DISCERNERE
Uno sguardo profetico sugli eventi
Il Belgio vuole estendere l’eutanasia ai bambini. Medico: «Tanto li uccidono già, lo sanno tutti»
Mons. Leonard: Formazione permanenete per sacerdoti e laici la chiave del rinnovamento. Vigore alla catechesi per tutti senza distinzioni di età
Condividiamo con gran parte delle comunità cattoliche in Europa la scarsità delle vocazioni sacerdotali. Da noi molto preoccupante è anche quello delle vocazioni alla vita religiosa. Certo il riflesso si farà sentire ma non più di tanto. Dal nostro canto stiamo concentrando gli sforzi sui seminari, cerchiamo di rispondere alle richieste di quanti sono convinti realmente di rispondere a una chiamata. Abbiamo dato nuovo vigore alla catechesi. Per esempio non distinguiamo più catechesi per gli adulti, per i bambini, per i cresimandi o per gli sposi novelli. È una catechesi valida per tutti.
Cosa cambia?
In realtà cambia poco. Ma la riteniamo una cosa molto positiva, soprattutto in questa grave situazione di scarsità di vocazioni. Abbiamo coscienza di questo problema e già stiamo per adottare misure adeguate che vedranno riunite insieme tutte le forze attive della comunità ecclesiale per un concreto irradiamento della fede, soprattutto tra i giovani. Si sta sviluppando in modo eccezionale proprio la pastorale della gioventù. Si vede un dinamismo tra i giovani che ci dà tanta speranza. Credo che la prossima giornata mondiale a Madrid sarà l'occasione giusta per mostrare quanto sia splendente il volto giovane di questa Chiesa. Ci saranno tanti giovani belgi, ma la cosa che più mi riempie di gioia è che, accanto ai tanti giovani della zona francofona, ve ne saranno altrettanti della zona fiamminga.
La rinascita di una comunità
radicata in una fede antica
di Mario Ponzi È una Chiesa in sofferenza quella che è in Belgio. Soffre perché nonostante il cristianesimo sia profondamente radicato nella storia del Paese - un tempo la parte fiamminga, in particolare, era considerata una fortezza del cattolicesimo in Europa - il processo di secolarizzazione, iniziatosi ormai da alcuni decenni, si sta inesorabilmente accentuando. Al punto che recenti statistiche indicano un calo del 30 per cento tra i cattolici in tutta la nazione. Ma soffre anche per la deriva bioetica che consegue alla perdita di riferimenti morali certi. Non a caso il Belgio è il secondo Paese europeo ad aver approvato una legge per l'eutanasia. E soffre per lo scandalo degli abusi sessuali, che ha portato alle recenti dimissioni del vescovo di Bruges, sfiorando indebitamente lo stesso presidente della Conferenza episcopale. Proprio con lui, con monsignor André-Mutien Joseph Léonard, arcivescovo di Mechelen-Brussel e primate del Belgio - a Roma in questi giorni alla guida dei presuli in visita ad limina Apostolorum - abbiamo parlato del momento particolarmente difficile nella vita di questa Chiesa. Monsignor Léonard, nell'intervista rilasciata al nostro giornale, parla soprattutto della volontà di riscatto che anima i cattolici del suo Paese. Una volontà fortemente alimentata e sostenuta dai vescovi e dai loro sacerdoti, concretizzatasi in un impegno tale da produrre frutti tangibili. Sono segnali, assicura l'arcivescovo, di un rinnovamento dello spirito che nasce dal seno stesso della comunità ecclesiale.
È dunque l'immagine di una Chiesa in difficoltà quella che presenterete al Papa?
Non direi che si tratta di un'immagine tanto diversa da quella delle realtà cattoliche in altri Paesi d'Europa - penso a quelle in Germania, Francia, Paesi Bassi - che devono confrontarsi con sfide simili. Forse è più forte il contrasto con il passato che, nel nostro Paese, è caratterizzato da una forte presenza e da un'altrettanto forte influenza cristiana. Indubbiamente soffriamo per un processo di secolarizzazione molto duro da arginare. Tuttavia esistono segnali di speranza molto chiari e anche più forti e incisivi che nel passato. Per esempio è vero che si registra un calo sensibile, non tanto nel numero dei cattolici - perché siamo sempre intorno al 73 per cento della popolazione - quanto piuttosto di quelli che si impegnano a vivere realmente una vita da credenti. Di contro però l'opera di chi lavora nella vigna del Signore è molto più determinata e significativa di prima.Restano comunque evidenti difficoltà nel far accettare principi etici, soprattutto in tema di aborto, eutanasia e più in generale su questioni bioetiche.
Sono difficoltà di oggi che nascono nel passato. Tanti anni fa tra i partiti di maggioranza al Governo quasi sempre ne figurava uno di forte ispirazione cristiana, in grado di orientare le scelte. Poi si sono succeduti Governi sostenuti da maggioranze di cui non facevano parte forze politiche cattoliche. È così da diversi anni. Dunque si è approfittato di queste circostanze per riproporre e far accettare tutte quelle leggi che, proprio perché contrarie alla morale cristiana, oltreché alla legge naturale, erano state sempre respinte. Così è stato per l'aborto e così è stato, in tempi più recenti, per l'eutanasia. Lo stesso è avvenuto per legalizzare l'unione tra coppie omosessuali e l'adozione di bambini da parte di omosessuali.
Per restare sulle questioni legate ad aborto ed eutanasia, quali sono gli spazi in cui possono muoversi le strutture sanitarie gestite da cattolici - oltre il 65 per cento del totale di quelle nazionali - davanti a richieste di simili pratiche?
Non è questione di numeri. È questione di mentalità della gente che gestisce. È così in tutti i campi. La Chiesa cattolica in Belgio ha promosso la nascita di tante istituzioni. Soprattutto nel campo dell'istruzione. A livello elementare la percentuale è prevalente rispetto agli altri. Ma anche a tutti gli altri livelli di scolarizzazione le istituzioni della Chiesa sono tantissime e ben frequentate. Il problema però è in quale misura rispondono all'identità che deriva dal loro essere istituzioni cattoliche. Una questione che si fa delicata proprio quando si tratta di un'istituzione sanitaria, perché c'è da chiedersi fino a che punto restano fedeli all'etica cristiana. Le istituzioni cattoliche hanno oggi un grande e riconosciuto valore; ma bisogna verificare il loro impegno di testimonianza cristiana, perché tutto dipende dalla coscienza di chi le gestisce e da chi ci lavora. È chiaro che non possiamo obbligare nessuno, con misure disciplinari, perché otterremmo il risultato di peggiorare la situazione. Nostro compito è quello di tentare di convincere del valore della morale cattolica. Per il resto dobbiamo affidarci alla coscienza delle persone, alla possibilità che hanno i medici di esercitare il diritto all'obiezione di coscienza. Più difficile da esercitare per gli infermieri, impossibile al momento per i farmacisti.
È un problema che riguarda anche le università cattoliche?
Le università cattoliche mi stanno molto a cuore. Innanzitutto credo che la Chiesa debba riconoscere, e dimostrare di riconoscerlo, il grande valore che hanno le nostre università cattoliche; ma poi è altrettanto necessario fare ricorso con più grande fiducia alle loro competenze in diversi campi. Lavorerò in questo senso proprio per la mia qualifica di Gran Cancelliere delle università di Lovanio (Leuven) e di Louvain-La-Neuve, in quanto arcivescovo di Mechelen-Brussel. Credo che nei loro confronti ci si debba porre in maniera positiva, dobbiamo dare il segnale di quanto abbiamo bisogno di loro se vogliamo poter dare risposte all'uomo di oggi. In un clima positivo potremo discutere di ogni singolo problema che riguarda il rapporto scienza e fede, fede e ragione, o argomenti di bioetica e trovare con loro idee e soluzioni. Del resto nelle nostre università c'è gente competente professionalmente e forte di convinzioni etiche ben radicate. Possono reggere il confronto con qualsiasi altra istituzione universitaria. E vorrei anche sfatare la convinzione che parlare delle nostre università significa solo parlare di questioni di bioetica. Esistono, ma fanno parte di un insieme del quale forse la Chiesa non si è avvalsa pienamente sino a oggi. Dobbiamo cominciare a farlo con maggiore frequenza e impegno.
In quale modo si potrà riversare questo clima positivo sulle altre componenti della comunità ecclesiale, per esempio nelle parrocchie alle prese con problemi spinosi quali la presenza di diversi gruppi linguistici e l'introduzione di prassi liturgiche definite devianti?
Quello del bilinguismo, o addirittura delle tre lingue - al fiammingo e al francese bisogna aggiungere in alcune zone il tedesco - è un problema ininfluente nella vita delle parrocchie. Semmai è limitato alle sole comunità delle grandi città dove è più facile la convivenza di diversi ceppi linguistici. Generalmente però è accettato l'uso della lingua prevalente nella regione. Più delicato è invece il problema dell'introduzione di riti a volte rischiosi, che possono fuorviare dal significato della liturgia. A volte, in certe parrocchie soprattutto, si tratta di elementi gravemente devianti. Certo dovremo occuparcene più attentamente. È un problema da risolvere a monte, perché questi comportamenti derivano da una mancata conoscenza o quanto meno da un'incompleta conoscenza della liturgia. Per questo ritengo necessario agire molto sulla formazione dei sacerdoti, permanente e continua. Così il sacerdote saprà come aiutare la gente a partecipare alla liturgia, a farle gustare la liturgia senza accettare pratiche devianti.
Lei ha parlato di formazione dei sacerdoti. La crisi che ha investito la Chiesa a proposito di abusi sessuali su minori - ha pesantemente toccato anche la Chiesa che è in Belgio e continua in questi giorni a trovare spazio sui media - pensa sia conseguenza di qualche mancanza nella formazione del sacerdote o c'è dell'altro?
Gli episodi cui si riferisce sono stati per noi motivo di una grande sofferenza, soprattutto pensando alle vittime, alle quali va e deve andare sempre la nostra solidarietà. Certo, quando un vescovo si ritira e rinuncia alla sua missione per fatti gravissimi, anche se avvenuti in un passato più o meno lontano, è e rimane, per noi ma anche per tutti i fedeli, un motivo di inquietudine. Ricercare le cause è sempre difficile. Sono convinto però che non sia corretto ricondurre certi atteggiamenti devianti al celibato dei sacerdoti. Intanto perché ognuno di noi sa bene che gli abusi sessuali sui minori avvengono principalmente tra le mura domestiche, in famiglia. Credo che a nessuno venga mai in mente di accusare il matrimonio come fonte di squilibrio mentale per questi atti. Il problema è semmai lo sviluppo personale dell'individuo. Ed è una ragione in più per concentrarci proprio sulla formazione del sacerdote. Bisogna essere molto attenti all'equilibrio affettivo del candidato al sacerdozio.
In che modo intendete agire per evitare il ripetersi di simili tragedie?
Ci concentreremo ancora di più su questo aspetto specifico della formazione sacerdotale, a cominciare dal discernimento. Intendiamo rafforzare le équipe di accompagnamento che, soprattutto nei primi anni, affiancano gli aspiranti sacerdoti, cercano di capire più a fondo la loro indole, le loro personalità, il loro equilibrio. Ma, ripeto, il celibato non è fonte di squilibrio per il sacerdote; è piuttosto fonte di grazia.
E per le vittime degli abusi?
Da circa tredici anni la Conferenza episcopale del Belgio ha istituito una commissione alla quale rivolgersi quando si vuole denunciare un comportamento illecito o un abuso subito. Agisce autonomamente, nel senso che una volta raccolta la denuncia, lavora indipendentemente dall'episcopato stesso. È formata da personale altamente specializzato e qualificato che si muove e opera senza alcuna interferenza. Anche quando si tratta di fatti prescritti accoglie e ascolta quanti sono rimasti vittima di abusi. Li consiglia sul cosa fare e offre, dove possibile, il suo aiuto.
Com'è cambiato - se è cambiato - il lavoro di questa commissione dopo le dimissioni del vescovo di Bruges?
Intanto è aumentato. Molti denunciano anche soltanto un sopruso o comunque protestano contro sacerdoti o raccontano fatti accaduti addirittura trenta, quaranta o anche cinquant'anni fa. Ma, seguendo anche il modo di agire della stessa Conferenza episcopale e raccomandato da tutti i vescovi del Paese, invita le vittime, vere o presunte tali, a rivolgersi direttamente e immediatamente all'autorità giudiziaria per denunciare il fatto. Il nostro aiuto può essere solo morale e di sostegno per loro. È molto importante che le vittime siano ascoltate. Ma devono denunciare il fatto alla magistratura. Lo consigliamo a chiunque venga a lamentarsi o anche soltanto a confessare di aver subito un abuso. È una condizione che abbiamo sempre favorito, ma che oggi riteniamo imprescindibile.
Perché?
Intanto perché l'autorità giudiziaria ha i mezzi per fare indagini e per accertare la verità dei fatti. E poi perché vogliamo evitare che ci accusino di coprire i colpevoli o tentare aggiustamenti.
Quale ruolo hanno avuto in queste vicende i media?
Devo dire che non godiamo, come Chiesa in generale, di buona stampa. Ma - è ovvio - nemmeno posso dire che siamo perseguitati. Per esempio, la nostra decisione di spingere le vittime a denunciare gli abusi alla magistratura è stata molto bene accolta. Come è stato molto apprezzato l'avere convocato, dopo i fatti di Bruges, una conferenza stampa per chiarire bene i fatti senza reticenze e annunciando la nostra politica di trasparenza assoluta.
Anche per la vicenda che l'ha recentemente sfiorata?
Si tratta di una vicenda che si è smontata subito e da sola, una vicenda, peraltro già avviata a soluzione, tirata fuori da alcuni giornali fiamminghi che non conoscevano bene i fatti. Significativo è che i media dell'area francofona non l'abbiano né ripresa né rilanciata perché erano a conoscenza della verità e di come sia stato già tutto definito e spiegato. Ma ci può stare anche questo in un clima così.
Questa vicenda potrà influire anche sul già scarso numero di vocazioni. Come intendete affrontare il problema?
Lo condividiamo con gran parte delle comunità cattoliche in Europa, alle prese con la scarsità delle vocazioni sacerdotali. Da noi molto preoccupante è anche quello delle vocazioni alla vita religiosa. Certo il riflesso si farà sentire ma non più di tanto. Dal nostro canto stiamo concentrando gli sforzi sui seminari, cerchiamo di rispondere alle richieste di quanti sono convinti realmente di rispondere a una chiamata. Abbiamo dato nuovo vigore alla catechesi. Per esempio non distinguiamo più catechesi per gli adulti, per i bambini, per i cresimandi o per gli sposi novelli. È una catechesi valida per tutti.
Cosa cambia?
In realtà cambia poco. Ma la riteniamo una cosa molto positiva, soprattutto in questa grave situazione di scarsità di vocazioni. Abbiamo coscienza di questo problema e già stiamo per adottare misure adeguate che vedranno riunite insieme tutte le forze attive della comunità ecclesiale per un concreto irradiamento della fede, soprattutto tra i giovani. Si sta sviluppando in modo eccezionale proprio la pastorale della gioventù. Si vede un dinamismo tra i giovani che ci dà tanta speranza. Credo che la prossima giornata mondiale a Madrid sarà l'occasione giusta per mostrare quanto sia splendente il volto giovane di questa Chiesa. Ci saranno tanti giovani belgi, ma la cosa che più mi riempie di gioia è che, accanto ai tanti giovani della zona francofona, ve ne saranno altrettanti della zona fiamminga.
Un segnale anche per la comunità civile in questo momento di profonda crisi per il modello federale belga?
Per il momento c'è un Governo dimissionario e presto ci saranno nuove elezioni politiche. Noi abbiamo sempre avuto buoni rapporti con le autorità civili. Abbiamo delegato a un vescovo l'incarico di tenere rapporti con loro ma devo dire che tutto si svolge secondo sentimenti di profondo e reciproco rispetto. Tanti sono pronti a collaborare con la Chiesa. Soprattutto in campo accademico. Si aspettano però che siamo noi a muoverci. Forse abbiamo fatto troppo poco, soprattutto proprio nell'ambito accademico. Dobbiamo migliorare e siamo pronti a farlo.
(©L'Osservatore Romano - 7 maggio 2010
BELGIO PROFEZIA PER LA CHIESA, ATRIO DI OGNI GENTILE
Il Belgio dove dolorisissimo esplode lo scandalo della pedofilia tra il clero ed un vescovo presenta le dimissioni prontamente accolte da Benedetto XVI. Il Belgio fronte progressista della Chiesa post-conciliare e avamposto della moderna Europa senza frontiere nè radici, senza limiti alla morte per deboli e indifesi. Il Belgio violento della Bruxelles Bronx d'Europa. Il Belgio che riassume le ferite del mondo e della Chiesa è oggi una singolare profezia per tutti noi. E' a questo piccolo Paese, a questa porzione di mondo che occorre guardare. Perchè è qui che il Papa mostra come sta governando la Chiesa, nell'ascolto fedele della voce inconfondibile dello Spirito. Nella città dove, arrogante e prepotente, soffia l'esprit du temps, acido reflusso massonico che vuol cancellare la Chiesa assimilandola . contenuti, parole e azioni - al mondo perverso del business e del moralismo giacobino piantato sulla pagliuzza altrui e dimentico della trave propria, in questa Bruxelles violenta e tollerante il Papa ha posto un Vescovo che incarna la rotta impressa dal suo pontificato. Sull'aereo per Malta diceva che "I naufragi della vita possono fare il progetto di Dio per noi e possono anche essere utili per nuovi inizi nella nostra vita". Nel fragore della tempesta, nel bel mezzo di un naufragio, Benedetto XVI scopre il senso ultimo e decisivo della storia, ed il nuovo inizio di questa storia. Ed è storia di salvezza, e passa attraverso le due colonne date alla Chiesa per adempiere alla sua missione: Pietro e Paolo, l'Istituzione ed il Carisma. Proprio oggi nell'Ufficio delle Letture l'Apocalisse ce lo ricordava: "Ma l’atrio che è fuori del santuario, lascialo da parte e non lo misurare, perché è stato dato in balìa dei pagani, i quali calpesteranno la città santa per quarantadue mesi. Ma farò in modo che i miei due Testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni ». Questi sono i due olivi e le due lampade che stanno davanti al Signore della terra" (Ap. 11, 1-3). In quell'atrio dei gentili, dati in balia dei nemici di Cristo, calpestato dai pagani e dallo spirito del mondo a sporcare la Chiesa e a spegnerne lo zelo, il Papa, come ciascun Pietro della storia, ha posto ancora una volta i due olivi, le due lampade ad illuminare e a chiamare a conversione. E' l'annuncio della Buona Notizia, innanzi tutto per la Chiesa: "Anche se questo Corpo è ferito dai nostri peccati, il Signore tuttavia ama questa Chiesa, e il suo Vangelo è la vera forza che purifica e guarisce". Guarendo la Chiesa la prepara perchè guarisca il mondo. A Bruxelles vi è un Vescovo, Mons. Leonard, radicato nella Tradizione, fedele al Papa e al Magistero, aperto alla voce dello Spirito dal quale ha accolto e sostenuto i doni dati alla Chiesa per questo tempo. A Bruxelles s'incarna quell' "ermeneutica della continuità" che illumina il governo di Benedetto XVI, che trova sintesi piena nella comunione e nella collaborazione tra la Gerarchia e i carismi. Un Vescovo ed i carismi frutti del Concilio, ed ecco i due Testimoni, vestiti di sacco, inermi come Davide dinnanzi a Golia, per compiere la missione, annunciare ed incarnare la profezia che, unica, può salvare il mondo. A Bruxelles, Belgio, Europa, mondo, atrio d'ogni gentile.
Antonello Iapicca Pbro
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Ma dopo appena quarant’anni dal Concilio Vaticano II – l’immane vaso di Pandora da cui sono preterintenzionalmente sortiti i demòni che stanno rodendo e distruggendo la Chiesa - il Belgio non ha quasi più nulla di cattolico. E questo in particolare perché quel paese è stato la sede di alcuni dei protagonisti più influenti dell'epoca postconciliare: il card. Suenens prima, esponente di punta dell’ala progressista del Concilio, poi il suo successore card. Danneels, del quale si diceva al tempo dell'ultimo conclave ch'egli era il capofila, assieme al card. Martini, della coterie progressista in senso al Sacro Collegio.
Quel che avviene in Belgio, poi, influenza ed è influenzato dalla vicina chiesa olandese che, non dimentichiamolo, è anch’essa una delle più disastrate dalla sbornia postconciliare: è ancora viva l'infausta eredità dell'eterodosso Catechismo olandese, che l'episcopato di quel paese difese al punto da rifiutare le correzioni volute dalla commissione teologica nominata da Paolo VI; e ancora due anni fa i domenicani olandesi (o almeno, quel poco che ne resta) pubblicarono un allucinante pamphlet in cui spronavano la comunità ecclesiale a scegliere "dal basso" chi presieda l'eucarestia (e “non fa differenza che sia uomo o donna, omo o eterosessuale, sposato o celibe"), e tutta la comunità deve poter pronunziare le parole, espresse in forma libera, di consacrazione ("Il pronunciare queste parole non è ritenuto una prerogativa esclusiva dei preti; se fosse così, come sarebbe possibile evitare una forma di potere e di diritto quasi magico?").
Nel maggio 1996, nella rivista ufficiale Pastoralia dell'arcidiocesi di Malines-Bruxelles, Padre Cosijns (Vice del vescovo ausiliare per Bruxelles mons De Kesel), ha dichiarato: "Anche nelle relazioni omosessuali le persone possono trovare la strada di Dio ".
- Nel settembre 1999, apertura presso l'Università Cattolica di Lovanio (di lingua francese) di un punto informativo "Accoglienza Omosessualità", con collegamenti al Circolo Gay di Louvain-la-Neuve e siti gay, lesbiche e bisessuali, informazioni sul Gay Pride e sulle riunioni di sacerdoti gay, con foto, sulle comunità, gli appuntamenti, le adozioni.
- Il 5 Aprile 2000, sul settimanale Tertio, P. Roger Burggraeve, professore di teologia morale alla Katholieke Universiteit Leuven, prendeva posizione a favore dell'adozione da parte di coppie omosessuali.
- Il 15 dicembre 2001, "Le Soir" ha pubblicato un articolo firmato da professori, di cui due presso l'Università Cattolica di Lovanio, che difendevano il principio del diritto al matrimonio tra gay. Anche se nel 2001, in “Dialogo con gli adolescenti sulla vita e sulla fede” (edizioni Fidelité), il Cardinale Danneels aveva detto: "Un matrimonio eterosessuale è più ricco, se non altro perché offre la possibilità di avere figli propri".
- Il 26 giugno 2002, è stata firmata la "Dichiarazione comune sulla parità di trattamento tra etero-sessuali, gay, lesbiche e bisessuali in didattica e nell’insegnamento” tra il Ministero dell’Educazione e le Istituzioni educative tra cui il Segretariato fiammingo per l'Educazione Cattolica: "Ognuno, con propri mezzi adeguati, tenderà verso un comune clima di apprendimento, di vita e di lavoro, aperto a gay, lesbiche e bisessuali" (con video, e istituzione di una “Settimana della Diversità").
- Nel 2002, pubblicazione a cura dello stesso Segretariato per l'Educazione Cattolica di un libro con video: “Far l’amore con simpatia” Vriendelijk Vrij: Istruzioni per un atteggiamento amichevole e responsabile nei confronti del sesso, con la collaborazione dei delegati delle diocesi di Hasselt, Anversa, Bruges, Malines-Bruxelles, Gand, "L'omosessualità ed eterosessualità non possono essere trattate l’una separata dall’altra”.
- Il 3 maggio 2005, Cathobel (emittente ufficiale della Chiesa belga) ha annunciato che alcune parrocchie di Bruxelles sarebbero state impegnate e coinvolte nell’eucaristia, che precede il Gay Pride, con la Messa a Notre Dame du Bon Secours (organizzata dalle associazioni cristiane omosessuali, tra cui la Comunità di Cristo liberatore). L'anno seguente, l'altare è stato coperto con una bandiera gay. Mons. De Kesel, pupillo del Cardinal Danneels ha detto che "dobbiamo sostenere di tutto cuore questa iniziativa". (Il 1° dicembre 2008, Mons. Jousten, vescovo di Liegi, ha partecipato ad una serata ecumenica per la lotta contro l'AIDS organizzata congiuntamente alla Comunità di Cristo liberatore).
- Vero è però che il 31 maggio 2005, una dichiarazione dei vescovi circa l'adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, diceva: "L’aver permesso di chiamare "matrimonio" l'unione di due uomini o di due le donne è già un uso improprio del significato delle parole e soprattutto della realtà fondamentale che le parole designerebbero. Inoltre legalizzare l'adozione in questo contesto crea un ulteriore aumento della confusione".
- L’ 11 marzo 2006 poi al “Interdiocesaan Pastoraal Beraad” padre Eric de Beukelaer, portavoce dei vescovi del Belgio e rettore di Louvain-la-Neuve, ha dichiarato: "Secondo me qualsiasi forma di celebrazione in chiesa di una relazione omosessuale (con benedizione, ecc.) deve essere evitata perché crea confusione ... Cosa possibile è invece che il ministro di liturgia possa andare a pregare con queste persone ed i loro parenti (presso di loro, in casa, in una cappella).
- Fortunatamente, il 4 Aprile 2007, Mons. Leonard, vescovo di Namur, in un'intervista a Télémoustique, ha definito "anormale" l'omosessualità. Atto "anormale" quasi un peccato ... e questa dichiarazione ha scatenato la tempesta in tutto il Regno e il linciaggio mediatico che possiamo immaginare, con conseguenti spiegazioni imbarazzate del vescovo Leonard. Un solo vescovo!
Un'analisi del 2006 pubblicata lo scorso anno dal Centro di Scienze Politiche della KU Leuven (Università Cattolica di Lovanio, sezione fiamminga), condotta su richiesta della Conferenza Episcopale, ha constatato il crollo della pratica religiosa ad una velocità sorprendente. La pratica domenicale è stimata al 7% della popolazione contro l’ 11% nel 1998. Secondo questa analisi "i 3 principali riti cattolici stanno conoscendo una disaffezione senza precedenti"; il numero dei battesimi di fanciulli è sceso al 57%, quella dei matrimoni religiosi al 25%, e le esequie cristiane non riguardano più che 6 defunti su 10. E la diocesi di Malines-Bruxelles con la regione di Bruxelles, segna il crollo peggiore.
Eppure queste cifre possono sembrare "ottimistiche" rispetto alla Francia (secondo un sondaggio dello scorso agosto, solo il 4,5% dei francesi vanno a messa ogni Domenica, contro il 20% nel 1972). (…) C’è da sapere che prima del Concilio il Belgio era senza dubbio più cattolico della Francia, la zona fiamminga poi era terra di Cristianità come il Quebec, la Slovacchia, Malta, l’Irlanda, la Bretagna, il Vallese. Così come nell’Italia cattolica o nella Bretagna, era forte la presenza di circoli, associazioni cattoliche, scuole, sindacati, giornali, editoria, organizzazioni giovanili, fondi comuni, ospedali, soprattutto nella zona dei Paesi Bassi. Non resta che una specie di abitudine sociologica, come il voto democristiano.
Ma ben più preoccupante rispetto alla Francia è che il criterio decisivo, quello del "tasso di fertilità" delle vocazioni annuncia la fine imminente del cattolicesimo belga: quest'anno un unico e solo sacerdote diocesano olandese verrà ordinato!
I dati che seguono sono per l'anno scolastico 2008-2009:
Anversa (1 518 000 ab.): 5 seminaristi
Bruges (1 127 000 ab.): 12 seminaristi
Gand (1 348 000 ab.): 0
Hasselt (787 000 ab.): 1 seminarista
Liegi (1 014 000 ab.): 9 seminaristi
Malines-Bruxelles (2 471 000 ab.): 6 seminaristi
Namur (683 000 ab): 37 seminaristi
Tournai (1 284 000 ab.): 5 seminaristi
Per un totale di 75 seminaristi (e probabilmente anche meno al rientro). L'unica eccezione è il seminario del vescovo molto "identitario", Mons. Leonard, a Namur, con la metà dei seminaristi belgi (c’è da precisare al riguardo come le fantasie liturgiche del Cammino Neocatecumenale siano praticate impunemente nella diocesi di Namur e come non ci sia nessuno preparato per la liturgia tradizionale, come pure per la messa di Paolo VI nella sua versione “autentica”).
Si ritiene che in Francia, con 740 seminaristi diocesani, per una popolazione di 5,8 volte più grande del Belgio la situazione sia drammatica. Ma con meno di 80 seminaristi, i belgi sono chiaramente in una situazione due volte peggiore. Inoltre, essi non hanno come la Francia una riserva di circa 150 seminaristi di rito tradizionale, tali vocazioni essendo quasi sconosciute in Belgio.
La cosa sorprendente è che le autorità ecclesiastiche non sembrano preoccupate della situazione. La vedono anche con una certa soddisfazione: il Cardinale Godfried Danneels, che in un certo senso ha presieduto al crollo, ritiene che "ciò che la Chiesa ha perso in termini di quantità, lo ha guadagnato in qualità".
La situazione fallimentare della Chiesa belga, che sembra essersi cristallizzata nella scomparsa annunciata del sacerdozio, questa dichiarazione del Cardinal Danneels: "Ciò che la Chiesa ha perso in termini di quantità, lo ha guadagnato in qualità". Egli nel suo modo un po’ naif, ha precisato la sua sorprendente "analisi", rilasciando al giornale "Dimanche" (12/10/ 2006), un settimanale che affronta l’attualità religiosa: "E 'terribile e tragico. Non so cosa abbia causato tutto questo….. In Belgio siamo ai livelli più bassi in Europa. Mi torturo le meningi per capire. E non sono per nulla convinto che si debba cambiare il modello". Concludendo, poveretto, con un: "Non dobbiamo guardare i numeri!"
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Il Papa accetta la rinuncia di un Vescovo colpevole di pederastia Monsignor Vangheluwe si ritira dalla Diocesi belga di Bruges
BRUXELLES, venerdì, 23 aprile 2010 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha accettato questo venerdì la rinuncia al governo pastorale della Diocesi belga di Bruges presentata da monsignor Roger Joseph Vangheluwe, che in passato ha abusato sessualmente di un giovane.
Il Centro interdiocesano di Bruxelles ha accolto questo venerdì mattina una conferenza stampa per spiegare le cause della rinuncia del Vescovo.
Il portavoce della Diocesi di Bruges, Peter Rossel, ha letto un messaggio di scuse del Vescovo Vangheluwe, in cui riconosce che "quando ero ancora un semplice sacerdote e per un certo periodo all'inizio del mio episcopato ho abusato sessualmente di un giovane del mio ambiente".
"Negli ultimi decenni ho riconosciuto in varie occasioni la mia colpa contro di lui, così come contro la sua famiglia, e ho chiesto perdono - ha scritto il presule -, ma questo non lo ha pacificato. E neanche io sono in pace".
"La tempesta mediatica delle ultime settimane ha rafforzato il trauma. Non si può portare avanti questa situazione".
"Lamento profondamente ciò che ho fatto e porgo le mie più sincere scuse alla vittima, alla sua famiglia, a tutta la comunità cattolica e alla società in generale", dichiara il Vescovo nel suo messaggio.
"Ho presentato la mia rinuncia come Vescovo di Bruges a Papa Benedetto XVI ed è stata accettata questo venerdì. Per questo, mi ritiro".
Dimissioni indispensabili
"Affrontiamo una situazione particolarmente grave", ha confessato l'Arcivescovo di Malines-Bruxelles, monsignor André-Mutien Léonard, davanti a un gran numero di giornalisti che assistevano alla conferenza stampa.
"Pensiamo in primo luogo alla vittima e alla sua famiglia, molti membri della quale hanno saputo solo oggi la tremenda notizia - ha dichiarato -. Per la vittima si tratta di un lungo calvario, che senza dubbio non è terminato".
"Quanto al Vescovo Roger Vangheluwe, ha diritto, come persona, alla conversione, confidando nella misericordia di Dio", ha aggiunto.
"Ad ogni modo, per quanto riguarda la sua funzione, è indispensabile che per rispetto della vittima e della sua famiglia e per rispetto della verità si dimetta dal suo incarico".
"E' ciò che ha fatto. Il Papa ha accettato immediatamente la rinuncia del Vescovo di Bruges, che in questo momento diventa pubblica a Roma".
Monsignor Léonard ha sottolineato che "la Chiesa insiste sul fatto che in tali questioni non bisogna tergiversare" e ha aggiunto: "Speriamo di contribuire in questo modo al ristabilimento della vittima".
L'Arcivescovo ha spiegato che la decisione del Vescovo di Bruges e l'organizzazione della conferenza stampa di questo venerdì "corrispondono alla volontà di trasparenza che la Chiesa cattolica in Belgio vuole applicare rigorosamente in questa materia".
In tal modo, ha affermato, la Chiesa vuole agire "voltando completamente pagina rispetto all'epoca, non troppo lontana, in cui nella Chiesa, come in altri luoghi, si preferiva la soluzione del silenzio o dell'occultamento".
Ha anche riconosciuto che "questo fatto provocherà grande dolore in tutta la comunità cattolica del Belgio, soprattutto perché il Vescovo Vangheluwe era considerato una persona generosa e dinamica, molto apprezzata nella sua Diocesi e nella Chiesa del Belgio".
"Siamo consapevoli della crisi di fiducia che questo fatto provocherà in molte persone", ha dichiarato.
"Ad ogni modo, osiamo sperare che prevalga il buonsenso e che i Vescovi e soprattutto i sacerdoti di questo Paese non siano indebitamente screditati nel loro insieme".
"La grande maggioranza di loro vive in modo coerente con la propria vocazione, e con una fedeltà per la quale li ringrazio pubblicamente", ha ricordato.
La situazione non si placava
Alla conferenza stampa è intervenuto anche il Vescovo rappresentante della Commissione per la gestione delle denunce per abusi sessuali in una relazione pastorale, monsignor Guy Harpigny.
Il presule ha spiegato di essersi reso conto della situazione del Vescovo Vangheluwe questo martedì, 20 aprile, "per un messaggio dell'ambiente della vittima rivolto ai Vescovadi".
In quel momento, "nessuno dei membri della Conferenza Episcopale del Belgio era al corrente di questa situazione", ha precisato.
"Ho solo saputo che all'inizio del mese il Cardinal Danneels - già emerito - ha avuto un incontro con la famiglia, su richiesta della famiglia della vittima e alla presenza di monsignor Vangheluwe", ha spiegato.
"Egli ha ascoltato e ha constatato che la situazione non si placava", ha continuato.
La vittima nel frattempo si è messa in contatto con la Commissione rappresentata da monsignor Harpigny.
Antidoto
Anche il presidente di questa Commissione, Peter Adriaenssens, è intervenuto alla conferenza stampa, cercando di rispondere alla domanda: "Come riparare a un passato che era diventato troppo pesante?".
Per l'esperto, "la storia della vittima di monsignor Vangheluwe è un caso esemplare che dimostra che crescere con un passato troppo pesante può danneggiare in ogni senso del termine".
"L'abuso sessuale è in primo luogo una questione di abuso di potere", ha spiegato, caratterizzato dal "segreto imposto alla vittima e dal piccolo circolo ristretto in cui si sviluppa".
Adriaenssens ha quindi proposto un "antidoto": "di fronte all'abuso di potere, si tratta di ristabilire l'equilibrio delle dignità", "di fronte al peso del segreto c'è il diritto di ritrovare il libero uso della propria parola" e "di fronte a ciò che è arrivato davanti agli occhi c'è la trasparenza di una comunicazione aperta".
A suo avviso, "sono queste le tre vie di cura che possono offrirsi oggi alla vittima e alla sua famiglia".
"Speriamo che le misure chiare che interessano oggi l'autore di questi fatti permettano alla vittima di sentirsi orgogliosa di appartenere alla società".
Dichiarazione dell'Arcivescovo André-Mutien Léonard, de Malines-Bruxelles.
"Ci troviamo di fronte a una situazione particolarmente grave. I nostri pensieri vanno primariamente alla vittima e alla sua famiglia, di cui molti membri apprendono solo oggi la sconvolgente notizia. Per la vittima, si tratta di un lungo calvario, che senza dubbio non è ancora concluso".
"Quanto al vescovo Roger Vangheluwe, egli ha il diritto, in quanto persona, alla conversione, confidando nella misericordia di Dio. Ma sul piano della funzione era indispensabile che per rispetto della vittima e alla sua famiglia e per il rispetto della verità, egli si dimettesse dalla sua carica. Ciò che ha fatto. Il Papa ha immediatamente accettato le dimissioni del vescovo di Bruges, le quali in questo stesso momento vengono rese pubbliche a Roma".
"La Chiesa sottolinea anche in in queste materie, non si deve tergiversare. Speriamo di contribuire in tal modo al ristabilimento della vittima" "La decisione del vescovo di Bruges come pure l'organizzazione di questa conferenza stampa corrispondono alla volontà di trasparenza che la Chiesa cattolica del Belgio vuole applicare rigorosamente in questa mateira, voltando risolutamente pagina rispetto a quando, in tempi non lontani, la Chiesa e altri luoghi, preferiva la soluzione del silenzio e dell'occultamento ".
"È evidente che questo avvenimento causerà molto dolore alla comunità cattolica belga, sopratttuto perché il vescovo Vangheluwe era considerato un vescovo generoso e dinamico, largamente apprezzato nella sua Diocesi e nella Chiesa Belga.
E noi, suoi confratelli, siamo consapevoli della crisi di fiducia che tutto ciò causerà in numerose persone. Osiamo tuttavia sperare che la saggezza prevarrà e che i Vescovi e soprattutto i sacerdoti di questo paese non saranno abusivamente discrediati nel loro complesso, giacché la maggioranza di essi conduce una vita conforme alla propria vocazione, nella fedeltà della quale tengo a ringraziarli pubblicamente ".
OP/VIS 20100423
Il Bronx d'Europa. Romanzo criminale di Bruxelles, la supercapitale trasformata in un’enorme banlieue
Il “lunedì nero” per la capitale dell’Unione
europea è caduto il 12
aprile. Le ceneri vulcaniche non avevano
ancora bloccato i cieli d’Europa.
La Grecia non aveva ancora attivato il
piano di salvataggio adottato dalla zona
euro. E non era ancora caduto il
governo belga per le solite divisioni
comunitarie che hanno costretto il
premier, Yves Leterme, a dimettersi
cinque volte in tre anni. Ma il 12 aprile
è stato comunque un “lunedì nero”,
come hanno titolato i principali giornali
belgi. Una giornata “particolarmente
violenta”, iniziata con una rapina
mortale in una gioielleria, proseguita
con un attacco a un commissariato
di polizia come rappresaglia a
un inseguimento in autostrada, inframmezzata
da un altro attacco sanguinario
a una gioielleria, e conclusa
con auto in fiamme e molotov lanciate
contro le forze dell’ordine. “Bisogna
aver paura di vivere a Bruxelles?”,
era l’interrogativo in apertura
sulla Libre Belgique il 14 aprile.
“Non più oggi di ieri”, rispondono le
statistiche. Bruxelles “non è diversa”
dalle altre grandi città in materia di
criminalità, spiega il capo della polizia
federale, Fernand Koekelberg.
Eppure, secondo un reportage di marzo
della televisione francese France
2, Bruxelles è diventata “il Bronx
d’Europa”. O, come ha scritto nell’ottobre
del 2009 Die Welt, un “Eldorado
per criminali”.
Città di poco più di un milione di
abitanti, divisa in diciannove comuni,
capitale di due regioni (Bruxelles e le
Fiandre), capitale di un paese (il Belgio),
capitale di un continente (l’Europa),
Bruxelles non è un “melting
pot” di culture e religioni come Londra,
o una cipolla che stratifica le
classi sociali sulla base degli arrondissement
come Parigi. Bruxelles è
più piccola, un grande villaggio dove
il cambiamento climatico ha persino
portato il sole e un po’ di gioia di vivere.
E come in un villaggio, quando
ci scappa il morto o si incendia un
cassonetto, tutti ne parlano. Soprattutto
se all’interno si concentrano sul
suo territorio tre grandi fasce di popolazione,
diverse per ricchezza, cultura,
religione e stili di vita.
Duecentomila tra funzionari internazionali,
lobbisti e affaristi (più familiari)
dai redditi stratosferici, arrivano,
consumano e ripartono in pochi
giorni, mesi o anni, oppure ci restano
perché – dicono – Bruxelles è “una
città a misura d’uomo”. Duecentomila
alloctoni e immigrati di origine maghrebina,
africana, turca e armena,
arrivati dagli anni Sessanta in poi,
hanno occupato interi quartieri nel
centro della città e, in parte, vivono
alle spalle del generoso stato sociale.
In mezzo, ci sono i belgi rimasti, quelli
che non hanno le risorse per trasferirsi
nella verdeggiante campagna immediatamente
a ridosso della capitale
e rimpiangono i bei tempi in cui
Jacques Brel cantava di Madeleine e
del Tram 33.
L’assedio del crimine a Bruxelles
non è nuovo. Complici frontiere molto
aperte e una debole centralizzazione
dello stato, dagli anni Settanta la
capitale belga è diventata la piattaforma
attorno a cui circolano varie
forme di criminalità e traffici. Mafia
siciliana, camorra napoletana,
’ndrangheta calabrese vi hanno aperto
pizzerie e cantieri immobiliari. La
mafia albanese e dell’est europeo fanno
transitare decine di migliaia di auto
rubate. Dall’Olanda passano ogni
anno tonnellate di hashish in direzione
della Francia e della Germania.
Lo scandalo pedofilia degli anni Novanta
– il “caso Marc Dutroux” – ha
scoperchiato una parte della tratta di
bambini e prostitute. A Bruxelles si è
sperimentato il car-jacking, poi esportato
in altri paesi: i proprietari di
grosse cilindrate bloccati ai semafori,
vengono costretti a “cedere” la propria
auto sotto la minaccia di una pistola.
Poi è arrivato l’home-jacking: i
ladri aspettano fuori dal garage e, oltre
alle auto di grossa cilindrata, si
portavano via mezza casa. Ora che i
controlli alle frontiere sono stati aboliti
del tutto, la nuova moda è la rapina
“hit and run”: nuove mafie dell’est
si sono specializzate in rapine arriva
a Bruxelles “prendi i soldi e scappa”
il più presto possibile in patria. Quasi
impossibile fermare questo nuovo
“turismo del crimine”, spiegano le autorità.
La criminalità a Bruxelles è diventata
una questione internazionale da
quando è stato preso di mira il quartiere
che ospita le istituzioni comunitarie.
Considerate ultrasicure, assiduamente
pattugliate dalla polizia, le
vie che si diramano da Rond-Point
Schuman oggi sono sempre più pericolose.
La lista degli attacchi, degli
scippi e delle aggressioni a funzionari
comunitari si allunga ogni mese
che passa. Il 18 settembre 2009, l’eurodeputata
tedesca Angelika Niebler
è stata malmenata a pochi passi dalla
Commissione europea da un gruppo
che le ha rubato la borsetta. L’anno
scorso, altri due parlamentari sono
stati scippati nel Parc Leopold, che
costeggia la sede dell’Europarlamento.
Il 1°gennaio, uno stagista bulgaro
di 22 anni è stato aggredito e gettato
sui binari della stazione della metro
di Porte de Namur da un gruppo di
giovani africani. “Sono molto preoccupata,
e non da ieri – spiega la lussemburghese
Astrid Lulling, all’Europarlamento
dal 1979 – Una delle mie
colleghe è stata aggredita davanti alla
mia porta. Non oso più uscire senza
auto la sera, né fare un passo senza
essere accompagnata. E’ terribile”.
Passeggiando nel quartiere europeo,
dove quotidianamente transitano 40
mila funzionari internazionali, quotidianamente
si vedono automobili con
i vetri infranti. “Ho l’impressione che
il passatempo nazionale sia rompere
i vetri”, spiega Martin, funzionario alla
Commissione.
L’Europarlamento è una vittima eccellente
della criminalità. La sua fortezza
teoricamente inespugnabile –
decine di agenti di sicurezza vigilano
agli ingressi, dove chiunque entri è
costretto a controlli aeroportuali – è
stata violata nel febbraio del 2009,
quando un uomo con il volto coperto
ha svaligiato la succursale interna
della banca Ing, mentre tre piani sopra
Mikhail Gorbaciov e il Principe
Alberto di Monaco partecipavano a
una conferenza su “Acqua e pace nel
mondo”. Per il presidente del Partito
popolare europeo, Joseph Daul, “la
sicurezza non è assicurata in questa
città, né ci sono risposte da parte delle
autorità”. Ma le autorità – federali,
regionali o comunali – rispondono tutte
e sempre allo stesso modo: Bruxelles
“non è diversa da altre capitali”.
Anzi, il quartiere europeo è il più sicuro.
Nel 2009 ci sono state 15 aggressioni
violente, contro più di 300 nel
centro di Bruxelles. In realtà, il problema
vero sta altrove.
La prima rapina di lunedì 12 aprile
è avvenuta in una gioielleria a meno
di un chilometro dalla sede dell’Europarlamento.
Chaussé de Wavre è una
via nel cuore di Ixelles, un comunequartiere
alla moda dove migliaia di
giovani funzionari europei convivono
affianco a una consistente comunità
africana, concentrata nell’enclave di
Matongé. All’ora di pranzo, un gioielliere
di 61 anni molto conosciuto nella
zona – “lo salutavo tutte le mattine”,
dice al Foglio una giornalista italiana
che abita nella via affianco – viene abbattuto
nel suo negozio da tre rapinatori
estoni. Nessuno reagisce, tranne
Narcisse, ex membro delle forze speciali
del dittatore congolese Mobutu,
che si lancia all’inseguimento e riesce
a fermare uno dei membri della banda
degli estoni. Un secondo rapinatore
è stato arrestato dalla polizia, mentre
il terzo è riuscito a fuggire. Ma la
valigetta con dentro la refurtiva è stata
ritrovata vuota: probabilmente
qualche passante si è “intascato” il
bottino, spiegano fonti della polizia.
Al di là delle rapine, delle aggressioni
e dei vetri rotti, a Ixelles la percezione
di insicurezza è alimentata da
una forte presenza di giovani musulmani,
spesso aggressivi. “La sera non
posso attraversare alcune vie – racconta
al Foglio una giovane funzionaria
che lavora alla Commissione – Una
volta, un ragazzo marocchino ha messo
un piede nella porta di ingresso,
mentre entravo nel palazzo dove abito,
invitandosi a salire con aria minacciosa.
Me la sono cavata, ma la
peggiore sensazione è l’impotenza”.
Di fianco ai grattacieli di vetro delle
istituzioni comunitarie, c’è un altro
quartiere-comune, Saint-Josse, abitato
al 70 per cento da alloctoni di origine
musulmana. Nel corso degli anni,
turchi e marocchini hanno acquisito
la nazionalità belga: “Soltanto il 20
per cento della popolazione aveva un
nonno belga”, spiegava il sindaco
Jean Demannez nel 2003. Saint-Josse
è anche il comune più povero del Belgio.
Ma il sito internet ufficiale di
Bruxelles vanta il suo multiculturalismo:
“Affianco agli hotel internazionali
di place Rogier, ai grattacieli di
place Madou e alla piccola Manhattan
del Nuovo quartiere nord, si estendono
quartieri in cui la popolazione, a
forte maggioranza turca, ha ricreato
l’atmosfera conviviale e animata delle
città orientali”. Il tutto in appena 1,1
chilometri quadrati. “Con la diversità
delle culture presenti nella sua popolazione,
Saint-Josse offre una perfetta
immagine di multifunzionalità urbana,
che allea habitat, uffici, cultura e
distensione”. L’altra gioielleria presa
d’assalto nella sera del “lunedì nero”
era al confine tra Saint-Josse e
Schaerbeek, altro comune a forte concentrazione
di immigrati e nuovi belgi
di origine maghrebina e turca. Il
proprietario ha sparato, mentre i due
rapinatori fuggivano. Uno è morto,
l’altro è rimasto gravemente ferito.
L’indomani la polizia ha arrestato il
gioielliere: non era legittima difesa la
sua. Ha sparato alle spalle. L’accusa è
di omicidio e tentato omicidio.
Il “lunedì nero” è cominciato e finito
nel quartiere-comune di Saint-Gilles,
confinante con la via dei negozi di
lusso dell’Avenue Louise, dove si trasferiscono
sempre più giovani funzionari
europei attratti dal suo coté
bohémien, che comprende la presenza
storica di diverse comunità di immigrati.
Tutto ha avuto inizio con un
inseguimento nella circonvallazione
esterna di Bruxelles: la polizia, dopo
aver intercettato due ricercati per
grande banditismo, ha sparato, uccidendo
il capo di una banda di Saint-
Gilles. In rappresaglia, intorno all’una,
alcuni giovani di origine maghrebina
hanno attaccato un’automobile
della polizia e il commissariato di
quartiere. La rivolta è ripresa a tarda
sera e fino alle due del mattino: scontri
con la polizia, automobili bruciate,
molotov contro le forze dell’ordine. Il
bilancio è di cinque poliziotti feriti e
trenta persone fermate, tutte rilasciate
tranne una. L’indomani, la stampa
locale ha registrato altri “incidenti
minori”: una molotov contro un’auto
della polizia di Saint-Gilles, la porta
di una sinagoga data alle fiamme e
una macchina bruciata nei quartieri
di Anderlecht e Molenbeek-Saint-
Jean, altri due comuni a forte concentrazione
di immigrazione, dove abitualmente
scoppiano rivolte stile banlieue
di Parigi. Il mercoledì a Saint-
Gilles, uno spazzino ha trovato una
ventina di bottiglie molotov pronte
per l’uso.
Ciò che stupisce leggendo i giornali
belgi è l’assenza dei nomi di responsabili,
in particolare quando si
tratta di musulmani. Se i rapinatori di
Ixelles e Schaerbeek sono stati identificati
come estoni, né i nomi né l’origine
dei due fuggitivi intercettati lunedì
mattina dalla polizia sono stati
diffusi. Silenzio anche sui trenta fermati
per la rivolta di Saint-Gilles. Così
come non sono stati diffusi i nomi
delle rivolte scoppiate nel settembre
2009 a Molenbeek-Saint-Jean, dopo
che la polizia aveva fermato un giovane
di origine marocchina. Ma basta
parlare con un giornalaio di quartiere
per scoprire che la “racaille” di
Bruxelles non è diversa da quella di
Parigi. Una piccola minoranza di giovani
di origine arabo-musulmana,
spesso indottrinata da gruppi islamisti,
ha preso in ostaggio alcune zone
della città, dove le forze dell’ordine
non osano più avventurarsi. Diventati
padroni di quartieri di “non diritto”,
attaccano quelli che chiamano i
“visi pallidi”, ma anche le ragazzine
della loro stessa comunità che non vogliono
indossare il velo. I politici locali,
che hanno nelle comunità alloctone
importanti bacini di voti, fingono
di non vedere. L’establishment politico-
mediatico nazionale non osa rompere
i tabù del politicamente corretto.
E così, a Bruxelles le molotov contro
la polizia o la porta di una sinagoga
data alle fiamme diventano “incidenti
minori”. “Cos’è un incidente
maggiore?”, è stato il commento di un
utente del forum della Libre Belgique:
“Trenta morti?”.
La classe dirigente ha una responsabilità
maggiore in una situazione
potenzialmente esplosiva. I politici
nazionali non osano rimettere in discussione
un sistema sociale che incentiva
la marginalità e la disoccupazione,
attraverso sussidi e allocazioni
varie. I quartieri di Bruxelles a forte
presenza musulmana hanno il 40 per
cento di disoccupazione. Un senza lavoro
riceve tra gli 800 e i 1.300 euro di
sussidio di disoccupazione. Al primo
figlio, lo stato garantisce tra gli 83 e i
174 euro al mese. Al secondo se ne aggiungono
180, dal terzo in poi altri 235.
Un capofamiglia disoccupato, con moglie
e cinque figli a carico, a Saint-Gilles,
Anderlecht e Molenbeek-Saint-
Jean, può ricevere dallo stato belga
più di 2.300 euro. Un lavoro regolare
è meno redditizio. Poco importa se i
figli degli immigrati o degli alloctoni
disoccupati diventeranno degli emarginati,
che domani potrebbero mettere
a fuoco i loro quartieri. Vista la facilità
di ottenere la nazionalità, per i
politici belgi, i disoccupati e i loro figli
emarginati sono tutti potenziali
elettori, da non disturbare. L’integrazione
è evocata come necessità fondamentale,
ma alla fine prevalgono il
comunitarismo e la ghettizzazione.
La soluzione all’insicurezza? Secondo
Carlo Luyckx del Brussels-Europe
Liaison Office, la struttura pubblica
di Bruxelles che accoglie i funzionari
comunitari, “il più importante
è che gli europei partecipino veramente
alla vita culturale, sociale, anche
politica bruxellese. Si sentiranno
a casa loro. E il sentimento di insicurezza
scomparirà”. E’ vero: Bruxelles
non è una città più insicura delle altre
capitali. Anzi, nonostante la presenza
di minoranze islamizzate, l’integrazione
funziona meglio che altrove.
Ora che il sole splende più spesso,
Bruxelles è sempre più vivibile. Ma
lasciata nelle mani della classe dirigente
belga rischia il collasso. Non
per le solite divisioni comunitarie tra
valloni e fiamminghi che, prima o poi
faranno esplodere il Belgio. Ma perché
politici valloni e fiamminghi, a
forza di politicamente corretto, la
stanno trasformando in una grande
banlieue di Parig
© Copyright Il Foglio 23 aprile 2010
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Liturgia, azione sociale, vocazioni: priorità del nuovo primate del Belgio. Prima conferenza stampa di monsignor André “Joseph” Léonard
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 21 gennaio 2010
Bruxelles - Una liturgia profonda, un'autentica preoccupazione sociale e la promozione delle vocazioni sono tre delle priorità annunciate dal nuovo Arcivescovo di Malines-Bruxelles, monsignor André "Joseph" Léonard.
Il giorno in cui è stata resa nota la sua nomina, il 17 gennaio, il primate del Belgio - accompagnato dal suo predecessore, il Cardinale Godfried Danneels - ha concesso una conferenza stampa nella quale ha ricordato che presto compirà 70 anni.
“Ciò significa che, se conserverò la buona salute che ho oggi, non avrò che cinque anni per servire questa diocesi di Malines-Bruxelles”, ha affermato nel suo incontro con la stampa questo filosofo e teologo, che è stato Vescovo di Namur per quasi 20 anni.
“Potrete quindi capire che devo stabilire delle priorità per utilizzare nel modo più efficace possibile gli anni che in teoria ho davanti a me”, ha aggiunto il presule, che in virtù del suo nuovo incarico, secondo un costume proprio del Belgio, diventa anche presidente della Conferenza Episcopale e Vescovo della Diocesi delle Forze Armate.
L'Arcivescovo ha annunciato, innanzitutto, che in questi anni desidera compiere una visita sistematica alla diocesi per conoscere la realtà sul campo.
Tre priorità
Parlando delle basi del suo futuro ministero arcivescovile, il primate ha affermato di voler promuovere una delle idee centrali proposte dal Cardinale Danneels nelle sue omelie delle ultime settimane: “l'importanza di una liturgia accurata, fedele alla grande tradizione della Chiesa, degna di Dio e degna degli uomini e delle donne che vi partecipano”.
Nel suo congedo, ha ricordato l'Arcivescovo Léonard, il suo predecessore ha auspicato “che la nostra Chiesa sia sempre più una Chiesa 'orante' e 'adorante', invitando anche in modo esplicito a sviluppare la pratica dell'adorazione eucaristica”.
“Vorrei impegnarmi con decisione in questa direzione”, ha aggiunto.
L'altra priorità pastorale che monsignor Léonard promuoverà, seguendo la via tracciata dal Cardinal Danneels, che lo ha consacrato Vescovo nel 1991, è la “preoccupazione sociale, soprattutto in materia di alloggi. Vorrei, nel modo migliore possibile, seguire i suoi passi, in questo campo come in molti altri”.
Monsignor Leónard ha poi indicato come priorità “la preoccupazione per le vocazioni, per tutte le vocazioni”.
“L'impegno di tanti cristiani – ha sottolineato l'Arcivescovo, che parla sette lingue –, uomini e donne, nella società e nelle nostre parrocchie e movimenti, è una benedizione”.
“Ad ogni modo, abbiamo anche bisogno di uomini e donne consacrati, così come di sacerdoti e diaconi”, ha affermato monsignor Léonard, che come Vescovo di Namur è noto per la crescita del suo seminario (nel quale studiano 35 dei 71 seminaristi del Belgio).
“Chiaramente non ho ricette per suscitare o attirare vocazioni alla vita consacrata o al sacerdozio, ma so che il Signore vuole donarcele e prometto di fare tutto ciò che è nelle mie possibilità per rispondere alla sua volontà”.
L'Arcivescovo ha annunciato sulla sua pagina web che, in occasione della sua nomina, ha modificato il suo secondo nome, Mutien (che aveva adottato quando era stato nominato Vescovo di Namur), in Joseph, santo patrono del Belgio. Monsignor André Mutien Léonard si chiamerà ora André Joseph Léonard. Prenderà possesso della sua sede il 28 febbraio.
[Con informazioni di Anita S. Bourdin]
Bruxelles: Leonard dopo Danneels. Le reazioni che disegnano la geografia reale delle posizioni nella Chiesa. Ed il crinale è l'evangelizzazione
C ambia la guida dell’unica arcidiocesi metropolita del Belgio, quella di Malines-Bruxelles. Ieri Benedetto XVI ha accettato le dimissioni del cardinale Godfried Danneels, che compirà 77 anni a giugno, e al suo posto ha nominato André-Mutien Leonard, 70 anni a maggio, che dal 1991 guidava la diocesi di Namur. La notizia è degna di nota per più motivi. Intanto quella di Mechelen (Malines in francese) è una sede storicamente di rilievo nel panorama ecclesiastico europeo, tanto che dal 1838 il titolare è stato sempre creato cardinale. E si è trattato, solitamente, di porporati di peso: basti ricordare le figure di Desiré Joseph Mercier, di Leo Suenens e dello stesso Danneels, il quale – ad esempio–-è tuttora membro di ben quattro Congregazioni romane. Ma l’elemento che ha destato la curiosità anche dei mass media è quello degli elementi di discontinuità che caratterizzerebbero questa successione. Danneels, infatti, ha guidato l’arcidiocesi dal 1979, per un trentennio quindi, in cui ha assistito ad un processo di secolarizzazione che è stato più veloce e profondo rispetto ad altre regioni a tradizione cattolica del Vecchio Continente. Nell’ultimo decennio, ad esempio, in Belgio sono state approvate leggi sull’eutanasia e sui matrimoni tra persone dello stesso sesso. E il Belgio è stato in pratica l’unico Paese a protestare formalmente – con tanto di voto parlamentare – per quanto il papa aveva detto riguardo all’Aids durante il viaggio in Africa della primavera 2009. Orbene, su tutte queste tematiche Leonard si è contraddistinto sempre per un atteggiamento più 'dialettico', e quindi giudicato più 'conservatore', rispetto al suo predecessore. Lo ha ammesso in qualche modo lo stesso Danneels che ieri ha dichiarato: «Abbiamo lo stesso amore per la Chiesa, ma i nostri Dna sono differenti». «Non è perché – ha aggiunto – è servito da un altro che il menù è cambiato ». Non la pensa così il quotidiano francofono Le Soir , che in un editoriale apparso sabato – quando si era già diffusa la notizia – ha addirittura definito «stupefacente» la nomina. Il giornale insiste con accenti forti sulle «posizioni vaticane», sostenute «senza complessi» da monsignor Leonard, su eutanasia, divorzio, bioetica e matrimoni e adozioni gay e sottolinea le «evoluzioni recenti della società belga», che è divenuta la «più progressista d’Europa ». Leonard è l’ultimo di una famiglia con quattro figli, tutti sacerdoti. Ordinato nel 1964 per la diocesi di Namur, studia a Lovanio e alla Gregoriana, con tesi su Hegel. Professore di filosofia sempre a Lovanio, nel 1987 è diventato membro della Commissione teologica internazionale, organo consultivo dell’ex sant’Uffizio allora guidato dal cardinale Joseph Ratzinger. Nel 1999 Giovanni Paolo II lo chiamò a guidare gli esercizi spirituali di Quaresima alla Curia romana. Aperto ai movimenti ecclesiali (in diocesi ha aperto anche un seminario dei neocatecumenali) ha da subito espresso la sua adesione al motu proprio con cui Benedetto XVI a liberalizzato l’uso del messale preconciliare.
Avvenire 18 gnnaio 2010
Un nuovo primate per il Belgio, il vescovo Léonard di Namur, dove ha aperto con entusiasmo il Redemptoris Mater. Presto la nomina a Malines-Bruxelles
A giorni ormai dovrebbe essere pubblicata l’importante nomina del nuovo arcivescovo di Malines-Bruxelles e primate del Belgio, successore del cardinale Godfried Danneels. La scelta del Papa sarebbe caduta sull’attuale vescovo di Namur, André Mutien Léonard, che guida quella diocesi da 1991. E’ considerato il vescovo più tradizionale della Chiesa del Belgio. La rivista progressista francese “Golias”, nel luglio 2007, ne faceva un ritratto dicendosi già allora preoccupata che potesse essere lui il successore di Danneels e ricordando come egli abbia accolto con entusiasmo il motu proprio di Benedetto XVI che liberalizzava l’antico messale, abbia difeso pubblicamente Pio XII dalle accuse di essere stato insensibile al dramma degli ebrei, sia intervenuto più volte sui valori “non negoziabili” difendendo la morale naturale. Léonard ha 69 anni.
http://blog.ilgiornale.it/tornielli/2
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attesa del nome del successore del cardinale
Godfried Danneels (76 anni), arcivescovo
di Malines-Bruxelles, primate e presidente
della conferenza episcopale del
paese. Il Papa deciderà entro Natale. La
chiesa è divisa al suo interno: da una parte
chi vuole continuità con la conduzione
degli ultimi anni, dall’altra chi si augura
un cambio di rotta deciso. Chi appoggia la
continuità spinge per la nomina di monsignor
Jozef De Kesel, ausiliare dello stesso
Danneels. Chi sostiene la linea della discontinuità
ha in mente il nome dell’arcivescovo
di Namur, André-Mutien Léonard.
La chiesa cattolica belga sta attraversando
una crisi profonda: i seminari sono
vuoti, i fedeli praticanti ridotti all’osso, i
vescovi non godono più del prestigio e della
presa sulla vita pubblica del paese che
avevano un tempo. Soltanto pochi mesi fa
il cattolico Re Alberto II ha promulgato,
senza dare peso alle critiche dei vescovi,
una legge che definisce embrioni e feti
“materiale corporeo umano” disponibile
per le applicazioni mediche. In sostanza, è
una débâcle. Una sconfitta che faceva già
dire a Giovanni Paolo II: “La speranza della
chiesa non è in Europa, è altrove”. E ancora,
ad alcuni porporati di curia: “La
chiesa belga è come un cimitero”.
I dati dicono che le diocesi belghe raccolgono
soltanto 71 seminaristi. Ma 35 di
questi sono della diocesi di Namur (Dove vi è il Seminario Redemptoris Mater, nota mia), quella
governata da Léonard. A Danneels parte
della chiesa locale imputa di non aver fatto
altro che portare avanti la linea progressista
del suo predecessore, il cardinale
Léon-Joseph Suenens: battagliò in aperto
contrasto con l’Humanae Vitae di Paolo
VI a favore del controllo delle nascite.
Danneels è anche accusato di non aver
fermato la deriva dottrinale presa dalla
prestigiosa (e cattolica) Università di Lovanio:
qui si è sostenuta la legittimità delle
unioni omosessuali.
Il Foglio 5 dec. 2009
Seminario Diocesano Missionario Internazionale
Restano comunque evidenti difficoltà nel far accettare principi etici, soprattutto in tema di aborto, eutanasia e più in generale su questioni bioetiche.