DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia. Un'icona scritta col sangue: così la Chiesa mostra il Cielo nella precarietà della carne

Dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia.

La Chiesa Sindone di questo tempo, tra scandalo, dolore, speranza. Così essa mostra il Cielo nella precarietà della carne



La Chiesa è nel mondo ma non è del mondo. La caduta del P. Maciel, ormai accertata e resa drammaticamente pubblica, lo scandalo e lo sconcerto suscitati costituiscono un punto d'osservazione privilegiato per contemplare lo splendore della Chiesa. Essa è quell'anticipo del Cielo che il Signore ha lasciato nel mondo. Non si può tralasciare di leggere attentamente il Comunicato della Santa Sede sulla Visita Apostolica ai Legionari di Cristo. Vi è distillata la sapienza bimillenaria della Chiesa, vi si respira il soffio soave e serio dello Spirito Santo. Soprattutto si scorge la mano ferma del Santo Padre che, in questo frangente come in occasione della Lettera ai fedeli d'Irlanda, unisce Verità e Carità nel governo della Chiesa.

La lettura del Comunicato ci aiuta a comprendere l'essenza ed il mistero della Chiesa, il tessuto celeste di cui è composta, come una Sindone di questo tempo. Pur avvolgendo e quasi partecipando del corpo martoriato e senza vita di Cristo essa promana una luce che oltrepassa l'ineluttabilità della morte. Lo spiegava magistralmente il Papa a Torino: "La sacra Sindone si comporta come un documento “fotografico”, dotato di un “positivo” e di un “negativo”. E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini". Essa infatti sgorga, inaspettata, da un passato che ci ha segnato dolorosamente e che sembra non doverci lasciare più. E' questa certo l'esperienza dei tanti che hanno seguito la voce dello Spirito attraverso il P. Maciel offrendo la propria vita per il Vangelo, ignari del peccato, e che ora si sentono sgomenti di fronte ad un abisso che sovrasta. Eppure, ancora una volta, in questo rinnovato Sabato Santo nel quale si trova la Chiesa, trascinata dai peccati e dagli scandali di alcuni suoi figli, in questa "corruptio optimi pessima" che strazia il Corpo di Cristo gettandolo di nuovo nella tomba, è "successo l’impensabile: che cioè l’Amore è penetrato “negli inferi”: anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori".

Si legge infatti nel Comunicato che "Il Santo Padre intende rassicurare tutti i Legionari e i membri del Movimento "Regnum Christi" che non saranno lasciati soli: la Chiesa ha la ferma volontà di accompagnarli e di aiutarli nel cammino di purificazione che li attende". Il Papa rassicura, ama e, incarnando per tutti il Buon Pastore che conosce le sue pecore, accompagna le smarrite senza timore, anche attraverso un "confronto sincero con quanti, dentro e fuori la Legione, sono stati vittime degli abusi sessuali e del sistema di potere messo in atto dal fondatore". Lo sguardo paterno del Santo Padre è volto soprattutto sui piccoli che hanno sofferto lo scandalo e le conseguenze del male, "insieme alla gratitudine per quanti di loro, pur in mezzo a grandi difficoltà, hanno avuto il coraggio e la costanza di esigere la verità".

Il coraggio della Verità che non schiaccia ma libera perchè unita alla carità; è questa la forza della Chiesa, sulla quale non potranno prevalere le porte degli inferi. Così, proprio quando è ferita dal peccato dei suoi membri, la Chiesa mostra come non sia assolutamente assimilabile a nessun' altro consesso umano. Ovunque gli errori e i fallimenti trascinano nella polvere persone ed istituzioni anche gloriose. Quante di esse hanno brillato per spegnersi definitivamente! Per la Chiesa è diverso, perchè essa è irrorata da un amore che ha vinto la morte e che l'accompagna attraverso cadute e peccati. Infatti "in seno alla morte pulsa ora la vita, in quanto vi inabita l’amore. Questo è il potere della Sindone: dal volto di questo “Uomo dei dolori”, che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati - “Passio Christi. Passio hominis” - promana una solenne maestà, una signoria paradossale". E' il paradosso della Chiesa, la signoria che le è affidata e con la quale ci accoglie ogni giorno, feriti, deboli, peccatori, e ci dona il perdono nel quale poter ricominciare.

Pur nella gravità della questione, pur nel disgusto per il male che è penetrato in una Congregazione che alligna "un gran numero di religiosi esemplari, onesti, pieni di talento, molti dei quali giovani, che cercano Cristo con zelo autentico e che offrono l’intera loro esistenza per la diffusione del Regno di Dio", restiamo con il cuore aperto alla speranza. Da loro si può ripartire, perchè, misteriosamente, anche attraverso i peccatori, Dio chiama alla santità, e suscita carismi con i quali annunciare il Vangelo. Dà le vertigini, ma è il mistero che atterrisce chiunque sia toccato dalla Grazia in vista di una missione; così è stato per i Profeti come Isaia e Geremia ad esempio, così per gli Apostoli, così per i santi e gli sconosciuti testimoni di Cristo nel corso dei secoli.

Per questo anche la verità dolorosa portata alla luce non è, come accade nel mondo, l'occasione per una lapidazione collettiva del colpevole. Nessun capro espiatorio cui far pagare ogni nefandezza. Nel Mistero Pasquale di Cristo Egli ha già pagato per tutti, e, da allora, la sua vittoria illumina la storia, e ne dischiude il cammino in un'incrollabile speranza. Come diceva il Papa nell'omelia della messa celebrata a Torino: "
Cristo ha affrontato la croce per mettere un argine al male; per farci intravvedere, nella sua Pasqua, l’anticipo di quel momento in cui anche per noi, ogni lacrima sarà asciugata e non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno". Il peccato, pur gravissimo, del fondatore, è, tra le mani della Chiesa, un'occasione perchè, esattamente dove è abbondato sovrabbondi la Grazia. Dalla morte risorge la vita, ed è il segno della fedeltà di Dio. Essa si fa necessità, urgenza perchè il bene non soccomba assieme al male smascherato e venuto alla luce perchè tutto divenga luce. Così infatti si legge nel Comunicato: "a) la necessità di ridefinire il carisma della Congregazione dei Legionari di Cristo, preservando il nucleo vero, quello della "militia Christi", che contraddistingue l’azione apostolica e missionaria della Chiesa e che non si identifica con l’efficientismo a qualsiasi costo; b) la necessità di rivedere l’esercizio dell’autorità, che deve essere congiunta alla verità, per rispettare la coscienza e svilupparsi alla luce del Vangelo come autentico servizio ecclesiale; c) la necessità di preservare l’entusiasmo della fede dei giovani, lo zelo missionario, il dinamismo apostolico, per mezzo di un’adeguata formazione. Infatti, la delusione circa il fondatore potrebbe mettere in questione la vocazione e quel nucleo di carisma che appartiene ai Legionari di Cristo ed è loro proprio".

La stessa Congregazione è così un segno che ci parla: da una parte ci dice della possibilità reale del male che non si ferma neanche dinnanzi all'opera di Dio; dall'altra ci dice che Dio è più grande, ed è fedele ancor più laddove gli uomini non lo sono. La storia della Chiesa ha conosciuto episodi analoghi, anche nelle file della Gerarchia, coinvolgendo addirittura alcuni Papi. Ma la necessità di preservare l'entusiasmo della fede dei giovani, lo zelo missionario e il dinamismo apostolico, i tre aspetti sottolineati dal Comunicato e che coincidono proprio con la natura e la missione della Chiesa, ha sempre condotto ad un profondo rinnovamento - Ecclesia semper reformanda - che, nelle diverse epoche, ha mosso i suoi passi proprio da una rinnovata ed adeguata formazione. Essa conduce ad un esercizio dell'autorità che si configura nel servizio disinteressato di Cristo ad ogni uomo, e sfugge a quell'efficientismo mondano che, occultandola, spegne l'azione della Grazia. Su di essa si fondano la vita e la missione della Chiesa. Questa dolorosa vicenda ce lo ricorda, tra scandalo, dolore e speranza.

E noi in silenzio, come il Papa a Torino dinnanzi alla Sindone, possiamo oggi ascoltare la Parola che Dio ci sta dicendo attraverso il corpo di Cristo flagellato dai peccati di questo tempo: "Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla... Come parla la Sindone? Parla con il sangue, e il sangue è la vita! La Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al costato destro... Specialmente quella macchia abbondante vicina al costato... quel sangue e quell’acqua parlano di vita. E’ come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo".

E' oggi quel Sabato, e tra le piaghe d'una carne ferita dal peccato scorgiamo un bagliore che trasfigura anche la miseria della nostra debolezza. Le tristi vicende che hanno segnato la Chiesa in questo tempo, come il lino della Sindone, ci chiamano ad uno sguardo di fede: "Ed ecco, mi sembra che guardando questo sacro Telo con gli occhi della fede si percepisca qualcosa di questa luce. In effetti, la Sindone è stata immersa in quel buio profondo, ma è al tempo stesso luminosa". E' la luce della Pasqua che risplende nel mistero della Chiesa, e quasi impedisce la disperazione. "Nel cuore di Maria, è custodito il mistero del volto di Cristo, mistero di morte e di gloria" ci diceva ancora il Papa da Torino. E Maria è madre ed immagine della Chiesa. Anche nei momenti più bui essa custodisce il mistero tremendo che salva il mondo ed "è chiamata ad essere l'occhio nel corpo dell'umanità, per il quale si vede ed entra nel mondo la luce divina" (Card. J. Ratzinger, Dobbiamo innanzi tutto parlare di Dio, Il Riformista, 8 maggio 2009). Un occhio segnato dalle lacrime ma fisso sull'amore che ha vinto la morte, per "non perdere mai la luce della speranza nel Cristo Risorto, che è capace di trasformare la realtà e rendere nuove tutte le cose" (Benedetto XVI, Omelia nella Messa in piazza San Carlo a Torino, 2 maggio 2010).


Don Antonello Iapicca






GRATITUDINE. Una riflessione scritta il giorno dei funerali di Giovanni Paolo II

http://www.provincia.ct.it/informazioni/comunicati_stampa/foto/papa-giovanni-paolo-ii.jpg



Gratitudine. Immensa gratitudine. Il segno d’una vita che ha trafitto milioni di vite. Milioni di persone che da lui hanno ricevuto qualcosa. Meglio, Qualcuno. Il testimone ha reso la sua bella testimonianza. La voce e la presenza, lo sguardo e l’esempio hanno dato concretezza al Mistero. Di Lui, di Gesù l’uomo ha bisogno. Lui, Gesù, l’uomo ha sempre cercato. Lui, Gesù, il Papa ha testimoniato ed annunziato. Infaticabilmente sino all’ultimo respiro. Il bisogno più profondo dell’uomo ha trovato in Giovanni Paolo II la risposta. L’unica. Coniugata in mille dettagli, nelle forme più diverse. “Ecco, Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”. In questi 27 anni questa promessa di Gesù ha assunto un volto, un timbro di voce, un incedere, un amare. Quelli di Giovanni Paolo II. Il Mistero ha attraversato il globo sino ad incontrare quel mistero altrettanto affascinante che è la vita d’ogni uomo. Non sapremo mai quel che ha significato veramente il pellegrinaggio terreno di quest’uomo di Dio. Con Lui oggi nel sepolcro si chiude agli occhi della carne anche la visione delle innnumerevoli vite cambiate, trasformate, benedette. I figli che sono venuti al mondo. Le famiglie salvate. Le crisi di fede alleviate. Le infermità consolate. La fede donata o ri-donata. Un miracolo nascosto alla stampa e alle televisioni, chiuso dietro ogni portone affacciato sulle strade della storia. Ma la gratitudine che ha mosso milioni di pellegrini a rendergli l’estremo saluto ci permette di sbirciare per un secondo dietro le tende dell'apparenza. Quello che sfugge alla cronaca, anche alle analisi più dettagliate e puntuali, lo scorrere semplice e vero delle nostre ore. In esse Giovanni Paolo II è giunto come un balsamo d’amore. Accanto alla mamma alle prese con i pannolini, sugli autobus che conducono ogni giorno allo stesso posto di lavoro. Nel letto dei dolori di tanti malati. Tra le speranze e i fallimenti dei missionari. Nei progetti dei giovani e nelle solitudini degli anziani. Dentro ad ogni evento di vita. E’ lì che Giovanni Paolo II è arrivato, testimone fedele di Colui che lo ha inviato. E chi ha visto lui ha visto Gesù. E vedere Gesù è vedere il Padre. La passione infinita per il destino di ogni uomo. La “ volontà del Padre mio è che nessuno si perda” disse Gesù. Nessuno. Lui, il Papa per primo. Un amore a Gesù senza limiti unito ad un amore immenso a Colei che lo aveva donato a mondo. Afferrato dall’amore e gettato nella storia ad abbracciare ogni uomo. Una storia d’amore giunta sino agli estremi confini della terra, come agli estremi confini dell’esistenza di milioni di persone, tra paure e angosce. Il Mistero di Dio con lui è planato nell’ordinario delle nostre vite, facendone uno straordinario mistero di amore. Un mattino di Pasqua sulle soglie d’ogni nostro mattino. Questa incredibile prossimità di Dio ci ha fatti familiari di tutto quello di cui avevamo bisogno, e non lo sapevamo. Pace. Fiducia. Amore. Lui, questo dolce uomo dal sorriso umile, ci ha fatti sentire amati. Protagonisti d’una storia bellissima. La sua parola ci ha strappati dal grigiore del non-senso che sembra farla da padrone. La sua debolezza ha impreziosito le nostre sconfitte e le nostre infermità. Ci ha toccato il cuore e lo ha colmato d’amore. L’amore di Dio e la dolcezza materna di Maria. La gratitudine, sincera e spontanea, di tutti noi sparsi nel mondo ci dice oggi una cosa. Semplice. Sconvolgente. Dio esiste, e ci ama. Laddove siamo. Esattamente come siamo. Lolek da Wadowice ce lo mostrato. Nei suoi occhi si leggevano le nostre vite come lacrime versate davanti al Signore. Ogni giorno, ogni nostra vita. E, da oggi, con lui lassù ci sentiamo più sicuri. Karol non ci dimenticherà. Mai.

Antonello Iapicca Pbro



MORALISMO, GRAZIA ED ELEZIONI

Le vicende politiche ci aiutano a non confidare nell'uomo e a cercare ogni giorno la Roccia dove fondare la nostra vita. Senza scandalizzarci di fronte alla debolezza, anche a quella che appare nell'agone politico. Spesso ci ergiamo a giudici degli atteggiamenti altrui, e dimentichiamo di essere fatti della stessa pasta. Potrà non piacerci, ma è anche quella dei politici. Ecco un altro aspetto che, in questa quaresima, grazie alle elezioni in Italia, possiamo approfondire, e cioè quanto pesa in noi, nei criteri che muovono le scelte e le azioni, il moralismo. Possiamo guardarci dentro e cercare di quantificare il tasso di moralismo che scorre nelle nostre vene. Quanto ci indignamo dinnanzi alle perfomance dei politici, alle loro gaffes, pensando, e credendo, di essere migliori, e che il livello è proprio basso e così via? Guardiamoci dentro, sinceramente, e forse dovremo scoprire di non essere così diversi, e che, nel criterio per discernere e votare, la coerenza totale, la grande serietà, in una parola, l'impeccabilità, non possiamo proprio esigerla da chi ci governerà. Non ne abbiamo il diritto, a meno di non voler continuare sul cammino percorso dagli Scribi e dai Farisei, usurpatori della Cattedra di Mosè, dispensatori ipocriti di regole e precetti puntualmente disattesi ma utili ad innalzarsi sugli altri ad esibire una presunta diversa moralità. Idee, ideali e programmi politici incartati in un moralismo luccicante "sono tuttavia, storicamente considerate, una retrocessione a prima della Novità cristiana, una svolta a rovescio della scala della storia..... Una simile politica, che fa del regno di Dio un prodotto della politica e piega la fede sotto il primato universale della politica, è per sua natura politica della schiavitù; è politica mitologica" (Card. J. Ratzinger, Omelia tenuta il 26 novembre 1981 durante una liturgia per i deputati cattolici del parlamento tedesco nella chiesa di San Winfried a Bonn).

Il moralismo, una delle possibili coniugazioni della mitologia, (la parola mito (dal greco mythos) equivale a favola, e significa narrazione favolosa delle qualità e delle gesta di esseri ideati come divini, o più che umani: di dei o di eroi. La mitologia dunque è la scienza delle antiche favole proprie d'una etnia o di una nazione), altrimenti chiamato pelagianesimo, è un sentimento che giace nelle profondità del nostro cuore, e ci accompagna, ci fa presumere delle nostre capacità, ci porta a giudicare e disprezzare gli altri, e, alla fine, scontrandosi con l'evidenza della nostra debolezza, ci fa disperare di noi stessi. E' quanto di più fantasioso possa prodursi, favole che ci raccontiamo e che ci sforziamo di credere; immagini di noi stessi, della società, del futuro del tutto irreali, ben confinate nei sogni, speranze di qualcosa che non c'è e che si vorrebbe avere, o realizzare. Moralismo, mitologia che si trasformano in idolatria, che ci tiranneggia, e ci obbliga ad adorare, a servire, idoli muti, sordi, vani. Il moralismo è la vanità delle vanità, e la fa da padrona, in noi, nella società. Facile comprendere come, quando la mitologia moralistica è applicata alla politica, possa ingannare e partorire disastri. In un vecchio editoriale (che pubblichiamo alla fine di queste riflessioni), il settimanale il Sabato citando Del Noce scriveva "che tutta l'epoca moderna nasce con il sopravvento di Pelagio su Agostino e con la separazione, interna al pensiero cristiano, fra verità e grazia. (Non si sentono anche oggi richiami a «coniugare verità e libertà», come se questo fosse praticamente possibile senza l'incontro storico con la grazia di Gesù Cristo?)". Benedetto XVI in una catechesi sulla Chiesa sottolineava come essa sia un'opera dello Spirito Santo quando ha detto che "Sant’Ireneo scrive: "Dove c'è la Chiesa, lì c'è anche lo Spirito di Dio; e dove c’è lo Spirito di Dio, lì c’è la Chiesa ed ogni grazia; poiché lo Spirito è verità" (Adversus haereses, III, 24, 1: PG 7,966). Quindi esiste un intimo legame tra lo Spirito Santo e la Chiesa. Lo Spirito Santo costruisce la Chiesa e dona ad essa la verità, effonde – come dice san Paolo – nei cuori dei credenti l’amore (cfr Rm 5,5)". Ma contemporaneamente, con un grande realismo che ci consola infinitamente, ne evidenziava anche gli aspetti umani, le debolezze, soprattutto in relazione alla comunione: "Questo intimo legame con lo Spirito non annulla la nostra umanità con tutta la sua debolezza, e così la comunità dei discepoli conosce fin dagli inizi non solo la gioia dello Spirito Santo, la grazia della verità e dell’amore, ma anche la prova, costituita soprattutto dai contrasti circa le verità di fede, con le conseguenti lacerazioni della comunione. Come la comunione dell’amore esiste sin dall'inizio e vi sarà fino alla fine (cfr 1 Gv 1,1ss), così purtroppo fin dall'inizio subentra anche la divisione. Non dobbiamo meravigliarci che essa esista anche oggi". Come pretendere allora dalla politica e dai politici quello che proprio non possono dare? Attenzione dunque, a non cadere nei tranelli moralistici al momento del voto. I puri, i moralmente superiori, i migliori non esistono. Tanto meno esiste una casta politica di sacerdoti del buon governo, onesto e serio che dispensi pace, denaro e felicità; non esiste un'elite di perfetti ai quali delegare e sui quali proiettare le nostre qualità morali frustrate nei limiti della debolezza. Non esistono paladini, non esistono totem di specchiata moralità, se non nelle illusioni ideologighe e demagogiche cha hanno ingoiato milioni di persone. Esistono invece timidi tentativi umani nei quali sono celati i balbettii della Grazia, che abbiamo il dovere di cercare tra le pieghe dei programmi politici. Queste tracce di Dio, del suo amore per l'uomo, per la famiglia, per la vita, per tutte le povertà, soprattutto quelle dei più indifesi, anziani, malati ed embrioni dobbiamo individuare, discernere e scegliere. Il Card. Ratzinger affermava infatti che "Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell'umanità dell'uomo e delle sue possibilità. Non è morale il moralismo dell'avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell'uomo e compie, entro queste misure, l'opera dell'uomo. Non l'assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell'attività politica". E ciò vale per tutta la nostra vita, l'abbandono confidente alla Grazia invece dei pugni chiusi di un moralismo esigente che ci dilania e avvelena tutto e tutti. Non possiamo continuare a tagliare con l'accetta di un irato manicheismo la storia e le persone. Nella vita come nella politica. Per questo ancora il Card. Ratzinger ci ammonisce che "Non esistono due tipi di morale politica: una morale dell'opposizione e una morale del dominio. Esiste soltanto una morale: la morale come tale, la morale dei comandamenti di Dio, che non possono essere messi fuori corso, neanche per qualche tempo, allo scopo di accelerare un cambiamento delle cose... Il cristiano è sempre un sostenitore dello stato nel senso che egli compie il positivo, il bene, il quale tiene insieme gli stati. Non ha paura di contribuire così al potere dei cattivi, ma è convinto che sempre e soltanto il rafforzamento del bene può abbattere il male e ridurre il potere del male e dei malvagi. Chi mette nei suoi programmi uccisioni di innocenti o rovine di proprietà altrui non potrà mai richiamarsi alla fede... Solo là dove il bene si fa e si riconosce come bene, può anche prosperare una buona convivenza tra gli uomini. Il perno di un'azione politica responsabile dev'essere quello di far valere nella vita pubblica il piano della morale, il piano dei comandamenti di Dio" (J. Ratzinger, Omelia è tenuta il 26 novembre 1981....). In un libro meraviglioso di Sigrid Undset, premio Nobel per la letteratura, Kristin, la protagonista, al termine della sua vita scopre il mistero della Grazia che l'aveva sempre accompagnata: "Una cosa era certa: Dio, ella lo sapeva, aveva stretto un patto con lei, un patto d'amore col quale la legava a sé in eterno, indipendentemente dalla sua volontà, dai suoi pensieri terreni, questo amore era esistito sempre in lei, aveva agito come il sole sulla terra che dà alla fine i suoi frutti. Questi frutti nessuno avrebbe potuto distruggerli, né il fuoco dei desideri carnali, né l'orgoglio, né l'ira folle. Era stata serva di Dio, anche se ribelle, restia, infedele nel cuore, con una preghiera falsa sulle labbra; una serva maldestra, insofferente davanti alla fatica, indecisa, ma Dio aveva voluto mantenerla lo stesso al suo servizio"(S. Undset, Kristin figlia di Lavrans, Rizzoli). Sapere questo, sperimentare questo potere della Grazia proprio nella nostra debolezza, saperci dei graziati, e vivere ogni istante la gratitudine, la consapevolezza che Lui ci mantiene al suo servizio e che alla fine il suo amore darà i suoi frutti, è il dono più grande per la nostra vita. E' la libertà da noi stessi, dalla tirannia dell'ego che ci opprime. La conoscenza di se stessi che tanti santi hanno posto al centro della loro esperienza, perchè esattamente nella debolezza si manifesta la potenza di Dio. La libertà che la Chiesa conosce e pone a fondamento dell'evangelizzazione: "La costante preoccupazione di ogni catechista - quale che sia il livello delle sue responsabilità nella chiesa - dev'essere quella di far passare, attraverso il proprio insegnamento ed il proprio comportamento, la dottrina e la vita di Gesù. Egli non cercherà di fermare su se stesso, sulle sue opinioni ed attitudini personali l'attenzione e l'adesione dell'intelligenza e del cuore di colui che sta catechizzando; e, soprattutto, non cercherà di inculcare le sue opinioni ed opzioni personali, come se queste esprimessero la dottrina e le lezioni di vita del Cristo" (Giovanni Paolo II, Catechesi tradendae, n.6). E' questa la sapienza che ha sempre guidato la Chiesa, che affranca i suoi figli dall'idolatria di illusorie speranze di perfezioni che non sono di questo mondo. Avere chiari i propri limiti significa la fine di ogni esigenza, verso di noi e verso gli altri. E' il primato della Grazia, che può aprirci gli occhi ed aiutarci a discernere anche in queste elezioni, con libertà e criteri purificati. "San Gregorio Magno, un Papa molto attento all'insegnamento della morale, a chi gli chiedeva «quale opera avesse compiuto una certa persona per ricevere doni così grandi», nei Dialoghi risponde: «L'opera, o Pietro, viene dal dono, non il dono dall'opera; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia. I doni precedono ogni opera anche se dall'opera che ne segue gli stessi doni diventano più grandi».

Antonello Iapicca Pbro

Lasciate che i bambini vengano a me. L’amore di Cristo, l’amore della Chiesa.


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Chiariamolo subito. Amiamo i bambini. E siamo molto più che pedofili (dal tema greco πας, παιδός - bambino, e φιλία - amicizia, affetto). Il nostro è amore, agape (αγάπη), non amicizia. Ma che succede? C'è qualcosa di sinistro che trafigge l'aria di questi tempi, e sa terribilmente di menzogna. Tremiamo a parlare con un bambino, vorremmo sorridergli ma un brivido ci spegne il volto. Un solco sembra essersi aperto e sar: presto una voragine. E dentro, come un fiume di liquame che si insinua ovunque, sporcando e avvelenando. Prima i preti e le suore; poi i vescovi; a seguire il Papa; manca solo Gesù. Ma manca poco davvero, statene certi. Vengono i brividi ma è bell'e pronta la domandina ad effetto: Gesù era pedofilo? Noi anticipiamo, tanto per non rimanere spiazzati. A Gesù piacevano i bambini. Al punto di rimproverare chi voleva impedire che gli si avvicinassero. Per Lui i bambini sono l'immagine del cittadino celeste, esempio indicato a chiunque si volesse avviare sul sentiero della conversione. Un paradosso, il bambino è l'immagine perfetta del cristiano adulto. Inquieti, capricciosi, assillanti, egoisti, egocentrici, i bambini son questo e molto altro. A volte sanno essere cattivi, e ferire. Ma vivono abbandonati all'amore di padre e madre, da loro dipendono in tutto. Per questo dipingono l'icona del cristiano, povero, debole, peccatore, ma aggrappato istante dopo istante ad un amore più grande, come un malato alla maschera dell'ossigeno. Questo e nulla più, un cristiano vive dipendendo dall'amore e dalla misericordia di Dio, senza di essi muore. Ed è il capovolgimento dell'inganno mortale perpetrato nell'Eden, l'orgoglio di Adamo ed Eva presi nella rete di una presunta autosufficienza, diventar dio senza Dio. Per questo i bambini respirano l'aria del Cielo, perchè l'innocenza è in loro abbandono sicuro tra le braccia del padre.

Fin qui il fondamento. E, su questo, si dispiegano duemila anni di storia, Gesù Cristo vivo nel suo Corpo vivente che è la Chiesa, nei suoi Pastori e nel suo Popolo. Una storia d'amore, lo stesso amore. Attenzione, educazione, dedizione, difesa, aiuto, e una schiera immensa di bambini benedetti nel seno della Chiesa. Il primo atto d'amore, l'acqua del battesimo, la vita nuova, che non muore, a cancellare il peccato antico e ad aprire le porte del Cielo. E ancor prima di nascere l'amore infinito a quel progetto di vita che è già vita e che naviga nel seno della madre, mentre là fuori, i Romani decadenti e la loro progenie spalmata nei secoli, han sempre attentato alle viscere materne, per strapparne il frutto indesiderato. E poi l'educazione, ed il pane offerto gratuitamente raccattando teneramente brandelli d'infanzia ai margini delle strade e della storia; una teoria innumerevole di preti, suore, laici ad occuparsi di loro, i bambini, gli ultimi di ogni società. Duemila anni di storia e di santi e sante ad aprire una breccia nell'indifferenza e nel disprezzo culturale e cultuale, ed il miracolo d'un mondo che s'accorge finalmente dell'infanzia, dei suoi diritti, dei suoi respiri. Una storia d'amore che sacrifica esistenze intere nei bassifondi della terra, perchè i bambini non siano più sacrificati, agli dei pagani e alle ideologie assassine. I volti lucenti di piccole suore ad illuminare slums e favelas, le maniche riavvolte di preti gettati nei lebbrosari. E apostoli dolci e severi ad insegnare le parole, i conti e i mestieri della vita a bambini sino allora nascosti alla vita. E il Vangelo, lo splendore della Verità annunciato e compiuto nei sacramenti, il cuore della missione della Chiesa, l'amore più grande, la fede trasmessa ad ogni generazione. Catechismi, dottrina si diceva una volta, mattine, sere, sabati e domeniche, e prime comunioni come matrimoni, ricordi e memoriali indelebili della fede ancorata nei cuori che si fa roccia sempre più dura.

E i genitori, iniziati alla fede perchè inizino i loro piccoli alla stessa fede. Anche questa è stata, per duemila anni, pura agape riversata sui bambini d'ogni razza e colore. La verità sul matrimonio, sulla famiglia, sulla sessualità, una luce attraverso i secoli, un bastione sui marosi montanti e rimontanti dell'empietà avventata sull'amore immagine dell'amore trinitario. Famiglie sante ad accogliere bambini santi, separati, consacrati per una missione impossibile, far risplendere il Cielo sulla terra. Uomini e donne, padri e madri allevati nella misericordia della Chiesa ad essere piccola e domestica Chiesa, fucina di fede, speranza e carità a forgiare cristiani i bambini affidati. Amore, limpido, puro, quello di Gesù trasfigurato nella sua Chiesa, e nei padri e nelle madri in essa formati.

E' per questo che ci piacciono i bambini, che li amiamo da morire, ed è un santo vanto, il pulsare lo stesso cuore di Cristo nei nostri cuori, e guardare con i suoi stessi occhi, e pensare con la sua stessa mente. Il nostro amore, il Suo amore, l'amore bimillenario della Chiesa. Ma tutto sembra in pericolo, tra lo sciame sismico di accuse e calunnie, e alcuni, troppi, accertati casi di cadute che ci trafiggono il cuore. Ma non può essere che per alcuni, troppi, peccati, il fango spruzzato ricopra la purezza d'un amore invincibile. E' tempo, serio, di conversione. Pregare, le ginocchia illividite dinnazi al tabernacolo, e dolore offerto, e una via crucis a espiare, i tanti per i pochi, perchè il dolore della mano affligge il corpo intero. Anche questo è uno spicchio dell'amore di Cristo ai bambini. Riparare, espiare, implorare, soffrire per il male inferto, a loro che son stati derubati dell'infanzia, come a tutti gli altri che han solo e solo e solo goduto del volto dolcissimo di Cristo impresso nella Chiesa.

Ma non possiamo e non vogliamo sottrarci allo zelo che ci brucia dentro, allo sguardo di Cristo che ci ha preso gli occhi e ci porta a guardare ad ogni bambino come ad un figlio del Regno, cui dare, senza posa, l'amore che Lui ci dona. Viviamo in missione, Giappone per la precisione, e non siamo soli. Con noi, e molto più di noi poveri preti, donano la vita annunciando il Vangelo tante famiglie, tanti bambini missionari sul fronte del Vangelo. Viviamo con loro, li accompagniamo ogni giorno, con la preghiera e la trepidazione, sui sentieri spesso aspri della missione. Sono loro ad aprire il cammino dell'evangelizzazione, ogni giorno sui banchi di scuola, stranieri non-stop, occhi azzurri e capelli biondi in un formicaio di occhi scuri e capelli neri. Stranieri piovuti dal Cielo, bambini che scrivono ogni giorno il Vangelo di duemila anni fa, il giogo leggero di chi è nel mondo pur non appartenendogli. Bambini in missione, un segno del Regno vergato sin dentro le profondità di questa società. Bambini con mamma e papà, stranieri tra bambini con famiglie a metà. Bambini cristiani, Dio prima d'ogni cosa, stranieri sui banchi di bambini che mai hanno sentito neanche parlare di Dio. Bambini che respirano e mangiano per la sola Provvidenza, stranieri tra bambini dalla vita programmata sin dalla nascita, sino alla morte. Viviamo con loro, e siamo preti per loro. Felici e grati di tanto onore. Dar loro il cibo spirituale della Parola e dei Sacramenti, accompagnare i loro genitori ad accompagnarli nel cammino della fede. E' amore, sì, è amore a ciascuno di questi bambini, e un brivido che ti toglie il respiro, vederci Dio dentro le loro vite appena abbozzate, un santuario di speranza per il mondo intero. Ed è come stare dinnanzi al tabernacolo, presenza viva del Signore, santa, immacolata, che si prepara a donarsi in un amore che non ha confini.

Li guardi questi bambini, e ti stupisci ancora. Li guardi e ti accorgi che son proprio loro a dirti, a dirci, che Dio non s'è dimenticato di nessuno, proprio di nessuno. Neanche ora, come ieri, come mai. Li amiamo i bambini, e li vogliamo ancora amare, nell'amore incorruttibile di Cristo, che tutti, loro perchè bambini, noi perchè incamminati a ridiventarlo, ci attira a sé per benedirci. Lui li ha chiamati duemila anni fa ed ogni giorno da quel giorno, nonostante ostacoli e mormorazioni. Ci siamo andati quando eravamo bambini, e il suo bene-dire di noi è diventato il nostro bene-dire di Lui. Così è stato, così sarà, perchè nulla può sporcare e fermare un amore che ha vinto la morte.

Antonello Iapicca Pbro

Verità e Giustizia. La deflagrante Lettera del Papa, l'ecumenismo della Misericordia che scuote, unisce e colma d'amore il cuore di tutti.

Netta, come una saetta che illumina questa notte cupa di vergogna e dolore. Il passato non è rimosso, la morte, salario del peccato, è chiamata con il suo nome. Morte. Sempre. Chi la procura è un assassino, di anime ancor prima che di corpi. La Lettera inviata dal Papa alla Chiesa d'Irlanda è parola vergata dallo Spirito; senza dubbio segna il punto più alto del Pontificato, almeno sino ad ora. Vi appare il Pastore ferito, il Timoniere dolorante, eppure ritto sul ponte di comando, aggrappato alla Misericordia, saldo il timone tra le mani a condurre la Barca tra i marosi inquietanti. Ad ogni parola vivida si staglia la grandezza di un Papa chiamato dalla Provvidenza a governare la Chiesa in uno dei momenti più difficili. La cristianofobia, le persecuzioni di duemila anni sembrano ancora poco al paragone della temperie che scuote la Chiesa. Parole d'un Papa che conosce la storia del Popolo affidatogli, le lacrime e le angosce di tempi drammatici, le tracce sanguinanti di schiere di martiri. Ma ora no, ora sono i suoi ministri ad essersi macchiati di efferati delitti, ora è l'abomino della desolazione ad aver preso posto laddove non dovrebbe essere. Ora è il futuro della Chiesa abbozzato nell'infanzia tradita di bimbi e ragazzi ad esser stato rapito. Il Papa non fa sconti, esamina e discerne, e conferma nella fede. Non indossa i panni del giustiziere, ma nelle sue parole giustizia e verità si affacciano dal Cielo. E si incontrano con la Misericordia. Stupiscono infatti il sentimento e la pace insolita che, pur stretti nell'angoscia dinnanzi a tanto male e a tanta negligenza, ti seducono il cuore a lettura ultimata. Brilla il volto di Cristo tra le piaghe d'un rinnovato Venerdì di passione che si consuma in Irlanda e in molti altri dove. E' come se decenni di studio e responsabilità altissime in seno alla Chiesa avessero misteriosamente preparato Benedetto XVI ad incontrare la persecuzione più dura. E Cristo è sceso ancora nella carne del suo Vicario, e ora è qui accanto a noi, a cercare di scuoterci dallo sbigottimento e dall'indignazione, per ricondurre il suo gregge all'ovile. Troppi mercenari, troppo superficiale adeguamento allo spirito mondano. Troppo sole le pecore, smarrite, senza pastore. E troppi lupi rapaci ad azzanare le più deboli. Ma oggi la voce del Pastore s'è fatta udire ancora una volta, quella voce attesa e conosciuta, e vibra dentro, e son proprio le parole che aspettavamo. Non ha paura il Pastore di chiedere perdono. Non ha paura di rivolgersi alle povere vittime di tanta malvagità e ai loro genitori. Non teme neanche di dirigersi ai lupi travestiti da agnelli. E son parole di fuoco per questi, di tenerezza per gli altri. E dure parole di correzione per i Pastori che han dimenticato di pascere il gregge. Ma il cuore del Pastore Grande incarnato nel Pastore vestito di bianco batte d'amore e speranza, e, di nuovo, è davanti a tutti noi, Popolo di Dio d'ogni latitudine, per un giorno - o per quanto chi può dirlo - dentro al Popolo d'Irlanda. E' qui per prenderci per mano, e segnare il cammino. Non solo pene, non solo denunce, Dio è molto, moltissimo di più. E' uno sguardo che si infila nel futuro, perchè il futuro non ha fine, perchè la morte ed il peccato son vinti per sempre. La Buona Notizia risplende tra le righe della Lettera, ed è per tutti, per coloro che hanno abusato e per le loro vittime, per le famiglie e per i vescovi, per i presbiteri e per i fedeli tutti. Verità, giustizia e misericordia, la vittoria di Cristo annunciata in un cammino concreto di penitenza, preghiera, umile adorazione del Corpo benedetto di Cristo; e Parola e Confessione, i passi della vita che risorge dalle macerie, dove il mondo non può far altro che contemplare per abbattersi sui colpevoli, veri o presunti poco importa. E' lo zelo mai domo, un fuoco che brucia geloso pigrizie e compromessi. Benedetto XVI, eletto da Dio per esserne il messaggero più autorevole, ha scritto tutto questo a Suo nome, tracciando le trigonometrie d'una rotta di conversione che è l'unica per cui salpare, senza indugio. Essa è disegnata con i volti dei giovani e dei laici: "Nella nostra società sempre più secolarizzata, in cui anche noi cristiani sovente troviamo difficile parlare della dimensione trascendente della nostra esistenza, abbiamo bisogno di trovare nuove vie per trasmettere ai giovani la bellezza e la ricchezza dell’amicizia con Gesù Cristo nella comunione della sua Chiesa... Anche i laici devono essere incoraggiati a fare la loro parte nella vita della Chiesa. Fate in modo che siano formati in modo tale che possano dare ragione in modo articolato e convincente del Vangelo nella società moderna (cfr 1 Pt3, 15), e cooperino più pienamente alla vita e alla missione della Chiesa. Questo, a sua volta, vi aiuterà a ritornare ad essere guide e testimoni credibili della verità redentrice di Cristo". Annuncio e formazione, i cardini della rinascita. La Visita Apostolica come la Missione sono annunciate e indette soparattutto per questo. Lo ha ribadito il Papa in poche parole: "Nell’affrontare la presente crisi, le misure per occuparsi in modo giusto dei singoli crimini sono essenziali, tuttavia da sole non sono sufficienti: vi è bisogno di una nuova visione per ispirare la generazione presente e quelle future a far tesoro del dono della nostra comune fede". Una nuova visione, nuova ed antica. I preti non esauriscono la Chiesa, neppure i Vescovi. La Chiesa non s'identifica con il clero, la Chiesa è Corpo e Popolo, il clericalismo e la secolarizzazione sono le due cause denunciate dal Papa. Il Popolo formato che cooperi pienamente alla vita e alla missione della Chiesa, abbandonando gli schemi atrofizzati: solo così vescovi e presbiteri potranno ritornare ad essere guide e testimoni credibili. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, per camminare sulle strade della conversione. La visione nuova parte dalla comunione, che dona a tutti nella Chiesa, gli stessi occhi di Dio, sulla storia e sull'uomo; lo sguardo di compassione del Figlio Crocifisso che si posa su lupi ed agnelli, che "ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali". E' questa la deflagrazione che scuote oggi la Chiesa, l'ecumenismo della Misericordia che avvicina, vertiginosamente, vittime innocenti e carnefici, nell'unico paradosso capace di salvare il mondo, l'amore infinito e invincibile di Cristo.

Antonello Iapicca Pbro



IL TESTO DELLA LETTERA

Lettera pastorale di Benedetto XVI ai cattolici dell'Irlanda:
penitenza, preghiera, adorazione, Visita Apostolica e missione, questo il cammino

Lo Spirito Santo ha chiesto di nuovo la parola. Chi ha orecchi, ascolti ciò che dice alle chiese.

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Lo Spirito Santo sembra dire l'indicibile. O forse, sembra che vi siano poche orecchie pronte ad ascoltare. "Ecco, all’improvviso, qualcosa che nessuno aveva progettato. Ecco, che lo Spirito Santo, per così dire, aveva chiesto di nuovo la parola. E in giovani uomini e in giovani donne risbocciava la fede, senza “se” né “ma”, senza sotterfugi né scappatoie, vissuta nella sua integralità come dono, come un regalo prezioso che fa vivere" (J. Ratzinger, I movimenti ecclesiali e la loro collocazione teologica, in: Pontificium Consilium Pro Laicis (a cura di), I movimenti nella Chiesa. Atti del Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali. Roma 27-29 maggio 1998, Città del Vaticano 1999, pp. 23-24). L'allora Card. Ratzinger riconosceva, ma era ormai da moltissimi anni, nei Movimenti e nelle Nuove Comunità la voce dello Spirito Santo: "Per me personalmente fu un evento meraviglioso la prima volta che venni più strettamente a contatto – agli inizi degli anni Settanta – con movimenti quali il Cammino Neocatecumenale, Comunione e Liberazione, il Movimento dei Focolari, sperimentando lo slancio e l’entusiasmo con cui essi vivevano la fede e dalla gioia di questa fede si sentivano necessitati a partecipare ad altri ciò che avevano ricevuto in dono" (Ibidem). Lo ha ribadito qualche giorno fa parlando di San Bonaventura il quale "ci insegna l'insieme del necessario discernimento, anche severo, del realismo sobrio e dell'apertura ai nuovi carismi donati da Cristo, nello Spirito Santo, alla sua Chiesa".E sabato 13 marzo, ricevendo in udienza i Vescovi della Conferenza Episcopale del Sudan, ha incoraggiato i Presuli "a dedicare la vostra energia a rafforzare l'educazione cattolica, e quindi a preparare i laici in particolare a recare una testimonianza convincente di Cristo in ogni aspetto della famiglia, della vita politica e sociale. Questo è un compito al quale l'Università di Santa Maria di Juba e i movimenti ecclesiali possono apportare un contributo significativo. Dopo i genitori, i catechisti sono il primo anello nella catena di trasmissione del prezioso tesoro della fede. Vi esorto a vigilare sulla loro formazione e sulle loro necessità"

Sono ormai diverse settimane che il Papa, nelle catechesi riguardanti le figure della cristianità medievale come in altre circostanze, riprende una stessa linea di pensiero, ed essa riguarda i nuovi carismi sorti dal Concilio. Questo stesso è guardato e presentato alla luce di questi suoi frutti più luminosi nei quali, attraverso una naturale crescita e maturazione guidata con sapienza dalla Chiesa, si realizza in pienezza quell'ermeneutica della continuità tanto cara al Santo Padre.
"I movimenti ecclesiali e le nuove comunità sono una delle novità più importanti suscitate dallo Spirito Santo nella Chiesa per l’attuazione del Concilio Vaticano II. Si diffusero proprio a ridosso dell’assise conciliare, soprattutto negli anni immediatamente successivi, in un periodo carico di entusiasmanti promesse, ma segnato anche da difficili prove. Paolo VI e Giovanni Paolo II seppero accogliere e discernere, incoraggiare e promuovere l’imprevista irruzione delle nuove realtà laicali che, in forme varie e sorprendenti, ridonavano vitalità, fede e speranza a tutta la Chiesa. Già allora, infatti, rendevano testimonianza della gioia, della ragionevolezza e della bellezza di essere cristiani, mostrandosi grati di appartenere al mistero di comunione che è la Chiesa. Abbiamo assistito al risveglio di un vigoroso slancio missionario, mosso dal desiderio di comunicare a tutti la preziosa esperienza dell’incontro con Cristo, avvertita e vissuta come la sola risposta adeguata alla profonda sete di verità e di felicità del cuore umano" (Benedetto XVI, Discorso ai Vescovi partecipanti ad un Seminario di studi promosso dal Pontifio Consiglio per i Laici, Sabato, 17 maggio 2008) .

E' questa la voce dello Spirito che parla alle Chiese di quest'inizio di Terzo Millennio. Lo scandalo della pedofilia invita tutti ad un serio esame di coscienza. E' un segno che chiama la Chiesa ad una seria purificazione. Le incrostazioni progressiste post-conciliari non possono trovare ora il polo dove cortocircuitare nei tradizionalisti che hanno eletto il Papa quale unico paladino delle loro utopie esclusivistiche, arrivando ormai preoccupantemente a contrapporre Benedetto XVI ai suoi predecessori. Il pericolo si nasconde tra le armi del fuoco amico. Invano il Santo Padre ha riaffermato come
"grazie a Dio i timonieri saggi della barca di Pietro, Papa Paolo VI e Papa Giovanni Paolo II, da una parte hanno difeso la novità del Concilio e dall’altra, nello stesso tempo, hanno difeso l’unicità e la continuità della Chiesa, che è sempre Chiesa di peccatori e sempre luogo di Grazia".

L'insistenza con la quale il Santo Padre indica nei carismi post-conciliari la via che lo Spirito indica alla Chiesa sembra sbattere contro un muro d'omertà, a livello mediatico e non solo. Si parla tanto di preti, di celibato, di crisi e di tolleranza zero. Mai, o quasi mai, della voce dello Spirito che grida tra le piaghe degli scandali. A Boston, una Diocesi dilaniata dalla pedofilia, il Vescovo Card. O' Malley ha aperto un Seminario Redemptoris Mater per ricostruire laddove la credibilità era giunta sotto lo zero. E' un caso ma ve ne sono moltissimi, e non riguardano solo la pedofilia. Tra le fila dei Movimenti e delle Nuove Comunità
le vocazioni sono in continua crescita. I presbiteri, nella loro maggioranza, sono felici e ardenti di zelo missionario. Un perchè ci dovrà pur essere. Il Santo Padre lo ha ravvisato ed espresso nel Discorso succitato, indicando ai Pastori il giusto atteggiamento: "Andare incontro con molto amore ai movimenti e alle nuove comunità ci spinge a conoscere adeguatamente la loro realtà, senza impressioni superficiali o giudizi riduttivi. Ci aiuta anche a comprendere che i movimenti ecclesiali e le nuove comunità non sono un problema o un rischio in più, che si assomma alle nostre già gravose incombenze. No! Sono un dono del Signore, una risorsa preziosa per arricchire con i loro carismi tutta la comunità cristiana. Perciò non deve mancare una fiduciosa accoglienza che dia loro spazi e valorizzi i loro contributi nella vita delle Chiese locali. Difficoltà o incomprensioni su questioni particolari non autorizzano alla chiusura... A noi Pastori è chiesto di accompagnare da vicino, con paterna sollecitudine, in modo cordiale e sapiente, i movimenti e le nuove comunità, perché possano generosamente mettere a servizio dell’utilità comune, in modo ordinato e fecondo, i tanti doni di cui sono portatori e che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare: lo slancio missionario, gli efficaci itinerari di formazione cristiana, la testimonianza di fedeltà e obbedienza alla Chiesa, la sensibilità ai bisogni dei poveri, la ricchezza di vocazioni".

Questa ricchezza deriva direttamente dalla fede che i presbiteri, insieme al Popolo di Dio loro affidato, riceve e vede gestata e formata attraverso gli efficaci itinerari di formazione. Essi combattono la battaglia di ogni giorno come tutti, ma l'appartenenza ad una comunità viva corrobora la vocazione giorno dopo giorno. Non che tutti debbano far parte di qualche carisma. La Chiesa è grande, v'è spazio per tutti. Ma essi sono una risorsa preziosa, una profezia in aiuto della Chiesa intera. La crisi di vocazioni, la fragilità estrema di tanti, troppi presbiteri, il calo vertiginoso della frequenza alla messa domenicale, sono sintomi d'un malessere che non può essere imputato esclusivamente alla secolarizzazione e alle deformazioni post-conciliari. La crisi investe la fede. E non risparmia i presbiteri. Per questo il Papa è così attento alla formazione permanente dei laici e dei presbiteri: "La comprensione del Sacerdozio ministeriale è legata alla fede e domanda, in modo sempre più forte, una radicale continuità tra la formazione seminaristica e quella permanente" (Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al Convegno teologico promosso dalla Congregazione per il Clero, Venerdì, 12 marzo 2010). Per questo tenta in ogni modo di liberare la liturgia dalle deviazioni per riconsegnarla allo splendore che gli è propria, da un lato con il Motu Proprio "Summorum Pontificum" e dall'altro istituzionalizzando alcune innovazioni proprie del Cammino Neocatecumenale attraverso l'Approvazione definitiva dei suoi Statuti; in entrambi i casi il Papa ha a cuore la partecipazione fruttuosa dei fedeli, l'incontro esistenziale e fecondo con il Mistero Pasquale nella bellezza e nella ricchezza dei Sacramenti e della Liturgia. In ogni intervento, in ogni atto di governo, il Papa guarda alla fede del Popolo di cui è Pastore Universale. Confermare tutti nella fede è il suo compito precipuo, ed esso, con evidenza solare, passa anche attraverso la conferma e l'incoraggiamento ai carismi donati alla Chiesa.

Lo scandalo della pedofilia, odioso e vergognoso, ha singolari consonanze con lo scandalo degli eretici medievali. Il Papa, prendendo spunto dalla vicenda dei Francescani e dei gruppi pauperistici che si erano allontanati dalla comunione ecclesiale, ci presenta la via per uscire dalle secche di questi tempi: "
Lo stile personale e comunitario degli Ordini Mendicanti, unito alla totale adesione all’insegnamento della Chiesa e alla sua autorità, fu molto apprezzato dai Pontefici dell’epoca, come Innocenzo III e Onorio III, i quali offrirono il loro pieno sostegno a queste nuove esperienze ecclesiali, riconoscendo in esse la voce dello Spirito. E i frutti non mancarono: i gruppi pauperistici che si erano separati dalla Chiesa rientrarono nella comunione ecclesiale o, lentamente, si ridimensionarono fino a scomparire... Anche oggi non mancano simili iniziative: i movimenti, che partono realmente dalla novità del Vangelo e lo vivono con radicalità nell’oggi, mettendosi nelle mani di Dio, per servire il prossimo. Il mondo, come ricordava Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi, ascolta volentieri i maestri, quando sono anche testimoni. È questa una lezione da non dimenticare mai nell’opera di diffusione del Vangelo: vivere per primi ciò che si annuncia, essere specchio della carità divina".

Nei Movimenti e nelle Nuove Comunità il Santo Padre vede questi testimoni, e li indica alla Chiesa come un dono profetico dello Spirito Santo. Sono anch'essi, accanto alla schiera di cristiani, presbiteri e religiosi che, nel silenzio dei giorni che si susseguono, incarnano la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, la speranza e la certezza per la Chiesa del futuro. Criterio fondamentale ed ineludibile è, oggi più che mai
"non indulgere ad alcuna pretesa di uniformità assoluta nella organizzazione e nella programmazione pastorale... meglio meno organizzazione e più Spirito Santo!... (J. Ratzinger, Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa cattolica nella svolta del millennio, Milano 1997, p. 18)

Antonello Iapicca Pbro

Preti e pedofilia. Nessuna "tonache pulite". Piuttosto un "severo discernimento, un realismo sobrio e l'apertura ai nuovi carismi"

La Chiesa sembra precipitare in una sindrome da accerchiamento. Lo spuntare come funghi dei casi di pedofilia la stringe in un assedio nel quale occorre assolutamente tenere i nervi saldi e affidarsi allo Spirito Santo. Per questo ci sembrano avventate le prese di posizione di vaticanisti e blog che si dicono amici del Papa ma che mostrano una scarsissima sensibilità ecclesiale. Non si può fare il triplo salto mortale per passare dal lassismo all'intransigentismo giustizialista. La Chiesa non è un'istituzione come le altre. Il Papa ed i Vescovi nulla hanno a che fare con Di Pietro. Nella Chiesa non è in atto nessuna inchiesta "tonache pulite". Tolleranza zero e slogan affini non fanno parte del linguaggio e dello spirito della Chiesa.

Il Foglio pubblica oggi un'intervista a Manfred Lütz, teologo e psichiatra direttore dell’ospedale psichiatrico di Colonia, membro del Pontificio consiglio per i laici e del consiglio direttivo della Pontificia accademia per la vita, consultore della Congregazione per il clero. Lütz dice tra l'altro: "La prima cosa da fare è non sminuire il problema. Perché prima di ogni altra considerazione va ricordato che gli abusi su minori perpetrati da sacerdoti e religiosi cattolici sono un crimine particolarmente ripugnante. Sono un male da denunciare e da non occultare. Il sacerdote, infatti, ha un ruolo paterno nei confronti del minore e quindi purtroppo il suo atto criminoso ha in sé qualcosa d’incestuoso. Inoltre questi crimini minano la fiducia in Dio dei bambini che li subiscono”. Ma Lütz dice anche che "occorre non drammatizzare troppo... prima di esprimere giudizi si devono conoscere i fatti... un’eccessiva drammatizzazione non giova alle vittime. Queste, spesso, hanno un rapporto ambivalente con i persecutori. Provano affetto per loro e insieme si sentono offesi. E’ una situazione molto delicata e se si drammatizza troppo non si aiuta chi è vittima a uscire allo scoperto".

Anche per questo l'iniziativa del Vescovo di Bolzano ci sembra decisamente sopra le righe. "la Diocesi (di Bolzano) intende tra l’altro creare sul sito internet diocesano un forum in cui vengano esaminate eventuali segnalazioni di abusi. In questo modo si vuole assicurare che ogni segnalazione venga subito presa in considerazione e verificata, perché la protezione delle eventuali vittime ha la massima priorità". Come se un marito per scoprire se la moglie lo tradisce o meno chiedesse di inviare eventuali segnalazioni di comportamenti sospetti alla sua e-mail e aprire un forum sul proprio blog per esaminarle. Verrebbe spontaneamente da chiedersi: ma quest'uomo ha mai parlato con sua moglie? La conosce almeno un po' o si è sposato per procura? Per dirla chiara: un Vescovo conosce i suoi preti? Si è interessato della loro formazione e dei loro formatori? O ha bisogno di fare del sito diocesano una sorta di Facebook per conoscere la realtà dei suoi collaboratori più prossimi? Non insegnano nulla le storie legate ai social networks, alle contraffazioni e all'assoluta inattendibilità di tali strumenti? Tra l’altro la Lettera De Delictis Gravioribus parla chiaro: "Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio". E dice anche molto di più: "Con la presente lettera... si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei gerarchi ci sia una sollecita cura pastorale".

E' questo il nodo cruciale: la sollecitudine pastorale. "Il Vescovo è un padre che vive per i suoi figli e fa un tutt'uno con la sua Chiesa, con i suoi sacerdoti, prodigandosi per formare le coscienze e per far crescere nella fede" (Congregazione per i Vescovi, Nota introduttiva al nuovo "Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi Apostolorum Successores"). E' urgente quindi interrogarsi sulla crescita nella fede dell'intero Popolo di Dio, nel quale sono inclusi anche i presbiteri.
Come scriveva S. Agostino commentando le parole di Gesù rivolte a Pietro sul lago di Tiberiade dove lo invitava a pascere le sue pecore: “Anche i pastori sono pecore (pastores ipsi sunt oves) ” (In Io. Evang. Tr. 123,5). E altrove: “Voi siete sue pecore e noi siamo pecore con voi perché siamo cristiani … noi pascoliamo voi e siamo pascolati con voi (pascimus vos, pascimur vobiscum)” (Ser. Casin. I,133,5.13; M.A., I, pp. 404,8; 410,18). I presbiteri provengono da famiglie concrete, hanno ricevuto in esse la loro prima formazione nella fede. "Ai nostri giorni, in un mondo spesso estraneo e persino ostile alla fede, le famiglie credenti sono di fondamentale importanza, come focolari di fede viva e irradiante. È per questo motivo che il Concilio Vaticano II, usando un'antica espressione, chiama la famiglia « Ecclesia domestica » – Chiesa domestica. È in seno alla famiglia che «i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l'esempio, i primi annunciatori della fede, e secondare la vocazione propria di ognuno, e quella sacra in modo speciale» (Catechismo della Chiesa Cattolica, N. 1656). Prima di entrare in seminario hanno frequentato parrocchie e spesso associazioni, movimenti e nuove comunità. Questo tempo trascorso sino all'ingresso in seminario è decisivo. E' qui che inizia l'autentica e feconda prevenzione perchè è molto più che vigilanza, è semina e accompagnamento nel cammino di fede di ciascun cristiano. La sollecitudine pastorale deve riguardare in primo luogo la comunità cristiana, l'utero dove si viene gestati alla fede. Una comunità che non sia anonima, che si prenda cura dei suoi membri, dove i pastori conoscano personalmente le pecore affidate. Nel rito di ordinazione presbiterale troviamo questo dialogo:

Rettore del Seminario (O un altro presbitero): Reverendissimo Padre, la Santa Madre Chiesa chiede che questi nostri fratelli siano ordinati Presbitero.

Vescovo: Sei certo che ne siano degni?

Rettore: Dalle informazioni raccolte presso il popolo cristiano e secondo il giudizio dato da coloro che ne hanno curato la formazione, posso attestare ne siano degni.

Vescovo : Con l'aiuto di Dio e Gesù Cristo nostro Salvatore noi scegliamo questi figli per l'ordine del Presbiterato

Assemblea: Rendiamo Grazie a Dio.

Il popolo cristiano è dunque alla base dell'ordinazione presbiterale. Le sue informazioni, unite a quelle dei formatori, contribuiscono all'attestazione di dignità dell'ordinando da parte del Rettore. Ma di quale popolo cristiano si parla? Come, dove, quando il futuro presbitero è stato conosciuto, amato, corretto, accompagnato, educato nella fede? Sono queste le domande cruciali che sorgono dai venti di bufera scatenati dai casi di pedofilia. Le reazioni spesso scomposte degli organi di stampa, le derive giustizialiste anche se comprensibili tradiscono comunque una mancanza di fondo. E’ tempo ormai che, accanto alle tempestive dichiarazioni di collaborazione con le autorità giudiziarie e alle prese di posizioni intransigenti, vi siano delle profonde riflessioni sullo stato della fede nella Chiesa, nelle Diocesi come nelle Parrocchie, negli Istituti secolari come negli Ordini religiosi, non meno che nei seminari.

Nel discorso rivolto ai partecipanti al Convegno per i Vescovi di recente nomina promosso dalla Congregazione per i Vescovi e dalla Congregazione per le Chiese Orientali il 21 settembre 2009, il Santo Padre affermava come “è importante non dimenticare che uno dei compiti essenziali del Vescovo è quello di aiutare, con l’esempio e con il fraterno sostegno, i sacerdoti a seguire fedelmente la loro vocazione, e a lavorare con entusiasmo e amore nella vigna del Signore. A questo proposito, nell’Esortazione postsinodale Pastores gregis, il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II ebbe ad osservare che il gesto del sacerdote, quando pone le proprie mani nelle mani del Vescovo nel giorno dell’ordinazione presbiterale, impegna entrambi: il sacerdote e il Vescovo. Il novello presbitero sceglie di affidarsi al Vescovo e, da parte sua, il Vescovo si impegna a custodire queste mani (Cfr n.47). A ben vedere questo è un compito solenne che si configura per il Vescovo come paterna responsabilità nel custodire e promuovere l’identità sacerdotale dei presbiteri affidati alle proprie cure pastorali, un’identità che vediamo oggi purtroppo messa a dura prova dalla crescente secolarizzazione. Il Vescovo dunque – prosegue la Pastores gregis – “cercherà sempre di agire coi suoi sacerdoti come padre e fratello che li ama, li accoglie, li corregge, li conforta, ne ricerca la collaborazione e, per quanto possibile, si adopera per il loro benessere umano, spirituale, ministeriale ed economico” (Ibidem, 47)”.

Non è la prima volta che la Chiesa si trova ad affrontare questioni difficili, scandali terribili che sembravano poterla spazzare via. Nell’articolo citato Lütz afferma tra l’altro che “alcuni dicono che c’è un legame tra pedofilia e celibato e che se si eliminasse il celibato si risolverebbero tanti problemi. Scientificamente questa teoria non ha nessun fondamento. Nel 2003 organizzai in Vaticano, all’interno della Pontificia accademia per la vita, un summit con diversi scienziati (molti non credenti) sul tema ‘abuso di minori da parte di sacerdoti e religiosi’. Tutti concordarono sul fatto che scientificamente non c’è alcuna relazione tra pedofilia e celibato. L’astinenza sessuale, in particolare, non provoca atti di abuso. Uno scienziato ateo molto noto in Germania ha detto che la possibilità che un prete commetta abusi è 36 volte minore rispetto a un padre di famiglia”. Un prete innamorato di Cristo, che abbia cuore e mente afferrati da Lui, che per Lui viva, bruciando di zelo per annunciarlo a tutti. Il cuore di San Francesco Saverio ad esempio, che, gettato dallo Spirito in un mondo completamente pagano, trovò nel Signore energie inspiegabili per consumare la sua vita come una candela perché ogni uomo incontrato potesse ricevere la luce di Cristo. Anche lui ebbe a che fare con la pedofilia dei monaci buddisti, la denunciò senza riserve ma, soprattutto, vi trovò uno stimolo per la propria umiltà e conversione e per un rinnovato zelo apostolico: “Dio ci ha fatto una grazia assai grande e particolare nel portarci in questi luoghi di pagani affinchè non ci dimenticassimo di noi stessi… Noi non abbiamo in chi poter confidare se non in Dio, dato che non abbiamo qua né parenti, né amici… E per questo siamo costretti a riporre tutta la nostra fede, speranza e fiducia nel Signore” (San Francesco Saverio, Lettera 90 da Kagoshima). Di fronte ai peccati l’unico cammino è l’umiltà che apre alla conversione, personale e comunitaria.

Tra le ferite inferte dal demonio, nell’accerchiamento mediatico che mina la credibilità della Chiesa possiamo trovare il seme per un rinnovamento autentico. La storia ce lo insegna. Anche ieri il Papa lo rammentava: “A questo punto forse è utile dire che anche oggi esistono visioni secondo le quali tutta la storia della Chiesa nel secondo millennio sarebbe stata un declino permanente; alcuni vedono il declino già subito dopo il Nuovo Testamento. In realtà, "Opera Christi non deficiunt, sed proficiunt", le opere di Cristo non vanno indietro, ma progrediscono. Che cosa sarebbe la Chiesa senza la nuova spiritualità dei Cistercensi, dei Francescani e Domenicani, della spiritualità di santa Teresa d’Avila e di san Giovanni della Croce, e così via? Anche oggi vale questa affermazione: "Opera Christi non deficiunt, sed proficiunt", vanno avanti. San Bonaventura ci insegna l’insieme del necessario discernimento, anche severo, del realismo sobrio e dell’apertura a nuovi carismi donati da Cristo, nello Spirito Santo, alla sua Chiesa. E mentre si ripete questa idea del declino, c’è anche l’altra idea, questo "utopismo spiritualistico", che si ripete. Sappiamo, infatti, come dopo il Concilio Vaticano II alcuni erano convinti che tutto fosse nuovo, che ci fosse un’altra Chiesa, che la Chiesa pre-conciliare fosse finita e ne avremmo avuta un’altra, totalmente "altra". Un utopismo anarchico! E grazie a Dio i timonieri saggi della barca di Pietro, Papa Paolo VI e Papa Giovanni Paolo II, da una parte hanno difeso la novità del Concilio e dall’altra, nello stesso tempo, hanno difeso l’unicità e la continuità della Chiesa, che è sempre Chiesa di peccatori e sempre luogo di Grazia”.

Severo discernimento, realismo sobrio e apertura ai nuovi carismi donati da Cristo nello Spirito alla Chiesa. Occorre ripartire da qui. La Riforma protestante, la decadenza del clero, le crisi nella Chiesa hanno sempre suscitato Concili e riforme capaci di imprimere nuovo slancio missionario. E’ successo con il Concilio di Trento ed i suoi luminosissimi frutti lanciati ad evangelizzare le terre appena scoperte. E’ successo con il Concilio Vaticano II di cui il Papa, a dispetto di frettolosi commentatori, ha riaffermato l’insostituibile novità. Essa passa per l’accoglienza dei nuovi carismi. E’ il passaggio cruciale al quale è chiamata la Chiesa in questo tempo. Gli eventi tragici che hanno macchiato la Chiesa con i peccati di pedofilia costituiscono una parola che ci interpella tutti, Pastori e gregge. Le opere di Cristo, nonostante la debolezza dei cristiani, non vanno indietro, ma progrediscono. Per questo il Papa, guardando alla storia della Chiesa può affermare, senza remore, che cosa sarebbe la Chiesa senza la nuova spiritualità degli Ordini religiosi e dei santi, ed oggi che cosa sarebbe la Chiesa senza la freschezza dei nuovi carismi? E’ la continuità che rivela il mistero della Chiesa, di peccatori e luogo di Grazia, che porta il fardello di peccati anche orribili e il manto della misericordia infinita. La continuità dell’opera dello Spirito Santo nella Chiesa. E' impressionante rileggere le parole di Giovanni Paolo II, timoniere saggio della barca di Pietro secondo Benedetto XVI, dirette ai partecipanti al VI Simposio del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa: “Il punto di riferimento sicuro per quest’opera di evangelizzazione, in continuità con la vivente tradizione della Chiesa, deve restare l’evento di grazia del Concilio Vaticano II. Lo Spirito ha parlato alle Chiese d’oggi e la sua voce è risuonata nel Concilio Ecumenico. Esso si può ben dire che rappresenti il fondamento e l’avvio di una gigantesca opera di evangelizzazione del mondo moderno, giunto ad una svolta nuova della storia dell’umanità, in cui compiti di una gravità e ampiezza immensa attendono la Chiesa”. Il Concilio Vaticano II dunque, il motore dell’evangelizzazione. Quanti oggi si arroccano su posizioni tradizionaliste invocando Benedetto XVI quale estremo garante di non si capisce bene quale passato da rinverdire. Quanti occhi accecati dinnanzi all’apertura e alla modernità del Papa che legge e ci aiuta a discernere l’autentica opera dello Spirito nella Chiesa e nella storia. Gli stessi che invocano forche esemplari per i pedofili cancellerebbero ben volentieri il soffio dello Spirito che ha colmato l’assise conciliare. E, soprattutto, vorrebbero spegnere i carismi donati alla Chiesa in questo tempo.

Ma Benedetto XVI ha ben chiaro il cammino che Dio sta indicando alla Chiesa. In perfetta continuità con il suo Predecessore. Giovanni Paolo II diceva infatti nello stesso discorso appena citato: “Per realizzare un’efficace opera di evangelizzazione dobbiamo ritornare a ispirarci al primissimo modello apostolico. Tale modello, fondante e paradigmatico, lo contempliamo nel Cenacolo: gli apostoli sono uniti e perseveranti con Maria in attesa di ricevere il dono dello Spirito. Solo con l’effusione dello Spirito comincia l’opera di evangelizzazione. Il dono dello Spirito è il primo motore, la prima sorgente, il primo soffio dell’autentica evangelizzazione. Occorre, dunque, cominciare l’evangelizzazione invocando lo Spirito e cercando dove soffia lo Spirito (cf. Gv 3, 8). Alcuni sintomi di questo soffio dello Spirito sono certamente presenti oggi in Europa. Per trovarli, sostenerli e svilupparli bisognerà talora lasciare schemi atrofizzati per andare là dove inizia la vita, dove vediamo che si producono frutti di vita “secondo lo Spirito” (cf. Rm 8)”.

Di fronte alla morte disseminata dagli scandali, al calo delle vocazioni e della frequenza alla messa domenicale, ai problemi enormi sollevati dal relativismo teologico e pastorale occorre lasciare schemi atrofizzati e andare là dove inizia la vita, quella che viene dallo Spirito Santo, la novità delle opere della fede adulta, opere di Vita eterna, la novità che rende, in ogni generazione, la Chiesa “bruna ma bella” (Ct. 1,5 ), un sacramento di salvezza per ogni uomo.



Antonello Iapicca Pbro

Quando il Figlio dell'uomo tornerà troverà la fede sulla terra? Anche la pedofilia è figlia della crisi di fede

Ancora una volta il Santo Padre sottolinea il vero, grande, cruciale problema che affligge la Chiesa: la mancanza di fede. Sul Comunicato reso pubblico questo mattina al termine dell'incontro del Santo Padre Benedetto XVI con i Vescovi della Conferenza Episcopale Irlandese, si legge: "Il Papa ha fatto riferimento alla crisi della fede, più generalizzata, che colpisce la Chiesa, collegandola alla mancanza di rispetto per la persona umana e all'affievolimento della fede che è stato un significativo fattore nel contribuire al fenomeno degli abusi sui minori".
I titoli dei giornali, come al solito, bucano la notizia essendo tutti orientati sulla parte del Comunicato riguardante la denuncia della pedofilia da parte del Papa. Il che è più preoccupante perchè appare chiaro che, secondo le parole del Santo Padre, o si affronta "l'attuale crisi con onestà e coraggio" nel " rinnovamento della fede in Cristo", o la Chiesa perderà "la credibilità spirituale e morale". Onestà e coraggio non significano solo riconoscere le colpe e collaborare con la giustizia, secondo lo schema tutto mondano proposto dai media. Se questo bastasse, in quanto a pedofilia si dovrebbe star molto meglio fuori della Chiesa, dove regna il giustizialismo senza se e senza ma nei confronti degli orchi, spesso prendendo sonori abbagli, questi sì non riconosciuti pubblicamente dopo aver distrutto esistenze innocenti, anche di molti presbiteri. Ma forse è pur questo comprensibile secondo la logica del mondo, visto il clima. Il punto è che carcere e castrazione chimica non risolvono il problema. Ed il Papa lo sa molto bene.
La "mancanza di fede ha contribuito al fenomeno degli abusi". Senza fede si annebbia la vista del cuore e della ragione e non si riesce più a riconoscere la dignità della persona umana. Facendo salve le patologie che debbono essere curate o tenute a freno, la questione è di gran lunga più generale e coinvolge anche tante anime belle che mentre si scagliano contro la Chiesa compromessa con le sue cosiddette mele marce, esaltano lolite e sesso libero anche per le adolescenti, e polverizzano la dignità della persona legalizzando aborto, selezione eugenetica, eutanasia, pillole del giorno dopo come semplici anticoncezionali e molto altro. Se la fede scricchiola non si vede più Dio da nessuna parte, nella nostra stessa vita e in quella di chi ci è vicino, addirittura di chi ci è nato dentro, in quel grumo di cellule che è il cosiddetto prodotto del concepimento. Senza uno sguardo di fede è impossibile il "riconoscimento della dignità umana in quanto diritto inalienabile" perchè esso "trova il suo fondamento primo in quella legge non scritta da mano d’uomo, ma iscritta da Dio Creatore nel cuore dell’uomo.... E’ necessario, pertanto, ripetere con fermezza che non esiste una comprensione della dignità umana legata soltanto ad elementi esterni quali il progresso della scienza, la gradualità nella formazione della vita umana o il facile pietismo dinanzi a situazioni limite. Quando si invoca il rispetto per la dignità della persona è fondamentale che esso sia pieno, totale e senza vincoli, tranne quelli del riconoscere di trovarsi sempre dinanzi a una vita umana..." perchè "fin dal primo istante, la vita dell’uomo è caratterizzata dall’essere vita umana e per questo portatrice sempre, dovunque e nonostante tutto, di dignità propria" (cfr Benedetto XVI, Udienza i partecipanti alla XVI Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita, 12 febbraio 2010).
Ma la crisi di fede riguarda anche la Chiesa. Senza di essa tutto diviene moralismo, legalismo, efficientismo, sentimentalismo; i criteri mondani si impongono nella guida della Chiesa, nelle Diocesi come nelle parrocchie, nei diversi Istituti e nelle diverse attività caritative, come ha recentemente sottolineato il Papa ai seminaristi e durante la visita all'Ostello della Caritas. Ma quale fede è oggi in crisi? Si tratta di quella vissuta che diviene dinamica esistenziale riverberando la luce pasquale su ogni pensiero, parola e gesto. La fede adulta che riconosce in ogni evento ed in ogni persona il tratto inconfondibile dell'amore misericordioso di Dio. La fede che intercetta il Mistero Pasquale del Signore incastonato nella storia, e spinge la Chiesa sui sentieri della speranza dinnanzi ad ogni situazione, anche la più drammatica e senza alcun sbocco apparente. La fede che apre il cuore alla carità di Cristo che "urget nos" e scioglie i cristiani da una vita avvitata nell'egoismo per farli vivere per Colui che è morto e risorto per loro. La fede che vede Cristo ovunque e in ogni istante e che, con Lui, brucia di zelo per la salvezza delle anime. La fede che getta la Chiesa sino ai confini della terra sui sentieri dell'annuncio del Vangelo. La fede che incide nei cuori la certezza che Cristo è risorto e vivo ed è ogni giorno con i suoi apostoli sino alla fine del mondo.
La crisi di fede ha spento tutto ciò creando le premesse per la secolarizzazione e la mondanizzazione che, alla fine, genera e protegge mostri. Il sale se perde il sapore non serve ad altro che ad essere gettato via e calpestato. Per questo, nelle parole del Papa ai Vescovi irlandesi, ascoltiamo chiara l'eco delle tremende parole del Signore: "Quando il Figlio dell'uomo verrà troverà la fede sulla terra?". In fondo è questo il compito affidato al Papa e alla Chiesa intera: custodire fedelmente il deposito della fede, che non è solo un affastellamento di dogmi e articoli del credo, ma è cosa viva, la Grazia di una Vita nuova e celeste che si incarna nelle esistenze dei cristiani. Affrontare la crisi con coraggio ed onestà è allora innanzi tutto prendere coscienza della "necessità di una riflessione teologica più profonda sull'intera questione" che parta dal riconoscersi mancanti ed in errore, e che conduca la Chiesa a ricominciare a preoccuparsi della fede, in una seria formazione, dei presbiteri come dei laici. Benedetto XVI infatti "ha richiamato l'attenzione sulla necessità di una migliore preparazione umana, spirituale, accademica e pastorale dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa e di quanti sono stati già ordinati e consacrati". Preparazione e formazione permanente nella fede sono dunque il cammino che il Papa ha tracciato alla Chiesa. Perchè il Figlio dell'Uomo tornando tra noi, vi trovi la fede.


Antonello Iapicca Pbro

La fede e l'iniziazione cristiana fondamento della missione


https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjXsg3607OpKnvfhaYmjkaAHao-0QYSA9scfvTrTXIo52bkMiMxXE4q1SqkX4ngaBGlJXnl6BBRj9onD7ffhObuuE-9yjVKF6VXvhbgbvM6JwQihSo7nxop5a_2qwB3H82o8BM/s1600/la+vite+e+i+tralci.jpgIl Papa ha incontrato i seminaristi della sua Diocesi ed è stato un dialogo con il futuro della Chiesa. Parole profetiche nella loro essenziale semplicità. Aveva davanti i pastori di domani, eppure non ha tracciato alcun piano pastorale, nessun itinerario programmatico. Ha spiegato la fede, e con ciò ha detto tutto sul presente e sul futuro della Chiesa. Lo ha detto ai formatori come ai seminaristi, e come a ciascuno di noi. Il centro è la fede, incontrare e rimanere nell'amore di Dio attraverso i sacramenti dell'iniziazione cristiana. "San Tommaso d’Aquino lo dice in modo molto preciso quando scrive: “La nuova legge è la grazia dello Spirito Santo”. La nuova legge non è un altro comando più difficile degli altri: la nuova legge è un dono, la nuova legge è la presenza dello Spirito Santo datoci nel Sacramento del Battesimo, nella Cresima, e datoci ogni giorno nella Santissima Eucaristia. I Padri qui hanno distinto “sacramentum” ed “exemplum”. “Sacramentum” è il dono del nuovo essere, e questo dono diventa anche esempio per il nostro agire, ma il “sacramentum” precede, e noi viviamo dal sacramento. Qui vediamo la centralità del sacramento, che è centralità del dono".
Le parole del Papa pronunciate nel suo seminario sono di importanza capitale. Se proviamo a leggerle in controluce scopriremo le vere questioni che bruciano il cuore di Benedetto XVI, e non sono certamente i gossip e gli attacchi della stampa. La cecità di vaticanisti e commentatori si fa chiarissima anche nel loro approccio a queste parole, e le polemiche e gli articoli di questi giorni si riducono in un istante a quel che sono, moscerini capitati negli occhi e nulla più.
Le parole del Papa sono dunque come un liquido di contrasto che palesa le difficoltà e le sfide che la Chiesa deve affrontare. La prima questione è la fede. Il Papa, visitando il seminario, ha preso per mano i suoi seminaristi ammonendoli che prima d'essere presbitero occorre essere cristiano. Senza fede il cristianesimo si riduce ad uno sterile moralismo. Quante omelie, quanti piani pastorali, corsi prematrimoniali, attività catechetiche, gruppi giovanili, sussidi, libri sono impregnati di moralismo dell'impegno dimenticando che l'agire segue sempre l'essere. Quanti parroci sono perennemente adirati perchè i parrocchiani non si impegnano a sufficienza; quanti consigli pastorali a progettare e a sognare architetture ecclesiali frutto solo dei propri idealismi. Il Papa ha presente tutto questo, e vede le chiese sempre più vuote, e cristiani che divorziano, che abortiscono, chiusi alla vita in una falsa idea di paternità responsabile ancorata in una mentalità contraccettiva tutta mondana.
Per questo il Papa ha parlato della fede, dei sacramenti e della preghiera. Il punto fondamentale è l'essere cristiano e cosa ciò significhi. La fede, pur essendo dono, non è qualcosa di presupposto ed il seminario non la garantisce. Per questo il Santo Padre ha parlato di onnipotenza divina. Nella Chiesa molti, troppi non ci credono più. Di fronte a matrimoni distrutti non si ha il coraggio di annunciare la vittoria di Cristo su ogni peccato capace di sanare alla radice ogni ferita, anche la più profonda. Non si ha il coraggio di annunciare lo splendore della verità sulla vita, che non è solo manifestare contro aborto ed eutanasia, ma accompagnare i coniugi in un cammino serio di fede capace di aprirli all'accoglienza dei figli che Dio vorrà donare. L'Humanae Vitae è stata ed è disattesa perchè non si ha più fede nell'onnipotenza di Dio. Il lavoro, la casa, le malattie sono altrettanti dei a cui, subdolamente, ci si inginocchia e si obbedisce. Quanti compromessi con il mondo figli di una fede debole e incerta che non può partorire opere di vita eterna.
Il Papa ha parlato ed è stata una profezia: la fede ricevuta e approfondita in un rimanere come tralci uniti alla vite è la risposta alla crisi che è sotto i nostri occhi. "La missionarietà non è una cosa esteriormente aggiunta alla fede, ma è il dinamismo della fede stessa. Chi ha visto, chi ha incontrato Gesù, deve andare dagli amici e deve dire agli amici: “Lo abbiamo trovato, è Gesù, il Crocifisso per noi”.... è il dinamismo che vive nell’amore di Cristo; andare, cioè, non rimanere solo per me, vedere la mia perfezione, garantire per me la felicità eterna, ma dimenticare me stesso, andare come Cristo è andato, andare come Dio è andato dall’immensa sua maestà fino alla nostra povertà, per trovare frutto, per aiutarci, per donarci la possibilità di portare il vero frutto dell’amore. Quanto più siamo pieni di questa gioia di aver scoperto il volto di Dio, tanto più l’entusiasmo dell’amore sarà reale in noi e porterà frutto".
Ai seminaristi, come alla Chiesa intera, il Papa ha ribadito che la missione essenziale è mostrare e annunciare il frutto della fede, un'amore che supera i confini della morte e del peccato.

Antonello Iapicca Pbro


"STRISCIA L'AGGETTIVO". L'ELEFANTE CHE DECAPITA SOLO SARCASTICAMENTE DI STRISCIO

Che il vicolo fosse cieco bastava un bambino per capirlo. Il guaio è che, una volta dentro, invece di cercare l'uscita ci si preferisce avvolgere ancor più di fuligine. Per difendersi Ferrara inaugura una nuova rubrica, Striscia la notizia, il che poi non è neanche molto originale. Testuale dall'editoriale in prima pagina, su Il Foglio di oggi: "Di Gendarmerie, plichi postali e altri molti e notevoli dettagli pettegoli... non ci siamo occupati che di striscio, riferendo le altrui cronache con il beneficio di inventario". Che un elefante possa muoversi "che di striscio" lo lasciamo giudicare alle cristallerie. A noi fa specie la caduta vertiginosa di questo valente defensor vitae che abbiamo stimato e che vogliamo continuare a stimare. Ma qui tutto puzza proprio di quel che Ferrara imputa al Direttore dell'Osservatore Romano, "la mancanza di senso dell’umorismo" che "è il complemento essenziale di ogni umana vanità". Perchè di vanità allo stato puro si tratta. Non è umorismo riportare di striscio pettegolezzi che graffiano a sangue il Papa e la Chiesa. Non è umorismo cercare di svincolarsi dalle sabbie mobili nelle quali si è scivolati definendo sarcastiche le ipotesi circa decapitazioni prossime in quel del Vaticano. Non è umorismo la pseudo marcia indietro fuori tempo massimo con la quale si sarebbero volute cercare "di spiegare le ragioni non banali, non solo di potere, del conflitto che ha opposto l’autorevole e prepotente segretario di stato all’autorevole e resistente vertice della Conferenza episcopale". Dare, ancora oggi, gratuitamente del prepotente al più stretto collaboratore del Papa è infilare una goccia d'arsenico tra le righe d'una goffa autodifesa. Altro che Strsicia la notizia, qui siamo a striscia l'aggettivo, ed è una lama di pugnale vibrata al cuore della Chiesa. Con quel prepotente si vorrebbe decapitare via pagina il Segretario di Stato, di nuovo ed esplicitamente fatto responsabile di tutto, per proteggere se stessi fingendo di scagionare il Papa. Che sarebbe, nelle migliori delle ipotesi, prigioniero imbelle di loschi collaboratori dediti a un "improprio narcisismo curiale." Se l'Osservatore Romano scrive che "Il Santo Padre ha approvato il seguente comunicato e ne ha ordinato la pubblicazione" ma si insinua che si tratti della farina del sacco del Direttore ciò significa solo una cosa: il Papa è un povero burattino. Dire che questo è inaccettabile è dir poco. Non basta definirsi stampa laica, libera e amica. Amica di chi? Proprio ad un anno dalla morte di Eluana, e non è un caso, si azzanna la Chiesa con il solo risultato di deligittimarla e bagnarne le polveri dell'autorevolezza. Begli amici, e che libertà, che umorismo... A noi sembra invece che il cortocircuito tra Espresso e Il Foglio abbia risvolti sinistri e inquietanti, che ci sfuggono nei dettagli ma che ci aprono definitivamente gli occhi: guai a confidare negli uomini, men che meno se stampano parole fintamente libere ma ancorate a precisi disegni di potere. Un potere, culturale e mediatico innanzi tutto, che è comunque ostile alla Chiesa, più pericoloso perchè autodefinitosi amico. Lo scriveva duemila anni fa San Paolo: «Da ogni parte siamo tribolati: battaglie all’esterno, timori al di dentro» (2Cor 7, 5). Parlava della Chiesa, ed è ovvio che anche oggi sia così, allargando quel di dentro anche agli amici intrufolatisi a dettar regole di moralità e verità. Di battaglie e timori la Chiesa ne è esperta conoscitrice. Non sarà il fuoco amico di questi giorni a tagliarne la testa e a strozzarne la voce. Le squallide veline e l'altrettanto squallido uso che ne è stato fatto, i contorsionismi a difendersi e a tirarsi fuori che così poco si addicono ai pachidermi, hanno oggi il pregio di segnare ancor più nettamente il confine tra la purezza dell'annuncio del Vangelo sempre presente sulle labbra del Papa, e la triste e infeconda banalità delle parole di carta che durano lo spazio di un mattino.

Antonello Iapicca Pbro



Risposta dell'Elefante alla Segreteria di stato



Ferrara, Magister e compagnia danzante, se ci siete, battete ora un colpo di verità e giustizia




LA QUASI MARCIA INDIETRO DE IL FOGLIO


L'ONESTA' DI MESSORI

Messori, prendo atto della smentita e mi auguro chiuso il caso Boffo



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