DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

"Non diventeremo mai come la Francia". Parla il vincitore del referendum svizzero

Ulrich Schlüer e il no elvetico ai minareti

“Con questo voto, la Svizzera ha mostrato che cosa non vuole: non vuole moschee, non vuole muezzin, non vuole sharia. In una parola, non vuole essere islamizzata”. Chi parla è Ulrich Schlüer, 65 anni, autore della proposta antiminareti approvata domenica con un referendum molto discusso. Schlüer è un deputato dei Popolari (Pps), il primo partito del paese. In patria, il 57 per cento dei cittadini ha promosso il quesito che impedisce di costruire nuove torri islamiche, ma nel resto dell’Europa le reazioni sono dure. Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, si dice “preoccupato” così come il presidente di turno dell’Unione europea, lo svedese Carl Bildt. Il responsabile del Pontificio consiglio dei migranti, monsignor Antonio Maria Vegliò, è “sulla stessa linea dei vescovi svizzeri”, che definiscono il voto “un duro colpo alla libertà religiosa e all’integrazione”. E c’è chi, come Amnesty International, non esclude di ricorrere al Tribunale europeo. “Le critiche erano prevedibili – commenta Schlüer con il Foglio – L’unica cosa che conta è il risultato delle urne e quello è stato impressionante. Non esiste opinione che può rovesciare una volontà così forte: nessun governo può ignorare le scelte del popolo”.

In Svizzera ci sono quattro minareti, 150 centri di preghiera e 400 mila persone di fede islamica. La maggior parte arriva dai Balcani e non mostra grande interesse per le pratiche religiose. Eppure, sostiene Schlüer, la situazione è già a livello di guardia. “Nel mio paese ci sono 17 mila matrimoni combinati e questo significa che 17 mila donne non sono libere – dice il deputato – E’ uno scandalo, è una contraddizione rispetto alle nostre leggi”.
Il Pps è noto per le campagne al limite dell’oltraggio. I manifesti stampati per il referendum mostrano una donna con lo sguardo torvo sotto il burqa. Schlüer è uno dei politici più discussi di questo movimento: nel 2007 criticò un inviato dell’Onu, Doudou Diéne, che aveva espresso perplessità sulla “dinamica xenofoba e razzista” che guidava la campagna dei popolari. “Lui arriva dal Senegal, un paese che ha molti problemi – disse allora – Non capisco perché sia venuto qui anziché pensare agli affari della sua nazione”. I popolari vinsero con il 28 per cento dei voti. Schlüer non teme che Berna diventi la capitale di una Repubblica islamica nel cuore delle Alpi: il modello che vuole evitare è quello di Francia, Olanda e Spagna, dove i musulmani possono aprire moschee in nome del pluralismo religioso.

“La Corte europea dice che dobbiamo togliere i crocefissi dalle scuole
e permettere l’apertura di nuove moschee – spiega – Io ritengo invece che i minareti devono essere respinti perché rappresentano il desiderio di introdurre un nuovo ordine in Europa. In Svizzera ne abbiamo quattro e questo significa che possiamo ancora fare qualcosa per opporci all’islamizzazione della nostra cultura. Guardate Parigi, Berlino e Londra: ci sono interi quartieri che vivono in una dimensione parallela, hanno le loro leggi, i loro costumi e il loro ordine. Non esiste alcuna possibilità di rimettere le cose a posto. Se un giorno avremo cento o duecento minareti anche in Svizzera, non saremo più in grado opporci”. Quello che colpisce non è tanto la percentuale delle persone che hanno votato “sì”, quanto la dimensione geografica del successo: 22 cantoni su 26 hanno approvato la proposta del Partito popolare: la Svizzera, dice Schlüer, non sarà mai come la Francia.

LA SENTINELLA. Frammenti quotidiani imperdibili 1 dicembre 2009


Il Papa scrive al Patriarca Bartolomeo I che il ministero di Pietro è servizio e non potere

Benedetto XVI scrive nel messaggio al patriarca ecumenico Bartolomeo I in occasione della festa di s. Andrea, patrono del Patriarcato: “La Chiesa cattolica comprende il ministero petrino cone un dono del Signore alla sua Chiesa. Questo ministero dovrebbe essere interpretato non in una prospettiva di potere, ma all’interno di una ecclesiologia di comunione, come un servizio all’unità nella verità e nella carità. Il vescovo della Chiesa di Roma, che presiede nella carità (S. Ignazio di Antiochia), è compreso come il Servus Servorum Dei (s. Gregorio Magno). Così, come il mio venerabile predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II ha scritto e io ho riaffermato in occasione della mia visita al Phanar nel novembre 2006, è questione di cercare insieme, ispirati dal modello del primo millennio, le forme in cui il ministero del vescovo di Roma può compiere un servizio di amore riconosciuto da ciascuno e da tutti (Cfr. Ut Unum Sint, 95). Per questo chiediamo a Dio di benedirci e possa lo Spirito Santo guidarci lungo questo difficile, ma promettente sentiero”.


Nella Spagna di Mons. Camino, dove la Chiesa annuncia, senza timore, la Verità sulla vita

Alla vigilia del dibattito parlamentare sull’aborto in Spagna è il segretario generale della Conferenza episcopale spagnola, monsignor Juan Antonio Martínez Camino, a prendere l’iniziativa avvisando i politici cattolici che, se voteranno sì alla legge, non potranno essere ammessi alla comunione, perché si collocherebbero in una situazione oggettiva di “peccato pubblico”. Non solo: chi sostiene che sia moralmente legittimo uccidere un nascituro – ha spiegato il vescovo – si mette in contraddizione con la fede cattolica e pertanto rischia di cadere nell’eresia e nella scomunica latae sententiae. Dichiarazioni che hanno suscitato reazioni. Hanno anche pubblicato un video in cui monsignor Camino, con la musica di sottofondo del film “L’esorcista”, spiega che “nessun cattolico può approvare o dare il suo voto” alla legge. Ma, come i vescovi, sono scesi in campo anche accademici, giuristi e scienziati. Hanno firmato tre documenti
in cui chiedono ai legislatori il riconoscimento della personalità giuridica del nascituro e di tener conto delle opinioni degli esperti e dell’opinione della maggioranza degli spagnoli a favore della vita, così come indicano tutti i sondaggi di opinione e le molteplici manifestazioni per la vita che si
sono svolte nell’ultimo anno. (Il Foglio 26 novembre 2009)


Nella Svizzera di Mons. Brunner dove la Chiesa stravolge Tradizione e Magistero facendo del celibato un atto volontario

Mons. Norbert Brunner, vescovo di Sion e presidente designato della Conferenza episcopale svizzera, afferma in un'intervista alla "NZZ am Sonntag" che non c'è legame sostanziale tra celibato e sacerdozio. "Ordinare preti uomini sposati dovrebbe quindi essere possibile." Il celibato dovrebbe essere volontario, sostiene il prelato che guida la diocesi di Sion dal 1995. "Credo - afferma nell'intervista - che la Conferenza episcopale sia quasi all'unanimità dell'opinione che in Svizzera debba essere possibile ordinare sacerdoti uomini sposati". Monsignor Brunner afferma anche di essere intervenuto più volte in Vaticano in favore dell'abolizione del celibato obbligatorio. (Intervista al settimanale elvetico NZZ am Sonntag)


E nella Svizzera di
Schlüer, che non vuole essere islamizzata

“Con questo voto, la Svizzera ha mostrato che cosa non vuole: non vuole moschee, non vuole muezzin, non vuole sharia. In una parola, non vuole essere islamizzata”. Chi parla è Ulrich Schlüer, 65 anni, autore della proposta antiminareti approvata domenica con un referendum molto discusso. Schlüer è un deputato dei Popolari (Pps), il primo partito del paese. In patria, il 57 per cento dei cittadini ha promosso il quesito che impedisce di costruire nuove torri islamiche, ma nel resto dell’Europa le reazioni sono dure. Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, si dice “preoccupato” così come il presidente di turno dell’Unione europea, lo svedese Carl Bildt. Il responsabile del Pontificio consiglio dei migranti, monsignor Antonio Maria Vegliò, è “sulla stessa linea dei vescovi svizzeri”, che definiscono il voto “un duro colpo alla libertà religiosa e all’integrazione”. E c’è chi, come Amnesty International, non esclude di ricorrere al Tribunale europeo.
“La Corte europea dice che dobbiamo togliere i crocefissi dalle scuole e permettere l’apertura di nuove moschee – spiega – Io ritengo invece che i minareti devono essere respinti perché rappresentano il desiderio di introdurre un nuovo ordine in Europa. In Svizzera ne abbiamo quattro e questo significa che possiamo ancora fare qualcosa per opporci all’islamizzazione della nostra cultura. Guardate Parigi, Berlino e Londra: ci sono interi quartieri che vivono in una dimensione parallela, hanno le loro leggi, i loro costumi e il loro ordine. Non esiste alcuna possibilità di rimettere le cose a posto. Se un giorno avremo cento o duecento minareti anche in Svizzera, non saremo più in grado opporci”. Quello che colpisce non è tanto la percentuale delle persone che hanno votato “sì”, quanto la dimensione geografica del successo: 22 cantoni su 26 hanno approvato la proposta del Partito popolare: la Svizzera, dice Schlüer, non sarà mai come la Francia.

Messori ci spiega che con il no svizzero ai minareti "si riscoprono le radici cristiane e la nostra cultura".

In Svizzera i campanili delle chiese cattoliche come quelli dei templi protestanti hanno sempre contrassegnato gli scenari urbani come i romantici paesaggi montani .
Anche per questo è significativo l’esito del referendum indetto non tanto contro i luoghi di culto islamici quanto contro il manarah, il «faro» in arabo, il minareto che contrassegna gli spazi della preghiera musulmana.
Copiato dai cristiani, sostituendo alla cella campanaria il balconcino per il muezzin che cinque volte al giorno salmodia il Corano invitando alla preghiera, il minareto è parte imprescindibile della moschea. È il segno dell’islamizzazione: quando i turchi catturarono la preda più ambita, la veneranda Santa Sofia di Costantinopoli, la fecero subito «loro» lasciando quasi intatti gli interni, cancellando solo dalle pareti e dalle cupole le aborrite immagini umane, ma circondandola di quattro, altissimi «fari».
È proprio contro questo segno che sembra avere votato la Confederazione elvetica, con disappunto delle gerarchie cristiane. Questa sorta di compendio, di sintesi della storia e della cultura europea, piantata nel cuore del Continente, dove fa convivere le due grandi radici, la latinità e il germanesimo, ha detto no. No alla convivenza esplicita, avvertibile già a colpo d’occhio, della croce con la mezzaluna, del campanile con il minareto. Le bianche montagne, le verdi vallate, i laghi azzurri non hanno nulla a che fare con i deserti e le steppe da cui spuntarono i maomettani, tante volte contenuti a suon di spada (e le milizie elvetiche fecero la loro parte) e che ora muovono silenziosamente ma implacabilmente a una nuova conquista, varcando le frontiere spesso in modo abusivo.
La Svizzera non fa che confermare il «complesso dell’assedio» che sempre più va diffondendosi in Europa.
Qualcosa come l’allarme dei «barbari alle porte» che contrassegnò gli ultimi secoli dell’Impero romano.
Può esserci del positivo, malgrado le rampogne dei vescovi: innanzitutto, la riscoperta della nostra civiltà e cultura, abbandonando quell’«inspiegabile odio di sé che caratterizza da tempo l’Occidente», per usare le parole di Joseph Ratzinger quando ancora era cardinale e ricordava agli europei che nella loro storia le luci, malgrado tutto, prevalgono sulle ombre. (Corriere della Sera, 30 novembre 2009)


Quando la Chiesa salva la pace e i popoli grazie alle sue "ingerenze"

Venticinque anni fa l’o­pera di mediazione della Santa Sede riu­scì a scongiurare un conflitto incomben­te tra Cile ed Argentina che si contende­vano il possesso del canale di Beagle, al­l’estremità meridionale del continente la­tino- americano. Una vertenza secolare, riesplosa tra l’ultimo scorcio degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta sul­l’onda del virulento nazionalismo fomen­tato dalle dittature militari dei due Paesi. C’era un clima esagitato nel Cono Sud do­ve nel 1982 sarebbe scoppiata la guerra delle Falkland-Malvinas tra la Gran Bre­tagna della signora Thatcher e l’Argenti­na del generale Videla, mentre il Cile di Pinochet tifava apertamente per gli in­glesi. A Buenos Aires e a Santiago si mo­bilitavano gli eserciti. Lo scontro armato sembrava inevitabile. Fu evitato grazie al coraggio di Giovanni Paolo II che volle in­tromettersi nella faccenda e inviò nelle due capitali un suo emissario, nonostan­te il rischio di un clamoroso fallimento. Dopo cinque anni di serrate trattative la difficile media­zione della Santa Sede fu coronata da successo ed il 29 novembre del 1984 l’Argentina, nel frattempo tornata alla democrazia, ed il Cile, con Pino­chet ancora al po­tere, firmavano u­no storico accordo di pace.
L’anniversario è stato celebrato ieri in Vaticano dalle due presidentesse Bachelet e Kirchner alla pre­senza di Benedetto XVI che ha ricordato «l’instancabile lavoro» a favore della pace condotto da Giovanni Paolo II. E certa­mente, se il suo intervento non cadde nel vuoto fu perché seppe risvegliare quella comune vocazione di fraternità e di ami­cizia tra due popoli di tradizione cattoli­ca.

È un fatto che riempie di legittimo orgo­glio quei Paesi. E dovrebbe far riflettere noi europei. L’intervento di Papa Wojty­la nella contesa per il canale di Beagle s’i­spirava allo stesso principio enunciato da Pio XII nel 1939: «Nulla si perde con la pace, tutto può andare perduto con la guerra». Ma, come sappiamo, non venne ascoltato. Anzi fu deriso e minacciato in nome di ideologie follemente totalitarie e radicalmente anti-cristiane. La vecchia Europa tradiva le propri origini e s’avvia­va alla catastrofe. È risalita dall’abisso do­ve giacciono decine di milioni di morti ed è rinata nella pace e nella prosperità. Si è data perfino una bandiera con 12 stel­le che richiamano la simbologia maria­na. Ma ancora oggi l’Unione Europea non intende riconoscere le proprie radici cri­stiane, mentre una recente sentenza di una Corte che fa capo al Consiglio d’Eu­ropa vorrebbe bandire il crocifisso dai luoghi pubblici. E da più parti non si per­de occasione d’accusare la Chiesa di vo­lersi intromettere nella vita dei popoli e degli Stati. (Avvenire 29 novembre 2009)


Il Gesuita della Civiltà Cattolica che non ha paura di chi prega, il teologo che chiede libertà religiosa, la storica che sottolinea la piaga del tabù della reciprocità

“Non metto in dubbio che in alcuni paesi musulmani i cristiani soffrono, ma a maggior ragione un cristiano deve battersi perché ai musulmani venga concessa piena libertà d’esercizio della propria fede. Solo così è possibile e ammissibile chiedere libertà in casa loro. E poi: che paura fa un
uomo che prega?”. In che senso? “Il voto in Svizzera mi sembra dettato dalla paura dello straniero. Ma che paura può fare un uomo che prega?”. (Giovanni Sale, gesuita, redattore
storico della Civiltà cattolica, che all’islam ha dedicato un recente libro – “Stati islamici e minoranze cristiane” (Jaca Book, 2008)
George Weigel, saggista cattolico americano di grande successo e biografo di Giovanni Paolo II e
Benedetto XVI, ci dice che “come regola generale non dovremmo violare la libertà religiosa al fine di dimostrare il fallimento altrui nell’onorare il più elementare diritto umano. Ma nella guerra delle idee al jihadismo, l’occidente deve essere all’offensiva e fare della libertà religiosa il
perno del dialogo interreligioso. La libertà di culto spezza il fanatismo e l’unione di religione e politica. Senza questa, Ahmadinejad è solo un lunatico. Con quel potere, è l’uomo più pericoloso della terra. Spero che il voto svizzero concentri l’attenzione sugli stati islamici. Ma non sono
ottimista”.
“In Europa il principio della reciprocità è stato rifiutato anche dalle chiese in declino, che ci ripetono che il cristianesimo deve essere tollerante e accogliente con lo straniero. Ma poi rifiutano il principio della reciprocità, così come hanno fatto le élite europee. Secondo la sharia, non è permesso costruire chiese e sinagoghe, il culto cristiano non può essere aperto e visibile nell’islam, tanto che solo in Israele i cristiani hanno vita pubblica. Il tabù della reciprocità nasce dall’odio di sé, mentre i governi hanno soprattutto paura di reazioni economiche. Non si è fatto nulla per proteggere la cristianità in medio oriente e il risultato è stata la palestinizzazione dell’Europa contro Israele. La resa europea sulla reciprocità fa parte della dhimmitudine applicata ai cristiani e agli ebrei nell’islam”. (Bat Ye’or, storica svizzera autrice di volumi di fama internazionale sull’estinzione della cristianità e dell’ebraismo nel mondo islamico (l’ultimo è “Il declino della cristianità sotto l’islam”, in italiano per Lindau). (Il Foglio 1 dicembre 2009)

La grande bugia della RU486

Manuali, rubriche, blog di medicina e naturalmente medici: tutti incapaci di chiamare embrione l’embrione e feto il feto, quando si parla di aborto. Ma in compenso tutti a definire la Ru486 un farmaco. Un farmaco che consente di ripulire l’utero del suo contenuto. Semplice e asettico.
Se le parole hanno un senso, il succo dell’aborto è esattamente questo: liberare con un farmaco l’utero da un contenuto non desiderato. La Ru486 farà meglio dei metodi abortivi "tradizionali"? Sicuramente no. Quasi sicuramente farà peggio, e neppure di poco. Del resto, se i suoi risultati fossero indiscussi, essa avrebbe trovato ben altro seguito, mentre invece rimane una metodologia
minoritaria anche dov’è ammessa. Quali effettivi vantaggi per la salute della donna? Non se ne vedono, per il semplice motivo che non ce ne sono. Non c’è alcun vero, effettivo vantaggio per la
salute della donna. L’unico, se tale lo si ritiene, sta nella relativa “comodità” del metodo, un autentico usa e getta. Inoltre il riconoscimento di una filosofia ultrafacilitante l’aborto si è ben visto dove ha portato i paesi laddove ha messo radici: a più aborti, segnatamente di ragazzine e
adolescenti.
Conosco l’obiezione. Isabella Bossi Fedrigotti argomenta in proposito: “Che l’aborto sia scelta estrema e infelicissima, lo sanno quasi tutti, ed è difficile credere che una pillola la renderà meno luttuosa”. E continua: “Certo ci saranno delle scervellate che vi ricorreranno come tragicamente
inappropriato mezzo anticoncezionale, però, inutile negarlo, le scervellate già ci sono e non hanno aspettato la Ru486 per diventarlo”. Un’obiezione facile quanto illusoria. Non sono alcune sporadiche scervellate, come la Fedrigotti lascia benevolmente intendere, a considerare l’aborto un “inappropriato mezzo anticoncezionale”, se 27 donne su cento di quante ricorrono all’Ivg già sono passate una o più volte da quella “scelta estrema e dolorosissima”, se questa proporzione
non si abbassa di una virgola nel tempo (semmai cresce) e se, infine, supera quota 21 anche tra le italiane (arriva a 38 su 100 tra le immigrate). Ancora poca cosa rispetto a Svezia e Olanda, dove le “scervellate” sono 37 su cento. Plotoni di scervellate.

Il Foglio 1 dicembre 2009
Roberto Volpi

LA SENTINELLA. Frammenti quotidiani imperdibili. 30 novembre 2009

L'Avvento del Papa

L'Avvento è un invito a comprendere che i singoli eventi della giornata sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell’attenzione che ha per ognuno di noi. Quanto spesso Dio ci fa percepire qualcosa del suo amore! Tenere, per così dire, un “diario interiore” di questo amore sarebbe un compito bello e salutare per la nostra vita! L’Avvento ci invita e ci stimola a contemplare il Signore presente. La certezza della sua presenza non dovrebbe aiutarci a vedere il mondo con occhi diversi? Non dovrebbe aiutarci a considerare tutta la nostra esistenza come “visita”, come un modo in cui Egli può venire a noi e diventarci vicino, in ogni situazione? (Il Papa nell'omelia dei primi vespri della prima domenica di Avvento, 28 novembre 2009)


La famiglia a Madrid

“Il futuro dell’umanità passa per la famiglia”. Questa celebre affermazione di Giovanni Paolo II pronunciata a Madrid nel 1982 in occasione della sua visita in Spagna ha ispirato l’arcidiocesi di Madrid che insieme al Cammino neocatecumenale ha lanciato un grande incontro delle famiglie a livello europeo.

La menzogna del Governo sulla vita e sulla pillola killer

Ora una persona proba e seria come il ministro Sacconi autorizza con un comunicato che nasce da impotenza e debolezza culturale la “soluzione finale”
Il governo dice che sì, va bene, la pillola si può chiedere e mandare giù, basta che tutto avvenga in ospedale fino alla fine del percorso, cioè all’accertato omicidio di un infante. E il governo sa bene che non è così, che nessuno può essere poi costretto, qualunque cosa abbia firmato, a restare in ospedale per giorni, in attesa del lieto evento di un aborto chimico. La pillola è fatta per liberare i medici della loro responsabilità, per privatizzare l’aborto, per renderlo sempre più automatico e moralmente indifferente, e così sarà nonostante le ammuine e le precauzioni inutili di un governo che si comporta da perfetto ipocrita. Non era meglio che il parere del governo fosse evangelico? Non era giusto dire sì o no alla compatibilità, che naturalmente non esiste, tra la pillola che uccide e la legge di tutela della maternità? (Il foglio 28 novembre 2009)

Le menzogne della sinistra sulla vita e sulla pillola killer

Ci avevate risposto, e tra voi i più bugiardi sono quei cattolici castigati dai vescovi americani per la contraddizione tra la prassi pubblica e la sequela di Cristo e della sua chiesa (vero Franceschini? vero Bindi?), che era arrivato il momento di fare qualcosa, magari in un altro modo da come proponevamo noi, ed ecco che vi vediamo votare per l’immediata commercializzazione di un veleno abortivo che chiude virtualmente la faccenda, che banalizza, universalizza e privatizza, sottraendolo a qualsiasi seria verifica pubblica della società o deontologica del medico, l’aborto procurato, questo scandalo supremo, di massa, seriale, questa catastrofe del nostro tempo che voi dite di volere arginare, e invece, bugiardi che altro non siete, non è vero.
(Giuliano Ferrara)

Mons. Tobin senza sconti dice come si comporta un politico cattolico

“E invece io le dico – scrive il presule – che essere cattolico significa fare parte di una fede comune che possiede chiare e definite autorità e dottrine, obblighi e aspettative. Significa seguire la dottrina cattolica soprattutto sulle materie di fede e morale. Significa seguire una comunità locale, andare a messa la domenica e ricevere i sacramenti regolarmente, seguire insomma la chiesa personalmente, pubblicamente, spiritualmente ed economicamente”. E ancora: “La sua posizione sull’aborto è inaccettabile per la chiesa e dà scandalo a tutti i suoi membri. Non solo: diminuisce assolutamente la sua comunione con la chiesa stessa”.


Il Card. Bergoglio spiega perchè il matrimonio omosessuale è illegale

Tutto è cominciato con la sentenza del giudice Gabriela Seijas che lo scorso 13 novembre ha ordinato al Registro civile di celebrare l’unione tra due uomini. Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires e presidente della Conferenza episcopale argentina, gesuita, figlio di immigrati piemontesi, 73 anni il prossimo dicembre, uomo coltissimo, umile e di preghiera, ha convocato i vescovi e ha fatto uscire un comunicato congiunto in cui definisce la cosa “assolutamente illegale”. L’esecutivo argentino “ha mancato al suo dovere”. Non solo, è il porporato a dire che l’esecutivo “ha mancato gravemente al suo dovere” non ricorrendo contro la decisione. Mauricio Macri, governatore di Buenos Aires, ha cercato di mediare chiedendo udienza al cardinale. Questi l’ha ricevuto ma, al termine dell’incontro, è stato ancora Bergoglio a prendere la parola. E a dire che Macri ha tradito il ruolo di “custode della legge”. Il documento dei vescovi entra nel merito della sentenza e va all’origine semantica della parola matrimonio: “Risale alle disposizioni del Diritto romano dove la parola ‘matrimonium’ era riferita al diritto di ogni donna ad avere figli, un diritto riconosciuto nel rispetto della legge”. Erroneamente si associa il termine matrimonio al sacramento cattolico: il termine fu codificato dal diritto. E, dunque, “affermare l’eterosessualità del matrimonio non vuol dire discriminare, ma partire da un elemento oggettivo che è il suo presupposto”.

"I matrimoni tra cattolici e musulmani in Italia" Indicazioni della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana

Le Indicazioni, di seguito pubblicate, sono state elaborate e approvate ampia riflessione effettuata dal Consiglio Episcopale Permanente, sulla base di apporti qualificati di teologi pastoralisti, di canonisti e di esperti in ecumenismo e in diritto islamico. Esse tengono anche conto dei contributi emersi nella consultazione delle Conferenze Episcopali Regionali.
Il documento intende proporre agli Ordinari diocesani talune indicazioni generali, finalizzate all’assunzione di una linea concorde nella soluzione dei singoli casi che si presentano a livello diocesano.
PRESIDENZA DELLA CEI
29/04/2005

Il Vangelo di oggi, Martedì della I settimana del Tempo di Avvento

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Lc 10, 21-24


In quel tempo, Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».
E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono».

IL COMMENTO

Piccoli. Quel che siamo. Senza artifici, mendicanti di tutto per poter vivere. Figli. Perchè piccoli. Cultura, idee, immaginazioni, ideali. Nulla, solo una "mediocrissima quotidianità", la nostra vita di ogni giorno, nascosta alle cineprese dell'effimero, nota solo al Padre che vede nel segreto.
La vita nascosta con Cristo in Dio, la vita nostra. I sospiri, le lacrime, i dolori, le ansie, le preoccupazioni, l'apparente inutilità di cose sempre uguali, la stessa fermata dell'autobus, le stesse scartoffie, gli stessi libri, gli stessi banchi al mercato. E partorire figli, educarli sui cammini della fede, lavorare per sostenerli, o restare legati ad una missione a volte impossibile, la fedeltà nascosta di ore consumate nell'ombra.
Piccoli, inutili. Cuccioli bagnati ai lati delle strade delle storia. Se questa è oggi la nostra realtà, rallegriamoci. Sono per noi i segreti di Dio, l'intimità preparata per chi non ha nulla di cui gioire e godere, la prossimità di chi -un "nulla" per il mondo- eredita ogni istante il Regno dei Cieli.
Piccoli per stare nel cuore di Cristo, mite ed umile di cuore. Piccoli per esser ricolmi di Lui. E in Lui, ogni evento che ci fa insignificanti, che ci nasconde alla platea della storia, che ci umilia, che ci rende poveri e mendicanti, ogni istante che ci fa piccoli è pura grazia, un dono del Cielo. Una carezza del Signore che ci fa, ogni volta, più vicini, più Suoi. Ogni istante un passo in più sui sentieri del Cielo. E beati i nostri occhi, che vedono il Suo volto, l'unico capace di saziare ogni nostro desiderio, al di là d'ogni immaginazione.

Nella Spagna di monsignor Camino

Alla vigilia del dibattito parlamentare
sull’aborto in Spagna è il segretario generale
della Conferenza episcopale spagnola,
monsignor Juan Antonio Martínez Camino,
a prendere l’iniziativa avvisando i politici
cattolici che, se voteranno sì alla legge, non
potranno essere ammessi alla comunione,
perché si collocherebbero in una situazione
oggettiva di “peccato pubblico”. Non solo:
chi sostiene che sia moralmente legittimo
uccidere un nascituro – ha spiegato il vescovo
– si mette in contraddizione con la fede
cattolica e pertanto rischia di cadere nell’eresia
e nella scomunica latae sententiae. Dichiarazioni
che hanno suscitato reazioni,
come quella della Juventudes Socialistas di
Siviglia, che ha aperto una pagina web in
cui ci si può iscrivere per chiedere l’autoesclusione
dal sacramento della comunione.
Hanno anche pubblicato un video in cui
monsignor Camino, con la musica di sottofondo
del film “L’esorcista”, spiega che
“nessun cattolico può approvare o dare il
suo voto” alla legge. Ma, come i vescovi, sono
scesi in campo anche accademici, giuristi
e scienziati. Hanno firmato tre documenti
in cui chiedono ai legislatori il riconoscimento
della personalità giuridica del nascituro
e di tener conto delle opinioni degli
esperti e dell’opinione della maggioranza
degli spagnoli a favore della vita, così come
indicano tutti i sondaggi di opinione e le
molteplici manifestazioni per la vita che si
sono svolte nell’ultimo anno.

Il Foglio 26 novembre 2009

I cattolici pro aborto si pongono in una situazione oggettiva di peccato


Nota finale dell'Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola


MADRID, lunedì, 30 novembre 2009 (ZENIT.org).- L'aborto è stato uno degli argomenti principali della 94ª riunione dell'Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola (CEE), svoltasi a Madrid (Spagna) dal 23 al 27 novembre.

Al riguardo, i presuli hanno affermato che i cattolici favorevoli a questa pratica medica si pongono in una situazione oggettiva di peccato. I Vescovi hanno anche annunciato la prossima pubblicazione di due documenti: uno relativo alla crisi economica, l'altro rivolto ai sacerdoti.

L'Assemblea è stata inaugurata il 23 novembre con il discorso del presidente, il Cardinale Rouco Varela, seguito dall'intervento del Nunzio Apostolico in Spagna, monsignor Renzo Fratini, che nel suo saluto ha chiesto di valorizzare la storia del Paese, che ha saputo esprimere la fede nella cultura nel corso dei secoli.

“Le radici cristiane sono lì – ha sottolineato –. Dobbiamo essere ottimisti e positivi, e soprattutto non dimenticare che è Dio che con la sua Provvidenza amorevole muove i fili della storia. In Cristo non può mancarci la speranza”.

L'Assemblea si è conclusa mentre la Camera dei Deputati iniziava il dibattito sul “Disegno di Legge Organica sulla salute sessuale e riproduttiva e sull'interruzione volontaria di gravidanza”, che in seguito ha superato la prima votazione alla Camera. Di fronte a un tema così rilevante per la società spagnola, i Vescovi hanno presentato varie considerazioni.

In primo luogo, raccomandano chiaramente la lettura della Dichiarazione della Commissione permanente, datata 17 giugno scorso e intitolata “Sul disegno di legge sull'aborto: attentare contro la vita dei concepiti trasformato in 'diritto'”.

In secondo luogo, ricordano che il disegno di legge, come dice la Dichiarazione, “rappresenta un serio passo indietro rispetto all'attuale legislazione depenalizzatrice, già di per sé ingiusta”.

“Nessuno che segua gli imperativi della giusta ragione può approvare o votare questo disegno di legge – aggiungono –. In particolare, i cattolici devono ricordare che se lo fanno si pongono pubblicamente in una situazione oggettiva di peccato, e finché dura questa situazione, non potranno essere ammessi alla Santa Comunione”.

In terzo luogo, affermano che “noi cattolici siamo per il 'sì' alla vita degli esseri umani innocenti e indifesi che hanno il diritto di nascere; per il 'sì' a un'adeguata educazione affettivo-sessuale che formi all'amore vero; per il 'sì' alla donna in gravidanza, che deve essere efficacemente sostenuta nel suo diritto alla maternità; per il 'sì' a leggi giuste che favoriscano il bene comune e non confondano l'ingiustizia con il diritto”.

I pastori hanno ripreso in questa Plenaria il dialogo sulla crisi morale ed economica, alla luce dell'Enciclica di Benedetto XVI "Caritas in Veritate". Come frutto dei loro lavori, hanno approvato una Dichiarazione che verrà pubblicata prossimamente in cui sottolineano come in questo momento di gravi difficoltà economiche e sociali per tante famiglie sia necessario trasmettere una parola di solidarietà e speranza.

La crisi, segnalano nella Dichiarazione, deve essere affrontata principalmente a partire dalle sue vittime, e con un giudizio morale che permetta di trovare la via adeguata per la sua risoluzione. In sintonia con l'Enciclica "Caritas in veritate", i Vescovi pongono l'accento sulla necessità di aspirare a uno sviluppo integrale, che non può essere raggiunto senza Dio.

Sempre nella Dichiarazione fanno riferimento, tra gli altri, ai giovani, alle famiglie e a collettività come quelle dei migranti, che risentono particolarmente della crisi, e si dicono preoccupati della situazione soprattutto alla luce della Riforma sulla Legge sugli Stranieri recentemente approvata dal Parlamento.

Per i presuli, la crisi deve essere un'occasione di discernimento e di azione di speranza. Per questo, esortano tutti, soprattutto le comunità cristiane, a continuare a condividere i propri beni con le vittime della crisi. A tale riguardo, la CEE ha deciso, come l'anno scorso, di consegnare alla Caritas una percentuale del Fondo Comune Interdiocesano, che in questa occasione è pari all'1,5%.

Un altro tema centrale è stato rappresentato dalla riflessione e dal dialogo sull'esercizio del sacerdozio oggi in Spagna. L'Assemblea ha approvato un “Messaggio dei Vescovi della Conferenza Episcopale Spagnola ai sacerdoti in occasione dell'Anno Sacerdotale”, che verrà reso pubblico prossimamente.


Presidente vescovi svizzeri: sì a preti sposati

Mons. Norbert Brunner, vescovo di Sion, e presidente designato della Conferenza episcopale svizzera, il cui mandato inizierà nel gennaio prossimo e durerà due anni, ha rilasciato un’intervista al settimanale elvetico NZZ am Sonntag in cui ha affermato che in Svizzera sarebbe possibile ordinare sacerdoti uomini sposati. Mons. Brunner succede nella carica di presidente della Conferenza episcopale a monsignor Kurt Koch, vescovo di Basilea.



Presidente vescovi svizzeri: sì a preti sposati

BERNA – Mons. Norbert Brunner, vescovo di Sion e presidente designato della Conferenza episcopale svizzera, afferma in un'intervista alla "NZZ am Sonntag" che non c'è legame sostanziale tra celibato e sacerdozio. "Ordinare preti uomini sposati dovrebbe quindi essere possibile." Il celibato dovrebbe essere volontario, sostiene il prelato che guida la diocesi di Sion dal 1995. "Credo - afferma nell'intervista - che la Conferenza episcopale sia quasi all'unanimità dell'opinione che in Svizzera debba essere possibile ordinare sacerdoti uomini sposati". Monsignor Brunner afferma anche di essere intervenuto più volte in Vaticano in favore dell'abolizione del celibato obbligatorio.
29 novembre 2009

Così si riscoprono le radici cristiane e la nostra cultura. Di Vittorio Messori

La croce bianca in campo rosso della bandiera (quadrata, come quella vaticana, non rettangolare) sventola ovunque, in Svizzera.
È un land-mark onnipresente, è l’irrinunciabile segno d’identità dei 26 stati, suddivisi in 23 cantoni, dove quattro sono le lingue ufficiali, dove i cattolici convivono con i protestanti di molte chiese e confessioni e dove difformi al massimo sono le tradizioni.
La convivenza non è stata sempre idilliaca e ancora a metà dell’Ottocento «papisti», calvinisti, zwingliani, luterani si affrontarono duramente in armi. Cose gravi ma, comunque, cose tra cristiani che pregano lo stesso Dio e leggono la stessa Bibbia. Preti contro pastori: una guerra, ma in famiglia.
Così, la croce della bandiera ha potuto continuare a rappresentare la totalità di quella che — per aggirare la diversità linguistica— sui francobolli e sulla moneta si autodefinisce in latino: Confederatio helvetica. E i campanili delle chiese cattoliche come quelli dei templi protestanti hanno sempre contrassegnato gli scenari urbani come i romantici paesaggi montani .
Anche per questo è significativo l’esito del referendum indetto non tanto contro i luoghi di culto islamici quanto contro il manarah, il «faro» in arabo, il minareto che contrassegna gli spazi della preghiera musulmana.
Copiato dai cristiani, sostituendo alla cella campanaria il balconcino per il muezzin che cinque volte al giorno salmodia il Corano invitando alla preghiera, il minareto è parte imprescindibile della moschea. È il segno dell’islamizzazione: quando i turchi catturarono la preda più ambita, la veneranda Santa Sofia di Costantinopoli, la fecero subito «loro» lasciando quasi intatti gli interni, cancellando solo dalle pareti e dalle cupole le aborrite immagini umane, ma circondandola di quattro, altissimi «fari».
È proprio contro questo segno che sembra avere votato la Confederazione elvetica, con disappunto delle gerarchie cristiane. Questa sorta di compendio, di sintesi della storia e della cultura europea, piantata nel cuore del Continente, dove fa convivere le due grandi radici, la latinità e il germanesimo, ha detto no. No alla convivenza esplicita, avvertibile già a colpo d’occhio, della croce con la mezzaluna, del campanile con il minareto. Le bianche montagne, le verdi vallate, i laghi azzurri non hanno nulla a che fare con i deserti e le steppe da cui spuntarono i maomettani, tante volte contenuti a suon di spada (e le milizie elvetiche fecero la loro parte) e che ora muovono silenziosamente ma implacabilmente a una nuova conquista, varcando le frontiere spesso in modo abusivo.
La Svizzera non fa che confermare il «complesso dell’assedio» che sempre più va diffondendosi in Europa.
Qualcosa come l’allarme dei «barbari alle porte» che contrassegnò gli ultimi secoli dell’Impero romano.
Può esserci del positivo, malgrado le rampogne dei vescovi: innanzitutto, la riscoperta della nostra civiltà e cultura, abbandonando quell’«inspiegabile odio di sé che caratterizza da tempo l’Occidente», per usare le parole di Joseph Ratzinger quando ancora era cardinale e ricordava agli europei che nella loro storia le luci, malgrado tutto, prevalgono sulle ombre.
Ma c’è anche, in questo allarme, qualcosa di irragionevole: non è realistico, in effetti, pensare che, diluito tra noi, l’Islam resti se stesso. L’osservanza del Corano, non ci stanchiamo di ripeterlo, è già corrosa e sempre più lo sarà dai nostri vizi e dalle nostre virtù, dai nostri veleni e dalle nostre grandezze. Non occorrerà una nuova Lepanto: basterà la nostra quotidianità, nel bene e nel male, per togliere vigore a una fede arcaica, legalista, incapace di affrontare le sfide non solo dell’edonismo e del razionalismo ma anche, va detto, dei venti secoli di cristianesimo che hanno permeato l’Europa.
di Vittorio Messori
Corriere della sera, 30 novembre 2009

Papa a Bartolomeo I: Avanti nell’ecumenismo, senza i condizionamenti del passato. Il ministero petrino non è potere ma servizio all'unità

Messaggio di Benedetto XVI in occasione della festa di S. Andrea, patrono del patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Il papa invita ancora una volta a “cercare insieme” i modi in cui esercitare il ministero del vescovo di Roma. La testimonianza comune nella difesa della dignità umana, nella giustizia e pace, nella salvaguardia del creato.

Città del Vaticano (AsiaNews) – La piena comunione fra ortodossi e cattolici deve avvenire senza farsi “condizionare da coloro che rimangono legati al ricordo delle differenze storiche, che impedisce loro di aprirsi allo Spirito Santo che guida la Chiesa ed è capace di trasformare tutti i fallimenti umani in occasioni per il bene”. È l’invito radicale all’unità fra i cristiani che Benedetto XVI ha inviato oggi nel messaggio al patriarca ecumenico Bartolomeo I in occasione della festa di s. Andrea, patrono del Patriarcato.

Inviando i suoi “fraterni saluti”, il papa apprezza i passi nuovi del cammino ecumenico “difficile, ma promettente” e riafferma che desidera “cercare insieme [agli ortodossi]… le forme in cui il ministero del vescovo di Roma può compiere il servizio di amore riconosciuto da ognuno e da tutti”, ispirandosi al modello esistente nel primo millennio, quando la Chiesa era ancora unita.

Con una lunga tradizione dai tempi di Paolo VI, una delegazione di Costantinopoli visita Roma nella festa di san Pietro e Paolo (29 giugno); una delegazione cattolica visita il Phanar nella festa di sant’Andrea (30 novembre). La delegazione vaticana, presieduta dal card. Walter Kasper, ha partecipato alla Divina liturgia celebrata stamane al Phanar e presieduta da Bartolomeo I. Al termine il card. Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, gli ha consegnato il messaggio del papa.

Il dialogo teologico fra cattolici e ortodossi è ripreso dopo anni con l’incontro di Ravenna (ottobre 2007) e ha tenuto a Cipro, un mese fa, una sessione plenaria sul tema “Il ruolo del vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio”. La sessione ha dovuto essere chiusa in alcuni momenti per la contestazione di alcuni sacerdoti ortodossi che accusavano il metropolita Chrisostomos di Cipro di “vendere” l’ortodossia al papa di Roma. Ma vi sono resistenze anche in ambito cattolico.

Da qui l’accenno del papa nel suo messaggio: “La nostra crescente amicizia e rispetto mutuo, e la nostra volontà a incontrarci e riconoscerci come fratelli in Cristo, non dovrebbe essere frenata da coloro che rimangono legati al ricordo delle differenze storiche, che impediscono la loro apertura allo Spirito santo che guida la Chiesa ed è capace di trasformare tutti i fallimenti umani in occasioni per il bene”.

Riferendosi poi al tema specifico di Cipro, sul ministero petrino esercitato nel primo millennio, Benedetto XVI scrive: “La Chiesa cattolica comprende il ministero petrino cone un dono del Signore alla sua Chiesa. Questo ministero dovrebbe essere interpretato non in una prospettiva di potere, ma all’interno di una ecclesiologia di comunione, come un servizio all’unità nella verità e nella carità. Il vescovo della Chiesa di Roma, che presiede nella carità (S. Ignazio di Antiochia), è compreso come il Servus Servorum Dei (s. Gregorio Magno). Così, come il mio venerabile predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II ha scritto e io ho riaffermato in occasione della mia visita al Phanar nel novembre 2006, è questione di cercare insieme, ispirati dal modello del primo millennio, le forme in cui il ministero del vescovo di Roma può compiere un servizio di amore riconosciuto da ciascuno e da tutti (Cfr. Ut Unum Sint, 95). Per questo chiediamo a Dio di benedirci e possa lo Spirito Santo guidarci lungo questo difficile, ma promettente sentiero”.

Nel messaggio Benedetto XVI ricorda anche i molti ambiti in cui avviene già la testimonianza comune: difendere la dignità della persona umana; affermare i valori etici fondamentali; promuovere la giustizia e la pace; rispondere alle sofferenze che affliggono il nostro mondo: fame, povertà, analfabetismo, la non equa distribuzione delle risorse; la salvaguardia del creato.


Messaggio del Papa a Bartolomeo I per la festa di sant'Andrea


Il ministero petrino non è potere ma servizio all'unità


CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 novembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il Messaggio che Benedetto XVI ha fatto pervenire al Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, attraverso il Cardinale Walter Kasper, in occasione della visita della delegazione vaticana al Fanar di Istanbul per la celebrazione di Sant’Andrea.



* * *

A Sua Santità

Bartolomeo i

Arcivescovo di Costantinopoli Patriarca Ecumenico

è con grande gioia che mi rivolgo a Lei, in occasione della visita della delegazione guidata dal mio venerato fratello il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, al quale ho affidato il compito di trasmetterLe i miei più affettuosi fraterni saluti, nel giorno della Festa di sant'Andrea, fratello di san Pietro e Patrono del Patriarcato Ecumenico.

In questa gioiosa circostanza, nella quale si commemora la nascita alla vita eterna dell'Apostolo Andrea, la cui testimonianza di fede nel Signore culminò nel martirio, saluto con rispetto anche il Santo Sinodo, il clero e tutti i fedeli che, sotto la Sua cura e guida pastorale continuano, anche in situazioni difficili, a testimoniare il Vangelo di Gesù Cristo.

Il ricordo dei martiri spinge tutti i cristiani a rendere testimonianza della propria fede davanti al mondo. Questa chiamata è urgente particolarmente nel nostro tempo, in cui il cristianesimo deve affrontare sfide sempre più complesse. La testimonianza dei cristiani sarà certamente tanto più credibile se tutti i credenti in Cristo saranno «un cuore solo e un'anima sola» (At 4, 32).

Negli ultimi decenni, le nostre Chiese si sono impegnate con sincerità a percorrere il cammino verso il ripristino della piena comunione e, sebbene non abbiamo ancora raggiunto il nostro obiettivo, sono stati compiuti molti passi, che ci hanno permesso di approfondire i nostri legami. La nostra crescente amicizia, il nostro rispetto reciproco, la nostra volontà di incontrarci e di riconoscerci gli uni gli altri come fratelli in Cristo non dovrebbero essere ostacolati da quanti rimangono fissati al ricordo di differenze storiche: ciò impedisce loro di aprirsi allo Spirito Santo, che guida la Chiesa ed è capace di trasformare tutte le debolezze umane in opportunità di bene.

Quest'apertura ha guidato il lavoro della Commissione Mista Internazionale per il Dialogo Teologico, che ha tenuto la sua undicesima sessione plenaria a Cipro, il mese scorso. L'incontro è stato caratterizzato da un senso di solenne impegno e da un affettuoso sentimento di vicinanza. Ancora una volta esprimo la mia sincera gratitudine alla Chiesa di Cipro per la sua generosissima accoglienza e ospitalità. È fonte di grande incoraggiamento il fatto che, nonostante alcune difficoltà e incomprensioni, tutte le Chiese partecipanti alla Commissione Internazionale abbiano espresso la propria intenzione di proseguire il dialogo.

Il tema della sessione plenaria, «Il ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio», è di certo complesso e richiederà uno studio ampio ed un dialogo paziente, se vogliamo aspirare ad un'integrazione condivisa delle tradizioni dell'oriente e dell'occidente. La Chiesa cattolica comprende il ministero petrino come un dono del Signore alla sua Chiesa. Questo ministero non deve essere interpretato in una prospettiva di potere, bensì nell'ambito di una ecclesiologia di comunione, come servizio all'unità nella verità e nella carità. Il Vescovo della Chiesa di Roma, che presiede alla carità (sant'Ignazio di Antiochia), è inteso come il Servus servorum Dei (san Gregorio Magno). Quindi, come scrisse il mio venerato predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo ii, e come ho ripetuto in occasione della mia visita al Fanar nel novembre del 2006, si tratta di cercare insieme, lasciandoci ispirare dal modello del primo millennio, le forme nelle quali il ministero del Vescovo di Roma possa realizzare un servizio di amore riconosciuto da tutti (cfr. Ut unum sint, n. 95). Preghiamo dunque Dio che ci benedica; possa lo Spirito Santo guidarci lungo questo cammino difficile e tuttavia promettente.

In ogni caso, mentre stiamo compiendo questo cammino verso la piena comunione, già dobbiamo offrire una testimonianza comune, cooperando al servizio dell'umanità, in particolare nella difesa della dignità della persona umana, nell'affermazione dei valori morali fondamentali, nella promozione della giustizia e della pace e nel dare risposta alla sofferenza che continua ad affliggere il nostro mondo, in particolare alla fame, alla povertà, all'analfabetismo e alla non equa distribuzione delle risorse.

Inoltre, le nostre Chiese possono lavorare insieme per richiamare l'attenzione sulla responsabilità dell'umanità verso la tutela del creato. A questo proposito, esprimo ancora una volta il mio apprezzamento per le numerose valide iniziative che Ella, Santità, ha sostenuto e incoraggiato e che hanno reso testimonianza al dono della creazione. Il recente simposio internazionale su «Religione, Scienza e Ambiente» dedicato al fiume Mississippi, e gli incontri da Lei avuti negli Stati Uniti con illustri personalità del mondo politico, culturale e religioso, sono un esempio del Suo impegno.

Santità, nella solennità del grande Apostolo Andrea, desidero esprimere, a Lei e al Patriarcato Ecumenico, la mia stima piena di rispetto e la mia spirituale vicinanza, mentre elevo la preghiera affinché il Dio Uno e Trino possa concedere abbondanti benedizioni di grazia e luce al Suo alto ministero per il bene della Chiesa.

È con questi sentimenti che Le estendo un fraterno abbraccio nel nome del nostro unico Signore Gesù Cristo, rinnovando la mia preghiera affinché la pace e la grazia del Signore Nostro possa essere con Lei, Santità, e con tutti quanti sono affidati alla Sua eminente guida pastorale.

Dal Vaticano, 25 novembre 2009

[Traduzione del testo originale in inglese a cura de “L'Osservatore Romano”]

Il futuro dopo le e-mail Twitter scalza la post@

I sociali network sembrano avere il sopravvento. Un rapporto Nielsen rivela che da agosto ci sono più frequentatori di Facebook & C. che degli account con la chiocciola di RICCARDO STAGLIANO'


Il futuro dopo le e-mail Twitter scalza la post@
La dichiarazione di morte presunta, tecnologicamente parlando, è un amuleto. Nel '95, in un libro drammaticamente intitolato "La vita dopo la televisione", il futurologo George Gilder ne parlava già all'imperfetto, insistendo sulla puzza di cadavere che emanava dal piccolo schermo. Si era anche pronosticato che la digitalizzazione avrebbe tolto la carta dagli uffici. E la posta elettronica reso superflue le telefonate. In tutti questi casi il condannato non è mai stato tanto in salute come dopo l'emanazione della fatwa. Sulla ruota dell'endism, che resta invece un fortunato filone editoriale, esce oggi l'email. "E' la fine della sua era" titola, senza cautele condizionali, il Wall Street Journal. Che indica i carnefici nei social networks, da Facebook a Twitter. Per non dire dell'imminente sbarco di quel mezzosangue telematico che ha per nome Google Wave, che assommerà in sé messaggistica e condivisione, il meglio dei due mondi. La profezia è di quelle che fanno rumore ma a quanto ammonta il suo grado di verosimiglianza?

L'imponente inchiesta si basa essenzialmente su una prova. Un recente rapporto Nielsen che, fotografando gli utenti internet tra Stati Uniti, vari stati europei, Australia e Brasile, segnala il sorpasso.

In agosto a usare la posta elettronica erano in 276,9 milioni contro i 301,5 di frequentatori di social network. Se i numeri assoluti non bastassero, i primi erano cresciuti del 21% rispetto all'anno prima mentre i secondi del 31.

Facendo leva su quest'evidenza fattuale l'articolo dà voce a tutta una serie di considerazioni di esperti sul passaggio dalla comunicazione uno-a-uno della posta al "flusso" che invece caratterizza Facebook. Lì "A" non scrive a "B" ma "B" viene a sapere di "A" comunque perché gli aggiornamenti esistenziali di quest'ultimo appaiono sulla sua pagina, quando si connette. Idem con Twitter, il servizio di microblogging da 140 caratteri: se diventi follower di qualcuno ogni volta che ti colleghi il sistema ti aggiornerà su ciò che lui ha voluto far sapere al mondo.

E' un'evoluzione del passaggio dalla modalità push (la tv che spinge i contenuti verso lo spettatore) a quella pull (il web, dove sono io a tirare le fila delle informazioni). Se vuoi sapere qualcosa sul mio conto non c'è bisogno che te lo scriva (push) ma basta che tu mi venga a trovare online (pull) sulla mia pagina Facebook, MySpace, Twitter, Flickr, per non dire dei blog. Il sempre più diffuso presenzialismo online inverte l'onere della prova della comunicazione. Una quantità di informazioni di base sul tuo conto le posso conoscere senza chiedertele: basta controllare le nuove foto che hai caricato per sapere dove sei stato nei giorni scorsi, leggere gli status update per capire il tuo umore corrente, scartabellare tra la musica e i video che pòsti per intuire i tuoi gusti. Per il resto, per le informazioni più sensibili - come se queste non lo fossero già abbastanza - ti domanderò direttamente.

Tutto questo è già vero oggi, quando il lancio di Google Wave è ancora in modalità beta, con gli utilizzatori ammessi solo su invito. L'ultima creatura della casa di Mountain View parte dal presupposto, esplicitato dai due sviluppatori australiani, che "la comunicazione elettronica è ferma al secolo scorso". Per svecchiarla radicalmente hanno quindi creato un ibrido che in una sola finestra contiene email, chat e possibilità di condividere audio e video, oltre che lavorare simultaneamente a progetti comuni.

"Flusso di conversazione collettiva", l'hanno chiamato. Sarà quest'Onda a travolgere la posta elettronica? Howard Rheingold, inventore del termine "comunità virtuali", è troppo navigato per lanciarsi in previsioni. Si limita a constatare che "è piuttosto seccante oggi assistere alla frammentazione dei canali" con cui si comunica. E in questo Wave potrebbe semplificare. Ma la verità è che "mentre vent'anni fa le comunità si creavano intorno a un tema (gli appassionati di moto, di fantascienza, e quant'altro), oggi si creano intorno a una persona che ne diventa il centro di gravità su Facebook e gli altri social network". Che difficilmente saranno sussunti sotto l'ombrello della pur promettente applicazione.

Resta intonso l'interrogativo iniziale: l'email ha i giorni contati? Facendo una rassegna più ampia, gli studi di settore divergono. Pochi mesi fa un rilevamento Emarketer aveva fatto notizia certificando che un quarto degli americani ormai controlla la posta prima ancora di fare colazione. Il che dice assai sulla vitalità del mezzo. E uno studio Telus ha analizzato le modalità con cui restano in contatto amici e familiari in Canada. "Nonostante i titoli sovreccitati di certa stampa, quelli che lo fanno via Twitter variano dall'1 al 3%. Con i migliori amici (13%) e le conoscenze (27%) si comunica via email mentre Facebook avanza, rispettivamente al 5 e 25%" commenta il sociologo Barry Wellman, dell'università di Toronto.

Infine un rapporto ExactTarget dimostra come non si tratti quasi mai di sostituzione di un canale con l'altro, quanto di mutuo rinforzo. Almeno tra gli studenti di college americani l'aumento dell'uso di sms e di email ha potenziato, non ridotto, quello di social networks. Nessun gioco a somma zero, insomma, dove la fortuna di uno decreta la rovina dell'altro.

Clay Shirky, docente di nuovi media alla New York University e autore di "Uno per uno, tutti per tutti", ne è convinto. "C'è sempre la tentazione, quando appare una nuova forma di comunicazione, di annunciare che rimpiazzerà subito tutte le altre. Ma i media, più che venire sostituiti, si eclissano. In decenni, forse. L'email è un sistema aperto e ormai lo spam è cresciuto così tanto da rendere quasi preferibili i filtri sociali che salvaguardano invece i social network". Pensate a una festa a inviti contro un capodanno a Times Square. Se ti ho fatto entrare io, ti comporterai bene, per non fare figuracce con me e gli altri di cui sei "amico".

Nicholas Negroponte, il decano della rivoluzione digitale ("la posta elettronica non è morta e Twitter potrebbe avere vita breve"), ci propone una tassonomia in cui ogni mezzo ha la sua ragion d'essere. "L'email è un messaggio più lungo, personale, asincrono che include deliberazione e rilettura. Un tweet è troppo spesso un ruttino intellettuale: breve, pubblico e in tempo reale. Facebook è agnostico, può essere usato in tante modalità diverse".

C'è spazio per tutti, tranne che per le generalizzazioni. Ricorda il Wall Street Journal che l'email è nata in un'epoca in cui ci si connetteva via modem, poche volte al giorno, e si scaricavano molti messaggi in un colpo solo. Adesso che si è sempre connessi ci sono metodi più immediati e divertenti.

Gli risponde un editorialista di TechCruch, punto di riferimento degli smanettoni: "Il fatto di essere sempre collegati non significa che vogliamo una comunicazione always on. Ma, per scomodare concetti psicanalitici, un mix passivo-aggressivo. Dove la messaggeria è aggressiva, l'email è passiva (decidi tu quando rispondere), Twitter molto passiva perché non c'è neppure bisogno di rispondere e Facebook un misto delle due". Come Gmail che consente ai suoi milioni di utenti di passare, senza soluzione di continuità, dalla posta alla chat alla videochat all'interno della stessa schermata, a seconda dell'urgenza. Epperò, ci fa notare Sherry Turkle, sociologa al Mit, è vero che "ci spostiamo verso una vita cyborg, con tecnologie portate addosso e sempre accese, così da assumere che un messaggio raggiungerà all'istante il destinatario. E in quest'accelerazione l'email sarà riservata ai rapporti di lavoro dove formalità e dettagli sono più importanti".

Registri diversi, canoni stilistici alternativi. Lo pensa anche Ray Tomlinson, l'ingegnere che nel 1972 "inventò" l'email. "Le forme di messaggistica istantanea che conosco sembrano distruggere ogni concentrazione. La gente crede di essere più produttiva saltando avanti e indietro da un messaggio all'altro ma temo che non sia affatto così. Non ho ancora provato Wave: sembra promettente per collaborare in tempo reale, ma questa è una percentuale minima del totale delle comunicazioni".
A lungo si è detto che l'email era la killer application, il motivo principale che convinceva la gente a usare internet. Ora c'è chi azzarda che sia diventata la killed application, con i social network all'ultima moda nelle vesti di incongrui esecutori testamentari. Se le tecno-profezie passate non sono passate invano sembra di poter rassicurare tutti: per la vecchia cara il paradiso può attendere.

© Repubblica (30 novembre 2009)

Ipocrisia Svizzera. No ai minareti, La Santa Sede: «Duro colpo alla libertà religiosa e all'integrazione»

In Svizzera a quanto pare sarà vietata la costruzione di nuovi minareti, in seguito allo svolgimento del referendum in cui la maggioranza degli elettori elvetici si è detta d’accordo con tale divieto.
Tale provvedimento è a parere di chi scrive di una barbarie imbarazzante.
La costruzione dei luoghi di culto, con tutti i loro simboli, dovrebbe essere competenza delle varie comunità che ne sentono l’esigenza.
Dove ci sono musulmani dovrebbero esserci anche moschee e minareti, la questione è incredibilmente banale, per quanto è semplice.
Se mille musulmani di Berna decidono di costruirsi una moschea, finanziandola con i loro risparmi, non si capisce per quale motivo un pastore della valle del Simmental debba aver da ridire sul minareto.

In Grecia, ad esempio, dove addirittura la religione Cristiano Ortodossa è religione di stato, nessuno si sognerebbe mai di protestare contro le moschee e i minareti della Tracia, dove risiede una numerosa minoranza musulmana.
Ancora una volta, ci sono i musulmani, e di conseguenza ci sono le moschee e i minareti; nessuno può arrogarsi il diritto di impedire loro di costruire i loro luoghi di culto come meglio credono.

Il divieto sancito dal referendum elvetico invece è ancora più paradossale dal momento che ha avuto luogo proprio in Svizzera, dove la chiamata alle urne è stata promossa dai movimenti nazionalisti che volevano tutelare l’identità e la tradizione della nazione elvetica.
Quale identità e quale tradizione?
Una nazione che ha fondato la sua ricchezza sulla sua capacità di chinarsi ed accogliere tutto il marcio che si forma nel mondo, prona nei secoli dinanzi ai capitali più sporchi.
Dall’oro degli ebrei raccolto da Hitler fino ai miliardi dei più sanguinari dittatori del mondo, i tesori più sudici trovano calorosa accoglienza nei forzieri elvetici.
Uno stato che in tutto e per tutto si è venduto a Mammona, e che ora rifiuta la costruzione dei minareti in nome della propria “tradizione”.

L’ipocrisia ormai regna sovrana nei nostri tempi, e i paradossi più grandi sfilano dinanzi ai nostri occhi in un carosello sempre più affollato.

http://santaruina.splinder.com

MILANO - Fa discutere il «no» ai minareti sancito in Svizzera da un referendum. Sono molte, infatti, le reazioni al risultato. Il presidente del Pontificio consiglio dei migranti, monsignor Antonio Maria Vegliò, spiega di essere «sulla stessa linea dei vescovi svizzeri», che hanno espresso forte preoccupazione per quello che hanno definito «un duro colpo alla libertà religiosa e all'integrazione». Lo stesso Vegliò, del resto, aveva espresso con chiarezza il suo pensiero sul referendum tre giorni fa, in occasione della presentazione del messaggio del Papa per la Giornata mondiale per i migranti. «Non vedo come si possa impedire la libertà religiosa di una minoranza, o a un gruppo di persone di avere la propria chiesa», aveva detto il presidente del Pontificio consiglio. «Certo - aveva aggiunto - notiamo un sentimento di avversione o paura un po' dappertutto, ma un cristiano deve saper passare oltre tutto questo, anche se non c'è reciprocità».

FRATTINI - Il ministro degli Esteri Franco Frattini si è detto preoccupato per la scelta della Svizzera e ha ricordato le ultime scelte del Consiglio europeo che sanciscono la «libertà di tutte le religioni». L'Italia, ha detto Frattini «difende il diritto di esporre il crocifisso nelle scuole, quindi guardiamo con preoccupazione a certi messaggi di diffidenza o addirittura proibizione verso un'altra religione».

UNIONE EUROPEA - Anche per il ministro degli Esteri svedese e presidente di turno dell'Ue, Carl Bildt, il no alla costruzione dei minareti emerso dal referendum svizzero lancia «un segnale negativo». «È un'espressione di un notevole pregiudizio e forse anche di paura, ma è chiaro che è un segnale negativo sotto ogni aspetto, su questo non c'è dubbio», ha dichiarato alla radio svedese. Per Bildt è anche «molto strana» la decisione di Berna di sottoporre la questione a referendum: «Di solito in Svezia e in altri Paesi sono gli amministratori delle città a decidere su queste cose».

COMMISSIONE UE - No comment invece dalla Commissione Europea. «La Commissione - ha affermato a Bruxelles il commissario alla Giustizia, la libertà e la sicurezza Jacques Barrot - non deve prendere posizione sulla questione, la Svizzera non è uno stato membro e del resto sono state seguite procedure democratiche».

CONSIGLIO D'EUROPA - Interviene anche il Consiglio d'Europa: «Nonostante sia espressione della volontà popolare, la decisione di vietare la costruzione di nuovi minareti in Svizzera suscita in me grande preoccupazione». afferma Lluis Maria de Puig, presidente dell'Assemblea parlamentare. «Se da un lato questa decisione riflette le paure della popolazione svizzera e dell'Europa, nei confronti del fondamentalismo islamico, dall'altra, mentre non aiuterà ad affrontare le cause di questo fondamentalismo, è molto probabile che incoraggi sentimenti di esclusione e approfondisca le spaccature all'interno della nostra società».

ONU - Posizione simile alle Nazioni Unite. Un portavoce dell'Alto commissariato per i diritti umani Onu afferma che «il comitato è preoccupato per l'iniziativa che mira a vietare la costruzione di minareti e per la campagna discriminatoria di manifesti che l'accompagna».

SVIZZERA - Lo stesso il ministro della giustizia elvetico, Eveline Widmer-Schlumpf, spiega che «non si tratta di un voto contro la religione islamica ma contro i minareti come edifici. In Svizzera si rispetta la libertà di fede, è un valore fondamentale, ma certo il risultato di questo referendum non è un bel segnale - ha affermato la Widmer-Schlumpf - È importante che nella nostra democrazia si abbia la possibilità di votare, e questo voto non è contro la religione islamica».

FRANCIA - Il dibattito investe anche la Francia, anche se il ministro francese dell'immigrazione, Eric Besson, dichiara che «i minareti non sono un tema politico, e il miglior modo per raggiungere l'integrazione dell'islam con i valori repubblicani è evitare i falsi dibattiti». «Bisognerebbe evitare di dare la sensazione che c'è una stigmatizzazione nei confronti di una religione, in questo caso l'Islam - ha sottolineato Besson -In Francia dobbiamo favorire l'emergere di un islam francese che si integri ai valori della repubblica, e il miglio modo per raggiungerlo è evitare i falsi dibattiti».


Corriere 30 novembre 2009


«Storia e cultura si riconoscono nel crocifisso» di Andrea Tornielli

Il crocifisso ha un «valore religioso, storico e culturale». Lo ha detto a mezzogiorno di ieri Benedetto XVI, al termine del tradizionale appuntamento dell’Angelus, salutando i partecipanti alla marcia promossa da alcune associazioni che hanno voluto manifestare la loro venerazione per la croce.
È la prima volta che Papa Ratzinger tocca l’argomento dopo la controversa sentenza della Corte di Strasburgo che vorrebbe bandire la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche italiane. Una sentenza provocata dal ricorso presentato da una famiglia di Abano Terme.
Poche ore dopo la decisione della corte europea, il direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi aveva espresso «stupore e rammarico», sottolineando come il crocifisso sia sempre stato «un segno di offerta di amore di Dio e di unione e accoglienza per tutta l’umanità». Lombardi aveva anche definito «grave», «sbagliata» e «miope» la volontà di «emarginare dal mondo educativo un segno fondamentale dell’importanza dei valori religiosi nella storia e nella cultura italiana».
Ieri il Pontefice non è entrato nel merito della polemica, limitandosi a salutare calorosamente i partecipanti all'iniziativa promossa dall’associazione «Famiglia piccola Chiesa», della parrocchia di San Tommaso ai Cenci, alla quale hanno aderito altre comunità e movimenti della diocesi di Roma. Un migliaio di persone hanno partecipato alla marcia per difendere l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici. In testa al corteo, che ha attraversato il centro città, c’era uno striscione con la scritta: «L’amore al Crocifisso, segno di fede e di fraternità universale, simbolo dell’arte e della cultura italiana ed europea».
«Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare coloro che hanno preso parte alla marcia promossa dal Movimento dell’Amore Familiare per manifestare profondo amore al Crocifisso – ha detto Ratzinger – riconoscendone il valore religioso, storico e culturale».
Della volontà di togliere le croci dai luoghi pubblici Benedetto XVI aveva parlato diffusamente all’inizio del suo pontificato, celebrando la festa dell’Assunta a Castel Gandolfo nell’agosto 2005. «È importante - aveva detto a braccio durante l’omelia – che Dio sia presente nella vita pubblica, con segni della croce, nelle case e negli edifici pubblici». Il Papa aveva inserito la richiesta di non togliere il crocifisso all’interno di una riflessione sul fatto che «dove scompare Dio l’uomo non diventa più grande ma perde la dignità, diventa il frutto di una evoluzione cieca e per questo può essere usato e abusato».
Benedetto XVI, che sabato aveva dato inizio al tempo di Avvento celebrando i vespri in San Pietro, all’Angelus ha ricordato che domani ricorre la Giornata mondiale contro l’Aids. «Il mio pensiero e la mia preghiera – ha detto – vanno ad ogni persona colpita da questa malattia, in particolare ai bambini, ai più poveri, a quanti sono rifiutati. La Chiesa non cessa di prodigarsi per combattere l’Aids, attraverso le sue istituzioni e il personale a ciò dedicato. Auspico che, moltiplicando e coordinando gli sforzi, si giunga a fermare e debellare questa malattia».

© Copyright Il Giornale, 30 novembre 2009

KIKO ARGÜELLO: INTERVISTA VIDEO SU INTERECONOMÍA TV




Entrevista en el programa "El gato al agua" el 27 de noviembre de 2009










Kiko Argüello: Il futuro dell'Europa passa per la famiglia. Intervista alla Radio Cope

La Fiesta de la Sagrada Familia este año se celebrará de nuevo en Madrid. Kiko Argüello, fundador del Camino Neocatecumenal, ha destacado en COPE que “se ha pensado hacerlo en la Plaza de Lima para que la Iglesia retome la nueva evangelización, porque fue ahí donde Juan Pablo II gritó que ‘el futuro de la humanidad pasa por la familia’”. Este 27 de diciembre lo que los cristianos gritarán será el lema “El futuro de Europa pasa por la familia”.

Las conversaciones mantenidas en La Tarde con Cristina han versado no sólo en la celebración del último domingo del año, sino en el símbolo de la familia. Los matrimonios desechos, la importancia de la felicidad de los hijos o la natalidad en España han sido puntos de debate, con el fin básico del cristianismo: la fe. Según Argüello “quien no sea profundo de espíritu no tiene fe”.





Kiko Argüello en los estudios de COPE.

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Kiko Argüello y la Fiesta de la Sagrada Familia

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Kiko Argüello y el encuentro en la Plaza de Lima

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Kiko Argüello y los asistentes

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È vero: la Chiesa è capace di «ingerenza». Cile-Argentina, 25 anni dopo

di Luigi Geninazzi
Tratto da Avvenire del 29 novembre 2009

Fu un chiaro intervento 'politico', vo­luto decisamente da Papa Wojtyla e portato avanti con puntiglio dalla diplo­mazia vaticana.

Venticinque anni fa l’o­pera di mediazione della Santa Sede riu­scì a scongiurare un conflitto incomben­te tra Cile ed Argentina che si contende­vano il possesso del canale di Beagle, al­l’estremità meridionale del continente la­tino- americano. Una vertenza secolare, riesplosa tra l’ultimo scorcio degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta sul­l’onda del virulento nazionalismo fomen­tato dalle dittature militari dei due Paesi. C’era un clima esagitato nel Cono Sud do­ve nel 1982 sarebbe scoppiata la guerra delle Falkland-Malvinas tra la Gran Bre­tagna della signora Thatcher e l’Argenti­na del generale Videla, mentre il Cile di Pinochet tifava apertamente per gli in­glesi. A Buenos Aires e a Santiago si mo­bilitavano gli eserciti. Lo scontro armato sembrava inevitabile. Fu evitato grazie al coraggio di Giovanni Paolo II che volle in­tromettersi nella faccenda e inviò nelle due capitali un suo emissario, nonostan­te il rischio di un clamoroso fallimento. Dopo cinque anni di serrate trattative la difficile media­zione della Santa Sede fu coronata da successo ed il 29 novembre del 1984 l’Argentina, nel frattempo tornata alla democrazia, ed il Cile, con Pino­chet ancora al po­tere, firmavano u­no storico accordo di pace.

L’anniversario è stato celebrato ieri in Vaticano dalle due presidentesse Bachelet e Kirchner alla pre­senza di Benedetto XVI che ha ricordato «l’instancabile lavoro» a favore della pace condotto da Giovanni Paolo II. E certa­mente, se il suo intervento non cadde nel vuoto fu perché seppe risvegliare quella comune vocazione di fraternità e di ami­cizia tra due popoli di tradizione cattoli­ca. Fu un grande esempio di come il dia­logo paziente e la volontà sincera di pace possono averla vinta sulla tentazione di ricorrere alla forza. Da quel giorno i rap­porti tra Cile ed Argentina sono costante­mente migliorati e oggi sono sfociati in u­na collaborazione strategica di grande va­lore per tutta l’America Latina.

È un fatto che riempie di legittimo orgo­glio quei Paesi. E dovrebbe far riflettere noi europei. L’intervento di Papa Wojty­la nella contesa per il canale di Beagle s’i­spirava allo stesso principio enunciato da Pio XII nel 1939: «Nulla si perde con la pace, tutto può andare perduto con la guerra». Ma, come sappiamo, non venne ascoltato. Anzi fu deriso e minacciato in nome di ideologie follemente totalitarie e radicalmente anti-cristiane. La vecchia Europa tradiva le propri origini e s’avvia­va alla catastrofe. È risalita dall’abisso do­ve giacciono decine di milioni di morti ed è rinata nella pace e nella prosperità. Si è data perfino una bandiera con 12 stel­le che richiamano la simbologia maria­na. Ma ancora oggi l’Unione Europea non intende riconoscere le proprie radici cri­stiane, mentre una recente sentenza di una Corte che fa capo al Consiglio d’Eu­ropa vorrebbe bandire il crocifisso dai luoghi pubblici. E da più parti non si per­de occasione d’accusare la Chiesa di vo­lersi intromettere nella vita dei popoli e degli Stati.

Già, nella nostra vecchia Europa una 'in­gerenza' così sfacciata come quella com­piuta da Papa Wojtyla in America Latina a­vrebbe fatto gridare allo scandalo. Ma, va­le la pena ripeterlo: la Santa Sede riuscì a evitare una guerra. Fu la prima concreta affermazione di quella «ingerenza uma­nitaria» che Giovanni Paolo II avrebbe poi rivendicato apertamente in tante altre si­tuazioni di conflitto. È per questo che «il Papa della libertà» è stato anche il Papa che si è battuto instancabilmente per la giustizia e per la pace, sfidando piccoli dit­tatori e grandi leader mondiali.

Il Signore è “carne” come noi ed è “roccia” come Dio. Benedetto XVI

Il Signore è “carne” come noi ed è “roccia” come Dio.

Benedetto XVI