natura” e che
l’uomo è tale per la “tensione” che la sua
coscienza esprime, indipendentemente
dai “divieti” della morale tradizionale.
Valsecchi affermava la necessità di svincolarsi
da una concezione della morale
che facesse appello a una fondazione metafisica
della natura umana. Unico peccato,
radice di tutti gli altri, quello “contro
l’amore”, e unica virtù, quella di assecondare
l’amore, naturalmente e non soprannaturalmente
inteso.
I nuovi moralisti, definiti da qualcuno
“pornoteologi”, sostituivano alla oggettività
della legge naturale, la “persona”, intesa
come volontà progettante, sciolta da
ogni vincolo normativo e immersa nel
contesto storico-culturale, ovvero nell’
“etica della situazione”. E poiché il sesso
costituisce parte integrante della persona,
rivendicavano il ruolo della sessualità,
definita “funzione primaria di crescita
personale” (così Valsecchi), anche perché,
a dir loro, il Concilio insegnava che
solo nel rapporto dialogico con l’altro, la
persona umana si realizza. Citavano a
questo proposito il concetto secondo cui
“ho bisogno dell’altro per essere me stesso”,
fondato sul n. 24 della Gaudium et
Spes, magna charta del progressismo postconciliare.
Chiavacci, Rossi e Valsecchi,
contestarono pubblicamente, nel 1974, la
posizione antidivorzista della Conferenza
episcopale, ma continuarono ad essere
per molti anni i “moralisti” più in vista
della Chiesa italiana. Ancora oggi basta
entrare in una libreria cattolica per trovare
in primo piano sugli scaffali i loro libri,
stampati da case editrici come le Paoline
e la Queriniana.
Eppure, ciò che fa riflettere sono proprio
vicende esistenziali, come quelle di
Ambrogio Valsecchi professore di morale
alla Facoltà teologica di Milano, consulente
del cardinale di Milano, Carlo Colombo,
al Concilio Vaticano II, alfiere della
nuova morale, poi dispensato dai voti e
sposato (con rito religioso) nel 1975, quindi
divenuto nell’ultimo decennio della
sua vita psicologo, analista e terapista di
coppia. Altrettanto fallimentare è stato
l’itinerario di colui che oggi è, con Hans
Küng, il principale accusatore di Benedetto
XVI: Rembert Weakland. Difensore
ad oltranza della “rivoluzione sessuale”,
dei diritti dei “gay” e delle donne nella
Chiesa, Weakland non è più arcivescovo
di Milwaukee dal 2002 quando fu “dimissionato”
dopo che un ex studente di teologia
l’aveva accusato di violenza carnale,
rompendo il segreto che lo stesso
Weakland gli aveva imposto in cambio di
450 mila dollari detratti dalle casse dell’arcidiocesi.
La stampa “liberal”, lungi
dal lapidarlo, lo trattò però con molto riguardo,
come conveniva a un celebrato
campione della Chiesa progressista quale
egli era.
Omosessualità e trasgressione pedofila
I nemici della tradizione hanno sempre
preteso di opporre il primato dell’esistenza
a quello della dottrina, il cristianesimo
concretamente vissuto a quello astrattamente
predicato. Il “tribunale della vita
vissuta”, a cui essi si sono appellati, ha ribaltato
però i loro giudizi e le loro previsioni.
Chi ha voltato le spalle alla ferrea
intransigenza dei princìpi per ancorarsi
al molliccio fondamento della propria
esperienza, è spesso fuoriuscito da quella
Chiesa che diceva di voler meglio servire.
Chi ha negato l’esistenza di una natura da
rispettare, ha iniziato col soddisfare gli
istinti della natura che negava, per assecondare
poi le deviazioni che la volontà
offriva alla sua intelligenza, disancorata
dal vero. Il passaggio dalla etero alla omosessualità
e di qui alla pedofilia è stato,
per alcuni, se non cronologicamente, almeno
logicamente coerente.
Oggi si può sostenere, in prima pagina
di Repubblica, che il celibato ecclesiastico
produce pedofilia. Ma su nessun giornale
si potrebbe affermare l’esistenza di un
nesso altrettanto diretto tra pedofilia e
omosessualità. Lo impediscono le leggi di
alcuni Stati europei, che hanno introdotto
il reato di omofobia, ma più ancora lo vieta
la censura culturale e sociale che riduce
sempre di più i margini di difesa della
moralità. All’interno di un certo mondo
cattolico, ancora più grave è considerata
l’affermazione di un rapporto, anche solo
indiretto, tra la nuova teologia degli anni
Sessanta e il pansessualismo che penetrò
nella Chiesa dopo il Concilio. Benedetto
XVI lo ha fatto e gliene va reso onore.

Roberto de Mattei

© Copyright Il Foglio 30 marzo 2010

PAPA RATZINGER E' IL CAPRO ESPIATORIO PER TUTTO IL MALE

Salvatore Izzo

Come vaticanista dell'Agenzia Italia, mio malgrado mi sono dovuto occupare in modo ricorrente del tema degli abusi sessuali compiuti sui minori, cioe' di orrendi reati (per di piu' commessi in ambienti religiosi nati per la proteggere l'infanzia). Preferisco non utilizzare la parola pedofilia - se possibile - nei miei lanci perche' e' di per se' ambigua: la sua radice infatti e' la stessa di zoofilia o cinefilia, che descrivono invece attitudini positive.
Gli abusi sono invece veri e propri stupri e sarebbe piu' coerente parlare di pedofobia.
E da questa considerazione vorrei partire per richiamare l'attenzione su un primo aspetto che personalmente considero assai inquietante: la cultura classica e quella moderna hanno in qualche modo giustificato questa perversione sessuale che - se realizzata - sfocia invece necessariamente in comportamenti criminali.
Faccio due esempi addirittura banali: i filosofi greci e il romanzo Lolita. Ma recentemente ha fatto scalpore anche Melissa P, un vero caso ''letterario''. Altre perversioni sessuali non hanno goduto di simili testimonial.
Ancora: potenti ''alleate'' di questa perversione sono alcune battaglie politiche considerate di civilta': leggi e sentenze che dichiarano lecito il fatto che una minorenne possa abortire o utilizzare contraccettivi senza il permesso dei genitori che tipo di messaggio danno?
E i distributori di preservativi nei licei, dove i ragazzi del primo anno spesso non hanno nemmeno compiuto i fatidici 14 anni?
Doloroso - per me - e' poi il capitolo dei media, dove ci sono altri alleati inconsapevoli della pedofilia: i pubblicitari che utilizzano i bambini per far loro scimmiottare i grandi, ma anche le tv che al posto del pomeridiano Zecchino d'oro e dei suoi proverbiali ''44 gatti'' programmano show serali con piccoli divi imbellettati e impegnati in brani seduttivi se non addirittura trasgressivi.
Un capitolo a parte meriterebbero i programmi tv che hanno sostituito nella fascia pomeridiana la benemerita tv dei ragazzi e che sono fatti e pensati per adulti (anagrafici) ma consumati anche dai bambini, che possono cosi' assorbire messaggi non proprio adatti alla loro eta' dai 'naufraghi' dell'Isola o dai 'reclusi' della casa del GF - curiosamente per i reality si utilizzano termini etimologicamente evocatori di disgrazie - commentati da un piccolo esercito di opinionisti al quale non manca mai la foglia di fico di qualche prete un po' vanesio. E c'e' internet, dove la pedopornografia e' solo la punta di un iceberg, perche' in rete i bambini sono vittime potenziali anche di altri abusi, basta pensare alle chat che li mettono in contatto con chiunque voglia celarsi dietro un accattivante nikname.
Quanti nemici inconsapevoli dei bambini sono nascosti nei media! Il fatto che siano ''inconsapevoli'' li scusa? Anche le agenzie viaggi che programmano i viaggi in Thailandia rischiano di essere complici ''inconsapevoli'' di crimini gravissimi commessi dai turisti sessuali, e nessuno ovviamente dice niente. Pero' se quando vado a fare un biglietto aereo mi accorgo che pubblicizzano questa ''merce'' magari cambio fornitore.
Tutto questo solo per sottolineare che c'e' un'ambiguita' di fondo sul tema della pedofilia e che sarebbe necessario, per combattere piu' seriamente e radicalmente il fenomeno, prendere coscienza anche di questi altri aspetti.
E veniamo al tema degli abusi nella Chiesa.
Le statistiche parlano di una tendenza alla pedofilia diffusa nello 0,3 per cento della popolazione, questo non vuol dire, grazie a Dio, che poi in Italia ci siano 3 pedofili abusatori - cioe' stupratori e dunque pericolosi criminali - ogni mille abitanti: semplicemente ci da' le dimensioni potenziali del rischio che corrono i bambini nelle loro case, a scuola, nelle palestre. Nelle parrocchie il rischio e' inferiore, se ci fermiamo al dato statistico dell'associazione Meter che parla di 80 sacerdoti italiani inquisiti per abusi sessuali su minorenni, per la maggior parte adolescenti, contro (parola finalmente appropriata) circa 40 mila tra secolari e religiosi.
Dato che peraltro e' abbastanza omogeneo con le statistiche dei vescovi americani. Ma certo l'esiguita' di queste percentuali non puo' tranquillizzarci. Ed e' evidente che il crimine degli abusi risulta ancora piu' intollerabile se a commetterlo e' un religioso. Ma dobbiamo anche essere consapvoli del rischio che quegli stessi ''nemici'' dei bambini che sono annidati nei nostri media e nel mondo politico possano cadere - diciamo in buona fede - in quella trappola che genericamente e' chiamata ricerca di un capro espiatorio.
Per questo dobbiamo chiederci cosa ha fatto la Chiesa nel tempo contro questa piaga e cosa sta facendo adesso, sotto l'impulso del Papa.
Mentre nell'antica Grecia e non solo, la pedofilia era più' che tollerata, Gesu' Cristo si e' scagliato con le parole piu' dure del Vangelo contro chi ''scandalizza'' i piccoli. Parole inascoltate, ci dice la storia dello schiavismo che si e' protratto nel civilissimo Belgio - e non solo - fino agli inizi del secolo scorso, grazie ai possedimenti africani di re Leopoldo (e non possiamo non piangere i bambini seviziati nei campi di concentramento nazisti). Ma chi ricorda queste violenze? La Chiesa ha parlato con voce alta a difesa dei bambini, non da oggi: san Marcellino Champagnat, fondatore dei fratelli maristi, dedico' tutti i suoi sforzi nella Francia post-napoleonica alla protezione dell'infanzia anche dagli abusi sessuali. Lo stesso ha fatto da noi Don Bosco.
E nel mondo di oggi nessun uomo ha fatto e sta facendo quanto Joseph Ratzinger. La Lettera Pastorale ai cattolici dell'Irlanda - che qualifica come peccati di cui rendere conto a Dio e alla societa' sia gli abusi che le coperture - e' stata salutata come un fatto nuovo e certamente lo e'.
Ma e' anche e soprattutto uno sviluppo conseguente del coraggioso Magistero di Benedetto XVI che gia' da cardinale era in prima nel denunciare e combattere la ''sporcizia'' nella Chiesa.
Ho seguito il Papa negli Stati Uniti nel 2008 e ogni tappa fu una stazione di Via Crucis, di questo Calvario impervio che a 82 anni compiuti il Pontefice sta ancora salendo caricandosi sulle spalle una croce davvero pesante
.
E invece e' proprio su di lui che si materializza nei media la ricerca del capro espiatorio.
E cosi' mentre veniva presentata la Lettera le agenzie alternavano alle frasi del Papa le anticipazioni di un giornale tedesco che - nonostante l'estraneita' di Ratzinger alla vicenda sia gia' stata acclarata - ritirava fuori la vicenda dell'abate H arrivato da Essen a Monaco. E nei servizi sugli abusi sui ragazzi del coro di Ratisbona, casi che risalgono a oltre 50 anni fa, si continua a tirare in ballo l'anziano mons. George Ratzinger che non c'entra per nulla.
Tutto questo segue un copione gia' sperimentato dopo la lectio di Ratisbona, l'invito alla Sapienza, la rimozione delle scomuniche ai lefebvriani e la risposta in aereo sull'Aids.
Polemiche feroci che hanno in comune il fatto di essere del tutto sganciate dalla realta', basate cioe' su speculazioni e non su quello che il Papa ha effettivamene detto o ha fatto.
Il mondo sarebbe un po' migliore, se noi media provassimo onestamente a diffondere il suo Magistero a difesa dei bambini e degli ultimi della Terra.

ll card. Pell: il male dell'abuso sessuale non può aver posto nella Chiesa, nessuno dovrebbe dubitare della ferma intenzione del Papa di sradicarlo

"Il male dell'abuso sessuale non può aver posto nella Chiesa Cattolica e nessuno dovrebbe dubitare della ferma intenzione di Benedetto XVI di sradicarlo". Lo afferma il card. George Pell (nella foto con Benedetto XVI), arcivescovo di Sydney. "La Lettera pastorale senza precedenti che il Papa ha scritto ai cattolici d'Irlanda - scrive sul sito internet dell'arcidiocesi australiana - riflette la sua profonda compassione per le vittime di abusi sessuali e il suo forte impegno affinchè giustizia sia fatta". Per il porporato, il tema è troppo triste e troppo serio perchè possa circolare disinformazione, aggiungendo dolore alle vittime". "Si sostiene frequentemente che l'istruzione del 2001 della Congregazione della Dottrina della Fede richiedeva ai vescovi di trattare tali accuse con assoluta segretezza e di non informare la polizia sotto pena di scomunica. E invece la lettera del card. Ratzinger emessa nel 2001 non fa riferimento a scomuniche". "Molte accuse avanzate dagli organi di stampa fanno riferimento - spiega - a disposizioni che invece risalgono al 1962, poi superate dal documento del 2001", le cui norme "non sono mai state interpretate come un divieto di denunciare i crimini alle autorità civili" .

Agi

Nessuna indulgenza, ma preghiamo per i carnefici La riflessione di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto

ROMA, giovedì, 25 marzo 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’articolo a firma di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, apparso su Il Corriere della Sera del 23 marzo scorso.




* * *

“Che cosa pensa dei casi di pedofilia tra sacerdoti e religiosi venuti alla luce solo in questi ultimi tempi?”. La domanda del giovane liceale era diretta e richiedeva la risposta leale che mi ero impegnato a dare a quelle diverse centinaia di ragazzi iniziando il mio dialogo con loro. Non esitai a rispondere quello di cui sono convinto: che la pedofilia è un fenomeno mostruoso, di assoluta gravità morale, perché ferisce personalità indifese nella maniera più indegna e brutale. Le si possono applicare senza esitazione le parole di Gesù: “Guai a colui a causa del quale avvengono scandali. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli” (Luca 17,1-2).

Aggiunsi, però, quanto sia necessario stare attenti a non generalizzare: alcuni casi - in percentuale pochissimi, sebbene anche uno solo basterebbe a suscitare una rivolta morale - non devono far dimenticare l’immensa maggioranza che c’è fra il clero di persone fedeli alla loro vocazione, serie e generose con Dio e con gli altri. Una maggioranza, questa, che ho potuto conoscere in ogni parte del mondo nel mio servizio di teologo e che ora da Vescovo di una Chiesa diocesana riconosco nella fede e nella carità dei preti e dei consacrati, miei collaboratori. Proprio in nome di questa maggioranza silenziosa è giusto che il Papa e i Vescovi insieme con lui siano inflessibili nel condannare questi scandali, nel sostenere in ogni modo le vittime, nel correggere, punire e curare i colpevoli. Il silenzio sarebbe connivenza. L’indulgenza complicità.

Mai, però, bisogna perdere di vista la persona umana da salvare, tanto nella vittima, quanto nel carnefice. La Chiesa crede nella parola del Signore: “La verità vi farà liberi” (Giovanni 8,32), e perciò non solo non ha paura della verità, ma ha fiducia nella sua forza liberante e sanante. D’altra parte, il fatto che su tanti casi di pedofilia che stanno emergendo quelli che più colpiscono i media e l’opinione pubblica siano gli episodi che coinvolgono sacerdoti e consacrati, è un segno eloquente dell’esigenza con cui giustamente si guarda alla Chiesa, del suo dovere di stare in alto, cioè nella grazia e nella fedeltà dell’amore di Dio e del prossimo. Solo a questo prezzo, la sua parola risuonerà libera e liberante e la fiducia che tanti - credenti e non credenti - ripongono negli uomini di Chiesa non sarà tradita.

E il celibato? Alcuni nel chiasso mediatico sviluppatosi intorno allo scandalo pedofilia hanno puntato il dito contro questa legge ecclesiastica, quasi che chiedere ai sacerdoti l’impegno di rimanere celibi per tutta la vita sia una fonte inevitabile di deviazioni. Se così fosse, non si spiegherebbe quella stragrande maggioranza di cui ho parlato: nel suo senso più vero e profondo, il celibato non è una frustrazione imposta, ma una libera risposta d’amore a una vocazione che supera certamente le capacità umane e che tuttavia è possibile vivere con fedeltà se essa viene da Dio ed è continuamente confortata dal Suo aiuto e dalla Sua presenza.

Vissuto fedelmente, nella durata dei giorni e nel sempre nuovo sì della fede al Signore vicino, il celibato è un segno meraviglioso della verità di ciò in cui crede chi crede: che, cioè, Dio non è una proiezione dei nostri desideri, un frutto del nostro bisogno di rassicurazione e di consolazione, ma il Vivente, che ti sovrasta ed insieme ti accompagna, che è infinitamente sopra di te ed insieme è dentro il tuo cuore umile, aperto a Lui. Chi ha esperienza di preghiera sa bene di che cosa sto parlando. Proprio così, il celibato e la verginità consacrata, vissuti con serena convinzione come una risposta alla chiamata e al dono di Dio, sono come una freccia puntata verso il cielo: ci dicono che Dio c’è, che Lui solo basta al nostro cuore inquieto, che Lui è la speranza del mondo e la patria promessa del nostro comune cammino.

Così il Signore ha dato a me e a tanti la grazia di vivere la nostra consacrazione a Lui: e questo, lungi dal farci sentire meno umani, più fragili o vuoti di amore, ci fa sentire una grandissima gioia, lo slancio di donarci e di testimoniare con la vita l’amore che viene dall’alto e che ci fa liberi, la bellezza di Dio che supera ogni bellezza e dà senso alle opere e ai giorni. Dico queste parole con umile fierezza: umilmente, perché tutto in questa esperienza è grazia immeritata; ma con fierezza, perché nessuno va ingannato, soprattutto i giovani, e ad essi la Chiesa può e deve continuare a dire a testa alta non solo che Cristo è la verità e il bene, ma anche che Lui è il pastore bello, e la bellezza del Suo amore crocifisso e risorto è la sola che salverà il mondo. Con buona pace di quanti vorrebbero vedere nella triste e squallida infedeltà di qualche pedofilo, ahimé presente fra le file del clero, la smentita della buona novella, che è il Vangelo dell’amore più grande, speranza per tutti.

Dal giovane Holden un esempio di pedofilia urbana, borghese e per niente celibe

Al direttore - A proposito delle falsità sparate
contro il sacerdozio celibe, che secondo noi
moderni e liberi partorisce orchi a causa della
repressione della belva sessuale che prima o poi
trova il momento in cui scatenare la sua violenza
preferibilmente contro i bambini, ho trovato
un pezzetto de “Il giovane Holden”, libro
che chiunque di noi moderni e liberi ha letto.
Espulso per l’ennesima volta da un college
d’eccellenza, gira per la sua New York. Verso la
fine, a tarda sera chiede ospitalità al suo ex
professore Antolini, che con la moglie lo riceve
volentieri in casa preparando il divano. La moglie
del professore torna subito a letto, Antolini
dice a Holden parole non proprio disprezzabili,
seppur col tono del colto predicozzo, finché
non si danno la buonanotte. Poco dopo essersi
addormentato, qualcosa lo sveglia: “Mi sentivo
qualcosa sulla testa, la mano di qualcuno. Ragazzi,
mi venne proprio un accidente! Be’, era
la mano del professor Antolini” che lo stava
molestando. “Ragazzi, giuro che feci un balzo
di mezzo chilometro. – Che diavolo sta facendo?
– dissi. – Niente! Sto semplicemente seduto
qui, in ammirazione… Ma che diavolo sta
facendo insomma! – dissi un’altra volta... Che
ne diresti di parlare a bassa voce? Sto semplicemente
seduto qui… Io devo andarmene, a
ogni modo – dissi. Ragazzi, quant’ero nervoso!
Cominciai a infilarmi nel buio quei maledetti
calzoni... Tra scuola e compagnia bella, conosco
più dannati pederasti io che tutta la gente
che avete incontrata in vita vostra, e gli pigliano
gli accessi sempre quando nelle vicinanze ci
sono io”. Antolini era il migliore professore che
avesse mai incontrato. I quattro college da cui
Holden è stato espulso non sono descritti cattolici.
Non è una piaga orrenda che sfigura solo
nostra madre chiesa, ma solo nostra madre
chiesa sa la cura: Benedetto XVI e altri fantastici
innamorati di Gesù come padre Aldo con
dura grazia ce lo dicono.

Emmanuel Exitu, Roma

© Copyright Il Foglio 24 marzo 2010

La pedofilia non è il “crimine assoluto”, la chiesa non ceda a false morali. Besancon e la Lettera del Papa

Parigi. Anche Alain Besançon ha letto
la lettera di Benedetto XVI alla chiesa irlandese,
ma a differenza del Monde o dell’Herald
Tribune, non crede sia un “esercizio
insufficiente” rispetto alla gravità dei
fatti. “C’è un pubblico per il quale non basta
mai niente. Vorrebbero che il Papa si
dimettesse, che i vescovi fossero impiccati:
non sono mai contenti”. Studioso del comunismo
e dell’iconoclastia, Besançon è
uno storico con la spiccata passione per la
teologia. Tra l’altro, ha appena scritto un
saggio sul celibato ecclesiastico, ponendo
il problema, ma non la soluzione. E sulla
pedofilia ha le idee chiare: “E’ diventato
un po’ un business. La chiesa americana
ha già pagato due milioni di dollari per risarcire
le vittime. Il vescovo di Boston si è
dovuto vendere il palazzo. Il fatto è che oggi
la prescrizione sta scomparendo. Eppure,
invenzione del diritto romano, era un
atto di civiltà fondato sull’idea che oltre
un certo lasso di tempo non si può più giudicare
un reato”. In inglese, in effetti, non
c’è nemmeno il termine, e per dire che un
reato cade in prescrizione bisogna usare
una parafrasi (“cease to be valid as a result
of the statute of limitations”). “Scelta
infelice e poco in sintonia col cristianesimo”
osserva lo storico. “Dimenticare è già
un inizio di perdono: e l’oblio come il perdono
è una prerogativa cristiana, del tutto
sconosciuta al mondo ebraico e al mondo
pagano. I cinesi non riescono a capire che
Francia e Germania dopo la Seconda
guerra mondiale si siano riconciliate: ai
loro occhi ciò che ha fatto il Giappone resta
imperdonabile”.
Mancando la prescrizione, argomenta
Besançon, la pedofilia finisce per essere
equiparata a un crimine contro l’umanità,
ed elevata al rango dell’antisemitismo e
del razzismo: “Non nego che sia un reato
grave, ma mi pare assurdo renderlo un crimine
superiore”, dice Besançon. “Un marito
che uccide la moglie oggi viene condannato
a sei anni di prigione, ma esce dopo
tre; un prete accusato di pedofilia ne
deve scontare 16, senza alcuna riduzione
possibile”. La chiesa però oggi si pente
per i preti pedofili, recita con la lettera di
Benedetto XVI un “mea culpa” che nessun
regime secolare si è mai sognato di fare
nei confronti di tragedie storiche come
i totalitarismi, argomentiamo. Concorda,
anche se il parallelo lo trova però non
strettamente pertinente: “La chiesa non è
stata capace di analizzare in profondità il
nazismo” replica Besançon, “e dal 1958 al
1978 ha mantenuto un silenzio colpevole
sul comunismo”. Quanto all’autocritica del
XX secolo, lo storico distingue i nazisti,
“che dall’ultima guerra non hanno fatto altro
che pentirsi”, e i comunisti: “Non uno
che sia stato condannato e giustiziato”.
Ma per tornare al caso presente, è anche
vero, poi, che la sollecitazione sessuale
non è mai stata tanto presente e pregnante
nel corso della storia umana come
oggi: e questo è un argomento che indebolisce
l’autorità del prete e per Besançon
(come ha scritto nel penultimo numero di
“Commentaire”) pare deporre contro lo
stesso celibato ecclesiastico: “Tra adulti
oggi tutto è permesso in fatto di sessualità;
ma se il male si concentra solo sui pedofili,
nel rapporto col bambino, questo impedisce
la filia e la pedagogia, fondata sulla
correzione. Dare una sculacciata è quasi
un crimine contro l’umanità. E tutto il sistema
etico contemporaneo è sconvolto
dalla gerarchia dei tre crimini imprescrittibili:
antisemitismo, razzismo, pedofilia”.
Il fatto è che noi viviamo in un mondo pelagiano,
osserva Besançon: “Da san Paolo
e sant’Agostino, l’uomo è peccatore: tutti
noi, compreso il Papa che non ha saputo
scegliere un buon governo per la chiesa e
resta in balìa del deficit di intelligenza del
clericalesimo, siamo peccatori. E per non
esserlo non bastano i nostri sforzi, come
pretendeva Pelagio: ci vuole la grazia”.
Il Papa però oggi invita tutti al pentimento;
invoca la riconciliazione in nome
della sofferenza patita dal Redentore. “Da
teologo, concede troppo alla morale umanitaria,
e quando scrive ‘i bambini hanno
il diritto di essere educati ai valori morali
autentici, radicati nella dignità della persona
umana, (…) di apprendere i modi di
agire che li conducano a una sana stima di
sé e alla durevole felicità’ cade nel luogo
comune”. Cos’altro avrebbe dovuto scrivere?
“Non so, ma è come se parlasse di stoicismo,
non di virtù critiane. Quali sono i
valori autentici? La morale cristiana non
è diversa da quella di Socrate e Cicerone,
molestare i bambini è sempre un male. Ma
insistere sui diritti e sulla sana stima di sé
lascia perplessi. Meglio parlare di santa
diffidenza di sé, per un cristiano, e insistere
sulla fragilità della condizione umana.
Lasciare che la chiesa venga invasa dalla
morale umanitaria è un errore”. E la morale
sessuale? “Altro errore. La chiesa farebbe
meglio a fermarsi ai principi, senza
entrare sotto le lenzuola dei fedeli”.

Marina Valensise

© Copyright Il Foglio 24 marzo 2010

Il Papa insegna a non avere paura della verità. di Angelo Bagnasco

"Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio" (2 Corinzi 5, 20): non c'è nulla di abitudinario né di ciclicamente scontato nella riproposta del tempo quaresimale. È piuttosto un lasciarci portare a livello di Dio, ed è evento ontologico che riguarda l'essere, cioè il fatto "che siamo uniti con Lui, che ci ha dato in anticipo se stesso, ci ha dato il suo amore" (Benedetto XVI, Lectio Divina con i Seminaristi del Seminario romano maggiore, 12 febbraio 2010). Ancora una volta, cari Confratelli, noi amiamo pensarci nell'ambito di quella scuola in cui mistagogo formidabile del nostro tempo è Benedetto XVI, e non per meramente ripetere ma per assumere emblematicamente questo magistero e per incastonarlo nel vissuto delle nostre Chiese, persuasi che la testimonianza pontificale oggi offerta, raccolta con ogni premura attorno ad uno speciale carisma della parola, accompagnata da una conoscenza singolare dei Padri, e da una sensibilità acuta per i bisogni dell'umanità, sia un provvido segno dei tempi, grazia che prova come il Signore non abbandoni mai il suo popolo e amabilmente lo guidi per i pascoli del suo amore. Quanto più, da qualche parte, si tenta inutilmente di sfiorare la sua limpida e amabile persona, tanto più il popolo di Dio a lui guarda commosso e fiero. Anche per questo gli rinnoviamo la nostra vicinanza ancora più forte e grata, l'affetto profondo e la nostra piena e concreta comunione.
"Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio": credere a Dio vuol dire non ignorare il volto del Cristo Crocifisso. Ma la concentrazione su Cristo vuol dire soprattutto che la trasparenza è un punto d'onore della nostra azione pastorale. Indirizzando sabato scorso la sua Lettera ai Cattolici d'Irlanda, e affrontando con loro a cuore aperto il problema, ovunque doloroso là dove si verifica, degli abusi sessuali compiuti su minori da ecclesiastici - crimine odioso, ma anche peccato scandalosamente grave che tradisce il patto di fiducia iscritto nel rapporto educativo - il Papa ha posto un limite invalicabile alla perniciosa tendenza a cercare scuse in attenuanti e condizionamenti. Egli invece ha affermato con vigore che occorre assumere "una posizione più forte per portare avanti il compito di riparare alle ingiustizie del passato e per affrontare le tematiche [...] secondo modalità conformi alle esigenze della giustizia e agli insegnamenti del Vangelo" (n. 1). Senza dubbio la pedofilia è sempre qualcosa di aberrante e, se commessa da una persona consacrata, acquista una gravità morale ancora maggiore. Per questo, insieme al profondo dolore e ad un insopprimibile senso di vergogna, noi Vescovi ci uniamo al Pastore universale nell'esprimere tutto il nostro rammarico e la nostra vicinanza a chi ha subìto il tradimento di un'infanzia violata. La Lettera papale è interamente pervasa da un accorato spirito di contrizione ed è testimonianza indubitabile di una Chiesa che non sta sulla difensiva quando deve assumere su di sé lo "sgomento", "il senso di tradimento" e "il rimorso" per ciò che è stato fatto da alcuni suoi ministri. Benedetto XVI non lascia margini all'incertezza o alle minimizzazioni: "rendiamo conto - esorta - delle nostre azioni senza nascondere nulla", "riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della giustizia", "dovete rispondere davanti a Dio onnipotente come pure davanti a tribunali debitamente costituiti" (n. 7). E lui, a sua volta, si mette in gioco con la sua autorità: "Vi chiedo con umiltà di riflettere su quanto ho detto" (n. 6). Anche nella bufera, tuttavia, egli è Pietro ed indica la strada, propone a tutti, senza indulgenze, lo scatto in avanti necessario: nonostante l'indegnità, "i peccati, i fallimenti di alcuni membri della Chiesa, particolarmente di coloro che furono scelti in modo speciale per guidare e servire i giovani", ecco tutto questo è vero, "ma è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo, che è lo stesso ieri, oggi e sempre" (n. 9). Le direttive chiare e incalzanti già da anni impartite dalla Santa Sede confermano tutta la determinazione di fare verità fino ai necessari provvedimenti, una volta accertati i fatti. I Vescovi italiani prontamente ne hanno preso atto e hanno intensificato lo sforzo educativo dei candidati al sacerdozio, il rigore del discernimento, la vigilanza per prevenire situazioni e fatti non compatibili con la scelta di Dio, una formazione permanente del nostro clero adeguata alle sfide. Siamo riconoscenti alla Congregazione per la Dottrina della Fede per l'indirizzo e il sostegno nell'inderogabile compito di fare giustizia nella verità, consapevoli che anche un solo caso in questo ambito è sempre troppo, specie - ripeto - se chi lo compie è un sacerdote.
Nel momento stesso in cui sente su di sé l'umiliazione, la Chiesa impara dal Papa a non avere paura della verità, anche quando è dolorosa e odiosa, a non tacerla o coprirla. Questo, però, non significa subire - qualora ci fossero - strategie di discredito generalizzato. Conviene allora che torniamo tutti a chiamare le cose con il loro nome sempre e ovunque, a identificare il male nella sua progressiva gravità e nella molteplicità delle sue manifestazioni, per non trovarci col tempo dinanzi alla pretesa di una aberrazione rivendicata sul piano dei principi.
"Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio": vorrei che questa perorazione raggiungesse in particolare i nostri cari sacerdoti, e li interpretasse nel loro desiderio di autenticità e di rinnovamento della propria testimonianza di vita e di missione. L'Anno Sacerdotale che stiamo celebrando conoscerà, in ogni Chiesa locale, proprio giovedì della prossima settimana - giovedì santo - una tappa particolarmente significativa sul fronte della coscienza di sé, in rapporto agli altri, alle rispettive comunità, e soprattutto in rapporto a Gesù Cristo, "il sempre chiamante". Il tema dell'identità sacerdotale resta "determinante" per l'esercizio del sacerdozio ministeriale: in un'epoca come la nostra - "policentrica" e "polimorfa" e perciò stesso "incline a sfumare ogni concezione identitaria" come avversa al sentimento democratico - "è importante avere ben chiara la peculiarità teologica del ministero ordinato" (ibidem). Non un disagiato, né uno scompensato, benché il clima culturale odierno non faciliti certo la crescita armonica di alcuno. Il sacerdote è un uomo che - non solo nel tempo del seminario - coltiva la propria umanità nel fuoco dell'amore di Gesù. E in questo orizzonte la nutre, la pota, la orienta, diventando a quel punto capace di amare in maniera matura la vocazione donatagli. La secolarizzazione diventa l'ambiente di cui si coglie il portato, ma senza ingenuità o illusioni, per diventare sacerdoti di convinzione, sacerdoti capaci di autonomia pensante, senza lasciarsi sopraffare dall'estensione delle cose da sapere o da fare perché si punta sulla profondità, sulla sintesi più che sui dettagli, sulle arcate più che sulla decorazione. Un'insistente proiezione esterna, una parcellizzazione degli impegni, un attivismo esasperato non possono diventare l'ancoraggio della vita interiore; questa si nutre anzitutto nel rapporto con Dio, coltivato, preservato, amato. C'è un'industriosità del sacerdote che, se dapprima galvanizza e inebria, molto presto svuota e appesantisce. In quest'ora delicata, una parola ci sentiamo in dovere di rivolgere a voi, amati Sacerdoti che fate il vostro dovere con fede, amore e dignità. Noi Vescovi, insieme al Papa (cfr. Lettera cit. n. 10), onoriamo la vostra dedizione limpida e generosa per il bene autentico della gente, a cominciare dai bambini e dai ragazzi. Nessun caso tragico può oscurare la bellezza del vostro ministero e del sacerdozio che sacramentalmente ci unisce, né mettere in discussione il sacro celibato che ci scalda il cuore e ispira la vita. Nell'appartenenza radicale e fedele a Gesù noi sappiamo che la nostra umanità si realizza e diventa feconda nella paternità dello spirito. Non sentitevi mai guardati con diffidenza o abbandonati, e non scoraggiatevi; siate sereni sapendo che le nostre comunità hanno fiducia in voi e vi affiancano con lo sguardo della fede e le esigenze dell'amore evangelico.
"Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio". Non raramente si affacciano alla cronaca del mondo eventi che per la loro imponderabilità, come per l'impatto che sono destinati ad avere tra le popolazioni, contengono in sé un poderoso invito alla conversione. Pensiamo ai fatti calamitosi che nell'arco di poche settimane sono accaduti prima ad Haiti e poi in Cile. Ma c'è un'altra tipologia di situazioni dolenti, che ci interpella anzitutto sul piano interiore, ed è quella delle popolazioni tormentate perché sono calpestati i diritti umani fondamentali, primo dei quali la libertà religiosa. La mitezza che contrassegna in generale la risposta cattolica non può essere però fraintesa: nessuno ha il diritto di farsi padrone degli altri in nome di Dio. Noi siamo effettivamente vicini a questi nostri fratelli di fede, solidali con il loro patire, ammirati della loro perseveranza, impegnati a far sì che la politica a livello internazionale voglia assumere con crescente autorevolezza iniziative urgenti ed efficaci per assicurare a tutti gli uomini, entro qualunque confine, il sacrosanto rispetto della libertà di credo e di culto.
"Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio": questo invito accorato vorremmo con affetto rivolgerlo specialmente al nostro Paese.
Non so dire se la società italiana sarebbe nel suo insieme disposta ad accogliere da noi Vescovi una parola, anche una sola, peraltro umile, e comunque schietta. Se penso alle nostre singole città, e alla società che si esprime nelle singole diocesi, sarei indotto a immaginare senz'altro di sì. E a quel punto direi: sostiamo un attimo e proviamo a pensare. Pensare a noi stessi, a quello che eravamo, ed oggi - dopo esserci lanciati in una maratona incredibile, e aver raccolto non pochi risultati - rischiamo nonostante tutto di compromettere. Da più parti si parla di un declino che sarebbe incombente sul nostro amato Paese. Perché nei paragoni, che talora si avanzano, dove l'Italia è messa per l'uno o l'altro dei suoi parametri a confronto con altri contesti nazionali, si finisce puntualmente per concludere - magari con un sottile compiacimento intellettuale - che siamo in svantaggio? Si tratta di irriducibile pessimismo o di cronico snobismo? Rimestare sistematicamente nel fango, fino a far apparire l'insieme opaco, se non addirittura sporco, a cosa serve? E a sospingere verso analisi fin troppo crudeli, è l'amore per la verità o qualcos'altro di meno confessabile? O è più attendibile invece il fatto che stiamo progressivamente perdendo la fiducia in noi stessi, assumendo con ciò stati d'animo che finiscono col destrutturare la società intera? Quella energia morale che avevamo dentro ed ha consentito ad una nazione, uscita dalla guerra in condizioni del tutto penose, di ritrovarsi in qualche decennio tra le prime al mondo, quella forza vitale che fine ha fatto? Perché il vincolo che ci aveva legato nella stagione della ricostruzione post-bellica e del lancio del Paese stesso sulla scena internazionale, ed aveva retto nonostante profondi dislivelli sociali e serie fratture ideologiche, è sembrato da un certo punto in avanti non unirci più?
Ci sono tuttavia dei motivi di contingente quanto seria preoccupazione, dovuti in gran parte alla crisi economica internazionale, che sprigiona ora sul territorio i suoi frutti più amari. Mi riferisco in particolare alla realtà del lavoro, il lavoro che è "bene per l'uomo, per la famiglia e per la società, ed è fonte di libertà e responsabilità" (Benedetto XVI, Discorso all'Unione degli Industriali del Lazio, 18 marzo 2010). Per un popolo abituato a far leva sostanzialmente sulla propria intraprendenza e sulla propria fatica, trovarsi spiazzato sul fronte dell'occupazione è una sofferenza acuta. Come Vescovi, ci scopriamo talora il terminale ultimo di una filiera di preoccupazioni: nessuno evidentemente ci carica di responsabilità che non possiamo avere, ma tutti o quasi finiscono ad un certo punto per rivolgersi a noi in nome di ciò che rappresentiamo. Ebbene, in questa veste, pur non disponendo di inedite soluzioni tecniche, avremmo un metodo di comportamento da ricordare, quello della responsabilità sociale, da esercitare anzitutto evitando la fuga dai problemi, e illudendosi di trovare riparo dietro a soluzioni unilaterali e drastiche. Nell'economia globalizzata infatti ci sarà sempre un altrove più conveniente, un territorio nel quale i costi sono minori e il ricavo più alto. Ma proprio la genesi di questa terribile recessione conferma che non ha senso ritenere la persona del lavoratore una variabile rispetto agli altri fattori di produzione.
Su un altro fronte la nostra società è chiamata a interrogarsi per tempo, prima che altre situazioni critiche arrivino ad esplosione: quello di una fondamentale strategia di integrazione degli immigrati presenti sul territorio italiano. Se si vuole evitare che una determinata zona di città (o del territorio) diventi, anche in breve tempo, un ambiente separato che dà il senso di estraneità a chi ci vive, occorre muoversi per tempo e attrezzarsi mediante un sapiente monitoraggio urbano che consenta per tempo iniziative di ricomposizione, così da mantenere ragionevolmente miscelate le provenienze e sufficientemente coesa la cittadinanza. Ma per questo è indispensabile una presenza sul territorio di figure di riferimento, educatori e assistenti sociali che, insieme a forze dell'ordine, garantiscano interventi preventivi, in grado tra l'altro di far rispettare il diritto alla famiglia che è proprio anche dei poveri. Nello stesso tempo, è indispensabile che dai quartieri e dalle parrocchie si dispieghino esperienze di animazione che possano configurare quella che l'Azione cattolica ha chiamato "una nuova alleanza civile" sul territorio.
Con l'occasione vorremmo anche ricordare la difficile situazione in cui versa una serie di strutture sociali e sanitarie di ispirazione cristiana dislocate sul territorio e preziose quanto ad assistenza specifica, specie dei meno abbienti. Chiediamo alle Regioni che il diritto costituzionale alla salute sia effettivamente tutelato collocando le pur necessarie riforme in un contesto di promozione del bene comune.
"Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio": è sul primordiale diritto alla vita che all'alba di questo terzo millennio l'intera società si trova a dover fare ancora l'esame di coscienza, non per caricare fardelli sulle spalle altrui, né per provocare aggravi di pena a chi già è provato, ma per il dovere che essa ha, per se stessa, di guardare avanti in direzione del futuro. E nonostante le apparenze o le illusioni, non le riuscirà di farlo se non schierandosi col favor vitae, sempre e particolarmente quando le condizioni siano contrastate, difficili, incerte. Intanto già è in incubazione un'ulteriore silente rivoluzione, compiuta grazie alla diffusione di nuovi metodi abortivi sempre più precoci che - variando la composizione chimica, a seconda della distanza di assunzione dal concepimento - hanno come effetto quello di "far scomparire" l'aborto, agendo nel dubbio di una gravidanza in atto che la donna sarà così in grado di coprire meglio, rispetto agli altri ma rispetto anche a se stessa. Dalla "pillola del giorno dopo" al nuovo ritrovato, chiamato sui giornali "pillola dei cinque giorni", è un continuum farmacologico che, annullando il confine tra prodotti anticoncezionali e abortivi, ha già indotto ad una crasi linguistica - si chiamano infatti contraccettivi post-concezionali - che sfuma la precisione del momento per l'eventuale feto, e dunque l'esatta contezza dell'atto, minimizzando probabilmente l'urto del gesto abortivo, anzitutto sul piano personale, e poi anche su quello cultural-sociale. A completamento del fatto, queste pillole tendono a diventare un prodotto da banco, accessibile a tutti, anche alle minori. Diversa, di per sé, la logica della Ru486, che è prescritta quando c'è la certezza di una gravidanza in atto. Nella pratica reale però, l'aborto sarà prolungato e banalizzato, acquisendo connotazioni simboliche più leggere, giacché l'idea di pillola è associata a gesti semplici, che portano un sollievo immediato. E così la "rivoluzione" iniziata negli anni Settanta per sottrarre l'aborto alla clandestinità, al pericolo per la salute delle donne, al loro isolamento sociale, si chiude tornando esattamente là dove era cominciata, con il risultato finora acquisito dell'invisibilità sociale della pratica, preludio di quella invisibilità etica che è disconoscimento che ogni essere è per se stesso, fin dall'inizio della sua avventura umana.
In questo contesto, inevitabilmente denso di significati, sarà bene che la cittadinanza inquadri con molta attenzione ogni singola verifica elettorale, sia nazionale sia locale e quindi regionale. L'evento del voto è un fatto qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare. C'è una linea ormai consolidata che sinteticamente si articola su una piattaforma di contenuti che, insieme a Benedetto XVI, chiamiamo "valori non negoziabili", e che emergono alla luce del Vangelo, ma anche per l'evidenza della ragione e del senso comune. Essi sono: la dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l'indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. Si tratta di un complesso indivisibile di beni, dislocati sulla frontiera della vita e della solidarietà, che costituisce l'orizzonte stabile del giudizio e dell'impegno nella società. Quale solidarietà sociale infatti, se si rifiuta o si sopprime la vita, specialmente la più debole?
"Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare da Dio": vorrei infine pensare queste parole rivolte a quanti concretamente operano sulla scena politica. E per farlo con qualche efficacia torna forse interessante riferirsi a quella linea di studi antropologici che suggeriscono di scorgere qualcosa di sacro in ciò che fonda ogni società. È una visione che non sorprende i cattolici, che infatti sulla scorta del citato Messaggio quaresimale del Papa, sono chiamati quest'anno a chiedersi che cosa sia la giustizia. Essa esprime sempre un profilo di gratuità che supera quel dare a ciascuno il suo, che è il minimo, per renderla espressiva di una opzione incondizionata per il bene non solo dinanzi al bene ma anche dinanzi al male. Così sperimenta la giustizia chi, andando realmente oltre la mera logica distributiva, viene trattato secondo la sua dignità. Si situa qui, in modo cioè non solo contingente, l'idea alta di politica cui ci permettemmo di fare cenno nell'ultimo Consiglio Permanente: una politica capace di rendere onore all'uomo in quanto uomo, sempre cioè figlio di Dio. Ecco ciò che, dinanzi a quel che va emergendo anche dalle diverse inchieste in corso ad opera della magistratura, e senza per questo anticiparne gli esiti finali, noi Vescovi ci sentiamo di dover chiedere a tutti, con umiltà, di uscire dagli incatenamenti prodotti dall'egoismo e dalla ricerca esasperata del tornaconto e innalzarsi sul piano della politica vera. Bisogna che, al di fuori delle vischiosità già intraviste e della morbosità per un certo accaparramento personale, si recuperi il senso di quello che è pubblico, che vuol dire di tutti e di cui nessuno deve approfittare mancando così alla giustizia e causando grave scandalo dei cittadini comuni, di chi vive del proprio stipendio o della propria pensione ed è abituato a farseli bastare, stagione dopo stagione. C'è un impegno che, a questo punto, non può non riguardare proporzionatamente tutti, politici e cittadini, e che ciascuno nel proprio ambito è chiamato ad onorare: mettere fine cioè a quella falsa indulgenza secondo la quale, poiché tutti sembrano rubare, ciascuno si ritiene autorizzato a sua volta a farlo senza più scrupoli.
Concludo ricordando un laico cattolico, Vittorio Bachelet, che giusto trent'anni or sono - il 12 febbraio 1980 - veniva proditoriamente ma anche illusoriamente ucciso sulla gradinata della sua Università. Egli diceva: "In questa fase di passaggio, in questa svolta della civiltà alla quale ha voluto rispondere il concilio Vaticano ii nel cui solco fecondo noi abbiamo lavorato e ci impegniamo a lavorare, occorre soprattutto una forza spirituale che testimoni nella povertà dei mezzi umani la sua fedeltà a Cristo, in una carità aperta e libera verso tutti i fratelli facendosi trasparente al Suo volto. Però questo - aggiungeva - non si fa senza dare la propria vita: come ha fatto padre Massimiliano Kolbe nel campo di concentramento, ma come ciascuno di noi può e deve fare ogni giorno perché un fratello, perché i fratelli abbiano un poco più di vita" (Vittorio Bachelet, Discorsi 1964-1973, a cura di Maria Casella, Ave 1980, pag. 259).


(©L'Osservatore Romano - 22-23 marzo 2010)

La severità di Benedetto XVI e l’indulgenza per i peccatori. di Luigi Accattoli

Papa della parola più che del governo, Benedetto si è trovato a fare fronte in solitudine - stante la perdita di credibilità dei vescovi - allo scandalo della pedofilia che è forse il più grave di quanti hanno scosso la Chiesa cattolica lungo l`ultimo secolo. Lo ha fatto con un testo personalissimo, scritto in un tono che è a un tempo sdegnato e umile. Per quello che valgono le parole - anche quelle di un papa sono pur sempre parole - si può dire che vi sia riuscito.
Come audacia nell`affrontare un dramma ponendosi in gioco personalmente, questo documento di papa Benedetto ha un solo precedente che risultò anch`esso efficace: la lettera ai vescovi del marzo dell`anno scorso sulla questione dei lefebvriani e della negazione della Shoah.
In più questa volta c`è il contrappunto del richiamo alla «misericordia» verso il peccatore di cui il papa ha parlato ieri all`Angelus invitando «a non giudicare e a non condannare il prossimo» perché occorre essere «intransigenti con il peccato e indulgenti con le persone». Non è una correzione dell`intransigenza comandata con il documento di sabato ma un richiamo a non «lapidare» nessun peccatore e neanche il pedofilo che chieda perdono: «Riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della giustizia, ma non disperate della misericordia divina», era scritto nella lettera agli irlandesi.
Dopo la pubblicazione di quel documento la situazione sul fronte della pedofilia non è più quella di prima. Risulta ora evidente che il papa non sottovaluta lo scandalo e che si pone dalla parte delle vittime. Ha scritto che indirà una «visita apostolica» per fare pulizia e ha chiesto agli uomini di Chiesa che collaborino con i tribunali civili nei processi ai pedofili. Ha affermato che fu un errore nascondere i fatti «per salvare il buon nome della Chiesa». Ha definito «gravi» le decisioni dei vescovi che spostavano i preti colpevoli da un luogo all`altro.
Nessuno di quegli elementi è totalmente nuovo ma nell`insieme delineano un atteggiamento reattivo più vivo rispetto alla stagione statunitense dello scandalo che culminò nella primavera del 2004, quando Ratzinger era ancora cardinale. Più esplicita è la chiamata a non «nascondere nulla» ai tribunali civili e all`opinione pubblica e più chiara è l`avvertenza che il dramma «non si risolverà in breve tempo». La lettera è maturata mentre lo scandalo si estendeva alla Germania, all`Austria e all`Olanda e certamente il papa pensava a tutti.


© Copyright Corriere della sera, 22 marzo 2010

Il Papa fa il suo severo mestiere nella chiesa, noi ci occupiamo del mondo cane. G. Ferrara

Al direttore - Lei sa quanta stima nutro per la sua vivida intelligenza, il suo humour, la sua cultura – e anche per le sue idee, pur quasi sempre lontane dalle mie. Ma come è possibile che il suo pregevole giornale, nello stesso giorno in cui (20 marzo) Benedetto XVI ha reso pubblica la sua durissima lettera pastorale, insista sulla pretesa “campagna d’odio” contro la chiesa e su una sostanziale minimizzazione dello scandalo pedofilia? Lo so bene anch’io che i bravi sacerdoti sono la grande maggioranza (ma forse, anche ai tempi di Martin Lutero, non tutti smerciavano le indulgenze o si davano a costumi rilassati). Un’ottica “ragionieristica” mi sembra davvero fuori luogo, non soltanto perché, in ogni caso, le dimensioni quantitative di questa vicenda sono ampie, ma perché anche lei sa bene che lo scandalo sta anche nelle troppe coperture, assoluzioni e, appunto, indulgenze, che hanno caratterizzato la condotta delle alte gerarchie ecclesiastiche. Mi sorge il dubbio – mi scusi l’impertinenza – che lei non abbia davvero a cuore la sorte della chiesa cattolica, che si sta giocando prestigio e credibilità nel mondo. A me, che non sono né credente né atea devota, questa crisi preoccupa molto, perciò ho apprezzato molto il documento del Papa. Lei no? Cordialissimi saluti.
Rina Gagliardi

Benedetto deve fare pulizia nella chiesa e proteggerla dall’interno, io uso come posso la ramazza nel mio sporco mondo ultrasecolarizzato, che scaglia accuse generalizzanti, abominevoli, ragionieristiche, contro una istituzione titolare ultima del diritto di contraddizione in un universo di pensiero laicista omologato e conforme ad onta del pluralismo o relativismo rivendicato. Benedetto deve rimproverare i vescovi che hanno equivocato in nome del buon nome della chiesa, e hanno coperto disgustosi episodi di abuso carnale dei ragazzi, rimasugli di peccato a fronte di una macchina spirituale di edificazione e di educazione, questa sì sistematica, che è onore e gloria del mondo da duemila anni; le mie più modeste funzioni sono di disciplinamento intellettuale e civile nel mio ambiente, devo svegliare anche in una leale amica come lei, se ci riesca è altra cosa, la coscienza che la faccenda della pedofilia dei preti cosiddetta può essere messa diversamente da come le appare.


Giuliano Ferrara

La Lettera del Papa sugli abusi e la rivoluzione culturale degli anni '60. di Massimo Introvigne

ROMA, lunedì, 22 marzo 2010 (ZENIT.org).- È evidente che la “Lettera ai cattolici dell’Irlanda” di Benedetto XVI non è rivolta ai sociologi. Il Papa parla a una Chiesa ferita e disorientata dalle notizie relative ai preti pedofili. Denuncia con voce fortissima i “crimini abnormi”, “la vergogna e disonore”, la violazione della dignità delle vittime, il colpo inferto alla Chiesa “a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione”.

A nome della Chiesa “esprime apertamente la vergogna e il rimorso”. Affronta il problema dal punto di vista del diritto canonico – ribadendo con forza che è stata la sua “mancata applicazione” da parte talora anche di vescovi, non le sue norme come una certa stampa laicista pretenderebbe, a causare la “vergogna” – e della vita spirituale dei sacerdoti, la cui trascuratezza è alle radici del problema e cui chiede di ritornare attraverso l’adorazione eucaristica, le missioni, la pratica frequente della confessione. Se questi rimedi saranno presi sul serio è possibile che la Provvidenza, che sa trarre il bene anche dal peggiore di mali, possa nell’Anno Sacerdotale avviare per i sacerdoti “una stagione di rinascita e di rinnovamento spirituale”, dimostrando “a tutti che dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia (cfr Rm 5, 20)”. Peraltro, “nessuno si immagini che questa penosa situazione si risolverà in breve tempo”.

Tuttavia il Papa – che pure non intende certamente rubare il mestiere ai sociologi – offre anche elementi d’interpretazione delle radici di un problema che, certo, “non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa”. Dopo avere evocato le glorie plurisecolari del cattolicesimo irlandese – una storia di santità che non può e non deve essere dimenticata –, Benedetto XVI fa cenno agli ultimi decenni e alle “gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese”.

“Si è verificato – spiega il Papa – un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici”. C’è stata una “rapida” scristianizzazione della società, e c’è stata contemporaneamente anche all’interno della Chiesa “la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo”. “Il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano Secondo fu a volte frainteso”. “Molto sovente le pratiche sacramentali e devozionali che sostengono la fede e la rendono capace di crescere, come ad esempio la frequente confessione, la preghiera quotidiana e i ritiri annuali” furono “disattese”. “È in questo contesto generale” di “indebolimento della fede” e di “perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti” “che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi”.

In questo quarto paragrafo della “Lettera ai cattolici dell’Irlanda” Benedetto XVI entra su un terreno che è anche quello del sociologo, e che naturalmente non è rigidamente separato dagli altri elementi d’interpretazione. Certo, le norme del diritto canonico furono violate. Certo, la vita di pietà di molti sacerdoti si affievolì. Ma perché, precisamente, questo avvenne? E quando? Riprendendo temi familiari del suo magistero, Benedetto XVI elenca fra le cause il “fraintendimento” del Concilio – altrove ha parlato di una “ermeneutica della discontinuità e della rottura” –, non i documenti del Vaticano II in se stessi. Ma anche questo “fraintendimento” fu possibile in un quadro generale da cui la Chiesa non poteva completamente tenersi fuori, e che oggi è al centro di un vasto dibattito.

Benedetto XVI entra così nel vasto dibattito che è al centro della sociologia delle religioni contemporanea, quello sulla “secolarizzazione”. Il dibattito è stato particolarmente caldo alla fine del secolo XX, ma – anche attraverso scambi fra studiosi non sempre cortesi – è arrivato a un risultato che oggi la maggior parte dei sociologi condivide. Se le dimensioni della religione sono tre – le “tre B”, in inglese “believing” (credere), “belonging” (appartenere) e “behaving” (comportarsi) – tutti concordano che non c’è, in Occidente – perché è dell’Occidente che si parla, mentre per l’Africa o per l’Asia i termini sono diversi –, una significativa secolarizzazione delle credenze (believing).

La grande maggioranza delle persone si dichiara ancora credente. Nonostante un’attiva propaganda, il numero degli atei non aumenta. È invece chiaro a tutti che c’è un’ampia secolarizzazione dei comportamenti (behaving). Dal divorzio all’aborto e all’omosessualità la società e le leggi tengono sempre meno conto dei precetti delle Chiese. Il dibattito rimane vivo sulla secolarizzazione delle appartenenze (belonging) e sulla diminuzione della pratica religiosa, perché sul modo di raccogliere le statistiche ci sono molte polemiche e fra Stati Uniti ed Europa, così come fra diversi Paesi europei, i numeri variano. Non c’è dubbio, però, che in alcuni Paesi il numero di praticanti cattolici e protestanti sia sceso in modo particolarmente drastico negli ultimi cinquant’anni e che fra questi ci siano le Isole Britanniche, anche se in Irlanda le cifre assolute, pure in discesa, rimangono più alte della media europea.

Attenuatesi le polemiche sulla nozione di secolarizzazione, il dibattito si è ampiamente spostato sulle cause e le date d’inizio del processo, con un fitto dialogo fra storici e sociologi. Oltre una decina di anni di discussioni ha convinto la maggioranza degli studiosi che non si è trattato di un processo graduale. C’è stata una drammatica accelerazione della secolarizzazione – dei comportamenti e delle appartenenze, non delle credenze – negli anni 1960. Quelli che gli inglesi e gli americani chiamano “the Sixties” (“gli anni Sessanta”) e noi, concentrandoci sull’anno emblematico, “il Sessantotto” appare sempre di più come il tempo di un profondo sconvolgimento dei costumi, con effetti cruciali e duraturi sulla religione.

C’è stato del resto un Sessantotto nella società e anche un Sessantotto nella Chiesa: proprio il 1968 è l’anno del dissenso pubblico contro l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, una contestazione che secondo un pregevole e influente studio del filosofo americano recentemente scomparso Ralph McInerny – Vaticano II - Che cosa è andato storto? – rappresenta un punto di non ritorno nella crisi del principio di autorità nella Chiesa Cattolica.

Ci si può anche chiedere se sia venuto prima l’uovo o la gallina, cioè se sia stato il Sessantotto nella società a influenzare quello nella Chiesa, o se non sia anche avvenuto il contrario. All’inizio degli anni 1990 un teologo cattolico poteva per esempio scrivere che la “rivoluzione culturale” del 1968 “non fu un fenomeno d’urto abbattutosi dall’esterno contro la Chiesa bensì è stata preparata e innescata dai fermenti postconciliari del cattolicesimo”; lo stesso “processo di formazione del terrorismo italiano dei primi anni ’70”, il cui legame con il 1968 è a sua volta decisivo “rimane incomprensibile se si prescinde dalla crisi e dai fermenti interni al cattolicesimo postconciliare”. Il teologo in questione era il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel suo libro Svolta dell’Europa?.

Ma – ancora – perché gli anni 1960? Sul tema, per rimanere nelle Isole Britanniche, Hugh McLeod ha pubblicato nel 2007 presso Oxford University Press, un importante volume – The Religious Crisis of the 1960s – che fa il punto sulle discussioni in corso. Due tesi si sono contrapposte: quella di Alan Gilbert secondo cui a determinare la rivoluzione degli anni 1960 è stato il boom economico, che ha diffuso il consumismo e ha allontanato le popolazioni dalle chiese, e quella di Callum Brown secondo cui il fattore decisivo è stata l’emancipazione delle donne dopo la diffusione dell’ideologia femminista, del divorzio, della pillola anticoncezionale e dell’aborto. McLeod pensa, a mio avviso giustamente, che un solo fattore non può spiegare una rivoluzione di questa portata. C’entrano il boom economico e il femminismo, ma anche aspetti più strettamente culturali sia all’esterno delle Chiese e comunità cristiane (l’incontro fra psicanalisi e marxismo) sia all’interno (le “nuove teologie”).

Senza entrare negli elementi più tecnici di questa discussione, Benedetto XVI nella sua “Lettera” si mostra consapevole del fatto che ci fu negli anni 1960 un’autentica rivoluzione, non meno importante della Riforma protestante o della Rivoluzione francese, che fu “rapidissima” e che assestò un colpo durissimo alla “tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici”. Con molto acume un pensatore cattolico brasiliano, Plinio Corrêa de Oliveira, parlò a suo tempo di una Quarta Rivoluzione – successiva appunto alla Riforma, alla Rivoluzione francese e a quella sovietica – più radicale delle precedenti perché capace di penetrare “in interiore homine” e di sconvolgere non solo il corpo sociale, ma il corpo umano.

Nella Chiesa Cattolica della portata di questa rivoluzione non ci fu subito sufficiente consapevolezza. Anzi, essa contagiò – ritiene oggi Benedetto XVI – “anche sacerdoti e religiosi”, determinò fraintendimenti nell’interpretazione del Concilio, causò “insufficiente formazione, umana, morale e spirituale nei seminari e nei noviziati”.

In questo clima certamente non tutti i sacerdoti insufficientemente formati o contagiati dal clima successivo agli anni Sessanta, e nemmeno una loro percentuale significativa, divennero pedofili: sappiamo dalle statistiche che il numero reale dei preti pedofili è molto inferiore a quello proposto da certi media. E tuttavia questo numero non è uguale – come tutti vorremmo – a zero, e giustifica le severissime parole del Papa. Ma lo studio della “Quarta Rivoluzione” degli anni 1960, e del 1968, è cruciale per capire quanto è successo dopo, pedofilia compresa. E per trovare rimedi reali.

Se questa rivoluzione, a differenza delle precedenti, è morale e spirituale e tocca l’interiorità dell’uomo, solo dalla restaurazione della moralità, della vita spirituale e di una verità integrale sulla persona umana potranno ultimamente venire i rimedi. Ma per questo i sociologi, come sempre, non bastano: occorrono i padri e i maestri, gli educatori e i santi. E abbiamo tutti molto bisogno del Papa: di questo Papa, che ancora una volta – per riprendere il titolo della sua ultima enciclica – dice la verità nella carità e pratica la carità nella verità.

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*Massimo Introvigne è sociologo e Direttore del CESNUR (Centro studi sulle nuove religioni).

Pedofili... si diventa - se in «buona» compagnia

Autore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
lunedì 22 marzo 2010

Sulla pedofilia e sugli abusi sessuali dei preti sembra che ora tutti conoscano e abbiano le ricette giuste. Peccato che la loro unica ricetta sia la scomparsa della chiesa cattolica dalla faccia della terra.

Guardo con dolore quanto accaduto nei confronti di alcuni giovani a causa di uomini di chiesa, e non riesco a nascondere il mio disgusto. Ma non posso nascondere anche il mio profondo disprezzo per chi guarda e commenta questi fatti con l’occhio cinico di chi non ama la vita, ritiene il sesso un gioco di liberazione, e inneggia ad ogni comportamento trasgressivo, purché però non sia compiuto da uomini di chiesa. Per questi ultimi c’è solo condanna e riprovazione, la «gogna mediatica», preludio di quella giudiziaria.

Ho letto con dolore l’accorata lettera del Papa ai cristiani d’Irlanda, e ne condivido lo spirito e la sostanza. E mi colpisce il richiamo che fa a chi avrebbe dovuto vigilare e non l’ha fatto. So bene quanto certi uomini di chiesa amino più che la testimonianza della fede l’affermazione di un loro potere o progetto. So bene però anche quanto certi ecclesiastici amanti del “politically correct” abbiano sempre snobbato l’insegnamento e il magistero della Chiesa, in particolare ciò che sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI hanno affermato a proposito della chiesa e della sua missione. Sono i teologi amati da questo mondo, sono i vari Küng (e – forse – anche Mancuso) che amano più se stessi che la presenza viva e vivificante del popolo di Dio. E per questo hanno spazio sui vari mezzi di comunicazione, che diventano spesso tribune per cancellare quello che non riescono ad accettare.
Penso che l’unica vera ricetta per questo scandalo (che purtroppo però sembra lasciare in ombra altri veri e drammatici comportamenti negativi, diffusi tra persone insospettabili, e tra le mura domestiche) sia una autentica testimonianza di fede e carità che si vive nella chiesa oggi. I movimenti sono la risposta a questa grave emergenza educativa e morale, testimonianze di fede vissuta, di cultura nuova, di amore al popolo cristiano, sempre più incidenti e reali.

Mi spiace dovere constatare che anche nel mondo dell’informazione sono sempre i soliti che parlano, e spesso sono i voltagabbana (quanti fascisti sono diventati fautori della resistenza, quanti servi della ideologia più disumana che c’è stata – il comunismo – ora si fanno paladini di libertà, quanti di coloro che odiano la vita – basta pensare all’aborto come diritto – ora affermano amore e pietà per l’uomo…).
Quanti parlano e scrivono senza amore alla vita, all’uomo, ai giovani, alla realtà. Quanta falsa compassione in tanti ragionamenti, quanta pseudo-libertà.

Bisognerebbe adottare questa regola, dire solo ciò che si può vivere, e vivere solo ciò che si può comunicare (senza vergogna). Non sono mai stato “illuminista”, ma quanta profondità e saggezza in ciò che affermava il buon vecchio Kant, nei suoi imperativi categorici: «Agisci in modo che tu possa volere che la massima delle tue azioni divenga universale; agisci in modo da trattare l'uomo così in te come negli altri sempre anche come fine, non mai solo come mezzo; agisci in modo che la tua volontà possa istituire una legislazione universale».

Certo questo è il tempo di una nuova costruzione, e di uomini che sappiano realizzare luoghi di amore e di verità. Tempo di testimonianza di forza e di libertà da schemi e pregiudizi, da ideologie e schieramenti, da meschinità e sterili contrapposizioni. Tempo meraviglioso, in cui fare propria la parola di un autentico martire, Pavel Florenskij, fucilato dal potere comunista nel 1937, l’8 dicembre: «Il destino della grandezza è la sofferenza, quella causata dal mondo esterno e la sofferenza interiore. Così è stato, così è e così sarà. Perché sia così è assolutamente chiaro: c'è una sorta di ritardo, della società rispetto alla grandezza e dell’io rispetto alla sua propria grandezza... è chiaro che il mondo è fatto in modo che non gli si possa donare nulla se non pagandolo con sofferenza e persecuzioni. E tanto più disinteressato è il dono, tanto più crudeli saranno le persecuzioni e atroci le sofferenze. Tale è la legge della vita, il suo assioma fondamentale... per il proprio dono, la grandezza, bisogna pagare con il sangue».

C’è bisogno di uomini così, in ogni campo, in ogni ambiente, a contatto con i giovani. Peccato che in questi giorni si abbiano notizie che – anche nelle scuole – gli unici che parlano e sono applauditi siano i «testimonial» della morte, come Beppino Englaro, che fa della morte procurata alla figlia una bandiera per reclamizzare un falso modello di libertà. Che questo sia il tempo di sofferte libertà. Di verità!

Sulla bella lettera di Benedetto alla nuova Corinto d’Irlanda. Di Giuliano Ferrara

La lettera del Papa sugli abusi dei preti in Irlanda è molto bella, nella sua tristezza e nella sua speranza, ma sopra tutto nella sua lingua severa, ferma, sincera, con un’espressività che viene da due millenni di saggezza pastorale e di drammi dell’incarnazione e della storia. Il Papa attua una conversazione paolina e paterna con la comunità umana irlandese, con questa specie di nuova Corinto inselvatichita nel peccato e nel crimine; e conversa sotto la sorveglianza teologica e morale di concetti per noi del tutto desueti, almeno nel secolo e nell’orizzonte fondamentalmente non cristiano o post cristiano del nostro tempo: il pentimento, la riconciliazione, la preghiera e l’adorazione eucaristica come mezzi speciali di guarigione e di rinnovamento nella fede, da affiancare all’esame di coscienza, alla denuncia canonica e penale, alla piena disponibilità richiesta di rispondere, non solo davanti a Dio, ma anche davanti ai tribunali del male fatto alla dignità umana da parte degli abusatori.

Benedetto, e non poteva essere diversamente, ha fatto la sua parte di custode del gregge con l’intelligenza sensibile che le persone non prevenute gli riconoscono, mettendo in rilievo la necessità di risarcire le vittime degli abusi di quanto non è umanamente risarcibile, e dunque spostando per quanto possibile sul terreno dello spirito dannazioni che nascono nel campo di battaglia della carne. Un gesto di intonazione monacale, davvero benedettino.

Da subito, la lettera è stata criticata con asprezza dai soggetti che nel mondo nutrono la campagna anticattolica e alimentano la sua risonanza mediatica, con lo scopo di modificare nel profondo la natura speciale della chiesa cattolica, secolarizzandola a forza, democratizzandola, assoggettandola mediante assedio culturale e civile a protocolli ad essa estranei, e naturalmente demonizzando la sua vita vera e intera, deformando e sfigurando il suo volto umanodivino (che è poi Cristo), svalutando miserevolmente il tesoro di virtù, di eroismi e santità di cui la chiesa cattolica, insieme con molte altre denominazioni cristiane, è testimone ai quattro angoli del mondo.

Non ho mai letto, per converso, un documento autorevole così raggiante di ispirazione etica, così rigoroso e autentico, con il quale il secolo e le sue istituzioni abbiano mai connotato, assumendosene pienamente le responsabilità, le immense pene inferte all’umanità dal processo della storia e della cultura e della spiritualità che ha rifiutato Cristo, il trascendente, la chiesa stessa. Altro che la pedofilia di alcuni preti. Il Novecento è stato il secolo del Gulag e della Shoah, ma nessuna confessione pubblica, nessuna proclamazione di vergogna, nessuna ostentazione umile di rimorso, nessuna analisi spiritualmente impegnativa è davvero stata prodotta, e nemmeno tentata, dai guardiani della storia, dalle forze che hanno ingaggiato la brutale corsa atea e profana dei tempi moderni. Una corsa che, adesso, vuole tagliare il traguardo della punizione finale della chiesa per le colpe di alcuni sui figli. E vuol farlo piena di buona coscienza e di lurida voluttà. Che laica vergogna, è il caso di dire.



© Copyright Il Foglio 21 marzo 2010

Il commento del teologo Bruno Forte: un documento di straordinario valore pastorale ed ecclesiologico

Un passo importante per il rinnovamento della Chiesa irlandese: così, il cardinale Sean Brady, arcivescovo di Armagh e primate d’Irlanda, ha commentato la Lettera pastorale di Benedetto XVI ai cattolici irlandesi in tema di abusi sessuali ai minori, pubblicata ieri. Un documento di straordinario valore pastorale ed ecclesiologico. E’ quanto sottolinea l’arcivescovo di Chieti-Vasto, mons. Bruno Forte, intervistato da Luca Collodi:

R. – Io colgo un triplice valore. Anzitutto, sul piano dello stile. E’ una Lettera caratterizzata da quella che, con termine paolino, si chiamerebbe la 'parresìa', cioè un grande coraggio nel dire la verità, nel chiamare per nome le cose e tutto questo sulla base della fiducia, della certa fiducia, che Dio è Verità. Secondo, è una Lettera destinata ad una pluralità di destinatari da parte del Vescovo di Roma come padre, ma si presenta anche con tutta la ricchezza della sua umanità e prossimità a questi vari destinatari: le vittime, i colpevoli, i genitori, i ragazzi, i sacerdoti, i vescovi, i fedeli tutti dell’Irlanda. Finalmente, è una Lettera che sceglie la via evangelica di voler piacere a Dio, di confidare in Lui e dunque di non voler, dal punto di vista umano, cedere a calcoli, a misure che possano in qualche modo soddisfare la volontà umana di sicurezza.

D. – Il Papa, in questa Lettera, affronta anche il tema tra la Chiesa e lo 'scandalo':

R. – C’è una forza, una chiarezza nel dire le cose che mi sembra assolutamente salutare, liberante; nello stesso tempo, però, c’è un velo di misericordia che guarda anche al colpevole, al carnefice, proprio perché ne vuole la redenzione. Così come, naturalmente, guarda alle vittime e in profonda vicinanza a loro mostra non una compassione emotiva, ma una volontà ferma di vicinanza, di prossimità, di aiuto anche nella disponibilità a pagare di persona da parte della Chiesa per sostenere i cammini di liberazione interiore di queste persone.

D. – L’idoneità dei candidati al sacerdozio e alla via religiosa: forse poi, alla fine, anche qua sta un po’ il nocciolo del problema …

R. – Qualche volta, negli anni del post-Concilio, la preoccupazione del calo numerico delle vocazioni potrebbe avere indotto ad abbassare la guardia nel discernimento necessario delle qualità umane, anzitutto, e poi cristiane e finalmente sacerdotali che sono necessarie per dare l’ordinazione sacerdotale ad un candidato. Questo può essere stato uno dei motivi per cui a volte persone umanamente immature e soprattutto affettivamente instabili o con gravi tare hanno potuto essere ammesse all’Ordinazione. Questa è una preoccupazione sulla quale, naturalmente, bisogna vigilare.

D. – Con questa Lettera pastorale, ancora una volta il Papa sta dalla parte delle vittime …

R. – Io trovo meraviglioso in questo Papa proprio questo stile di farsi prossimo alla sua Chiesa, a tutti - ai pastori, ai sacerdoti e ai vescovi, ai fedeli - di farsi prossimo alle vittime, ai genitori di questi ragazzi, ai ragazzi stessi, di farsi prossimo ai colpevoli con una grandissima umanità, ma nello stesso tempo di dire senza ombra la verità di Dio. E questa coniugazione che apparentemente sembrava impossibile e che invece è la grande forza di questo Magistero: essere totalmente umani e proprio per questo e contemporaneamente e inseparabilmente essere totalmente di Dio, in obbedienza a Lui. In fondo, è così che la Chiesa è la Chiesa del Verbo Incarnato che in sé unisce, senza confusione e mescolanza, ma anche senza divisione e separazione, l’umano e il divino.

IL DOLORE E LA FERMEZZA DI BENEDETTO COLPI DI MAGLIO PER RIAPRIRE LA VIA ALLA SPERANZA. MARINA CORRADI

P arole come non ne avevamo mai sentite dalla mite voce di Benedetto XVI. Parole come col­pi di maglio. Gli episodi di pedofilia avvenuti nella Chiesa irlandese e gli errori di giudizio che li han­no preceduti e seguiti «hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti nep­pure secoli di persecuzione». Chi ha abusato di in­nocenti ne risponderà ai giudici, e «davanti a Dio onnipotente». È un tuono, la voce del Papa nella lettera ai cattolici d’Irlanda. Del tuono ha la poten­za, e l’eco bassa, gonfia di dolore e di sgomento. Vi si tocca con mano quel «senso di tradimento» af­fermato nelle prime righe: vi sono stati affidati de­gli innocenti, e li avete traditi. Lettera sacrosanta, e spaventevole. Evoca la seve­rità di padri, cui non siamo più abituati. Evoca l’i­ra di un Dio, di cui abbiamo perduto la memoria. Non è, il Dio di questa lettera, il Dio bonario, e tal­volta buonista, cui siamo stati educati a pensare. È un Dio che chiede vergogna e rimorso; e il Papa, a nome della Chiesa, esprime personalmente «ver­gogna e rimorso», per quei ragazzi violati da «atti peccaminosi e criminali». È un Dio che esige aper­ta consapevolezza di ciò che è stato perpetrato. Che si riconosca, davanti a Dio e agli uomini, il male fatto. Un Dio che pretende penitenza: ai fedeli di Ir­landa viene indicata la via di una sorta di Quaresi­ma lunga un anno: un anno di venerdì di digiuno e preghiera. (Penitenza, altra parola antica, a mol­ti estranea. Ricorda, questa misura di Benedetto X­VI, la severità di santi predicatori di altri secoli. Cui, pure, non siamo più abituati).
Consapevolezza piena, invoca dunque il Papa. Oc­corre riconoscere la gravità di ciò che è accaduto. Le responsabilità di una Chiesa attorno, di vesco­vi, che non sono intervenuti. Occorre giustizia: quel­la degli uomini, nei tribunali. E fin qui la lettera par­la, appunto di giustizia; mentre afferma netta: «So che nulla può cancellare il male che avete soppor­tato ». La frase resta come per un attimo sospesa. (A cosa servirà la giustizia, se «nulla può cancellare il male sopportato»?) Già, umanamente, nulla. E però il Papa chiede alle vittime di non perdere la spe­ranza. Quale speranza? «Credo fermamente nel po­tere risanatore dell’amore di Cristo», scrive.
Ora l’eco di tuono e d’ira si fa voce leonina, certez­za granitica. Certezza di un Dio che «ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati, e di trar­re il bene anche dal più terribile dei mali». Per cui l’ultima parola rivolta ai sacerdoti colpevoli della in­famia peggiore è: «Non disperate della misericor­dia di Dio». L’ultima parola, non è di disperazione. Dove la giustizia si ferma, può allargarsi, se do­mandata, se implorata, la misericordia: la giustizia secondo Dio, capace di ricreare gli uomini.
Probabilmente, i passi più ripresi di questa lettera saranno altri. Forse queste righe rimarranno igno­rate. Si parlerà di 'condanna senza appello': cer­to, condanna del peccato. Vergogna e penitenza per il peggiore, il più infame dei peccati. Ma miseri­cordia per il peccatore che si converta: «Non di­sperate della misericordia di Dio». E questo, in un tempo come il nostro che rinnega ogni speranza e insegue, magari in forme gaie, il nulla, è lo sbalor­ditivo segno, lo stigma di diversità del cristianesi­mo. L’affermare con certezza di roccia che nulla è perduto, finché l’uomo domandi a Dio. Perché «là dove abbonda il peccato, sovrabbonda la Grazia», come scrive Benedetto, citando Paolo.
Lettera ai cattolici di Irlanda, da restare senza fia­to. Per la inaudita fermezza di un padre – un padre come ne vorremmo ancora – che autorevolmente ordina di ammettere le colpe. Che evoca quel Dio, cui bisognerà rispondere. Ma dice alle vittime, con un’umiltà che è quasi preghiera: possiate riscopri­re l’infinito amore di Cristo. E ai violentatori: pagate, ma non disperate.
Il più infame dei mali, quello contro i nostri figli, quello che al solo pensiero ci acceca d’odio: nem­meno quello vince, per chi crede in Cristo, nel Fi­glio che s’è fatto carne e ha vinto la morte. È vero, nulla cancella certi ricordi. Solo Cristo, annuncia il Papa, li risana.


© Copyright Avenire 21 marzo 2010

IL PONTEFICE UMILE CHE NON SI NASCONDE. ANDREA TORNIELLI


Come sempre accade di fronte ad ogni discorso o intervento papale, c’è chi ritiene che Benedetto XVI con la sua lettera ai cattolici irlandesi, non abbia detto abbastanza.
C’è chi ha notato come non vi sia in alcun passaggio un’esplicita richiesta di perdono, né un’assunzione diretta di responsabilità da parte della Santa Sede per come gli abusi del clero sui minori sono stati gestiti.
Eppure, se si legge con serenità e attenzione il documento papale, non si può fare a meno di notare come sia imbevuto di umiltà dalla prima all’ultima riga. Ratzinger non si è difeso trincerandosi dietro le statistiche, non ha minimizzato con sottili distinzioni in base all’età della vittime, non ha fatto neanche minimamente balenare l’idea di una Chiesa sotto assedio a causa di complotti.
Non ha rilanciato responsabilità verso altre istituzioni o confessioni religiose, limitandosi soltando a consentire con quanti osservano che «il problema dell’abuso dei minori non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa».
Umiltà, vergogna, dolore per il tradimento. Tutto il contesto della lettera trasuda contrizione. Benedetto XVI mostra di compredere e di abbracciare la sofferenza delle vittime, arrivando a descrivere l’orrore per la sensazione di chi è stato abusato nei collegi e non poteva fuggire, con parole che paiono quasi evocare certe atmosfere del film «Magdalene», dedicato proprio a questo tema.
A far notizia saranno le parole mai così dure usate per i preti pedofili, come pure quelle gravi rivolte ai vescovi incapaci di governare e di affrontare a dovere i casi di abuso.
Eppure la vera notizia della lettera sta in quello sguardo profondamente evangelico del vescovo di Roma. Quello sguardo così assente nelle polemiche di questi giorni, talvolta anche nelle parole degli uomini di Chiesa.
Joseph Ratzinger, fin da quando era cardinale Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, ha sempre perseguito con molta severità i colpevoli di abusi e la durezza di certi giudizi contenuti nella lettera lo attesta nuovamente. Ma la chiave di volta del documento sta nell’umiltà del Papa che parla di una Chiesa non autosufficiente, che non potrà mai bastare a se stessa. Una Chiesa bisognosa di purificazione, di misericordia, che proprio per questo sa, a sua volta, donare perdono e misericordia anche ai peccatori che si sono macchiati delle colpe più gravi. Non è un caso che le direttive concrete indicate da Benedetto nella lettera non siano leggi speciali o nuovi artifizi canonistici, ma preghiera, confessione sacramentale, adorazione eucaristica: i tradizionali strumenti attraverso cui è assicurata l’azione della grazia divina.
Con realismo, Ratzinger ha scritto che gli abusi sui minori e l’incapacità a contrastarli «hanno avuto conseguenze tanto tragiche per le vite delle vittime e delle loro famiglie e hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione». E ha concluso pregando che «la nostra tristezza e le nostre lacrime, il nostro sforzo sincero di raddrizzare gli errori del passato, e il nostro fermo proposito di correzione» possa portare frutto.

© Copyright Il Giornale, 21 marzo 2010

Fisichella: un grido di dolore che indurrà a voltare pagina. «Dopo questa Lettera apostolica non sarà possibile alcuna reticenza e scusante»

DA ROMA MIMMO MUOLO

Questa lettera è «un grido di dolore» che il Pa­pa esprime a nome di tutta la Chiesa. Ma an­che e soprattutto «un modo estremamente deciso di girare pagina». Nessuna resa davanti alle speculazioni. Ma soprattutto, «da ora in poi, nes­suna reticenza e nessuna scusante». Sia per i sacer­doti che si macchiassero di atti di pedofilia, sia per i loro superiori che non dovessero prendere adeguati provvedimenti. Così monsignor Rino Fisichella com­menta la Lettera di Benedetto XVI ai cattolici d’Irlan­da. Il rettore della Lateranense (l’Ateneo del Pontefi­ce, per definizione) è stato per anni docente di teo­logia all’Università Gregoriana. E dunque vanta una consolidata esperienza come educatore di semina­risti e di giovani sacerdoti.

Monsignor Fisichella, quali sentimenti ge­nera in lei quanto scritto dal Papa?

Innanzitutto una profonda vicinanza al Santo Padre perché ancora una volta ha do­vuto farsi carico di un peso che gli è estra­neo. Da una lettera come questa emergo­no la sua tristezza e il suo dolore, per cui tutti dobbiamo stringerci intorno a lui, per mostrargli solidarietà e affetto.

Si tratta comunque di una Lettera molto coraggiosa.

Concordo pienamente. A me sembra che il Papa ribadisca (come ha fatto in preceden­ti analoghe situazioni) con grande deter­minazione che bisogna fare luce su questi fatti di inaudita gravità. Egli del resto è sem­pre stato aperto nella denuncia, fermo e risoluto nel­l’esigere la verità nei confronti delle vittime, delle lo­ro famiglie, ma anche nei confronti dei colpevoli e dei loro superiori. Io dico che siamo di fronte a paro­le di grande coraggio che non trovano riscontro nel­la storia della Chiesa degli ultimi secoli. Così dinan­zi all’estrema gravità dei crimini commessi la voce del Papa diventa ancora più forte di quanti hanno in­vocato giustizia. E questa voce fa sentire il grido di do­lore di tutta la Chiesa, non solamente della Chiesa in Irlanda.

Si può dire che è una Lettera anche normativa per il futuro?

Con questa Lettera si volta decisamente pa­gina. Nessuna reticenza, nessuna scusan­te. Il Papa usa parole durissime nei con­fronti di quanti hanno tradito la loro voca­zione e parole altrettanto dure verso colo­ro che hanno mantenuto il silenzio e na­scosto i crimini. Quindi si tratta di un testo che che se da una parte è estremamente lu­cida e chiara nell’analisi dei fatti e nell’as­sunzione delle responsabilità, dall’altra par­te è estremamente lungimirante nell’espri­mere il grande rinnovamento che tocca alla Chiesa in­tera.

Che tipo di rinnovamento?

In primo luogo nel discernimento vocazionale. Il sa­cerdozio non è un diritto di nessuno, ma una voca­zione, che come tale deve essere sottoposta al di­scernimento per verificare in profondità le reali in­tenzioni del candidato. Nemmeno la mancanza del­le vocazioni può essere una scusante per accogliere chiunque bussi alla porta del seminario. In secondo luogo il rinnovamento deve riguardare la formazio­ne. Una formazione di profondo carattere umano, spirituale e culturale. I giovani chiamati al sacerdo­zio debbono crescere ed essere formati ad un profon­do equilibrio umano. Quell’equilibrio che consente loro di essere pienamente uomini senza alcuna for­ma di repressione, ma esclusivamente votati a una scelta di libertà. Infine dalla lettera emerge certa- mente anche l’aspetto dell’applicazione delle norme giuridiche, specie considerando che quello del sa­cerdote e dei religiosi è un agire di tipo pubblico. Le norme canoniche sono estremamente chiare e per­mettono di valutare la gravità del crimine che viene compiuto.

Da oggi, dunque, non è più valida la 'politica' del troncare e sopire.

Anzi, diventa ancora più evidente la 'politica' del Pa­pa e della Santa Sede dinanzi alla gravità dei fatti del­la pedofilia. Ripeto: non può esserci nessun elemen­to né di scusante, né di reticenza. La Chiesa intera e le migliaia di sacerdoti che ogni giorno compiono con entusiasmo e con fedeltà il loro dovere si sentono profondamente traditi da pochissime persone che hanno compiuto atti così gravi mettendo a repenta­glio la credibilità di tutta la Chiesa. E tutti ci sentiamo ancora più vicini alle vitti­me e alle loro famiglie. Il Papa ha detto delle parole molto belle a tal proposito, ricordando che come nel passato, così anche in futuro egli è disposto ad acco­gliere queste persone e ad ascoltarle. E così devono fare tutti i vescovi e i superiori religiosi.

A fronte delle speculazioni mediatiche c’è chi ha ri­cordato nei giorni scorsi che la Chiesa non è «una multinazionale della pedofilia».

La storia della Chiesa non è ovviamente fatta di que­ste poche pagine di cronaca, ma di tanti capitoli che non si dovrebbe neanche tentare di passare sotto si­lenzio e che, comunque, non possono essere sover­chiati dai misfatti compiuti da alcuni sacerdoti. Quel­la della Chiesa è una storia bimillenaria di credibilità, è una storia fatta di attenzione e di amore verso tut­ti, soprattutto verso i più deboli, gli emarginati, i ma­lati i sofferenti. Questa è la nostra storia. E non può essere oscurata.

© Copyright Avvenire, 21 marzo 2010