DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Annuncio e catechesi per la vita cristiana. Lettera dei vescovi italiani alla comunità, ai presbiteri e ai catechisti

La Chiesa, grembo che genera alla vita in Cristo mediante l'iniziazione cristiana, comunità tutta responsabile dell'evangelizzazione e dell'educazione della vita di fede.

Un documento che illumina il cuore della missione della Chiesa. Esso è costituito dall'annuncio del Vangelo che susciti la fede e la conseguente educazione che si realizza attraverso l'iniziazione cristiana, che può assumere la forma di un catecumenato pre o post battesimale. In questo documento della Cei è ravvisabile anche il vero spirito del Concilio, quello Santo e non quello mondanizzato e secolarizzato che tanti guasti ha provocato: La freschezza dell'annuncio e la serietà della formazione, le colonne della missione secondo le quotidiane parole di Benedetto XVI. Nel mezzo del frastuono mediatico d'uno scandalo dilagante, frutto avvelenato della perdita dell'orizzonte missionario della Chiesa, questo Documento della Cei ci aiuta a leggere i segni di quest tempi. Essi ci scuotono e ci chiamano, urgentemente, ad evangelizzare in un amore incorruttibile a Cristo e ad ogni uomo. Tutto il resto è vanità, e a nulla varranno scuse e pentimenti, tolleranza zero e rigore, se la Chiesa abbandonerà il suo dovere primo verso l'umanità: annunciare Cristo, la sua vittoria sulla morte, la misericordia infinita che ricrea l'esistenza. Abdicare su questo è pedofilia imperdonabile, scandalo degli scandali, aborto ed eutanasia dell'anima, furto del diritto che ogni uomo ha di ascoltare, almeno na volta, le parole di Verità del Vangelo.


Antonello Iapicca Pbro




Annuncio e catechesi per la vita cristiana. Lettera dei vescovi italiani alla comunità, ai presbiteri e ai catechisti


Oggi molti ritengono che la fede non sia necessaria per vivere bene. Perciò prima di educare la fede, bisogna suscitarla: con il primo annuncio, dobbiamo far ardere il cuore delle persone, confidando nella potenza del Vangelo, che chiama ogni uomo alla conversione e ne accompagna tutte le fasi della vita. Il primo annuncio, infatti, non è solo quello che precede l'iniziazione cristiana, ma è una dimensione trasversale di ogni proposta pastorale, anche di quelle rivolte ai credenti e ai praticanti: "di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali". Bisogna anche ricordare che il primo annuncio è in molti casi una vera e propria premessa al catecumenato sia per gli adulti, sia per i fanciulli e i ragazzi. Una seria pastorale di primo annuncio e la presenza del catecumenato sono "una singolare opportunità per il rinnovamento delle comunità cristiane".
Nonostante le ripetute affermazioni del db circa il ruolo della Chiesa locale, e in particolare della comunità parrocchiale, nei confronti della catechesi, questa fondamentale indicazione pastorale - come ammette anche la Lettera per la riconsegna - non sembra sia stata adeguatamente recepita dalle nostre comunità. Questa carenza, in un contesto secolarizzato, compromette molto l'efficacia della catechesi. Perciò è necessario educare la coscienza missionaria della comunità tutta intera, stimolandola a diventare attraente, accogliente e educante: una comunità che accoglie le persone come sono e fa vivere loro esperienze significative di vita cristiana; una comunità in cui i praticanti accostano gli indifferenti e i non credenti, stabiliscono con loro rapporti di amicizia e narrano la propria esperienza di fede, sull'esempio di quanto proposto nella Lettera ai cercatori di Dio.
Il db ha sottolineato la priorità della catechesi degli adulti e dei giovani (n. 124). Di fatto, questo obiettivo primario di formare cristiani adulti, capaci di rendere ragione esplicitamente della loro fede con la vita e con la parola, è rimasto spesso disatteso dalle nostre comunità.
Molte parrocchie e diocesi italiane, a seguito anche della pubblicazione delle tre Note pastorali sull'iniziazione cristiana (1997-2003), hanno dato vita a sperimentazioni di cammini di iniziazione con proposte diverse, comprendenti sia un percorso ordinario, sia l'itinerario catecumenale, sia la catechesi familiare o i percorsi sostenuti da movimenti e associazioni. Queste sperimentazioni hanno evidenziato come l'iniziazione cristiana cominci quando i genitori chiedono il Battesimo per il loro bambino a poche settimane o mesi di vita, così come del resto già indicato dai catechismi della Cei.
È fondamentale dare a tutti i fedeli la possibilità di accedere alla Bibbia, obiettivo primario dell'Apostolato biblico. Per cogliere la continuità dell'azione salvifica di Dio nell'oggi, occorre imparare a leggere i "segni dei tempi" in modo da portare il messaggio biblico dentro gli avvenimenti e le matrici culturali del nostro tempo, secondo l'intuizione portante del progetto culturale della Chiesa italiana. La storia, in base all'insegnamento del Concilio Vaticano II, non è solo il contesto in cui annunciare la parola di Dio, ma è anche il luogo teologico in cui Dio si manifesta attraverso i segni dei tempi. La catechesi deve aiutare le persone a leggere la storia come storia di salvezza, dove Dio opera oggi e dove l'uomo è chiamato a collaborare da protagonista.


La Commissione episcopale per la dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi della Conferenza episcopale italiana in data 4 aprile, domenica di Pasqua, ha scritto una lettera alle comunità, ai presbiteri e ai catechisti. Annuncio e catechesi per la vita cristiana è il titolo del documento che - tenendo conto delle nuove esigenze e del nuovo contesto del Paese - ripropone all'attenzione di tutte le componenti della comunità ecclesiale le linee portanti del documento di base Il rinnovamento della catechesi (db) pubblicato quarant'anni fa, il 2 febbraio 1970, che avviava il rinnovamento della catechesi in Italia secondo le linee del concilio Vaticano II. Pubblichiamo stralci del nuovo documento della Cei che comprende tre parti: il valore permanente del documento di base; il contesto attuale; le nuove esigenze pastorali.

Il Concilio Vaticano II è stato come il "grembo materno" del db: ha favorito il nascere e l'impiantarsi di una nuova sensibilità missionaria; ha introdotto nuove tematiche, un nuovo linguaggio, un nuovo metodo di lavoro. Esso fu elaborato con la collaborazione di tutte le Chiese d'Italia. Nella fase della sua stesura, ogni diocesi fu chiamata a esprimersi nello stile del dialogo, della ricerca e del confronto dinamico per contribuire alla ricezione condivisa dell'insegnamento del Concilio Vaticano II. L'esperienza ecclesiale, singolare e coinvolgente, dell'elaborazione del testo ha avuto il pregio di valorizzare in chiave di missione le quattro grandi costituzioni conciliari: Sacrosanctum concilium, Lumen gentium, Dei Verbum, Gaudium et spes. Esso è diventato così la prima strada attraverso la quale i documenti conciliari sono arrivati alla base. Il db ha stimolato le comunità ecclesiali e in particolare i catechisti a conoscere e assimilare il Magistero conciliare.
Il db ha anche aiutato a veicolare una visione rinnovata della fede, intesa non solo come adesione dell'intelligenza alle verità del messaggio cristiano, ma prima di tutto come adesione della mente e del cuore alla persona di Cristo, come accoglienza, dialogo, comunione e intimità con Dio in Gesù Cristo. Il db ci ha offerto una visione rinnovata della Chiesa, grembo che genera alla vita in Cristo mediante l'iniziazione cristiana, comunità tutta responsabile dell'evangelizzazione e dell'educazione della vita di fede.
Il db ci ha insegnato anche quali sono le fonti della catechesi: la Sacra Scrittura; la tradizione, luogo della trasmissione e dell'incontro con la parola di Dio vissuta e professata; la liturgia, celebrazione del mistero di Cristo; le opere del creato. Queste fonti danno alla catechesi una dimensione di annuncio e di contemplazione della storia della salvezza (cap. 6). Anche il contesto sociale va guardato con gli occhi della fede: esso non è solo lo spazio in cui annunciare la parola di Dio, ma è anche il luogo teologico in cui Dio si manifesta, attraverso i segni dei tempi (cfr. n. 77).
Nel cammino della Chiesa italiana il db ha soprattutto messo in evidenza il primato dell'evangelizzazione.
Il db ha avviato l'elaborazione dei nuovi catechismi per la vita cristiana. La Lettera dei Vescovi per la riconsegna del testo "Il rinnovamento della catechesi" (3 aprile 1988), nel riaffermare la validità del db, diede inizio alla seconda stesura dei catechismi. Inoltre essa sottolineò l'urgenza di orientare la catechesi in senso marcatamente missionario, integrandola in una pastorale organica e dando priorità alla catechesi degli adulti.
Oggi molti ritengono che la fede non sia necessaria per vivere bene. Perciò prima di educare la fede, bisogna suscitarla: con il primo annuncio, dobbiamo far ardere il cuore delle persone, confidando nella potenza del Vangelo, che chiama ogni uomo alla conversione e ne accompagna tutte le fasi della vita. Il primo annuncio, infatti, non è solo quello che precede l'iniziazione cristiana, ma è una dimensione trasversale di ogni proposta pastorale, anche di quelle rivolte ai credenti e ai praticanti: "di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali". Bisogna anche ricordare che il primo annuncio è in molti casi una vera e propria premessa al catecumenato sia per gli adulti, sia per i fanciulli e i ragazzi. Una seria pastorale di primo annuncio e la presenza del catecumenato sono "una singolare opportunità per il rinnovamento delle comunità cristiane".
Nonostante le ripetute affermazioni del db circa il ruolo della Chiesa locale, e in particolare della comunità parrocchiale, nei confronti della catechesi, questa fondamentale indicazione pastorale - come ammette anche la Lettera per la riconsegna - non sembra sia stata adeguatamente recepita dalle nostre comunità. Questa carenza, in un contesto secolarizzato, compromette molto l'efficacia della catechesi. Perciò è necessario educare la coscienza missionaria della comunità tutta intera, stimolandola a diventare attraente, accogliente e educante: una comunità che accoglie le persone come sono e fa vivere loro esperienze significative di vita cristiana; una comunità in cui i praticanti accostano gli indifferenti e i non credenti, stabiliscono con loro rapporti di amicizia e narrano la propria esperienza di fede, sull'esempio di quanto proposto nella Lettera ai cercatori di Dio.
Il db ha sottolineato la priorità della catechesi degli adulti e dei giovani (n. 124). Di fatto, questo obiettivo primario di formare cristiani adulti, capaci di rendere ragione esplicitamente della loro fede con la vita e con la parola, è rimasto spesso disatteso dalle nostre comunità.
Molte parrocchie e diocesi italiane, a seguito anche della pubblicazione delle tre Note pastorali sull'iniziazione cristiana (1997-2003), hanno dato vita a sperimentazioni di cammini di iniziazione con proposte diverse, comprendenti sia un percorso ordinario, sia l'itinerario catecumenale, sia la catechesi familiare o i percorsi sostenuti da movimenti e associazioni. Queste sperimentazioni hanno evidenziato come l'iniziazione cristiana cominci quando i genitori chiedono il Battesimo per il loro bambino a poche settimane o mesi di vita, così come del resto già indicato dai catechismi della Cei.
È fondamentale dare a tutti i fedeli la possibilità di accedere alla Bibbia, obiettivo primario dell'Apostolato biblico. Per cogliere la continuità dell'azione salvifica di Dio nell'oggi, occorre imparare a leggere i "segni dei tempi" in modo da portare il messaggio biblico dentro gli avvenimenti e le matrici culturali del nostro tempo, secondo l'intuizione portante del progetto culturale della Chiesa italiana. La storia, in base all'insegnamento del Concilio Vaticano II, non è solo il contesto in cui annunciare la parola di Dio, ma è anche il luogo teologico in cui Dio si manifesta attraverso i segni dei tempi. La catechesi deve aiutare le persone a leggere la storia come storia di salvezza, dove Dio opera oggi e dove l'uomo è chiamato a collaborare da protagonista.
La catechesi deve educare non solo a leggere i "segni dei tempi", ma anche a valorizzare il rapporto tra fede e ragione, con particolare attenzione a porre le "ragioni della fede" in dialogo con la cultura, per poter scegliere ciò che è buono, vero, nobile, puro amabile, onorato, ciò che è virtù e merita lode. Deve educare i cristiani a considerare alla luce del Vangelo i problemi morali che emergono nella vita dei singoli e nella convivenza sociale. Deve contribuire a lievitare le culture con l'annuncio del Vangelo, a potenziare i valori di cui esse sono portatrici e a liberarle dai germi patogeni che talora portano con sé. Inoltre, la catechesi deve educare i cristiani a dialogare con tutti gli uomini.
I catechisti, oltre a narrare e spiegare il messaggio cristiano (traditio), devono preoccuparsi di fornire a ciascuno gli strumenti espressivi, perché possano riesprimere con la vita e la parola ciò che hanno ricevuto (redditio). Una comunicazione che si esaurisse nel solo processo di trasmissione produrrebbe cristiani "infanti", che "non parlano", "muti e invisibili", e alla fine perderebbe ogni rilevanza nella vita delle persone. Il cristiano è un testimone che, per rendere ragione della sua fede, non può limitarsi a compiere le opere dell'amore, ma deve anche narrare ciò che Dio ha fatto e sta facendo nella sua vita, e così suscitare negli altri la speranza e il desiderio di Gesù.


(©L'Osservatore Romano - 14 aprile 2010)

Battezzati a Roma due catecumeni adulti del Cammino Neocatecumenale

In diocesi: Catecumeni, storie di una vita nuova

Le testimonianze di Michele, 38 anni, ricercatore, e di Giuliano, 31 anni, programmatore, che hanno ricevuto il Battesimo durante la veglia pasquale a Santa Francesca Romana dopo un lungo cammino di formazione di Marta Rovagna

La scoperta di una nuova esigenza. Della possibilità di vivere una vita radicati in Cristo. Di essere davvero presenti a se stessi. Una grande opportunità per la propria esistenza. Un tesoro che schiude un futuro di gioia. È questo il percorso e il traguardo dei catecumeni che, durante la veglia pasquale, hanno ricevuto il sacramento del Battesimo dopo un cammino di formazione durato diversi anni. Lo hanno compiuto nella parrocchia di Santa Francesca Romana all’Ardeatino, vicino a piazza dei Navigatori. A guidare il gruppo il parroco, don Fabio Rosini, che ha seguito personalmente gli otto catecumeni, provenienti da storie molto diverse.

Tra loro Michele e Giuliano, il primo trentottenne, ricercatore del Cnr e sposato da un anno con Ilaria; il secondo trentunenne, programmatore. Per Michele, figlio di atei, l’approccio al cristianesimo si è verificato in un momento particolare della vita: «Ho perso mia madre nel 2003 e mio padre nel 2005 - racconta - e, grazie a un amico, mi sono avvicinato alla Bibbia che ho iniziato a studiare con interesse. Poi ho conosciuto Ilaria, oggi mia moglie, e con lei, praticante, ho avuto modo di iniziare a conoscere il cattolicesimo». Michele, fino a qualche anno fa, pensava alla religione cattolica come a qualcosa di oppressivo, un modo di vivere e di approcciarsi alla realtà predeterminante. «Non mi ero mai reso conto - ammette adesso - che le mentalità atea e liberale hanno, ugualmente, una forte influenza sulla formazione di una persona, determinando ugualmente l’agire». Non essere stato battezzato, quindi, non ha significato essere «libero di scegliere», ma semplicemente vivere ed essere educato con altri valori e un’altra «bussola». Per Michele l’esperienza del catecumenato, vissuta da tre anni all’interno di una delle comunità neocatecumenali della parrocchia, e poi più specificatamente con il gruppo di catecumeni, è stata la scoperta di «un nuovo modo di stare al mondo e nella realtà, con la possibilità concreta di accoglierla, valorizzarla, cercando di amarla anche quando spiazza e disorienta».

Il catecumenato, pratica antichissima, presente sin dai primi secoli del Cristianesimo, è un percorso che dura diversi anni, finalizzato ad accedere al sacramento del Battesimo. I sacramenti dell’iniziazione cristiana sono amministrati ai catecumeni nel corso della veglia pasquale, dopo un periodo finale, di preparazione, quasi quotidiana, al momento conclusivo del percorso e centrale per il mondo cristiano, la Resurrezione di Cristo.

«Sono cresciuto in una famiglia che ha scelto di non battezzarmi perché non era interessata alla religione - racconta invece Giuliano -. I miei genitori erano più che altro indifferenti. Quando mi sono fidanzato con la mia attuale moglie ho iniziato a frequentare con lei delle catechesi di approfondimento sulle Dieci Parole, i "Dieci Comandamenti", tenute da don Rosini a Santa Francesca Romana». Il primo impatto è stato forte: «Non ci ero andato con alcuna aspettativa, ma sono rimasto subito colpito - spiega -. Poi tutto è stato quasi automatico. Mi sono reso conto che non mi ero mai guardato dentro davvero e invece, piano piano, ho preso consapevolezza di me stesso». È iniziato così il percorso di catecumenato. «So, e ci dicono spesso - afferma Giuliano - che il Battesimo non è una bacchetta magica, ma è un processo che hai dentro e che cresce nel tempo, ma io mi aspetto una vita nuova, una gioia piena, come quella che ho assaggiato, in alcuni momenti, in questi anni. Come se avessi avuto l’antipasto e ora, ora desidero tutto il banchetto!». Per Michele l’attesa è segnata «da una grande stanchezza per questo periodo di preparazione così intenso, ma anche da tanta gioia. Per uno come me, con un percorso così lungo, per la mia età il Battesimo è un dono veramente prezioso e chiedo la forza di saperlo valorizzare, in modo che Gesù Cristo mi dia la beatitudine e la pienezza che promette a chi Lo segue. La mia speranza - conclude - è di godere di questa gioia».

6 aprile 2010



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Battisteri. L’ottagono della bellezza

Romanici o gotici, nella forma evocano l’ottavo giorno, cioè la salvezza (ma a Pisa,circolare, rappresenta l’eterno). A Firenze custodisce il genio della città, a Parma c’è il simbolismo più denso, a Ravenna il passaggio dall’arte classica a quella cristiana

Di Antonio Paolucci

Sette sono i giorni della settimana. Di sette giorni ha avuto bisogno Dio onnipotente per creare il mondo. Poi ci sarà per tutti lOctava dies, il giorno senza tramonto dell'Eternità. Il battistero medioevale è ottagono perché con il sacramento del battesimo si entra nell'ottavo giorno, nel tempo infinito che è stato promesso a ogni credente. A volte l'edificio è a pianta circolare (come a Pisa) perché anche il cerchio è simbolo di perfezione e di eternità. Dio è un cerchio che ha la circonferenza ovunque e il centro in ogni luogo, dicevano gli antichi teologi.
Fermiamoci di fronte al battistero fiorentino di San Giovanni, perfetto ottagono di marmo bianco e verde. Le sue origini affondano nel mito. Era il tempio di Marte Ultore, antico come la città romana. Poi la giovane Chiesa fiorentina lo consacrò e lo dedicò al santo protettore Giovanni. Così raccontano le antiche cronache. Noi sappiamo che è una costruzione interamente romanica che ha preso forma compiuta mille anni fa, fra XI e XIII secolo. Da allora il battistero dei fiorentini è diventato Umbilicus urbis, immemoriale santuario del genio della città, emblema dei valori religiosi e politici, degli ideali e delle utopie che Firenze ha espresso nei secoli. Il valore identitario-patriottico si è sovrapposto a quello evangelico. Non lo ha oscurato tuttavia perché il battistero di Firenze conserva ancora oggi intatto e perfettamente comprensibile il suo formidabile significato catechetico. Un tempo si entrava per la porta di bronzo raffigurante la vita di Cristo che Lorenzo Ghiberti realizzò fra il 1401 e il 1425. «Chi per me passerà sarà salvo» dice l'Evangelista (Gv. 10, 9) e il credente sapeva che quella porta è figura di Cristo «ianua salutis», varco di salvezza. Una volta entrati nell'ottagono sacro si è nel sacramento del battesimo e dunque nell'universo «sub gratia» e nel tempo del Giudizio. Ed ecco i mosaici duecenteschi della volta a raccontarci, nell'ipnotico splendore dell'oro, la Maiestas Domini e il Giudizio. Gli angeli presentano i simboli della Passione come prove testimoniali del processo. Cristo, fulgido implacabile autocrate, accoglie i giusti con la mano destra, con la sinistra precipita nell'Inferno i malvagi.
Ai pari della cattedrale, il battistero è un libro scolpito e dipinto, sintesi di dottrina teologica, di catechesi, di massime sapienziali, di cultura laica; Biblia pauperum e Speculum mundi allo stesso tempo. Quando Benedetto Antelami fra il 1196 e il 1216 alzò nel cuore di Parma il suo ottagono foderato di marmi bianchi e rosa, volle che la squadra dei suoi lapicidi raccontasse tutto, ma proprio tutto: i mesi, le stagioni, i segni zodiacali, re David e il centauro, la regina di Saba ed Ercole, la storia sacra e il mito. Nel portale ovest (detto del «Giudizio Finale») la severità del tribunale divino è mitigata dai rilievi scolpiti che rampicano sui pilastri laterali. Gli uni raccontano la parabola della vigna (anche gli operai dell'ultima ora avranno piena mercede) gli altri descrivono le sette opere di Misericordia. Come dire che Dio accoglie in qualsiasi momento il peccatore pentito e che l'amore per il prossimo è la chiave del Paradiso. Nel portale sud lo scultore antelamico ha dato immagine a una iconografia di origine probabilmente buddista, molto popolare nel medioevo. È la storia di Barlaam e di Josaphat. Il rilievo rappresenta un giovane che arrampicato su un albero sta gustando un favo di miele e non si accorge, lo sventurato, che due roditori e un drago stanno consumando il tronco alla base. Intanto, a simboleggiare lo scorrere del tempo, le figure allegoriche del Sole e della Luna attraversano il firmamento sui loro carri celesti. Il tutto è trasparente metafora della vita che il Male insidia e che, nel veloce precipitare dei giorni, può finire all'improvviso, proprio quando ci sembra più dolce. Se poi entriamo dentro il battistero di Parma, rimaniamo sconcertati dalla vastità della decorazione ad affresco. Vera e propria Summa theo logica realizzata da maestri di cultura occidentale e da botteghe bizantine fra Duecento e Trecento. C'è l'Antico e c'è il Nuovo Testamento, ci sono i patriarchi e i profeti, i dottori e gli apostoli, gli evangelisti e i re d'Israele, c'è la vita di san Giovanni e quella di Gesù. C'è, infine, a dominare l'immenso teatro sacro, la Deesis: Cristo in trono affiancato dalla Vergine regina del Cielo e dal Battista.
Fra tutti gli antichi battisteri italiani quello che mi affascina di più è il battistero della cattedrale di Ravenna, detto anche «neoniano» perché fu il vescovo Neone a costruirlo intorno o poco dopo la metà del V secolo. Questo edificio ottagono rivestito di mosaici e di stucchi al suo interno, mi affascina perché rappresenta il momento storico nel quale la cultura classica tardo antica, diventa idioma cristiano. Qui non ci sono scene apocalittiche. Al centro della volta è raffigurato il «Battesimo di Gesù nel Giordano». Intorno al battesimo si dispongono in circolo i dodici apostoli ritagliati contro il fondo azzurro cupo e divisi l'uno dall'altro da un cespo dorato di acanto. Indossano mantelli d'oro, portano fra te mani la corona simbolo della gloria celeste e si muovono vivacemente, festosamente quasi, del tutto consapevoli della loro individualità umana. Le stoffe coprono forme reali, espresse con sicuro rilievo plastico, l'ombra si addensa nelle pieghe dei panneggi, i volti diversi l'uno dall'altro sono definiti nei loro precisi caratteri fisionomici e psicologici. Immediatamente al di sotto della ruota degli apostoli, si dispiega una figurazione circolare che per il suo aspetto dichiaratamente mistico ed esoterico, ha reso possibili le più diverse interpretazioni. Gli elementi ricorrenti che si ripetono per tutto il giro della decorazione sono l'altare con il libro aperto e il trono vuoto sovrastato dalla Croce, l'uno e l'altro inseriti in un motivo architettonico di transenne ed esedre. L'idea che si vuole esprimere è probabilmente quella della san tità dei Vangeli (il libro aperto) e della presenza invisibile del Salvatore (il trono vuoto segnato dalla Croce). Oppure - è l'interpretazione che mi piace di più perché ci riporta al concetto iniziale del battistero figura dell'Eternità - i seggi vuoti sono immagine della città ultraterrena, della Gerusalemme celeste che presenta i troni preparati per gli eletti fin dall'inizio dei tempi.

Francia: perché aumentano costantemente i battesimi di adulti? Grazie a nuove comunità laicali come i movimenti.

Di Cristina Vonzun

Terra ritenuta da anni culla della secolarizzazione, la Francia come altri paesi in Europa, sta scoprendo il ritorno di adulti alla fede cattolica. Saranno circa 3000 quelli che riceveranno il battesimo durante la Veglia di Pasqua. Negli ultimi anni l'aumento è continuo e costante. Un terzo dei giovani e degli adulti che saranno battezzati proviene dalla regione di Parigi e due terzi sono donne. Circa la metà dei catecumeni ha alle spalle famiglie cristiane, l'altra metà viene da famiglie agnostiche, mentre un 1% è di origine ebraica e il 5% di origine musulmana. Questi nuovi cattolici hanno seguito dei percorsi di formazione un po' inusuali, non solo in luoghi classici come le parrocchia. Per molti di loro il Vangelo è stato incontrato in ospedale, in prigione, all'università, grazie a colleghi di lavoro e, ancora, grazie a nuove comunità laicali come i movimenti. Hanno conosciuto il Vangelo annunciato dal "pulpito" della vita.

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Vescovi italiani: difficile trasmettere la fede ai giovani L’iniziazione cristiana non può essere ridotta a una generica esperienza

ROMA, mercoledì, 24 marzo 2010 (ZENIT.org).- “La trasmissione della fede alle giovani generazioni registra oggi inedite difficoltà a motivo del clima culturale che non aiuta la maturazione delle coscienze e lo sviluppo della libertà”. E' quanto hanno osservato i Vescovi italiani riuniti in questi giorni a Roma per il Consiglio permanente.

Durante i lavori, ha dichiarato mons. Domenico Pompili, portavoce della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), “si è pure sottolineata la necessità di maggiore attenzione nel presentare la dottrina cattolica per non ridurre l’iniziazione cristiana ad una generica esperienza”.

“La convinzione che il soggetto della catechesi sia la comunità nel suo insieme, pur grazie alle diverse ministerialità, rappresenta una feconda acquisizione che deve essere fatta crescere ancora di più”, ha sottolineato.

Inoltre, ha aggiunto, “il decennio sull’educazione sarà auspicabilmente l’occasione per riproporre una adeguata riflessione sull’iniziazione cristiana”.

Mons. Domenico Pompili ha fatto sapere poi che i Vescovi hanno approvato la Lettera, a quarant’anni dalla pubblicazione del Documento Base “Il rinnovamento della catechesi”.

A questo proposito, è stata “riconfermata l’opzione di fondo del Documento Base, ravvisata in quella scelta antropologica per cui 'chiunque voglia fare all’uomo d’oggi un discorso efficace su Dio, deve muovere dai problemi umani e tenerli sempre presente nell’esporre il messaggio'” (n. 77).

Si è proceduto all’invio ai Vescovi dei testi della seconda parte della terza edizione italiana del Messale Romano. Quindi è stata approvata la bozza del Documento preparatorio della prossima Settimana Sociale, che si svolgerà dal 14 al 17 ottobre a Reggio Calabria sul tema “Cattolici nell'Italia di oggi. Un'agenda di speranza per il futuro del Paese”.

I Vescovi italiani, ha continuato mons. Pompili, ha indicato nella Caritas in veritate “l’intervento magisteriale da tener presente, specie nella individuazione dei problemi da inserire nell’Agenda, ricordando che la questione sociale è sempre questione antropologica: mercato del lavoro e impresa, emergenza educativa, immigrazione, università, ricerca e professioni, riforme e partecipazione democratica”.

“Un’altra questione che ha attirato l’attenzione dei membri del Consiglio permanente è lo stato della presenza di sacerdoti stranieri in Italia”, ha poi aggiunto.

Infatti, ha spiegato, “in questi anni è cresciuto sensibilmente il loro numero fino agli attuali 2636 presbiteri (cioè il 5% del clero operante nel nostro Paese), divisi tra servizio pastorale a tempo pieno, cappellani per comunità di lingua non italiana, studenti in cura d’anime”.

A questo proposito, ha fatto sapere, “si è convenuto sul fatto che la logica del dono che sta dietro a questa presenza, deve garantire uno stretto rapporto con le Chiese di provenienza (sotto forma di gemellaggi) e valorizzare la presenza del prete straniero nell’ottica della cooperazione missionaria tra le Chiese, favorendone l’inserimento nell’attività pastorale diocesana e accompagnandone il ministero”.

L'INIZIAZIONE CRISTIANA. A. NOCENT

Si ristabilisca il catecumenato degli adulti diviso in più gradi, da attuarsi a giudizio dell'ordinario del luogo; in questa maniera il tempo del catecumenato, destinato ad una conveniente formazione, potrà essere santificato con riti sacri da celebrarsi in tempi successivi. (SC 64)

L'iniziazione cristiana si riferi­sce alle tappe indispensabili per entrare nel­la comunità ecclesiale e nel suo culto in spirito e verità. Senza voler esagerare il sen­so della disciplina detta "dell'arcano", non si può dimenticare che, nella chiesa pri­mitiva, i riti di iniziazione erano segreti. Le catechesi dei padri ci dimostrano che la spiegazione particolareggiata dei riti avve­niva quando i catecumeni avevano ormai fatto l'esperienza vitale dei sacramenti dell'iniziazione. Questa catechesi era essen­zialmente "mistagogica".

"Iniziazione" significa anche inizio, in­gresso in una vita nuova, quella appunto dell'uomo nuovo in seno alla chiesa. Co­me in ogni vita, anche qui si ha un pro­gresso con tappe che - in questo caso - so­no rappresentate dai sacramenti dell'ini­ziazione. Ciascuno di essi non rimane chiuso in se stesso, ma è aperto al successivo in una crescita dinamica verso una più profonda perfezione. Sbaglierebbe quella catechesi che li presentasse ciascuno iso­lato, come una cosa che, ricevuta, è defi­nitivamente chiusa, passata. Se il battesi­mo e la confermazione si ricevono una vol­ta sola, l'eucaristia, che è stata istituita per essere continuamente ripetuta, rinnova ogni volta quanto è stato donato con i primi due sacramenti.

L'antica tradizione della chiesa ha vis­suto questa iniziazione ai tre sacramenti proprio come iniziazione a tutti e tre in­sieme: essi venivano conferiti in un'unica celebrazione, anche ai bambini. La succes­sione dei tre riti ci è descritta fin dal II sec. in un testo ormai classico di Tertulliano: «Il corpo viene lavato, perché l'anima sia purificata; il corpo viene unto perché l'anima sia consacrata; il corpo viene segna­to [con il segno della croce] perché l'ani­ma sia fortificata; il corpo viene ombreg­giato [dall'imposizione delle mani] perché l'anima venga illuminata dallo Spirito san­to; il corpo viene nutrito con il corpo e il sangue di Cristo perché l'anima si nutra di Dio»[1].

Dal I al V sec.

L'e­poca apostolica - Questa epoca ci offre po­chi dati precisi sull'iniziazione: nessuna de­scrizione di un'organizzazione che si rife­risca alla preparazione ai tre sacramenti: sappiamo però che l'intera predicazione degli apostoli ha come fine la fede e il bat­tesimo (Mt 28,19-20; Mc 16,15-16; At 2,14­36; 8,12-36; 10,34-43; 16,13-14; 18,5; 19,4­5). Il battesimo rientra ovviamente nell'insegnamento degli apostoli che lo di­stinguono da quello di Giovanni (Mt 3,11: Mc 1,8; Lc 3,16; Gv 1,33; At 19,1-5). Il bat­tesimo di Giovanni è un rito di conversio­ne (Mt 3,13-17; Mc 1,9-11; Lc 3,21-22; Gv, 1,32-34), ma il Cristo, ricevendolo, lo ha trasformato da rito di purificazione in dono della vita nuova (Gv 3,5-6).

Dal II al V sec. - Negli scritti di Giustino - siamo nell'anno 150 - constatiamo che per amministrare il battesimo sono ne­cessari due elementi: la catechesi e, quan­do il battesimo è ormai prossimo, la pre­ghiera e il digiuno[2]. Questo digiuno era probabilmente prescritto per il mercoledì e il venerdì, come è attestato nella Didachè[3] . Quanto all'istruzione prebattesimale, essa aveva per fine la fede e le sue conse­guenze morali[4]. Sia Giustino che la Didaché però non offrono elementi precisi sul rito battesimale né tanto meno sulla con­formazione[5].

Ireneo di Lione nei suoi libri Contro gli eretici ha solo alcuni richiami allusivi al bat­tesimo.

Nel III sec. il tempo di preparazione al battesimo ha una sua organizzazione: i ca­tecumeni infatti vi si preparano general­mente nell'arco di tre anni: ce lo attesta la Tradizione apostolica (= TA)
[6].

Tertulliano esorta i catecumeni a prepararsi al battesi­mo «con preghiere assidue, digiuni, prostrazioni e veglie»
[7]. Egli distingue netta­mente il battesimo con l'acqua dal dono dello Spirito che si riceve con l'imposizio­ne della mano; sicché nel battesimo egli sembra vedere solo l'effetto negativo: la re­missione dei peccati, poiché lo Spirito vie­ne donato con l'imposizione della mano[8].

Cipriano esplicita ulteriormente il distac­co tra battesimo e dono dello Spirito nel­la confermazione
[9] e si rifà agli Atti, defi­nendo gli effetti della confermazione con il termine «consummatio»[10].

Origene con­cepisce il catecumenato come un ingresso nella fede attraverso una catechesi che del­la fede esprima un breve compendio: il mi­stero cristiano vi è esposto nei suoi elementi essenziali; conserviamo molte omelie in cui Origene esorta i catecumeni alla peniten­za
[11]. Egli descrive i riti battesimali, che co­nosce assai bene[12].

Ma se fin qui siamo in grado di cono­scere l'iniziazione cristiana solo attraverso allusioni più o meno esplicite, con la TA ve­niamo a conoscenza di numerosi dettagli sul catecumenato, il battesimo, la confer­mazione e l'eucaristia. Qui ci limiteremo al catecumenato. Ciò che la TA descrive fun­ge da base per lo sviluppo ulteriore, ma non si può affermare che le sue descrizioni ri­producano «assolutamente l'uso romano»[13].

Per entrare nel catecumenato il candidato è sottoposto ad un severo esame, deve ri­spondere a precise domande sulla moralità, la professione ecc.[14]. Nel corso di un trien­nio, poi, i catecumeni ricevono le istruzio­ni dai catechisti, anche laici, i quali im­pongono loro le mani dopo la catechesi o in quei momenti di "crisi" attraverso i qua­li i catecumeni possono passare[15]. Al termine di questo periodo e dopo un nuovo esame si decide l'ammissione del catecu­meno alla preparazione immediata ai tre sacramenti dell'iniziazione[16]. Si hanno co­sì due classi di catecumeni, la seconda del­le quali comprende coloro che, ormai vici­ni ai sacramenti, sono ammessi ad ascol­tare il vangelo[17]. Più tardi costoro saranno chiamati electi, mentre in Africa, Gallia e Spagna li si chiamerà competentes (= cum petere, correre insieme). A partire da questo momento gli electi ricevono ogni giorno un esorcismo, prima della notte di pasqua, e digiunano il venerdì santo. Il sabato santo il vescovo li riunisce ordinando loro di di­giunare e di pregare in ginocchio, quindi impone loro la mano per l'esorcismo e, do­po aver soffiato sul loro viso e tracciato il segno di croce sulla loro fronte, sulle orec­chie e le narici, li farà alzare[18]. Per tutta la notte i catecumeni vegliano in preghiera nell'ascolto delle letture e delle catechesi[19]. Al canto del gallo si prega sull'acqua e ha quindi luogo il battesimo, poi la confer­mazione e infine la celebrazione eucaristi­ca alla quale partecipano per la prima vol­ta i neoiniziati[20]. La sostanza di questo ri­to[21] durerà fino ad oggi e riceverà un im­portante sviluppo.

Dal vi al x sec.

Per questo perio­do possediamo due importanti fonti sull'iniziazione cristiana a Roma. La prima è una lettera che il diacono Giovanni - forse futuro papa Giovanni I (523-526) - scrive a Senario, funzionario di Ravenna, ri­spondendo alla richiesta dì un'esposizione sull'argomento. L'altra è il sacramentario Gelasiano che contiene, oltre ai testi per l'iniziazione, anche alcune indicazioni rituali. Al Gelasiano va unito un testo che ne è un adattamento e gli è contemporaneo: l' Or­do romanus XI.

La lettera del diacono Giovanni a Senario[22] non solo enumera i riti, ma ne tenta an­che un'interpretazione: di qui la sua gran­de importanza. In questa lettera sono de­scritti con particolare attenzione i riti del catecumenato. Troviamo la triplice ripeti­zione degli «scrutini» prima di pasqua; Giovanni parla di «infantes»: dunque ci troviamo già di fronte a una prassi di iniziazione che si rivolge abi­tualmente a bambini; e poiché Giovanni accenna a una catechesi da impartire, que­sta si rivolge certamente ai genitori o ai padrini e madrine dei futuri iniziati: in es­sa si insegneranno i rudimenta fidei.

L'in­gresso nel catecumenato è segnato dall'imposizione della mano, una sorta di esorcismo che mostra come il candidato non appartenga più al demonio ma a Dio. Con il successivo rito dell'insufflazione sul candidato si vorrà significare che il demo­nio è rigettato e il candidato è preparato come una dimora per Cristo. Gli viene quindi conferito il sale benedetto perché egli si conservi nella sapienza e nella Pa­rola che gli è stata insegnata. Le imposi­zioni della mano si fanno frequenti e, do­po un lungo periodo catecumenale di tre anni, si consegna a colui che è ormai electus o competens il Simbolo apostolico. Que­sta «traditio» (consegna) è la più antica che noi conosciamo.

Prendono quindi l'avvio gli scrutini. Nell'ultimo esorci­smo si toccano le orecchie (per l'acquisto dell'intelligenza), il naso (per essere in gra­do di percepire il buon odore di Cristo), infine si tocca il petto, che è la dimora del cuore.

La seconda fonte, rappresentata dal sacramentario Gelasiano[23], pur essendo composita (le sessioni catecumenali non sono tutte di una medesima epoca, né sono pre­sentate nell'ordine logico), ci offre tuttavia i testi delle messe di scrutinio, le diverse «traditiones» (consegne), i riti del battesimo e della confermazione[24]. Nel Gelasiano le domeniche di Quaresima, dalla terza alla quinta, sono organizzate in vista degli scrutini.

La prima domenica di Quaresima i catecumeni ven­gono radunati per l'iscrizione, dalla terza alla quinta domenica per gli esorcismi[25]. Nel corso della settimana sono convocati per la «traditio» del simbolo della fede[26], del Pater[27] e dei quattro vangeli[28].

Si pos­sono solo fare delle congetture sulle lettu­re scelte per le messe degli scrutini[29]: sem­bra che corrispondano pressappoco a quel­le dell'attuale ciclo A[30].

Al rituale contenuto nel Gelasiano va aggiunto quello dell’Ordo XI[31].

Ma tanto nel Gelasiano quanto nell'Ordo XI l'iniziazione si realizza con l'ammi­nistrazione dei tre sacramenti in un'unica celebrazione, in cui si susseguono battesi­mo, confermazione ed eucaristia.

Il batte­simo si compie con la triplice immersione e l'interrogazione sulla fede nelle tre per­sone della Trinità[32]; la confermazione è conferita mediante l'imposizione della ma­no, accompagnata dal testo di Isaia sul do­no dello Spirito, e dall'unzione[33]; l'eucari­stia conclude l'iniziazione[34].

Nel periodo che si estende tra il VI e il X sec. si verificano alcune modificazioni e aggiunte. Tra il V e il VII sec. la formula battesimale si modifica profondamente. Fi­nora il battesimo avveniva con le tre im­mersioni, ognuna delle quali comprende­va un'interrogazione sulla fede cui faceva seguito la risposta «Credo» da parte del candidato o, trattandosi di bambino, da parte dei genitori, o padrino e madrina. Adesso invece, moltiplicandosi il battesi­mo dei bambini, si pensa sia meglio in­terrogare i genitori, i padrini e le madrine prima del battesimo, e per il battesimo stes­so introdurre la formula: «Ego te baptizo...». Questo uso è attestato a Roma dall'VIII sec. Dal IX sec. in Gallia il battesi­mo non è più legato né alla pasqua né al­la pentecoste.

Fino al Vat. II, dunque, si è fatto uso di rituali artefatti: quello per gli adulti era il risultato di un rimaneggiamento degli scru­tini con le rispettive formule; quello per i bambini, che utilizzava le formule desti­nate agli adulti, comprendeva i tre esorci­smi del Gelasiano messi l'uno dopo l'altro in un'unica celebrazione e non adatti ai bambini. Stando così le cose, bisognava pensare a una restaurazione dell'iniziazio­ne cristiana, sia per il battesimo degli adulti e dei bambini, sia per la confermazione, la quale, isolata dal battesimo, era diven­tata un rito "gonfiato": gonfiato nell'in­tento di restituirgli un'importanza che la separazione dal battesimo gli aveva fatto perdere. Inoltre: questi rituali separati del battesimo e della confermazione non con­tenevano più alcun legame visibile con l'eu­caristia. Così l'iniziazione cristiana aveva perso il suo carattere unitario, al punto che per ogni sacramento, trattato a parte, si fa­ceva una catechesi consistente in un atto a sé stante, senza apertura all'iniziazione, termine ormai divenuto inusitato.

L'Iniziazione cristiana degli adulti (OICA)

Una rapida lettura dell'Ordo Initiationis Christianae Adultorum[35] è sufficiente per renderci conto che la sua composi­zione si è ispirata globalmente alla TA e al Sacramentario Gelasiano. Sono stati abban­donati i sette scrutini dell'Ordo XI per di­minuire il numero delle riunioni, pur conservando l'adunanza per la «traditio» (con­segna) del Simbolo di fede, del Pater e dei vangeli. Sono rimaste le diverse tappe del catecumenato, e i tre sacramenti dell'ini­ziazione sono finalmente presentati legati intimamente fra loro. I formulari sono per lo più quelli del Gelasiano, a cui sono sta­te aggiunte nuove formule di recente com­posizione, a scelta del celebrante. Rimandando il lettore alle voci relative per i par­ticolari sul battesimo e sulla confer­mazione, approfondiamo ora i riti del catecumenato.

La struttura generale dell'OICA (= RICA) presenta tre gradi. Il primo grado consiste nell'ammissione del candidato al catecumenato e nel catecumenato stesso. Questo grado presuppone una evangelizzazione preliminare che si può definire "precatecumenato" (OICA 9-20). Il secondo grado ab­braccia la preparazione immediata del can­didato ai sacramenti dell'iniziazione, pre­parazione che normalmente si svolge nel tempo di quaresima, in domeniche fisse, facendo uso di letture bibliche appropria­te (OICA 21-26). Il terzo grado comporta i tre sacramenti dell'iniziazione conferiti nel­la medesima celebrazione (OICA 27-36).

L'Eucaristia come sacramento dell'iniziazione

Come in antico, anche og­gi nel rituale per l'iniziazione degli adulti è prevista e considerata normale la parteci­pazione dei neofiti all'eucaristia. Nel loro cammino verso l'altare, conclusione obbli­gatoria della loro iniziazione, anticamente i neofiti erano accompagnati dal canto dei Sl 22 e 44. S. Ambrogio, commentando il Sl 22, vede nell'eucaristia il sacramento che ci fa «entrare» definitivamente nel corpo di Cristo[36]. Il battesimo e la confermazione ci danno la possibilità di incorporarci defi­nitivamente nel corpo del Signore: sono la preparazione indispensabile a ciò che nell'eucaristia trova il suo pieno compimento.

In Oriente la consuetudine antica è ri­masta intatta ed anche il bambino picco­lo, appena battezzato e confermato, rice­ve l'eucaristia sotto la specie del vino. In Occidente la comunione sotto la specie del vino a poco a poco scompare per tutti i fe­deli e il concilio Lateranense IV (1215), ren­dendo obbligatoria la comunione solo all'età della raggiunta discrezione (DS 812), fece sì che l'eucaristia non venisse più da­ta ai bambini piccoli.

Con il decreto Quam singulari dell'8 ago­sto 1910 (DS 3530-3536), Pio X precisa l'età della discrezione a partire dalla quale co­mincia l'obbligo di accostarsi alla comu­nione: verso i sette anni, quando il bam­bino è in grado di distinguere l'eucaristia dal pane comune e può ricevere una certa formazione religiosa. Il decreto viene re­cepito nel CIC del 1917, can. 854 (cfr. CIC del 1983, cann. 913-914).

Attenta all'esigenza della responsabilità, la pastorale attuale ha optato perché anche la confermazione venga ricevuta con pie­na coscienza. In tal senso va letta la scel­ta di spostare la confermazione ad una età più matura. Si ritiene che, se il bambino piccolo può comprendere il senso dell'eu­caristia, gli riesce più difficile comprende­re che cos'è la confermazione. Si è dunque introdotto l'uso di conferire l'eucaristia ver­so i sei-sette anni e la confermazione più tardi, intorno ai dodici-quattordici, scon­volgendo così l'ordine dei sacramenti dell'iniziazione per dei motivi pastorali, di cui giudica la chiesa.Ma dobbiamo ricordare che nell'inizia­zione cristiana due sacramenti conferisco­no un carattere: il battesimo, che ci pone nell'essere-figli-di-Dio, e la confermazione, che ci situa nell'agire-come-figli-di-Dio. L'eucaristia, istituita per essere ripe­tuta, consolida e approfondisce il caratte­re ricevuto nel battesimo e nella confer­mazione. Quando un battezzato riceve l'eu­caristia senza aver prima ricevuto la con­fermazione, si potrebbe dire che per lui l'eucaristia è piuttosto un alimento, un nutrimento che sostiene il suo essere-cristiano, il suo essere figlio-adottivo-di-Dio. Quan­do invece ha ricevuto la confermazione, la sua partecipazione all'eucaristia si fa posi­tiva e attiva: offre con Cristo il sacrificio dell'alleanza per la ricostruzione del mon­do.
  1. NOCENT (C. CIBIEN)

Quando il Figlio dell'uomo tornerà troverà la fede sulla terra? Anche la pedofilia è figlia della crisi di fede

Ancora una volta il Santo Padre sottolinea il vero, grande, cruciale problema che affligge la Chiesa: la mancanza di fede. Sul Comunicato reso pubblico questo mattina al termine dell'incontro del Santo Padre Benedetto XVI con i Vescovi della Conferenza Episcopale Irlandese, si legge: "Il Papa ha fatto riferimento alla crisi della fede, più generalizzata, che colpisce la Chiesa, collegandola alla mancanza di rispetto per la persona umana e all'affievolimento della fede che è stato un significativo fattore nel contribuire al fenomeno degli abusi sui minori".
I titoli dei giornali, come al solito, bucano la notizia essendo tutti orientati sulla parte del Comunicato riguardante la denuncia della pedofilia da parte del Papa. Il che è più preoccupante perchè appare chiaro che, secondo le parole del Santo Padre, o si affronta "l'attuale crisi con onestà e coraggio" nel " rinnovamento della fede in Cristo", o la Chiesa perderà "la credibilità spirituale e morale". Onestà e coraggio non significano solo riconoscere le colpe e collaborare con la giustizia, secondo lo schema tutto mondano proposto dai media. Se questo bastasse, in quanto a pedofilia si dovrebbe star molto meglio fuori della Chiesa, dove regna il giustizialismo senza se e senza ma nei confronti degli orchi, spesso prendendo sonori abbagli, questi sì non riconosciuti pubblicamente dopo aver distrutto esistenze innocenti, anche di molti presbiteri. Ma forse è pur questo comprensibile secondo la logica del mondo, visto il clima. Il punto è che carcere e castrazione chimica non risolvono il problema. Ed il Papa lo sa molto bene.
La "mancanza di fede ha contribuito al fenomeno degli abusi". Senza fede si annebbia la vista del cuore e della ragione e non si riesce più a riconoscere la dignità della persona umana. Facendo salve le patologie che debbono essere curate o tenute a freno, la questione è di gran lunga più generale e coinvolge anche tante anime belle che mentre si scagliano contro la Chiesa compromessa con le sue cosiddette mele marce, esaltano lolite e sesso libero anche per le adolescenti, e polverizzano la dignità della persona legalizzando aborto, selezione eugenetica, eutanasia, pillole del giorno dopo come semplici anticoncezionali e molto altro. Se la fede scricchiola non si vede più Dio da nessuna parte, nella nostra stessa vita e in quella di chi ci è vicino, addirittura di chi ci è nato dentro, in quel grumo di cellule che è il cosiddetto prodotto del concepimento. Senza uno sguardo di fede è impossibile il "riconoscimento della dignità umana in quanto diritto inalienabile" perchè esso "trova il suo fondamento primo in quella legge non scritta da mano d’uomo, ma iscritta da Dio Creatore nel cuore dell’uomo.... E’ necessario, pertanto, ripetere con fermezza che non esiste una comprensione della dignità umana legata soltanto ad elementi esterni quali il progresso della scienza, la gradualità nella formazione della vita umana o il facile pietismo dinanzi a situazioni limite. Quando si invoca il rispetto per la dignità della persona è fondamentale che esso sia pieno, totale e senza vincoli, tranne quelli del riconoscere di trovarsi sempre dinanzi a una vita umana..." perchè "fin dal primo istante, la vita dell’uomo è caratterizzata dall’essere vita umana e per questo portatrice sempre, dovunque e nonostante tutto, di dignità propria" (cfr Benedetto XVI, Udienza i partecipanti alla XVI Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita, 12 febbraio 2010).
Ma la crisi di fede riguarda anche la Chiesa. Senza di essa tutto diviene moralismo, legalismo, efficientismo, sentimentalismo; i criteri mondani si impongono nella guida della Chiesa, nelle Diocesi come nelle parrocchie, nei diversi Istituti e nelle diverse attività caritative, come ha recentemente sottolineato il Papa ai seminaristi e durante la visita all'Ostello della Caritas. Ma quale fede è oggi in crisi? Si tratta di quella vissuta che diviene dinamica esistenziale riverberando la luce pasquale su ogni pensiero, parola e gesto. La fede adulta che riconosce in ogni evento ed in ogni persona il tratto inconfondibile dell'amore misericordioso di Dio. La fede che intercetta il Mistero Pasquale del Signore incastonato nella storia, e spinge la Chiesa sui sentieri della speranza dinnanzi ad ogni situazione, anche la più drammatica e senza alcun sbocco apparente. La fede che apre il cuore alla carità di Cristo che "urget nos" e scioglie i cristiani da una vita avvitata nell'egoismo per farli vivere per Colui che è morto e risorto per loro. La fede che vede Cristo ovunque e in ogni istante e che, con Lui, brucia di zelo per la salvezza delle anime. La fede che getta la Chiesa sino ai confini della terra sui sentieri dell'annuncio del Vangelo. La fede che incide nei cuori la certezza che Cristo è risorto e vivo ed è ogni giorno con i suoi apostoli sino alla fine del mondo.
La crisi di fede ha spento tutto ciò creando le premesse per la secolarizzazione e la mondanizzazione che, alla fine, genera e protegge mostri. Il sale se perde il sapore non serve ad altro che ad essere gettato via e calpestato. Per questo, nelle parole del Papa ai Vescovi irlandesi, ascoltiamo chiara l'eco delle tremende parole del Signore: "Quando il Figlio dell'uomo verrà troverà la fede sulla terra?". In fondo è questo il compito affidato al Papa e alla Chiesa intera: custodire fedelmente il deposito della fede, che non è solo un affastellamento di dogmi e articoli del credo, ma è cosa viva, la Grazia di una Vita nuova e celeste che si incarna nelle esistenze dei cristiani. Affrontare la crisi con coraggio ed onestà è allora innanzi tutto prendere coscienza della "necessità di una riflessione teologica più profonda sull'intera questione" che parta dal riconoscersi mancanti ed in errore, e che conduca la Chiesa a ricominciare a preoccuparsi della fede, in una seria formazione, dei presbiteri come dei laici. Benedetto XVI infatti "ha richiamato l'attenzione sulla necessità di una migliore preparazione umana, spirituale, accademica e pastorale dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa e di quanti sono stati già ordinati e consacrati". Preparazione e formazione permanente nella fede sono dunque il cammino che il Papa ha tracciato alla Chiesa. Perchè il Figlio dell'Uomo tornando tra noi, vi trovi la fede.


Antonello Iapicca Pbro

Il Papa: proporre ai fedeli un itinerario di fede cristiana matura e responsabile

Discorso del Papa ai Vescovi della Romania in visita “ad Limita”


CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 12 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo venerdì i presuli della Conferenza Episcopale di Romania, in occasione della visita "ad Limina Apostolorum".


* * *

Venerati Fratelli nell’Episcopato!

È per me motivo di grande gioia incontrarvi nel corso della visita ad limina, ascoltarvi e riflettere insieme sul cammino del Popolo di Dio a voi affidato. Saluto con affetto ciascuno di voi e ringrazio, in particolare, Mons. Ioan Robu per le cordiali parole che, a nome di tutti, mi ha indirizzato. Rivolgo un pensiero speciale a Sua Beatitudine Lucian Mureşan, Arcivescovo Maggiore della Chiesa Greco-cattolica Romena. Voi siete Pastori di comunità di riti diversi, che pongono le ricchezze della propria lunga tradizione a servizio della comunione, per il bene di tutti. In voi saluto le comunità cristiane della Romania e della Repubblica di Moldova, in passato così duramente provate, e rendo omaggio a quei Vescovi e innumerevoli sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli che, nel tempo della persecuzione, hanno mostrato indomito attaccamento a Cristo e alla sua Chiesa e hanno conservata intatta la loro fede.

A voi, cari Fratelli nell'Episcopato, desidero esprimere il mio ringraziamento per il vostro generoso impegno a servizio della rinascita e dello sviluppo della comunità cattolica nei vostri Paesi ed esortarvi a continuare ad essere zelanti Pastori del gregge di Cristo, nell’appartenenza all'unica Chiesa e nel rispetto delle diverse tradizioni rituali. Conservare e tramandare il patrimonio della fede è un compito di tutta la Chiesa, ma particolarmente dei Vescovi (cfr Lumen gentium, 25). Il campo del vostro ministero è vasto ed esigente: si tratta, infatti, di proporre ai fedeli un itinerario di fede cristiana matura e responsabile, specialmente attraverso l'insegnamento della religione, la catechesi, anche degli adulti, e la preparazione ai Sacramenti. In tale ambito occorre promuovere una maggiore conoscenza della Sacra Scrittura, del Catechismo della Chiesa Cattolica e dei documenti del Magister@, in particolare del Concilio Ecumenico Vaticano II e delle Encicliche Papali. E’ un programma impegnativo, che richiede l'elaborazione comune di piani pastorali miranti al bonum animarum di tutti i cattolici dei diversi riti ed etnie. Ciò esige testimonianza di unità, sincero dialogo e fattiva collaborazione, senza dimenticare che l'unità è primariamente frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,22), che guida la Chiesa.

In quest'Anno Sacerdotale, vi esorto ad essere sempre autentici padri dei vostri presbiteri, primi e preziosi collaboratori nella vigna del Signore (cfr Christus Dominus, 16.28); con loro esiste un legame anzitutto sacramentale, che a titolo unico li rende participi della missione pastorale affidata ai Vescovi. Impegnatevi a curare la comunione tra voi e con loro in un clima di affetto, di attenzione e di dialogo rispettoso e fraterno; interessatevi alle loro condizioni spirituali e materiali, al loro necessario aggiornamento teologico e pastorale. Nelle vostre diocesi non mancano Istituti religiosi impegnati nella pastorale. Sarà vostra speciale cura dedicare loro la dovuta attenzione e fornire ogni possibile aiuto perché la loro presenza sia sempre più significativa e i consacrati possano svolgere il loro apostolato secondo il proprio carisma e in piena comunione con la Chiesa particolare.

Dio non manca di chiamare uomini e donne al suo servizio: di questo dobbiamo essere grati al Signore, intensificando la preghiera perché Egli continui a inviare operai nella sua messe (cfr Mt 9,37). E’ compito primario dei Vescovi promuovere la pastorale vocazionale e la formazione umana, spirituale e intellettuale dei candidati al Sacerdozio nei Seminari e negli altri Istituti formativi (cfr Optatam Totius, 2.4), garantendo loro la possibilità di acquisire una profonda spiritualità e una rigorosa preparazione filosofico-teologica e pastorale, anche mediante la scelta attenta degli educatori e dei docenti. Analoga cura va posta nella formazione dei membri degli Istituti di vita consacrata, in particolare di quelli femminili.

La fioritura di vocazioni sacerdotali e religiose dipende in buona parte dalla salute morale e religiosa delle famiglie cristiane. Purtroppo, nel nostro tempo non sono poche le insidie verso l'istituzione familiare in una società secolarizzata e disorientata. Le famiglie cattoliche dei vostri Paesi, che, durante il tempo della prova, hanno testimoniato, talora a caro prezzo, la fedeltà al Vangelo, non sono immuni dalle piaghe dell'aborto, della corruzione, dell'alcolismo e della droga, come pure del controllo delle nascite mediante metodi contrari alla dignità della persona umana. Per combattere queste sfide, occorre promuovere consultori parrocchiali che assicurino un'adeguata preparazione alla vita coniugale e familiare, nonché organizzare meglio la pastorale giovanile. Occorre, soprattutto, un deciso impegno per favorire la presenza dei valori cristiani nella società, sviluppando centri di formazione dove i giovani possano conoscere i valori autentici, impreziositi dal genio della cultura dei vostri Paesi, così da poterli testimoniare negli ambienti dove vivono. La Chiesa vuole dare il suo contributo determinante alla costruzione di una società riconciliata e solidale, capace di far fronte al processo di secolarizzazione in atto. La trasformazione del sistema industriale e agricolo, la crisi economica, l’emigrazione all’estero, non hanno favorito la tenuta dei valori tradizionali, che vanno, perciò, riproposti e rafforzati.

In questo contesto, risulta particolarmente importante la testimonianza di fraternità tra Cattolici e Ortodossi: prevalga sulle divisioni e sui dissidi e apra i cuori alla riconciliazione. Sono consapevole delle difficoltà che devono affrontare, in questo ambito, le comunità cattoliche; auspico che si possano trovare soluzioni adeguate, in quello spirito di giustizia e carità che deve animare i rapporti tra fratelli in Cristo. Nel maggio 2009, avete ricordato il X anniversario della storica visita che il Venerabile Papa Giovanni Paolo II realizzò in Romania. In quella occasione, la Provvidenza divina offriva al Successore di Pietro la possibilità di compiere un viaggio apostolico in una Nazione a maggioranza ortodossa, dove da secoli è presente una significativa comunità cattolica. Il desiderio di unità suscitato da quella visita alimenti la preghiera e l’impegno a dialogare nella carità e nella verità e a promuovere iniziative comuni. Un ambito di collaborazione oggi particolarmente importante tra Ortodossi e Cattolici riguarda la difesa delle radici cristiane dell'Europa e dei valori cristiani e la comune testimonianza su temi come la famiglia, la bioetica, i diritti umani, l’onestà nella vita pubblica, l'ecologia. L’impegno unitario su tali argomenti offrirà un importante contributo alla crescita morale e civile della società. Un costruttivo dialogo tra Ortodossi e Cattolici non mancherà di essere fermento di unità e di concordia non solo per i vostri Paesi, ma anche per l’intera Europa.

Al termine del nostro incontro, il mio pensiero si volge alle vostre Comunità. Portate ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose, a tutti i fedeli della Romania e della Repubblica di Moldova i miei saluti e il mio incoraggiamento, assicurando il mio affetto e la mia preghiera. Mentre invoco l’intercessione della Madre di Dio e dei Santi delle vostre Terre, imparto di cuore la mia Benedizione a voi e a tutti i membri del Popolo di Dio affidati alla vostra premura pastorale.

[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]

Pedofilie occulte e amore autentico

Il Papa, potrebbe essere altrimenti? riconosce colpe gravissime e verga, di nuovo, una irrinunciabile linea rossa a sconfinare pedofilia e pedofili lontano dalla Chiesa e dentro carceri e ospedali. Tutti, compresi alcuni organi cattolici, risaltano le parole di Benedetto XVI sulla piaga pedofila, ma ne fanno il fulcro di un discorso nel quale però ha detto molto di più. Si trattava di famiglia e di preparazione al matrimonio dei fidanzati. In una parola: formazione. Essa parte dalla trasmissione della fede ai figli, nella quale "dovrà progressivamente emergere il significato della sessualità come capacità di relazione e positiva energia da integrare nell’amore autentico". Poi la preparazione specifica dei fidanzati che "dovrebbe configurarsi come un itinerario di fede e di vita cristiana, che conduca ad una conoscenza approfondita del mistero di Cristo e della Chiesa, dei significati di grazia e di responsabilità del matrimonio". Infine la preparazione immediata con l'approfondimento del Rito del matrimonio. Il fine di questa lunga preparazione, che si inscrive nella più generale iniziazione cristiana che riguarda ogni battezzato è, secondo il Papa, che la "vocazione dei coniugi diventi una ricchezza per l’intera comunità cristiana e, specialmente nel contesto attuale, una testimonianza missionaria e profetica". La famiglia cristiana è dunque un annuncio profetico. Perchè risponda a questa vocazione è decisiva la formazione. Solo una famiglia adulta nella fede, ancorata nell'amore di Dio, unita profondamente a Cristo, costituisce "l’aiuto più grande che si possa offrire ai bambini. Essi vogliono essere amati da una madre e da un padre che si amano, ed hanno bisogno di abitare, crescere e vivere insieme con ambedue i genitori, perché le figure materna e paterna sono complementari nell’educazione dei figli e nella costruzione della loro personalità e della loro identità. E’ importante, quindi, che si faccia tutto il possibile per farli crescere in una famiglia unita e stabile. A tal fine, occorre esortare i coniugi a non perdere mai di vista le ragioni profonde e la sacramentalità del loro patto coniugale e a rinsaldarlo con l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera, il dialogo costante, l’accoglienza reciproca ed il perdono vicendevole. Un ambiente familiare non sereno, la divisione della coppia dei genitori, e, in particolare, la separazione con il divorzio non sono senza conseguenze per i bambini, mentre sostenere la famiglia e promuovere il suo vero bene, i suoi diritti, la sua unità e stabilità è il modo migliore per tutelare i diritti e le autentiche esigenze dei minori". La pedofilia è certo deplorata e condannata, ma lo sguardo del Papa, come al solito, vola molto più in alto. Esiste il modo migliore per tutelare le autentiche esigenze dei bambini, che sono loro diritti. La pedofilia non è l'unico problema; c'è qualcosa di più, sottaciuto da chi non riesce a vedere più in là del proprio naso. Occorre chiedersi quali siano le esigenze autentiche dei bambini; il Papa le sintetizza nel bisogno di essere amati "da una madre e da un padre che si amano", e nel bisogno "di abitare, crescere e vivere insieme con ambedue i genitori, perché le figure materna e paterna sono complementari nell’educazione dei figli e nella costruzione della loro personalità e della loro identità". La pedofilia, letteralmente amore all'infanzia (greco παῖς, παιδός-bambino e φιλία-amicizia, affetto), si annida, ideologicamente e non patologicamente che è molto più grave, nel divorzio, nelle adozioni da parte delle coppie omosessuali e nella fecondazione artificiale di cui beneficiano. La pedofilia è un reato, il divorzio e il matrimonio omosessuale sono, al contrario, in molti Paesi diritti stabilite per legge. La pedofilia è perseguibile, la Chiesa stessa riconosce gravissime colpe in alcuni dei suoi membri e, come disse il Papa a Sydney, «i responsabili di questi mali devono essere portati davanti alla giustizia». Il divorzio e le unioni gay sono, al contrario, diritti inalienabili, conquiste civili, anche il solo parlarne fa rischiare la galera per omofobia o, nella migliore delle ipotesi, la discriminazione per integralismo. Per non parlare dell'aborto, pedofilia perpetrata ai danni dell'infanzia più indifesa. Che succederebbe a chi, bisturi in mano, massacrasse il corpo di un bimbo di tre anni? Nel regime relativistico che governa il mondo il Papa sottolinea il criterio fondamentale per avvicinarsi alle problematiche dell'infanzia: l'autenticità. Occultando la verità antropologica sulle esigenze dell'uomo, infante o adulto che sia, si rende impossibile ogni attenzione e cura alla persona. Per questo il Papa ci ha detto, in sintesi, che solo la comunità cristiana può aiutare davvero la famiglia, perchè la guida ad essere secondo la volontà di Dio, l'unica che risponda alla verità e agli autentici desideri dell'uomo. La Parola di Dio, i sacramenti, la preghiera, il perdono sono i tesori che la Chiesa comunica ai suoi figli. Solo da essi può scaturire quell'amore autentico alla vita nella sua pienezza che è l'antidoto ad ogni violenza e pedofilia che devastano l'infanzia mutilando l'esistenza intera.

Antonello Iapicca Pbro

Il Papa: Il Battesimo è la fonte della vita. Da esso sgorga lo Spirito Santo che ci guida a vivere la vita secondo verità.

E scopriamo che non soltanto l’ambiente naturale, ma anche quello sociale - l’habitat che ci creiamo noi stessi - ha le sue cicatrici; ferite che stanno ad indicare che qualcosa non è a posto. Anche qui nelle nostre vite personali e nelle nostre comunità possiamo incontrare ostilità a volte pericolose; un veleno che minaccia di corrodere ciò che è buono, riplasmare ciò che siamo e distorcere lo scopo per il quale siamo stati creati. Gli esempi abbondano, come voi ben sapete. Fra i più in evidenza vi sono l’abuso di alcool e di droghe, l’esaltazione della violenza e il degrado sessuale, presentati spesso dalla televisione e da internet come divertimento. Mi domando come potrebbe uno che fosse posto faccia a faccia con persone che soffrono realmente violenza e sfruttamento sessuale spiegare che queste tragedie, riprodotte in forma virtuale, sono da considerare semplicemente come "divertimento".

Vi è anche qualcosa di sinistro che sgorga dal fatto che libertà e tolleranza sono così spesso separate dalla verità. Questo è alimentato dall’idea, oggi ampiamente diffusa, che non vi sia una verità assoluta a guidare le nostre vite. Il relativismo, dando valore in pratica indiscriminatamente a tutto, ha reso l’"esperienza" importante più di tutto. In realtà, le esperienze, staccate da ogni considerazione di ciò che è buono o vero, possono condurre non ad una genuina libertà, bensì ad una confusione morale o intellettuale, ad un indebolimento dei principi, alla perdita dell’autostima e persino alla disperazione.

Cari amici, la vita non è governata dalla sorte, non è casuale. La vostra personale esistenza è stata voluta da Dio, benedetta da lui e ad essa è stato dato uno scopo (cfr Gn 1,28)! La vita non è un semplice succedersi di fatti e di esperienze, per quanto utili molti di tali eventi possano essere. È una ricerca del vero, del bene e del bello. Proprio per tale fine compiamo le nostre scelte, esercitiamo la nostra libertà e in questo, cioè nella verità, nel bene e nel bello, troviamo felicità e gioia. Non lasciatevi ingannare da quanti vedono in voi semplicemente dei consumatori in un mercato di possibilità indifferenziate, dove la scelta in se stessa diviene il bene, la novità si contrabbanda come bellezza, l’esperienza soggettiva soppianta la verità.

Cristo offre di più! Anzi, offre tutto! Solo lui, che è la Verità, può essere la Via e pertanto anche la Vita. Così la "via" che gli Apostoli recarono sino ai confini della terra è la vita in Cristo. È la vita della Chiesa. E l’ingresso in questa vita, nella via cristiana, è il Battesimo.

Questa sera desidero pertanto ricordare brevemente qualcosa della nostra comprensione del Battesimo, prima di considerare domani lo Spirito Santo. Nel giorno del Battesimo Dio vi ha introdotto nella sua santità (cfr 2 Pt 1,4). Siete stati adottati quali figli e figlie del Padre e siete stati incorporati in Cristo. Siete divenuti abitazione del suo Spirito (cfr 1 Cor 6,19). Il Battesimo non è un compimento né una ricompensa: è una grazia, è opera di Dio. Perciò, verso la fine del rito del Battesimo, il sacerdote si è rivolto ai vostri genitori e ai partecipanti, e chiamandovi per nome ha detto: "Sei diventato nuova creatura" (Rito del Battesimo, 99).

Cari amici, a casa, a scuola, all’università, nei luoghi di lavoro e di svago, ricordatevi che siete creature nuove. Non state soltanto di fronte al Creatore pieni di stupore, rallegrandovi per le sue opere, ma tenete presente che il fondamento sicuro dell’umana solidarietà sta nell’origine comune di ogni persona, il vertice del disegno creativo di Dio per il mondo. Come cristiani, voi siete in questo mondo sapendo che Dio ha un volto umano – Gesù Cristo – la "via" che soddisfa ogni anelito umano, e la "vita" della quale siamo chiamati a dare testimonianza, camminando sempre nella sua luce (cfr ibid., 100).

Il compito di testimone non è facile. Vi sono molti, oggi, i quali pretendono che Dio debba essere lasciato "in panchina" e che la religione e la fede, per quanto accettabili sul piano individuale, debbano essere o escluse dalla vita pubblica o utilizzate solo per perseguire limitati scopi pragmatici. Questa visione secolarizzata tenta di spiegare la vita umana e di plasmare la società con pochi riferimenti o con nessun riferimento al Creatore. Si presenta come una forza neutrale, imparziale e rispettosa di ciascuno. In realtà, come ogni ideologia, il secolarismo impone una visione globale. Se Dio è irrilevante nella vita pubblica, allora la società potrà essere plasmata secondo un’immagine priva di Dio, e il dibattito e la politica riguardanti il bene comune saranno condotti più alla luce delle conseguenze che dei principi radicati nella verità.

Tuttavia l’esperienza mostra che il discostarsi dal disegno di Dio creatore provoca un disordine che ha inevitabili ripercussioni sul resto del creato (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1990, 5). Quando Dio viene eclissato, la nostra capacità di riconoscere l’ordine naturale, lo scopo e il "bene" comincia a svanire. Ciò che ostentatamente è stato promosso come umana ingegnosità si è ben presto manifestato come follia, avidità e sfruttamento egoistico. E così ci siamo resi sempre più conto del bisogno di umiltà di fronte alla delicata complessità del mondo di Dio.

Cari amici, la creazione di Dio è unica ed è buona. Le preoccupazioni per la non violenza, lo sviluppo sostenibile, la giustizia e la pace, la cura del nostro ambiente sono di vitale importanza per l’umanità. Tutto ciò non può però essere compreso a prescindere da una profonda riflessione sull’innata dignità di ogni vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, una dignità che è conferita da Dio stesso e perciò inviolabile. Il nostro mondo si è stancato dell’avidità, dello sfruttamento e della divisione, del tedio di falsi idoli e di risposte parziali, e della pena di false promesse. Il nostro cuore e la nostra mente anelano ad una visione della vita dove regni l’amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l’unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità, e dove l’identità sia trovata in una comunione rispettosa. Questa è opera dello Spirito Santo! Questa è la speranza offerta dal Vangelo di Gesù Cristo! È per rendere testimonianza a questa realtà che siete stati ricreati nel Battesimo e rafforzati mediante i doni dello Spirito nella Cresima.

In Terra Santa, invitati dal Cammino Neocatecumenale, cardinali e vescovi dall’Africa per riflettere sulla nuova evangelizzazione nel loro continente.

"Alzati Chiesa in Africa, famiglia di Dio”: fu l'appello di Benedetto XVI in occasione della chiusura del sinodo per il continente africano, poco più di un mese fa. In risposta a questa chiamata, 83 vescovi e 7 arcivescovi giunti da 30 diverse nazioni dell’Africa, - dal Senegal il cardinale Sarr Theodore Adrien arcivescovo di Dakar - si sono riuniti a convegno in questi giorni presso la Domus Galilaeae, centro internazionale nei pressi di Korazim, in Terra Santa, per fare il punto sull’evangelizzazione del continente africano. Insieme ai vescovi, sacerdoti diocesani, vicari generali, catechisti e famiglie missionarie, in tutto circa 450 partecipanti hanno aderito all’invito degli iniziatori del Cammino Neocatecumenale Kiko Arguello e Carmen Hernandez, in continuità con un incontro analogo che nel 2007 aveva riunito molti vescovi africani in Terra Santa. A due anni da quel convegno, anni segnati da guerre, dalla difficile situazione economica e dalla crisi della moralità, nelle testimonianze dei vescovi – che hanno confrontato le proprie esperienze pastorali - è emerso quanto in Africa sia oggi più che mai necessaria una pastorale missionaria, per confrontarsi con la globalizzazione, la secolarizzazione e le ideologie che giungono dall’occidente, in un mondo dove sussiste il tribalismo e dove le divisioni etniche lacerano le comunità ecclesiali. Mons. Servilien Nzakamwita, vescovo di Byumba, ha affermato che in Rwanda, dove si vivono ancora le conseguenze del genocidio, c’è un'evangelizzazione di massa, e se è vero che molte fedeli frequentano i sacramenti, si sente tuttavia il bisogno di un'evangelizzazione profonda: “Il cammino neocatecumenale – ha detto il presule - ci aiuta molto ad approfondire la fede e il Vangelo”. La rappresentanza più numerosa è stata quella dal Congo: circa 20 i vescovi presenti. Secondo il vescovo di Goma, mons. Faustin Ngabu, il convegno è stato caratterizzato da un’atmosfera fraterna e fiduciosa, in cui è emersa con più chiarezza la necessità della nuova evangelizzazione. “Essa è non solo necessaria ma urgente” – ha detto il presule - “per aiutare a chiederci che cosa significhi per noi essere cristiani: tanto ai fedeli, quanto ai pastori, e ai sacerdoti; abbiamo una teologia teorica, ma non dinamica; in tutto questo il neocatecumenato ci dà l’occasione di arrivare ad una conoscenza dinamica della Sacra Scrittura, che può incidere sugli stili di vita”. Ancora secondo il presule, in Congo l’esperienza del cammino neocatecumenale è di grande aiuto alla formazione del clero e di famiglie cristiane, in una società dove perdurano consuetudini come la poligamia, e modelli tradizionali basati sul paganesimo. “Radicandosi progressivamente nelle parrocchie, le piccole comunità neocatecumenali, in cui convivono e maturano la fede persone appartenenti a diverse etnie e tribù, - ha detto mons. Faustin Ngabu - possono influire positivamente nella pastorale diocesana e nel tessuto sociale”. (A cura di Sara Fornari)

Radio Vaticana

Card. Scherer: molti cattolici sono stati battezzati, ma non evangelizzati.

“La formazione del cristiano adulto nella fede è la nostra missione e il nostro compito, e quello della Chiesa: chi è già discepolo di Cristo aiuta gli altri a essere discepoli a loro volta”




“L'evangelizzazione 'generica' non è sufficiente”, avverte


di Alexandre Ribeiro

SAN PAOLO, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Al giorno d'oggi constatiamo purtroppo che la maggioranza dei cattolici è stata battezzata, ma non evangelizzata”, sostiene il Cardinale Odilo Scherer, Arcivescovo di San Paolo (Brasile).

A suo avviso, “battezzare e poi lasciare il cristiano a un'evangelizzazione 'generica' è insufficiente”.

“E' come seminare un campo e poi abbandonarlo a se stesso; non permette di aspettarsi molti frutti; è anche come piantare un giardino e non curarlo: ci si possono aspettare fiori belli e abbondanti?”, si chiede in un articolo pubblicato sul numero di questa settimana della rivista arcidiocesana “O São Paulo”.

Il Cardinale Scherer ha ricordato che il Battesimo “è una grazia di Dio, e la fede un dono dello Spirito Santo”. “Bisogna imparare a vivere la fede cristiana e questo rappresenta un processo continuo, che si estende a tutte le tappe della vita. Ha bisogno di imparare ad essere cristiano il bambino come la persona adulta o l'anziano”.

“Oggi più che di evangelizzare catecumeni abbiamo bisogno di iniziare a evangelizzare la maggior parte di coloro che sono già battezzati”, riconosce il porporato.

L'iniziazione alla vita cristiana “inizia con l'annuncio kerigmatico, mediante il quale la persona è condotta all'incontro con Gesù Cristo e posta davanti al nucleo centrale della fede cristiana: Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, è il nostro Salvatore. Morto in croce per amor nostro, è risuscitato dai morti e siede alla destra di Dio Padre, da dove sarà nostro giudice”.

“Attraverso di lui otteniamo la redenzione e il perdono dei peccati. Per ogni essere umano in questo mondo, Egli è la via, la verità e la vita. Il kerigma, annunciato e testimoniato con fede, suscita la fede in quanti lo ricevono, per azione dello Spirito Santo”, scrive monsignor Scherer.

In seguito bisogna seguire l'iniziazione alla vita cristiana, “imparando a relazionarsi con Dio nella preghiera cristiana, a conoscere le verità della fede cristiana professate nel Credo e spiegate dalla Chiesa nel Catechismo”.

Allo stesso modo, bisogna imparare “ad ascoltare e ad accogliere la Parola di Dio, con la comunità di fede, la Chiesa. L'iniziazione alla vita cristiana non può smettere di porre il fedele davanti alle implicazioni morali che derivano dalla sequela di Gesù e dall'appartenenza alla Chiesa”.

Secondo il Cardinale Scherer, questa iniziazione “porta anche il fedele a 'imparare' l'atteggiamento proprio della vita cristiana, la mistica cristiana”.

“In questo modo, il cristiano è per tutta la vita 'alla scuola del Vangelo' e impara a essere fedele a Gesù, seguendolo nel suo cammino; anche alla fine della vita, davanti alla morte, perché c'è anche un atteggiamento cristiano di ammalarsi e di morire...”.

In tutto ciò, segnala il porporato, “è bene tener presente che non si tratta di un apprendimento meramente intellettuale, anche se questo aspetto fa comunque parte del processo, perché la fede ha anche bisogno di essere conosciuta con l'intelligenza. Più che altro, si tratta di un apprendimento esistenziale”.

Il vivere cristiano, prosegue, “si esprime in una relazione filiale e familiare con Dio, nostro Padre. L'iniziazione alla vita cristiana sarà positiva se aiuterà i fedeli a vivere come figli e figlie di Dio”.

Un altro “bel modo di comprendere la vita cristiana” è “l'amicizia” con Cristo, visto che la vita cristiana “è espressione di un rapporto familiare e intimo con Dio e con Gesù Cristo, mediante il dono dello Spirito Santo di Dio”.

“La formazione del cristiano adulto nella fede è la nostra missione e il nostro compito, e quello della Chiesa: chi è già discepolo di Cristo aiuta gli altri a essere discepoli a loro volta”, ha concluso.

[Traduzione dal portoghese di Roberta Sciamplicotti]



Aprender a ser católico

Nos dias 16 a 18 de outubro, foi realizada em Itaici a “Assembléia das Igrejas” do Regional Sul 1 da CNBB, com a participação dos bispos e representantes das organizações eclesiais e pastorais das dioceses do Estado de São Paulo. O tema tratado foi de grande atualidade e importância: a evangelização querigmática e da iniciação à vida cristã.

Bem sabemos que, batizar apenas e, depois, deixar o cristão por conta de uma evangelização “genérica” é insuficiente. E como semear um campo e, depois, abandoná-lo a si mesmo; não dá para esperar muito fruto; é também como plantar um jardim e não zelar por ele: dá para esperar flor bonita e abundante? Hoje constatamos, infelizmente, que a grande maioria dos católicos foi apenas batizada, mas não evangelizada.

O batismo é uma graça de Deus e a fé, um dom do Espírito Santo; mas a vivência da fé cristã, precisa ser aprendida e supõe um processo contínuo, ao longo de todas as etapas da vida; tanto a criança precisa aprender a ser cristã, como a pessoa adulta, ou idosa. Graças a Deus, hoje vamos recuperando uma prática comum nos primeiros séculos da vida da Igreja, quando existia o catecumenato, antes do batismo, e uma iniciação à vida cristã, depois dele. Pelo menos, já começamos a falar nisso e a tomar consciência de que este é o caminho certo. A CNBB já tratou do tema na sua Assembléia Geral, em abril passado; nosso Regional Sul 1 fez o mesmo, há dez dias. Foi também o tema da 3ª. Semana Brasileira de Catequese, no começo de outubro. Em nossa Arquidiocese, o assunto também vai suscitando reflexão. Queira Deus que progrida!

Hoje, mais do que evangelizar catecúmenos, precisamos começar a evangelizar a maioria dos já batizados. A iniciação à vida cristã começa com o anúncio querigmático, mediante o qual a pessoa é levada ao encontro com Jesus Cristo e colocada diante do núcleo central da fé cristã: Jesus Cristo, Filho de Deus feito homem, é nosso Salvador. Morto na cruz por nosso amor, ressuscitou dos mortos e foi elevado à direita de Deus Pai, onde será nosso juiz. Por seu intermédio obtemos a redenção e o perdão dos pecados. Para todo ser humano neste mundo, Ele é o caminho, a verdade e a vida. O querigma, anunciado e testemunhado com fé, suscita a fé naqueles que o recebem, pela ação do Espírito Santo.

Depois precisa seguir a iniciação à vida cristã, aprendendo a se relacionar com Deus, na oração cristã; a conhecer as verdades da fé cristã professadas no “Creio” e explicadas pela Igreja, no Catecismo; aprender também a ouvir e acolher a Palavra de Deus, com a comunidade de fé, a Igreja; e a iniciação à vida cristã não pode deixar de colocar o fiel diante das implicações morais decorrentes do seguimento de Jesus e da pertença à Igreja. Esta iniciação também leva o fiel a “aprender” o jeito próprio da vivência cristã, a mística cristã. Assim, durante a vida inteira, o cristão está “na escola do Evangelho” e vai aprendendo a ser fiel a Jesus, seguindo-o no caminho dele; mesmo no extremo da vida, diante da morte, pois também há um jeito cristão de ficar doente e de morrer...

Em tudo isso, é bom ter presente que não se trata de um aprendizado meramente intelectual, embora esse aspecto também faça parte do processo, pois a fé também precisa ser conhecida com a inteligência. Mais que isso, porém, é um aprender existencial. A vivência cristã se expressa numa relação filial e familiar com Deus, nosso Pai; a iniciação à vida cristã será boa, se ajudar os fiéis a viverem como bons filhos e filhas de Deus. Outra bela maneira de compreender a vida cristã é a “amizade” com Cristo. Ele mesmo foi quem disse: “vós sois meus amigos” (Jo 15, 12-15). E a Conferência de Aparecida nos recordou que o cristão é um discípulo missionário de Jesus Cristo. Tudo isso nos diz que a vida cristã não consiste numa relação mágica com um “Sagrado” abstrato, mas é expressão de um relacionamento familiar e íntimo com Deus e com Jesus Cristo, mediante o dom do Espírito Santo de Deus.

A formação do cristão adulto na fé é missão e trabalho nosso, e da Igreja: quem já é discípulo de Cristo, ajuda outros a serem discípulos também. Acima de tudo, porém, é obra da graça de Deus; o Espírito de Cristo é que forma a mente e o coração dos filhos e filhas de Deus. Mas não dispensa nossa parte e a ação da Igreja.

Card. D. Odilo P. Scherer

Arcebispo de São Paulo

Publicado do Jornal O São Paulo do dia 27 de setembro de 2009