DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

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Leggende nere e altri luoghi comuni sul cristianesimo, come controbattere

Come si sa, un metodo rapido e infallibile
per apparire illuminati progressisti
politicamente molto corretti nonché aperti,
lungimiranti, antidogmatici e amabilmente
tolleranti è quello di sparare sul cristianesimo,
sulla chiesa cattolica e sul Papa.
Il successo è assicurato. In una cultura
come la nostra, nella quale, per dire, se ti
permetti di formulare un giudizio anche
vagamente critico verso l’islam ti ritrovi automaticamente
iscritto nel club dei reietti,
parlar male del cristiano e del cattolico
non solo è possibile, ma vivamente consigliato.
La patente di libero pensatore è garantita.
E poco importa che dal punto di vista
storico ciò che tu dici sia insostenibile,
condito di falsità e leggende. Nella società
dell’immagine non c’è tempo per la storia,
e approfondire è attività considerata poco
compatibile con l’apparire. Ciò che conta è
come tu ti presenti. E se vuoi essere à la page
devi attrezzarti: prova a buttare là una
battuta contro Benedetto XVI, fai un accenno
ai preti che insidiano i bambini, ricorda
che la chiesa è sempre stata un’istituzione
retrograda, innalza un inno alla liberazione
sessuale. Vedrai, non te ne pentirai. Da
quando poi il sistema mondiale della comunicazione
ha deciso di utilizzare i casi
di sacerdoti pedofili per allestire un processo
sommario contro il Papa e la chiesa
(perché di questo in effetti si tratta, anche
se nessuno nega che il reato-peccato c’è, e
anche bello grosso e disgustoso), il procedimento
suddetto ha ricevuto una sorta di
certificazione. Ma il problema è: il cristiano
sa controbattere? Purtroppo quel misto
di ignoranza, mancanza di consapevolezza
e superficialità che caratterizza il panorama
culturale contemporaneo alligna anche
fra i moderni seguaci di Gesù, i quali di
conseguenza, una volta messi sotto attacco,
non riescono a ributtare la palla nell’altra
metà campo e si lasciano intristire senza
una prospettiva.
La vulgata laicista
Bisogna dare il benvenuto quindi a un libro
come “Indagine sul cristianesimo” di
Francesco Agnoli (Piemme, 282 pagine, 17
euro), che dà gli strumenti non solo per rimandare
la palla di là ma per organizzare
un vero e proprio gioco offensivo incentrato
su quello schema antico ma sempre nuovo
che risponde al nome di verità. Un po’
saggio storico, un po’ approfondimento filosofico
e teologico con incursioni nella sociologia
della religione, il libro ha un intento
dichiarato: fare piazza pulita della vulgata
laicista secondo cui la maggior parte delle
calamità e delle sventure abbattutesi
sull’umanità da duemila anni a questa parte
sarebbe made in christianity. Compito
che Agnoli svolge con il giusto piglio polemico,
anche prendendosela con qualche
nostrano maitre à penser che ha fatto dell’anticristianesimo
militante un marchio di
fabbrica e un’ottima risorsa per campare
di rendita sfruttando i più triti luoghi comuni.
Ecco, appunto, i luoghi comuni.
Agnoli ne mette in fila un bel po’. Ma a tutti
aggiunge un salutare punto di domanda,
premessa per distruggerli a colpi di verità
storiche. Quella dell’imperatore Costantino
non fu vera conversione ma solo mossa politica?
Il cristianesimo è contro le donne?
Il cristianesimo, là dove arriva, distrugge le
culture locali? L’Inquisizione è stata solo
una spietata macchina punitiva? La fede
cristiana tiene i credenti in uno stato di
passività? La chiesa quando le fa comodo
usa la forza? Il cristianesimo è nemico della
scienza e dell’istruzione? La rottura dell’unità
fra i cristiani è stata colpa di Roma?
Con l’elenco si potrebbe andare avanti a
lungo. La storia si è incaricata di sgombrare
il campo dalle falsità e Agnoli, puntigliosamente,
corregge, confuta, precisa, contesta,
chiarisce. Un’arringa difensiva appassionata,
che offre gli strumenti per rispondere
ai calunniatori e rimetterli al loro posto.
E che, una confutazione dopo l’altra, dimostra
come i comportamenti che oggi consideriamo
più civili e i sentimenti che giudichiamo
più nobili si siano formati non,
come dicono i falsari della storia, nonostante
il cristianesimo e la chiesa cattolica,
ma precisamente grazie a loro.
Una vicenda poco nota
Una vicenda poco nota è quella che riguarda
il nazista Alfred Rosenberg, autore
di “Der Mythus des 20” (“Il mito del Ventesimo
secolo”), opera seconda solo al “Mein
Kampf” hitleriano come best seller del nazionalsocialismo.
Con lo stesso Hitler e con
Dietrich Eckart (finanziatore, fra l’altro, del
primo quotidiano nazista), Rosenberg si intrattiene
in lunghe discussioni incentrate
sull’influenza nefasta che ebraismo e cristianesimo
avrebbero avuto sull’umanità.
Ai loro occhi, veramente, le due fedi si
confondono, fino a diventare una cosa sola.
Il cattolicesimo sarebbe una perversione
del messaggio di Cristo operata dall’ebreo
Paolo, Cristo sarebbe stato un vincitore e
non uno sconfitto, un ariano e non un ebreo
e, soprattutto, non avrebbe mai sostenuto di
essere Dio. Inoltre il crocifisso, in quanto
simbolo di martirio e di cedimento, andrebbe
sostituito con monumenti ai soldati caduti
per la patria. Rosenberg non perdona
al cristianesimo di aver predicato e praticato
l’universalismo e l’individualismo, nemici
del concetto germanico di razza; difende
le eresie come giuste reazioni alla “ipnosi
romano-mediorientale” e si scaglia contro
la caccia alle streghe condotta, dice, per togliere
di mezzo le ultime tracce di religiosità
pagana germanica. Ma il vero pericolo
insito nel cristianesimo, scrive, è che innalza
gli esseri inferiori. Questo il nazismo non
può proprio accettarlo. La parola amore va
eliminata; un popolo non può permettersi
di cedere alla debolezza e all’umiltà. Le forze
vitali sono ben altre. Sulla scia di Nietzsche,
Rosenberg teorizza la creazione del
superuomo attraverso l’eugenetica e sostiene
che il cristianesimo potrà essere accettato
solo dopo un’opportuna trasformazione:
la chiesa cattolica romana dovrà essere
soppressa, Cristo germanizzato, il Vecchio
testamento eliminato e il Nuovo depurato
eliminando le parti meno funzionali al dominio
germanico. Non c’è da stupirsi che la
chiesa cattolica metta il libro di Rosenberg
all’indice. Ma intanto il volume, nonostante
le sue settecento pagine, ha venduto più di
due milioni di copie ed è stato imposto come
testo obbligatorio nelle scuole di tutta la
Germania. A guerra finita Rosenberg sarà
giustiziato a Norimberga senza aver riveduto
le sue idee e senza ombra di pentimento.
Ma in ciò che sosteneva non avvertite qualcosa
a noi familiare anche oggi?

Aldo Maria Valli

© Copyright Il Foglio 7 maggio 2010

Gli orrori della “cacciata di Cristo” dalla storia

Intervista a Rosa Alberoni, autrice di un libro sull’argomento

ROMA, domenica, 12 marzo 2006 (ZENIT.org).- E’ appena arrivato in libreria il volume scritto da Rosa Alberoni: “La cacciata di Cristo” (Rizzoli, pp. 222, 17 Euro), in cui l’autrice spiega, con estrema chiarezza, gli orrori creati dalle ideologie che hanno voluto respingere Cristo dalla storia.

In particolare la professoressa Alberoni, Docente di Sociologia Generale alla Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, indica nel Giacobinismo, nel Comunismo e nel Nazismo, tre prodotti di questo modo di pensare.

Il volume parte dalla considerazione espressa più volte dai Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, secondo cui “la storia ha ampiamente dimostrato che fare guerra a Dio per estirparlo dal cuore degli uomini porta l’umanità impaurita e impoverita verso scelte che non hanno futuro”.

Secondo Rosa Alberini, queste tre ideologie “hanno cacciato Cristo per poter schiacciare i popoli esattamente seguendo quanto detto da Voltaire che aveva urlato ‘schiacciate l’infame’ cioè Cristo”.

Dopo aver approfondito in forma chiara e scorrevole le idee e le figure di René Descartes (Cartesio), Jean Jacques Rousseau, Jean-Antoine-Nicolas-Caritat, marchese di Condorcet, Gianbattista Vico, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Karl Marx ed Adolf Hitler, la Docente di Sociologia spiega perché Cristo ed il Cristianesimo rappresentano l’unica e grande rivoluzione, quella che dà senso alla vita umana e traccia le strade della civiltà.

La professoressa Rosa Alberoni è anche giornalista e scrittrice. Ha una rubrica sul “magazine del Corriere della Sera” ed ha pubblicato numerosi saggi e romanzi. Di seguito vi proponiamo l’intervista da lei concessa a ZENIT.

Nel suo libro lei sostiene che l'Illuminismo e soprattutto demagoghi come Rousseau eliminano Dio, negano Cristo, legittimano la dittatura, cancellano gli individui e diffondono il paganesimo. Può spiegarci il perché di questo giudizio così drastico?

Rosa Alberoni: Non è un giudizio, è una constatazione incontestabile. E’ storia. E la storia è ostinata perché mostra i fatti: i campi di concentramento, le tombe, l’arroganza dei dittatori come Robespierre Stalin e Hitler che hanno messo in pratica i modelli di società proposti da Rousseau e da Marx. D’altra parte basta leggere quanto Rousseau scrive nelle sue opere politiche “Discorso sull’origine della disuguaglianza” e nel “Contratto Sociale” per verificare la mostruosità del suo pensiero.

Nella storia della cacciata di Cristo dall’Europa il posto più eminente va dato a Rousseau, il capostipite degli Anticristo. Con l’idea del buon selvaggio, il filosofo francese nega la Creazione da parte di Dio e la Redenzione di Cristo dell’uomo, e rifiuta ogni progresso storico perché sarebbe espressione di corruzione e degenerazione. Per Rousseau le cause prime della degenerazione del buon selvaggio sono addirittura l’uso della libertà e la famiglia. Nella sua opera il “Contratto Sociale”, il filosofo francese disegna una società disumana, dove gli uomini “cedono”, “alienano” senza possibilità di ritorno tutta la loro umanità al “Corpo Sovrano” che governa mediante una divinità astratta che è la “Volontà generale”. Così un popolo dovrebbe immolarsi per aver in cambio la schiavitù più feroce. Una forma di schiavitù mai esistita prima nella storia dell’umanità. Neanche Moloch, il dio babilonese dei sacrifici umani aveva chiesto tanto. Oggi sappiamo che il concetto di “Volontà generale” di Rousseau ha dato legittimità al totalitarismo, un modello preso come esempio dalle peggiori dittature del ventesimo secolo: Comunismo e Nazismo.

La Rivoluzione francese non è stata solo una guerra fra aristocrazia e nascente borghesia ma è stata anche una guerra scatenata contro il Cristianesimo. Un guerra per sostenere le diverse divinità e idoli di una nuova religione quella cosiddetta “dei lumi”, sempre con l’intento di cacciare Cristo ed il suo messaggio rivoluzionario e redentore. Rousseau, Condorcet, Robespierre, hanno negato Dio e cacciato Cristo, presentandoci prima un dio dei deisti, indeterminato senza nome, senza una storia sacra, poi ci hanno presentato il dio dei massoni, il Grande Architetto dell’Universo con tante divinità. Il corpo sovrano identificato con “la Repubblica”, la “Volontà generale” di Rousseau e infine la “dea ragione” dei giacobini a cui viene tributato addirittura un culto pubblico. Tutti questi dei hanno un solo avversario: la Chiesa di Cristo.

Vorrei ricordare che il 6 ottobre 1793, la Convenzione francese abolì la datazione cristiana e la sostituì con quella rivoluzionaria. Per i rivoluzionari francesi la storia non inizia con Cristo, ma con la Repubblica francese e la dea ragione. In merito alla storia della scienza, forse oggi si dimentica che la scienza moderna è nata sui principi della civiltà cristiana. E poi Nicola Copernico, Galileo Galilei, Giovanni Keplero, Isaac Newton e Biagio Pascal erano tutti cristiani credenti.

Lei sostiene che Gesù è il più grande rivoluzionario della storia. Perché?

Rosa Alberoni: Perché Gesù proclama che tutti gli uomini sono fratelli e quindi uguali dinanzi al Padre celeste. In questo modo Cristo elimina gli steccati della dignità umana, posti sin dai primordi della storia fra nobili e plebei, fra forti, sani e belli, e malformati ed emarginati. Con la sua rivelazione Gesù dà a ciascuno la certezza che il Padre ama tutti i figli allo stesso modo.

Al Padre non interessano le diversità fisiche, razziali, sociali, culturali dei propri figli, ma solo la purezza del loro cuore, il loro agire sulla terra. Perché il suo è il regno dello Spirito, che è eterno, e non della materia, che è contingente.

Gesù conquista prima il cuore e poi la mente degli uomini, scardina l’antica mentalità pagana, rivoluziona l’essenza dell’essere umano e del Suo essere nel mondo. L’avvento di Cristo illumina il progresso terrestre con la speranza, per i credenti si ha la certezza che veniamo da Dio e a Dio ritorneremo. Il passaggio sulla terra è un pellegrinaggio, una prova per riconquistarsi il Paradiso perduto. Chiunque può redimersi con le proprie azioni e con atti d’amore. Ma anche per chi non crede, il percorso storico è illuminato di senso, perché sa che ciò che compie e produce nel tempo è utile per l’avvenire.

Il Cristianesimo spezza i cicli della mentalità pagana, caccia il fato e con esso l’idea dell’ineluttabilità della distruzione delle civiltà e affida alla responsabilità dell’uomo il proprio avvenire, oltre a rassicurarlo con la presenza costante della provvidenza. Il Cristianesimo dà un senso e una meta alla vita terrena.

Si può davvero cacciare Cristo dalla storia?

Rosa Alberoni: Cristo no, ma i cristiani sì. Abbiamo oggi altre civiltà che vedono le nazioni dove si è insediata da duemila anni la civiltà cristiana, soprattutto l’Europa, come un territorio da conquistare. E’ ora, quindi, che i figli della civiltà cristiana - credenti e non credenti - si sveglino e difendano la propria identità - cioè la propria cultura e la propria tradizione - che è seriamente minacciata. Se cediamo alla tentazione della paura e alla tentazione del relativismo finiremo presto schiavi. E molti saranno martiri come è già avvenuto con il giacobinismo il comunismo e il nazismo.

Come valuta l’Enciclica “Deus caritas est” di Benedetto XVI?

Rosa Alberoni: L’amore è la cosa più grande. Essere innamorati, pensare insieme, costruire la casa e la famiglia, pensare al futuro, tutto questo è stato descritto da mio marito (Francesco Alberoni ndr) come l’amore vero che trasfigura. È naturale che i giovani provino attrazione fra di loro ma bisogna non confondere l’infatuazione con l’amore. Ebbene leggendo Deus caritas est posso dire che non ho mai provato nessun autore che conosca così bene e che abbia descritto così profondamente che cos’è l’amore. Non ho mai trovato un libro così chiaro e vero sull’amore, come l’Enciclica di papa Benedetto XVI. Il Pontefice è veramente un grande scrittore, la limpidezza del suo pensiero è straordinaria.

Martiri in difesa di tutti. Trent’anni fa Oscar Romero, oggi in Pakistan. Il compito dei poteri terreni. Di Giuliano Ferrara

Atrent’anni dall’assassinio dell’arcivescovo
di San Salvador, Oscar
Romero, testimone della possibilità
della carità come alternativa alla violenza
e alla sopraffazione di cacicchi
e rivoluzionari, un altro martire, un lavoratore
pachistano, è morto dopo sofferenze
terribili, arso vivo, soltanto
perché non ha rinunciato alla propria
fede. In tempi lontani e in continenti
diversi, il prelato in vista e il fedele
sconosciuto raccontano la stessa storia,
già scritta nel Vangelo. Vi perseguiteranno
a causa mia, diceva Gesù
ai suoi seguaci. Era la promessa di
una testimonianza ardua, che avrebbe
però cambiato il mondo. Il martirio
dei cristiani, che molti considerano
un fenomeno storicamente collocato
nei secoli antichi, prosegue anche oggi
e anzi si estende, soprattutto in Asia
e Africa islamiche, dopo la lunga fase
delle persecuzioni messe in atto dai
regimi autoritari e comunisti.
La chiesa risponde con la preghiera,
l’imitazione dei santi, la protesta intrisa
di mitezza, a volte la prudenza,
che non devono però essere confuse
con sintomi di cedimento e di debolezza.
Invece i poteri terreni, cui compete
il dovere di garantire i diritti della
persona umana – a cominciare dalla
libertà di pensiero e di religione –
non trovano, e forse non cercano con
sufficiente determinazione, il modo
per fronteggiare questa recrudescenza
di persecuzioni. Il fanatismo islamico
o induista viene tollerato per piccole o
meno piccole convenienze politiche,
così come trent’anni fa molti considerarono
in America latina un “male minore”
le dittature sanguinarie che arrivarono
a far assassinare un vescovo
sull’altare mentre diceva messa. I martiri
sono i miti che, secondo l’annuncio
delle beatitudini, erediteranno la terra.
Hanno già cambiato il mondo innestando
la concezione giudeo-cristiana
dell’intangibilità della persona sul
tronco solido del logos greco-romano.
Oggi indicano a tutti anche l’esigenza
di un altro cambiamento, la fine della
tolleranza per i regimi violenti e gli assassini
fanatici.

© Copyright Il Foglio 25 marzo 2010

Bugie sui preti. Le accuse alla chiesa di questi giorni sono già viste: i casi della Germania nazista e della Cina. Di F. Agnoli

L’attuale dibattito sulla pedofilia nella
chiesa è impostato sulla menzogna
sistematica. Infatti la campagna
mediatica in corso sovradimensiona e
amplifica il fenomeno oltre ogni misura; è
a senso unico, e occulta volutamente il
contesto generale, che vede un aumento
della pedofilia in tutti i settori della
società; dimentica che molti episodi
criminali vanno inseriti in una cultura
del sesso precoce e “libero” che ha
investito tutto l’occidente, a partire dagli
anni in cui il leader sessantottino Daniel
Cohn Bendit vantava di aprire la toppa
dei pantaloni dei suoi piccoli allievi, in
nome della loro libertà sessuale. Sino,
per stare al presente, all’esaltazione dei
rapporti precoci fatta da Aldo Busi, o alla
difesa della pedofilia come gusto
sessuale alternativo, qualora non sfoci in
atti criminosi, dei radicali. A tal riguardo
si può citare una dichiarazione ambigua
ed emblematica di Nichi Vendola: “Non è
facile affrontare un tema come quello
della pedofilia, cioè del diritto dei
bambini ad avere rapporti tra loro o con
gli adulti, tema ancora più scabroso, e
trattarne con chi la sessualità l’ha vista
sempre in funzione della famiglia e della
procreazione” (Il Giornale, 10/6/2000).
Altri depistaggi: l’ex presidente
dell’Arcigay, Franco Grillini,
analogamente a quanto fanno i Radicali,
da anni va ripetendo da un lato che la
gran parte dei casi di pedofilia avviene
nella “famiglia tradizionale”, e che
esisterebbe un nesso inestricabile tra di
essi e la perversa “ideologia romano
cattolica” della famiglia; dall’altro lato
sostiene l’esistenza di una connessione
tra pedofilia e sacerdozio cattolico, a
causa del celibato ecclesiastico. “La
pedofilia in questo paese… è quella
familiare e del clero cattolico”, ha
dichiarato Grillini, dimenticando che se
gli atti di pedofilia accadono soprattutto
in famiglia – non per questo da eliminare
– significa che non sono per nulla
conseguenti al celibato. Anche perché la
pedofilia interessa i pastori protestanti,
sposati, assai più dei preti cattolici,
celibi, mentre l’80 per cento dei casi di
pedofilia ecclesiastica riguarda rapporti
omosessuali. A Grillini, e a quelli come
lui che strumentalizzano fatti di cronaca
per trarne accuse generiche e ridicole,
rammento il pensiero dell’ideologo gay
Mario Mieli: “Altra grande rottura di
senso è il riconoscimento della sessualità
indistinta, gioiosa e vitale del bambino. Il
bambino è l’espressione più pura della
transessualità profonda cui ciascun
individuo è votato. E’ l’essere sessuale
più libero, fino a quando il suo desiderio
non viene irregimentato dalla Norma
eterosessuale, che inibisce le potenzialità
infinite dell’Eros. Discorso eversivo e
scomodo oggi più che mai, in una società
attanagliata dal tabù che investe senza
appello il binomio sessualità-infanzia,
ossessione quasi patologica che
trasforma il timore della pedofilia in una
vera e propria caccia alle streghe…”
(Liberazione, 11/3/2008).
I figli di Goebbels
Detto tutto questo, vista la falsità del
dibattito in corso, non può che essere
spontaneo il collegamento tra la
campagna anti chiesa di oggi e quella
nazista. “Tra il 1934 e il 1937 – scrive
George Mosse, in “Sessualità e
nazionalismo” – la Germania celebrò
processi pubblici contro sacerdoti e
monaci accusati di reati contro il pudore,
benché alla fine solo 64 dei 25.000
ecclesiastici tedeschi inquisiti poterono
essere dichiarati colpevoli, sia pure da
tribunali prevenuti”. I gerarchi nazisti,
noti per la loro dissolutezza, cercarono
dunque di infangare la chiesa per
chiuderne le scuole, gli orfanotrofi e i
giornali, e per stroncarne l’opposizione al
regime. “L’enfasi data a un piccolo
numero di crimini sessuali – scrive lo
storico di Oxford M. Burleigh in “In Nome
di Dio” – commessi nei pensionati
cattolici o nelle case religiose, consentì ai
nazisti di sostenere che la chiesa
cattolica era in balia dei demoni del
sesso. La deliberata inflazione delle
statistiche era uno dei sistemi preferiti
dai nazisti per soffiare sul fuoco
dell’isteria”. Si arrivò al punto che il
ministro Goebbels, il 28 maggio 1937,
riferendosi proprio ai processi a religiosi,
ebbe a dire: “Oggi parlo come il padre di
una famiglia con quattro figli: la
ricchezza più preziosa che possiedo.
Parlo come un padre che può
comprendere perfettamente come dei
genitori possano sentirsi colpiti nel loro
amore per il corpo e l’anima dei propri
figli, e che cosa possano provare quei
genitori che vedono il più prezioso dei
loro tesori dato in pasto alla bestialità dei
profanatori della gioventù. Parlo a nome
di milioni (sic) di padri tedeschi”. Otto
anni più tardi Goebbels avrebbe
avvelenato tutti i suoi figli. Ma non c’è
solo la Germania nazista: anche nella
Cecoslovacchia comunista le scuole
cattoliche furono chiuse con l’accusa di
pedofilia nei confronti dei preti. Nella
Cina di Mao, come raccontano Harry Wu,
Jung Chang e Tiziano Terzani, preti e
suore furono accusati di abusare dei
bambini, e persino di ucciderli. Scrive la
Chang nel suo “Cigni Selvatici”: “La
prima volta che sentii parlare di uno
stupro fu quando lessi un romanzo in cui
a compierlo era un sacerdote straniero, e
i preti passavano sempre per spie
imperialiste e malvagi che rapivano i
bambini dagli orfanotrofi per sottoporli a
esperimenti medici”.

Francesco Agnoli

© Copyright Il Foglio 25 marzo 2010

La battaglia campale del laicismo contro la Chiesa. Lettera aperta di Marcello Pera al direttore del Corriere della Sera

(Caro Direttore) La questione dei sacerdoti pedofili o omosessuali scoppiata da ultimo in Germania ha come bersaglio il Papa. Si commetterebbe però un grave errore se si pensasse che il colpo non andrà a segno data l’enormità temeraria dell’impresa. E si commetterebbe un errore ancora più grave se si ritenesse che la questione finalmente si chiuderà presto come tante simili. Non è cosí.

E’ in corso una guerra. Non propriamente contro la persona del Papa, perché, su questo terreno, essa è impossibile. Benedetto XVI è reso inespugnabile dalla sua immagine, la sua serenità, la sua limpidezza, fermezza e dottrina. Basta il suo sorriso mite per sbaragliare un esercito di avversari. No, la guerra è fra il laicismo e il cristianesimo. I laicisti sanno bene che, se uno schizzo di fango arrivasse sulla tonaca bianca, verrebbe sporcata la Chiesa, e se fosse sporcata la Chiesa allora lo sarebbe anche la religione cristiana. Per questo i laicisti accompagnano la loro campagna con domande del tipo “chi porterà più i nostri figli in Chiesa?”, oppure “chi manderà più i nostri ragazzi in una scuola cattolica?”, oppure ancora “chi farà curare i nostri piccoli in un ospedale o una clinica cattolica?”

Qualche giorno fa una laicista si è lasciata sfuggire l’intenzione. Ha scritto: “l’entità della diffusione dell’abuso sessuale su bambini da parte di sacerdoti mina la stessa legittimazione della Chiesa cattolica come garante della educazione dei più piccoli”. Non importa che questa sentenza sia senza prove, perchè viene accuratamente nascosta “l’entità della diffusione”: un per cento di sacerdoti pedofili? dieci per cento? tutti? Non importa neppure che la sentenza sia priva di logica: basterebbe sostituire “sacerdoti” con “maestri” o con “politici” o con “giornalisti” per “minare la legittimazione” della scuola pubblica, dei parlamenti o della stampa. Ciò che importa è l’insinuazione, anche a spese della grossolanità dell’argomento: i preti sono pedofili, dunque la Chiesa non ha autorità morale, dunque l’educazione cattolica è pericolosa, dunque il cristianesimo è un inganno e un pericolo.

Questa guerra del laicismo contro il cristianesimo è campale. Si deve portare la memoria al nazismo e al comunismo per trovarne una simile. Cambiano i mezzi, ma il fine è lo stesso: oggi come ieri, ciò che si vuole è la distruzione della religione. Allora l’Europa pagò a questa furia distruttrice il prezzo della propria libertà. E’ incredibile che soprattutto la Germania, mentre si batte continuamente il petto per la memoria di quel prezzo che essa inflisse a tutta l’Europa, oggi, che è tornata democratica, se ne dimentichi e non capisca che la stessa democrazia sarebbe perduta se il cristianesimo venisse ancora cancellato. La distruzione della religione comportò allora la distruzione della ragione. Oggi non comporterà il trionfo della ragion laica, ma un’altra barbarie.

Sul piano etico, è la barbarie di chi uccide un feto perchè la sua vita nuocerebbe alla “salute psichica” della madre. Di chi dice che un embrione è un “grumo di cellule” buono per esperimenti. Di chi ammazza un vecchio perchè non ha più una famiglia che se ne curi. Di chi affretta la fine di un figlio perchè non è più cosciente ed è incurabile. Di chi pensa che “genitore A” e “genitore B” sia lo stesso che “padre” e “madre”. Di chi ritiene che la fede sia come il coccige, un organo che non partecipa più all’evoluzione perchè l’uomo non ha più bisogno della coda e sta eretto da solo. E cosí via.

Oppure, per considerare il lato politico della guerra dei laicisti al cristianesimo, la barbarie sarà la distruzione dell’Europa. Perchè, abbattuto il cristianesimo, resterà il multiculturalismo, che ritiene che ciascun gruppo ha diritto alla propria cultura. Il relativismo, che pensa che ogni cultura sia buona quanto qualunque altra. Il pacifismo che nega che il male esiste. Oppure resterà quell’europeismo retorico e irresponsabile che dice che l’Europa non deve avere una propria specifica identità, ma essere il contenitore di tutte le identità. Salvo poi ricredersi e andare nella cattedrale di Strasburgo a dire: “ora abbiamo bisogno dell’anima cristiana dell’Europa”.

Questa guerra al cristianesimo non sarebbe cosí pericolosa se i cristiani la capissero. Invece, all’incomprensione partecipano molti di loro. Sono quei teologi frustrati dalla supremazia intellettuale di Benedetto XVI. Quei vescovi incerti che ritengono che venire a compromesso con la modernità sia il modo migliore per aggiornare il messaggio cristiano. Quei cardinali in crisi di fede che cominciano a insinuare che il celibato dei sacerdoti non è un dogma e che forse sarebbe meglio ripensarlo. Quegli intellettuali cattolici felpati che pensano che esista una questione femminile dentro la Chiesa e un non risolto problema fra cristianesimo e sessualità. Quelle conferenze episcopali che sbagliano l’ordine del giorno e, mentre auspicano la politica delle frontiere aperte a tutti, non hanno il coraggio di denunciare le aggressioni che i cristiani subiscono e l’umiliazione che sono costretti a provare dall’essere tutti, indiscriminatamente, portati sul banco degli imputati. Oppure quei cancellieri venuti dall’Est che esibiscono un bel ministro degli esteri omosessuale mentre attaccano il Papa su ogni argomento etico, o quelli nati nell’Ovest, i quali pensano che l’Occidente deve essere laico, cioè anticristiano.

La guerra dei laicisti continuerà, se non altro perchè un Papa come Benedetto XVI che sorride ma non arretra di un millimetro la alimenta. Ma se si capisce perchè non si sposta, allora si prende la situazione in mano e non si aspetta il prossimo colpo. Chi si limita soltanto a solidarizzare con lui o è uno entrato nell’orto degli ulivi di notte e di nascosto oppure è uno che non ha capito perchè ci sta.

http://www.marcellopera.it/index.php?page=primopianodisplay.php&cnt=1817

IL CASO/ La Gran Bretagna discrimina i cristiani e si affida ai tribunali islamici

da Il Sussidiario

Gianfranco Amato

lunedì 22 marzo 2010

Hamilton Burns WS, Solicitors & Solicitor Advocates, è il primo studio legale britannico specializzato in diritto islamico. L’iniziativa è partita dalla Scozia, Glasgow per la precisione, e rappresenta un ulteriore allarmante segnale della crescente diffusione della sharia nel Regno Unito. Non tutti sanno, infatti, che proprio in virtù di una legge varata quattordici anni fa (Arbitration Act 1996) l’applicazione stragiudiziale della sharia su questioni attinenti al diritto di famiglia (divorzio e custodia dei figli), e su questioni economico-finanziarie, è oggi pienamente riconosciuta in Gran Bretagna.

Proprio a seguito di quella legge sono sorti i Muslim Arbitration Tribunal (MAT), le cui decisioni hanno valore legale al pari delle sentenze emesse dai tribunali ordinari di Sua Maestà. Sono attualmente più di un’ottantina (ma continuano ad aumentare in maniera esponenziale) le “corti islamiche” giudicanti su materie che sono, comunque, lasciate alla libera disponibilità delle parti.

Il punto è che a tali arbitrati stanno sempre più ricorrendo anche non musulmani, attratti dall’informalità del relativo procedimento, ritenuto “less cumbersome” (meno gravoso) rispetto al sistema giudiziario britannico. Ad esempio, la sharia tiene conto anche di semplici accordi verbali su questioni per le quali la legge inglese prescrive come obbligatoria la forma scritta.

I non musulmani ricorrono ai Muslim Arbitration Tribunal quasi esclusivamente per questioni di carattere patrimoniale, e i loro contenziosi rappresentano il cinque per cento dei casi affrontati da quei particolari organi giudicanti. Ciò che appare incredibile in questa vicenda è la sottovalutazione del fenomeno da parte degli addetti ai lavori. Anzi, due anni fa il barone Nicholas Phillips of Worth Matravers, che ricopre la prestigiosa carica di Lord Chief Justice ed è uno dei più autorevoli magistrati inglesi, parlando in una moschea di Londra, non esitò ad affermare che, secondo la sua opinione, alcune parti del sistema legale islamico potevano benissimo essere utilizzate per dirimere questioni tra musulmani britannici.

L’illustre giurista non vedeva alcuna ragione al mondo perché i principi della sharia non dovessero essere utilizzati per regolare in via compromissoria contenziosi legali. In realtà non si è tenuto conto di due fattori niente affatto secondari. Il primo è che questa forma di giustizia alternativa, capace di attirare sempre più anche individui non musulmani, rientra comunque nella prospettiva di conversione tipica dell’Islam.

E’ pur sempre una forma culturale di espansione che riesce oggettivamente ad avere una sua presa, soprattutto in chi oggi – e sono molti purtroppo in Gran Bretagna –, avendo completamente smarrito la propria identità, è perennemente in cerca di un quid che riesca a definirlo. Fosse anche la proposta religiosa di Maometto.

Il secondo fattore sottovalutato è costituito dalla condizione della donna. Non è un caso che la notizia dell’iniziativa da parte dello studio legale di Glasgow abbia scatenato la reazione di Maryam Namazie, portavoce dell’associazione “One Law for All” (Una legge per tutti) che da anni promuove una campagna anti-sharia.

Maryam Namazie ha ribadito, parlando proprio a proposito dello studio Hamilton Burns WS, quanto il diritto islamico sia «antitetico rispetto alle leggi per cui hanno duramente combattuto e vinto i movimenti sociali progressisti, in particolare nell’ambito del diritto di famiglia», precisando, inoltre, che «l’applicazione della sharia in campo civile si pone in perfetta sintonia e continuità culturale rispetto alla stessa legge adottata in campo penale nei Paesi islamici, quella che prevede, tra l’altro, pene corporali come la lapidazione, l’amputazione, la fustigazione».

Sempre a proposito dell’iniziativa degli avvocati scozzesi dello studio Hamilton Burns WS, Joshua Rozenberg, uno dei più noti commentatori britannici in ambito legale ed una delle rare voci che attualmente mettono in guardia l’opinione pubblica sui rischi della diffusione della sharia nel Regno Unito, ha tenuto a precisare: «Per la legge islamica una donna non è considerata uguale all’uomo. Per cui si può arrivare al paradosso che una donna britannica sia trattata diversamente a seconda che a decidere sia un tribunale islamico o una corte laica». «Senza parlare del rischio», ha continuato Rozemberg, «che le donne musulmane possano non essere libere di scegliere ed essere, invece, fortemente condizionate dalla comunità ad adire un Muslim Arbitration Tribunal, anziché un tribunale ordinario». La questione mi ha particolarmente colpito. Anche perché ero curioso di conoscere quale tipo di consigli legali lo studio Hamilton Burns WS avrebbe fornito ai clienti islamici in materia di diritto di famiglia.

Sono così riuscito a recuperare le norme oggi applicate dai Muslim Tribunal Arbitration, peraltro facilmente accessibili anche online e comunque raccolte in diverse pubblicazioni, tra cui quella di Dennis MacEoin, edita nel febbraio 2009 per conto della londinese Civitas: Institue for the Study of Civil Society. Ne è venuto fuori un interessante florilegio.

Ad esempio: «una donna musulmana non può, in nessuna circostanza, sposare un uomo non musulmano, a meno che questi non si converta all’Islam, e nel caso tale regola venisse violata, alla donna verrebbe sottratta la custodia del figlio, a meno che non risposi un uomo musulmano»; «la moglie non può rifiutare di concedersi sessualmente ogni volta che il marito lo pretenda» (ma non vale il contrario); «una donna non può più convivere col marito se questi dovesse abbandonare l’Islam»; «i non-musulmani possono essere privati dei propri diritti in caso di successione»; «una donna non ha alcun diritto patrimoniale in caso di divorzio»; «la sharia deve comunque prevalere sui giudizi delle corti britanniche»; «i diritti sulla custodia dei minori possono differire da quelli previsti dalla vigente normativa britannica in materia»; «sottoscrivere assicurazioni per i musulmani è proibito, anche se imposto dalla legge statale»; «non esiste alcun obbligo di registrare un matrimonio, nonostante quanto prevedano le leggi britanniche»; «un avvocato musulmano ha il dovere morale di ignorare una legge del Regno Unito quando questa contrasti con i principi della sharia»; «una donna non può lasciare la propria abitazione senza il consenso del marito» (cosa che, peraltro, potrebbe integrare il reato di sequestro di persona); «l’adozione legale è proibita»; «una donna non può avere la custodia dei propri figli una volta che compiano 7 anni (per i maschi) e 9 anni (per le femmine)»; «una donna non può sposarsi senza la presenza ed il permesso di tutore maschio»; «un figlio illegittimo non può ereditare dalla linea paterna»; e così via.

Resta l’amarezza per la situazione sempre più schizofrenica in cui vive la società britannica. Da una parte vi è una sorta di odioso accanimento discriminatorio nei confronti dei cristiani e dall’altra una pavida accondiscendenza nei confronti della sempre più potente e temuta comunità islamica. Inimmaginabile sarebbe stata la reazione dell’anticlericale ed iperlaicista Terry Sanderson, presidente della National Secular Society, o dell’ateissima Polly Toynbee, presidente della British Humanist Association, se si fosse solamente ipotizzata l’idea di creare dei Christian Arbitration Tribunal, nei quali la regola fosse che «un avvocato cristiano ha il dovere morale di ignorare una legge del Regno Unito quando questa contrasti con i principi del diritto naturale». Apriti cielo!

Un’altra grave contraddizione di questa fragilissima società ormai alla deriva, emerge dal fatto che mentre si rasenta il ridicolo nell’esasperata esaltazione del principio di parità tra uomo e donna, si tollera, attraverso un connivente silenzio, il modo con cui vengono trattate le donne nei Muslim Arbitration Tribunal. Proprio nella patria del politically correct.

Solo pochi giorni fa, la House of Commons, su proposta di Harriet Harman – considerata un’icona dei diritti per le donne –, ha approvato con 206 voti favorevoli e 90 contrari, l’abolizione dal vocabolario parlamentare della parola “chairman” (presidente), ritenuta sessista, e la sostituzione con quella più neutra di “chair”. Le femministe hanno esultato per la grande conquista. Ormai il senso del ridicolo ha ceduto alla malinconia della pateticità. Che tristezza!

I Dialoghi delle Carmelitane, un canto contro il terrore







Francis Poulenc (1899-1963), compositore francese dalla produzione eclettica, nei primi mesi del 1953 si mise a scrivere l’opera Dialoghi delle Carmelitane, di cui nel 2007 cadeva il 50° anniversario della prima rappresentazione, e che è tratta da una vicenda storica la quale può essere esemplare per comprendere a quali atrocità arrivò il furore rivoluzionario contro la Chiesa Cattolica.

di Tommaso Scandroglio

Durante la Rivoluzione Francese il secco schiocco della ghigliottina risuonò migliaia di volte in centinaia di piazze, facendo ruzzolare nel paniere le teste non solo di aristocratici, ma anche di borghesi, di popolani, di sacerdoti e di religiosi. Forse solo in questo la rivoluzione fu davvero “democratica”, non facendo per nulla discriminazioni di ceto. È comunque indubitabile che il terrore giacobino prediligeva una categoria molto invisa alle menti illuminate di allora: la categoria del clero e dei religiosi.

Voto di martirio

Il 15 dicembre 1789 l’Assemblea Nazionale vietò a tutti gli ordini religiosi di pronunciare nuovi voti e molti conventi furono fatti sfollare. Questa sorte toccò anche alle carmelitane di Compiègne, piccolo borgo a nord est di Parigi, le quali nel 1792 furono obbligate ad andarsene dal convento e smettere gli abiti da religiose.

Ma dato che il loro proponimento era quello di “vivere e morire da carmelitane”, si risolsero di continuare ad incontrarsi per pregare in comune, nonostante ciò fosse vietato. Così, divise in tre gruppi e alloggiate in abitazioni tra loro vicine, si trovavano quotidianamente per pregare di nascosto.
In una di queste riunioni segrete, su proposta della Superiora, fecero voto di martirio, un «atto di consacrazione per il quale la comunità si offre in sacrificio affinché cessino i mali che affliggono la Chiesa e il nostro Regno infelice», come si può leggere nei documenti di archivio.

Morire cantando le lodi al Redentore

Nel giugno del 1794 le carmelitane furono scoperte e arrestate «per aver tenuto conciliaboli antirivoluzionari, mantenuto corrispondenze fanatiche e conservato scritti liberticidi». Dapprima furono incarcerate nel locale convento della Visitazione e poi tradotte nella stessa prigione parigina dove fu detenuta Maria Antonietta. In questo luogo rimasero quattro giorni, tempo sufficiente affinché Suor Giulia componesse un inno al martirio da cantarsi sulla linea melodica della Marsigliese. I versi iniziali della prima strofa suonano così: «Disponiamo i nostri cuori all’allegrezza / Il giorno della gloria è arrivato / (…) Prepariamoci alla vittoria».

Giunte davanti al tribunale rivoluzionario, la Madre Superiora cercò di addossarsi tutte le colpe, ma il suo tentativo fu vano. Dal tribunale furono subito fatte salire su un carro che le avrebbe condotte al patibolo.

Durante il tragitto intonarono in coro il Miserere, il Salve Regina ed infine il Te Deum. La folla che assisteva al loro passaggio – di solito abituata ad inveire contro i condannati – rimase ammutolita per il coraggio dimostrato da costoro.
Arrivate al patibolo, ai piedi di esso, cantarono il Veni Creator. Poi furono chiamate una ad una per essere giustiziate. Sedici volte la lama scese per compiere, su quell’altare laico, un sacrificio di sangue così simile a quello sofferto da Cristo sul Calvario.

Dalla prima all’ultima esecuzione le sorelle non cessarono mai un istante di cantare il salmo Laudate Dominum omnes gentes. Il canto, man mano che l’eccidio si compiva, si affievoliva sempre più dato che le religiose non ancora giustiziate diminuivano progressivamente di numero.
L’ultima a trovare la morte fu la Madre Superiora che aveva chiesto al boia di essere giustiziata per ultima, affinché potesse sostenere le sue consorelle in quell’ora tremenda. Il canto con essa si spense definitivamente qui sulla terra, ma continuò in cielo per sempre. Infatti nel 1906 la Chiesa Cattolica beatificò le sedici martiri.

Una conversione

La vicenda delle carmelitane di Compiègne per più di un secolo rimase sconosciuta, dal momento che costituiva cattiva pubblicità ai falsi ideali della Rivoluzione Francese e stonava non poco con il famigerato motto “Liberté, Égalité, Fraternitè”. La prima ad interessarsi di quei fatti madidi di sangue fu appunto Santa Romana Chiesa e poi il martirio delle carmelitane attirò anche l’attenzione della scrittrice Gertrud Von Le Fort che nel 1931 compose una novella dal titolo L’ultima al patibolo.

Successivamente, nel 1948, Georges Bernanos pubblicò il romanzo Dialoghi della Carmelitane, da cui prese spunto Poulenc per il suo dramma utilizzando il testo di Bernanos come libretto (nel ’59 e nell’83 furono girati anche due film sullo stesso canovaccio).
Il compositore fino all’età di 37 anni era rimasto abbastanza indifferente alla pratica cristiana; ma nel 1936, in seguito alla morte in un incidente stradale di un suo caro amico, Pierre Ferroud, volle recarsi in pellegrinaggio presso il santuario della Vergine Nera a Rocamadour.

Lì, per sua stessa ammissione, fece ritorno alla fede dell’infanzia, e sempre lì, ai piedi della Vergine Nera, successivamente pose sotto la protezione di Maria diverse sue opere tra cui i Dialoghi. La morte dell’amico non fu solo il detonatore che innescò la sua conversione, ma costituì una sorta di presagio e fonte di ispirazione per la realizzazione dei Dialoghi, opera che incominciò a scrivere solo 17 anni dopo. Infatti il suo amico, nell’incidente, morì decapitato.

La forza di Bianca

Poulenc rispettò sostanzialmente lo svolgersi dei fatti storici avvenuti nell’ultimo decennio del 1700, ma inserì nella trama un personaggio di fantasia, Bianca de la Force, già presente nello scritto della Von Le Fort. Bianca, decisa ad entrare in convento perché terrorizzata dal mondo, sperava di trovare tra quelle mura una vita protetta e sicura. La Seconda Guerra Mondiale era terminata da pochi anni e il musicista vedeva in Bianca la personificazione dell’uomo sopravvissuto a tale conflitto, smarrito e desideroso di pace interiore, atterrito ed anelante ad un vivere tranquillo e sereno. L’autore la descrive così: «l’incarnazione dell’angoscia umana posta di fronte a un’era che stava avanzando inesorabilmente verso la sua fine».

Quando entra nel Carmelo, quasi presaga del suo destino futuro, sceglie di prendere come nome da religiosa Suor Bianca dell’Agonia di Cristo. Anche lei aderirà al voto di martirio perché, come si legge nel libretto, «la preghiera è un dovere, il martirio una ricompensa. […] Non si muore mai ciascuno per sé, ma gli uni per gli altri, ed anche gli uni al posto degli altri».

Dopo che i commissari rivoluzionari hanno evacuato il convento, Bianca si rifugia nella casa paterna, ma apprende che il genitore è stato ghigliottinato, la casa ceduta e i nuovi inquilini decidono di tenerla presso di loro come serva. Intanto le carmelitane vengono arrestate e arriva il giorno dell’esecuzione della sentenza capitale. Tutte le monache salgono al patibolo intonando il Salve Regina (e non il Laudate Dominum come avvenne in realtà) e ricevendo dal cappellano l’assoluzione.

Bianca però non è tra loro, si nasconde tra la folla. È atterrita, ma ad un certo punto tutto cambia in lei e si fa avanti continuando il canto della consorella Costanza, canto interrotto dalla lama della ghigliottina.
Ecco le ultime battute del libretto in cui si descrive il martirio di Bianca, alla quale la ghigliottina troncherà sulle labbra la parola “Amen”: «(Bianca, con il viso spoglio di ogni timore, si apre un varco nella folla tra la quale è confusa) Costanza: “O clemens…”. (Costanza la scorge. Il suo volto si fa radioso di gioia. Si ferma un breve istante. Riprendendo la sua marcia verso il patibolo, ella sorride dolcemente a Bianca). Costanza: “O pia, o dulcis Virgo Ma…”. (Incredibilmente calma, Bianca si fa strada tra la folla stupita, e sale al supplizio). Bianca: “Deo Patri sit gloria/ Et filio qui a mortuis/ Surrexit ac Paraclito/ In saeculorum secula…”. (Improvvisamente, la voce tace, come hanno fatto, ad una ad una, le voci delle Suore. La folla si disperde lentamente)».


(RC n. 32 - Febb/Marzo 2008)

Ruini contro l’assedio etico al clero, critico sull’operazione Bonino. Intervista al Cardinale

Accetta di parlare della pedofilia dei sacerdoti. Difende il Papa, accusa i media e tutti coloro che alimentano il vento della diffamazione contro la chiesa cattolica. Perché quando l’argine delle diffamazioni supera il limite occorre reagire e dire una parola che resti. Nella sua abitazione appena fuori le mura leonine che delimitano la Città del Vaticano, di ritorno dall’abbazia benedettina di Santa Scolastica a Subiaco dove ha ricevuto il Premio “San Benedetto 2010”, il cardinale Camillo Ruini, 79 anni compiuti da poco, guarda sospettoso il risalto che i mezzi d’informazione – giornali, tv e Internet – danno ai reati di pedofilia nei quali sono coinvolti sacerdoti. Un’analisi oggi necessaria perché “seppure il reato di pedofilia è abominevole”, dice al Foglio il vicario generale emerito del Papa per la città di Roma, “alcune considerazioni è arrivato il momento di farle”.

Ruini non è per nulla sorpreso della campagna di stampa di questi giorni che arriva a chiamare in causa anche il Papa. “Davvero non lo sono” dice. E spiega: “I reati di pedofilia sono sempre infami, specialmente quando commessi da un sacerdote. Per questo è più che giusto denunciarli e reprimerli e, nella misura del possibile, aiutare le vittime a superarne le conseguenze. E’, inoltre, assolutamente doveroso prendere tutti i provvedimenti che possono prevenire nuovi reati”. Tuttavia? “Detto ciò non si può far finta di non vedere che l’attenzione di molti giornali e degli ambienti che si esprimono attraverso di essi si concentra sui casi di pedofilia dei sacerdoti cattolici, sicuramente non più frequenti di quelli di tante altre categorie di persone. E non si può nemmeno ignorare il tentativo tenace e accanito di tirare in ballo la persona del Papa, nonostante tutti i puntuali chiarimenti della sala stampa vaticana e di altre fonti attendibili”.

Sono anni che Ruini segue l’eco
che la stampa italiana e internazionale dà ai vari casi di abusi su minori attribuiti a sacerdoti, dal primo scandalo che occupò i titoli dei quotidiani di tutto il mondo – quello scoppiato nel 2002 in seguito alla scoperta di abusi sessuali perpetrati da più sacerdoti nei confronti di minorenni nell’arcidiocesi di Boston – fino a quelli di questi giorni che a macchia di leopardo sembrano poter interessare diversi paesi europei: Germania, Austria, Olanda, Irlanda, Svizzera. Due termini ricorrono con frequenza nella sua conversazione: “Campagna diffamatoria” e “strategia”. Cioè? “A mio avviso la campagna diffamatoria contro la chiesa cattolica e il Papa messa in campo dai media rientra in quella strategia che è in atto oramai da secoli e che già Friedrich Nietzsche teorizzava con il gusto dei dettagli. Secondo Nietzsche l’attacco decisivo al cristianesimo non può essere portato sul piano della verità ma su quello dell’etica cristiana, che sarebbe nemica della gioia di vivere. E allora vorrei domandare a chi scaglia gli scandali della pedofilia principalmente contro la chiesa cattolica, tirando in ballo magari il celibato dei preti: non sarebbe forse più onesto e realistico riconoscere che certamente queste e altre deviazioni legate alla sessualità accompagnano tutta la storia del genere umano ma anche che nel nostro tempo queste deviazioni sono ulteriormente stimolate dalla tanto conclamata ‘liberazione sessuale’?”.

Una domanda non retorica, quella di Ruini. Una domanda che, probabilmente, molti vescovi e cardinali vorrebbero porre seppure spesso non riescano ad averne il coraggio o a trovare il contesto giusto in cui avanzarla.
“Quando l’esaltazione della sessualità pervade ogni spazio della vita e quando si rivendica l’autonomia dell’istinto sessuale da ogni criterio morale diventa difficile far comprendere che determinati abusi sono assolutamente da condannare. In realtà la sessualità umana fin dal suo inizio non è semplicemente istintiva, non è identica a quella degli altri animali. E’, come tutto l’uomo, una sessualità ‘impastata’ con la ragione e con la morale, che può essere vissuta umanamente, e rendere davvero felici, soltanto se viene vissuta in questo modo”.
La rivendicazione dell’autonomia dell’istinto sessuale da ogni criterio morale, un’impostazione narcisistica e dunque autoreferenziale della sessualità, è l’opposto di quanto propone la chiesa.

E’ un modello che vola sulle ali retoriche di altri pulpiti. Alcuni di questi radicalismi di tipo libertino hanno rappresentanza nelle prossime elezioni regionali. Argomento ghiotto. Che cosa ne pensa il predecessore del cardinale Angelo Bagnasco alla guida dei vescovi italiani e del cardinale Agostino Vallini alla guida operativa della diocesi di Roma? “Voglio dire – dice Ruini – che condivido pienamente nei contenuti e nello stile la nota uscita domenica su ‘Roma sette’. Visti i candidati che sono in gara, particolarmente nel Lazio ma anche in alcune altre regioni, è indispensabile richiamare l’attenzione sui temi veramente fondamentali che la nota richiama con chiarezza e precisione. Tra questi la difesa della vita umana in ogni fase della sua esistenza, il sostegno della famiglia fondato sul matrimonio tra uomo e donna e più in generale il rifiuto di un permissivismo che mina le basi della società”.

Ruini, come tutti i sacerdoti e i suoi confratelli vescovi, si attiene alle disposizioni che vietano loro di dare indicazioni di voto. Ma nello stesso ha letto bene il passaggio della nota che dice che “non è possibile equiparare qualunquisticamente tutti i progetti politici, perché non tutti incarnano i valori in cui crediamo”. E ancora: “Non si possono concedere deleghe di rappresentanza politica a chi persegue altro progetto politico, che ci è estraneo e che non condividiamo”. Dice, infatti, Ruini: “I cittadini che fanno riferimento all’etica cristiana, ma anche tutti coloro che vogliono salvaguardare le strutture portanti della nostra civiltà hanno qui un preciso criterio per l’esercizio del diritto/dovere del voto. Dopo le tormentate vicende relative alla presentazione delle liste è tempo infatti di concentrare l’attenzione sulle questioni di sostanza, anzitutto quella della scelta delle persone che dovranno guidare le regioni italiane”.

di Paolo Rodari

Violentata e bruciata viva ragazza cristiana




Kiran, prima di morire, è riuscita a raccontare agli inquirenti la sua vicenda e a portare all’arresto di due giovani musulmani


di Stefano Vecchia

Tratto da Avvenire del 13 marzo 2010

Un altro caso di stupro di una giovane cristiana seguito da un orrendo omicidio. La comunità cristiana di Sheikhupura, a una qua­rantina di chilometri da Laho­re, nella provincia del Punjab, piange la morte di Kiran Geor­ge, spirata nei giorni scorsi per le gravissime ustioni a due gior­ni dal ricovero nel Mayo Ho­spital di Lahore. Nell’agonia, Kiran è riuscita a raccontare agli inquirenti la sua vicenda e a portare all’arresto di Mohammad Ahmad Reza, un giovane musulmano figlio del datore di lavoro, e della sorella. Insieme le avrebbero gettato addosso della benzina, dando­le poi fuoco, per timore che la giovane riferisse alla polizia del­la violenza subita. Nonostante le gravissime condizioni della ragazza, il suo assassino non l’aveva portata in ospedale, ma aveva invece chiamato i suoi genitori raccontando che gli a­biti avevano preso fuoco men­tre puliva la cucina. Kiran ave­va confessato alle amiche il comportamento sconveniente di Muhammad Ahmad Raza, nella cui casa prestava servizio come domestica ma esitava a lasciare il posto di lavoro a cau­sa della povertà della sua fami­glia. Muhammad Ahmad Raza si trova ora sotto custodia del­la polizia in attesa che si con­cludano le indagini prelimina­ri. Subito dopo la morte di Ki­ran, alcuni cristiani avevano bloccato strade e incendiato copertoni chiedendo l’arresto dell’omicida.

Il caso della ragazza di Sheikhu­pura ricorda da vicino quello della 12enne Shazia Bashir, morta il 21 gennaio a Lahore dopo essere stata stuprata e massacrata dall’avvocato Mohammad Naeem presso cui prestava servizio. Naeem è sot­to indagine, ma gli avvocati del­la famiglia e i gruppi che si so­no impegnati per fare giustizia si trovano di fronte a minacce e ai tentativi di insabbiare la vi­cenda che riguarda un perso­naggio, di fede musulmana ed ex giudice dell’Alta Corte pro­vinciale, assai conosciuto in città e sostenuto dai suoi stes­si colleghi. Ancora nel distretto di Sheikhu­pura, nella cittadina di Narang Mandi, il 10 marzo una folla di musulmani ha svaligiato e in­cendiato l’abitazione di una fa­miglia cristiana. Come riporta­to da AsiaNews, a scatenare la rabbia degli estremisti il pre­sunto coinvolgimento di un cri­stiano, Yasir Abid, ora in custo­dia cautelare, nell’assassinio del figlio di un latifondista lo­cale.

I cristiani del distretto denun­ciano «l’incendio deliberato» di alcune copie della Bibbia tro­vate nella casa incendiata. La polizia ha avviato le indagini e valuterà se aprire un fascicolo di inchiesta anche per il reato di blasfemia. In questo caso, spie­ga Peter Jacob, segretario ese­cutivo della Commissione Giu­stizia e pace della Chiesa catto­lica pachistana, la magistratu­ra «non agirà in base alla sezio­ne 295-B del codice penale pa­chistano», che prevede pene fi­no all’ergastolo per chi dissa­cra il Corano, ma non include i testi sacri di altre fedi.

«Siamo contrari alla legge sulla blasfemia – conclude Jacob – e questo indipendentemente dal testo sacro o da chi si è reso col­pevole del crimine». Questo non esclude però «indagini ap­profondite» e la punizione dei responsabili dell’incendio del­la casa dei cristiani. Per ricordare le violenze che il mese scorso hanno interessa­to diverse comunità e luoghi di culto, in particolare nell’area di Pahar Ganj, ieri nella metropo­li meridionale di Karachi i cri­stiani hanno osservato una giornata di digiuno.

JOSEPH RATZINGER. Ottimismo moderno e odio alla Chiesa

Brano tratto da: JOSEPH RATZINGER, Guardare Cristo, JACA BOOK, 1989, pagg. 35-39.


Nella prima metà degli anni settanta, un amico del nostro gruppo fece un viaggio in Olanda, dove la Chiesa faceva sempre più parlare di sé, vista dagli uni come l'immagine e la speranza di una Chiesa migliore per il domani, dagli altri come sintomo di una decadenza che era la logica conseguenza dell'atteggiamento assunto. Con una certa curiosità aspettavamo il resoconto che il nostro amico ci fece al suo ritorno.
Poiché era un uomo leale e un preciso osservatore, egli ci parlò di tutti i fenomeni di disfacimento di cui avevamo già udito qualcosa: seminari vuoti, ordini religiosi senza vocazioni, preti e religiosi che in gruppi voltano le spalle alla loro vocazione, la scomparsa della confessione, la drammatica caduta della frequenza alla Messa e via dicendo. Naturalmente vennero descritti anche gli esperimenti e le novità, che non potevano, a dire il vero, cambiar nulla dei segni della decadenza, anzi piuttosto li confermavano.
La vera sorpresa del rendiconto fu però la valutazione conclusiva: a dispetto di tutto, una Chiesa grandiosa, perché non c'era da nessuna parte pessimismo, tutti andavano incontro al futuro pieni di ottimismo. Il fenomeno dell'ottimismo generale faceva dimenticare ogni decadenza e ogni distruzione; bastava a compensare ogni negativo.

Feci le mie riflessioni in silenzio.
Che cosa si sarebbe detto di un uomo di affari che scrive solo delle cifre in rosso, che, però, invece di riconoscere le sue perdite, di cercarne le ragioni e di opporvisi coraggiosamente, si raccomandava ai suoi credi tori con il solo ottimismo? Che cosa bisognava pensare della glorificazione di un ottimismo semplicemente contrario alla realtà?
Cercai di andare a fondo della questione ed esaminai diverse ipotesi.
L'ottimismo poteva essere semplicemente una copertura, dietro la quale si nascondeva proprio la disperazione che si cercava in tal modo di superare. Ma poteva trattarsi anche di peggio: questo ottimismo metodico veniva prodotto da coloro che desideravano la distruzione della vecchia Chiesa e che, senza tanto rumore con il mantello di copertura della riforma, volevano costruire una Chiesa completamente diversa, di loro gusto, che però non potevano iniziare per non scoprire troppo presto le loro intenzioni. Allora il pubblico ottimismo era una specie di tranquillante per i fedeli, allo scopo di creare il clima adatto a disfare possibilmente in pace la Chiesa e acquisire così dominio su di essa.

Il fenomeno dell'ottimismo avrebbe perciò due facce: da una parte suppone la beatitudine della fiducia, anzi la cecità dei fedeli, che si lasciano calmare da buone parole; consiste dall'altra in una consapevole strategia per un cambiamento della Chiesa in cui nessun'altra volontà superiore - volontà di Dio - ci disturba più, né inquieta più la coscienza, mentre la nostra propria volontà ha l'ultima parola.
L'ottimismo sarebbe alla fine la maniera di liberarci della pretesa, fattasi ormai ostica, del Dio vivente sulla nostra vita. Quest'ottimismo dell’orgoglio, dell'apostasia, si sarebbe servito dell'ottimismo ingenuo dell'altra parte, anzi l'avrebbe alimentato, come se quest'ottimismo altro non fosse che speranza certa del cristiano, la divina virtù della speranza, mentre era in realtà una parodia della fede e della speranza.

Riflettei anche su un'altra ipotesi.
Era possibile che un simile ottimismo fosse semplicemente una variante della fede liberale nel progresso perenne: il surrogato borghese della speranza perduta della fede.
Giunsi infine al risultato che tutte queste componenti agivano insieme, senza che si potesse facilmente decidere quale di esse, e quando e dove, avesse il peso prevalente.

Un po' più tardi il mio lavoro mi portò ad occuparmi del pensiero di Ernst Bloch, per il quale il "principio speranza" è la figura speculativa centrale. Secondo Bloch la speranza è l'ontologia del non ancora esistente. Una giusta filosofia non deve mirare a studiare ciò che è (sarebbe stato conservatorismo o reazione), ma a preparare ciò che ancora non è. Giacché ciò che è è degno di perire; il mondo veramente degno di essere vissuto dev'essere ancora costruito. Il compito dell'uomo creativo è dunque quello di creare il mondo giusto che ancora non esiste; per questo elevato compito però la filosofia deve svolgere una funzione decisiva: essa è il laboratorio della speranza, l'anticipazione del mondo di domani nel pensiero, anticipazione di un mondo ragionevole e umano, non più formatosi mediante il caso, ma pensato e realizzato dalla nostra ragione.
Ora, sullo sfondo delle esperienze appena raccontate, ciò che mi sorprese fu l'uso del termine "ottimismo" in questo contesto. Per Bloch (e per alcuni teologi che lo seguono) l'ottimismo è la forma e l'espressione della fede nella storia, ed è perciò doveroso per una persona che vuole servire alla liberazione, all'evocazione rivoluzionaria del mondo nuovo e dell'uomo nuovo (1). La speranza è perciò la virtù di un'ontologia di lotta, la forza dinamica della marcia verso l'utopia:
Leggendo Bloch io pensavo che 1'" ottimismo" è la virtù teologica di un Dio nuovo e di una nuova religione, la virtù della storia divinizzata, di una "storia" di Dio, dunque del grande Dio delle ideologie moderne e della loro promessa.
Questa promessa è l'utopia, da realizzarsi per mezzo della "rivoluzione", che per sua parte rappresenta una specie di divinità mitica, per cosi dire una "figlia Dio" in rapporto con il Dio-Padre "Storia".
Nel sistema cristiano delle virtù la disperazione, cioè la radicale opposizione verso fede e speranza, viene qualificata come peccato contro lo Spirito Santo, perché esclude il suo potere di guarire e di perdonare, e si nega cosi alla redenzione (2).
Nella nuova religione vi corrisponde il fatto che il "pessimismo" è il peccato di tutti i peccati, poiché il dubbio per l'ottimismo, per il progresso, per l'utopia è un assalto frontale allo spirito dell'età moderna, è la contestazione del suo credo fondamentale su cui si fonda la sua sicurezza, che è tuttavia di continuo minacciata per la debolezza di quella divinità illusoria che è la storia.

Tutto questo mi venne di nuovo in mente quando esplose il dibattito a riguardo del mio Rapporto sulla fede, pubblicato nel 1985. Il grido di rivolta sollevato da questo libro senza pretese culminava nell'accusa: è un libro pessimistico.
Da qualche parte si tentò perfino di vietarne la vendita, perché una eresia di quest'ordine di grandezze semplicemente non poteva essere tollerata. I detentori del potere d'opinione misero il libro all'indice. La nuova inquisizione fece sentire la sua forza. Venne dimostrato ancora una volta che non esiste peccato peggiore contro lo spirito dell'epoca che il diventare rei di una mancanza di ottimismo.
La domanda non era affatto: è vero o falso ciò che si afferma, le diagnosi sono giuste oppure no; ho potuto constatare che non ci si preoccupava di porsi simili questioni fuori moda. Il criterio era molto semplice: è ottimistico oppure no, e davanti a questo criterio il libro era senz'altro fallimentare.
La discussione artificialmente accesa sull'uso della parola "restaurazione", che non aveva niente a che fare con quanto detto nel libro, era solo una parte del dibattito sull'ottimismo: sembrava in questione il dogma del progresso.
Con la collera che solo un sacrilegio può evocare si picchiava su questa negazione del Dio Storia e della sua promessa. Pensai a un parallelo in campo teologico. Il profetismo viene da molti congiunto da una parte con la "critica" (rivoluzione), dall'altra con "ottimismo" e in questa forma reso criterio centrale della distinzione fra vera e falsa teologia.

Perché racconto tutto questo?
Io credo che è possibile comprendere la vera essenza della speranza cristiana e riviverla solo se si guarda in faccia alle imitazioni deformative che cercano di insinuarsi dappertutto.
La grandezza e la ragione della speranza cristiana vengono in luce solo quando ci liberiamo dal falso splendore delle sue imitazioni profane.
Prima di iniziare la riflessione positiva sull'essenza della speranza cristiana, mi sembra importante precisare e completare i risultati finora raggiunti.

Note

1 Cfr. l'enciclica sullo Spirito Santo di papa Giovanni Paolo II "La bestemmia contro lo Spirito Santo consiste proprio nel rifiuto radicale dell'accettazione di quel perdono" (II, 6,46).

2 Cfr. F. Hartl, Der Begriff des Schoplerischen. Deutungsversuche der Dialektik durch Ernst Bloch und Franz von Baader, Frankfurt a.M. 1979; G. Gutierrez, Theologie der Befreiung, Munchen-Mainz 1982(6), specie pp. 200-207 (tr. it., Teologia della Liberazione, Queriniana, Brescia). Importanti analisi circa l'opposizione di ottimismo e speranza in J. Pieper, Uber das Ende der Zeit, Munchen 1980 (3), cfr. per es. p. 85s., dove Pieper rinvia alla tesi di J. Burckhardt, secondo cui in tutta l'Europa occidentale sussiste il conflitto tra la Weltanschauung uscita dalla Rivoluzione francese e la Chiesa, esattamente la cattolica, conflitto che Burckhardt vede tra ottimismo e pessimismo. Al riguardo Pieper: "Può in qualche modo essere vero qualificare come ottimismo la Weltanschauung del 1789 (Burckhardt vede l'ottimismo nel 'senso di conquista' e 'senso di potere'); benché presumibilmente un'analisi più approfondita dovrebbe urtare nella disperazione come nella base che rende possibile questo ottimismo".

Il libro nero della cristianofobia. Intervista all'autore Renè Guitton

di Antonio Gaspari


ROMA, giovedì, 11 marzo 2010 (ZENIT.org).- Sono passati ben 1977 anni da quando un uomo che si diceva essere il figlio di Dio fu crocifisso a Gerusalemme.

Nel corso della storia i suoi seguaci, i cristiani, sono stati spesso perseguitati e massacrati.

Si pensava che l’avanzare della civiltà avrebbe cancellato i fenomeni di persecuzione religiosa, invece in questo inizio di terzo millennio sono ancora tantissimi i luoghi dove la cristianofobia offende, discrimina, uccide.

In Nigeria, domenica scorsa, tra i 200 e i 500 cristiani sarebbero stati massacrati a colpi di machete da estremisti musulmani.

In Medio Oriente, le crescenti persecuzioni spingono i cristiani a fuggire dalle terre dove il cristianesimo è nato.

Nel Maghreb, nell’Africa subsahariana e perfino in Estremo Oriente sono ridotti al silenzio e assassinati a migliaia.

Il saccheggio di chiese e abitazioni e la profanazione di cimiteri sono all’ordine del giorno, così come crocifissioni, roghi di persone vive, mutilazioni, decapitazioni a colpi di accetta.

Poco lontano dai confini dell’Europa contro i cristiani vengono proclamate fatāwā e condanne inesorabili.

Tutto ciò accade nel silenzio della comunità internazionale, dimentica del fatto che “la libertà di pensiero, di coscienza e di religione” è sancita dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo.

René Guitton, un infaticabile viaggiatore tra Oriente e Occidente, che si batte da sempre per il dialogo tra le culture e le civiltà, contro il razzismo e l’antisemitismo, basandosi su fonti di assoluta attendibilità, su una meticolosa ricerca condotta in loco e sulle testimonianze dirette dei protagonisti – leader politici e religiosi, missionari, operatori umanitari, ma pure gente comune conosciuta nei suoi innumerevoli viaggi –, ha scritto il libro “Cristianofobia. La nuova persecuzione”, pubblicato in Italia da Lindau.

Nel volume, Renè Guitton scrive: “Anche gli ebrei e i musulmani sono perseguitati, ma il riconoscimento delle loro sofferenze non può avvenire al prezzo della negazione di quelle dei cristiani. Vi sono forse vittime buone e vittime cattive, vittime di cui si deve parlare e altre riguardo alle quali si deve tacere?”.

“Il nostro silenzio – sottolinea Guitton – ricorda altri silenzi di sinistra memoria, e nel giro di due o tre decenni provocherà forse nuovi imbarazzati appelli al pentimento e dichiarazioni di rimpianto per non aver voluto far affiorare una verità che doveva essere resa nota a tutti”.

L’autore francese ha scritto e pubblicato diversi volumi, tra i quali: “Il principe di Dio. Sulle tracce di Abramo” (edito in Italia nel 2009), “Abraham, le messager d’Haran e Si nous nous taisons…” e “Le martyre des moines de Tibhirine”. Vincitore di numerosi premi, è membro del Comitato di esperti dell’Alleanza delle civiltà delle Nazioni Unite.

ZENIT lo ha intervistato.

Anche se questo terzo millennio si presenta come l'inizio dell'era dei diritti umani, è evidente che i cristiani del mondo sono ancora pesantemente perseguitati. Può dirci in quale paese succede e perché?

Guitton: Bisogna distinguere tra paesi in cui vi è la persecuzione senza violenza fisica, e paesi dove si verificano omicidi e stragi.

In Turchia, ad esempio, la menzione della religione sulla carta d'identità è obbligatoria (come anche in Indonesia o in Egitto). Ma la professione di fede cristiana in questi paesi a maggioranza musulmana, crea moltissimi problemi di discriminazione, compresa l'occupazione, cosicché i cristiani di fatto sono considerati come cittadini di seconda classe.

La situazione dei cristiani è pessima anche nei Territori palestinesi, dove i cristiani indigeni, nativi della terra dove è nato Gesù, rischiano di scomparire.

In questa parte del mondo i cristiani sono oggetto di pressioni, d'intimidazioni e di minacce, al punto che alcuni fondamentalisti ormai credono che l'Oriente debba essere musulmano e l'Occidente cristiano. I cristiani della Palestina sono costretti ad abbandonare la terra di Cristo, a rifugiarsi in Occidente.

In Egitto, la persecuzione è ancora più violenta. Il paese ospita i Fratelli Musulmani, che sono l’organizzazione fondamentalista precedente ad Al Qaeda. I Fratelli Musulmani sono gli estremisti islamici d’Egitto. le loro posizioni e i loro atti di violenza sono stati ampiamente dimostrarti da Gamal Abdel Nasser negli anni Cinquanta.

Sono loro che stanno dietro all'assassinio del presidente Anwar El Sadat, e in questi ultimi anni hanno raggiunto un peso significativo in politica attraverso le elezioni. Per questo motivo il governo egiziano ha difficoltà ad affrontare le frange estremiste. Questo atteggiamento compiacente del governo rischia di incoraggiare le persone a compiere atti violenti contro i cristiani egiziani.

Sta di fatto che gli atti di violenza contro i cristiani egiziani sono frequenti. La polizia che è composta da musulmani non interviene adeguatamente e il governo non prende misure reali per interrompere il processo di discriminazione dei cristiani.

Accade così che i cristiani sono perseguitati e uccisi, le donne cristiane devono indossare il velo islamico per stare tranquille, quando non sono costrette a sposare i musulmani, ecc.

In Iraq, i cristiani iracheni che godevano di una certa protezione sono ora massacrati ogni giorno, con le forze di sicurezza che non intervengono.

Questo paese è in piena emergenza, ma la difesa dei cristiani del Nord è considerato un problema secondario. I cristiani vengono perseguitati, rapiti, uccisi. Il progetto è chiaro, vogliono cacciarli dall’Oriente, in quanto rappresentano agli occhi degli estremisti, gli alleati dell’America cristiana che ha fatto la "crociata" in Iraq.

Lo scenario degli estremisti è sempre lo stesso, un Oriente musulmano e un Occidente cristiano.

Analogamente, in Pakistan, dove una recente legge contro la "blasfemia", autorizza ogni violazione dei diritti umani.

In Algeria le motivazioni dei fondamentalisti sono simili a quelle dell’Egitto. Il governo si rivolge agli estremisti islamici nel contesto della politica di riconciliazione nazionale dopo la guerra civile che ha colpito il paese dal 1993 al 2000.

E pur di blandire i partiti islamici il governo non reagisce alle persecuzioni anti-cristiane, e va anche oltre.

Nel 2006 è stata emanata una legge contro il proselitismo, che consente ai tribunali di praticare ogni eccesso di ingiustiza. Anche se in questo paese le stragi di cristiani sono per il momento cessate.

Nell'Africa sub-sahariana la Nigeria è costantemente in prima pagina per i massacri contro i cristiani. Ci sono state chiese bruciate mentre i fedeli erano riuniti per la messa.

Anche nel Sudan meridionale avvengono crimini contro i cristiani.

Lo scopo del mio libro non è quello di permettere l’emergere dell’islamofobia, ma difendere i diritti umani contro il terrorismo di qualsiasi origine.

In India i cristiani sono perseguitati dagli induisti fondamentalisti.

Centinaia di cristiani sono stati uccisi nello Stato indiano di Orissa, e l’intervento delle autorità è stato debole e inadeguato. In Sri Lanka, i buddisti stanno massacrando i cristiani.

E’ un dato di fatto che dall’11 settembre 2001, vi è stato un aumento di atti anti-cristiani nel mondo. Gli estremisti, fondamentalisti di tutte le provenienze, sono stati incoraggiati da quello che hanno vissuto come una vittoria contro l'Occidente, e per questo si sono sentiti liberi di far pressioni sui loro governi affinché non intervengano e lascino che il massacro e la persecuzione delle minoranze cristiane continuino.

I paesi a maggioranza musulmana, gli ex regimi comunisti, il fondamentalismo di altre religioni, i nuovi regimi autoritari … tutti perseguitano i cristiani. Perchè?

Guitton: Naturalmente gli assassinii e i massacri contro i cristiani sono eventi inaccettabili. Le motivazioni degli anti-cristiani sono un terreno fertile dove si diffondono idee false e pericolose, soprattutto quella di creare un Oriente musulmano e un Occidente cristiano. Si dimentica infatti che il cristianesimo è nato in Oriente e i cristiani d'Oriente sono nativi di quei paesi in cui il cristianesimo ha preceduto l'Islam di ben sette secoli.

La cristianofobia nasce da pregiudizi basati sull’ignoranza e porta a persecuzioni e massacri. Per contrastare queste tendenze estreme bisogna alimentare l'educazione e il dialogo, e utilizzare la pressione economica per porre fine alla violenza e alla discriminazione.

E’ paradossale, ma c'è una forma di cristianofobia anche nei paesi dove si è sviluppata la civiltà cristiana. Potrebbe farci alcuni esempi e spiegarci perché questo accade?

Guitton: Quella che viene conosciuta come "cristianofobia" nei paesi di civiltà cristiana è condizionata dal concetto di laicismo occidentale.

La laicità rettamente intesa non è la negazione della religione, al contrario, è la legittimazione della pratica di tutte le religioni nel totale distacco di un qualsiasi coinvolgimento nel funzionamento dello Stato.

La perversione e il fraintendimento di questo concetto di laicità ha prodotto il ‘laicismo fondamentalista’ che genera fenomeni di cristianofobia o forme simili di non rispetto delle pratiche religiose.

Al laicismo si aggiunge il senso di colpa di alcuni paesi occidentali ex colonizzatori come Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Gran Bretagna e Paesi Bassi.

In questo contesto c'è anche la pressione da parte di alcuni Stati africani che chiedono il pentimento e il risarcimento dei paesi colonizzatori. L'Algeria, per esempio, intende denunciare al tribunale penale internazionale dell'Aia, gli ex colonizzatori, per "crimini contro l'umanità”. Queste accuse insieme ai sensi di colpa sono le ragioni che rendono silenzioso l’Occidente cristiano.

Che cosa possiamo fare per difendere il diritto alla libertà religiosa e come la comunità internazionale deve mobilitarsi per proteggere le vittime e prevenire la diffusione di forme di fondamentalismo e di altre forme di intolleranza religiosa?

Guitton: La soluzione giusta è difficile da trovare. Pressioni politiche ed economiche possono essere esercitate da parte dell'Unione europea. Ad esempio, la Turchia vuole entrare in Europa, quindi l'UE nell’ambito dell'armonizzazione delle leggi, può chiedere che venga rimosso l'obbligo giuridico della Turchia di menzionare l’appartenenza religiosa sui documenti di identità.

Attraverso l’UNESCO, si potrà intervenire nei campi dell'istruzione e dell'assistenza soprattutto per paesi poveri come la Palestina, per esempio.

Bisognerà intervenire anche con aiuti economici, come sta accadendo con il nuovo governo iracheno, o con i leader di Hamas a Gaza che hanno un bisogno urgente di fondi per la ricostruzione.

Le Organizzazioni Non Governative (ONG) possono agire discretamente e, naturalmente, la Santa Sede. Uno dei primi obiettivi è quello di dare i ‘visti’ ai cristiani iracheni che si rifugiano in Europa. Diversi paesi dell'Unione Europea lo hanno fatto, ma i leader cristiani che vivono ancora in Iraq sostengono che la concessione dei visti è nelle mani di coloro che vogliono vedere i cristiani indigeni lasciare il Medio Oriente.

"Aiutateci a rimanere, non a partire", gridano disperati i cristiani iracheni. E 'importante prendere in considerazione questo appello urgente, altrimenti accade come per i cristiani libanesi che non abbiamo ascoltato abbastanza durante le due guerre in Libano. Bisogna agire e agire rapidamente.

Quali sono i motivi per cui ha scritto questo libro e quali gli obiettivi che spera di ottenere?

Guitton: Ho scritto questo libro perchè sconvolto dalle testimonianze che ho raccolto. Per il mio lavoro di incontri interreligiosi, seminari, ecc. viaggio regolarmente in Africa, Medio Oriente ed Estremo Oriente ed ho trovato nel corso degli anni una situazione di crescente preoccupazione per i cristiani perseguitati.

La situazione di discriminazione e persecuzione è resa più odiosa dal silenzio dell'Occidente.

Troppo spesso vengono messi a tacere i mezzi di comunicazione che denunciano queste ingiustizie, perché non è di moda parlare male di quelli che rappresentano la maggioranza. Noi preferiamo ricordare gli atti contro le minoranze nel nostro paese.

E’ vero che nessun atto di islamofobia o giudeofobia è accettabile, ma è inaccettabile discriminare le vittime. Non possono esserci vittime di cui parlare male e vittime che devono tacere.

Io mi ribello quindi contro ogni azione di discriminazione e in particolare contro gli atti anti-cristiani.

Il silenzio può essere colpevole come altre volte è stato osservato in Europa, soprattutto dopo la conferenza di Monaco del 1938.

Sos Cristianofobia. di René Guitton

Tratto da cronache di Liberal del 25 febbraio 2010

I cristiani d'Oriente sono emigrati o stanno emigrando in massa; sono sempre meno numerosi e in mancanza di meglio sostengono i regimi al potere (ritenendoli preferibili all'avvento di regimi fondamentalisti); in pratica non hanno più alcun ruolo politico nei paesi in cui risiedono.

In più, devono fare i conti con un circolo vizioso: sono emarginati in quanto cristiani, e, in quanto emarginati, di loro si parla sempre meno. Il loro isolamento è aggravato dal fatto che le persecuzioni contro i cristiani non sono generalmente menzionate nelle denunce delle violazioni dei diritti umani, per una ragione molto semplice: perlomeno in Occidente i cristiani faticano ad associare al cristianesimo il concetto di minoranza. La difesa dei diritti dell'uomo si è sviluppata a partire dalla lotta per la protezione delle minoranze religiose o etniche un tempo soggette a persecuzioni. Gli ebrei, i neri o i musulmani in Europa e in America rientrano in questo schema. La mobilitazione in loro favore è resa ancora più incisiva dal senso di colpa prodotto dal coinvolgimento delle Chiese cristiane nello sviluppo dell'antisemitismo, nello schiavismo e nel colonialismo (portatore di una visione umiliante per i musulmani). In Occidente prendere le difese dei cristiani equivale a schierarsi dalla parte della maggioranza. Il sempre più scristianizzato Occidente fa fatica a concepire che i cristiani possano essere perseguitati in quanto cristiani, perché essere tali, secondo uno slogan semplicistico che si sente ripetere spesso, significa stare dalla parte del dannati senza appello. All'inizio ho ingenuamente ritenuto che la colpa di questa situazione fosse da addebitare all'ignoranza. Ma essa non basta a spiegare tutto, anzi. Combattere l'antisemitismo e il razzismo, battaglie alle quali mi dedico con forza da decenni, non richiede necessariamente una conoscenza approfondita della letteratura rabbinica o della storia dello schiavismo. Non c'è alcun bisogno di avere un'empatia particolare con colui che soffre a causa della propria origine, vittima di una giustizia negata, per aver voglia di prendere le sue difese denunciando a gran voce il silenzio e l'oblio che circondano la sua condizione. Sono in ballo la dignità e i diritti umani. Una delle ragioni del silenzio e dell'oblio che circondano le minoranze cristiane è da ricercare nella loro progressiva emarginazione e nella continua perdita di peso politico e demografico da cui sono afflitte. potere. Occorre combattere la gravissima disinformazione che affligge l'opinione pubblica occidentale a proposito della situazione dei cristiani nel mondo e in particolare nelle regioni dove essi sono minoritari, come nel Maghreb, nell'Africa subsahariana, in Medio Oriente e in Estremo Oriente.

L'esistenza dei cristiani orientali è poco nota. Coloro che non la ignorano ne danno spesso una valutazione troppo riduttiva, che tende a fare delle comunità cristiane d'Oriente una sorta di appendice del cristianesimo occidentale, o la conseguenza dell'espansione coloniale. In altre parole, i cristiani d'Oriente non sono considerati autoctoni, ma un elemento importato. Si dimentica che il cristianesimo è nato in Oriente dove si è sviluppato ben prima che l'Europa diventasse quasi completamente cristiana. Secondo il punto di vista occidentale, le persecuzioni a cui sono sottoposti i cristiani in quei luoghi lontani colpirebbero il cristianesimo non in quanto tale, ma nella sua qualità di emanazione dell'Occidente. Inoltre, poiché in Occidente il cristianesimo è maggioritario, non può aspirare allo status di minoranza in Oriente.

Questo ragionamento sortisce l'effetto di negare implicitamente la sofferenza delle minoranze cristiane e di frenare la mobilitazione in loro favore. Al tempo stesso, iniziative a sostegno delle popolazioni cristiane d'Oriente sono scoraggiate, in quanto potenzialmente controproducenti: trasformare i cristiani orientali in «protetti» dell'Occidente potrebbe esporli a rischi ancora più gravi. Tuttavia, questa preoccupazione deve forse esonerarci dall'intervenire, dal momento che proprio noi parliamo di «dovere di ingerenza»? E l'indifferenza non apre forse la via all'oscurantismo? Le guerre di religione o i fenomeni religiosi ci sembrano appartenere a una lontana preistoria: da ciò deriva tentala radicale incapacità, da parte dell'Occidente, di affrontare la questione in tutti i suoi aspetti. Per esempio, nella nostra società, la difesa dei cristiani di altre parti del mondo è spesso vista come un tentativo di favorire il ritorno del religioso o di imporre i principi cristiani, che non sono più considerati valori fondamentali; ne consegue che coloro che si preoccupano della sorte delle minoranze cristiane sono guardati con gran sospetto: nella migliore delle ipotesi sono etichettati come ultraconservatori.

Nel silenzio cristiano si deve scorgere altresì l'effetto di una svalutazione implicita e sistematica del cristianesimo, largamente incoraggiata da un laicismo ottuso e aggressivo, che spesso si manifesta nel modo in cui i media trattano le vicende che coinvolgono i cristiani. Tra fine novembre e i primi di dicembre del 2008 due avvenimenti legati alle tensioni interreligiose hanno fatto parlare di sé attirando l'interesse dei grandi media internazionali in modo assai diseguale: ci riferiamo al massacro compiuto a Mumbai da un regogruppo di mujaheddin, che hanno ucciso 172 persone e ne hanno ferite circa 300, e alle sommosse anticristiane verificatesi in Nigeria, dove alcuni gruppi musulmani locali hanno attaccato i cristiani, uccidendone più di 300, saccheggiando i loro beni e devastando le loro chiese. Nel 2004 si erano scatenate violenze simili, che avevano lasciato sul terreno i cadaveri di oltre 700 cristiani. I fatti di Mumbai hanno occupato le prime pagine di quotidiani e telegiornali, mentre l'altro episodio è stato appena menzionato, sebbene l'ammontare delle vittime fosse assai più elevato e le distruzioni nettamente più gravi.

Questo trattamento differenziato da parte dell'informazione è emblematico della difficoltà di sensibilizzare l'opinione pubblica, persino la più accorta, riguardo alle persecuzioni che colpiscono i cristiani in numerose regioni del mondo. Si usano due pesi e due misure; se qualcuno protesta, viene accusato di essere a favore della censura, contro la libertà di informazione e di essere un bigotto e un baciapile. Ho avuto occasione di sperimentare personalmente questo disprezzo a Parigi, nell'agosto del 1997, in occasione della Giornata mondiale della gioventù, che aveva riunito giovani giunti da ogni parte del globo. Prima della manifestazione la grande stampa internazionale aveva pressoché ignorato l'evento. Se n'erano occupati soltanto alcuni editorialisti, i quali avevano previsto che quel tentala tivo di «irreggimentare» e «manipolare» la gioventù si sarebbe risolto in un insuccesso. Durante la manifestazione un certo numero di giornalisti si è limitato a sottolineare i gravi disagi al traffico cittadino causati del raduno. Nessuno si interrogava sulle motivazioni che animavano i partecipanti, né sul significato profondo di quel ritorno al religioso. Di fronte a un giornalista che mi intervistava rivolgendomi domande sarcastiche sull'avvenimento, ho abbozzato una provocazione, domandandogli a mia volta quale fosse la sua reazione di fronte al pellegrinaggio islamico canonico alla Mecca (Hajj). Il mio interlocutore mi ha guardato stupito, come se le mie parole facessero di me un emulo degli antichi inquisitori. Ho quindi capito quanto sia difficile perorare la causa dei cristiani che soffrono nel mondo e quanto essere cristiano, agli occhi di molti, rappresenti un'intollerabile mancanza di buon gusto, per non dire un handicap che sarebbe meglio tentare di nascondere. Come si può chiedere all'opinione pubblica di mobilitarsi in favore dei cristiani d'Oriente, d'Africa, del Maghreb, se il cristianesimo è la sola religione sottoposta a una sistematica denigrazione che si prefigge di snaturane lo spirito e il messaggio? La Francia è forse l'unico paese occidentale in cui è buona norma stigmatizzare coloro che si dichiarano credenti, e di conseguenza anche le Chiese ufficiali alle quali li lega la fede.

Questo atteggiamento è evidente ogniqualvolta è tirata in ballo la laïcité, principio legislativo che gode di un consenso quasi unanime e di cui nessuna associazione religiosa ufficialmente costituita chiede l'abolizione. Anche i cristiani d'Oriente si richiamano alla laicità. Inchieste e sondaggi hanno dimostrato che i cattolici francesi, praticanti compresi, erano favorevoli alla legge del 1905, la quale è ormai sul punto di diventare quasi un testo sacro, almeno a giudicare dagli strepiti che provengono da certi ambienti dell'integralismo laicista quando si affronta l'argomento. La legge del 1905 è probabilmente il solo documento mai votato a Palazzo Borbone che sia considerato scolpito nella pietra. Chiunque osi suggerire l'idea di una sua revisione si attira l'accusa di minacciare le fondamenta stesse della République. Nella loro miopia, i campioni della ragione, del libero esame e della critica rifiutano ostinatamente di applicare queste virtù alla propria causa. Chi commette il sacrilegio di non pensarla come loro è regolarmente denunciato come un novello inquisitore! I conflitti politici sono resi ancor più aspri dal fatto che per lungo tempo hanno riguardato la religione: il castello contro il municipio, il curato contro il maestro pubblico ecc. L'adesione alla Repubblica della quasi totalità dei cristiani ha semplicemente cambiato i termini del confronto, spostandolo sul terreno della scuola: di qui le grandi crisi provocate, nel corso del XX secolo, dai progetti di riforma delle leggi che regolano i rapporti tra lo Stato e l'insegnamento confessionale. Mentre le manifestazioni del 1° maggio mostravano segni di logoramento, quelle a favore della scuola laica o confessionale del 1984 hanno richiamato in piazza centinaia di migliaia di persone. Sembra quasi che la Repubblica sia costantemente minacciata dalle oscure trame dei bigotti. Provate a parlare di «laicità positiva» e scatenerete immediatamente una bufera difficilmente comprensibile per gli osservatori stranieri, che si stupiscono nel vedere quanto facilmente noi francesi ci crogioliamo in vecchie questioni «fratricide». Gli anticlericali di un tempo hanno lasciato il posto ai nuovi professionisti dell'anticristianesimo, intolleranti e irrispettosi delle credenze di coloro che hanno la sfortuna di non pensarla come loro. La società francese continua a essere impregnata del tanfo di un anticlericalismo primario che si ripresenta ogniqualvolta si discute a proposito di laicità. Se vi azzardate a far notare la cosa sarete etichettati come «baciapile», e vi sarà quasi certamente sbattuto in faccia l'affare delle vignette danesi sul profeta Maometto. Peraltro, le prime vittime di quelle caricature non sono stati gli anticlericali e i laicisti d'Europa ma i cristiani del Pakistan e della Nigeria, che hanno pagato con la vita l'«errore» dell'Occidente, il quale tanto per cambiare non ha mosso un dito.

India e la Cristianofobia negata

i Maurizio De Santis
Tratto da Giustizia Giusta il 25 febbraio 2010

Ai più ingenui sembrava plausibile che lo stupro di Neelam Paswan, una giovane donna di 28 anni, abitante del povero villaggio di Elha nel Nord-est dell’India, potesse essere uno degli ultimi capolavori della cristianofobia indù. Lo sfregio che gli estremisti indù riservavano alla moglie di un pastore protestante.

Il bollettino, invero, era fermo agli orrori perpetrati nel 2008, contro i cristiani dello Stato di Orissa. In quella occasione, gli estremisti indù giustificarono i numerosi massacri come “doveroso” gesto di vendetta per onorare la memoria di uno dei loro responsabili, malamente accoppato da qualche cristiano stanco delle continue vessazioni.

Un atto che provocò la morte di 110 cristiani e la distruzione presso che completa di almeno 170 chiese e 4. 500 case. Per tacere degli oltre 54. 000 indiani di fede cristiana, letteralmente deportati per meri motivi di sicurezza.

Ma, purtroppo, ogni inguaribile ottimista ha avuto l’onore di essere prontamente smentito dall’impietoso incedere dei fatti reali.

E così ecco servita, quasi a bacchetta, l’ennesimo affronto alla comunità cristiana (che, ricordiamo, è molto più antica della stessa minoranza musulmana, visto che sussistono prove concrete della sua presenza al terzo secolo).

Succede così che, tra i libri destinati ai bambini della Scuola elementare di San Giuseppe (di età tra i 6 ed i 10 anni), compaia un abbecedario edito dalla Skyline Publications, notoriamente finanziata da un gruppo induista (decisamente non candidato al nobel per la pace…). Nel detto abbecedario, accanto ad ogni lettera viene associata un’immagine, per facilitare la costruzione mentale della parola. Ora, sopra la lettera I (associata alla parola “Idolo”), compare l’immagine di un Gesù benedicente, con in mano una birra (si spera fresca) e sigaretta.

Esultanza tra gli indù, lazzi e cacchini dai musulmani, mentre i vescovi indiani, che iniziano l’assemblea della Conferenza Episcopale a Guwahati (India del Nordest), implorano il “dialogo” (parola che dice tutto e niente).

Nel bailamme generale, al solito, l’Unione Europea tace. Manco fosse il Vaticano della Massoneria Unificata.

Moderata soddisfazione tra gli atei nostrani (che, solitamente, atei non sono, semmai semplici anticristiani di stampo vetero-risorgimentale).

Smarrito senso di inadeguatezza tra i pochi attivisti cristiani rimasti.

Illusione (di tutti), che il problema abbia radici squisitamente circoscrivibili al continente indiano.

Ed invece, non è così. La “globalizzazione” non segue solo principi economici.

Già lo scorso 26 gennaio, il presidente B. S. Yeddyurappa, esponente dal BJP, il partito nazionalista indù al governo nello Stato del Karnataka, aveva affermato che queste manifestazioni di comunitarismo offendevano il governo locale.

Prologo niente male da parte di quest’uomo, dal nome impronunciabile. Che, di fatto, ha tirato la volata ai fanatici del Sri Ram Sena (Esercito del Signore Rama'), dedito alla difesa dei valori tradizionali indiani.

Quelli che Mark Twain non mancò di evidenziare in modo graffiante: “L'India ha due milioni di dei, e li adora tutti. Nella religione le altre nazioni sono delle miserabili; l'India è l'unica milionaria”.

E, siccome i cristiani in India sono carne da macello e non certo un pericolo, il munifico SRS ha trovato un buon pretesto fuori dai confini.

Precisamente in Australia. Dove, quasi da due anni, i cittadini indiani sono vittime di aggressioni sempre più frequenti, tanto da compromettere le relazioni diplomatiche tra i due paesi.

Dunque, gli integralisti indù compirebbero legittime rappresaglie, per vendicare le recenti aggressioni, delle quali due mortali, contro la Comunità indiana (70. 000 persone), che lavora o studia in Australia.

Ma se suscita perplessità il razzismo religioso indiano, richiamerei volentieri l’attenzione sulla graduatoria stilata da Portes Ouvertes France, sui peggiori Stati in termini di libertà religiosa, : troveremmo la suddetta India al 26° posto. Preceduta dall’Algeria e seguita (di sette lunghezze) nientemeno che dalla Turchia (che sarebbe quella che dovrebbe entrare in UE).

Con l’inquietante nota di colore delle Maldive, paradiso in predicato di scomparire sotto i flutti dell’acqua alta, dove molti europei migrano per palesar le chiappe chiare.

Bene. Le Maldive, che noi foraggiamo con il turismo spicciolo, sono quinte. Precedute, tra gli Stati boia, solo da insigni benefattori quali Nord-Corea, Iran, Arabia Saudita e Somalia.

Si accettano proposte per il prossimo Nobel.